La sua presentazione – attesissima dopo il successo lo scorso anno del film Il primo re, diretto da Matteo Rovere, da cui è stata tratta – fa parte degli Eventi Speciali della Festa del Cinema di Roma.
La serie tv Romulus promette di raccontare la fondazione di Roma e soprattutto il mondo dei primi romani dell’VIII secolo a. C. come non era stato mai fatto. La dimensione della serialità consente di soffermarsi di più e meglio sui molteplici aspetti della vita del tempo, di ricreare con dovizia di particolari quel mondo intriso di violenza, paura, riti e credenze arcaiche, divenuto oggetto di miti e leggende. Un approfondimento che non poteva trovare spazio nel film. Si prevede anche una trilogia di romanzi scritti da Luca Azzolini e pubblicata da Harper Collins, i primi due dei quali usciranno in contemporanea con la serie.
Inevitabile chiedersi se Romulus, diretto da Matteo Rovere, Michele Alhaique e Enrico Maria Artale riuscirà a mantenere gli alti livelli non solo visivi del film, ma anche di scrittura e interpretativi, riuscendo a non svilirsi nel compromesso con i meccanismi della serialità televisiva e dell’indirizzo a un pubblico di massa. Della scrittura si sono occupati lo stesso Matteo Rovere, Filippo Gravino (Veloce come il vento, Alaska, Il Primo Re) e Guido Iuculano (Una vita tranquilla, Tutto può succedere, Questione di cuore, Alaska) con un lavoro meticoloso di documentazione e studio delle fonti storiche, durato quattro anni. La serie, come il film, è interamente girata in protolatino.
Romulus, la trama
Lazio, VIII secolo a. C.. Trenta popoli formano la Lega Latina. Ognuno ha il suo re, ma tutti vivono sotto la guida del re di Alba, Numitor. La preoccupazione cresce nella Lega a causa di una prolungata siccità. Si consulta l’aruspice e il verdetto è implacabile: per far tornare la pioggia, gli dei chiedono l’esilio di Numitor. Il trono dovrà passare ai nipoti Enitos, Giovanni Buselli, e Yemos, Andrea Arcangeli, figli di sua figlia Silvia, Vanessa Scalera. I due fratelli sono inseparabili, ma Enitos ama segretamente Ilia, Marianna Fontana, vestale figlia di Amulius, Sergio Romano, fratello di Numitor. Ilia è rinchiusa nel tempio di Vesta, dove veglia giorno e notte sul fuoco sacro affinché non si spenga. Nonostante Ilia profetizzi a Enitos che sarà ucciso da suo fratello e gli consigli di allontanarsi da Alba per fuggire il destino, Enitos decide di restare accanto al fratello e regnare insieme. Nel frattempo, a Velia, un gruppo di giovani, i Luperci, viene scelto per un rito di iniziazione: dovrà restare nel bosco per mesi e sopravvivere alla minaccia della dea Rumia, che abita la foresta. Tra questi c’è Wiros, Francesco Di Napoli. Ad Alba Amulius, convinto dalla moglie Gala, Ivana Lotito, e dal re di Velia, Spurius, Massimo Rossi, prende il potere con la forza. Yemos dovrà fuggire verso il bosco, dove si unirà ai Luperci avvicinandosi a Wiros. Ilia perderà il suo amore e farà un gesto gravissimo, di cui pagherà le conseguenze. Tutto però può cambiare in un attimo in un mondo primitivo, dominato da violenza, paura e mistero.
Romulus mantiene le promesse nonostante qualche compromesso inevitabile
Torniamo dunque alla domanda
dell’inizio. Romulus mantiene gli alti
livelli del film da cui è tratto, nonostante la diluizione nella
serialità? Stando ai primi due episodi, sembra di si. Il progetto è
molto curato e riesce a sfruttare al meglio la possibilità di
inventare un mondo che ancora non c’è, che non si era mai visto
prima, partendo da una minuziosa ricostruzione storica. Il lavoro
di scrittura in questo senso è notevole. D’altro canto, si
inseriscono elementi che nel film erano assenti, come la
sessualità, quindi la nudità, con scene anche molto esplicite,
elemento che ne
Il primo re mancava. Lo si fa per uniformare
il prodotto a dei canoni e attrarre un pubblico di massa. Al posto
di una visione problematica e complessa dei rapporti sembra farsi
strada una visione semplificata in cui è più netta la distinzione
tra bene e male. Questo almeno a giudicare dai primi due episodi.
Si introducono figure da tragedia shakespeariana, su tutte Gala,
moglie di Amulius, una Lady Macbeth ante litteram, e lo stesso
Amulius, un po’ Macbeth un po’ il Claudius dell’Amleto.
Non tutti i personaggi però sono curati allo stesso modo, anche se
ciò si potrà valutare più compiutamente nello sviluppo della serie.
Si pensi ad esempio proprio a Gala, che nei primi due episodi
interviene sempre con lo stesso comportamento e la stessa finalità,
con una certa prevedibilità. Ciò stona un po’ con l’estrema
accuratezza di cui abbiamo parlato sopra.
La regia riesce a restituire sia la vastità di spazi allora sconosciuti e quindi spaventosi, la durezza delle condizioni materiali di vita, sia lo stato di perenne paura, di estrema precarietà in cui vivono i protagonisti. C’è molta attenzione alle emozioni. Lo sguardo del regista si posa sui volti e i corpi dei personaggi, che indaga da vicino per scorgerne gli stati d’animo e i cambiamenti. Si riesce così a creare – con l’aiuto della buona fotografia di Vladan Radovic, sebbene sia difficile raggiungere i livelli di Daniele Ciprì ne Il primo re, delle musiche dei Mokadelic, basate ancora una volta sui ritmi percussivi, adatti al contesto arcaico e creatori di atmosfere piene di attesa e suspense – un’esperienza coinvolgente e un universo credibile, che viaggia tra ricostruzione maniacalmente realistica e fantasia. Il tutto è introdotto dalla sigla di testa, spettacolare sia visivamente che musicalmente, con una bella cover di Shout dei Tears for Fears cantata da Elisa. C’è da augurarsi che i tre registi siano riusciti a trovare un equilibrio di stili e che il livello si mantenga alto durante tutta la serie come in questi primi due episodi diretti da Matteo Rovere.
Un cast di giovani attori da vita a Romulus
Il cast di Romulus punta soprattutto sui giovani. I tre personaggi principali su cui si concentra l’attenzione sono Yemos, interpretato da Andrea Arcangeli (Trust, The Startup), Wiros, Francesco Di Napoli (La paranza dei bambini) e Ilia, Marianna Fontana (Indivisibili, Capri – Revolution). Quest’ultima si distingue nel ruolo della giovane vestale. La sequenza dell’interramento che la vede protagonista è senza dubbio visivamente impressionante e difficile da dimenticare, ma l’attrice dimostra di sapersi esprimere al meglio in più momenti. Si capisce già dai primi episodi come la sua figura sia quella di una ribelle destinata a diventare un’eroina che riscatta il ruolo delle donne in una società fortemente maschile. Da questo si evince, poi, come la serie reinventi il passato per parlare al presente.
Accanto a loro Giovanni Buselli (Gomorra – La serie), Silvia Calderoni (Riccardo va all’inferno), Demetra Avincola (Fortunata, Loro 2), Ivana Lotito (Gomorra – La serie), Gabriel Montesi (Favolacce, Il primo re) sono solo alcuni dei componenti del nutrito cast della serie. Prodotto da Sky, Cattleya e Groenlandia, Romulus arriva su Sky dal 6 novembre.














