Odissea (leggi
qui la nostra recensione) di Christopher
Nolan si conclude con When I’m Home, un brano originale
interpretato da James
Blake, Travis
Scott e Ludwig
Göransson. La canzone moderna arriva dopo quasi tre ore
trascorse nell’antico mondo raccontato da Omero, ma la sua collocazione risulta
perfettamente coerente con il desiderio di ritorno a Itaca che
attraversa l’intero film. Il coinvolgimento di Travis Scott, inoltre, non si limita
alla colonna sonora: il rapper interpreta anche un aedo che
racconta ai pretendenti di Penelope le imprese di Odisseo. Christopher Nolan ha spiegato così
questa scelta a E! News:
“Ho scelto Travis Scott perché volevo richiamare l’idea che
questa storia ci sia stata tramandata attraverso la poesia orale,
un concetto che considero analogo al rap.” Dopo aver visto
il film, questa decisione acquista ancora più senso. Il brano dei
titoli di coda trasforma infatti un antico racconto di ritorno a
casa in qualcosa di profondamente contemporaneo, senza però
alterare il viaggio che lo ha preceduto.
When I’m
Home spiega il finale moderno immaginato da
Christopher
Nolan
When I’m Home è
stata scritta da Ludwig
Göransson, James
Blake, Travis
Scott e dallo stesso Christopher
Nolan, mentre la produzione è stata curata da
Göransson e Blake. Si tratta del primo contributo accreditato di
Nolan come autore di una canzone in una carriera da regista
iniziata quasi trent’anni fa.
L’idea di accompagnare il poema di Omero con un brano contemporaneo potrebbe
sembrare, almeno sulla carta, una scelta capace di interrompere
l’immersione dello spettatore. Nolan ha costruito tutta la sua
carriera sull’uso di ambientazioni reali, effetti pratici e
un’esperienza cinematografica il più possibile immersiva, perciò
ascoltare Travis
Scott subito dopo il viaggio di Odisseo avrebbe potuto apparire come una
semplice operazione promozionale. Il film evita questo rischio
scegliendo di far partire la canzone soltanto dopo la conclusione
della storia.
È
proprio il titolo del brano a chiarirne il significato.
Odisseo ha
attraversato mari, sfidato gli dèi, perso i suoi compagni,
resistito a tentazioni e sopportato anni di lontananza senza mai
smettere di inseguire un unico obiettivo: tornare a casa.
When I’m Home
accompagna questo desiderio nei titoli di coda senza cercare di
imitare la musica dell’antichità. Al contrario, suggerisce che il
viaggio è terminato, ma che il racconto continua a vivere
attraverso un linguaggio musicale diverso.
Il film non presenta alcuna scena post-credit, scelta che permette
alla canzone di diventare il
vero saluto finale. Una volta iniziati i titoli di coda,
Christopher
Nolan ha già concluso la sua narrazione e lascia che siano
le note del brano ad accompagnare gli spettatori fuori dal film,
invece di anticipare un seguito o un’ultima rivelazione. Dopo una
produzione tanto imponente, un teaser per un eventuale capitolo
successivo sarebbe probabilmente apparso fuori luogo.
Quella tra Travis
Scott, Ludwig
Göransson e Nolan non è una collaborazione inedita. I due
artisti avevano già lavorato con il regista in Tenet, realizzando il brano
The Plan per i
titoli di coda del film uscito nel 2020. When I’m Home amplia quella collaborazione
coinvolgendo anche James
Blake e aggiungendo per la prima volta Christopher Nolan tra gli autori
del pezzo.
Il ruolo di
Travis Scott
collega il rap alla tradizione di Omero
Nel film Travis
Scott compare nelle sequenze iniziali nei panni di un aedo
che intrattiene i pretendenti riuniti nella reggia di
Odisseo. Il suo
personaggio canta le imprese del sovrano di Itaca e la caduta di
Troia,
presentando un eroe la cui fama è tornata in patria molto prima del
suo effettivo ritorno.
Dal punto di vista narrativo il personaggio ha un ruolo limitato,
ma il casting si rivela molto più significativo di quanto sembrasse
quando fu annunciato. Il poema di Omero, infatti, sopravvisse per secoli
grazie alla trasmissione orale prima di assumere la forma scritta
che conosciamo oggi.
Le parole di Christopher
Nolan chiariscono perfettamente questa intenzione. Secondo
il regista, il rap rappresenta oggi l’equivalente moderno di quella
poesia orale tramandata di generazione in generazione. La scelta
crea inoltre una raffinata simmetria all’interno del film:
Travis Scott
introduce Odisseo attraverso la musica all’inizio della
storia e contribuisce a concluderne il viaggio con un’altra canzone
nei titoli di coda.
Prima dell’uscita del film, gran parte del dibattito su
Odissea
riguardava i dialoghi contemporanei, le armature poco convenzionali
e il timore che Christopher Nolan potesse eliminare dèi e creature
mitologiche per realizzare un semplice dramma storico realistico.
Il film finito conserva invece figure divine e mostri della
mitologia, pur riorganizzando alcuni passaggi cronologici del poema
di Omero.
In questo contesto, When
I’m Home rappresenta probabilmente la scelta più
apertamente moderna dell’intera opera. Arriva quando lo spettatore
ha ormai accettato la personale visione dell’antica Grecia proposta
da Nolan, diventando così il momento ideale per introdurre un
elemento così contemporaneo.
L’accoglienza iniziale
sembra confermare il successo dell’operazione. Odissea ha debuttato con un
96% di
recensioni positive su Rotten Tomatoes, basato su 271 recensioni della
critica, e con un identico 96% di gradimento da parte del pubblico verificato.
Secondo Box Office
Mojo, il film è costato circa 250 milioni di dollari, anche se al
momento della pubblicazione dell’articolo, coincidente con il
giorno dell’uscita nelle sale, gli incassi nazionali e
internazionali non erano ancora disponibili.
23.000 vite porta
sullo schermo una delle pagine più controverse e discusse della
recente storia europea. Diretto da Markus Goller, il film Netflix racconta la scelta di un gruppo di giovani
tedeschi che, di fronte alla crisi migratoria nel Mediterraneo,
decide di trasformare l’indignazione in azione concreta. Quello che
inizia come il gesto di alcuni cittadini senza alcuna esperienza
nautica si trasforma rapidamente in una missione umanitaria
destinata ad avere conseguenze ben più grandi di quanto avessero
immaginato.
Guardando il film è naturale chiedersi quanto ci sia di vero nella
storia raccontata. 23.000
vite è infatti ispirato a eventi realmente accaduti, anche
se alcuni personaggi e diverse situazioni sono stati adattati per
esigenze narrative. La pellicola prende spunto dalla nascita
dell’organizzazione Jugend
Rettet, dalla nave Iuventa e dalla lunga vicenda giudiziaria che ha
coinvolto il suo equipaggio, ricostruendo una storia che ha
attraversato cronaca, politica e diritto internazionale.
La vera storia
di 23.000 vite: come un gruppo di giovani diede
vita alla missione umanitaria della nave Iuventa
La vicenda raccontata dal film affonda le proprie radici
nell’estate del 2015, un periodo passato alla storia come la “crisi
migratoria europea”. Migliaia di persone tentavano ogni settimana
la traversata del Mediterraneo centrale partendo soprattutto dalle
coste della Libia, affrontando il viaggio su gommoni e imbarcazioni
di fortuna. Dopo la conclusione di alcune missioni istituzionali di
ricerca e soccorso, molti cittadini europei iniziarono a
interrogarsi su come intervenire per evitare nuove tragedie in
mare.
Tra questi vi era un gruppo di giovani di Berlino che decise di non
limitarsi ad assistere agli eventi attraverso le notizie. Pur non
avendo alcuna esperienza nelle operazioni di soccorso marittimo,
lanciò una campagna di raccolta fondi con l’obiettivo di acquistare
una vecchia nave da pesca. Da quell’iniziativa nacque
Jugend Rettet,
organizzazione il cui nome significa letteralmente “I giovani
salvano”, fondata con l’intenzione di svolgere missioni di ricerca
e soccorso nel Mediterraneo.
La nave acquistata venne ribattezzata Iuventa e iniziò a operare nel 2016. È
proprio questa fase della storia che costituisce il cuore del film,
il quale racconta il passaggio da un’iniziativa spontanea di
cittadini comuni a un’organizzazione impegnata in una delle aree
più difficili e pericolose del Mediterraneo.
Le missioni della Iuventa
salvarono migliaia di persone e trasformarono un’iniziativa civile
in un caso internazionale
Nel corso delle sue missioni tra il 2016 e il 2017, la
Iuventa
partecipò a numerose operazioni di soccorso nel Mediterraneo
centrale. Secondo i dati riportati dall’organizzazione,
l’equipaggio contribuì al salvataggio di oltre 23.000 persone
distribuite in sedici missioni, numero da cui deriva anche il
titolo del film. Altre ricostruzioni parlano invece di circa 14.000
vite salvate, cifra richiamata anche dal Premio per i Diritti Umani assegnato da
Amnesty
International all’organizzazione nel 2020.
Questa differenza nei numeri dipende dal metodo utilizzato per
conteggiare le operazioni e dal ruolo svolto insieme ad altre navi
impegnate nei soccorsi. Al di là delle statistiche, rimane il fatto
che la Iuventa
rappresentò una delle principali imbarcazioni civili coinvolte
nelle attività di ricerca e salvataggio durante gli anni più
intensi della crisi migratoria.
Il film sceglie di concentrarsi soprattutto sull’esperienza umana
dei volontari, mostrando come persone prive di una formazione
specifica si siano trovate improvvisamente a gestire emergenze
continue, operando in condizioni estremamente difficili. Pur
condensando diversi eventi e modificando alcuni nomi dei
protagonisti, la narrazione conserva il nucleo essenziale di quanto
realmente accaduto.
Il sequestro della nave e il
lungo processo concluso con il proscioglimento degli imputati
La parte più delicata della storia reale riguarda quanto avvenne
nell’agosto del 2017. La Iuventa attraccò nel porto di Lampedusa, dove venne
sequestrata dalle autorità italiane nell’ambito di un’indagine
sull’ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Negli
anni successivi la Procura di Trapani sviluppò una vasta inchiesta
che coinvolse diversi membri dell’equipaggio e alcune
organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi in mare.
Nel 2021 venne depositato un fascicolo di circa trentamila pagine e
furono formulate accuse nei confronti di ventuno persone e tre
organizzazioni. Il procedimento giudiziario si protrasse per
diversi anni, con oltre quaranta udienze preliminari, diventando
uno dei casi più rilevanti mai aperti in Europa nei confronti di
operatori civili impegnati nelle missioni di salvataggio nel
Mediterraneo.
La vicenda arrivò a una svolta il 19 aprile 2024, quando il giudice
dell’udienza preliminare del Tribunale di Trapani pronunciò una
sentenza di non luogo a
procedere, stabilendo che non vi erano i presupposti per
celebrare il processo. La decisione pose fine a una controversia
giudiziaria durata quasi sette anni e venne accolta con favore da
numerose organizzazioni internazionali per i diritti umani, che
avevano sostenuto fin dall’inizio l’operato dell’equipaggio della
Iuventa.
La storia vera
di 23.000 vite racconta uno dei dibattiti più
complessi dell’Europa contemporanea
A
differenza di molti film ispirati a eventi reali,
23.000 vite
sceglie di raccontare una vicenda ancora molto vicina nel tempo e
tuttora oggetto di dibattito pubblico. Il film non ricostruisce
ogni dettaglio della lunga vicenda giudiziaria, preferendo
concentrarsi sulle motivazioni personali che spinsero un gruppo di
giovani a intervenire davanti a un’emergenza umanitaria senza
precedenti.
Questa scelta narrativa rende la storia accessibile anche a chi
conosce poco il contesto della crisi migratoria, lasciando però
emergere tutta la complessità delle questioni affrontate. Il
rapporto tra diritto internazionale, soccorso in mare, politiche
migratorie e responsabilità degli Stati rimane infatti sullo sfondo
di ogni evento raccontato, conferendo alla vicenda una dimensione
che va ben oltre quella dei singoli protagonisti.
Alla domanda se 23.000
vite sia tratto da una storia vera, la risposta è dunque
affermativa. I personaggi principali sono in parte romanzati e
alcuni episodi vengono sintetizzati per esigenze cinematografiche,
ma il film si ispira direttamente alla nascita di
Jugend Rettet,
alle missioni della nave Iuventa e al lungo procedimento giudiziario
conclusosi nel 2024. È proprio questo legame con fatti realmente
documentati a dare particolare forza a un racconto che invita a
riflettere su uno dei temi più delicati dell’Europa
contemporanea.
