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Odissea: il significato di “When I’m Home”, la canzone di Travis Scott nel finale del film

Odissea (leggi qui la nostra recensione) di Christopher Nolan si conclude con When I’m Home, un brano originale interpretato da James Blake, Travis Scott e Ludwig Göransson. La canzone moderna arriva dopo quasi tre ore trascorse nell’antico mondo raccontato da Omero, ma la sua collocazione risulta perfettamente coerente con il desiderio di ritorno a Itaca che attraversa l’intero film. Il coinvolgimento di Travis Scott, inoltre, non si limita alla colonna sonora: il rapper interpreta anche un aedo che racconta ai pretendenti di Penelope le imprese di Odisseo. Christopher Nolan ha spiegato così questa scelta a E! News:

“Ho scelto Travis Scott perché volevo richiamare l’idea che questa storia ci sia stata tramandata attraverso la poesia orale, un concetto che considero analogo al rap.” Dopo aver visto il film, questa decisione acquista ancora più senso. Il brano dei titoli di coda trasforma infatti un antico racconto di ritorno a casa in qualcosa di profondamente contemporaneo, senza però alterare il viaggio che lo ha preceduto.

LEGGI ANCHE: Odissea: i più grandi cambiamenti che Christopher Nolan ha apportato alla storia di Omero

When I’m Home spiega il finale moderno immaginato da Christopher Nolan

Matt Damon in Odissea (2026)

When I’m Home è stata scritta da Ludwig Göransson, James Blake, Travis Scott e dallo stesso Christopher Nolan, mentre la produzione è stata curata da Göransson e Blake. Si tratta del primo contributo accreditato di Nolan come autore di una canzone in una carriera da regista iniziata quasi trent’anni fa.

L’idea di accompagnare il poema di Omero con un brano contemporaneo potrebbe sembrare, almeno sulla carta, una scelta capace di interrompere l’immersione dello spettatore. Nolan ha costruito tutta la sua carriera sull’uso di ambientazioni reali, effetti pratici e un’esperienza cinematografica il più possibile immersiva, perciò ascoltare Travis Scott subito dopo il viaggio di Odisseo avrebbe potuto apparire come una semplice operazione promozionale. Il film evita questo rischio scegliendo di far partire la canzone soltanto dopo la conclusione della storia.

È proprio il titolo del brano a chiarirne il significato. Odisseo ha attraversato mari, sfidato gli dèi, perso i suoi compagni, resistito a tentazioni e sopportato anni di lontananza senza mai smettere di inseguire un unico obiettivo: tornare a casa. When I’m Home accompagna questo desiderio nei titoli di coda senza cercare di imitare la musica dell’antichità. Al contrario, suggerisce che il viaggio è terminato, ma che il racconto continua a vivere attraverso un linguaggio musicale diverso.

Il film non presenta alcuna scena post-credit, scelta che permette alla canzone di diventare il vero saluto finale. Una volta iniziati i titoli di coda, Christopher Nolan ha già concluso la sua narrazione e lascia che siano le note del brano ad accompagnare gli spettatori fuori dal film, invece di anticipare un seguito o un’ultima rivelazione. Dopo una produzione tanto imponente, un teaser per un eventuale capitolo successivo sarebbe probabilmente apparso fuori luogo.

Quella tra Travis Scott, Ludwig Göransson e Nolan non è una collaborazione inedita. I due artisti avevano già lavorato con il regista in Tenet, realizzando il brano The Plan per i titoli di coda del film uscito nel 2020. When I’m Home amplia quella collaborazione coinvolgendo anche James Blake e aggiungendo per la prima volta Christopher Nolan tra gli autori del pezzo.

Il ruolo di Travis Scott collega il rap alla tradizione di Omero

Odissea Penelope
Mia Goth è Melantho e Anne Hathaway è Penelope in Odissea scritto, prodotto e diretto Christopher Nolan. © Universal Studios. All Rights Reserved.

Nel film Travis Scott compare nelle sequenze iniziali nei panni di un aedo che intrattiene i pretendenti riuniti nella reggia di Odisseo. Il suo personaggio canta le imprese del sovrano di Itaca e la caduta di Troia, presentando un eroe la cui fama è tornata in patria molto prima del suo effettivo ritorno.

Dal punto di vista narrativo il personaggio ha un ruolo limitato, ma il casting si rivela molto più significativo di quanto sembrasse quando fu annunciato. Il poema di Omero, infatti, sopravvisse per secoli grazie alla trasmissione orale prima di assumere la forma scritta che conosciamo oggi.

Le parole di Christopher Nolan chiariscono perfettamente questa intenzione. Secondo il regista, il rap rappresenta oggi l’equivalente moderno di quella poesia orale tramandata di generazione in generazione. La scelta crea inoltre una raffinata simmetria all’interno del film: Travis Scott introduce Odisseo attraverso la musica all’inizio della storia e contribuisce a concluderne il viaggio con un’altra canzone nei titoli di coda.

Prima dell’uscita del film, gran parte del dibattito su Odissea riguardava i dialoghi contemporanei, le armature poco convenzionali e il timore che Christopher Nolan potesse eliminare dèi e creature mitologiche per realizzare un semplice dramma storico realistico. Il film finito conserva invece figure divine e mostri della mitologia, pur riorganizzando alcuni passaggi cronologici del poema di Omero.

In questo contesto, When I’m Home rappresenta probabilmente la scelta più apertamente moderna dell’intera opera. Arriva quando lo spettatore ha ormai accettato la personale visione dell’antica Grecia proposta da Nolan, diventando così il momento ideale per introdurre un elemento così contemporaneo.

L’accoglienza iniziale sembra confermare il successo dell’operazione. Odissea ha debuttato con un 96% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, basato su 271 recensioni della critica, e con un identico 96% di gradimento da parte del pubblico verificato. Secondo Box Office Mojo, il film è costato circa 250 milioni di dollari, anche se al momento della pubblicazione dell’articolo, coincidente con il giorno dell’uscita nelle sale, gli incassi nazionali e internazionali non erano ancora disponibili.

LEGGI ANCHE: Odissea: dall’Italia alla Grecia, tutte le location del film di Christopher Nolan

23.000 vite è tratto da una storia vera? La vicenda che ha ispirato il film Netflix sui salvataggi nel Mediterraneo

23.000 vite porta sullo schermo una delle pagine più controverse e discusse della recente storia europea. Diretto da Markus Goller, il film Netflix racconta la scelta di un gruppo di giovani tedeschi che, di fronte alla crisi migratoria nel Mediterraneo, decide di trasformare l’indignazione in azione concreta. Quello che inizia come il gesto di alcuni cittadini senza alcuna esperienza nautica si trasforma rapidamente in una missione umanitaria destinata ad avere conseguenze ben più grandi di quanto avessero immaginato.

Guardando il film è naturale chiedersi quanto ci sia di vero nella storia raccontata. 23.000 vite è infatti ispirato a eventi realmente accaduti, anche se alcuni personaggi e diverse situazioni sono stati adattati per esigenze narrative. La pellicola prende spunto dalla nascita dell’organizzazione Jugend Rettet, dalla nave Iuventa e dalla lunga vicenda giudiziaria che ha coinvolto il suo equipaggio, ricostruendo una storia che ha attraversato cronaca, politica e diritto internazionale.

La vera storia di 23.000 vite: come un gruppo di giovani diede vita alla missione umanitaria della nave Iuventa

Louis Hofmann nel film 23.000 vite
Foto di © Netflix

La vicenda raccontata dal film affonda le proprie radici nell’estate del 2015, un periodo passato alla storia come la “crisi migratoria europea”. Migliaia di persone tentavano ogni settimana la traversata del Mediterraneo centrale partendo soprattutto dalle coste della Libia, affrontando il viaggio su gommoni e imbarcazioni di fortuna. Dopo la conclusione di alcune missioni istituzionali di ricerca e soccorso, molti cittadini europei iniziarono a interrogarsi su come intervenire per evitare nuove tragedie in mare.

Tra questi vi era un gruppo di giovani di Berlino che decise di non limitarsi ad assistere agli eventi attraverso le notizie. Pur non avendo alcuna esperienza nelle operazioni di soccorso marittimo, lanciò una campagna di raccolta fondi con l’obiettivo di acquistare una vecchia nave da pesca. Da quell’iniziativa nacque Jugend Rettet, organizzazione il cui nome significa letteralmente “I giovani salvano”, fondata con l’intenzione di svolgere missioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo.

La nave acquistata venne ribattezzata Iuventa e iniziò a operare nel 2016. È proprio questa fase della storia che costituisce il cuore del film, il quale racconta il passaggio da un’iniziativa spontanea di cittadini comuni a un’organizzazione impegnata in una delle aree più difficili e pericolose del Mediterraneo.

Le missioni della Iuventa salvarono migliaia di persone e trasformarono un’iniziativa civile in un caso internazionale

Louis Hofmann in 23.000 vite
Foto di © Netflix

Nel corso delle sue missioni tra il 2016 e il 2017, la Iuventa partecipò a numerose operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale. Secondo i dati riportati dall’organizzazione, l’equipaggio contribuì al salvataggio di oltre 23.000 persone distribuite in sedici missioni, numero da cui deriva anche il titolo del film. Altre ricostruzioni parlano invece di circa 14.000 vite salvate, cifra richiamata anche dal Premio per i Diritti Umani assegnato da Amnesty International all’organizzazione nel 2020.

Questa differenza nei numeri dipende dal metodo utilizzato per conteggiare le operazioni e dal ruolo svolto insieme ad altre navi impegnate nei soccorsi. Al di là delle statistiche, rimane il fatto che la Iuventa rappresentò una delle principali imbarcazioni civili coinvolte nelle attività di ricerca e salvataggio durante gli anni più intensi della crisi migratoria.

Il film sceglie di concentrarsi soprattutto sull’esperienza umana dei volontari, mostrando come persone prive di una formazione specifica si siano trovate improvvisamente a gestire emergenze continue, operando in condizioni estremamente difficili. Pur condensando diversi eventi e modificando alcuni nomi dei protagonisti, la narrazione conserva il nucleo essenziale di quanto realmente accaduto.

Il sequestro della nave e il lungo processo concluso con il proscioglimento degli imputati

23.000 vite film Netflix
Foto di © Netflix

La parte più delicata della storia reale riguarda quanto avvenne nell’agosto del 2017. La Iuventa attraccò nel porto di Lampedusa, dove venne sequestrata dalle autorità italiane nell’ambito di un’indagine sull’ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Negli anni successivi la Procura di Trapani sviluppò una vasta inchiesta che coinvolse diversi membri dell’equipaggio e alcune organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi in mare.

Nel 2021 venne depositato un fascicolo di circa trentamila pagine e furono formulate accuse nei confronti di ventuno persone e tre organizzazioni. Il procedimento giudiziario si protrasse per diversi anni, con oltre quaranta udienze preliminari, diventando uno dei casi più rilevanti mai aperti in Europa nei confronti di operatori civili impegnati nelle missioni di salvataggio nel Mediterraneo.

La vicenda arrivò a una svolta il 19 aprile 2024, quando il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Trapani pronunciò una sentenza di non luogo a procedere, stabilendo che non vi erano i presupposti per celebrare il processo. La decisione pose fine a una controversia giudiziaria durata quasi sette anni e venne accolta con favore da numerose organizzazioni internazionali per i diritti umani, che avevano sostenuto fin dall’inizio l’operato dell’equipaggio della Iuventa.

La storia vera di 23.000 vite racconta uno dei dibattiti più complessi dell’Europa contemporanea

23.000 vite film 2026
Foto di © Netflix

A differenza di molti film ispirati a eventi reali, 23.000 vite sceglie di raccontare una vicenda ancora molto vicina nel tempo e tuttora oggetto di dibattito pubblico. Il film non ricostruisce ogni dettaglio della lunga vicenda giudiziaria, preferendo concentrarsi sulle motivazioni personali che spinsero un gruppo di giovani a intervenire davanti a un’emergenza umanitaria senza precedenti.

Questa scelta narrativa rende la storia accessibile anche a chi conosce poco il contesto della crisi migratoria, lasciando però emergere tutta la complessità delle questioni affrontate. Il rapporto tra diritto internazionale, soccorso in mare, politiche migratorie e responsabilità degli Stati rimane infatti sullo sfondo di ogni evento raccontato, conferendo alla vicenda una dimensione che va ben oltre quella dei singoli protagonisti.

Alla domanda se 23.000 vite sia tratto da una storia vera, la risposta è dunque affermativa. I personaggi principali sono in parte romanzati e alcuni episodi vengono sintetizzati per esigenze cinematografiche, ma il film si ispira direttamente alla nascita di Jugend Rettet, alle missioni della nave Iuventa e al lungo procedimento giudiziario conclusosi nel 2024. È proprio questo legame con fatti realmente documentati a dare particolare forza a un racconto che invita a riflettere su uno dei temi più delicati dell’Europa contemporanea.

Odissea: i più grandi cambiamenti che Christopher Nolan ha apportato alla storia di Omero

Odissea è l’epica rivisitazione di Christopher Nolan dell’antico poema, che narra le sfide affrontate da Ulisse durante il suo viaggio di ritorno a casa dopo aver contribuito alla vittoria nella guerra di Troia. In quanto adattamento, il film presenta alcuni tocchi moderni e alcune scelte che allontanano la vicenda dal testo originale.

Nuovi elementi narrativi, come l’apparizione di Atena a Ulisse sotto le spoglie di una sacerdotessa uccisa durante il saccheggio di Troia o la maggiore attenzione al soldato Sinone, arricchiscono la narrazione di Nolan. Oltre a ciò, tuttavia, l’adattamento apporta diverse piccole ma significative modifiche al materiale di partenza.

Queste modifiche includono l’accorpamento di alcune delle isole visitate da Ulisse e la loro fusione in un’unica entità. In altri casi, forze soprannaturali e sfide minori vengono eliminate dalla storia. Le modifiche funzionano bene ai fini del ritmo narrativo, ma vale comunque la pena sapere quali ritocchi sono stati introdotti nell’Odissea nella versione di Nolan del poema epico.

I Lestrigoni sono diversi

Molti teaser dell’Odissea mostravano i giganteschi soldati noti come Lestrigoni, che vengono reinterpretati rispetto alle tipiche raffigurazioni negli adattamenti della storia. Nel poema epico originale, i Lestrigoni sono molto più brutali nella loro carica contro i soldati greci, arrivando persino a divorare molti dei soldati catturati.

Invece, solo il ciclope Polifemo divora i soldati, accentuando la sua natura disumana ed evitando situazioni ripetitive. Mentre nel poema i Lestrigoni distruggono undici navi, nel film ne distruggono solo due. In entrambi i casi, questo lascia Ulisse con il solo equipaggio. I Lestrigoni del film utilizzano tattiche militari diverse, invece di limitarsi a lanciare massi e lance contro i Greci.

Ulisse non usa mai il trucco del “Nessuno”

Ciclopi al cinema -Polifemo in Odissea
Polifemo nel film Odissea

A proposito di Polifemo, l’incontro con il ciclope è rappresentato in gran parte fedelmente al materiale originale. Tuttavia, sebbene Ulisse e i suoi uomini riescano a fuggire in parte accecandolo, l’ira della creatura si scatena ulteriormente quando un Ulisse furioso gli scaglia contro un’altra freccia, facendolo infuriare.

Nel poema originale, le modalità esatte della fuga e l’inganno di Ulisse sono diversi. Pur accecando il ciclope, gli parlano e lo fanno ubriacare prima. Ulisse agisce anche fingendosi “Nessuno”, evitando inizialmente di essere incolpato per averlo ferito, dato che il ciclope può invocare vendetta solo contro “Nessuno”. Tuttavia, il suo ego lo spinge a rivelare il proprio nome, attirandosi l’ira di Poseidone.

Calipso usa i fiori di loto

I fiori di loto sono una sostanza potente in entrambe le versioni dell’Odissea, capace di annebbiare la mente e sopprimere i ricordi. Nella versione di Nolan, Calipso usa i fiori per alleviare i dolori di Ulisse durante la convalescenza e li utilizza anche per tenerlo prigioniero sulla sua isola.

Nella storia originale, Calipso lo tiene prigioniero finché Ermes, su richiesta di Zeus e Atena, non la costringe a liberarlo. Mentre i mangiatori di loto sono una popolazione del Peloponneso che usano i fiori per far addormentare i visitatori. È probabile che Nolan abbia deciso di accorpare l’incontro con i lotofagi al personaggio di Calipso per contrarre un elenco di aneddoti altrimenti lunghissimo.

Ulisse non rimane con Circe per un anno intero

L’incontro con Circe nell’Odissea è una versione inquietante ed efficace della scena del poema, Circe trasforma gli uomini di Ulisse in maiali e si arrende solo quando lui minaccia sua sorella. Prima di congedarlo, gli dà alcuni consigli su come proseguire nella sua impresa, accennandogli anche che sarà l’unico dei suoi uomini a tornare a casa.

La visita dell’equipaggio all’isola di Circe è breve nel film, ma nella storia originale dura un anno. Inoltre, nel testo originale, Circe è raffigurata come una tentatrice molto più astuta, che usa una voce ammaliante per attirare gli uomini nella sua trappola.

Ulisse non si lega sentimentalmente né a Calipso né a Circe

Odissea
Matt Damon è Ulisse e Zendaya è Atena in Odissea scritto, prodotto e diretto Christopher Nolan. © Universal Studios. All Rights Reserved.

Un cambiamento fondamentale rispetto a ciò che è socialmente accettabile oggi rispetto a ciò che ci si aspettava nell’antichità: nella versione dell’Odissea di Nolan, Ulisse rimane fedele a Penelope. Sebbene sia “felice” con Calipso, il suo cuore appartiene a un’altra, il che alla fine spinge Calipso a lasciarlo tornare a casa.

Nella storia originale, Ulisse intrecciò relazioni amorose sia con Calipso che con Circe. Nelle storie ambientate dopo l’Odissea, come la Teogonia di Esiodo, Circe e Ulisse ebbero addirittura un figlio, Telegono. Nel poema, questo non influisce sul suo amore per Penelope, ma complica la dinamica da una prospettiva moderna.

Ulisse non va mai dai Feaci

Nell’Odissea di Nolan, Ulisse riesce finalmente a tornare a Itaca subito dopo aver lasciato l’isola di Calipso. Nell’Odissea originale, il primo luogo in cui Ulisse approda è la patria dei Feaci. Sono loro a cui racconta la sua storia, invece di narrarla a Calipso mentre recupera la memoria.

I Feaci sono praticamente eliminati dall’intera storia nell’adattamento di Nolan. È comprensibile, dato che il loro ruolo è più o meno sostituito dal recupero della memoria di Ulisse mentre si trova con Calipso. Come per la maggior parte dei tagli e delle modifiche apportate al film, sembra che siano stati fatti principalmente per ragioni di ritmo e per condensare la storia. Con i Feaci, viene tagliato a tutti gli effetti anche il personaggio di Nausicaa.

Niente borsa dei venti

Uno degli elementi soprannaturali della storia originale che è stato eliminato dal film di Nolan è la borsa dei venti di Eolo. Dopo aver ricevuto in dono la borsa dal re durante il loro viaggio, Ulisse si infuria quando l’equipaggio la apre completamente mentre si avvicinano a Itaca, facendoli deviare dalla rotta e prolungando il loro viaggio di anni.

La borsa e Eolo sono completamente eliminati dalla versione cinematografica. Questo elimina il breve momento di tregua concesso all’equipaggio, mantenendo alta la tensione per tutta la durata del film. Inoltre, priva gli eroi di uno strumento palesemente soprannaturale, elemento che sottolinea le difficoltà che dovranno affrontare per tornare a casa.

