Protagonista della terza giornata
della Festa del Cinema di
Roma è il regista Michael Moore, autore di
documentari come Fahrenheit 9/11
(Palma d’Oro al Festival di Cannes) e Bowling a
Columbine (premio Oscar al miglior documentario). Moore
presenta nella Selezione Ufficiale della Festa il suo nuovo film,
Fahrenheit 11/9, dedicato alla vittoria politica
di Donald Trump e al suo governo.
Sin dal suo ingresso sul palco
Moore si dimostra energico, ricco di voglia di parlare senza freni
di ciò che più gli sta a cuore della società odierna. Questo suo
brio viene ripagato con numerose ovazioni di approvazione, che
sembrano essere il segnale di una contraccambiata voglia da parte
del pubblico di documentazione concreta sui temi più attuali del
mondo contemporaneo, cosa con cui Moore ha da sempre soddisfatto i
suoi appassionati.
“Sono molto preoccupato per la
situazione del cinema oggi. – esclama Moore, inaugurando così
l’incontro – Quand’ero giovane nei cinema americani si
trovavano film provenienti da tutto il mondo. Oggi la situazione è
cambiata, e difficilmente si riescono a trovare altri film da
quelli americani nei cinema degli Stati Uniti. Il cinema è la forma
d’arte del popolo, di cui ognuno può e deve beneficiare. È una
forma d’arte che va assolutamente protetta. La minore possibilità
di vedere film stranieri ci rende meno consapevoli del mondo che ci
circonda, e questo porta all’ignoranza.”
“Circa il 60% della popolazione
degli Stati Uniti non ha un passaporto, – continua il regista
– il che significa che non ha mai lasciato il proprio paese,
non ha mai viaggiato per il mondo. Quindi il cinema diventa per
queste persone l’unica porta verso il resto del mondo. È quindi
fondamentale non soltanto che il cinema venga salvato, ma che
prosperi anche.”
Una volta rotto il ghiaccio, il
regista passa ad esprimere, senza peli sulla lingua, il bisogno di
produrre sempre più opere artistiche di valore, in grado di far
sopravvivere l’arte cinematografica. “Nel cinema che gestisco,
mi impegno a far vedere film che provengono da tanti paesi del
mondo. Questo dev’essere un impegno reciproco. D’altra parte anche
l’Italia deve continuare ad impegnarsi a produrre film di valore,
che siano grande arte, così come il cinema italiano ha fatto negli
ultimi cento anni. Quindi meno schifezze, più cinema di
valore.”
Si entra poi nel vivo dell’incontro
e del dibattito, inevitabilmente e giustamente politico, parlando
del nuovo film che Moore presenta quest’oggi in anteprima alla
Festa del Cinema di Roma. Un
affresco liberale e anticonservatore che non prende di mira solo
l’amministrazione degli Stati Uniti, ma anche le politiche dei
Democratici e dei Repubblicani che hanno portato all’attuale
situazione politica.

Da Fahrenheit 9/11
a Fahrenheit 11/9, da Bush a Trump, Moore è
chiamato a esporre ciò che secondo lui è cambiato in questi anni
nella società americana. “La presenza di Trump non mi farà mai,
mai rimpiangere Bush. Egli è un criminale di guerra. Purtroppo non
molto è cambiato dal governo Bush al governo Trump. Entrambi hanno
preso il numero minore di voti, eppure hanno vinto. Questa non è
democrazia. E la colpa è anche dei democratici, che già all’epoca
di Bush avrebbero dovuto battersi più duramente affinché questa
clausola presente nella nostra Costituzione venisse
modificata.”
Altro bersaglio, contro cui Moore
si scaglia ferocemente nel suo film è quello dei media, colpevoli
di aver instupidito la gente. “I media non hanno prestato
attenzione a ciò che stava succedendo nel paese. Hanno vissuto
nella loro bolla, non per strada. Non parlano con la gente, ma
raccontano le storie che vogliono raccontare. La stampa ama Trump,
perché lui è puro intrattenimento da tabloid. Lo amano a tal punto
da avergli dato il soprannome affettuoso di “The Donald”. Tutti
ridevano quando lui disse di volersi candidare alla presidenza. Io
tentai di far notare la gravità della cosa, di far notare che lui
non stava affatto scherzando, ma tutti mi ridevano dietro. “La
gente è troppo intelligente per votare uno così”, ma la gente non è
assolutamente intelligente.”
L’ignoranza è dunque per Moore la
causa dei mali del nostro mondo. “Se distruggi l’istruzione, se
si chiudono le biblioteche, se si consente alle grandi
multinazionali di acquistare e controllare i media, e se poi su
questi media si raccontano esclusivamente cose che fanno appello
alla stupidità che è in tutti noi, alla fine si finisce con il
rincretinire un’intera nazione. E l’ignoranza porta ad eleggere
personalità come Trump, o Berlusconi e Salvini qui in
Italia.”

“La causa di questi disastri
politici è da imputare anche ai partiti di sinistra. –
continua Michael Moore, sempre più politico e spietato – Gli
italiani, come è successo negli Stati Uniti, vedono Salvini e lo
trovano divertente, vedono in lui dell’intrattenimento. Ma non c’è
assolutamente nulla di intrattenimento in quello che fa. E questo
penso sia colpa della sinistra, che ha lasciato che questo
avvenisse. La sinistra, negli Stati Uniti come forse anche qui in
Italia, ha cominciato a pensare che per vincere contro queste
persone fosse meglio non essere troppo di sinistra, ma più di
sinistra centro, un po’ più a destra, magari definendosi come dei
“Berlusconi intelligenti”, ma come si possono anche solo accostare
queste due parole? Questo è stato il loro più grande errore. Ciò
che ha portato le persone a votare queste figure politiche è il
fatto che queste si mostrano per quello che sono, se fanno una
dichiarazione idiota ne sono orgogliose. Un po’ come Bush, che si
faceva vanto di arrivare a malapena alla sufficienza, come a voler
dire al popolo “vedete, io sono come voi”. All’epoca di mio padre,
in fabbrica, tutti volevano votare John Fitzgerald Kennedy perché
egli aveva avuto l’opportunità di studiare e aveva un intelletto
superiore, che quindi potesse fare qualcosa di meglio per il
paese.”
Concludendo l’incontro, Moore
riassume la sua speranza, che cerca di concretizzare anche
attraverso i suoi film, di una maggior attenzione globale nei
confronti del cambiamento della società che ci circonda. “Solo
l’interesse verso l’altro può permetterci di riappropriarci delle
nostre facoltà fondamentali, come quelle di scelta e
pensiero.”