Odissea
è l’epica rivisitazione diChristopher Nolan
dell’antico poema, che narra le sfide affrontate da Ulisse durante
il suo viaggio di ritorno a casa dopo aver contribuito alla
vittoria nella guerra di Troia. In quanto adattamento, il film
presenta alcuni tocchi moderni e alcune scelte che allontanano la
vicenda dal testo originale.
Nuovi elementi narrativi, come l’apparizione di Atena a Ulisse
sotto le spoglie di una sacerdotessa uccisa durante il saccheggio
di Troia o la maggiore attenzione al soldato Sinone, arricchiscono
la narrazione di Nolan. Oltre a ciò, tuttavia, l’adattamento
apporta diverse piccole ma significative modifiche al materiale di
partenza.
Queste modifiche includono l’accorpamento di alcune delle isole
visitate da Ulisse e la loro fusione in un’unica entità. In altri
casi, forze soprannaturali e sfide minori vengono eliminate dalla
storia. Le modifiche funzionano bene ai fini del ritmo narrativo,
ma vale comunque la pena sapere quali ritocchi sono stati
introdotti nell’Odissea nella versione di Nolan del poema
epico.
I Lestrigoni sono diversi
Molti teaser dell’Odissea mostravano i giganteschi soldati noti
come Lestrigoni, che vengono reinterpretati rispetto alle tipiche
raffigurazioni negli adattamenti della storia. Nel poema epico
originale, i Lestrigoni sono molto più brutali nella loro carica
contro i soldati greci, arrivando persino a divorare molti dei
soldati catturati.
Invece, solo il ciclope Polifemo divora i soldati, accentuando
la sua natura disumana ed evitando situazioni ripetitive. Mentre
nel poema i Lestrigoni distruggono undici navi, nel film ne
distruggono solo due. In entrambi i casi, questo lascia Ulisse con
il solo equipaggio. I Lestrigoni del film utilizzano tattiche
militari diverse, invece di limitarsi a lanciare massi e lance
contro i Greci.
Ulisse non usa mai il trucco del “Nessuno”
Polifemo nel film Odissea
A proposito di Polifemo, l’incontro con il ciclope è
rappresentato in gran parte fedelmente al materiale originale.
Tuttavia, sebbene Ulisse e i suoi uomini riescano a fuggire in
parte accecandolo, l’ira della creatura si scatena ulteriormente
quando un Ulisse furioso gli scaglia contro un’altra freccia,
facendolo infuriare.
Nel poema originale, le modalità esatte della fuga e l’inganno
di Ulisse sono diversi. Pur accecando il ciclope, gli parlano e lo
fanno ubriacare prima. Ulisse agisce anche fingendosi “Nessuno”,
evitando inizialmente di essere incolpato per averlo ferito, dato
che il ciclope può invocare vendetta solo contro “Nessuno”.
Tuttavia, il suo ego lo spinge a rivelare il proprio nome,
attirandosi l’ira di Poseidone.
Calipso usa i fiori di loto
I fiori di loto sono una sostanza potente in entrambe le
versioni dell’Odissea, capace di annebbiare la mente e sopprimere i
ricordi. Nella versione di Nolan, Calipso usa i fiori per alleviare
i dolori di Ulisse durante la convalescenza e li utilizza anche per
tenerlo prigioniero sulla sua isola.
Nella storia originale, Calipso lo tiene prigioniero finché
Ermes, su richiesta di Zeus e Atena, non la costringe a liberarlo.
Mentre i mangiatori di loto sono una popolazione del Peloponneso
che usano i fiori per far addormentare i visitatori. È probabile
che Nolan abbia deciso di accorpare l’incontro con i lotofagi al
personaggio di Calipso per contrarre un elenco di aneddoti
altrimenti lunghissimo.
Ulisse non rimane con Circe per un anno intero
L’incontro con Circe nell’Odissea è una versione inquietante ed
efficace della scena del poema, Circe trasforma gli uomini di
Ulisse in maiali e si arrende solo quando lui minaccia sua sorella.
Prima di congedarlo, gli dà alcuni consigli su come proseguire
nella sua impresa, accennandogli anche che sarà l’unico dei suoi
uomini a tornare a casa.
La visita dell’equipaggio all’isola di Circe è breve nel film,
ma nella storia originale dura un anno. Inoltre, nel testo
originale, Circe è raffigurata come una tentatrice molto più
astuta, che usa una voce ammaliante per attirare gli uomini nella
sua trappola.
Ulisse non si lega
sentimentalmente né a Calipso né a Circe
Un cambiamento fondamentale
rispetto a ciò che è socialmente accettabile oggi rispetto a ciò
che ci si aspettava nell’antichità: nella versione dell’Odissea di
Nolan, Ulisse rimane fedele a Penelope. Sebbene sia “felice” con
Calipso, il suo cuore appartiene a un’altra, il che alla fine
spinge Calipso a lasciarlo tornare a casa.
Nella storia originale, Ulisse
intrecciò relazioni amorose sia con Calipso che con Circe. Nelle
storie ambientate dopo l’Odissea, come la Teogonia di Esiodo, Circe e
Ulisse ebbero addirittura un figlio, Telegono. Nel poema, questo
non influisce sul suo amore per Penelope, ma complica la dinamica
da una prospettiva moderna.
Ulisse non va mai dai Feaci
Nell’Odissea di Nolan, Ulisse
riesce finalmente a tornare a Itaca subito dopo aver lasciato
l’isola di Calipso. Nell’Odissea originale, il primo luogo in cui
Ulisse approda è la patria dei Feaci. Sono loro a cui racconta la
sua storia, invece di narrarla a Calipso mentre recupera la
memoria.
I Feaci sono praticamente eliminati
dall’intera storia nell’adattamento di Nolan. È comprensibile, dato
che il loro ruolo è più o meno sostituito dal recupero della
memoria di Ulisse mentre si trova con Calipso. Come per la maggior
parte dei tagli e delle modifiche apportate al film, sembra che
siano stati fatti principalmente per ragioni di ritmo e per
condensare la storia. Con i Feaci, viene tagliato a tutti gli
effetti anche il personaggio di Nausicaa.
Niente borsa dei venti
Uno degli elementi soprannaturali
della storia originale che è stato eliminato dal film di Nolan è la
borsa dei venti di Eolo. Dopo aver ricevuto in dono la borsa dal re
durante il loro viaggio, Ulisse si infuria quando l’equipaggio la
apre completamente mentre si avvicinano a Itaca, facendoli deviare
dalla rotta e prolungando il loro viaggio di anni.
La borsa e Eolo sono completamente
eliminati dalla versione cinematografica. Questo elimina il breve
momento di tregua concesso all’equipaggio, mantenendo alta la
tensione per tutta la durata del film. Inoltre, priva gli eroi di
uno strumento palesemente soprannaturale, elemento che sottolinea
le difficoltà che dovranno affrontare per tornare a casa.
La visita di Ulisse all’Ade è un
momento cruciale in entrambe le versioni dell’Odissea, poiché
fornisce all’equipaggio le informazioni necessarie per completare
il viaggio di ritorno. Per ottenere queste informazioni, sono
costretti a confrontarsi con gli spiriti di guerrieri e amici
defunti. Tuttavia, le persone con cui parlano sono diverse nel film
rispetto al poema.
Sebbene il profeta cieco Tiresia
sia presente in entrambe le versioni, nella versione di Nolan
Ulisse viene accolto solo da Sinone e dal suo re Agamennone. I due
gli rivolgono recriminazioni e avvertimenti prima che gli spiriti
dei soldati scaccino i vivi. Nella versione originale, Ulisse
incontrava Agamennone, ma anche Achille, sua madre Anticlea, e
vedeva una porzione maggiore dell’Ade prima di fuggire.
L’attenzione su Sinone è inoltre
legata a una delle principali aggiunte di Nolan nel film, che
sottolinea il destino di Antinoo. Dei flashback rivelano che Sinone
prese il posto di Antinoo nel reclutamento per la guerra di Troia,
con Ulisse che riporta il segnalino ad Antinoo. Rendendo Sinone uno
dei personaggi accolti nell’Ade, questo elemento prepara il terreno
per le ultime parole di Ulisse ad Antinoo prima di ucciderlo.
Telemaco scopre l’identità di Ulisse grazie a Argo
Uno dei momenti più toccanti di ricongiungimento nell’Odissea è
la scena in cui Ulisse saluta brevemente il suo vecchio cane Argo.
Il cane da caccia ha atteso il ritorno del suo padrone,
accogliendolo calorosamente prima di spegnersi in pace. È questo
che rivela l’identità di Ulisse a Telemaco nel film.
Questa scena è abbastanza fedele alla storia originale, ma con una
differenza fondamentale: Telemaco non è presente a quel
ricongiungimento. Il ragazzo scopre l’identità di suo padre quando
gli fa visita insieme al porcaro Eumeo, momento in cui i due
pianificano l’attacco contro i pretendenti.
Gli dei non sono presenti
nell’Odissea di Nolan tanto quanto nell’originale
Sebbene l’influenza del pantheon
greco sia percepibile in tutta l’Odissea, gli dei stessi sono in
gran parte assenti dalla storia. Nel testo originale, Atena
convince Zeus a permettere a Ulisse di tornare a casa, e per questo
motivo Ermes svolge ripetutamente un ruolo chiave di supporto nei
suoi tentativi di fuga.
Atena appaia in diverse visioni nel
film, ma Ermes è completamente assente. L’influenza di Zeus è in
gran parte limitata al rispetto delle sue leggi da parte dei Greci,
e alla sua vendetta quando gli uomini di Ulisse mangiano le vacche
di Apollo. È una piccola differenza, ma che allontana ulteriormente
Ulisse dalle divinità che regolarmente frustra.
Una modifica sostanziale al
finale dell’Odissea riguarda i momenti finali del film, dopo la
sconfitta dei Proci. Nella storia originale, Penelope pone a Ulisse
un’ultima sfida: spostare il loro letto matrimoniale. Tuttavia,
Ulisse sa che è scolpito in un tronco d’albero e che non può essere
spostato, dimostrando così definitivamente la sua identità.
Quest’ultima sfida è stata tagliata
dal film, Penelope finalmente si ricongiunge al marito dopo che
questi ha sconfitto i pretendenti. Ciò permette alla grande
battaglia di essere il culmine del film e consente all’Odissea di
concludersi con un momento di trionfo più pacato, prima che Ulisse
e Penelope si riuniscano e si dirigano verso occidente.
L’esilio
Il
finale del film di Nolan vede Ulisse e Penelope salpare verso
Occidente. Lì il re di Itaca ha promesso di rendere omaggio
finalmente ai compagni caduti e lasciati insepolti, ma lì
abbraccerà anche il suo esilio, dopo aver infranto le leggi
dell’ospitalità di Zeus, sia nella presa di Troia che nella strage
dei Proci.
La modifica di questo finale da una
parte riecheggia con la lettura dantesca della sorte di Ulisse,
dall’altra abbraccia il cambiamento che Nolan ha apportato al suo
personaggio, rendendolo un uomo contemporaneo e più vicino alla
sensibilità moderna.
Dopo 3 stagioni, Heartstopper Forever conclude la
storia di Nick e Charlie con un film. La coppia
affronta l’ultimo anno di scuola, la loro prima vera separazione e
difficili interrogativi sul futuro dopo il diploma. Il film li
segue per un intero anno scolastico, per poi concludersi con uno
sguardo al loro destino.
Charlie diventa rappresentante
degli studenti
La storia inizia durante l’ultimo
anno di scuola di Nick e Charlie. Charlie pronuncia un discorso
toccante durante la sua candidatura a rappresentante degli
studenti. Parla apertamente di essere uno dei pochi studenti
dichiaratamente gay a scuola e ricorda come il bullismo e
l’omofobia abbiano influenzato la sua esperienza. Invece di
concentrarsi solo su se stesso, Charlie sostiene che la scuola
dovrebbe essere un luogo più sicuro per tutti, indipendentemente da
chi siano.
Il discorso risuona tra gli
studenti di tutta la scuola. Alla fine delle elezioni, Charlie
vince con il 61% dei voti e diventa rappresentante degli studenti.
Fuori dalla scuola, Nick e Charlie iniziano a parlare più
seriamente del futuro. Nick rivela che Leeds è la sua prima scelta
universitaria. Charlie cerca di rimanere positivo riguardo alla
distanza, scherzando persino sul fatto che può imparare a guidare o
prendere il treno. Allo stesso tempo, entrambi iniziano a
costruirsi una vita al di fuori della loro relazione. Charlie trova
lavoro in una caffetteria, mentre Nick fatica a scrivere la sua
lettera di presentazione per l’università.
Un intoppo arriva quando la
proposta di Charlie di fondare un gruppo studentesco queer viene
respinta dall’amministrazione scolastica.