Ulisse incontra persone diverse al fiume Stige

Matt Damon in azione in Odissea (2026)
© Universal Studios.

La visita di Ulisse all’Ade è un momento cruciale in entrambe le versioni dell’Odissea, poiché fornisce all’equipaggio le informazioni necessarie per completare il viaggio di ritorno. Per ottenere queste informazioni, sono costretti a confrontarsi con gli spiriti di guerrieri e amici defunti. Tuttavia, le persone con cui parlano sono diverse nel film rispetto al poema.

Sebbene il profeta cieco Tiresia sia presente in entrambe le versioni, nella versione di Nolan Ulisse viene accolto solo da Sinone e dal suo re Agamennone. I due gli rivolgono recriminazioni e avvertimenti prima che gli spiriti dei soldati scaccino i vivi. Nella versione originale, Ulisse incontrava Agamennone, ma anche Achille, sua madre Anticlea, e vedeva una porzione maggiore dell’Ade prima di fuggire.

L’attenzione su Sinone è inoltre legata a una delle principali aggiunte di Nolan nel film, che sottolinea il destino di Antinoo. Dei flashback rivelano che Sinone prese il posto di Antinoo nel reclutamento per la guerra di Troia, con Ulisse che riporta il segnalino ad Antinoo. Rendendo Sinone uno dei personaggi accolti nell’Ade, questo elemento prepara il terreno per le ultime parole di Ulisse ad Antinoo prima di ucciderlo.

Telemaco scopre l’identità di Ulisse grazie a Argo

Uno dei momenti più toccanti di ricongiungimento nell’Odissea è la scena in cui Ulisse saluta brevemente il suo vecchio cane Argo. Il cane da caccia ha atteso il ritorno del suo padrone, accogliendolo calorosamente prima di spegnersi in pace. È questo che rivela l’identità di Ulisse a Telemaco nel film.

Questa scena è abbastanza fedele alla storia originale, ma con una differenza fondamentale: Telemaco non è presente a quel ricongiungimento. Il ragazzo scopre l’identità di suo padre quando gli fa visita insieme al porcaro Eumeo, momento in cui i due pianificano l’attacco contro i pretendenti.

Gli dei non sono presenti nell’Odissea di Nolan tanto quanto nell’originale

Sebbene l’influenza del pantheon greco sia percepibile in tutta l’Odissea, gli dei stessi sono in gran parte assenti dalla storia. Nel testo originale, Atena convince Zeus a permettere a Ulisse di tornare a casa, e per questo motivo Ermes svolge ripetutamente un ruolo chiave di supporto nei suoi tentativi di fuga.

Atena appaia in diverse visioni nel film, ma Ermes è completamente assente. L’influenza di Zeus è in gran parte limitata al rispetto delle sue leggi da parte dei Greci, e alla sua vendetta quando gli uomini di Ulisse mangiano le vacche di Apollo. È una piccola differenza, ma che allontana ulteriormente Ulisse dalle divinità che regolarmente frustra.

La sfida del letto è stata tagliata

Mia Goth è Melantho e Anne Hathaway è Penelope in Odissea scritto, prodotto e diretto Christopher Nolan. © Universal Studios. All Rights Reserved.

Una modifica sostanziale al finale dell’Odissea riguarda i momenti finali del film, dopo la sconfitta dei Proci. Nella storia originale, Penelope pone a Ulisse un’ultima sfida: spostare il loro letto matrimoniale. Tuttavia, Ulisse sa che è scolpito in un tronco d’albero e che non può essere spostato, dimostrando così definitivamente la sua identità.

Quest’ultima sfida è stata tagliata dal film, Penelope finalmente si ricongiunge al marito dopo che questi ha sconfitto i pretendenti. Ciò permette alla grande battaglia di essere il culmine del film e consente all’Odissea di concludersi con un momento di trionfo più pacato, prima che Ulisse e Penelope si riuniscano e si dirigano verso occidente.

L’esilio

Il finale del film di Nolan vede Ulisse e Penelope salpare verso Occidente. Lì il re di Itaca ha promesso di rendere omaggio finalmente ai compagni caduti e lasciati insepolti, ma lì abbraccerà anche il suo esilio, dopo aver infranto le leggi dell’ospitalità di Zeus, sia nella presa di Troia che nella strage dei Proci.

La modifica di questo finale da una parte riecheggia con la lettura dantesca della sorte di Ulisse, dall’altra abbraccia il cambiamento che Nolan ha apportato al suo personaggio, rendendolo un uomo contemporaneo e più vicino alla sensibilità moderna.

Heartstopper Forever, spiegazione del finale: come si conclude la storia tra Nick e Charlie?

Dopo 3 stagioni, Heartstopper Forever conclude la storia di Nick e Charlie con un film. La coppia affronta l’ultimo anno di scuola, la loro prima vera separazione e difficili interrogativi sul futuro dopo il diploma. Il film li segue per un intero anno scolastico, per poi concludersi con uno sguardo al loro destino.

Charlie diventa rappresentante degli studenti

La storia inizia durante l’ultimo anno di scuola di Nick e Charlie. Charlie pronuncia un discorso toccante durante la sua candidatura a rappresentante degli studenti. Parla apertamente di essere uno dei pochi studenti dichiaratamente gay a scuola e ricorda come il bullismo e l’omofobia abbiano influenzato la sua esperienza. Invece di concentrarsi solo su se stesso, Charlie sostiene che la scuola dovrebbe essere un luogo più sicuro per tutti, indipendentemente da chi siano.

Il discorso risuona tra gli studenti di tutta la scuola. Alla fine delle elezioni, Charlie vince con il 61% dei voti e diventa rappresentante degli studenti. Fuori dalla scuola, Nick e Charlie iniziano a parlare più seriamente del futuro. Nick rivela che Leeds è la sua prima scelta universitaria. Charlie cerca di rimanere positivo riguardo alla distanza, scherzando persino sul fatto che può imparare a guidare o prendere il treno. Allo stesso tempo, entrambi iniziano a costruirsi una vita al di fuori della loro relazione. Charlie trova lavoro in una caffetteria, mentre Nick fatica a scrivere la sua lettera di presentazione per l’università.

Un intoppo arriva quando la proposta di Charlie di fondare un gruppo studentesco queer viene respinta dall’amministrazione scolastica.

Heartstopper ForeverL’inverno porta nuove preoccupazioni

Con l’arrivo dell’inverno, Michael torna e continua ad allenarsi come pattinatore agonista, mentre la sua relazione con Tori si rafforza. Nick, tuttavia, sta lottando contro l’ansia. Una notte fa un incubo in cui Charlie muore. Il sogno lo sconvolge perché gli ricorda i problemi di salute mentale di Charlie dell’anno precedente. Nel profondo, Nick è terrorizzato all’idea di poter ignorare di nuovo i segnali d’allarme.

La pressione inizia a manifestarsi in altri modi. Durante una serata con gli amici, Nick beve troppo, si caccia in una discussione, diventa geloso quando un altro ragazzo parla con Charlie e alla fine si scaglia contro di lui. La mattina seguente, Charlie si rende conto che qualcosa sta seriamente turbando Nick.

Nick si rifiuta di spiegare completamente cosa sta succedendo, mentre Charlie si preoccupa sempre di più. In seguito, il terapeuta di Charlie suggerisce che ulteriore stress potrebbe contribuire ad alcune delle difficoltà che sta affrontando.

Nick finalmente si confida

Dopo che Nick si infortuna durante una partita di rugby, Charlie gli organizza una sorpresa. All’interno di una capanna di coperte illuminata, Charlie regala a Nick una macchina fotografica per documentare il suo ultimo anno prima dell’università. Questo momento diventa una delle scene più importanti del film.

Nick finalmente rivela l’incubo che lo tormenta da settimane. Nel sogno, Charlie muore e Nick si incolpa di non aver colto i segnali. La confessione aiuta a spiegare perché è diventato così ansioso e iperprotettivo. Charlie lo rassicura dicendogli che è amato e che è importante per lui. Per la prima volta dopo mesi, Nick condivide pienamente i suoi sentimenti e i due si riconnettono emotivamente.

Heartstopper ForeverLa primavera porta nuove sfide

Con l’arrivo della primavera, Charlie non ha ancora abbandonato l’idea di creare uno spazio queer a scuola. Con il supporto del signor Ajayi, riesce finalmente a fondare il gruppo. Il club cresce rapidamente oltre le aspettative e diventa un luogo in cui gli studenti possono incontrarsi e allo stesso tempo raccogliere fondi per le comunità LGBTQ+.

Nel frattempo, Nick inizia a fare volontariato in un canile. Il lavoro gli offre un’attività al di fuori della scuola e del rugby, aiutandolo a sviluppare la propria identità in vista dell’università. Nick viene infine ammesso a Leeds. Più si avvicina la partenza, più entrambi i ragazzi iniziano a preoccuparsi per il futuro.

Charlie incoraggia Nick a non pensare solo a lui. Intorno a loro, diversi amici si trovano ad affrontare domande sull’università, sulle relazioni a distanza e sull’allontanamento. Queste conversazioni iniziano a influenzare Charlie. Si preoccupa sempre di più del fatto che tutti diano per scontato che le relazioni adolescenziali siano destinate a fallire.

Nick e Charlie si lasciano

La tensione raggiunge finalmente il culmine. Nick si sente ferito e incompreso. Charlie crede che Nick si stia allontanando da lui. Entrambi cercano di proteggersi a vicenda, ma nessuno dei due dice esattamente di cosa ha bisogno. Charlie suggerisce che forse dovrebbero prendersi una pausa. Si chiede persino se una rottura potrebbe rendere Nick più felice, perché Nick non si sentirebbe più responsabile per lui.

Nick non è d’accordo, insistendo sul fatto che stare con Charlie è ciò che lo rende felice. Ma Charlie ribatte che nessuno dovrebbe dipendere completamente da un’altra persona per la propria felicità. La conversazione si conclude con la loro rottura. È senza dubbio il momento più doloroso del film.

Heartstopper ForeverLa vita separati è più difficile del previsto

Il film si divide quindi tra le esperienze separate di Nick e Charlie durante l’estate. Charlie cade in depressione dopo la rottura. Fatica a mangiare, passa lunghi periodi a letto e si affida al sostegno di Tori, dei suoi genitori, del suo terapeuta e dei suoi amici.

Un punto di svolta importante arriva durante le celebrazioni del Pride. Inizialmente Charlie vuole rimanere a casa, ma Elle lo convince a partecipare spiegandogli quanto siano importanti la comunità e la visibilità in un momento difficile. Anche Nick sta attraversando un periodo difficile.

Al Pride e più tardi in un locale, i due ragazzi si rivedono. Nessuno dei due sa come avvicinarsi all’altro. Amici come Isaac e Tao fanno notare ciò che sembra ovvio a tutti gli altri: Nick e Charlie sono sempre stati più forti quando affrontano i problemi insieme. Alla fine, Nick inizia ad affrontare un problema più profondo.

Si rende conto che gran parte della sua paura deriva dal suo rapporto con il padre. Per anni, si è convinto che se avesse commesso degli errori, le persone lo avrebbero abbandonato. Quella paura lo ha seguito anche nella sua relazione con Charlie. Una conversazione con sua madre lo aiuta finalmente a capire che l’amore è una scelta che le persone fanno ogni giorno, non qualcosa di garantito dal destino.

Nick e Charlie ritrovano la strada

La riunione inizia quando Charlie invia a Nick delle fotografie scattate con la macchina fotografica che gli aveva regalato tempo prima. Insieme alle foto, arriva un invito a incontrarsi in spiaggia. Lì, i due finalmente hanno la conversazione sincera che avrebbero dovuto avere mesi prima.

Charlie ammette di aver sempre creduto che la loro relazione fosse diversa dalle altre. Nick ammette di avere difficoltà a capire ed esprimere i suoi sentimenti come fa Charlie. Soprattutto, riconoscono di aver smesso di comunicare. Nessuno dei due incolpa l’altro. Al contrario, riconoscono di amarsi ancora e di volere ancora un futuro insieme. Alla fine della giornata, Nick e Charlie sono di nuovo insieme.

Il ballo di fine anno e l’addio definitivo

La parte finale del film si svolge al ballo di fine anno. Tutti iniziano a guardare al futuro. Tara e Darcy progettano di viaggiare. Isaac parla di scrivere un libro. Imogen immagina ambiziose possibilità per il suo futuro. Elle si prepara a studiare arte a Berlino, mentre Tao continua a sostenere i suoi sogni.

Nick e Charlie discutono su come gestire una relazione a distanza. Nick tornerà a casa regolarmente e Charlie andrà a trovarla a Leeds. Per la prima volta, Charlie riesce a immaginare quel futuro. Il film si conclude con un parallelismo al loro primo bacio, ricordando agli spettatori quanta strada hanno fatto da quando si sono conosciuti.

Heartstopper ForeverSpiegazione del finale di Heartstopper Forever

L’epilogo mostra cosa succede a tutti dopo la laurea. Tara e Darcy viaggiano. Michael raggiunge il suo obiettivo di partecipare alle Olimpiadi invernali. Isaac sta scrivendo il suo libro. Elle studia arte a Berlino e Tao le fa una sorpresa andandola a trovare.

Charlie va regolarmente a Leeds a trovare Nick. Le scene finali mostrano Charlie completamente integrato nella vita universitaria di Nick. Conosce i suoi amici, passa del tempo con lui a Leeds e continua a costruire il loro futuro insieme. L’ultima immagine è particolarmente significativa.

Charlie scopre un album di ritagli pieno di fotografie e ricordi della loro relazione. Sebbene molte pagine siano già state riempite, ne restano ancora innumerevoli di bianche. La loro storia non è finita. Semplicemente, continua oltre l’inquadratura.

Le domande principali su Heartstopper Forever

Nick e Charlie si lasciano in Heartstopper Forever?

Sì. Nick e Charlie si lasciano nella seconda metà del film, dopo aver affrontato le paure legate all’università, alla distanza e al loro futuro insieme.

Nick e Charlie tornano insieme?

Sì. Dopo aver trascorso del tempo separati e aver superato i loro problemi personali, si ritrovano durante un incontro in spiaggia.

Come finisce Heartstopper Forever?

Il film si conclude con Charlie che va a trovare Nick a Leeds. Le scene finali li mostrano mentre continuano la loro relazione e guardano al futuro.

Odissea segna ufficialmente l’inizio di una nuova era per Christopher Nolan

Christopher Nolan è tornato con un nuovo film e Odissea segna l’inizio di una nuova fase della sua carriera, che non potrebbe essere più entusiasmante. Pochissimi registi possono vantare un percorso paragonabile al suo: per molti è già uno dei più grandi cineasti di sempre, e non è difficile capire il perché.

Nolan è in grado di eccellere in generi completamente diversi, facendo degli effetti pratici uno dei tratti distintivi del suo cinema, in un’epoca in cui Hollywood si affida sempre più spesso alla CGI. Insieme a pochi altri autori come Denis Villeneuve e Quentin Tarantino, è riuscito a trasformare ogni sua nuova uscita cinematografica in un vero e proprio evento.

Basta osservare la sua filmografia per comprenderlo. Ha reinventato l’universo DC con una trilogia supereroistica realistica che comprende alcuni dei migliori film dedicati a Batman, incluso quello che per molti resta il migliore di tutti: Il cavaliere oscuro. Ha firmato capolavori della fantascienza come Inception e Interstellar, thriller come Memento e Insomnia, oltre a molte altre opere di grande impatto.

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Sempre pronto a cambiare direzione, Nolan ha fatto della continua sperimentazione uno degli elementi più affascinanti del suo percorso artistico. È un regista capace di trasformare un biopic complesso come Oppenheimer in un fenomeno da quasi un miliardo di dollari al botteghino. Questa voglia di mettersi continuamente alla prova emerge anche in Odissea, il progetto più ambizioso della sua carriera, e i primi risultati sembrano già dargli ragione.

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Cariddi in Odissea

Odissea è il primo fantasy epico di Christopher Nolan

Dopo aver esplorato numerosi generi, Odissea rappresenta una vera prima volta per Christopher Nolan, che si confronta con un fantasy epico tratto da una delle opere più celebri della letteratura mondiale. Per un autore che ha sempre cercato il massimo realismo possibile, anche quando raccontava storie di fantascienza o film di supereroi come quelli dedicati a Batman, si tratta di un cambiamento significativo.

Il film introduce apertamente divinità e creature fantastiche. Gli spettatori troveranno personaggi come la dea Atena, la maga Circe, il Ciclope, i giganteschi Lestrigoni e molte altre figure tratte dal poema di Omero.

Se fosse stato diretto da qualcun altro, sarebbe stato naturale aspettarsi un largo impiego della CGI, come accade in produzioni quali Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo. Ma stiamo parlando di Christopher Nolan. Per questo motivo il regista porta ancora una volta al limite l’utilizzo degli effetti pratici, realizzando scenografie monumentali, giganteschi animatroni per dare vita alle creature fantastiche e girando numerose sequenze direttamente in mare aperto, con l’obiettivo di rendere questo fantasy il più autentico possibile.

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Ciclope Polifemo in Odissea
Polifemo in Odissea © Universal Studios. All Rights Reserved.

I primi risultati dimostrano che la scelta ha funzionato

Sebbene Odissea sia arrivato nelle sale soltanto il 16 luglio, i primi segnali indicano già che questa nuova fase della carriera di Christopher Nolan potrebbe rivelarsi la migliore di sempre.

Le recensioni della critica sono infatti estremamente positive: al momento della pubblicazione dell’articolo il film vantava un impressionante 96% di recensioni favorevoli su Rotten Tomatoes, ottenendo il marchio Certified Fresh e diventando il film meglio recensito dell’intera carriera del regista. Un risultato che supera persino Memento e Il cavaliere oscuro, entrambi fermi al 94%.

Ma non è l’unico record che Odissea sembra destinato a infrangere. Secondo le stime riportate da Deadline, il fantasy epico dovrebbe esordire con un incasso mondiale superiore ai 200 milioni di dollari nel primo fine settimana di programmazione. Se le previsioni saranno confermate, si tratterà del miglior debutto della carriera di Nolan, superando anche gli 181,1 milioni di dollari raccolti da Oppenheimer all’esordio mondiale.

Tutto lascia quindi pensare che questa nuova fase della filmografia di Christopher Nolan sia partita nel migliore dei modi e che Odissea possa rappresentare uno dei momenti più importanti della sua carriera.

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The Batman – Parte II: Matt Reeves conferma un cambiamento nella Batsuit

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Matt Reeves ha confermato uno dei primi dettagli ufficiali sul costume di Robert Pattinson in The Batman – Parte II. Dopo la diffusione del primo camera test del film, alcuni fan avevano notato una piccola ma significativa differenza nel design della maschera: le iconiche orecchie del Batman interpretato da Pattinson sembravano più lunghe rispetto al primo capitolo. Il regista ha ora confermato che si tratta di una modifica reale, offrendo il primo dettaglio concreto sul look del Cavaliere Oscuro nel sequel.

La conferma è arrivata direttamente su X, dove Reeves ha risposto a un utente che chiedeva se fosse “pazzo” ad aver notato il cambiamento. La risposta del regista è stata semplice ma inequivocabile: “Non sei pazzo”, accompagnata da un’emoji del pipistrello. Il filmato mostrava soltanto il volto e parte delle spalle di Batman, rendendo difficile individuare eventuali altre modifiche al costume. La notizia arriva pochi giorni dopo il rinvio dell’uscita del film, slittata dal 1° ottobre 2027 al 18 febbraio 2028, mentre le riprese sono iniziate lo scorso mese tra gli studi Warner Bros. di Leavesden e diverse location in Scozia.

