La recensione di Malcolm
& Marie non può non cominciare con una
considerazione importante: il film di Sam
Levinson, disponibile su Netflix dal 5 febbraio, è stato girato in piena
pandemia, e potrebbe a tutti gli effetti appartenere ad una specie
di sottogenere che definiremo “cinema pandemico”, ovvero un cinema
fatto di pochi attori, location uniche interne, troupe ridotta al
minimo e basato principalmente su una sceneggiatura lineare e dei
dialoghi fitti. Si parla tanto in Malcolm
& Marie, e sembra che con i due episodi speciali di
Euphoria arrivati nelle scorse settimane,
Levinson abbia offerto ai suoi spettatori una specie di antipasto,
per concludere con questa elegante portata principale in bianco e
nero.
È l’una di notte, siamo
in una lussuosa villa di Hollywood, Malcolm e Marie rientrano da
una serata di gala, lo capiamo dai loro abiti eleganti. Man mano
che li spiamo nella loro casa, attraverso le grandi finestre che
danno sul giardino, veniamo messi a conoscenza della situazione:
lui è un regista, lei la sua compagna, ex attrice, sono di ritorno
dalla premiere del nuovo film di lui, un vero e proprio trionfo.
Lui infatti balla per tutta la casa, bevendo e parlando senza
sosta, carico di adrenalina. Lei, con fare meccanico, prepara la
cena, maccheroni al formaggio, lo fa con gesti rapidi, palesando un
malcelato nervosismo che di lì a poco esploderà.
Malcolm
& Marie è la storia di un litigio, una discussione
furiosa, una conversazione che vede due persone che si amano
profondamente confrontarsi con le reciproche mancanze, con le
proprie paure, una notte che li vede spogliarsi a poco a poco di
ogni barriera. Certo, non c’è sempre da entrambe le parti la voglia
di confrontarsi e la violenza verbale che ne consegue è una spia,
da una parte e dall’altra in momenti differenti, un segnale che la
tentazione di lasciarsi alle spalle i non detti è forte, ma i
nostri protagonisti vanno avanti, affondano la lingua e i pensieri
nelle loro idiosincrasie e cercano, in tutti i modi, di farlo
insieme.
Un litigio lungo un film
Così come i due speciali
di Euphoria già citati, anche in questo caso
Levinson ha ridotto all’osso il suo progetto narrativo, tanto che
sia il film in questione che gli episodi sembrano essere stati
costruiti intorno alle esigenze pandemiche, per così dire. Il
risultato, come accennato, è un lunghissimo flusso di coscienza a
due voci in cui i due protagonisti affrontano qualsiasi tipo di
argomento possa in qualche modo toccare, anche solo di sfuggita, la
loro vita e l’esperienza personale. Ecco che la conversazione parte
da una quasi “canonico” sentirsi dati per scontati, toccando in
punta di piedi questioni razziali, questioni di genere, discorsi
sull’importanza dell’ego per un artista, sull’influenza che la
presenza dell’altro ha nella propria vita e nella propria arte, sui
rapporti di co-dipendenza, sul passato e sul futuro. Insomma sulla
vita stessa e la natura più intima di una storia
d’amore.
Splendidamente
fotografato da Marcell Rév (lo stesso di
Euphoria), Malcolm
& Marie è anche un bellissimo film da un punto di
vista puramente estetico. Non c’è un altro termine per definirlo,
perché in ogni momento, in ogni inquadratura, in ogni costume e
espressione dei suoi protagonisti, il film è bello, nell’eccezione
più superficiale del termine. Talmente tanto bello che quando sono
uscite le prime immagini del film, sembravano fotogrammi di uno
spot di lusso, uno di quelli che sembrano mini film e promuovono
brand di alta moda. Invece no, invece Sam Levinson usa di nuovo una
confezione extra-lusso per raccontare, provarci almeno, la
profondità dell’animo umano.

E proprio qui, cade. Il
regista, attraverso il suo discorso fitto e incessante, che replica
una partita serrata di ping pong, non riesce ad aggiungere nulla al
dialogo vivace e costruttivo su tutti i temi che tocca. Sembra non
avere altra utilità se non quella di una vetrina dove i due
interpreti si mettono in mostra. E, intendiamoci, anche se fosse
solo questo il senso del film, una vetrine, un esercizio estetico,
si tratterebbe comunque di un’ora e 46 minuti ben
spesi.
Due interpreti straordinari
Anche trai produttori,
Zendaya e
John David Washington sono dei fenomeni
assoluti. Entrambi mettono in gioco ogni goccia del loro talento,
da quello puramente fisico della presenza scenica, che in entrambi
abbonda, a quello più intimo ed emotivo, delle inflessioni vocali,
delle espressioni facciali, dei silenzi e dei momenti di
ira.
Zendaya, giovanissima reginetta del cinema e
della tv, conferma un talento smagliante, che ha già messo al
servizio dei Blockbuster, del cinema d’autore, della serialità di
altissimo livello, dimostrando di poter passare dall’essere una
ragazzina fragile e problematica, a un’adolescente sarcastica e
cinica, fino ad apparire come una donna fatta e finita, elegante e
raffinata, diventando la più giovane attrice della storia ad aver
vinto un Emmy da protagonista.
John David Washington, affascinante scoperta
di Spike Lee, che lo ha fatto protagonista di
BlacKkKlansman, si cimenta qui in un ruolo molto
interessante, perché lo vede utilizzare il suo corpo con un
approccio prima giocoso, poi molto intenso, una performance che si
distacca da quanto ci ha fatto vedere fino a questo momento nel
citato film di Lee o in Tenet, per esempio, e ci offre ancora un’altra
faccia del suo talento, che, in questo caso, immaginiamo sia anche
una questione di sangue, dato che suo padre è Denzel.
Cinema da pandemia mascherato da prodotto indie
Malcolm
& Marie paga forse il prezzo di un’urgenza narrativa
che non sembra esserci sedimentata, ma è spinta più dalla pancia
che da un ragionamento sistematico e compiuto, relativo a ciò che
il regista stesso voleva raccontare. Superficiale quasi
involontariamente, il film lascia l’impressione di aver sbirciato
dentro casa di una coppia che gioca ad essere in crisi ma che in
fondo è troppo bella, troppo ricca, troppo innamorata per avere
davvero dei problemi. E forse la chiave del racconto è tutta qui,
in questa magnifica apparenza che offusca ogni ragionamento e fa
apparire Malcolm
& Marie come grande cinema indie, quando invece
siamo di fronte ad un buon esempio di cinema “pandemico”.