L’inverno porta nuove
preoccupazioni
Con l’arrivo dell’inverno, Michael
torna e continua ad allenarsi come pattinatore agonista, mentre la
sua relazione con Tori si rafforza. Nick, tuttavia, sta lottando
contro l’ansia. Una notte fa un incubo in cui Charlie muore. Il
sogno lo sconvolge perché gli ricorda i problemi di salute mentale
di Charlie dell’anno precedente. Nel profondo, Nick è terrorizzato
all’idea di poter ignorare di nuovo i segnali d’allarme.
La pressione inizia a manifestarsi
in altri modi. Durante una serata con gli amici, Nick beve troppo,
si caccia in una discussione, diventa geloso quando un altro
ragazzo parla con Charlie e alla fine si scaglia contro di lui. La
mattina seguente, Charlie si rende conto che qualcosa sta
seriamente turbando Nick.
Nick si rifiuta di spiegare
completamente cosa sta succedendo, mentre Charlie si preoccupa
sempre di più. In seguito, il terapeuta di Charlie suggerisce che
ulteriore stress potrebbe contribuire ad alcune delle difficoltà
che sta affrontando.
Nick finalmente si confida
Dopo che Nick si infortuna durante
una partita di rugby, Charlie gli organizza una sorpresa.
All’interno di una capanna di coperte illuminata, Charlie regala a
Nick una macchina fotografica per documentare il suo ultimo anno
prima dell’università. Questo momento diventa una delle scene più
importanti del film.
Nick finalmente rivela l’incubo che
lo tormenta da settimane. Nel sogno, Charlie muore e Nick si
incolpa di non aver colto i segnali. La confessione aiuta a
spiegare perché è diventato così ansioso e iperprotettivo. Charlie
lo rassicura dicendogli che è amato e che è importante per lui. Per
la prima volta dopo mesi, Nick condivide pienamente i suoi
sentimenti e i due si riconnettono emotivamente.
La primavera porta nuove
sfide
Con l’arrivo della primavera,
Charlie non ha ancora abbandonato l’idea di creare uno spazio queer
a scuola. Con il supporto del signor Ajayi, riesce finalmente a
fondare il gruppo. Il club cresce rapidamente oltre le aspettative
e diventa un luogo in cui gli studenti possono incontrarsi e allo
stesso tempo raccogliere fondi per le comunità LGBTQ+.
Nel frattempo, Nick inizia a fare
volontariato in un canile. Il lavoro gli offre un’attività al di
fuori della scuola e del rugby, aiutandolo a sviluppare la propria
identità in vista dell’università. Nick viene infine ammesso a
Leeds. Più si avvicina la partenza, più entrambi i ragazzi iniziano
a preoccuparsi per il futuro.
Charlie incoraggia Nick a non
pensare solo a lui. Intorno a loro, diversi amici si trovano ad
affrontare domande sull’università, sulle relazioni a distanza e
sull’allontanamento. Queste conversazioni iniziano a influenzare
Charlie. Si preoccupa sempre di più del fatto che tutti diano per
scontato che le relazioni adolescenziali siano destinate a
fallire.
Nick e Charlie si lasciano
La tensione raggiunge finalmente il
culmine. Nick si sente ferito e incompreso. Charlie crede che Nick
si stia allontanando da lui. Entrambi cercano di proteggersi a
vicenda, ma nessuno dei due dice esattamente di cosa ha bisogno.
Charlie suggerisce che forse dovrebbero prendersi una pausa. Si
chiede persino se una rottura potrebbe rendere Nick più felice,
perché Nick non si sentirebbe più responsabile per lui.
Nick non è d’accordo, insistendo
sul fatto che stare con Charlie è ciò che lo rende felice. Ma
Charlie ribatte che nessuno dovrebbe dipendere completamente da
un’altra persona per la propria felicità. La conversazione si
conclude con la loro rottura. È senza dubbio il momento più
doloroso del film.
La vita separati è più
difficile del previsto
Il film si divide quindi tra le
esperienze separate di Nick e Charlie durante l’estate. Charlie
cade in depressione dopo la rottura. Fatica a mangiare, passa
lunghi periodi a letto e si affida al sostegno di Tori, dei suoi
genitori, del suo terapeuta e dei suoi amici.
Un punto di svolta importante
arriva durante le celebrazioni del Pride. Inizialmente Charlie
vuole rimanere a casa, ma Elle lo convince a partecipare
spiegandogli quanto siano importanti la comunità e la visibilità in
un momento difficile. Anche Nick sta attraversando un periodo
difficile.
Al Pride e più tardi in un locale,
i due ragazzi si rivedono. Nessuno dei due sa come avvicinarsi
all’altro. Amici come Isaac e Tao fanno notare ciò che sembra ovvio
a tutti gli altri: Nick e Charlie sono sempre stati più forti
quando affrontano i problemi insieme. Alla fine, Nick inizia ad
affrontare un problema più profondo.
Si rende conto che gran parte della
sua paura deriva dal suo rapporto con il padre. Per anni, si è
convinto che se avesse commesso degli errori, le persone lo
avrebbero abbandonato. Quella paura lo ha seguito anche nella sua
relazione con Charlie. Una conversazione con sua madre lo aiuta
finalmente a capire che l’amore è una scelta che le persone fanno
ogni giorno, non qualcosa di garantito dal destino.
Nick e Charlie ritrovano la
strada
La riunione inizia quando Charlie
invia a Nick delle fotografie scattate con la macchina fotografica
che gli aveva regalato tempo prima. Insieme alle foto, arriva un
invito a incontrarsi in spiaggia. Lì, i due finalmente hanno la
conversazione sincera che avrebbero dovuto avere mesi prima.
Charlie ammette di aver sempre
creduto che la loro relazione fosse diversa dalle altre. Nick
ammette di avere difficoltà a capire ed esprimere i suoi sentimenti
come fa Charlie. Soprattutto, riconoscono di aver smesso di
comunicare. Nessuno dei due incolpa l’altro. Al contrario,
riconoscono di amarsi ancora e di volere ancora un futuro insieme.
Alla fine della giornata, Nick e Charlie sono di nuovo insieme.
Il ballo di fine anno e l’addio
definitivo
La parte finale del film si svolge
al ballo di fine anno. Tutti iniziano a guardare al futuro. Tara e
Darcy progettano di viaggiare. Isaac parla di scrivere un libro.
Imogen immagina ambiziose possibilità per il suo futuro. Elle si
prepara a studiare arte a Berlino, mentre Tao continua a sostenere
i suoi sogni.
Nick e Charlie discutono su come
gestire una relazione a distanza. Nick tornerà a casa regolarmente
e Charlie andrà a trovarla a Leeds. Per la prima volta, Charlie
riesce a immaginare quel futuro. Il film si conclude con un
parallelismo al loro primo bacio, ricordando agli spettatori quanta
strada hanno fatto da quando si sono conosciuti.
Spiegazione del finale di
Heartstopper Forever
L’epilogo mostra cosa succede a
tutti dopo la laurea. Tara e Darcy viaggiano. Michael raggiunge il
suo obiettivo di partecipare alle Olimpiadi invernali. Isaac sta
scrivendo il suo libro. Elle studia arte a Berlino e Tao le fa una
sorpresa andandola a trovare.
Charlie va regolarmente a Leeds a
trovare Nick. Le scene finali mostrano Charlie completamente
integrato nella vita universitaria di Nick. Conosce i suoi amici,
passa del tempo con lui a Leeds e continua a costruire il loro
futuro insieme. L’ultima immagine è particolarmente
significativa.
Charlie scopre un album di ritagli
pieno di fotografie e ricordi della loro relazione. Sebbene molte
pagine siano già state riempite, ne restano ancora innumerevoli di
bianche. La loro storia non è finita. Semplicemente, continua oltre
l’inquadratura.
Le domande principali su
Heartstopper Forever
Nick e Charlie si lasciano
in Heartstopper Forever?
Sì. Nick e Charlie si lasciano
nella seconda metà del film, dopo aver affrontato le paure legate
all’università, alla distanza e al loro futuro insieme.
Nick e Charlie tornano
insieme?
Sì. Dopo aver trascorso del tempo
separati e aver superato i loro problemi personali, si ritrovano
durante un incontro in spiaggia.
Come finisce
Heartstopper Forever?
Il film si conclude con Charlie che
va a trovare Nick a Leeds. Le scene finali li mostrano mentre
continuano la loro relazione e guardano al futuro.
Christopher Nolan
è tornato con un nuovo film e Odissea segna l’inizio di una nuova fase
della sua carriera, che non potrebbe essere più entusiasmante.
Pochissimi registi possono vantare un percorso paragonabile al suo:
per molti è già uno dei più grandi cineasti di sempre, e non è
difficile capire il perché.
Nolan è in grado di eccellere in generi completamente diversi,
facendo degli effetti pratici uno dei tratti distintivi del suo
cinema, in un’epoca in cui Hollywood si affida sempre più spesso
alla CGI. Insieme a pochi altri autori come Denis Villeneuve e Quentin
Tarantino, è riuscito a trasformare ogni sua nuova
uscita cinematografica in un vero e proprio evento.
Basta osservare la sua filmografia per comprenderlo. Ha reinventato
l’universo DC con una trilogia supereroistica realistica che
comprende alcuni dei migliori film dedicati a Batman, incluso quello che per molti
resta il migliore di tutti: Il cavaliere
oscuro. Ha firmato capolavori della fantascienza come
Inception e Interstellar, thriller come Memento e
Insomnia,
oltre a molte altre opere di grande impatto.
Sempre pronto a cambiare direzione, Nolan ha fatto della continua
sperimentazione uno degli elementi più affascinanti del suo
percorso artistico. È un regista capace di trasformare un biopic
complesso come Oppenheimer
in un fenomeno da quasi un miliardo di dollari al botteghino.
Questa voglia di mettersi continuamente alla prova emerge anche in
Odissea, il
progetto più ambizioso della sua carriera, e i primi risultati
sembrano già dargli ragione.
Odissea è
il primo fantasy epico di Christopher Nolan
Dopo aver esplorato numerosi generi, Odissea rappresenta una vera prima volta
per Christopher Nolan, che si
confronta con un fantasy epico tratto da una delle opere più
celebri della letteratura mondiale. Per un autore che ha sempre
cercato il massimo realismo possibile, anche quando raccontava
storie di fantascienza o film di supereroi come quelli dedicati a
Batman, si
tratta di un cambiamento significativo.
Il film introduce apertamente divinità e creature fantastiche. Gli
spettatori troveranno personaggi come la dea Atena, la maga Circe, il Ciclope, i giganteschi Lestrigoni e molte altre figure
tratte dal poema di Omero.
Se fosse stato diretto da qualcun altro, sarebbe stato naturale
aspettarsi un largo impiego della CGI, come accade in produzioni
quali Percy Jackson e gli
dei dell’Olimpo. Ma stiamo parlando di Christopher Nolan. Per questo
motivo il regista porta ancora una volta al limite l’utilizzo degli
effetti pratici, realizzando scenografie monumentali, giganteschi
animatroni per dare vita alle creature fantastiche e girando
numerose sequenze direttamente in mare aperto, con l’obiettivo di
rendere questo fantasy il più autentico possibile.
I primi risultati dimostrano che
la scelta ha funzionato
Sebbene Odissea
sia arrivato nelle sale soltanto il 16 luglio, i primi segnali indicano già
che questa nuova fase della carriera di Christopher Nolan potrebbe rivelarsi la
migliore di sempre.
Le recensioni della critica sono infatti estremamente positive: al
momento della pubblicazione dell’articolo il film vantava un
impressionante 96% di recensioni favorevoli su Rotten Tomatoes, ottenendo il
marchio Certified
Fresh e diventando il film meglio recensito dell’intera
carriera del regista. Un risultato che supera persino
Memento e
Il cavaliere
oscuro, entrambi fermi al 94%.
Ma non è l’unico record che Odissea sembra destinato a infrangere. Secondo le
stime riportate da Deadline, il fantasy epico dovrebbe esordire con un
incasso mondiale superiore ai 200 milioni di dollari nel primo fine settimana di
programmazione. Se le previsioni saranno confermate, si tratterà
del miglior debutto della carriera di Nolan, superando anche gli
181,1 milioni di
dollari raccolti da Oppenheimer all’esordio mondiale.
Tutto lascia quindi
pensare che questa nuova fase della filmografia di
Christopher
Nolan sia partita nel migliore dei modi e che
Odissea possa
rappresentare uno dei momenti più importanti della sua
carriera.
Matt Reeves ha
confermato uno dei primi dettagli ufficiali sul costume di Robert
Pattinson in The Batman – Parte II. Dopo
la diffusione del primo camera test del film, alcuni fan
avevano notato una piccola ma significativa differenza nel design
della maschera: le iconiche orecchie del Batman interpretato da
Pattinson sembravano più lunghe rispetto al primo capitolo. Il
regista ha ora confermato che si tratta di una modifica reale,
offrendo il primo dettaglio concreto sul look del Cavaliere Oscuro
nel sequel.