Il dettaglio potrebbe sembrare marginale, ma racconta molto dell’approccio di Matt Reeves al suo universo narrativo. Ogni elemento estetico del costume di Batman è stato progettato per riflettere l’evoluzione del personaggio e un piccolo intervento sul design suggerisce che Bruce Wayne stia perfezionando gradualmente il proprio equipaggiamento, senza stravolgere la filosofia realistica che ha caratterizzato il primo film.

Il nuovo Batsuit riflette l’evoluzione del Batman di Robert Pattinson

Al momento Matt Reeves non ha confermato altre modifiche al costume, anche se il camera test lascia intuire la presenza di un paramento leggermente rivisto, forse con una protezione del mento più pronunciata. L’ambientazione innevata mostrata nel filmato conferma inoltre quanto anticipato dal regista nei mesi scorsi: Gotham City sarà immersa in un inverno rigido, un elemento atmosferico destinato a influenzare il tono del racconto.

Dal punto di vista narrativo, il sequel dovrebbe svolgersi soltanto pochi mesi dopo gli eventi di The Batman, rendendo improbabile una trasformazione radicale dell’armatura di Bruce Wayne. Più plausibile che il protagonista abbia introdotto una serie di miglioramenti progressivi, coerenti con un Batman ancora agli inizi della propria carriera e lontano dalla tecnologia sofisticata vista in altre incarnazioni cinematografiche del personaggio.

Oltre a Robert Pattinson, torneranno Andy Serkis nel ruolo di Alfred Pennyworth, Jeffrey Wright come James Gordon e Colin Farrell nei panni di Oswald Cobblepot, dopo gli eventi della serie The Penguin. Tra le novità del cast figurano Scarlett Johansson, Sebastian Stan, Charles Dance e Brian Tyree Henry, anche se i rispettivi ruoli restano ancora avvolti dal mistero.

Con le riprese finalmente in corso e Matt Reeves sempre più attivo sui social nel condividere aggiornamenti, è probabile che nelle prossime settimane emergano nuovi dettagli sul film. Per ora, la conferma del nuovo design del Batsuit rappresenta il primo indizio concreto sull’evoluzione visiva del Cavaliere Oscuro nel secondo capitolo della saga.

Manca un mese all’uscita della nuova imperdibile serie poliziesca in 8 puntate della HBO

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Manca ormai un mese al debutto di Lanterns, la nuova serie dell’Universo DC che arriverà su HBO il 16 agosto. Ma chi si aspetta una classica avventura cosmica dedicata alle Lanterne Verdi potrebbe rimanere sorpreso: il progetto punta infatti a raccontare una vera e propria storia investigativa, tanto da essere già accostato a uno dei più grandi successi della rete, True Detective.

Fin dal suo annuncio, Lanterns è stata presentata come una serie capace di mescolare fantascienza, noir e supereroi. I protagonisti saranno Hal Jordan e John Stewart, due membri del Corpo delle Lanterne Verdi chiamati a indagare su un misterioso caso in una piccola cittadina americana. Un’impostazione decisamente diversa rispetto alle tradizionali storie ambientate nello spazio che hanno caratterizzato il franchise nei fumetti.

Con Kyle Chandler nei panni di Hal Jordan e Aaron Pierre in quelli di John Stewart, la serie rappresenta uno dei progetti più attesi del nuovo DC Universe guidato da James Gunn.

Lanterns punta su un noir investigativo per rilanciare le Lanterne Verdi nel nuovo DC Universe

Kyle Chandler in lanterns

Dopo il deludente film Green Lantern del 2011 con Ryan Reynolds, il Corpo delle Lanterne Verdi è rimasto a lungo lontano dal cinema e dalla televisione. Lanterns punta invece a riportare il franchise al centro dell’universo DC con un approccio completamente differente.

L’indagine che coinvolgerà Hal Jordan e John Stewart si svilupperà infatti in un’atmosfera cupa e ricca di misteri, ricordando da vicino il tono di True Detective più che quello di una tradizionale serie di supereroi. Accanto ai due protagonisti compariranno anche personaggi iconici come Sinestro, destinato ad avere un ruolo importante nello sviluppo della nuova saga.

A rafforzare le aspettative contribuisce anche il team creativo composto da Chris Mundy (Ozark), Damon Lindelof (Lost, Watchmen) e Tom King, autore di alcuni dei fumetti DC più apprezzati degli ultimi anni.

Il debutto di Lanterns arriva inoltre in un momento delicato per il DC Universe. Dopo l’accoglienza tiepida riservata a Supergirl, la serie rappresenta una delle produzioni chiamate a consolidare la nuova strategia di James Gunn. Se riuscirà davvero a combinare il fascino del noir investigativo con la mitologia delle Lanterne Verdi, potrebbe diventare una delle sorprese televisive più importanti dell’anno.

Avengers: il legame tra “Doomsday” e il finale di “Loki” spiegato da Tom Hiddleston

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Il finale di Loki avrà un ruolo fondamentale in Avengers: Doomsday. A confermarlo è stato Tom Hiddleston, che ha rassicurato i fan sul fatto che il prossimo kolossal dei Marvel Studios non ignorerà il percorso compiuto dal Dio dell’Inganno nella serie Disney+, ma anzi lo utilizzerà come punto di partenza per la nuova fase della sua storia.

Intervistato da The Hollywood Reporter, l’attore ha spiegato che gli eventi raccontati nelle due stagioni di Loki resteranno pienamente canonici anche nel nuovo film degli Avengers.

“Loki sembrava una conclusione. Quando però Marvel mi ha chiamato per Avengers: Doomsday, ho capito che il film sarebbe partito proprio da quel finale. Non c’è alcuna intenzione di cancellare o annullare tutto quello sviluppo: quel percorso rimane il punto da cui iniziare.”

Le parole di Hiddleston confermano quindi che il Loki visto alla fine della serie continuerà a essere il Custode del Multiverso, mantenendo il ruolo assunto nell’episodio conclusivo della seconda stagione.

Il Loki diventato Custode del Multiverso sarà centrale nella Saga del Multiverso

Loki the void vuoto
Credit © Disney/Marvel Studios

Alla fine di Loki 2, il Dio dell’Inganno distrugge il Telaio Temporale della TVA, salva le linee temporali destinate a morire e le ricompone assumendo il ruolo di guardiano dell’intero Multiverso, rappresentato simbolicamente dall’albero cosmico Yggdrasil.

Secondo Hiddleston, questa evoluzione non verrà modificata in Avengers: Doomsday, che anzi costruirà la sua storia proprio a partire da quella nuova condizione del personaggio. Una scelta che appare coerente con il ruolo centrale che il Multiverso avrà nel film, destinato a inaugurare il capitolo conclusivo della Saga del Multiverso.

Inizialmente il grande antagonista della pellicola avrebbe dovuto essere Kang il Conquistatore, ma dopo l’uscita di scena di Jonathan Majors, i Marvel Studios hanno deciso di sostituirlo con Doctor Doom, interpretato da Robert Downey Jr.. Nonostante questo cambiamento, Loki continuerà a essere una figura chiave degli eventi che coinvolgeranno gli Avengers, i Fantastici Quattro, gli X-Men e gli altri eroi del Marvel Cinematic Universe.

Resta invece ancora un’incognita l’eventuale reunion tra Loki e Thor. L’ultima versione del Dio del Tuono, infatti, non è ancora a conoscenza dell’esistenza di questa variante del fratello, rendendo un loro possibile incontro uno degli aspetti più attesi del film.

Avengers: Doomsday arriverà nelle sale il 18 dicembre 2026.

X-Men ’97 potrebbe arrivare fino alla stagione 5? Il regista parla del futuro della serie Marvel

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Il futuro di X-Men ’97 potrebbe essere molto più lungo di quanto previsto inizialmente. Mentre la seconda stagione continua a conquistare pubblico e critica su Disney+, il regista e produttore Larry Houston ha parlato della possibilità che la serie animata prosegua ben oltre la quarta stagione già confermata.

Intervistato da The Direct, Houston ha spiegato che il suo obiettivo sarebbe vedere X-Men ’97 raggiungere almeno cinque stagioni, se non addirittura sei. Secondo il regista, il formato streaming, con stagioni composte da meno episodi rispetto alla storica X-Men: The Animated Series, rende necessario avere più stagioni per sviluppare al meglio personaggi e archi narrativi.

“Se riuscissero almeno a eguagliare le cinque stagioni della serie originale sarebbe fantastico. Magari anche sei. Ma tutto dipende dal pubblico e da come verranno accolte le storie”, ha spiegato Houston.

Per Larry Houston cinque o sei stagioni permetterebbero di raccontare molte altre storie degli X-Men

X-Men '97

Houston ha ricordato che la serie animata originale poteva contare su circa 13 episodi per stagione, mentre X-Men ’97 ne propone soltanto otto o nove. Questo costringe gli autori a comprimere il racconto, lasciando meno spazio alla crescita dei personaggi e allo sviluppo delle situazioni.

Proprio per questo motivo, una quinta o addirittura una sesta stagione consentirebbero di esplorare molte delle storie pubblicate nei fumetti negli ultimi venticinque anni, materiale che la serie originale non aveva mai avuto modo di adattare.

Al momento Disney ha già confermato X-Men ’97 fino alla quarta stagione: la terza è attualmente in produzione, mentre la quarta è in fase di scrittura. Una quinta stagione non è ancora stata annunciata ufficialmente, ma le parole di Houston confermano che il team creativo guarda già al lungo periodo.

Intanto la seconda stagione continua a raccogliere consensi, ottenendo il 100% di recensioni positive su Rotten Tomatoes e confermandosi come una delle produzioni Marvel più apprezzate degli ultimi anni. Se questo livello di qualità e di interesse dovesse mantenersi costante, le possibilità di vedere X-Men ’97 proseguire oltre la quarta stagione sembrano tutt’altro che remote.

Lucky debutta al primo posto su Apple TV+: la nuova serie con Anya Taylor-Joy supera anche Silo

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È bastato un solo giorno perché Lucky, il nuovo thriller con Anya Taylor-Joy e Timothy Olyphant, conquistasse il pubblico di Apple TV+. La serie ha infatti debuttato direttamente al primo posto della Top 10 della piattaforma negli Stati Uniti, superando anche Silo, che sta attualmente trasmettendo la sua terza stagione.

Lanciata il 15 luglio, Lucky rappresenta uno dei nuovi titoli di punta di Apple TV+ nel genere thriller. Basata sull’omonimo romanzo di Marissa Stapley, la serie segue una truffatrice costretta a fuggire dopo che un colpo andato male la mette nel mirino sia della criminalità organizzata che dell’FBI. Nei primi giorni di disponibilità, il pubblico sembra aver premiato il mix di tensione, azione e dramma familiare proposto dalla produzione.

Il successo iniziale conferma ancora una volta la forza del catalogo thriller di Apple TV+, che negli ultimi anni ha lanciato serie di grande richiamo come Scissione (Severance), Slow Horses e Silo.

Anya Taylor-Joy guida un thriller che ha già conquistato il pubblico di Apple TV+

Oltre all’ottimo debutto nelle classifiche della piattaforma, Lucky è stata accolta positivamente anche dalla critica. Al momento la serie registra un 78% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, con particolare apprezzamento per le interpretazioni di Anya Taylor-Joy, Timothy Olyphant, Annette Bening e Aunjanue Ellis-Taylor.

Nonostante il successo, è improbabile che la serie abbia un seguito. Gli showrunner Cassie Pappas e Jonathan Tropper hanno infatti confermato che Lucky è stata concepita fin dall’inizio come una miniserie autoconclusiva, senza piani per una seconda stagione.

Per Anya Taylor-Joy si tratta inoltre del ritorno da protagonista in una serie televisiva dopo il trionfo de La regina degli scacchi (The Queen’s Gambit), mentre Timothy Olyphant continua il suo prolifico percorso sul piccolo schermo dopo produzioni come Justified, Deadwood e i suoi più recenti progetti televisivi.

I primi due episodi di Lucky sono già disponibili su Apple TV+, mentre i successivi verranno distribuiti settimanalmente fino al 19 agosto.

God of War, Prime Video cambia il volto di Kratos: Ryan Hurst lascia la serie dopo un grave incidente sul set

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Brutte notizie per la serie God of War di Prime Video. Ryan Hurst, scelto per interpretare Kratos nell’attesissimo adattamento del celebre videogioco PlayStation, ha dovuto abbandonare il progetto dopo aver riportato un grave infortunio durante le riprese. La produzione ha quindi deciso di sostituire l’attore con un nuovo interprete per il protagonista.

Secondo quanto riportato da Deadline, la decisione è arrivata dopo l’incidente avvenuto sul set il 16 luglio. Durante l’esecuzione di una scena d’azione, Hurst avrebbe riportato una seria lesione al bicipite che ha richiesto un intervento chirurgico. Le prime indiscrezioni, diffuse da TMZ, parlavano già di una lunga riabilitazione di diversi mesi, incompatibile con le esigenze produttive della serie.

La lavorazione avrebbe infatti dovuto essere rinviata almeno al 2027 per consentire all’attore di recuperare completamente, ma Prime Video avrebbe preferito procedere con un recasting per evitare uno slittamento così importante.

La serie di God of War dovrà ora trovare un nuovo Kratos prima di riprendere le riprese

Creata da Ronald D. Moore, la serie televisiva di God of War adatterà il ciclo narrativo nordico della saga videoludica di Santa Monica Studio, seguendo il viaggio di Kratos e del figlio Atreus attraverso i Nove Regni per esaudire l’ultimo desiderio di Faye.

Il cast comprende già Callum Vinson nel ruolo di Atreus, Teresa Palmer (Sif), Mandy Patinkin (Odino), Ólafur Darri Ólafsson (Thor), Ed Skrein (Baldur), Sonya Walger (Freya) e molti altri interpreti chiamati a dare vita ai personaggi più iconici della saga.

Al momento Prime Video non ha annunciato chi raccoglierà l’eredità di Ryan Hurst nei panni di Kratos, né è stata comunicata una data di uscita ufficiale della serie. La sostituzione del protagonista rappresenta però un cambiamento significativo per una delle produzioni più attese tratte da un videogioco, che dovrà ora trovare un nuovo volto capace di incarnare uno dei personaggi più iconici della storia PlayStation.

Il thriller distopico di Netflix, con il 96% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, torna con la seconda stagione e merita di avere lo stesso successo di Silo

Tra le serie di fantascienza degli ultimi anni, L’Eternauta è una di quelle che ha lasciato il segno senza fare il rumore che forse meritava. L’adattamento Netflix del celebre fumetto argentino di Héctor Germán Oesterheld e Francisco Solano López, accolto con un 96% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, tornerà con una seconda e ultima stagione, e ci sono buoni motivi per pensare che possa diventare uno dei più grandi eventi sci-fi della piattaforma.

Dopo un debutto che ha conquistato critica e pubblico, L’Eternauta ha costruito un mondo post-apocalittico ricco di misteri, evitando di limitarsi ai classici cliché del genere. Mentre molti spettatori lo hanno inevitabilmente accostato a Silo, la serie con Ricardo Darín ha dimostrato fin dai primi episodi di voler percorrere una strada diversa, molto più ambiziosa sul piano narrativo e concettuale. Con una seconda stagione già confermata, il confronto con il successo di Apple TV+ appare oggi più attuale che mai.

L’Eternauta parte da un’apocalisse, ma si trasforma in una storia molto più grande di un semplice racconto di sopravvivenza

Le prime puntate della serie sembrano muoversi su territori familiari. Una misteriosa nevicata tossica stermina gran parte della popolazione, costringendo i sopravvissuti a barricarsi nelle proprie abitazioni, in una situazione che richiama inevitabilmente l’isolamento raccontato in Silo. Anche qui il protagonista è spinto dalla necessità di capire cosa sia realmente accaduto e chi stia manipolando la verità.

Con il passare degli episodi, però, L’Eternauta cambia completamente prospettiva. L’apocalisse non è il vero centro della storia, ma soltanto il punto di partenza di un racconto che introduce un’invasione aliena molto più complessa del previsto. Dietro il conflitto emergono riflessioni sul controllo delle masse, sull’autoritarismo e sull’uso della paura come strumento di dominio, trasformando la fantascienza in una potente metafora politica.

Il finale della prima stagione apre inoltre scenari ancora più ambiziosi, suggerendo l’esistenza di fenomeni legati al viaggio tra dimensioni e alla manipolazione dello spazio-tempo, elementi destinati a diventare centrali nei prossimi episodi.

La seconda stagione potrebbe offrire una fantascienza ancora più ambiziosa di quella raccontata da Silo

Se Silo ha progressivamente orientato il proprio racconto verso il thriller politico e la lotta per il controllo del Silo 18, L’Eternauta sembra voler espandere continuamente il proprio universo narrativo. La serie non si limita infatti a raccontare una società oppressa, ma costruisce un conflitto che coinvolge civiltà extraterrestri, realtà parallele e una visione del tempo molto più articolata.

Questa differenza potrebbe rappresentare il suo principale punto di forza. Dove Silo procede spesso con un ritmo più riflessivo e lineare, la produzione Netflix sembra intenzionata ad accelerare continuamente la propria narrazione, evitando deviazioni superflue. Il fatto che la storia si concluderà proprio con la seconda stagione lascia inoltre immaginare un racconto molto compatto, privo di episodi riempitivi e orientato a portare rapidamente a compimento tutti i misteri introdotti nella prima parte.

Se riuscirà a mantenere le promesse del finale della prima stagione, L’Eternauta potrebbe imporsi non soltanto come una delle migliori serie sci-fi di Netflix, ma anche come uno dei più importanti racconti distopici degli ultimi anni, accanto a titoli come Silo, The Last of Us e Fallout.

Star Trek – Il futuro ha inizio: la spiegazione del finale del film di J.J. Abrams

Quando Star Trek – Il futuro ha inizio (leggi qui la recensione) arrivò nelle sale nel 2009, il compito affidato a J.J. Abrams sembrava quasi impossibile: rilanciare uno dei franchise più importanti della fantascienza senza cancellarne oltre quarant’anni di storia. Il risultato fu un film capace di parlare contemporaneamente ai fan storici e a un nuovo pubblico, trasformando il reboot in un racconto sulle origini di personaggi iconici come James T. Kirk e Spock, ma anche in una riflessione sul peso del destino e sulla possibilità di riscrivere il proprio futuro.

Il finale rappresenta il punto in cui queste due anime si incontrano. Da una parte si conclude lo scontro con Nero, responsabile della creazione della cosiddetta Kelvin Timeline; dall’altra nasce definitivamente l’equipaggio della USS Enterprise che tutti conoscono. Dietro la spettacolarità dell’azione, però, il film propone un’idea molto precisa: la storia può cambiare, le persone possono imboccare strade diverse, ma alcuni legami e alcuni valori sembrano destinati a ripresentarsi. È questa la chiave per comprendere il significato dell’epilogo.

Come J.J. Abrams reinventa Star Trek senza cancellarne l’eredità della saga classica

Chris Pine e Zackary Quinto nel film Star Trek

Il grande merito del film è quello di non limitarsi a rifare la serie originale. J.J. Abrams costruisce una nuova linea temporale alternativa attraverso il viaggio nel tempo del romulano Nero, permettendo così di modificare gli eventi senza contraddire il canone storico di Star Trek. La presenza dello Spock anziano interpretato da Leonard Nimoy rende esplicito questo meccanismo, collegando direttamente il nuovo universo narrativo alla cronologia classica.

