Esce il 12 agosto in sala
Monolith, il nuovo film diretto da Ivan Silvestrini, nato
da un’idea di Roberto Recchioni e sviluppato in
parallelo con l’omonimo fumetto: un progetto multidimensionale, che
rappresenta una sfida produttiva e distributiva insolita per il
panorama cinematografico italiano.
Il concept di base del film (e anche
del fumetto) è molto semplice: una madre deve cercare di liberare
il figlio, rinchiuso in un’automobile ultra tecnologica e
impenetrabile, una fortezza pensata per la sicurezza dei
passeggeri.
Monolith è il primo film della Bonelli
Prodotto da Lock &
Valentine e Sky Cinema, il film si avvale
anche dell’esordio della Sergio Bonelli Editore
alla produzione in campo
cinematografico. Monolith è il primo film che
la casa di Dylan Dog porta al cinema. Un’apertura
che premia non solo un coraggio notevole, ma che manifesta la
volontà di allargare gli orizzonti verso strade fino a questo
momento poco battute.
Protagonista assoluta è
l’automobile, la Monolith partorita dalla mente di
Lorenzo Ceccotti, un concentrato di design e
sicurezza, la tecnologia nella sua esponenziale perfezione. A
differenza di altre storie che raccontano il progresso e la
tecnologia stessa con accezione negativa, in questo caso la
Monolith è semplicemente uno strumento, volto a
soddisfare il bisogno di sicurezza totale.
La tecnologia come strumento
L’automobile quindi non è la perfida
macchina che intrappola il bambino, ma un’esecutrice di ordini
preimpostati, nonostante la sua intelligenza artificiale si chiami
come la creatura demoniaca di lovecraftiana memoria:
Lilith. La tecnologia quindi è progettata per
essere utile e infallibile, ma in mano a chi non ha le competenze
per gestirla, l’auto diventa la prigione perfetta. Ogni errore che
viene commesso nel percorso del racconto è da imputare alla
protagonista, perfetto esempio di utente poco informato, non
all’altezza dello strumento che le viene messo tra le mani.
Monolith però
racconta anche la difficoltà di essere madre: Sandra, interpretata
da Katrina Bowden, è una ex pop star che ha
rinunciato ancora molto giovane al successo e alla carriera per
sposarsi e avere un bambino. Le insicurezze sulle presunte
infedeltà del marito, l’impaccio con cui affronta il viaggio in
macchina con suo figlio, che la chiama per nome, non ‘mamma’,
costruiscono una donna dubbiosa, che non si sente all’altezza del
compito, anche stupida, in molte circostanze, che si aggrappa però
a tutto ciò che può per salvare suo figlio dalla trappola mortale
che diventa l’automobile.
La cronaca nera
E così sono inevitabili i richiami
alla cronaca, ovvero a quei casi di genitori che dimenticano i
bambini piccoli in macchina, con conseguenze terribili, e
altrettanto inevitabile il collegamento con le critiche, facili,
populiste, cattive, che si levano contro questi disgraziati,
considerati inadatti al ruolo di genitore dal senso comune.
La storia, scritta dallo stesso
Silvestrini, con Mauro Uzzeo,
Stefano Sardo e Elena Bucaccio,
tocca diverse regioni tematiche senza mai però diventare un film
che parla di un solo argomento, dal momento che il fine ultimo è
l’intrattenimento dello spettatore. Fine che, soprattutto nella
seconda parte e nella risoluzione della prova, viene raggiunto
senza dubbio.
La regia di Silvestrini
Monolith però
rivela le sue debolezze: le doti della Bowden non sono all’altezza
del personaggio, tranne quando le inquadrature di Silvestrini ne
mettono in risalto il fisico slanciato; la prima parte del racconto
è diluita, volta a strutturare il personaggio ma blanda nei ritmi
e, registicamente, la gestione dello spazio nell’abitacolo della
vettura appare impacciata.
Nella seconda metà del film, da una
parte, Silvestrini insiste sul primo piano per creare la
connessione con lo spettatore e la protagonista, dall’altra gioca
con grande destrezza, e con risultati più felici, sulle
inquadrature che coinvolgono lo spazio e gli scenari naturali: il
deserto, bello e terribile, in mezzo al quale l’automobile, e con
lei i passeggeri, rimane bloccata. E un blocco granitico, nero e
minaccioso, immobile in mezzo a un deserto, non può non far pensare
a un illustre precedente monolite, che ha scritto la storia del
cinema.
Monolith palesa una
difficoltà produttiva costretta tra compromessi e budget, ma a suo
modo è simbolo di coraggio del racconto, una felice anomalia nel
cinema italiano, un progetto che ci auspichiamo possa essere un
apripista per narratori ambiziosi.