La
conferma è arrivata direttamente su X, dove
Reeves ha risposto
a un utente che chiedeva se fosse “pazzo” ad aver notato il
cambiamento. La risposta del regista è stata semplice ma
inequivocabile: “Non sei
pazzo”, accompagnata da un’emoji del pipistrello. Il
filmato mostrava soltanto il volto e parte delle spalle di Batman,
rendendo difficile individuare eventuali altre modifiche al
costume. La notizia arriva pochi giorni dopo il rinvio dell’uscita
del film, slittata dal 1° ottobre 2027 al
18 febbraio 2028, mentre le riprese sono iniziate
lo scorso mese tra gli studi Warner Bros. di Leavesden e diverse
location in Scozia.
Il dettaglio potrebbe sembrare marginale, ma racconta molto
dell’approccio di Matt
Reeves al suo universo narrativo. Ogni elemento estetico
del costume di Batman è stato progettato per riflettere
l’evoluzione del personaggio e un piccolo intervento sul design
suggerisce che Bruce
Wayne stia perfezionando gradualmente il proprio
equipaggiamento, senza stravolgere la filosofia realistica che ha
caratterizzato il primo film.
Il nuovo Batsuit
riflette l’evoluzione del Batman di Robert
Pattinson
Al momento Matt
Reeves non ha confermato altre modifiche al costume, anche
se il camera test lascia intuire la presenza di un paramento
leggermente rivisto, forse con una protezione del mento più
pronunciata. L’ambientazione innevata mostrata nel filmato conferma
inoltre quanto anticipato dal regista nei mesi scorsi:
Gotham City sarà
immersa in un inverno rigido, un elemento atmosferico destinato a
influenzare il tono del racconto.
Dal punto di vista narrativo, il sequel dovrebbe svolgersi soltanto
pochi mesi dopo gli eventi di The
Batman, rendendo improbabile una trasformazione
radicale dell’armatura di Bruce Wayne. Più plausibile che il
protagonista abbia introdotto una serie di miglioramenti
progressivi, coerenti con un Batman ancora agli inizi della propria
carriera e lontano dalla tecnologia sofisticata vista in altre
incarnazioni cinematografiche del personaggio.
Con le riprese finalmente in corso e Matt Reeves sempre più attivo sui social
nel condividere aggiornamenti, è probabile che nelle prossime
settimane emergano nuovi dettagli sul film. Per ora, la conferma
del nuovo design del Batsuit rappresenta il primo indizio concreto
sull’evoluzione visiva del Cavaliere Oscuro nel secondo capitolo
della saga.
Manca ormai
un mese al debutto di Lanterns, la nuova serie dell’Universo DC
che arriverà su HBO il 16
agosto. Ma chi si aspetta una classica avventura cosmica
dedicata alle Lanterne Verdi potrebbe rimanere sorpreso: il
progetto punta infatti a raccontare una vera e propria storia
investigativa, tanto da essere già accostato a uno dei più grandi
successi della rete, True Detective.
Fin
dal suo annuncio, Lanterns è stata presentata come una serie capace di
mescolare fantascienza, noir e supereroi. I protagonisti saranno
Hal Jordan e
John Stewart, due
membri del Corpo delle Lanterne Verdi chiamati a indagare su un
misterioso caso in una piccola cittadina americana. Un’impostazione
decisamente diversa rispetto alle tradizionali storie ambientate
nello spazio che hanno caratterizzato il franchise nei fumetti.
Con Kyle Chandler
nei panni di Hal Jordan e Aaron Pierre in quelli di John Stewart, la serie
rappresenta uno dei progetti più attesi del nuovo DC
Universe guidato da James
Gunn.
Lanterns punta su
un noir investigativo per rilanciare le Lanterne Verdi nel nuovo DC
Universe
Dopo il deludente film Green Lantern del 2011 con Ryan Reynolds, il Corpo delle Lanterne
Verdi è rimasto a lungo lontano dal cinema e dalla televisione.
Lanterns punta
invece a riportare il franchise al centro dell’universo DC con un
approccio completamente differente.
L’indagine che coinvolgerà Hal Jordan e John Stewart si svilupperà
infatti in un’atmosfera cupa e ricca di misteri, ricordando da
vicino il tono di True Detective più che quello di una
tradizionale serie di supereroi. Accanto ai due protagonisti
compariranno anche personaggi iconici come Sinestro, destinato ad avere un
ruolo importante nello sviluppo della nuova saga.
A
rafforzare le aspettative contribuisce anche il team creativo
composto da Chris
Mundy (Ozark),
Damon Lindelof
(Lost, Watchmen) e Tom King, autore di alcuni dei fumetti DC
più apprezzati degli ultimi anni.
Il debutto di Lanterns arriva inoltre in un momento delicato per
il DC Universe. Dopo l’accoglienza tiepida riservata a
Supergirl, la
serie rappresenta una delle produzioni chiamate a consolidare la
nuova strategia di James Gunn. Se riuscirà davvero a combinare il
fascino del noir investigativo con la mitologia delle Lanterne
Verdi, potrebbe diventare una delle sorprese televisive più
importanti dell’anno.
Il finale di
Loki avrà un ruolo
fondamentale in Avengers: Doomsday. A confermarlo
è stato Tom Hiddleston, che ha rassicurato i
fan sul fatto che il prossimo kolossal dei Marvel Studios non ignorerà il
percorso compiuto dal Dio dell’Inganno nella serie Disney+, ma anzi lo utilizzerà come
punto di partenza per la nuova fase della sua storia.
Intervistato da The
Hollywood Reporter, l’attore ha spiegato che gli eventi
raccontati nelle due stagioni di Loki resteranno pienamente canonici anche nel nuovo
film degli Avengers.
“Loki sembrava una conclusione. Quando però Marvel mi ha chiamato
per Avengers: Doomsday, ho
capito che il film sarebbe partito proprio da quel finale. Non c’è
alcuna intenzione di cancellare o annullare tutto quello sviluppo:
quel percorso rimane il punto da cui iniziare.”
Le
parole di Hiddleston confermano quindi che il Loki visto alla fine
della serie continuerà a essere il Custode del Multiverso, mantenendo il
ruolo assunto nell’episodio conclusivo della seconda stagione.
Il Loki diventato
Custode del Multiverso sarà centrale nella Saga del
Multiverso
Alla fine di Loki
2, il Dio dell’Inganno distrugge il Telaio Temporale della
TVA, salva le linee temporali destinate a morire e le ricompone
assumendo il ruolo di guardiano dell’intero Multiverso,
rappresentato simbolicamente dall’albero cosmico
Yggdrasil.
Secondo Hiddleston, questa evoluzione non verrà modificata in
Avengers:
Doomsday, che anzi costruirà la sua storia proprio a
partire da quella nuova condizione del personaggio. Una scelta che
appare coerente con il ruolo centrale che il Multiverso avrà nel
film, destinato a inaugurare il capitolo conclusivo della
Saga del Multiverso.
Inizialmente il grande antagonista della pellicola avrebbe dovuto
essere Kang il
Conquistatore, ma dopo l’uscita di scena di
Jonathan Majors,
i Marvel Studios hanno deciso di sostituirlo con
Doctor Doom,
interpretato da Robert Downey Jr.. Nonostante
questo cambiamento, Loki continuerà a essere una figura chiave
degli eventi che coinvolgeranno gli Avengers, i Fantastici Quattro,
gli X-Men
e gli altri eroi del Marvel Cinematic Universe.
Resta invece ancora un’incognita l’eventuale reunion tra Loki e
Thor. L’ultima
versione del Dio del Tuono, infatti, non è ancora a conoscenza
dell’esistenza di questa variante del fratello, rendendo un loro
possibile incontro uno degli aspetti più attesi del film.
Avengers:
Doomsday arriverà nelle sale il 18 dicembre 2026.
Il futuro di
X-Men
’97 potrebbe essere molto più lungo di quanto previsto
inizialmente. Mentre la seconda stagione continua a conquistare
pubblico e critica su Disney+, il regista e produttore
Larry Houston ha
parlato della possibilità che la serie animata prosegua ben oltre
la quarta stagione già confermata.
Intervistato da The
Direct, Houston ha spiegato che il suo obiettivo sarebbe
vedere X-Men ’97
raggiungere almeno cinque stagioni, se non addirittura sei. Secondo
il regista, il formato streaming, con stagioni composte da meno
episodi rispetto alla storica X-Men: The Animated Series, rende necessario avere
più stagioni per sviluppare al meglio personaggi e archi
narrativi.
“Se riuscissero almeno a eguagliare le cinque stagioni
della serie originale sarebbe fantastico. Magari anche sei. Ma
tutto dipende dal pubblico e da come verranno accolte le storie”,
ha spiegato Houston.
Per Larry Houston
cinque o sei stagioni permetterebbero di raccontare molte altre
storie degli X-Men
Houston ha ricordato che la serie animata originale poteva contare
su circa 13 episodi per
stagione, mentre X-Men ’97 ne propone soltanto otto o nove. Questo
costringe gli autori a comprimere il racconto, lasciando meno
spazio alla crescita dei personaggi e allo sviluppo delle
situazioni.
Proprio per questo motivo, una quinta o addirittura una sesta
stagione consentirebbero di esplorare molte delle storie pubblicate
nei fumetti negli ultimi venticinque anni, materiale che la serie
originale non aveva mai avuto modo di adattare.
Al momento Disney ha già confermato X-Men ’97 fino alla quarta stagione: la terza è
attualmente in produzione, mentre la quarta è in fase di scrittura.
Una quinta stagione non è ancora stata annunciata ufficialmente, ma
le parole di Houston confermano che il team creativo guarda già al
lungo periodo.
Intanto la seconda stagione continua a raccogliere consensi,
ottenendo il 100% di
recensioni positive su Rotten Tomatoes e confermandosi
come una delle produzioni Marvel più apprezzate degli ultimi
anni. Se questo livello di qualità e di interesse dovesse
mantenersi costante, le possibilità di vedere X-Men ’97 proseguire oltre la
quarta stagione sembrano tutt’altro che remote.
È bastato un
solo giorno perché Lucky, il nuovo thriller con
Anya Taylor-Joy e
Timothy Olyphant, conquistasse il
pubblico di Apple
TV+. La serie ha infatti debuttato direttamente al
primo posto della Top
10 della piattaforma negli Stati Uniti, superando anche
Silo, che sta attualmente trasmettendo la sua
terza stagione.
Lanciata il 15
luglio, Lucky rappresenta uno dei nuovi titoli di punta di
Apple TV+ nel genere thriller. Basata sull’omonimo romanzo di
Marissa Stapley,
la serie segue una truffatrice costretta a fuggire dopo che un
colpo andato male la mette nel mirino sia della criminalità
organizzata che dell’FBI. Nei primi giorni di disponibilità, il
pubblico sembra aver premiato il mix di tensione, azione e dramma
familiare proposto dalla produzione.
Il
successo iniziale conferma ancora una volta la forza del catalogo
thriller di Apple TV+, che negli ultimi anni ha lanciato serie di
grande richiamo come Scissione (Severance), Slow
Horses e Silo.
Anya Taylor-Joy
guida un thriller che ha già conquistato il pubblico di Apple
TV+
Oltre all’ottimo debutto nelle classifiche della piattaforma,
Lucky è stata
accolta positivamente anche dalla critica. Al momento la serie
registra un 78% di
recensioni positive su Rotten Tomatoes, con particolare
apprezzamento per le interpretazioni di Anya Taylor-Joy, Timothy Olyphant, Annette Bening e Aunjanue Ellis-Taylor.
Nonostante il successo, è improbabile che la serie abbia un
seguito. Gli showrunner Cassie Pappas e Jonathan Tropper hanno infatti confermato che
Lucky è stata
concepita fin dall’inizio come una miniserie autoconclusiva, senza piani per
una seconda stagione.
Per Anya Taylor-Joy si tratta inoltre del ritorno da protagonista
in una serie televisiva dopo il trionfo de La regina degli scacchi
(The Queen’s Gambit),
mentre Timothy Olyphant continua il suo prolifico percorso sul
piccolo schermo dopo produzioni come Justified, Deadwood e i suoi più recenti progetti
televisivi.
I
primi due episodi di Lucky sono già disponibili su Apple TV+, mentre i
successivi verranno distribuiti settimanalmente fino al 19
agosto.
Brutte
notizie per la serie God of War di Prime Video. Ryan Hurst, scelto per interpretare
Kratos
nell’attesissimo adattamento del celebre videogioco PlayStation, ha
dovuto abbandonare il progetto dopo aver riportato un grave
infortunio durante le riprese. La produzione ha quindi deciso di
sostituire l’attore con un nuovo interprete per il
protagonista.