Questa scelta consente al regista di raccontare nuovamente la nascita dell’equipaggio dell’Enterprise mantenendo intatto il valore simbolico dei personaggi. Chris Pine offre un Kirk più impulsivo e inesperto rispetto alla versione interpretata da William Shatner, mentre Zachary Quinto restituisce uno Spock ancora combattuto tra razionalità vulcaniana ed emozioni umane. Il loro rapporto, destinato a diventare il cuore dell’intera saga, nasce proprio attraverso il conflitto.

Anche dal punto di vista stilistico il film segna una svolta. Abrams introduce un ritmo molto più dinamico, effetti visivi moderni e una spettacolarità vicina al cinema d’avventura contemporaneo, senza rinunciare ai temi tradizionali della saga. La fantascienza resta il contenitore entro cui discutere di identità, responsabilità e cooperazione, elementi che hanno sempre definito Star Trek fin dalla creazione di Gene Roddenberry.

Cosa succede nel finale di Star Trek – Il futuro ha inizio e come Kirk diventa il nuovo capitano dell’Enterprise

Chris Pine e Zackary Quinto in Star Trek

L’atto conclusivo vede Nero pronto a distruggere anche la Terra dopo avere già provocato la distruzione di Vulcano. Il suo piano nasce da un desiderio di vendetta: proveniente dal XXIV secolo, ha assistito impotente alla distruzione di Romulus e attribuisce la responsabilità dell’accaduto alla Federazione e allo Spock del futuro, arrivato troppo tardi per impedire la catastrofe.

Per fermarlo, Kirk e Spock salgono a bordo della gigantesca Narada. I due si dividono i compiti: Spock recupera la nave Jellyfish contenente la materia rossa, indispensabile per creare un buco nero artificiale, mentre Kirk libera il capitano Christopher Pike e affronta direttamente Nero. È il momento in cui i due protagonisti smettono definitivamente di essere rivali e comprendono quanto le loro differenze costituiscano una forza.

Quando la Jellyfish colpisce la Narada, la materia rossa genera la singolarità destinata a distruggere la nave romulana. Prima che ciò accada, Kirk offre a Nero la possibilità di evacuare insieme al suo equipaggio. Il rifiuto del romulano è significativo: preferisce morire piuttosto che accettare l’aiuto della Federazione, dimostrando come la vendetta abbia ormai cancellato ogni possibilità di redenzione.

Dopo la distruzione della Narada, anche l’Enterprise rischia di essere inghiottita dal buco nero. Grazie all’espulsione del nucleo di curvatura, la nave riesce però a sfuggire alla forza gravitazionale. Tornati sulla Terra, Kirk viene premiato con il comando dell’Enterprise, sostituendo Pike, gravemente ferito durante la missione. Parallelamente, ogni membro dell’equipaggio assume il ruolo destinato a renderlo una leggenda della Flotta Stellare.

Il conflitto tra destino e libero arbitrio è il vero tema nascosto del finale

Zoe Saldana in Star Trek

La linea temporale alternativa costituisce molto più di un espediente narrativo. L’intero film ruota attorno a una domanda: quanto della nostra identità dipende dagli eventi che viviamo e quanto invece appartiene alla nostra natura più profonda?

La morte del padre trasforma profondamente James Kirk, privandolo della figura che nella cronologia originale aveva contribuito a definirne il carattere. Anche Spock affronta una perdita ancora più devastante con la distruzione di Vulcano. Entrambi sono costretti a reinventarsi in un universo completamente diverso da quello che avrebbe dovuto esistere.

Eppure il loro incontro sembra inevitabile. Lo Spock anziano afferma esplicitamente che i due sono destinati a diventare amici e a realizzare grandi imprese insieme. Il film suggerisce così che il destino non coincida con una sequenza immutabile di eventi, ma con la capacità di alcune persone di ritrovarsi anche quando la storia prende direzioni impreviste.

Perfino Nero rappresenta una versione distorta dello stesso concetto. Anche lui è una vittima del destino, ma sceglie di lasciare che il dolore definisca completamente la propria esistenza. Kirk e Spock, al contrario, trasformano il trauma in una spinta verso qualcosa di costruttivo.

Perché il finale di Star Trek – Il futuro ha inizio apre una nuova era della saga

Zachary Quinto in Star Trek

L’ultima sequenza del film assume un valore simbolico che supera la vicenda raccontata. Kirk si siede finalmente sulla poltrona di comando dell’Enterprise, mentre l’equipaggio occupa le posizioni che i fan conoscono da decenni. Da questo momento in poi la storia può davvero ricominciare.

Il significato più profondo dell’epilogo riguarda però la filosofia stessa di Star Trek. Pur introducendo una realtà alternativa, J.J. Abrams evita di negare il passato della saga. La presenza di Leonard Nimoy stabilisce un ponte ideale tra due universi, dimostrando che innovazione e tradizione possono convivere senza escludersi.

Anche la scelta di Kirk di offrire aiuto a Nero prima della distruzione della Narada sintetizza perfettamente i valori della Federazione. La compassione viene proposta persino nei confronti del nemico, confermando che l’umanesimo immaginato da Gene Roddenberry continua a rappresentare il fondamento morale dell’universo di Star Trek.

Per questo il finale funziona su due livelli. Da una parte conclude la storia delle origini del nuovo equipaggio, dall’altra rilancia l’intero franchise verso una nuova stagione cinematografica e televisiva. Il messaggio conclusivo è chiaro: cambiano le linee temporali, cambiano i volti degli eroi e cambiano persino gli eventi della storia, ma la curiosità verso l’ignoto, la fiducia nella collaborazione e la speranza in un futuro migliore restano gli elementi che definiscono davvero Star Trek.

The Tunnel – Trappola nel buio è tratto da una storia vera? L’ispirazione dietro il disaster movie norvegese

The Tunnel – Trappola nel buio, disaster movie diretto da Pål Øie, porta sullo schermo uno degli scenari più inquietanti che possano verificarsi durante un viaggio in automobile: un incendio all’interno di una lunga galleria stradale (in maniera simile a quanto avviene anche in Daylight – Trappola nel tunnel), con decine di persone intrappolate e i soccorsi ostacolati da condizioni meteorologiche estreme. Ambientato durante la vigilia di Natale tra le montagne della Norvegia, il film costruisce una corsa contro il tempo che unisce tensione, spettacolo e dramma umano, seguendo il tentativo dell’ex pompiere Stein di salvare la figlia rimasta bloccata nel tunnel.

Proprio perché la vicenda appare incredibilmente realistica, molti spettatori si chiedono se The Tunnel – Trappola nel buio racconti un episodio realmente accaduto. La risposta è più complessa di un semplice sì o no. La storia di Stein e dei personaggi principali è frutto della finzione, ma il film nasce da una serie di incidenti realmente avvenuti nelle gallerie norvegesi e utilizza dati, criticità e problemi di sicurezza documentati negli ultimi anni. È proprio questo legame con la realtà a rendere il racconto tanto credibile.

The Tunnel – Trappola nel buio non racconta un singolo incidente, ma nasce dai numerosi incendi realmente avvenuti nelle gallerie della Norvegia

A differenza di altri disaster movie ispirati a una tragedia precisa, The Tunnel – Trappola nel buio non ricostruisce un evento realmente accaduto dall’inizio alla fine. La sceneggiatura immagina un incidente autonomo, costruendo personaggi e sviluppi narrativi originali, ma prende spunto da una situazione che in Norvegia rappresenta un tema concreto di sicurezza pubblica.

Il Paese possiede una delle reti di gallerie stradali più estese del pianeta, con oltre 1.200 tunnel distribuiti tra montagne, fiordi e strade che attraversano territori particolarmente difficili. Molte di queste infrastrutture sono state progettate decenni fa e risultano prive di uscite di emergenza intermedie, affidando gran parte della sicurezza al principio dell’autosoccorso. In caso di incendio, infatti, i primi minuti diventano decisivi e gli automobilisti devono spesso riuscire a mettersi in salvo prima ancora dell’arrivo dei vigili del fuoco.

Il film richiama esplicitamente questa realtà fin dalle sue battute iniziali. Viene ricordato che dal 2011 si sono verificati numerosi grandi incendi nelle gallerie norvegesi e che l’assenza di vittime è dipesa soprattutto dalla rapidità degli interventi e dalla capacità delle persone coinvolte di evacuare in tempo. Pål Øie utilizza quindi una situazione plausibile, costruendo un racconto che potrebbe verificarsi in qualsiasi momento proprio perché nasce da vulnerabilità realmente esistenti.

Thorbjorn Harr in The Tunnel - Trappola nel buio

Gli incidenti avvenuti nei tunnel norvegesi hanno fornito la base tecnica sulla quale è stato costruito il film

Fra gli episodi che più ricordano le dinamiche mostrate nel film spicca l’incidente dello Skatestraum Tunnel, avvenuto il 15 luglio 2015 nella Norvegia occidentale. Un camion cisterna che trasportava quasi 17.000 litri di benzina urtò la parete della galleria, provocando la fuoriuscita del carburante. L’autista riuscì ad avvertire rapidamente gli altri automobilisti del pericolo, consentendo l’evacuazione poco prima che la cisterna prendesse fuoco.

L’esplosione provocò un violento incendio, sei persone riportarono ferite lievi e il tunnel rimase chiuso per diversi mesi per consentire i lavori di ripristino. Sebbene The Tunnel – Trappola nel buio non riproduca fedelmente questo episodio, è evidente come la scelta narrativa della cisterna incendiata richiami proprio una situazione già verificatasi nella realtà. Altri incidenti hanno contribuito a delineare il quadro complessivo. L’incendio del tunnel di Oslofjord nel 2011 mise in evidenza le difficoltà legate alla ventilazione, all’orientamento degli automobilisti e alla gestione dei soccorsi in una lunga galleria.

Ancora più significativo fu il grave incendio del Gudvanga Tunnel nel 2013, quando decine di persone rimasero intrappolate nel fumo sviluppato da un mezzo pesante in fiamme. Le indagini successive evidenziarono problemi nella gestione dell’emergenza e nella comunicazione con gli utenti, aspetti che il film riprende trasformandoli in elementi fondamentali della tensione narrativa. La produzione ha quindi condensato in una sola vicenda caratteristiche osservate in incidenti differenti, senza limitarsi a ricostruire un singolo fatto di cronaca.

The Tunnel - Trappola nel buio ispirazioni reali

La storia di Stein è inventata, ma racconta il lavoro svolto ogni giorno dai soccorritori che affrontano emergenze reali

Se il disastro nasce da fatti documentati, i protagonisti appartengono invece completamente alla finzione. Stein, ex vigile del fuoco volontario, la figlia Elise, il conflitto familiare che accompagna la loro vicenda e l’intera notte di Natale durante cui si svolge la storia sono elementi creati esclusivamente per il film.

Ciò che rimane profondamente realistico è invece il lavoro dei soccorritori. Ogni intervento all’interno di una galleria presenta infatti difficoltà particolari: il fumo riduce rapidamente la visibilità, il calore rende impossibile avanzare in sicurezza e la conformazione del tunnel limita fortemente le possibilità operative dei vigili del fuoco.

Anche la tempesta di neve che nel film rallenta i mezzi di soccorso rappresenta una situazione credibile nelle regioni montuose della Norvegia, dove le condizioni climatiche possono compromettere i tempi di intervento proprio nei momenti più delicati. L’eroismo raccontato attraverso Stein diventa così il simbolo dell’impegno quotidiano dei pompieri e delle squadre di emergenza che intervengono realmente negli incendi stradali.

Il finale del film appartiene completamente alla narrativa cinematografica, ma il messaggio rimane coerente con la realtà da cui trae ispirazione: quando un incendio si sviluppa in una lunga galleria, ogni decisione presa nei primi minuti può fare la differenza tra la vita e la morte.

The Tunnel - Trappola nel buio film

The Tunnel – Trappola nel buio usa la finzione per denunciare un problema reale della sicurezza stradale norvegese

La forza di The Tunnel – Trappola nel buio risiede proprio nell’equilibrio tra spettacolo e realismo. Pur utilizzando i meccanismi del disaster movie, il film evita scenari catastrofici improbabili e preferisce concentrarsi su rischi concreti, documentati da anni di studi e di inchieste sugli incendi verificatisi nelle infrastrutture norvegesi.

Il vero protagonista del racconto finisce per essere il tunnel stesso, trasformato da normale infrastruttura in un ambiente ostile nel quale il tempo, il fumo e la mancanza di vie di fuga diventano nemici molto più pericolosi delle fiamme. La scelta di ambientare tutto durante il periodo natalizio amplifica la tensione emotiva, ma serve anche a ricordare come tragedie simili possano verificarsi in qualunque momento della vita quotidiana.

Alla domanda se il film sia tratto da una storia vera, la risposta è dunque duplice. La vicenda personale dei protagonisti è inventata, mentre la situazione raccontata nasce dall’osservazione di numerosi incidenti realmente accaduti e dalle criticità che ancora oggi caratterizzano molte gallerie della Norvegia. È questa combinazione tra finzione e realtà a rendere The Tunnel – Trappola nel buio uno dei disaster movie europei più credibili degli ultimi anni, capace di trasformare un racconto di intrattenimento in una riflessione concreta sulla sicurezza delle infrastrutture.

Beckett è tratto da una storia vera? La verità dietro il thriller politico con John David Washington

Quando è arrivato su Netflix, Beckett ha attirato l’attenzione per il suo approccio insolito al thriller politico. Diretto da Ferdinando Cito Filomarino e interpretato da John David Washington, il film segue un turista americano che, dopo un tragico incidente durante una vacanza in Grecia, si ritrova coinvolto in una fuga disperata attraverso un Paese attraversato da forti tensioni politiche. L’atmosfera realistica, gli scenari autentici e il contesto sociale rendono la vicenda sorprendentemente credibile.

Proprio questa impostazione porta molti spettatori a chiedersi se Beckett sia tratto da una storia vera oppure se racconti fatti realmente accaduti. La risposta è più articolata di quanto possa sembrare. Pur costruendo una narrazione estremamente verosimile e attingendo a eventi storici realmente verificatisi in Grecia, il film sviluppa una vicenda completamente originale, ideata dagli autori per riflettere sul rapporto tra individuo, potere e caso. Comprendere dove finisca la realtà e dove inizi la finzione permette di apprezzare ancora meglio il progetto cinematografico.

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Beckett non è tratto da una storia vera, ma nasce da una sceneggiatura originale ambientata in un contesto reale

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La risposta più diretta è che Beckett non è basato su una storia vera. La vicenda del protagonista interpretato da John David Washington, costretto a fuggire dopo un incidente automobilistico e inseguito da uomini misteriosi, è interamente frutto della fantasia. Lo stesso film lo chiarisce nei titoli di coda, dove viene specificato che gli eventi narrati sono immaginari.

L’idea nasce dal regista Ferdinando Cito Filomarino, che ha sviluppato il soggetto prima che la sceneggiatura venisse scritta da Kevin A. Rice. Per il cineasta italiano si tratta del primo lungometraggio in lingua inglese dopo l’esperienza maturata accanto a Luca Guadagnino, con cui aveva collaborato come regista della seconda unità in film come Chiamami col tuo nome e Suspiria.

L’obiettivo non era realizzare un biopic o ricostruire un episodio realmente documentato, bensì costruire un thriller in cui una persona comune venga improvvisamente travolta da una situazione fuori dal suo controllo. Il protagonista, infatti, non possiede capacità da agente segreto, addestramento militare o competenze investigative: è un turista qualunque che si trova nel posto sbagliato nel momento sbagliato, caratteristica che contribuisce a rendere la storia particolarmente credibile.

La vera ispirazione del film arriva dalla crisi politica della Grecia e dai thriller europei degli anni Settanta

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Pur essendo un’opera di finzione, Beckett affonda le proprie radici in un contesto storico preciso. Ferdinando Cito Filomarino ha spiegato di essersi ispirato ai grandi thriller politici europei degli anni Settanta, opere dominate dalla paranoia, dalla sfiducia verso le istituzioni e dalla convinzione che le decisioni del potere possano travolgere la vita delle persone comuni.

A questo immaginario cinematografico il regista ha aggiunto un riferimento contemporaneo: le grandi proteste che hanno attraversato la Grecia durante la crisi economica culminata nel 2015. In quegli anni il Paese fu interessato da scioperi generali, manifestazioni di piazza e fortissime tensioni politiche legate alle misure di austerità imposte durante la crisi del debito.

Questi eventi non vengono ricostruiti fedelmente né rappresentano il centro della trama. Diventano piuttosto lo sfondo entro cui si muove Beckett, costretto a inseguire la verità mentre attorno a lui si svolgono manifestazioni, disordini e interventi delle forze dell’ordine. La Grecia raccontata dal film è dunque reale, così come sono reali le tensioni sociali che caratterizzavano quel periodo, mentre la cospirazione e i personaggi appartengono completamente alla finzione narrativa.

La storia inventata sfrutta situazioni plausibili per costruire un thriller che appare autentico fino alla conclusione

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BECKETT (2021) John David Washington as Beckett and Alicia Vikander as April. Cr: NETFLIX

Uno degli aspetti che rende Beckett così convincente è il modo in cui la sceneggiatura utilizza situazioni assolutamente possibili. Un incidente stradale durante una vacanza, la difficoltà di orientarsi in un Paese straniero, la barriera linguistica, il timore di non potersi fidare delle autorità locali e la necessità di raggiungere l’ambasciata americana sono elementi che potrebbero verificarsi nella realtà.

La forza del film nasce proprio da questa scelta. Invece di affidarsi a spettacolari capacità d’azione o a protagonisti invincibili, il racconto segue un uomo qualunque costretto a reagire istintivamente a eventi sempre più pericolosi. Anche John David Washington ha spiegato di essere stato attratto da questo aspetto del personaggio, molto diverso dagli eroi tradizionali dei thriller d’azione.

Il regista ha inoltre dichiarato di aver voluto raccontare contemporaneamente due percorsi: quello interiore di un uomo alle prese con un lutto improvviso e quello esteriore di una fuga che assume progressivamente dimensioni politiche. Questa fusione tra dramma personale e thriller internazionale conferisce alla storia una forte sensazione di autenticità, pur senza avere alcun fondamento documentario. Tutti gli sviluppi della cospirazione, gli inseguimenti e i colpi di scena restano infatti un’elaborazione originale degli autori.

La realtà di Beckett sta nell’atmosfera, mentre la vicenda resta un’opera di fantasia che riflette sul rapporto tra individuo e potere

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Il successo di Beckett deriva proprio dall’equilibrio tra realtà e invenzione. Il film non pretende mai di raccontare un episodio realmente avvenuto e non si ispira a una persona esistita. Preferisce utilizzare un contesto storico autentico per interrogarsi su temi universali: quanto possa essere fragile la condizione dell’individuo quando entra in contatto con meccanismi politici che non comprende, quanto sia difficile distinguere la verità dalla manipolazione e quanto il caso possa cambiare improvvisamente il corso di una vita.

La scelta di ambientare tutto in una Grecia attraversata da proteste e tensioni sociali amplifica il senso di smarrimento del protagonista, trasformando il Paese in un elemento narrativo essenziale. Gli eventi storici reali fanno quindi da cornice a una vicenda completamente inventata, aumentando la percezione di realismo senza modificare la natura fittizia del racconto.

