Varie volte, in questo spazio e in
altri, ho spiegato perché spesso marino le feste durante i
festival. Ho detto ‘marino’? Davvero? Deve essere la stanchezza.
Intendevo dire ‘piscio le feste’. I soliti: c’ho mal de panza, c’ho
sonno c’ho fame, sono stanco e di solito non ho l’invito – grazie
ar cazzo, non ce vado mai. Te credo che non mi invitano – il che
non sarebbe un problema perché tanto mendicando da una parte
all’altra a entrare si riesce. Solo che se dovevo andare a fare il
mendicante me mettevo all’angoletto della fermata Vittorio Emanuele
e facevo pure più soldi che a venì ai Festival. Tra l’altro, una
delle poche cose che mi piace fare alle feste, non essendo un buon
ballerino e non volendo perdere la voce per fare rapporti di
pubbliche relazioni urlando come un’aquila per sovrastare la musica
demmerda che di solito mettono, è ubriacarmi come un marinaio
marsigliese, e visto come sto messo coi reni, meglio evitare.
Ieri sera però avevo pensato di
affacciarmi alla festa dei ‘Ciak,’ giusto perché ogni tanto vedano
che questa faccia dietro alle cazzate che scrivo esiste davvero.
Quasi ero pronto a uscire, quando purtroppo mi hanno colto delle
gravi allucinazioni che manco Leonardo di Caprio
quando si faceva di Quaalude in The Wolf of Wall
Street.
Mi metto un attimo in
balcone, che devo dire la vista della casa che ho qui al Lido non è
niente male, dà direttamente su uno dei canali principali – per cui
occhio che vi sento, quando parlate male dei colleghi tornando a
casa a tarda notte ubriachi come merde, voi non mi vedete ma io,
dal balcone, sì – in cerca di ispirazione. Magari mi viene voglia
di uscire, hai visto mai.
M’accendo un sigaro. E vedo una
barca passare. E che sarà mai una barca al Lido, direte voi. Solo
che non è una barca normale. È un’automobile. Con un motore per
barca attaccato, che bellamente se ne va in giro sull’acque alla
faccia del ‘dove stiamo andando non c’è bisogno di strade’ di
zemeckisiana memoria. Sgrano un paio di volte gli occhi, me li
stropiccio. E niente. La visione non scompare. Anche abbastanza
preoccupato penso che le traveggole mi vengano dall’abuso di
Toradol o da una sempre più presente stanchezza (e del resto, oggi
si fa il giro di boa della ‘settimana che siamo qui’, ci sta pure)
e mi dico che di andare a fare il cazzone a feste dove manco
m’hanno invitato, a maggior ragione che sto impazzendo, non è il
caso.
La pazzia incombente, però, la
prendo con nonchalance, un po’ come il protagonista del film di
Aronofsky prende l’orrenda esecuzione del figlio appena nato: come
uno scherzo un po’ pesantuccio, ma perdonabile. Ecco, per me la
follia non è che una seccatura, in questo marasma di appuntamenti e
corse. Quindi mi metto a letto pensando che il giorno dopo, dopo
qualche ora di sonno, le allucinazioni spariranno. Stamattina
l’auto-barca sta ancora là, attraccata proprio sotto casa mia. O
era tutto vero, oppure sto definitivamente dando di matto. Ma non
ho tempo per pensarci, devo correre all’alba alla proiezione del
film dei Manetti Bros. , che in qualche modo mi
rincuora.
Intendiamoci, sto Ammore e
malavita che presentano qui non è niente di che. Un
musical napoletano misto a Crime Story, come lo era in un certo
senso il precedente Song e’ Napule, e come in
Song e’ Napule – che, detto per inciso, era molto
migliore di questo – ci sono Giampaolo Morelli,
Serena Rossi e vari avanzi da ‘Un posto al sole’
che contribuiscono di molto a rendere la vicenda più partenopea
possibile, con tanto di volute sceneggiate alla Mario
Merola che sono la parte più divertente. Dopo un inizio
scoppiettante, però, il film si siede parecchio e si appoggia su un
fantastiliardo di citazioni messe lì a cazzo, da
Flashdance a 007 a Ritorno al Futuro, che mandano
in visibilio la platea manco stessero vedendo la madonna. Io
intanto mi appisolo, sereno. Perché evidentemente non sono l’unico
che sta impazzendo qua in giro.
Tra la proiezione e la conferenza mi
arriva una soffiata su dove si trova Michael Caine, e scatta l’operazione
selfie. Più che altro perché è un investimento, dato che lui stesso
va in giro a dire “sono malato e tra poco vi lascio”. Michael, ti
stimo e non è pé fa il coccodrillo, ma sai com’è. Oggi sì, domani
non se sa. Purtroppo l’operazione non mi riesce. Lo portano fuori
dalla lounge quattro gorilla grossi il doppio di Vince Vaughn in Brawl in Block Cell
99, perché deve andare in bagno e in effetti molti dei
presenti lo hanno beccato proprio al cesso, che è un grande punto
di ritrovo che accomuna star, addetti ai lavori e comuni mortali
inferiori (ogni tanto i lettori vanno sempre insultati,
ricordiamocelo). Dal cesso, tutti ci devono passare. Però io e
Michael siamo gentlemen, e tra noi gentlemen vige la regola di non
bloccare mai per nessun motivo un uomo che va a pisciare. Quindi
niente, me lo vedo passare davanti e basta, anche perché incombono
gli impegni di lavoro e mi devo allontanare. Ok, la verità è che
dovevo pisciare pure io.