Secondo quanto riportato da Deadline, la decisione è arrivata dopo l’incidente
avvenuto sul set il 16 luglio. Durante l’esecuzione di una scena
d’azione, Hurst avrebbe riportato una seria lesione al bicipite che
ha richiesto un intervento chirurgico. Le prime indiscrezioni,
diffuse da TMZ,
parlavano già di una lunga riabilitazione di diversi mesi,
incompatibile con le esigenze produttive della serie.
La
lavorazione avrebbe infatti dovuto essere rinviata almeno al 2027
per consentire all’attore di recuperare completamente, ma Prime
Video avrebbe preferito procedere con un recasting per evitare uno
slittamento così importante.
La serie di God of
War dovrà ora trovare un nuovo Kratos prima di riprendere le
riprese
Creata da Ronald D.
Moore, la serie televisiva di God
of War adatterà il ciclo narrativo nordico della saga
videoludica di Santa
Monica Studio, seguendo il viaggio di Kratos e del figlio
Atreus
attraverso i Nove Regni per esaudire l’ultimo desiderio di
Faye.
Il cast comprende già Callum Vinson nel ruolo di Atreus,
Teresa Palmer (Sif),
Mandy Patinkin
(Odino), Ólafur Darri
Ólafsson (Thor), Ed
Skrein (Baldur), Sonya Walger (Freya) e molti altri interpreti
chiamati a dare vita ai personaggi più iconici della saga.
Al momento Prime Video non ha annunciato chi raccoglierà l’eredità
di Ryan Hurst nei panni di Kratos, né è stata comunicata una data
di uscita ufficiale della serie. La sostituzione del protagonista
rappresenta però un cambiamento significativo per una delle
produzioni più attese tratte da un videogioco, che dovrà ora
trovare un nuovo volto capace di incarnare uno dei personaggi più
iconici della storia PlayStation.
Tra le serie
di fantascienza degli ultimi anni, L’Eternauta è una di quelle che ha
lasciato il segno senza fare il rumore che forse meritava.
L’adattamento Netflix del celebre fumetto argentino di
Héctor Germán
Oesterheld e Francisco Solano López, accolto con un
96% di recensioni positive
su Rotten Tomatoes, tornerà con una seconda e ultima
stagione, e ci sono buoni motivi per pensare che possa diventare
uno dei più grandi eventi sci-fi della piattaforma.
Dopo un debutto che ha conquistato critica e pubblico,
L’Eternauta ha
costruito un mondo post-apocalittico ricco di misteri, evitando di
limitarsi ai classici cliché del genere. Mentre molti spettatori lo
hanno inevitabilmente accostato a Silo, la serie con Ricardo Darín ha dimostrato fin dai primi
episodi di voler percorrere una strada diversa, molto più ambiziosa
sul piano narrativo e concettuale. Con una seconda stagione già
confermata, il confronto con il successo di Apple
TV+ appare oggi più attuale che mai.
L’Eternauta parte
da un’apocalisse, ma si trasforma in una storia molto più grande di
un semplice racconto di sopravvivenza
Le prime puntate della serie sembrano muoversi su territori
familiari. Una misteriosa nevicata tossica stermina gran parte
della popolazione, costringendo i sopravvissuti a barricarsi nelle
proprie abitazioni, in una situazione che richiama inevitabilmente
l’isolamento raccontato in Silo. Anche qui il protagonista è spinto dalla
necessità di capire cosa sia realmente accaduto e chi stia
manipolando la verità.
Con il passare degli episodi, però, L’Eternauta cambia completamente
prospettiva. L’apocalisse non è il vero centro della storia, ma
soltanto il punto di partenza di un racconto che introduce
un’invasione aliena molto più complessa del previsto. Dietro il
conflitto emergono riflessioni sul controllo delle masse,
sull’autoritarismo e sull’uso della paura come strumento di
dominio, trasformando la fantascienza in una potente metafora
politica.
Il finale della prima stagione apre inoltre scenari ancora più
ambiziosi, suggerendo l’esistenza di fenomeni legati al viaggio tra
dimensioni e alla manipolazione dello spazio-tempo, elementi
destinati a diventare centrali nei prossimi episodi.
La seconda
stagione potrebbe offrire una fantascienza ancora più ambiziosa di
quella raccontata da Silo
Se Silo ha
progressivamente orientato il proprio racconto verso il thriller
politico e la lotta per il controllo del Silo 18,
L’Eternauta
sembra voler espandere continuamente il proprio universo narrativo.
La serie non si limita infatti a raccontare una società oppressa,
ma costruisce un conflitto che coinvolge civiltà extraterrestri,
realtà parallele e una visione del tempo molto più articolata.
Questa differenza potrebbe rappresentare il suo principale punto di
forza. Dove Silo
procede spesso con un ritmo più riflessivo e lineare, la produzione
Netflix sembra intenzionata ad accelerare continuamente la propria
narrazione, evitando deviazioni superflue. Il fatto che la storia
si concluderà proprio con la seconda stagione lascia inoltre
immaginare un racconto molto compatto, privo di episodi riempitivi
e orientato a portare rapidamente a compimento tutti i misteri
introdotti nella prima parte.
Se riuscirà a mantenere le promesse del finale della prima
stagione, L’Eternauta potrebbe imporsi non soltanto come una
delle migliori serie sci-fi di Netflix, ma anche come uno dei più
importanti racconti distopici degli ultimi anni, accanto a titoli
come Silo,
The Last of Us e Fallout.
Quando Star Trek – Il
futuro ha inizio (leggi
qui la recensione) arrivò nelle sale nel 2009, il compito
affidato a J.J. Abrams sembrava quasi impossibile:
rilanciare uno dei franchise più importanti della
fantascienza senza cancellarne oltre quarant’anni di storia. Il
risultato fu un film capace di parlare contemporaneamente ai fan
storici e a un nuovo pubblico, trasformando il reboot in un
racconto sulle origini di personaggi iconici come James T.
Kirk e Spock, ma anche in una riflessione
sul peso del destino e sulla possibilità di riscrivere il proprio
futuro.
Il finale rappresenta il punto
in cui queste due anime si incontrano. Da una parte si conclude lo
scontro con Nero, responsabile della creazione
della cosiddetta Kelvin Timeline; dall’altra nasce definitivamente
l’equipaggio della USS Enterprise che tutti
conoscono. Dietro la spettacolarità dell’azione, però, il film
propone un’idea molto precisa: la storia può cambiare, le persone
possono imboccare strade diverse, ma alcuni legami e alcuni valori
sembrano destinati a ripresentarsi. È questa la chiave per
comprendere il significato dell’epilogo.
Come J.J.
Abrams reinventa Star Trek senza
cancellarne l’eredità della saga classica
Il grande merito del film è
quello di non limitarsi a rifare la serie originale. J.J. Abrams costruisce una nuova linea
temporale alternativa attraverso il viaggio nel tempo del romulano
Nero, permettendo così di modificare gli eventi
senza contraddire il canone storico di Star Trek.
La presenza dello Spock anziano interpretato da
Leonard Nimoy rende esplicito questo meccanismo,
collegando direttamente il nuovo universo narrativo alla cronologia
classica.
Questa scelta consente al
regista di raccontare nuovamente la nascita dell’equipaggio
dell’Enterprise mantenendo intatto il valore
simbolico dei personaggi. Chris Pine offre un Kirk più
impulsivo e inesperto rispetto alla versione interpretata da
William Shatner, mentre Zachary Quinto restituisce uno
Spock ancora combattuto tra razionalità vulcaniana
ed emozioni umane. Il loro rapporto, destinato a diventare il cuore
dell’intera saga, nasce proprio attraverso il conflitto.
Anche dal punto di vista
stilistico il film segna una svolta. Abrams
introduce un ritmo molto più dinamico, effetti visivi moderni e una
spettacolarità vicina al cinema d’avventura contemporaneo, senza
rinunciare ai temi tradizionali della saga. La fantascienza resta
il contenitore entro cui discutere di identità, responsabilità e
cooperazione, elementi che hanno sempre definito Star
Trek fin dalla creazione di Gene
Roddenberry.
Cosa succede nel finale di
Star Trek – Il futuro ha inizio e come Kirk
diventa il nuovo capitano dell’Enterprise
L’atto conclusivo vede
Nero pronto a distruggere anche la Terra dopo
avere già provocato la distruzione di Vulcano. Il suo piano nasce
da un desiderio di vendetta: proveniente dal XXIV secolo, ha
assistito impotente alla distruzione di Romulus e attribuisce la
responsabilità dell’accaduto alla Federazione e allo
Spock del futuro, arrivato troppo tardi per
impedire la catastrofe.
Per fermarlo,
Kirk e Spock salgono a bordo
della gigantesca Narada. I due si dividono i
compiti: Spock recupera la nave Jellyfish
contenente la materia rossa, indispensabile per creare un buco nero
artificiale, mentre Kirk libera il capitano
Christopher Pike e affronta direttamente Nero. È
il momento in cui i due protagonisti smettono definitivamente di
essere rivali e comprendono quanto le loro differenze costituiscano
una forza.
Quando la Jellyfish colpisce la
Narada, la materia rossa genera la singolarità
destinata a distruggere la nave romulana. Prima che ciò accada,
Kirk offre a Nero la possibilità
di evacuare insieme al suo equipaggio. Il rifiuto del romulano è
significativo: preferisce morire piuttosto che accettare l’aiuto
della Federazione, dimostrando come la vendetta abbia ormai
cancellato ogni possibilità di redenzione.
Dopo la distruzione della
Narada, anche l’Enterprise rischia di essere
inghiottita dal buco nero. Grazie all’espulsione del nucleo di
curvatura, la nave riesce però a sfuggire alla forza
gravitazionale. Tornati sulla Terra, Kirk viene
premiato con il comando dell’Enterprise,
sostituendo Pike, gravemente ferito durante la
missione. Parallelamente, ogni membro dell’equipaggio assume il
ruolo destinato a renderlo una leggenda della Flotta Stellare.
Il conflitto tra destino e
libero arbitrio è il vero tema nascosto del finale
La linea temporale alternativa
costituisce molto più di un espediente narrativo. L’intero film
ruota attorno a una domanda: quanto della nostra identità dipende
dagli eventi che viviamo e quanto invece appartiene alla nostra
natura più profonda?
La morte del padre trasforma
profondamente James Kirk, privandolo della figura
che nella cronologia originale aveva contribuito a definirne il
carattere. Anche Spock affronta una perdita ancora
più devastante con la distruzione di Vulcano. Entrambi sono
costretti a reinventarsi in un universo completamente diverso da
quello che avrebbe dovuto esistere.
Eppure il loro incontro sembra
inevitabile. Lo Spock anziano afferma
esplicitamente che i due sono destinati a diventare amici e a
realizzare grandi imprese insieme. Il film suggerisce così che il
destino non coincida con una sequenza immutabile di eventi, ma con
la capacità di alcune persone di ritrovarsi anche quando la storia
prende direzioni impreviste.
Perfino Nero
rappresenta una versione distorta dello stesso concetto. Anche lui
è una vittima del destino, ma sceglie di lasciare che il dolore
definisca completamente la propria esistenza. Kirk
e Spock, al contrario, trasformano il trauma in
una spinta verso qualcosa di costruttivo.
Perché il finale di
Star Trek – Il futuro ha inizio apre una nuova era
della saga
L’ultima sequenza del film
assume un valore simbolico che supera la vicenda raccontata.
Kirk si siede finalmente sulla poltrona di comando
dell’Enterprise, mentre l’equipaggio occupa le
posizioni che i fan conoscono da decenni. Da questo momento in poi
la storia può davvero ricominciare.
Il significato più profondo
dell’epilogo riguarda però la filosofia stessa di Star
Trek. Pur introducendo una realtà alternativa,
J.J. Abrams evita di negare il passato della saga.
La presenza di Leonard Nimoy stabilisce un ponte
ideale tra due universi, dimostrando che innovazione e tradizione
possono convivere senza escludersi.
Anche la scelta di
Kirk di offrire aiuto a Nero
prima della distruzione della Narada sintetizza
perfettamente i valori della Federazione. La compassione viene
proposta persino nei confronti del nemico, confermando che
l’umanesimo immaginato da Gene Roddenberry
continua a rappresentare il fondamento morale dell’universo di
Star Trek.
Per questo il finale funziona su
due livelli. Da una parte conclude la storia delle origini del
nuovo equipaggio, dall’altra rilancia l’intero franchise verso una
nuova stagione cinematografica e televisiva. Il messaggio
conclusivo è chiaro: cambiano le linee temporali, cambiano i volti
degli eroi e cambiano persino gli eventi della storia, ma la
curiosità verso l’ignoto, la fiducia nella collaborazione e la
speranza in un futuro migliore restano gli elementi che definiscono
davvero Star Trek.