Chi si chiede se Beckett sia tratto da una storia vera può quindi trovare una risposta netta: il film racconta una storia originale. La sua credibilità nasce dall’accurata ricostruzione dell’ambiente politico e sociale, dall’approccio realistico della regia e dalla scelta di mettere al centro un protagonista vulnerabile. È proprio questa miscela tra finzione e realtà storica a rendere il thriller di Ferdinando Cito Filomarino così coinvolgente e plausibile.

Operazione Speciale: Lioness 3, il trailer ufficiale anticipa la missione più pericolosa della serie di Taylor Sheridan

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Paramount+ ha pubblicato il trailer ufficiale della terza stagione di Operazione Speciale: Lioness, offrendo un primo sguardo al nuovo capitolo dello spy thriller creato da Taylor Sheridan. Le immagini anticipano una stagione ancora più intensa, in cui la squadra della CIA dovrà affrontare un’operazione sotto copertura destinata a mettere alla prova non solo le capacità degli agenti, ma anche i loro equilibri personali.

Il trailer vede il ritorno di Zoe Saldaña nei panni dell’agente della CIA Joe, chiamata ancora una volta a guidare il programma Lioness in una missione ad altissimo rischio. Questa volta, però, il nemico sembra più difficile da individuare e le conseguenze delle sue scelte finiranno per coinvolgere anche la sua vita privata. Le nuove immagini alternano spettacolari sequenze d’azione a momenti di forte tensione emotiva, mostrando una squadra sempre più vicina al punto di rottura.

La terza stagione di Operazione Speciale: Lioness debutterà su Paramount+ il 2 agosto 2026, confermando il ritorno di una delle produzioni originali di maggior successo della piattaforma.

Il nuovo trailer conferma che Operazione Speciale: Lioness continuerà a raccontare il lato più umano dello spionaggio

Fin dalla prima stagione, Operazione Speciale: Lioness si è distinta nel panorama delle serie di spionaggio per il suo approccio realistico alle missioni sotto copertura. Pur ispirandosi a un vero programma militare statunitense, la serie ha sempre dedicato grande attenzione alle conseguenze psicologiche e personali vissute dagli agenti impegnati sul campo.

Il nuovo trailer rafforza proprio questa identità. Oltre a mostrare operazioni sempre più spettacolari e pericolose, insiste sul peso delle responsabilità che gravano su Joe, costretta a prendere decisioni sempre più difficili mentre il confine tra dovere e vita privata diventa sempre più sottile.

Accanto a Zoe Saldaña torneranno anche Nicole Kidman, Morgan Freeman, Laysla De Oliveira, Dave Annable, Jill Wagner, LaMonica Garrett, Genesis Rodriguez, James Jordan e il resto del cast principale. Con una posta in gioco ancora più alta e un intreccio che promette di espandere ulteriormente il mondo costruito da Taylor Sheridan, la terza stagione punta a consolidare Operazione Speciale: Lioness come una delle serie di spionaggio più apprezzate degli ultimi anni.

Narni. Le vie del cinema, dal 3 all’8 agosto la trentaduesima edizione

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Dal 3 al 8 agosto la città di Narni (TR) diventa una suggestiva cornice cinematografica che ospiterà la trentaduesima edizione di Narni. Le vie del cinema, la Rassegna di cinema restaurato, diretta da Alberto Crespi e organizzata per iniziativa del Comune di Narni con la collaborazione del Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, Cineteca di Bologna, Unidis e con Rai Movie.

Nel Parco “Bruno Donatelli” di Narni Scalo, il pubblico potrà apprezzare capolavori restaurati, grazie alla collaborazione con la Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia e la Cineteca di Bologna. A questi partner storici si aggiunge quest’anno Rai Movie, nuovo e prestigioso partner di una rassegna che continua a crescere senza perdere la propria identità: quella di una manifestazione capace di rivolgersi agli appassionati, agli studiosi, ma soprattutto al pubblico più ampio, con il desiderio di far conoscere e amare il cinema.

Da oltre trent’anni, Narni si conferma un punto di riferimento imprescindibile, richiamando ogni anno migliaia di spettatori e spettatrici accomunati dalla passione per il grande schermo. Un appuntamento che, nel tempo, è diventato una vera e propria celebrazione della settima arte, capace di restituire al pubblico il fascino autentico dei grandi classici attraverso proiezioni suggestive su uno degli schermi più grandi d’Europa, in copie restaurate di eccezionale qualità.

In un’epoca in cui la visione cinematografica è sempre più spesso relegata agli schermi domestici delle piattaforme di streaming o addirittura ai dispositivi mobili, la manifestazione continua così a valorizzare il fascino insostituibile della sala cinematografica e la dimensione collettiva dello spettacolo offrendo un’esperienza culturale unica.

IL CINEMA RESTAURATO È PROTAGONISTA. 

Anche quest’edizione “Narni. Le vie del cinema” proporrà una ricca selezione di film di recente recupero proiettati ogni sera a partire dalle ore 21.00 sul grande schermo allestito nel Parco pubblico “Bruno Donatelli” di Narni, a ingresso gratuito (fino a esaurimento posti).

Prosegue il rapporto forte e produttivo con la Cineteca Nazionale, che si occupa della conservazione e del restauro dei film italiani all’interno del Centro Sperimentale di Cinematografia.

I tre restauri della Cineteca che verranno proiettati quest’anno propongono un giusto equilibrio fra le grandi firme della settima arte e opere preziose da riscoprire: ad aprile il 3 agosto la manifestazione sarà Bellissima di Luchino Visconti, capolavoro del 1951, uno dei film più commoventi e moderni sul cinema stesso sulla fabbrica dei sogni e sulle illusioni che può generare, sorretto da una straordinaria Anna Magnani e un favoloso Walter Chiari; segue Esterina di Carlo Lizzani con Carla Gravina, Geoffrey Horne, Domenico Modugno, uno dei titoli più significativi del cinema italiano di fine anni Cinquanta; e infine Il Delitto Matteotti di Florestano Vancini, un film storico e politico che ricostruisce una delle pagine più drammatiche della storia del nostro Paese, con Franco Nero, Umberto Orsini, Mario Adorf e Vittorio De Sica.

Anche quest’anno Narni, proporrà una parte di programma internazionale: a cura della Cineteca di Bologna il restauro di Quando la moglie è in vacanza (in versione originale sottotitolata) che riporta sullo schermo Marilyn Monroe in occasione del suo centenario dalla nascita, in una delle commedie più celebri di Billy Wilder; e poi, per rendere il dovuto omaggio a uno dei registi più rivoluzionari della storia del cinema come Stanley Kubrick, verrà proiettato l’ipnotico Barry Lyndon nella copia restaurata dalla Warner Bros; in chiusura, l’8 agosto invece sarà proposta una serata dedicata a Stanlio e Ollio, il duo comico più famoso e amato nella storia del cinema, per celebrare i cent’anni dal loro primo film insieme con una serata medley di lungometraggi (“Muraglie”) e corti (“Un nuovo imbroglio”) con il restauro a cura di Rai Movie.

TORNA PER I PIÙ PICCOLI LA RASSEGNA DEL CINEMA ANIMATO.

Il cinema è un’arte che parla a tutti, anche ai più piccoli e anche quest’anno ci sarà la rassegna parallela alla classica selezione di pellicole restaurate che proporrà ogni sera su grande schermo a partire dalle ore 21.00, in un’ala laterale del Parco pubblico “Bruno Donatelli”, una selezione di film animati. Saranno proposti: Dragon Trainer (2025) diretto da Dean DeBlois, Mulan (2020) il live action diretto da Niki Caro, Lightyear (2022) diretto da Angus MacLane, Aladdin (2019) diretto da Guy Ritchie, Un film Minecraft (2025) diretto da Jared Hess, Encanto (2021) diretto da Jared Bush e Byron Howard, con la co-regia di Charise Castro Smith.

Ink di Danny Boyle sarà il film d’apertura in Concorso di Venezia 83

La Biennale di Venezia annuncia che Ink, diretto dal regista premio Oscar® e premio BAFTA Danny Boyle (28 anni dopo, Trainspotting, The Millionaire), scritto dal drammaturgo e sceneggiatore vincitore di diversi premi Olivier James Graham (Dear England, Sherwood, Brexit), interpretato da Jack O’Connell, Guy Pearce e Claire Foy, è il film d’apertura, in prima mondiale in concorso, dell’83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica diretta da Alberto Barbera (2 – 12 settembre 2026). Ink sarà presentato in prima mondiale mercoledì 2 settembre 2026 nella Sala Grande del Palazzo del Cinema (Lido di Venezia), nella serata di apertura dell’83. Biennale Cinema.

Danny Boyle ha dichiarato: «Sono stato alla Biennale molte volte, ma questo è il mio battesimo alla Mostra del Cinema: è un onore immenso essere in una città così ricca d’arte e aprire questo grande festival con il mio nuovo film, INK. Il 1969, l’anno in cui siamo sbarcati sulla Luna per la prima volta, è l’anno in cui Rupert Murdoch e Larry Lamb lanciarono un quotidiano destinato a cambiare il mondo ancora di più. Molto prima di Fox News, del clickbait e di Truth Social, decenni prima di Twitter, Facebook, Google e OnlyFans, questi due uomini crearono un nuovo tabloid che, contro ogni previsione, divenne il quotidiano più venduto al mondo. Sfacciato, irriverente, audace: lo spumeggiante Sun ha sfidato l’establishment e ha rifondato il nostro mondo per l’era moderna. Una sceneggiatura di James Graham che mi sono sentito in dovere e privilegiato di dirigere. »

«Un regista premio Oscar, un autore tra i maggiori della scena teatrale londinese e tre attori tra i più apprezzati del cinema inglese contemporaneo, sono le credenziali del film di Danny Boyle – dichiara Alberto Barbera – impreziosito dall’interpretazione di Jack O’Connel, Guy Pierce, e Claire Foy, che lo sceneggiatore James Graham ha tratto dalla propria pièce omonima. È la ricostruzione dell’acquisto del quotidiano The Sun da parte dell’editore Rupert Murdoch che ne affidò la direzione allo spregiudicato Larry Lamb, sino a farne il più venduto tabloid scandalistico inglese, a spese del rivale The Mirror. Ringrazio StudioCanal, Media Res e House Productions per averci concesso l’onore di aprire la Mostra del Cinema di Venezia con un film così atteso.»

INK è un film prodotto da STUDIOCANAL, MEDIA RES e House Productions.

Il regista vincitore del premio Oscar® e del premio BAFTA Danny Boyle (28 anni dopo, Trainspotting, The Millionaire) dirige INK, basato sull’omonima opera teatrale candidata ai Tony Award del drammaturgo e sceneggiatore James Graham (Dear England, Sherwood, Brexit), vincitore di plurimi premi Olivier. Graham ha curato la sceneggiatura del film.

Il vincitore del premio BAFTA Jack O’Connell (Il ribelle – Starred Up, ’71, Back To Black, I peccatori), il candidato all’Oscar® Guy Pearce (Memento, The Brutalist, L.A. Confidential) e la candidata al BAFTA Claire Foy (The Crown, Estranei, Il visionario mondo di Louis Wain) sono i protagonisti di INK, un viaggio cinematografico travolgente che racconta di un gruppo di visionari e anticonformisti con un’idea per un nuovo tipo di informazione, capace di dare alla gente ciò che vuole, e che avrebbe cambiato per sempre il volto del mondo in cui viviamo oggi.

O’Connell interpreta Larry Lamb, il direttore di THE SUN, mentre Pearce veste i panni di Rupert Murdoch. Claire Foy è Jules Davies.

Danny Boyle produce il film insieme a Tessa Ross (Conclave, The Warrior: The Iron Claw, La zona d’interesse) e Michael Ellenberg (The Morning Show, Pachinko – La moglie coreana). INK segna la riunione tra Boyle e Ross dopo la loro collaborazione per The Millionaire. Anche Tracey Seaward (I due Papi, Philomena, Pistol) figura tra i produttori. Anna Marsh, Ron Halpern, Joe Naftalin (di STUDIOCANAL), Tonia Davis, Zoe Edwards, James Graham, Sudie Smyth (di STUDIOCANAL) sono Produttori esecutivi.

G.I. Joe riparte ancora: Paramount sceglie il regista del nuovo reboot della saga

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Il nuovo corso cinematografico di G.I. Joe prende ufficialmente forma. Dopo il flop di Snake Eyes e la decisione di rilanciare nuovamente il franchise Hasbro, Paramount Pictures ha scelto il regista che guiderà il prossimo reboot della celebre saga action.

Secondo quanto riportato da The Hollywood Reporter, sarà Danny McBride a dirigere il nuovo film di G.I. Joe. Lo sceneggiatore e produttore, vincitore di un Emmy, era già stato incaricato di scrivere la sceneggiatura del progetto e ora assumerà anche il ruolo di regista. Si tratta di una scelta significativa, perché il film rappresenterà il suo debutto alla regia di un lungometraggio cinematografico dopo le esperienze televisive con Vice Principals e The Righteous Gemstones.

L’annuncio arriva a poche settimane dalle prime anticipazioni sul progetto, durante le quali McBride aveva confermato che il film riporterà in scena Duke, storico protagonista della saga già interpretato da Channing Tatum, e che la storia sarà fortemente ispirata ai fumetti originali, con la città di Springfield, controllata dall’organizzazione COBRA, destinata a diventare il fulcro della vicenda.

Il nuovo reboot punta a riportare G.I. Joe alle sue radici dopo il fallimento di Snake Eyes

Il franchise cinematografico di G.I. Joe debuttò nel 2009 con La nascita dei Cobra, seguito nel 2013 da G.I. Joe – La vendetta, ma il tentativo di rilancio attraverso lo spin-off Snake Eyes del 2021 si rivelò un insuccesso sia al botteghino sia presso la critica, spingendo Paramount e Hasbro a ripensare completamente la direzione del marchio.

Le prime informazioni sul nuovo progetto sembrano indicare un cambio di approccio. McBride ha infatti spiegato di voler recuperare molti elementi dei fumetti originali, privilegiando personaggi e ambientazioni storiche della serie piuttosto che ripartire dalle versioni cinematografiche precedenti. Alla sceneggiatura hanno collaborato anche Jeff Fradley e John Carcieri, autori con cui McBride lavora da anni.

La scelta di affidare il reboot a uno sceneggiatore profondamente legato al materiale originale potrebbe rappresentare un punto di svolta per il franchise. Paramount sembra infatti intenzionata a costruire una nuova identità per G.I. Joe, anche in vista del futuro crossover con Transformers, già anticipato nei film della saga. Prima di arrivare a quell’appuntamento, però, il nuovo reboot dovrà riuscire nell’impresa più difficile: riconquistare la fiducia dei fan dopo diversi tentativi che non hanno lasciato il segno.

Robin Hood 2 amplia il cast: iniziate le riprese e arrivano tre nuovi protagonisti accanto a Sean Bean

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La seconda stagione di Robin Hood, la serie fantasy targata MGM+ con Sean Bean nel ruolo dello Sceriffo di Nottingham, compie un importante passo avanti. Dopo il rinnovo annunciato nei mesi scorsi, sono ufficialmente iniziate le riprese dei nuovi episodi e, insieme all’avvio della produzione, sono stati svelati anche i primi importanti ingressi nel cast.

Secondo quanto riportato da Deadline, la produzione della seconda stagione è partita in Serbia e porterà nella serie James Purefoy, Colin O’Donoghue e Luke Roberts, tutti con ruoli centrali nella nuova storia. Purefoy interpreterà Re Enrico, O’Donoghue vestirà i panni del Principe Riccardo, mentre Roberts sarà Amaury D’Montfort. I nuovi personaggi saranno determinanti nello sviluppo della trama, che allargherà il proprio raggio d’azione ben oltre la classica rivalità tra Robin Hood e lo Sceriffo di Nottingham.

L’arrivo di questi protagonisti conferma la volontà degli autori di rendere la seconda stagione molto più ambiziosa, spostando il racconto verso un conflitto politico di scala nazionale che coinvolgerà l’Inghilterra, la Francia e persino Roma.

La seconda stagione promette una guerra politica molto più ampia della semplice leggenda di Robin Hood

Il finale della prima stagione aveva lasciato numerosi interrogativi aperti, soprattutto dopo che lo Sceriffo di Nottingham, interpretato da Sean Bean, aveva iniziato a pianificare l’assassinio di Re Enrico. Secondo le prime anticipazioni ufficiali, sarà proprio l’arrivo del sovrano a innescare una nuova crisi politica destinata a mettere il regno sull’orlo della guerra civile.

In questo scenario, il Principe Riccardo avrà un ruolo decisivo negli equilibri della corona, mentre Amaury D’Montfort tenterà di conquistare sempre maggiore influenza politica a Nottingham. Robin e Marian si ritroveranno così coinvolti in uno scontro molto più grande di loro, che supererà la tradizionale lotta contro la corruzione locale per trasformarsi in una battaglia che interesserà l’intero Impero Angioino.

MGM+ non ha ancora annunciato una finestra d’uscita per la nuova stagione, ma l’inizio delle riprese lascia prevedere ulteriori aggiornamenti nei prossimi mesi. Dopo il buon riscontro ottenuto dalla prima stagione, che ha conquistato il 77% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, Robin Hood sembra pronta ad ampliare il proprio universo narrativo, puntando su intrighi di corte, nuove alleanze e un conflitto sempre più esteso.

Jimmy Tatrò confermato come Gorilla Grodd nella serie DC su Jimmy Olsen

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L’universo DC continua ad ampliarsi anche sul piccolo schermo. Dopo le prime indiscrezioni sulle trattative in corso, Deadline ha ora confermato che Jimmy Tatro interpreterà Gorilla Grodd nella serie spin-off di Superman dedicata a Jimmy Olsen, attualmente in sviluppo per HBO Max. Il progetto non ha ancora ricevuto il via libera ufficiale dalla piattaforma, ma il casting del celebre villain rappresenta il segnale più concreto che la produzione stia prendendo forma.

La notizia conferma dunque le indiscrezioni emerse nei giorni scorsi, che vedevano Tatro in trattative per il ruolo dell’iconico gorilla telepatico della DC. La serie sarà costruita come un mockumentary in stile true crime e vedrà Jimmy Olsen, interpretato ancora da Skyler Gisondo dopo il debutto nel film Superman di James Gunn, nei panni del conduttore di un’inchiesta dedicata ai più pericolosi criminali dell’universo DC. La prima stagione dovrebbe concentrarsi proprio su Gorilla Grodd, storico avversario di Flash.

L’idea rappresenta una delle proposte più insolite del nuovo DC Universe. Invece di seguire la tradizionale struttura supereroistica, lo spin-off punta a raccontare i villain attraverso un linguaggio televisivo che richiama i documentari investigativi. Una scelta che riflette la volontà di James Gunn e Peter Safran di differenziare i progetti del nuovo universo condiviso, sperimentando generi e registri narrativi differenti.

Gorilla Grodd può aprire la strada all’arrivo di Flash nel nuovo DC Universe

Creato nel 1959 da John Broome e Carmine Infantino, Gorilla Grodd è uno dei nemici più celebri di Flash. Dotato di straordinarie capacità telepatiche e di un’intelligenza superiore dopo il contatto con una misteriosa astronave aliena, il personaggio ha spesso cercato di conquistare sia il mondo degli uomini sia quello delle scimmie. Negli ultimi anni è apparso più volte nell’Arrowverse, ma non ha ancora trovato spazio nel nuovo corso cinematografico dei DC Studios.