Ang
Ieri ho sentito molto la mancanza di
Ang, perché in effetti alle feste ci vado con lo stesso spirito e
quindi siamo solidali l’uno con l’altro. Spesso utilizziamo una
famosa tattica militare che si trova nei testi di politica
internazionale, che si chiama ‘modalità Zoran’,
dal luogo in cui questa strategia fu messa in atto da due
irredentisti macedoni durante una battaglia. In sostanza questi
tipi si fecero vedere mentre brandivano con disinvoltura armi
davanti ai loro colleghi combattenti, e appena tutti erano
impegnati a menà come in un film con la bonanima de Bud Spencer si
sciacquavano allegramente dai coglioni.
Ecco, questa strategia a noi è molto
cara. Ma non perché siamo snob, semplicemente perché siamo due
amanti delle cose semplici (la famosa triade dormì/magnà/fa pipì),
quindi stare a informarci per raggiungere in ginocchio sui ceci un
posto che sta in culo ai lupi e forse riesci ad entrare ci sembra
davvero un’esagerazione. Invece ieri, dicevo, visto che l’invito lo
avevo e visto che per una volta la festa era in un posto
comodissimo, ho fatto un salto.
All’ingresso pronunciando la parola
magica si sono aperte le acque come se fossi Noè e sono entrata in
uno spazio temporale alienante, popolato da gente proveniente da
qualsiasi epoca, ricevendo prova che dio esiste, ma non è
classista. In tutto questo vorrei ricordarvi una cosa importante,
cioè che l’inferno deve essere invece un posto in cui esistono
solo open bar e buffet liberi, perché io mi sono sentita dannata.
Sarò banale, ma ancora rabbrividisco a vedere la gente che agli
open bar fa outing (tacito o palese non importa) sulla propria
infanzia agghiacciante, sul proprio lavoro, sul fatto che dorme
ancora con l’orsacchiotto de peluche. Così come rabbrividisco a
vedere gente normalissima che in quei posti si trasforma.
Per cui ti ritrovi a fare il trenino
su A-E-I-O-U-Y con uno che scrive magari
accanto a te in sala stampa e ti imbruttisce se ricevi una
telefonata mentre lavori, ti trovi a ballare
Flashdance con persone che te urlano
dietro se hai il pass in fila ed entri prima di loro. Perché
diventiamo solo contatto umano, quello che spesso in dieci giorni
di Lido ti manca. Ma di contatto in quei metri quadri ce n’era pure
troppo, tanto che a questo punto mi sono chiesta se non fosse un
trappolone messo in atto dagli autoctoni o da sedicenti registi di
opere prime per fare una marmellata di critici, e riempire i
cornetti del Mulino Bianco (no, non dirò i Buondì
cazzo, almeno io).
E infatti è così e col terrore negli
occhi mi allontano per fumarmi una sigaretta in pace, da sola. A un
certo punto mi si avvicina uno, che mi mitraglia di domande.
Stringo gli occhi e scuoto leggermente la testa, che universalmente
significa: “E’ inutile che ti accolli. Evapora“.
Ma lui non batte ciglio, per cui credo di capire di aver risposto
di sì a una specie di proposta in linguaggio elfico-lagunare
“ofrirajnlaejrvinoohcichetooo?” (ovvero: “bevi?”),
e mi ordina un barile di un liquame stranissimo, che considerando
che sto fumando e tengo la giacchetta dovrei essere un giocoliere
nano scappato dal Circo Togni per farcela, oppure
dovrebbe reggere tutto lui ficcandomi una cannuccia in gola. Sto
mostro della Laguna. Con i soli muscoli che riesco a muovere gli
mimo, diovirzì, che non voglio bere, voglio fumare
e possibilmente poi annà a dormì, da sola. Mi guarda incredulo,
come se tra i due lui brillasse per fascino e la deficiente fossi
io. Decido di evaporare io allora, nel modo più elegante possibile,
trattenendo quell’impeto improvviso di fargli il dito medio mi
avvio verso le mie amiche, barcollando (niente, la dignità non è
più il mio forte già dopo due cocktail) e mi levo dalle palle.
Detto questo visto che
continuavo a sentirmi poco a mio agio e pressata come una fetta di
lattuga in un hamburger mi guardo intorno con orrore, e a un certo
punto ho temuto persino che si fosse imbucato
Aronofsky e al suo tre tutta quella gente
iniziasse a sbranarmi come un pollo allo spiedo, per cui al minimo
cenno delle mie amiche di andarcene scodinzolo come un Labrador. Ci
dormo (male) su. Stamattina me facevano male pure le ciglia ma
decido di andare comunque a vedere i Manetti, e
mentre stavo per rimuovere una frase in particolare mi rievoca
l’esperienza carnaio di ieri, fa più o meno così ‘per loro
l’umanità è come a pummarola ncopp o spaghetto avvongole. Non conta
nu cazz’.
P.S. gli autori ci
tengono a sottolineare che i fatti sono spesso (ma non sempre)
romanzati a partire da cose realmente accadute, questo per
tranquillizzare qualsivoglia fan di qualsiasi attore, regista,
organizzatore di party, protettore di morti di fi*a li legga per
sbaglio, involontariamente, o mentre è al cesso, compreso
Michael Caine.
Vì