The Tunnel – Trappola
nel buio, disaster movie diretto da Pål Øie, porta sullo schermo uno
degli scenari più inquietanti che possano verificarsi durante un
viaggio in automobile: un incendio all’interno di una lunga
galleria stradale (in maniera simile a quanto avviene anche in
Daylight – Trappola nel tunnel), con decine di persone
intrappolate e i soccorsi ostacolati da condizioni meteorologiche
estreme. Ambientato durante la vigilia di Natale tra le montagne
della Norvegia, il film costruisce una corsa contro il tempo che
unisce tensione, spettacolo e dramma umano, seguendo il tentativo
dell’ex pompiere Stein di salvare la figlia
rimasta bloccata nel tunnel.
Proprio perché la vicenda appare
incredibilmente realistica, molti spettatori si chiedono se
The Tunnel – Trappola nel buio racconti un
episodio realmente accaduto. La risposta è più complessa di un
semplice sì o no. La storia di Stein e dei
personaggi principali è frutto della finzione, ma il film nasce da
una serie di incidenti realmente avvenuti nelle gallerie norvegesi
e utilizza dati, criticità e problemi di sicurezza documentati
negli ultimi anni. È proprio questo legame con la realtà a rendere
il racconto tanto credibile.
The Tunnel – Trappola nel buio
non racconta un singolo incidente, ma nasce dai numerosi incendi
realmente avvenuti nelle gallerie della Norvegia
A differenza di altri disaster
movie ispirati a una tragedia precisa, The Tunnel –
Trappola nel buio non ricostruisce un evento realmente
accaduto dall’inizio alla fine. La sceneggiatura immagina un
incidente autonomo, costruendo personaggi e sviluppi narrativi
originali, ma prende spunto da una situazione che in Norvegia
rappresenta un tema concreto di sicurezza pubblica.
Il Paese possiede una delle reti
di gallerie stradali più estese del pianeta, con oltre 1.200 tunnel
distribuiti tra montagne, fiordi e strade che attraversano
territori particolarmente difficili. Molte di queste infrastrutture
sono state progettate decenni fa e risultano prive di uscite di
emergenza intermedie, affidando gran parte della sicurezza al
principio dell’autosoccorso. In caso di incendio, infatti, i primi
minuti diventano decisivi e gli automobilisti devono spesso
riuscire a mettersi in salvo prima ancora dell’arrivo dei vigili
del fuoco.
Il film richiama esplicitamente
questa realtà fin dalle sue battute iniziali. Viene ricordato che
dal 2011 si sono verificati numerosi grandi incendi nelle gallerie
norvegesi e che l’assenza di vittime è dipesa soprattutto dalla
rapidità degli interventi e dalla capacità delle persone coinvolte
di evacuare in tempo. Pål Øie utilizza quindi una
situazione plausibile, costruendo un racconto che potrebbe
verificarsi in qualsiasi momento proprio perché nasce da
vulnerabilità realmente esistenti.
Gli incidenti avvenuti nei
tunnel norvegesi hanno fornito la base tecnica sulla quale è stato
costruito il film
Fra gli episodi che più
ricordano le dinamiche mostrate nel film spicca l’incidente dello
Skatestraum Tunnel, avvenuto il 15 luglio 2015
nella Norvegia occidentale. Un camion cisterna che trasportava
quasi 17.000 litri di benzina urtò la parete della galleria,
provocando la fuoriuscita del carburante. L’autista riuscì ad
avvertire rapidamente gli altri automobilisti del pericolo,
consentendo l’evacuazione poco prima che la cisterna prendesse
fuoco.
L’esplosione provocò un violento
incendio, sei persone riportarono ferite lievi e il tunnel rimase
chiuso per diversi mesi per consentire i lavori di ripristino.
Sebbene The Tunnel – Trappola nel buio non
riproduca fedelmente questo episodio, è evidente come la scelta
narrativa della cisterna incendiata richiami proprio una situazione
già verificatasi nella realtà. Altri incidenti hanno contribuito a
delineare il quadro complessivo. L’incendio del tunnel di
Oslofjord nel 2011 mise in evidenza le difficoltà legate
alla ventilazione, all’orientamento degli automobilisti e alla
gestione dei soccorsi in una lunga galleria.
Ancora più significativo fu il
grave incendio del Gudvanga Tunnel nel 2013,
quando decine di persone rimasero intrappolate nel fumo sviluppato
da un mezzo pesante in fiamme. Le indagini successive evidenziarono
problemi nella gestione dell’emergenza e nella comunicazione con
gli utenti, aspetti che il film riprende trasformandoli in elementi
fondamentali della tensione narrativa. La produzione ha quindi
condensato in una sola vicenda caratteristiche osservate in
incidenti differenti, senza limitarsi a ricostruire un singolo
fatto di cronaca.
La storia di Stein è inventata,
ma racconta il lavoro svolto ogni giorno dai soccorritori che
affrontano emergenze reali
Se il disastro nasce da fatti
documentati, i protagonisti appartengono invece completamente alla
finzione. Stein, ex vigile del fuoco volontario,
la figlia Elise, il conflitto familiare che
accompagna la loro vicenda e l’intera notte di Natale durante cui
si svolge la storia sono elementi creati esclusivamente per il
film.
Ciò che rimane profondamente
realistico è invece il lavoro dei soccorritori. Ogni intervento
all’interno di una galleria presenta infatti difficoltà
particolari: il fumo riduce rapidamente la visibilità, il calore
rende impossibile avanzare in sicurezza e la conformazione del
tunnel limita fortemente le possibilità operative dei vigili del
fuoco.
Anche la tempesta di neve che
nel film rallenta i mezzi di soccorso rappresenta una situazione
credibile nelle regioni montuose della Norvegia, dove le condizioni
climatiche possono compromettere i tempi di intervento proprio nei
momenti più delicati. L’eroismo raccontato attraverso
Stein diventa così il simbolo dell’impegno
quotidiano dei pompieri e delle squadre di emergenza che
intervengono realmente negli incendi stradali.
Il finale del film appartiene
completamente alla narrativa cinematografica, ma il messaggio
rimane coerente con la realtà da cui trae ispirazione: quando un
incendio si sviluppa in una lunga galleria, ogni decisione presa
nei primi minuti può fare la differenza tra la vita e la morte.
The Tunnel – Trappola
nel buio usa la finzione per denunciare un problema reale
della sicurezza stradale norvegese
La forza di The Tunnel –
Trappola nel buio risiede proprio nell’equilibrio tra
spettacolo e realismo. Pur utilizzando i meccanismi del disaster
movie, il film evita scenari catastrofici improbabili e preferisce
concentrarsi su rischi concreti, documentati da anni di studi e di
inchieste sugli incendi verificatisi nelle infrastrutture
norvegesi.
Il vero protagonista del
racconto finisce per essere il tunnel stesso, trasformato da
normale infrastruttura in un ambiente ostile nel quale il tempo, il
fumo e la mancanza di vie di fuga diventano nemici molto più
pericolosi delle fiamme. La scelta di ambientare tutto durante il
periodo natalizio amplifica la tensione emotiva, ma serve anche a
ricordare come tragedie simili possano verificarsi in qualunque
momento della vita quotidiana.
Alla domanda se il film sia
tratto da una storia vera, la risposta è dunque duplice. La vicenda
personale dei protagonisti è inventata, mentre la situazione
raccontata nasce dall’osservazione di numerosi incidenti realmente
accaduti e dalle criticità che ancora oggi caratterizzano molte
gallerie della Norvegia. È questa combinazione tra finzione e
realtà a rendere The Tunnel – Trappola nel buio
uno dei disaster movie europei più credibili degli ultimi anni,
capace di trasformare un racconto di intrattenimento in una
riflessione concreta sulla sicurezza delle infrastrutture.
Quando è arrivato su
Netflix, Beckett ha
attirato l’attenzione per il suo approccio insolito al
thriller politico. Diretto da Ferdinando Cito
Filomarino e interpretato da John David Washington, il film segue un
turista americano che, dopo un tragico incidente durante una
vacanza in Grecia, si ritrova coinvolto in una fuga disperata
attraverso un Paese attraversato da forti tensioni politiche.
L’atmosfera realistica, gli scenari autentici e il contesto sociale
rendono la vicenda sorprendentemente credibile.
Proprio questa impostazione
porta molti spettatori a chiedersi se Beckett sia
tratto da una storia vera oppure se racconti fatti realmente
accaduti. La risposta è più articolata di quanto possa sembrare.
Pur costruendo una narrazione estremamente verosimile e attingendo
a eventi storici realmente verificatisi in Grecia, il film sviluppa
una vicenda completamente originale, ideata dagli autori per
riflettere sul rapporto tra individuo, potere e caso. Comprendere
dove finisca la realtà e dove inizi la finzione permette di
apprezzare ancora meglio il progetto cinematografico.
Beckett non è
tratto da una storia vera, ma nasce da una sceneggiatura originale
ambientata in un contesto reale
La risposta più diretta è che
Beckett non è basato su una storia vera. La
vicenda del protagonista interpretato da John David Washington, costretto a fuggire
dopo un incidente automobilistico e inseguito da uomini misteriosi,
è interamente frutto della fantasia. Lo stesso film lo chiarisce
nei titoli di coda, dove viene specificato che gli eventi narrati
sono immaginari.
L’idea nasce dal regista
Ferdinando Cito Filomarino, che ha sviluppato il
soggetto prima che la sceneggiatura venisse scritta da
Kevin A. Rice. Per il cineasta italiano si tratta
del primo lungometraggio in lingua inglese dopo l’esperienza
maturata accanto a Luca Guadagnino, con cui aveva
collaborato come regista della seconda unità in film come Chiamami
col tuo nome e Suspiria.
L’obiettivo non era realizzare
un biopic o ricostruire un episodio realmente documentato, bensì
costruire un thriller in cui una persona comune venga
improvvisamente travolta da una situazione fuori dal suo controllo.
Il protagonista, infatti, non possiede capacità da agente segreto,
addestramento militare o competenze investigative: è un turista
qualunque che si trova nel posto sbagliato nel momento sbagliato,
caratteristica che contribuisce a rendere la storia particolarmente
credibile.
La vera ispirazione del film
arriva dalla crisi politica della Grecia e dai thriller europei
degli anni Settanta
Pur essendo un’opera di
finzione, Beckett affonda le proprie radici in un
contesto storico preciso. Ferdinando Cito
Filomarino ha spiegato di essersi ispirato ai grandi
thriller politici europei degli
anni Settanta, opere dominate dalla paranoia, dalla sfiducia
verso le istituzioni e dalla convinzione che le decisioni del
potere possano travolgere la vita delle persone comuni.
A questo immaginario
cinematografico il regista ha aggiunto un riferimento
contemporaneo: le grandi proteste che hanno attraversato la Grecia
durante la crisi economica culminata nel 2015. In quegli anni il
Paese fu interessato da scioperi generali, manifestazioni di piazza
e fortissime tensioni politiche legate alle misure di austerità
imposte durante la crisi del debito.
Questi eventi non vengono
ricostruiti fedelmente né rappresentano il centro della trama.
Diventano piuttosto lo sfondo entro cui si muove Beckett, costretto
a inseguire la verità mentre attorno a lui si svolgono
manifestazioni, disordini e interventi delle forze dell’ordine. La
Grecia raccontata dal film è dunque reale, così come sono reali le
tensioni sociali che caratterizzavano quel periodo, mentre la
cospirazione e i personaggi appartengono completamente alla
finzione narrativa.
La storia inventata sfrutta
situazioni plausibili per costruire un thriller che appare
autentico fino alla conclusione
Uno degli aspetti che rende
Beckett così convincente è il modo in cui la
sceneggiatura utilizza situazioni assolutamente possibili. Un
incidente stradale durante una vacanza, la difficoltà di orientarsi
in un Paese straniero, la barriera linguistica, il timore di non
potersi fidare delle autorità locali e la necessità di raggiungere
l’ambasciata americana sono elementi che potrebbero verificarsi
nella realtà.
La forza del film nasce proprio
da questa scelta. Invece di affidarsi a spettacolari capacità
d’azione o a protagonisti invincibili, il racconto segue un uomo
qualunque costretto a reagire istintivamente a eventi sempre più
pericolosi. Anche John David Washington ha spiegato di essere
stato attratto da questo aspetto del personaggio, molto diverso
dagli eroi tradizionali dei thriller d’azione.
Il regista ha inoltre dichiarato
di aver voluto raccontare contemporaneamente due percorsi: quello
interiore di un uomo alle prese con un lutto improvviso e quello
esteriore di una fuga che assume progressivamente dimensioni
politiche. Questa fusione tra dramma personale e thriller
internazionale conferisce alla storia una forte sensazione di
autenticità, pur senza avere alcun fondamento documentario. Tutti
gli sviluppi della cospirazione, gli inseguimenti e i colpi di
scena restano infatti un’elaborazione originale degli autori.
La realtà di
Beckett sta nell’atmosfera, mentre la vicenda
resta un’opera di fantasia che riflette sul rapporto tra individuo
e potere
Il successo di
Beckett deriva proprio dall’equilibrio tra realtà
e invenzione. Il film non pretende mai di raccontare un episodio
realmente avvenuto e non si ispira a una persona esistita.