La serie è sviluppata da Tony Yacenda e Dan Perrault, creatori della satira true crime American Vandal, che ricopriranno anche il ruolo di showrunner e produttori esecutivi. Tra i produttori figurano anche James Gunn e Peter Safran, mentre la produzione è affidata a Warner Bros. Television.

La presenza di Gorilla Grodd potrebbe avere implicazioni ben più ampie del semplice spin-off. Il personaggio è infatti legato in maniera indissolubile alla mitologia di Flash, e il suo debutto nel DC Universe potrebbe rappresentare il primo tassello verso l’introduzione ufficiale dello Scarlet Speedster nella nuova continuità narrativa. Per il momento HBO Max non ha confermato ufficialmente il progetto, ma il coinvolgimento di un antagonista così importante lascia intuire che la serie possa avere un peso maggiore di quanto il tono apparentemente leggero lasci immaginare.

Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese aprirà la Festa del Cinema di Roma 2026

Sarà Il rumore delle cose nuove, il nuovo film diretto da Paolo Genovese, ad aprire ufficialmente la 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma, in programma dal 14 al 25 ottobre 2026 all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. L’annuncio è arrivato dal presidente della Fondazione Cinema per Roma, Salvatore Nastasi, su proposta della direttrice artistica Paola Malanga. Il film sarà presentato nella sezione Grand Public durante la cerimonia inaugurale, che sarà condotta da Ema Stokholma.

Il nuovo lavoro del regista di Perfetti sconosciuti e Follemente riunisce un cast corale composto da Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Stefano Accorsi, Lino Musella ed Edoardo Pesce, con la partecipazione di Claudio Santamaria. Il film racconta la storia di tre coppie che, pur non conoscendosi, condividono la stessa difficoltà nel liberarsi dalle proprie paure e dalle gabbie emotive costruite nel tempo. Un evento inatteso finirà però per intrecciare i loro destini, costringendoli a rimettere in discussione le proprie certezze e il modo in cui vivono l’amore e le relazioni.

La scelta di affidare l’apertura della Festa del Cinema di Roma a Paolo Genovese conferma il ruolo centrale del regista nel panorama cinematografico italiano contemporaneo. Dopo il successo straordinario di Follemente, campione d’incassi del 2025, e l’incredibile percorso internazionale di Perfetti sconosciuti, il cineasta torna con un nuovo racconto corale che sembra proseguire la sua riflessione sui rapporti umani, questa volta concentrandosi sul cambiamento, sulle seconde possibilità e sul coraggio di uscire dalla propria zona di comfort.

Quando esce Il rumore delle cose nuove

Il rumore delle cose nuove è prodotto da Lotus Production, società del gruppo Leone Film Group, con Rai Cinema, in collaborazione con Disney+ e in associazione con Vice Pictures. Il film è prodotto da Raffaella Leone e Andrea Leone, con Leonardo Maria Del Vecchio come produttore associato.

Dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma, il film arriverà nelle sale italiane il 12 novembre 2026, distribuito da 01 Distribution, mentre le vendite internazionali saranno curate da Rai Cinema International Distribution.

Se domani non torno, il primo trailer del film su Giulia Cecchettin sceglie di raccontare la sua vita oltre la tragedia

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È stato diffuso il primo trailer di Se domani non torno, il film diretto da Paola Randi ispirato alla storia di Giulia Cecchettin, che arriverà nei cinema italiani il 5 novembre 2026 distribuito da Notorious Pictures. Le prime immagini mostrano Sabrina Martina nei panni di Giulia e Filippo Timi in quelli del padre Gino, anticipando un film che sceglie di non mettere al centro il femminicidio, ma la ragazza, la sua famiglia e ciò che è rimasto dopo la sua scomparsa.

Il film è liberamente ispirato a Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia, il libro scritto da Gino Cecchettin con Marco Franzoso, mentre Paola Randi firma la sceneggiatura insieme a Lisa Nur Sultan. Accanto a Sabrina Martina e Filippo Timi, il cast comprende Tecla Bossi nel ruolo di Elena Cecchettin e Tommaso Allione in quello di Davide Cecchettin, oltre a Linda Caridi ed Elisabetta De Palo. Le riprese si sono svolte interamente in Veneto nell’arco di sei settimane.

È soprattutto l’impostazione scelta a rendere particolarmente delicato Se domani non torno. Portare al cinema un femminicidio così recente comporta inevitabilmente il rischio di trasformare una tragedia ancora presente nella memoria collettiva in una ricostruzione di cronaca. Il trailer sembra cercare deliberatamente la direzione opposta: restituire a Giulia un’identità che non coincida esclusivamente con ciò che le è stato fatto. Anche la produzione ha chiarito che l’obiettivo non è aggiungere clamore a fatti già conosciuti, ma partire dall’assenza lasciata da Giulia e dal modo in cui la sua famiglia ha trasformato il dolore privato in un impegno pubblico.

Se domani non torno vuole raccontare Giulia Cecchettin prima che la cronaca ne definisse l’immagine

La storia prende le mosse da una famiglia descritta come simile a tante altre. Giulia sta per laurearsi, Davide frequenta il liceo ed Elena studia all’estero. Poi arriva l’11 novembre 2023 e la scomparsa di Giulia interrompe quella quotidianità, aprendo i giorni che avrebbero portato alla scoperta della sua morte.

Il punto di vista scelto dal film sembra però fondamentale. Il centro narrativo non dovrebbe essere l’assassino, ma Giulia e le persone che la circondavano. Una scelta coerente con le parole pronunciate da Gino Cecchettin durante la presentazione delle prime clip al Giffoni Film Festival, quando ha sottolineato l’importanza di ricordare sua figlia non soltanto attraverso la tragedia, ma come una giovane donna che aveva scelto liberamente la propria vita.

Anche il titolo assume in questo contesto un significato preciso. Se domani non torno richiama la poesia di Cristina Torres Cáceres, i cui versi sono diventati un simbolo della mobilitazione contro la violenza sulle donne dopo la morte di Giulia.

Le prime immagini suggeriscono quindi che Paola Randi voglia costruire il film intorno a un’assenza piuttosto che alla spettacolarizzazione del delitto. È una distinzione essenziale: il rischio di un’opera dedicata a un fatto tanto recente sarebbe quello di ricostruire ciò che il pubblico conosce già, mentre il cinema può provare a restituire ciò che la cronaca inevitabilmente lascia ai margini — la quotidianità, gli affetti e l’identità di una persona prima che il suo nome diventi quello di un caso nazionale.

Da questo punto di vista, anche la scelta di arrivare nelle sale il 5 novembre, a quasi tre anni dal femminicidio, renderà inevitabile il confronto tra memoria privata e memoria collettiva. Sarà proprio la capacità di mantenere Giulia al centro del racconto, senza trasformare la sua storia in semplice cronaca cinematografica, a determinare il valore dell’operazione.

Se domani non torno arriverà nei cinema italiani il 5 novembre 2026.

Perché l’amnesia di Juliette in Silo 3 non tradisce i libri: il vero significato del cambiamento rispetto ai romanzi

La terza stagione di Silo ha diviso immediatamente il pubblico, soprattutto tra i lettori dei romanzi di Hugh Howey. La scelta di far soffrire Juliette Nichols di amnesia dopo il suo ritorno nel Silo 18 è stata vista da molti come un’inutile deviazione dalla storia originale, oltre che come un artificio destinato a rallentare la narrazione. Dopo un finale di stagione che sembrava aver finalmente portato la protagonista a scoprire molte delle verità nascoste sul mondo esterno, l’idea di “azzerare” il personaggio ha lasciato perplessi molti spettatori.

Eppure questa critica rischia di fermarsi alla superficie. La modifica introdotta da Apple TV+ cambia certamente gli eventi raccontati nei libri, ma non ne tradisce necessariamente il significato. Anzi, osservando con attenzione i temi che Silo ha sviluppato sin dall’inizio, l’amnesia di Juliette appare molto meno come un espediente narrativo e molto più come un’estensione coerente della riflessione che la serie porta avanti sul controllo della memoria, della storia e della verità.

L’amnesia di Juliette non serve a rallentare la storia, ma rende personale il tema centrale di Silo: la manipolazione della memoria

Rebecca Ferguson in Silo - Stagione 3

Nei romanzi di Hugh Howey, Juliette non perde mai la memoria. Dopo il ritorno nel Silo 18 assume rapidamente un ruolo guida e prepara la popolazione allo scontro che sta per arrivare. La serie televisiva sceglie invece una strada completamente diversa, trasformando la protagonista in una donna incapace di fidarsi perfino dei propri ricordi.

È comprensibile che molti lettori abbiano interpretato questa scelta come un passo indietro. Dopo due stagioni costruite sulla ricerca della verità, vedere Juliette improvvisamente privata delle proprie certezze può dare l’impressione che la storia stia tornando al punto di partenza. Tuttavia è proprio qui che la serie modifica il significato della vicenda.

Per la prima volta, infatti, il tema della manipolazione della memoria non riguarda soltanto la società del Silo, ma invade direttamente la mente della protagonista. Juliette non deve più soltanto scoprire cosa le è stato nascosto: deve capire se può ancora fidarsi della propria identità. La perdita dei ricordi diventa quindi il modo più efficace per trasformare in esperienza personale ciò che finora era stato raccontato soprattutto come meccanismo politico.

Hugh Howey ha già spiegato perché questo cambiamento è più fedele ai temi dei libri di quanto sembri

Morven Christie in Silo - Stagione 3
Cortesia di © Apple TV

Le critiche hanno spinto lo stesso Hugh Howey a intervenire pubblicamente. L’autore ha invitato i fan a non giudicare troppo presto questa modifica, chiarendo che l’amnesia non rappresenta un tentativo di ripetere vecchie storyline né di rallentare artificialmente la stagione.

Il punto, secondo Howey, è un altro. Nei suoi romanzi la memoria è sempre stata il vero terreno di scontro tra libertà e oppressione. Anche se Juliette non perde i ricordi nelle opere originali, l’intera società dei Silo vive in una sorta di amnesia collettiva costruita deliberatamente per cancellare le rivolte precedenti e impedire alle persone di imparare dal passato.

La serie, quindi, non starebbe abbandonando il cuore dei libri, ma scegliendo semplicemente di renderlo più visibile. Spostando questo conflitto all’interno della protagonista, Apple TV+ rende tangibile un concetto che nei romanzi rimaneva spesso sullo sfondo delle dinamiche sociali.

La vera storia di Silo non parla del futuro, ma del modo in cui il potere riscrive continuamente il passato

Rebecca Ferguson in Silo - Stagione 3
Cortesia di © Apple TV

Sin dalla prima stagione Silo non è mai stato soltanto un racconto post-apocalittico. L’universo immaginato da Hugh Howey utilizza il futuro come metafora per riflettere sul presente, mostrando come ogni sistema autoritario sopravviva controllando prima di tutto la memoria collettiva.

Lo stesso autore ha raccontato che l’idea originale della saga nacque osservando quanto spesso la storia umana sembri ripetersi. Guerre, repressioni e crisi tornano ciclicamente perché le società dimenticano, oppure vengono spinte a dimenticare. È proprio questa riflessione che la terza stagione sembra voler rendere ancora più esplicita.

L’amnesia di Juliette, quindi, potrebbe essere molto più di una semplice deviazione narrativa. Potrebbe rappresentare il punto in cui Silo smette di raccontare soltanto un mistero da risolvere e diventa definitivamente una storia sul rapporto tra memoria e libertà. Se così sarà, il cambiamento rispetto ai romanzi non apparirà come un tradimento, ma come una diversa modalità di esprimere lo stesso messaggio che Hugh Howey aveva inserito fin dalle prime pagine di Wool.

I 10 film più attesi del resto del 2026

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I 10 film più attesi del resto del 2026

Siamo da poco a metà del 2026 e, finora, l’anno ha regalato agli spettatori una serie di film originali, potenti ed emozionanti. Un anno che probabilmente si rivelerà il più redditizio al botteghino mondiale dopo la pandemia, il 2026 ha visto l’uscita di nuovi capitoli delle saghe di Star Wars, DC, Toy Story, Super Mario Bros., Minions, 28 anni dopo, Masters of the Universe e Oceania, oltre a film originali di successo come Obsession, Backrooms e Send Help.

Con l’uscita nelle sale di Odissea di Christopher Nolan questa settimana, che celebra la metà del 2026 in modo epico, è il momento perfetto per dare uno sguardo ai mesi a venire e individuare i film da non perdere da qui alla fine dell’anno.

The Social Reckoning

The Social Reckoning film 2026
Jeremy Strong è Mark Zuckenberg in The Social Reckoning. Foto cortesia di Sony/Columbia Pictures

Pseudonimo sequel dell’acclamato film del 2010 di David Fincher, The Social Reckoning sembra voler continuare l’avvincente storia vera di Facebook e Mark Zuckerberg, raccontando eventi più recenti. Aaron Sorkin rimane uno dei migliori sceneggiatori di dialoghi taglienti del settore, ma finora le sue regie non sono state all’altezza della qualità delle sue sceneggiature.

Basandosi sul materiale promozionale, sembra che Sorkin possa avere tra le mani un vero gioiello. The Social Reckoning si concentrerà sul ruolo controverso di Facebook nella diffusione di disinformazione e nel suo contributo alla violenza, ponendo Frances Haugen (Mikey Madison) come protagonista. Con un cast stellare che include anche Jeremy Strong e Jeremy Allen White, c’è molto da aspettarsi da questo sequel.

Wild Horse Nine

Wild Horse Nine film 2026

Martin McDonagh si è guadagnato la reputazione di regista di alcune delle migliori commedie nere degli ultimi anni, e sembra che il regista irlandese ne abbia un’altra in serbo per questo autunno.

Wild Horse Nine è ambientato prima del colpo di stato cileno del 1973 e vede protagonisti John Malkovich e Sam Rockwell nei panni degli agenti della CIA Chris e Lee, rispettivamente.

Le immagini mostrate in esclusiva al CinemaCon hanno offerto un’ampia dose di brillanti scambi comici tra Malkovich e Rockwell, due dei più grandi attori comici in circolazione. Ma, come sempre accade con McDonagh, aspettatevi un potente filo conduttore emotivo ad accompagnare l’umorismo.

Werwulf

Aaron Taylor-Johnson in WERWULF
Credit: Rory Mulvey / © 2026 FOCUS FEATURES LLC

Robert Eggers alla regia di un film sui lupi mannari sembra un connubio perfetto. Il regista di Nosferatu, The Lighthouse e The Witch torna con un’altra opera che riflette inequivocabilmente la sua mente gotica, cruda e avvolta nell’ombra. Ambientato nell’Inghilterra del XIII secolo, il film segue le vicende di un contadino (Aaron Taylor-Johnson) che viene colpito da una terribile maledizione che lo trasforma in un lupo mannaro.

Eggers ritrova gran parte del cast di Nosferatu, tra cui Taylor-Johnson, Lily-Rose Depp e Willem Dafoe, per un film che sembra avere la stessa implacabile attenzione alla fedeltà storica che ha reso celebri le sue opere. Con kolossal fantascientifici come Dune: Parte 3 e Avengers: Doomsday in arrivo durante le festività natalizie, Werwulf si preannuncia come il perfetto intermezzo horror, un’opera cupa e oscura che conquisterà gli appassionati del genere.

Primetime

Robert Pattinson nel film Primetime

Da anni, i video dei cosiddetti “cacciatori di predatori” che intrappolano e ammoniscono presunti pedofili circolano sui social media, accumulando milioni di visualizzazioni. Sorprendentemente, l’incomprensibile interesse per queste controverse operazioni sotto copertura non è mai stato al centro di un lungometraggio narrativo, almeno fino ad ora.

Primetime vede Robert Pattinson nei panni di Chris Hansen, il conduttore del popolare programma televisivo “To Catch a Predator”. Il dramma psicologico a sfondo criminale prodotto da A24 si concentrerà apparentemente sulle imprese di Hansen nella caccia ai predatori nel corso degli anni e metterà in discussione i confini sfumati che separano giornalismo, giustizia e intrattenimento.

Pattinson è uno degli attori più affascinanti e richiesti del momento, e qualsiasi progetto in cui è coinvolto è immediatamente degno di essere visto. Il fatto che interpreti una figura così nota e controversa come Chris Hansen rende la sua interpretazione in Primetime ancora più intrigante.

Spider-Man: Brand New Day

Spider-Man: Brand New Day
Spider-Man: Brand New Day – Trailer 2

Tom Holland torna nell’Universo Cinematografico Marvel dopo cinque anni di assenza con l’attesissimo sequel di Spider-Man: No Way Home.

Basandosi sulla grande quantità di materiale promozionale disponibile finora, il nuovo film di Spidey sembra pronto a mantenere le promesse del titolo, offrendo un’avventura diversa per l’eroe Marvel interpretato da Tom Holland. Ambientato a livello urbano e apparentemente privo della follia multiversale che ha suscitato reazioni contrastanti tra i fan negli ultimi anni, il film di Destin Daniel Cretton si preannuncia interessante come esplorazione di un Peter Parker più maturo e adulto, alle prese con le difficili conseguenze di No Way Home.

A rendere Brand New Day ancora più avvincente è la presenza al fianco di Parker del Punitore (Jon Bernthal), dell’Hulk (Mark Ruffalo) e di un misterioso personaggio interpretato da Sadie Sink, ex star di Stranger Things, che secondo le voci più insistenti sarebbe Jean Grey. Non è ancora chiaro come tutti questi elementi, oltre alla Mano della serie Daredevil di Netflix, si incastrino tra loro, ma tutto ciò che Holland e la sua squadra hanno dichiarato sul film indica che il team ha dedicato tempo e attenzione per garantire che questo quarto film di Spider-Man con Holland come protagonista sia un’aggiunta degna all’MCU.

Resident Evil

Resident Evil film 2026

Con solo due film da solista all’attivo, Zach Cregger si è affermato come un regista horror i cui film meritano di essere visti. Dopo l’inaspettato successo di Barbarian e l’epopea horror meticolosamente realizzata di Weapons, Cregger torna con un interessante terzo film: un altro adattamento cinematografico della longeva saga videoludica di Resident Evil.

Mentre i precedenti film di Resident Evil hanno peccato sia come opere cinematografiche che come riproduzioni fedeli dell’amato materiale originale, il film di Cregger sembra essere una versione molto più fedele all’atmosfera di terrore e disperazione dei giochi Capcom. Ogni intervista rilasciata da Cregger sul film dimostra la sua evidente riverenza per i giochi e il desiderio di replicare la sensazione di giocarci in forma cinematografica. Il primo trailer, che mostra un corriere medico interpretato da Austin Abrams impegnato in una corsa contro il tempo per la sopravvivenza nel corso di una fatidica e terribile notte, anticipa un’esperienza cinematografica intensa e inquietante che fonde abilmente horror e azione.

Godzilla Minus Zero

Godzilla Minus Zero

L’acclamato regista e artista degli effetti speciali Takashi Yamazaki torna con il sequel del superbo Godzilla Minus One, in uscita nel 2023. Godzilla Minus Zero continua la toccante storia della famiglia Shikishima che, due anni dopo gli eventi del film precedente, si ritrova nuovamente faccia a faccia con Godzilla.

Le immagini mostrate al CinemaCon 2026 hanno anticipato un film di proporzioni immense, persino maggiori di quelle di Godzilla Minus One. Una scena in cui Godzilla passa davanti alla Statua della Libertà di New York, sovrastandola in altezza, è stata probabilmente l’immagine più memorabile dell’intera fiera cinematografica di quattro giorni.