Detto questo, non mancano
le ingenuità ed è un peccato che la regista abbia fretta di portare
a compimento la vicenda – il film dura 73 minuti – questa sì,
figlia senz’altro dell’inesperienza e di una scrittura che deve
ancora crescere molto. Sarebbero serviti 15-20 minuti in più e un
epilogo più compiuto al lavoro. Invece, si ha la sensazione di
correre verso il finale in maniera troppo sciatta.








Si potrebbe dire che il
padre domina sull’attivista in questo ritratto, che si sarebbe
potuto esaltare di più la lotta e l’impegno del protagonista. Non è
poi così vero, Trueba trova un equilibrio tra pubblico e
privato. Ed è proprio attraverso il secondo che riesce a
coinvolgere lo spettatore, facendo presa anche su chi era
politicamente lontano dal protagonista. Abad Gómez è un
padre di famiglia premuroso e gioviale, con un rapporto
privilegiato con l’unico figlio maschio, ma che adora la moglie e
le figlie. La vicenda della famiglia nella prima parte del film ha
toni allegri e leggeri, e il personaggio principale non può non
creare empatia, grazie ad una interpretazione di grande livello da
parte di Javier Cámara. La gioiosità del suo
personaggio, pur costretto ad operare in contesti difficili in un
paese dalle forti criticità, è contagiosa e va di pari passo con la
scelta dell’immagine a colori.


L’aula del tribunale si
sveste così del suo significato primario per rivelarsi nella sua
anima più cruda, violenta. È un far west dove non ci sono
pallottole a volare libere, ma parole, attacchi edulcorati dalla
forza del black-humor, sparate con la forza del caustico umorismo.
Le arringhe degli avvocati e il racconto dei testimoni chiamati
alla sbarra, sono partite di tennis giocate tra il passato e il
presente, dove la pallina è un barlume mnemonico lanciato con forza
da una domanda, un suggerimento, pronto a catapultare lo spettatore
tra i ricordi di un passato volto a colmare passaggi indispensabili
alla comprensione totalizzante della storia.

Ritorna l’atmosfera
claustrofobica che aveva costituito la vera cifra, e l’anima, del
precedente, per quanto principalmente nel prologo, ma sono altri
gli escamotage sfruttati dal furbo regista in questa nuova
avventura. Stabilita la connessione che in molti si aspettavano,
non può che esser giudicata positivamente la scelta di prendere le
distanze da quel successo tentando una nuova strada. Che purtroppo
tanto nuova non è. Difficile aggiungere qualcosa di originale allo
zombi movie come genere, d’altronde… ci son riusciti in pochi. Yeon
incluso. Che però stavolta punta su una ragionata ed equilibrata
commistione di action, moralismo e buone idee già viste al cinema.
Per esempio in 1997: Fuga da New York e
Mad Max.






Ebbene sì, perché di
fronte ad un personaggio come Trump, che ha dimostrato una totale
impermeabilità alla parodia, Baron Cohen e il suo team di co-autori
sgretolano il personaggio Trump presentando un Borat che venera il
presidente, un uomo che dalla Stanza Ovale sostiene razzismo e
misoginia, trovandosi totalmente allineato con lui. Un’ammirazione
a distanza, quella del reporter per il presidente, che nasconde
tutta la chiave della satira di 