Preferisce utilizzare un contesto storico autentico per
interrogarsi su temi universali: quanto possa essere fragile la
condizione dell’individuo quando entra in contatto con meccanismi
politici che non comprende, quanto sia difficile distinguere la
verità dalla manipolazione e quanto il caso possa cambiare
improvvisamente il corso di una vita.
La scelta di ambientare tutto in
una Grecia attraversata da proteste e tensioni sociali amplifica il
senso di smarrimento del protagonista, trasformando il Paese in un
elemento narrativo essenziale. Gli eventi storici reali fanno
quindi da cornice a una vicenda completamente inventata, aumentando
la percezione di realismo senza modificare la natura fittizia del
racconto.
Chi si chiede se
Beckett sia tratto da una storia vera può quindi
trovare una risposta netta: il film racconta una storia originale.
La sua credibilità nasce dall’accurata ricostruzione dell’ambiente
politico e sociale, dall’approccio realistico della regia e dalla
scelta di mettere al centro un protagonista vulnerabile. È proprio
questa miscela tra finzione e realtà storica a rendere il thriller
di Ferdinando Cito Filomarino così coinvolgente e
plausibile.
Paramount+ ha pubblicato il trailer ufficiale della terza stagione di
Operazione Speciale:
Lioness, offrendo un primo sguardo al nuovo capitolo
dello spy thriller creato da Taylor Sheridan. Le immagini
anticipano una stagione ancora più intensa, in cui la squadra della
CIA dovrà affrontare un’operazione sotto copertura destinata a
mettere alla prova non solo le capacità degli agenti, ma anche i
loro equilibri personali.
Il
trailer vede il ritorno di Zoe
Saldaña nei panni dell’agente della CIA
Joe, chiamata
ancora una volta a guidare il programma Lioness in una missione ad
altissimo rischio. Questa volta, però, il nemico sembra più
difficile da individuare e le conseguenze delle sue scelte
finiranno per coinvolgere anche la sua vita privata. Le nuove
immagini alternano spettacolari sequenze d’azione a momenti di
forte tensione emotiva, mostrando una squadra sempre più vicina al
punto di rottura.
La terza stagione di Operazione Speciale: Lioness debutterà su
Paramount+ il 2 agosto
2026, confermando il ritorno di una delle produzioni
originali di maggior successo della piattaforma.
Il nuovo trailer
conferma che Operazione Speciale: Lioness continuerà a raccontare
il lato più umano dello spionaggio
Fin dalla prima stagione, Operazione Speciale: Lioness si è distinta nel
panorama delle serie di spionaggio per il suo approccio realistico
alle missioni sotto copertura. Pur ispirandosi a un vero programma
militare statunitense, la serie ha sempre dedicato grande
attenzione alle conseguenze psicologiche e personali vissute dagli
agenti impegnati sul campo.
Il nuovo trailer rafforza proprio questa identità. Oltre a mostrare
operazioni sempre più spettacolari e pericolose, insiste sul peso
delle responsabilità che gravano su Joe, costretta a prendere
decisioni sempre più difficili mentre il confine tra dovere e vita
privata diventa sempre più sottile.
Accanto a Zoe
Saldaña torneranno anche Nicole Kidman, Morgan Freeman, Laysla De Oliveira, Dave
Annable, Jill Wagner, LaMonica Garrett, Genesis Rodriguez, James
Jordan e il resto del cast principale. Con una posta in
gioco ancora più alta e un intreccio che promette di espandere
ulteriormente il mondo costruito da Taylor Sheridan, la terza
stagione punta a consolidare Operazione Speciale: Lioness come una delle serie
di spionaggio più apprezzate degli ultimi anni.
Dal 3 al 8
agosto la città di Narni (TR) diventa una
suggestiva cornice cinematografica che ospiterà
la trentaduesima edizione di Narni. Le vie del
cinema, la Rassegna di cinema restaurato, diretta
da Alberto Crespi e organizzata per iniziativa
del Comune di Narni con la
collaborazione del Centro Sperimentale di
Cinematografia – Cineteca Nazionale,Cineteca di
Bologna, Unidis e con Rai Movie.
Nel Parco “Bruno
Donatelli” di Narni Scalo, il pubblico potrà apprezzare capolavori
restaurati, grazie alla collaborazione con la Cineteca Nazionale
del Centro Sperimentale di Cinematografia e la Cineteca di Bologna.
A questi partner storici si aggiunge quest’anno Rai Movie, nuovo e
prestigioso partner di una rassegna che continua a crescere senza
perdere la propria identità: quella di una manifestazione capace di
rivolgersi agli appassionati, agli studiosi, ma soprattutto al
pubblico più ampio, con il desiderio di far conoscere e amare il
cinema.
Da oltre trent’anni,
Narni si conferma un punto di riferimento imprescindibile,
richiamando ogni anno migliaia di spettatori e spettatrici
accomunati dalla passione per il grande schermo. Un appuntamento
che, nel tempo, è diventato una vera e propria celebrazione della
settima arte, capace di restituire al pubblico il fascino autentico
dei grandi classici attraverso proiezioni suggestive su uno degli
schermi più grandi d’Europa, in copie restaurate di eccezionale
qualità.
In un’epoca in cui la
visione cinematografica è sempre più spesso relegata agli schermi
domestici delle piattaforme di streaming o addirittura ai
dispositivi mobili, la manifestazione continua così a valorizzare
il fascino insostituibile della sala cinematografica e la
dimensione collettiva dello spettacolo offrendo un’esperienza
culturale unica.
IL CINEMA RESTAURATO
È PROTAGONISTA.
Anche quest’edizione
“Narni. Le vie del cinema” proporrà una ricca selezione di film di
recente recupero proiettati ogni sera a partire dalle ore 21.00 sul
grande schermo allestito nel Parco pubblico “Bruno
Donatelli” di Narni, a ingresso gratuito (fino a
esaurimento posti).
Prosegue il rapporto forte e produttivo con
la Cineteca Nazionale, che si occupa della
conservazione e del restauro dei film italiani
all’internodel Centro Sperimentale di
Cinematografia.
I tre restauri della
Cineteca che verranno proiettati quest’anno propongono un
giusto equilibrio fra le grandi firme della settima arte e opere
preziose da riscoprire: ad aprile il 3 agosto la
manifestazione sarà Bellissima di Luchino Visconti,
capolavoro del 1951, uno dei film più commoventi e moderni sul
cinema stesso sulla fabbrica dei sogni e sulle illusioni che può
generare, sorretto da una straordinaria Anna Magnani e un favoloso
Walter Chiari; segue Esterina di Carlo Lizzani con
Carla Gravina, Geoffrey Horne, Domenico Modugno, uno dei titoli più
significativi del cinema italiano di fine anni Cinquanta; e infine
IlDelitto Matteotti di Florestano
Vancini, un film storico e politico che ricostruisce una delle
pagine più drammatiche della storia del nostro Paese, con Franco
Nero, Umberto Orsini, Mario Adorf e Vittorio De Sica.
Anche quest’anno Narni,
proporrà una parte di programma internazionale: a cura della
Cineteca di Bologna il restauro di Quando la moglie è
in vacanza (in versione originale sottotitolata) che
riporta sullo schermo Marilyn Monroe in occasione del suo
centenario dalla nascita, in una delle commedie più celebri di
Billy Wilder; e poi, per rendere il dovuto omaggio a uno dei
registi più rivoluzionari della storia del cinema
come Stanley Kubrick, verrà proiettato
l’ipnotico Barry Lyndon nella copia restaurata
dalla Warner Bros; in chiusura, l’8 agosto invece
sarà proposta una serata dedicata a Stanlio e Ollio,
il duo comico più famoso e amato nella storia del cinema, per
celebrare i cent’anni dal loro primo film insieme con una
serata medley di lungometraggi (“Muraglie”) e corti (“Un nuovo
imbroglio”) con il restauro a cura di Rai Movie.
TORNA PER I PIÙ
PICCOLI LA RASSEGNA DEL CINEMA ANIMATO.
Il cinema è un’arte che
parla a tutti, anche ai più piccoli e anche quest’anno ci sarà la
rassegna parallela alla classica selezione di pellicole restaurate
che proporrà ogni sera su grande schermo a partire dalle ore 21.00,
in un’ala laterale del Parco pubblico
“Bruno Donatelli”, una selezione di film
animati. Saranno proposti: Dragon Trainer (2025) diretto da Dean
DeBlois, Mulan (2020) il live action diretto da Niki
Caro, Lightyear (2022) diretto da Angus MacLane,
Aladdin (2019) diretto da Guy
Ritchie, Un film Minecraft (2025) diretto da
Jared Hess, Encanto (2021) diretto da Jared Bush e
Byron Howard, con la co-regia di Charise Castro Smith.
La Biennale di Venezia annuncia che
Ink,
diretto dal regista premio Oscar® e premio BAFTA Danny
Boyle (28 anni dopo, Trainspotting, The
Millionaire), scritto dal drammaturgo e sceneggiatore
vincitore di diversi premi Olivier James Graham
(Dear England, Sherwood, Brexit),
interpretato da Jack O’Connell, Guy
Pearce e Claire Foy, è il film
d’apertura, in prima mondiale in concorso, dell’83. Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica diretta da Alberto Barbera (2
– 12 settembre 2026). Ink
sarà presentato in prima mondiale mercoledì 2 settembre 2026 nella Sala Grande del
Palazzo del Cinema (Lido di Venezia), nella serata di apertura
dell’83. Biennale Cinema.
Danny Boyle ha
dichiarato: «Sono stato alla Biennale molte volte, ma questo è
il mio battesimo alla Mostra del Cinema: è un onore immenso essere
in una città così ricca d’arte e aprire questo grande festival con
il mio nuovo film, INK. Il 1969, l’anno in cui siamo sbarcati sulla
Luna per la prima volta, è l’anno in cui Rupert Murdoch e Larry
Lamb lanciarono un quotidiano destinato a cambiare il mondo ancora
di più. Molto prima di Fox News, del clickbait e di Truth Social,
decenni prima di Twitter, Facebook, Google e OnlyFans, questi due
uomini crearono un nuovo tabloid che, contro ogni previsione,
divenne il quotidiano più venduto al mondo. Sfacciato, irriverente,
audace: lo spumeggiante Sun ha sfidato l’establishment e ha
rifondato il nostro mondo per l’era moderna. Una sceneggiatura
di James Graham che mi sono sentito in dovere e privilegiato di
dirigere. »
«Un regista premio Oscar, un autore tra i maggiori della
scena teatrale londinese e tre attori tra i più apprezzati del
cinema inglese contemporaneo, sono le credenziali del film di Danny
Boyle – dichiara Alberto Barbera– impreziosito
dall’interpretazione di Jack O’Connel, Guy Pierce, e Claire Foy,
che lo sceneggiatore James Graham ha tratto dalla propria pièce
omonima. È la ricostruzione dell’acquisto del quotidiano The Sun da
parte dell’editore Rupert Murdoch che ne affidò la direzione allo
spregiudicato Larry Lamb, sino a farne il più venduto tabloid
scandalistico inglese, a spese del rivale The Mirror. Ringrazio
StudioCanal, Media Res e House Productions per averci concesso
l’onore di aprire la Mostra del Cinema di Venezia con un film così
atteso.»
INK è un film prodotto da
STUDIOCANAL, MEDIA RES e House Productions.
Il regista vincitore del premio
Oscar® e del premio BAFTA Danny Boyle (28 anni dopo, Trainspotting,
The Millionaire) dirige INK, basato sull’omonima opera teatrale
candidata ai Tony Award del drammaturgo e sceneggiatore James
Graham (Dear England, Sherwood, Brexit), vincitore di plurimi premi
Olivier. Graham ha curato la sceneggiatura del film.
Il vincitore del premio BAFTA Jack
O’Connell (Il ribelle – Starred Up, ’71, Back To Black, I
peccatori), il candidato all’Oscar® Guy Pearce (Memento, The
Brutalist, L.A. Confidential) e la candidata al BAFTA Claire Foy
(The
Crown, Estranei, Il visionario mondo di Louis Wain) sono i
protagonisti di INK, un viaggio cinematografico travolgente che
racconta di un gruppo di visionari e anticonformisti con un’idea
per un nuovo tipo di informazione, capace di dare alla gente ciò
che vuole, e che avrebbe cambiato per sempre il volto del mondo in
cui viviamo oggi.
O’Connell interpreta Larry
Lamb, il direttore di THE SUN, mentre Pearce veste i panni di
Rupert Murdoch. Claire Foy è Jules Davies.