Se Godzilla Minus Zero si avvicinerà anche solo lontanamente a Godzilla Minus One nell’evocare emozioni intense e nel terrorizzare con la rappresentazione più spaventosa di Godzilla mai vista al cinema, allora gli spettatori avranno davvero di che rallegrarsi questo novembre.

Digger

Digger - Film (2026)

Avvolta nel mistero fino a poco tempo fa, la commedia satirica ad alto budget di Alejandro G. Iñárritu, Digger, è una delle proposte più insolite e intriganti di questa lista. Tom Cruise sembra finalmente allontanarsi dal genere action per tornare a produzioni più impegnative, con un film che lo vede impegnato in una vera e propria trasformazione fisica.

Nel film, Cruise interpreta Digger Rockwell, un ricco magnate del petrolio e uno degli uomini più ricchi del pianeta, che cerca di salvare l’umanità da un disastro ambientale da lui stesso causato. Il cast di supporto è ricco di talenti, tra cui Riz Ahmed, John Goodman, Sandra Hüller, Michael Stuhlbarg, Jesse Plemons ed Emma D’Arcy.

Sebbene la tonalità grigiastra delle immagini nel trailer recentemente pubblicato possa dare al film un aspetto piuttosto scialbo, Digger si preannuncia comunque come un’esperienza cinematografica affascinante e originale, in arrivo nelle sale questo ottobre. Iñárritu è ​​un regista straordinario, noto per il suo stile viscerale e la narrazione non lineare. La combinazione di questo talento dietro la macchina da presa con un talento immenso davanti alla macchina da presa come quello di Cruise rendeva Digger imprescindibile per questa lista.

Dune: Parte Tre

Dune 3

Denis Villeneuve dirige, produce e co-scrive il terzo e, a quanto pare, ultimo capitolo della saga di Dune, prodotta da Warner Bros. Pictures e Legendary Entertainment. Un recente evento globale IMAX per i fan, che ha mostrato i primi 10 minuti del film e un nuovissimo trailer, ha offerto un’anteprima di immagini mozzafiato, simili a una versione fantascientifica di Salvate il soldato Ryan di Spielberg.

La fotografia di Linus Sandgren sembra eguagliare, e potenzialmente persino superare, lo straordinario lavoro svolto dal suo predecessore Greig Fraser in Dune: Parte Uno e Dune: Parte Due.

Nel frattempo, tutto ciò che Villeneuve e la sua squadra hanno dichiarato su Dune: Parte Tre non fa che aumentare ulteriormente le già alte aspettative. Il regista canadese ha chiarito di non voler semplicemente ripetere gli stessi schemi che hanno decretato il successo dei due precedenti film di Dune. Sembra invece intenzionato ad abbracciare gli elementi bizzarri di Dune: Messiah di Frank Herbert per realizzare un film che si collochi più nel genere thriller rispetto ai due precedenti.

Avengers: Doomsday

Avengers: Doomsday

Molto dipende da Avengers: Doomsday. L’imponente film corale dell’MCU arriva in un momento in cui i film di supereroi faticano al botteghino e le discussioni sulla saturazione del genere si fanno sempre più insistenti. Detto questo, ci sono molti motivi per essere entusiasti di Doomsday.

Il modo in cui il film gestirà la trasformazione di Robert Downey Jr. da Iron Man al Dottor Destino rimane avvolto nel mistero e i fan sono impazienti di sapere come l’attore premio Oscar interpreterà il principale cattivo della Marvel dopo aver interpretato così magistralmente il principale eroe della Marvel per tanti anni.

I fratelli Russo hanno avuto qualche passo falso da quando hanno lasciato l’MCU dopo Avengers: Endgame, ma non hanno mai sbagliato quando si tratta di realizzare film Marvel grandiosi, espansivi e di grande successo di pubblico. Il duo nutre chiaramente amore e apprezzamento per entrambe le incarnazioni dei fumetti di “Secret Wars”, che, ancora oggi, rimangono tra i migliori fumetti di supereroi mai scritti e illustrati.

L’enorme numero di personaggi e di grandi star presenti in Avengers: Doomsday rende il film ancora più interessante, poiché è difficile immaginare come i fratelli Russo e la loro squadra riusciranno a gestire così tanti elementi diversi in un film coerente e avvincente.

Il giudizio è ancora sospeso per quanto riguarda la capacità di Avengers: Doomsday di rilanciare il genere supereroistico in crisi, come auspicato, ma la posta in gioco, sia sullo schermo che fuori, per i nostri amati eroi è semplicemente troppo alta perché il prossimo film dell’MCU non si posizioni in cima a questa lista.

Odissea: come Christopher Nolan ha realizzato il ciclope Polifemo

Quando è stato annunciato che Christopher Nolan avrebbe portato sul grande schermo l’Odissea di Omero, una delle domande più ricorrenti riguardava il modo in cui avrebbe affrontato le sue creature leggendarie. Il regista britannico ha costruito gran parte della propria carriera cercando di dare concretezza a mondi apparentemente impossibili, dai viaggi nello spazio di Interstellar fino alla Gotham della trilogia de Il cavaliere oscuro. Per questo motivo la rappresentazione di Polifemo, il celebre Ciclope che incrocia il cammino di Ulisse, è diventata uno degli aspetti più discussi del film ancora prima della sua uscita.

LEGGI QUI LA NOSTRA RECENSIONE DEL FILM

Le prime immagini e le dichiarazioni raccolte durante la lavorazione hanno confermato ciò che molti si aspettavano: anche questa volta Nolan ha evitato di affidarsi completamente alla computer grafica, scegliendo invece una combinazione di effetti pratici, animatronica, marionette meccaniche e scenografie reali. Il risultato nasce da una filosofia precisa, che punta a far percepire allo spettatore la presenza fisica del mostro. Scopriamo quindi chi è davvero Polifemo nell’epopea omerica e come il regista sia riuscito a trasformare una delle figure più iconiche della mitologia greca in qualcosa di credibile e inquietante.

Chi è davvero Polifemo nell’Odissea e perché il suo incontro con Ulisse cambia il destino dell’intero viaggio

Matt Damon in azione in Odissea (2026)
© Universal Studios.

L’episodio del Ciclope occupa un posto centrale nell’Odissea perché rappresenta uno dei momenti in cui l’intelligenza di Ulisse prevale sulla forza bruta. Dopo essere approdato sull’isola abitata dai Ciclopi, l’eroe e i suoi compagni entrano nella grotta di Polifemo, gigantesco pastore con un solo occhio e figlio del dio del mare Poseidone. L’incontro si trasforma rapidamente in un incubo: il gigante blocca l’uscita della caverna con un enorme masso e comincia a divorare alcuni degli uomini dell’equipaggio.

Per salvarsi, Ulisse escogita uno degli stratagemmi più celebri della letteratura occidentale. Fa ubriacare il Ciclope, gli dice di chiamarsi “Nessuno” e, mentre il gigante dorme, acceca il suo unico occhio con un palo appuntito. Quando Polifemo grida aiuto sostenendo che “Nessuno” lo sta aggredendo, gli altri Ciclopi credono che non ci sia alcun pericolo e lo lasciano solo. Gli uomini riescono quindi a fuggire aggrappandosi al ventre delle pecore del gregge che il gigante lascia uscire dalla caverna.

L’episodio, tuttavia, ha conseguenze decisive. Accecato e umiliato, Polifemo invoca il padre Poseidone, chiedendogli vendetta contro Ulisse. È proprio questa maledizione a trasformare il ritorno verso Itaca in un viaggio interminabile, destinato a protrarsi per dieci anni. Nel film di Christopher Nolan, questa sequenza mantiene quindi il suo peso narrativo fondamentale: non è soltanto una spettacolare sfida contro un mostro, ma il momento in cui il protagonista paga il prezzo della propria astuzia e vede cambiare definitivamente il proprio destino.

Per Christopher Nolan il ciclope doveva sembrare reale: così è nato Polifemo attraverso effetti pratici, animatronica e una gigantesca struttura alta 18 metri

Matt Damon in Odissea (2026)

Trasportare sullo schermo una creatura mitologica senza trasformarla in un personaggio da fantasy tradizionale era probabilmente la sfida più complessa dell’intero progetto. Christopher Nolan ha spiegato a Empire che tutto il lavoro sul Ciclope è nato da una domanda molto semplice: “Come sarebbe questa situazione nella realtà?”. È la stessa logica che aveva guidato il regista nella costruzione dell’universo di Interstellar o nella reinterpretazione realistica di Batman.

Secondo Nolan, l’obiettivo non era offrire una versione fiabesca o caricaturale di Polifemo, bensì far vivere allo spettatore il terrore provato da Ulisse e dai suoi uomini. “Tutto nella sequenza del Ciclope è orientato a immaginare come sarebbe davvero nella vita reale. Non volevamo affrontarlo come qualcosa uscito da un libro illustrato, ma essere lì dentro insieme a Ulisse e ai suoi compagni. È una situazione terrificante”, ha spiegato il regista.

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Per ottenere questa sensazione di autenticità, la produzione ha costruito una complessa combinazione di animatronica, sistemi di puppetry e una gigantesca struttura alta circa 60 piedi, oltre 18 metri, capace di restituire sul set l’impressione della scala monumentale del gigante. L’intento era permettere agli attori di avere davanti qualcosa di concreto, riducendo al minimo la necessità di immaginare un personaggio che sarebbe stato aggiunto successivamente in digitale.

Anche Matt Damon, interprete di Ulisse, ha raccontato come questa filosofia abbia influenzato tutto il lavoro sul film. Durante il podcast Good Hang ha ricordato che Nolan cerca sempre di limitare gli effetti digitali allo stretto necessario, sfruttando le migliori tecnologie disponibili per realizzare il maggior numero possibile di scene direttamente davanti alla macchina da presa. La computer grafica resta presente, ma come strumento di rifinitura e integrazione, mai come elemento dominante dell’immagine.

La grotta reale, migliaia di api, quaranta pecore e la presenza di Bill Irwin: perché il set è diventato parte integrante del mostro

Odissea grotta Polifemo
La grotta di Polifemo in Odissea © Universal Studios. All Rights Reserved.

Uno degli aspetti più sorprendenti della lavorazione riguarda la scelta della location. Invece di ricostruire l’ambiente in studio, Christopher Nolan ha girato la sequenza all’interno di una vera caverna in Grecia. Le dichiarazioni rilasciate a Empire indicano la Grotta di Nestore, in Messenia, come teatro principale della scena, mentre altre testimonianze della produzione hanno citato anche la Grotta di Psychro, tradizionalmente associata alla nascita di Zeus nella mitologia greca. In ogni caso, la filosofia produttiva è rimasta identica: utilizzare una cavità naturale per ottenere un’atmosfera impossibile da riprodurre integralmente in teatro di posa.

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L’ambiente reale ha imposto condizioni di ripresa molto impegnative. Matt Damon ha raccontato che all’ingresso della grotta era presente uno sciame composto da migliaia di api, tanto che il ronzio è rimasto udibile anche nella versione finale del film. Per raggiungere il set gli attori dovevano attraversare una vera e propria barriera di insetti, un dettaglio che ha contribuito ad aumentare il senso di disagio percepito durante le riprese.

All’interno della caverna erano presenti anche quaranta pecore vive, richiamo diretto all’episodio narrato da Omero. Con il passare delle ore l’ambiente è diventato sempre più umido e maleodorante. Nolan ha raccontato di avere costruito numerose caverne artificiali nel corso della carriera, spiegando però che lavorare in una grotta autentica produce una sensazione completamente diversa. Quando il masso chiude l’ingresso e tutto viene avvolto dal buio, ha osservato il regista, l’atmosfera diventa realmente opprimente e restituisce una credibilità impossibile da simulare.

A rafforzare ulteriormente la presenza del Ciclope è intervenuto Bill Irwin, già voce del robot TARS in Interstellar. L’attore ha interpretato Polifemo direttamente sul set, producendo versi, rumori e indicazioni vocali durante ogni ripresa. Matt Damon ha ricordato che Irwin è rimasto con il cast per tutta la lavorazione della sequenza, consentendo agli interpreti di reagire a una presenza concreta invece che a un semplice riferimento immaginario.

Polifemo diventa un personaggio fisico: il rapporto con gli attori racconta la filosofia cinematografica di Christopher Nolan

La Grotta del Ciclope in Odissea (2026)

La scelta di dare corpo a Polifemo riflette perfettamente il modo in cui Christopher Nolan concepisce il cinema. L’obiettivo non consiste nel dimostrare quanto avanzata possa essere la tecnologia digitale, ma costruire un ambiente che esista realmente davanti agli occhi degli interpreti. Per questo motivo il Ciclope non viene trattato come un effetto speciale isolato, bensì come un personaggio con cui Ulisse e il suo equipaggio condividono lo spazio fisico della scena.

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La gigantesca struttura costruita sul set, la performance di Bill Irwin, la grotta naturale, gli animali veri e gli effetti meccanici concorrono a creare un’esperienza immersiva che coinvolge contemporaneamente attori e spettatori. La paura che emerge sul volto di Matt Damon nasce infatti da elementi realmente presenti durante le riprese, mantenendo quella tensione concreta che rappresenta uno dei marchi di fabbrica del regista britannico.

Con Odissea, Nolan dimostra così che anche uno dei racconti più fantastici della tradizione occidentale può essere affrontato attraverso un linguaggio profondamente realistico. Polifemo conserva tutta la sua dimensione mitologica, ma acquista un peso fisico che rende ancora più drammatico l’incontro con Ulisse, trasformando una leggenda antica in un’esperienza cinematografica tangibile.

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Heartstopper Forever, tutto quello che c’è da sapere sul film

Heartstopper Forever, tutto quello che c’è da sapere sul film

Sono passati 4 anni da quando Nick Nelson e Charlie Spring si sono conosciuti grazie a una disposizione fortunata dei posti a scuola e, in questo periodo, Heartstopper è diventata una delle storie d’amore adolescenziali più amate di Netflix. Ora, la storia iniziata con un incontro casuale alla Truham Grammar sta per concludersi, non con una quarta stagione, ma con un unico episodio finale della durata di un lungometraggio.

Heartstopper Forever arriva su Netflix venerdì 17 luglio, esattamente quattro anni dopo la première della prima stagione, che ha fatto conoscere al pubblico il commovente mondo di Alice Oseman. Ecco tutto quello che c’è da sapere sul film, inclusa la data di uscita, il cast che ritorna e cosa aspettarsi dal capitolo finale della storia.

Dove eravamo rimasti con Heartstopper?

Nel corso di tre stagioni, Heartstopper ha seguito il giocatore di rugby Nick Nelson (Kit Connor) e il riservato artista Charlie Spring (Joe Locke) nel loro percorso da un’improbabile amicizia al primo amore, il tutto sullo sfondo della Truham Grammar School e della sua scuola gemella, Higgs. Intorno a loro, un gruppo affiatato di amici – Tao (William Gao), Elle (Yasmin Finney), Tara (Corinna Brown), Darcy (Kizzy Edgell), Isaac (Tobie Donovan) – ha intrapreso i propri percorsi, affrontando temi come l’amore, l’identità e la salute mentale.

Alla fine della terza stagione, Nick e Charlie erano più sereni che mai, avendo affrontato insieme alcune delle loro più grandi sfide e uscendone rafforzati. Anche molti dei loro amici avevano raggiunto importanti punti di svolta, con storie d’amore che si approfondivano, futuri che iniziavano a delinearsi e insicurezze a lungo represse finalmente affrontate.

Ma la vita reale era sempre in agguato, e Heartstopper Forever riprende proprio quando i giorni di scuola iniziano a svanire nella memoria, lasciando spazio a un capitolo della loro vita ben più grande, spaventoso e incerto: l’età adulta.

Mentre i progetti universitari, le relazioni a distanza, le ambizioni di carriera e le domande sul futuro iniziano a spingere gli amici in direzioni diverse, i nostri protagonisti devono capire cosa significhi davvero crescere e se i legami che hanno costruito riusciranno a sopravvivere ai cambiamenti che li attendono.

Ecco cosa sappiamo finora di Heartstopper Forever

Heartstopper Forever: il capitolo finale

Scritto dalla creatrice della serie e autrice di graphic novel Alice Oseman e diretto da Wash Westmoreland (Still Alice, Colette), il film si basa sul sesto e ultimo volume delle graphic novel di Oseman, insieme alla sua novella Nick and Charlie, per concludere l’adattamento cinematografico.

L’ultimo volume della graphic novel, Heartstopper Volume 6, è uscito il 2 luglio 2026, quindi c’è tutto il tempo per chiunque voglia leggerlo prima di vedere il film. Si tratta di un grande cambiamento di formato per una serie che si è sempre sviluppata episodio per episodio, ma Oseman ha chiarito che la modifica è stata in definitiva una scelta creativa.

Il film riprenderà con la coppia ancora unita, ma alle prese con un nuovo tipo di pressione: Nick si sta preparando per andare all’università, mentre Charlie rimane a casa per cercare di ambientarsi senza di lui. Gestire i cambiamenti che comporta una relazione a distanza crea dubbi e li spinge in un territorio incerto. I loro amici, nel frattempo, affrontano i propri alti e bassi mentre tutti cercano di capire cosa significhi davvero crescere.

Oseman ha descritto il film come un’esplorazione della “magia ordinaria della nostra vita quotidiana“, insieme a temi più ampi come il tempo, la memoria e il cambiamento. Si tratta di un tono decisamente più riflessivo e maturo per una storia che era iniziata con l’eccitazione frizzante di una prima cotta.

Heartstopper Forever
Il cast completo di Heartstopper Forever

Perché scegliere un finale lungometraggio?

La creatrice Alice Oseman ha rivelato che il film rappresenta “un grande cambiamento rispetto a ciò che conosciamo”, aprendo nuove ed entusiasmanti possibilità narrative. Parlando con Tudum di Netflix, Oseman ha sottolineato come il formato cinematografico offra la libertà di dare vita alla storia in un modo nuovo, senza essere vincolati alle pause tra gli episodi o ai finali aperti.

Con più tempo a disposizione per far sì che i momenti chiave si sviluppino naturalmente, i fan possono aspettarsi un commiato emozionante e cinematografico che darà al percorso di Nick e Charlie la conclusione toccante che merita.

C’è un motivo in più per essere entusiasti, dato che gli attori Kit Connor e Joe Locke assumono nuovi ruoli dietro la macchina da presa come produttori esecutivi. Il loro coinvolgimento contribuirà a plasmare il capitolo finale, che promette di celebrare il romanticismo, l’amicizia e il calore che hanno reso Heartstopper un fenomeno globale.

Quali membri del cast torneranno per il finale?

La maggior parte del cast principale tornerà per il finale, tra cui Joe Locke, Kit Connor, William Gao, Yasmin Finney, Corinna Brown, Kizzy Edgell, Tobie Donovan, Jenny Walser, Rhea Norwood e Leila Khan, insieme a Fisayo Akinade e Nima Taleghani nei panni degli insegnanti Mr. Ajayi e Mr. Farouk.

C’è però un cambiamento importante: Olivia Colman non tornerà nei panni della madre di Nick, Sarah Nelson, ruolo che verrà affidato ad Anna Maxwell Martin (Motherland, Ludwig).

Oseman ha spiegato che escludere completamente Sarah dalla storia non era un’opzione, poiché la sua assenza da questo capitolo finale sarebbe sembrata illogica, considerando alcune delle esperienze vissute da Nick. Il veterano Derek Jacobi si unisce al cast con un cameo.

Data di uscita e dove vedere Heartstopper Forever

Heartstopper Forever debutta a livello globale su Netflix venerdì 17 luglio 2026.

Il trailer di Heartstopper Forever

A 15 anni da I Doni della Morte – Parte 2, il reboot di Harry Potter della HBO deve affrontare una sfida impossibile

Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2 è uscito nelle sale 15 anni fa, concludendo una delle saghe cinematografiche di maggior successo nella storia di Hollywood. Basata sui romanzi di J.K. Rowling, la saga di Harry Potter ha avuto inizio nel 2001 con Harry Potter e la Pietra Filosofale, diretto da Chris Columbus (Mamma, ho perso l’aereo). Il film segue le vicende di un giovane ragazzo di nome Harry Potter che scopre di essere un mago e si iscrive a Hogwarts, un’accademia di magia d’élite.

I sette libri sono stati adattati in otto film, con l’ultimo libro diviso in due parti. Quest’ultimo film, Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2, vede Harry e i suoi amici riunirsi con gli studenti e i professori di Hogwarts per combattere Lord Voldemort e i suoi Mangiamorte. È un finale perfetto per una saga cinematografica che non ha mai perso smalto durante tutta la sua esistenza. Con quattro registi diversi e un fantastico cast ricorrente, rimane un punto di riferimento del genere fantasy.

Quest’anno, HBO Max lancia il reboot dell’intera saga di Harry Potter come serie a episodi. Il formato televisivo permette di raccontare una parte maggiore della storia tratta dai libri e di riprendere trame e personaggi lasciati in sospeso che i film non sono riusciti a inserire nella durata della serie. Tuttavia, questo non significa che funzionerà bene come i film, e la serie ha una lunga e difficile sfida da affrontare per eguagliarli, per diverse ragioni. Almeno, però, i fan avranno sempre i film originali a cui fare riferimento.

La saga cinematografica di Harry Potter si è conclusa 15 anni fa

Harry Potter e i Doni della Morte - Parte 2 spiegazione finale film

Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2 è uscito nelle sale il 15 luglio 2011. Questo film ha segnato la fine della lunga storia iniziata 10 anni prima, e il pubblico ha avuto la possibilità di vedere il cast crescere sul grande schermo. In questo film, Harry Potter e i suoi amici portano la guerra a Lord Voldemort e salvano finalmente la loro amata Hogwarts una volta per tutte. Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint hanno offerto un’ultima, memorabile interpretazione nei loro 10 anni di ruoli.

L’ultimo film della saga è stato un successo strepitoso. Ha incassato 1,343 miliardi di dollari a fronte di un budget di 250 milioni di dollari, condiviso con Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 1. Si è trattato quindi di un successo finanziario sotto ogni punto di vista. È stato inoltre acclamato dalla critica, ottenendo tre nomination agli Oscar e un posto nella lista dei migliori film del 2011 del National Board of Review.

Il film ha stabilito diversi record al botteghino, tra cui il miglior weekend di apertura (169,1 milioni di dollari), il miglior weekend di apertura a livello mondiale (483,1 milioni di dollari) e il film fantasy live-action con il maggior incasso (381 milioni di dollari). Ha contribuito a definire gli standard per tutti gli adattamenti fantasy successivi, compresi i tentativi di sfruttare ulteriormente il successo della saga di Harry Potter.

Harry Potter è un raro franchise che non ha mai vacillato

Harry Potter e i Doni della Morte - Parte 1 spiegazione finale film

Il franchise di Harry Potter si distingue anche per aver completato la sua storia senza un singolo film deludente in tutta la serie. Chris Columbus ha dato il via alla saga con i primi due film, aiutando i giovani attori a sentirsi a proprio agio grazie alla sua esperienza decennale con le star bambine. A lui è succeduto Alfonso Cuarón, che ha diretto il miglior film dell’intera saga, Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban.

In seguito, Mike Newell ha diretto il quarto film, e poi David Yates è subentrato alla regia degli ultimi quattro film della serie, concludendo con Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2. Nell’intero franchise, solo due film hanno avuto un punteggio inferiore all’80% su Rotten Tomatoes (L’Ordine della Fenice e I Doni della Morte – Parte 1). Due film hanno superato il 90%, con I Doni della Morte – Parte 2 al 96%. Il CinemaScore di ogni film è stato A-, A o A+.

In totale, sei degli otto film di Harry Potter hanno ricevuto 12 candidature agli Oscar. Sebbene il franchise non abbia vinto alcun premio Oscar, il suo successo è stato comunque notevole. Complessivamente, gli otto film di Harry Potter hanno incassato 7,7 miliardi di dollari in tutto il mondo, di cui 2,3 miliardi negli Stati Uniti. Questo è ciò che lo rende uno dei franchise fantasy di maggior successo, e la serie di HBO Max avrà un compito arduo per eguagliare il suo predecessore.

HBO Max ha un compito difficile per eguagliare la qualità di questo franchise

La squadra Grifondoro nella serie di Harry Potter HBO
© HBO

Daniel Radcliffe ha chiarito di non voler mettere alcuna pressione sui giovani attori che interpreteranno Harry, Hermione e Ron. Ha persino affermato che, per evitare di gravare ulteriormente sui giovani attori che li sostituiranno, smetterà di parlare del franchise una volta iniziata la serie di HBO Max. Tuttavia, questo non impedirà i paragoni, che peseranno non poco sul nuovo franchise.

Sarà difficile sostituire anche gli attori adulti, dato che Papa Essiedu farà fatica a eguagliare la brillantezza che Alan Rickman ha portato al ruolo di Severus Piton. John Lithgow (Albus Silente), Nick Frost (Rubeus Hagrid) e Janet McTeer (Minerva McGonagall) sono tutti grandi attori, ma stanno anche sostituendo altri grandi attori, e i paragoni saranno inevitabili.

L’unico vantaggio della serie HBO Max è la sua maggiore durata, che ha permesso agli showrunner di aggiungere elementi che erano stati omessi nei film. Questo include tutto, dal ruolo di Neville Paciock e la difficile situazione degli elfi domestici, fino ad approfondire il tragico passato di Silente, Piton e dei genitori di Harry. Detto questo, tutto dipenderà dalla sua realizzazione, e i film di Harry Potter hanno alzato l’asticella molto in alto, soprattutto con Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2.

Odissea: dall’Italia alla Grecia, tutte le location del film di Christopher Nolan

Con Odissea (leggi qui la nostra recensione), Christopher Nolan affronta una delle imprese più ambiziose della sua carriera, portando sul grande schermo il poema di Omero attraverso una produzione che rappresenta già un momento storico per il cinema contemporaneo. Il film, uscito il 16 luglio, è il primo lungometraggio realizzato interamente con cineprese IMAX su pellicola, una scelta che ha imposto un approccio produttivo radicale e ha spinto il regista britannico a privilegiare ambientazioni reali rispetto alle ricostruzioni digitali. La volontà di restituire il senso epico del viaggio di Ulisse ha così trasformato il Mediterraneo e alcuni dei paesaggi più spettacolari del mondo nei veri protagonisti della messa in scena.

Le quasi tre ore di racconto conducono lo spettatore attraverso un itinerario che attraversa continenti, isole, coste e deserti, seguendo la stessa logica del poema omerico. Molte delle immagini più suggestive sono state girate in Italia, soprattutto tra la Sicilia, le Egadi e le Eolie, ma la produzione ha raggiunto anche Grecia, Marocco, Scozia e Islanda, scegliendo luoghi autentici che contribuiscono a dare corpo al mito. Scoprire dove è stato girato Odissea significa quindi comprendere anche il metodo di lavoro di Nolan, da sempre convinto che il paesaggio reale possa trasmettere una forza visiva impossibile da replicare artificialmente.

Odissea rappresenta il cinema epico secondo Christopher Nolan, tra fedeltà al mito e ricerca del massimo realismo visivo

Matt Damon e Zendaya in Odissea (2026)
Matt Damon e Zendaya in Odissea (2026) © Universal Studios.

Dopo aver esplorato il thriller, la fantascienza, il war movie e il biopic storico, Christopher Nolan affronta con Odissea il genere epico, confrontandosi con uno dei testi fondativi della cultura occidentale. Il regista sceglie di raccontare il ritorno di Ulisse a Itaca evitando una rappresentazione puramente fantastica e costruendo invece un mondo credibile, materico e profondamente legato ai paesaggi naturali. La collaborazione con la scenografa Ruth De Jong, già candidata all’Oscar per Oppenheimer, è stata determinante per creare un’estetica capace di fondere archeologia, immaginazione e ricerca storica senza affidarsi eccessivamente agli effetti digitali.

Questa filosofia attraversa ogni aspetto della produzione. Nolan ha più volte spiegato di aver cercato luoghi che conservassero ancora oggi un carattere antico, quasi immutato, perché fossero in grado di evocare il Mediterraneo immaginato da Omero. La decisione di girare interamente in IMAX ha reso il lavoro ancora più complesso, imponendo alla troupe di trasportare attrezzature pesantissime in località spesso difficili da raggiungere. Il risultato è un film che trasforma il paesaggio in elemento narrativo, facendo delle location una componente essenziale del racconto piuttosto che un semplice sfondo spettacolare.

Le location italiane tra Favignana, Eolie, Ostia e Tivoli raccontano il cuore mediterraneo del viaggio di Ulisse

Anne Hathaway come Penelope e Tom Holland come Telemaco in Odissea (The Odyssey)
Anne Hathaway come Penelope e Tom Holland come Telemaco in Odissea (The Odyssey) © Universal Studios.

L’Italia occupa una posizione centrale nella costruzione dell’universo visivo di Odissea. È soprattutto la Sicilia ad assumere un ruolo decisivo, grazie alle riprese realizzate tra Favignana, le Isole Eolie e alcuni dei luoghi più suggestivi del Mediterraneo. Proprio Favignana, nell’arcipelago delle Egadi, è stata scelta da Nolan per rappresentare Itaca, la patria di Ulisse. Il regista ha raccontato di essersi innamorato immediatamente del Castello di Santa Caterina, arroccato sul monte che domina l’isola, considerandolo il luogo perfetto per evocare la dimora dell’eroe omerico. La difficoltà logistica non ha fermato la produzione: l’assenza di una strada carrabile ha imposto l’utilizzo di elicotteri e di una funicolare per trasportare uomini e materiali fino alla fortezza.

Un’importanza analoga hanno avuto le Isole Eolie, dove la troupe ha lavorato tra Lipari, Vulcano, Basiluzzo e gli spettacolari faraglioni affacciati sul Tirreno. A Lipari è stato ambientato l’incontro di Ulisse con le Sirene, mentre le coste vulcaniche e gli isolotti dell’arcipelago sono stati utilizzati per rappresentare diverse tappe del lungo viaggio verso Itaca. Le riprese hanno interessato anche gli scogli di Pietra Lunga e Pietra Menalda, interpretati come le celebri “rupe erranti” descritte da Omero, oltre alla Pietra del Bagno, scelta per le sue forme spettacolari. Al di fuori della Sicilia, Nolan ha girato lungo il litorale laziale, tra il porto di Ostia, l’Idroscalo e le ex cave di pozzolana di Tivoli, ambientazioni utilizzate per alcune sequenze navali e per scenari dal forte impatto visivo.

Dalla Grecia al Marocco, passando per il Mediterraneo orientale, il viaggio ricostruisce i grandi episodi del poema di Omero

Scene di gueera in Odissea (2026)
Scene di guerra in Odissea (2026) © Universal Studios.

Gran parte del percorso di Ulisse prende forma in Grecia, scelta come naturale prosecuzione delle location italiane. La penisola del Peloponneso ospita numerosi momenti fondamentali del racconto, a partire dalla celebre Grotta di Nestore, nei pressi della spiaggia di Voidokilia, dove Nolan ha ambientato lo scontro con il ciclope Polifemo. La cavità naturale, legata già nell’antichità a diversi miti greci, offre un ambiente perfettamente coerente con la dimensione primordiale del poema. Le riprese sono state particolarmente impegnative, anche per la presenza di migliaia di api e per le difficili condizioni all’interno della grotta, dove sono state trasportate decine di pecore necessarie per ricostruire fedelmente uno degli episodi più celebri dell’Odissea.

Sempre in Grecia trovano spazio la fortezza medievale di Methoni, l’imponente Acrocorinto e altri scenari della regione della Messenia, che accompagnano diverse fasi del viaggio dell’eroe. Le sequenze dedicate alla guerra di Troia, invece, sono state girate in Marocco, dove il villaggio fortificato di Aït Ben Haddou, patrimonio UNESCO, è stato trasformato nella città assediata dai Greci. Qui la produzione ha costruito un enorme set fisico capace di ospitare migliaia di comparse, evitando il ricorso alle estensioni digitali. Anche Essaouira, Marrakech e Tahannaout fanno parte del percorso produttivo del film, mentre la spettacolare Duna Bianca nei pressi di Dakhla, nel Sahara Occidentale, è stata scelta per rappresentare Ogigia, l’isola dove Calipso trattiene Ulisse per anni prima della ripresa del viaggio.

Scozia e Islanda ampliano l’orizzonte epico del film trasformando il paesaggio naturale in elemento narrativo

Matt Damon in azione in Odissea (2026)
© Universal Studios.

Le ultime tappe delle riprese portano la produzione lontano dal Mediterraneo, confermando l’ambizione di Nolan di associare ogni episodio del poema a un ambiente realmente esistente. In Scozia, la troupe ha lavorato nella Foresta di Culbin, lungo il Moray Firth, scenario scelto per rappresentare la battaglia tra la flotta di Ulisse e i Lestrigoni. Altre riprese hanno interessato Burghead, il porto di Buckie e le rovine del Castello di Findlater, dove è stata utilizzata la Draken Harald Hårfagre, la più grande nave vichinga costruita in epoca moderna, adattata per interpretare l’imbarcazione dell’eroe acheo.

L’Islanda rappresenta invece il volto più remoto e inquietante del viaggio. Nolan vi aveva già lavorato per Batman Begins e Interstellar, tornando a sfruttarne i paesaggi estremi per dare forma all’Ade, il regno dei morti visitato da Ulisse. Le riprese sono state effettuate durante il periodo del sole di mezzanotte, in un ambiente caratterizzato da vento costante, pioggia e vaste distese laviche quasi prive di vegetazione. L’impressione è quella di un luogo sospeso fuori dal tempo, perfettamente coerente con uno degli episodi più enigmatici del poema. Attraverso questa continua alternanza di ambientazioni mediterranee e paesaggi nordici, Odissea costruisce un viaggio che trova nella geografia reale uno degli strumenti più efficaci per restituire la grandezza del mito.

House of the Dragon spiega perché i Tyrell, e non gli Hightower, governavano l’Altopiano

Proprio come Il Trono di Spade ruotava principalmente attorno al conflitto tra Stark e Lannister, House of the Dragon è incentrato sui Targaryen e sugli Hightower, ma cosa significa questo per i Tyrell? Delle quattro casate menzionate, gli Hightower si trovano tecnicamente all’ultimo posto nella gerarchia. I Targaryen sono i legittimi sovrani, mentre gli Stark e i Tyrell sono due delle Grandi Casate di Westeros. Sono i Protettori o Lord Protettori, mentre famiglie come gli Hightower sono al loro servizio.

In Il Trono di Spade scopriamo che i Tyrell sono i Lord Protettori dell’Altopiano. Gli Hightower sono tra i vassalli dei Tyrell. Tuttavia, in House of the Dragon è chiaro che gli Hightower erano quasi potenti quanto i Targaryen durante la Danza dei Draghi. Sono più ricchi dei Tyrell, possiedono la forza della Fede e fanno parte di un’antica stirpe di re risalente all’Alba dei Giorni. Eppure, quando Aegon il Conquistatore conquistò l’Altopiano, non affidò loro il comando.

Quando Aegon il Conquistatore iniziò le sue conquiste, in genere permise alle famiglie reali di continuare a governare le rispettive regioni a patto che si sottomettessero. Queste divennero le Grandi Casate, fedeli ai Targaryen ma in grado di continuare a governare. Quando si trattò dell’Altopiano, tuttavia, le cose non andarono come previsto. L’antica casata reale, i Gardner, fu purtroppo sterminata. Così, Aegon dovette scegliere una famiglia che prendesse il loro posto. Ignorò i ricchi Hightower e nominò i Tyrell, umili intendenti dei Gardners.

House of the Dragon dimostra che Aegon il Conquistatore aveva ragione sugli Hightower

James Norton As Lord Ormund Hightower
House of the Dragon – Stagione 3

Considerando quanto siano potenti gli Hightower in House of the Dragon, sembrerebbe proprio che fossero i dominatori dell’Altopiano. Tuttavia, Re Aegon I li ignorò espressamente. Oltre agli Hightower, esistevano diverse casate che discendevano da antiche stirpi reali, e i Tyrell non erano tra queste. Aegon sapeva che se avesse ceduto il potere a una qualsiasi di queste casate più importanti, ciò avrebbe causato immense tensioni al loro interno. I Tyrell erano attendenti dei Gardner, quindi governanti onorari privi di un vero e proprio status regale.

Elevando i Tyrell, Aegon evitò guerre e conflitti tra le più alte casate nobiliari dell’Altopiano. Inoltre, si assicurò che questa regione di inestimabile valore fosse governata da una famiglia a lui completamente debitrice. Non erano nati in quella posizione, bensì l’avevano ereditata dai potentissimi Targaryen. Gli Hightower, con tutta la loro antica ricchezza e il loro potere, non avrebbero mai provato quel tipo di riverenza per Aegon, e lui lo sapeva.

Ne vediamo i segnali in House of the Dragon – Stagione 3. Ormund Hightower esprime chiaramente il suo disprezzo per i Targaryen, dicendo al suo protetto, Daeron Targaryen, che deve sopprimere la sua discendenza di Signore dei Draghi e abbracciare il suo lato Hightower. Sebbene la sua famiglia abbia servito i Targaryen per un secolo, Ormund e i suoi parenti sono stati educati a mettere al primo posto la Fede dei Sette. Incesto, poligamia e draghi sono incompatibili con la Fede, quindi se gli Hightower fossero mai stati veramente al potere nell’Altopiano, non sarebbe stato di buon auspicio per la dinastia Targaryen.

I Targaryen adottarono la Fede dei Sette dopo la conquista, principalmente per motivi di integrazione. Con il passare degli anni, la devozione della famiglia alla religione divenne autentica, ma rimasero esentati da molte pratiche e aspettative.

Cosa stanno combinando i Tyrell in House of the Dragon?

È fin troppo facile credere che gli Hightower non siano il vero potere dell’Altopiano in Game of Thrones, dato che sono chiaramente i Tyrell a detenere il ruolo di figure di spicco della serie. Gli Hightower si vedono raramente. Naturalmente, la situazione è esattamente l’opposto in House of the Dragon, dove quasi ogni scena è occupata, in qualche modo, da un fastidioso Hightower. Eppure, persino durante la Danza dei Draghi, i Tyrell sono al comando: dove sono, quindi?

Secondo Fuoco e Sangue di George R.R. Martin, i Tyrell scelsero di non partecipare alla Danza dei Draghi. Il signore dell’epoca, Lyonel Tyrell, era solo un neonato, e sua madre, la reggente, decise di non schierarsi affatto tra i Neri e i Verdi. Gli Hightower erano fedeli al loro Lord Supremo, ma la posizione della Regina Alicent implicava che i Tyrell avessero un’autorità minima su figure come Ormund. Quindi, sebbene i Lord di Alto Giardino siano tecnicamente presenti in House of the Dragon, non hanno ancora raggiunto la forza che diventeranno in Game of Thrones.