Danny Boyle produce il film insieme
a Tessa Ross (Conclave, The Warrior: The Iron Claw, La zona
d’interesse) e Michael Ellenberg (The Morning Show, Pachinko – La moglie
coreana). INK segna la riunione tra Boyle e Ross dopo la loro
collaborazione per The Millionaire. Anche Tracey Seaward (I due
Papi, Philomena, Pistol) figura tra i produttori. Anna Marsh, Ron
Halpern, Joe Naftalin (di STUDIOCANAL), Tonia Davis, Zoe Edwards,
James Graham, Sudie Smyth (di STUDIOCANAL) sono Produttori
esecutivi.
Il nuovo
corso cinematografico di G.I. Joe prende ufficialmente forma. Dopo il flop di
Snake Eyes e la decisione di rilanciare
nuovamente il franchise Hasbro, Paramount Pictures ha scelto il regista che guiderà
il prossimo reboot della celebre saga action.
Secondo quanto riportato da The Hollywood Reporter, sarà Danny McBride a dirigere il nuovo
film di G.I. Joe.
Lo sceneggiatore e produttore, vincitore di un Emmy, era già stato
incaricato di scrivere la sceneggiatura del progetto e ora assumerà
anche il ruolo di regista. Si tratta di una scelta significativa,
perché il film rappresenterà il suo debutto alla regia di un
lungometraggio cinematografico dopo le esperienze televisive con
Vice Principals e
The Righteous
Gemstones.
L’annuncio arriva a poche settimane dalle prime anticipazioni sul
progetto, durante le quali McBride aveva confermato che il film
riporterà in scena Duke, storico protagonista della saga già
interpretato da Channing Tatum, e che la storia sarà
fortemente ispirata ai fumetti originali, con la città di
Springfield,
controllata dall’organizzazione COBRA, destinata a diventare il
fulcro della vicenda.
Il nuovo reboot
punta a riportare G.I. Joe alle sue radici dopo il fallimento di
Snake Eyes
Il franchise cinematografico di G.I. Joe debuttò nel 2009 con La nascita dei Cobra, seguito nel
2013 da G.I. Joe – La vendetta, ma il
tentativo di rilancio attraverso lo
spin-off Snake
Eyes del 2021 si rivelò un insuccesso sia al
botteghino sia presso la critica, spingendo Paramount e Hasbro a
ripensare completamente la direzione del marchio.
Le prime informazioni sul nuovo progetto sembrano indicare un
cambio di approccio. McBride ha infatti spiegato di voler
recuperare molti elementi dei fumetti originali, privilegiando
personaggi e ambientazioni storiche della serie piuttosto che
ripartire dalle versioni cinematografiche precedenti. Alla
sceneggiatura hanno collaborato anche Jeff Fradley e John Carcieri, autori con cui McBride
lavora da anni.
La scelta di affidare il reboot a uno sceneggiatore profondamente
legato al materiale originale potrebbe rappresentare un punto di
svolta per il franchise. Paramount sembra infatti intenzionata a
costruire una nuova identità per G.I. Joe, anche in vista del futuro
crossover con Transformers, già anticipato nei film
della saga. Prima di arrivare a quell’appuntamento, però, il nuovo
reboot dovrà riuscire nell’impresa più difficile: riconquistare la
fiducia dei fan dopo diversi tentativi che non hanno lasciato il
segno.
La seconda
stagione di Robin
Hood, la serie fantasy targata MGM+ con Sean Bean nel
ruolo dello Sceriffo di Nottingham, compie un importante passo
avanti. Dopo il rinnovo annunciato nei mesi scorsi, sono
ufficialmente iniziate le riprese dei nuovi episodi e, insieme
all’avvio della produzione, sono stati svelati anche i primi
importanti ingressi nel cast.
Secondo quanto riportato da Deadline, la produzione della seconda stagione è
partita in Serbia
e porterà nella serie James
Purefoy, Colin O’Donoghue e Luke Roberts, tutti con ruoli centrali
nella nuova storia. Purefoy interpreterà Re Enrico, O’Donoghue vestirà i panni del
Principe Riccardo,
mentre Roberts sarà Amaury
D’Montfort. I nuovi personaggi saranno determinanti nello
sviluppo della trama, che allargherà il proprio raggio d’azione ben
oltre la classica rivalità tra Robin Hood e lo Sceriffo di
Nottingham.
L’arrivo di questi protagonisti conferma la volontà degli autori di
rendere la seconda stagione molto più ambiziosa, spostando il
racconto verso un conflitto politico di scala nazionale che
coinvolgerà l’Inghilterra, la Francia e persino Roma.
La seconda
stagione promette una guerra politica molto più ampia della
semplice leggenda di Robin Hood
Il finale della prima stagione aveva lasciato numerosi
interrogativi aperti, soprattutto dopo che lo Sceriffo di Nottingham,
interpretato da Sean Bean, aveva iniziato a pianificare
l’assassinio di Re
Enrico. Secondo le prime anticipazioni ufficiali, sarà
proprio l’arrivo del sovrano a innescare una nuova crisi politica
destinata a mettere il regno sull’orlo della guerra civile.
In questo scenario, il Principe Riccardo avrà un ruolo decisivo negli
equilibri della corona, mentre Amaury D’Montfort tenterà di conquistare sempre
maggiore influenza politica a Nottingham. Robin e Marian si
ritroveranno così coinvolti in uno scontro molto più grande di
loro, che supererà la tradizionale lotta contro la corruzione
locale per trasformarsi in una battaglia che interesserà l’intero
Impero Angioino.
MGM+ non ha ancora annunciato una finestra d’uscita per la nuova
stagione, ma l’inizio delle riprese lascia prevedere ulteriori
aggiornamenti nei prossimi mesi. Dopo il buon riscontro ottenuto
dalla prima stagione, che ha conquistato il 77% di recensioni positive su Rotten
Tomatoes, Robin
Hood sembra pronta ad ampliare il proprio universo
narrativo, puntando su intrighi di corte, nuove alleanze e un
conflitto sempre più esteso.
L’universo
DC continua ad ampliarsi anche sul piccolo schermo. Dopo
le prime indiscrezioni sulle trattative in corso, Deadline ha
ora confermato che Jimmy
Tatro interpreterà Gorilla Grodd nella
serie spin-off di Superman dedicata a Jimmy Olsen, attualmente in sviluppo
per HBO
Max. Il progetto non ha ancora ricevuto il via libera
ufficiale dalla piattaforma, ma il casting del celebre villain
rappresenta il segnale più concreto che la produzione stia
prendendo forma.
La
notizia conferma dunque le indiscrezioni emerse nei giorni scorsi,
che vedevano Tatro in trattative per il ruolo dell’iconico gorilla
telepatico della DC. La serie sarà costruita come un mockumentary
in stile true crime e vedrà Jimmy Olsen, interpretato ancora da
Skyler Gisondo
dopo il debutto nel film Superman di James Gunn,
nei panni del conduttore di un’inchiesta dedicata ai più pericolosi
criminali dell’universo DC. La prima stagione dovrebbe concentrarsi
proprio su Gorilla
Grodd, storico avversario di Flash.
L’idea rappresenta una delle proposte più insolite del nuovo
DC
Universe. Invece di seguire la tradizionale struttura
supereroistica, lo spin-off punta a raccontare i villain attraverso
un linguaggio televisivo che richiama i documentari investigativi.
Una scelta che riflette la volontà di James
Gunn e Peter
Safran di differenziare i progetti del nuovo universo
condiviso, sperimentando generi e registri narrativi
differenti.
Gorilla Grodd può
aprire la strada all’arrivo di Flash nel nuovo DC
Universe
Creato nel 1959 da John
Broome e Carmine
Infantino, Gorilla Grodd è uno dei nemici più celebri di
Flash. Dotato di
straordinarie capacità telepatiche e di un’intelligenza superiore
dopo il contatto con una misteriosa astronave aliena, il
personaggio ha spesso cercato di conquistare sia il mondo degli
uomini sia quello delle scimmie. Negli ultimi anni è apparso più
volte nell’Arrowverse, ma non ha ancora trovato spazio nel nuovo
corso cinematografico dei DC Studios.
La serie è sviluppata da Tony Yacenda e Dan Perrault, creatori della satira true crime
American Vandal,
che ricopriranno anche il ruolo di showrunner e produttori
esecutivi. Tra i produttori figurano anche James Gunn e
Peter Safran,
mentre la produzione è affidata a Warner Bros. Television.
La presenza di Gorilla
Grodd potrebbe avere implicazioni ben più ampie del
semplice spin-off. Il personaggio è infatti legato in maniera
indissolubile alla mitologia di Flash, e il suo debutto nel DC Universe potrebbe
rappresentare il primo tassello verso l’introduzione ufficiale
dello Scarlet Speedster nella nuova continuità narrativa. Per il
momento HBO Max
non ha confermato ufficialmente il progetto, ma il coinvolgimento
di un antagonista così importante lascia intuire che la serie possa
avere un peso maggiore di quanto il tono apparentemente leggero
lasci immaginare.
Sarà
Il rumore delle cose nuove, il nuovo
film diretto da Paolo
Genovese, ad aprire ufficialmente la 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma,
in programma dal 14 al 25
ottobre 2026 all’Auditorium Parco della Musica Ennio
Morricone. L’annuncio è arrivato dal presidente della Fondazione Cinema per Roma, Salvatore Nastasi, su proposta della
direttrice artistica Paola
Malanga. Il film sarà presentato nella sezione
Grand Public
durante la cerimonia inaugurale, che sarà condotta da
Ema Stokholma.
Il
nuovo lavoro del regista di Perfetti
sconosciuti e Follemente riunisce un cast
corale composto da Emanuela
Fanelli, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Stefano Accorsi, Lino Musella ed Edoardo
Pesce, con la partecipazione di Claudio Santamaria. Il film
racconta la storia di tre coppie che, pur non conoscendosi,
condividono la stessa difficoltà nel liberarsi dalle proprie paure
e dalle gabbie emotive costruite nel tempo. Un evento inatteso
finirà però per intrecciare i loro destini, costringendoli a
rimettere in discussione le proprie certezze e il modo in cui
vivono l’amore e le relazioni.
La scelta di affidare l’apertura della Festa del Cinema di Roma a
Paolo Genovese conferma il ruolo centrale del regista nel panorama
cinematografico italiano contemporaneo. Dopo il successo
straordinario di Follemente, campione d’incassi del 2025, e
l’incredibile percorso internazionale di Perfetti sconosciuti, il cineasta torna
con un nuovo racconto corale che sembra proseguire la sua
riflessione sui rapporti umani, questa volta concentrandosi sul
cambiamento, sulle seconde possibilità e sul coraggio di uscire
dalla propria zona di comfort.
Quando esce Il
rumore delle cose nuove
Il rumore delle cose
nuove è prodotto da Lotus Production, società del gruppo
Leone Film
Group, con Rai
Cinema, in collaborazione con Disney+ e in associazione con
Vice Pictures.
Il film è prodotto da Raffaella Leone e Andrea Leone, con Leonardo Maria Del Vecchio come
produttore associato.
Dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma, il film arriverà
nelle sale italiane il 12
novembre 2026, distribuito da 01 Distribution, mentre le vendite
internazionali saranno curate da Rai Cinema International Distribution.
È stato
diffuso il primo trailer di Se domani non torno, il film diretto da
Paola Randi
ispirato alla storia di Giulia Cecchettin, che arriverà nei cinema
italiani il 5 novembre
2026 distribuito da Notorious
Pictures. Le prime immagini mostrano
Sabrina Martina nei panni
di Giulia e Filippo Timi in quelli del padre Gino,
anticipando un film che sceglie di non mettere al centro il
femminicidio, ma la ragazza, la sua famiglia e ciò che è rimasto
dopo la sua scomparsa.
Il
film è liberamente ispirato a Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia, il
libro scritto da Gino
Cecchettin con Marco Franzoso, mentre Paola Randi firma la
sceneggiatura insieme a Lisa Nur Sultan. Accanto a Sabrina Martina
e Filippo Timi, il cast comprende Tecla Bossi nel ruolo di Elena Cecchettin e Tommaso
Allione in quello di Davide Cecchettin, oltre a Linda
Caridi ed Elisabetta De Palo. Le riprese si sono svolte interamente
in Veneto nell’arco di sei settimane.
È
soprattutto l’impostazione scelta a rendere particolarmente
delicato Se domani non
torno. Portare al cinema un femminicidio così recente comporta
inevitabilmente il rischio di trasformare una tragedia ancora
presente nella memoria collettiva in una ricostruzione di cronaca.
Il trailer sembra cercare deliberatamente la direzione opposta:
restituire a Giulia
un’identità che non coincida esclusivamente con ciò che le è stato
fatto. Anche la produzione ha chiarito che l’obiettivo non
è aggiungere clamore a fatti già conosciuti, ma partire
dall’assenza lasciata da Giulia e dal modo in cui la sua famiglia
ha trasformato il dolore privato in un impegno pubblico.
Se domani non torno vuole
raccontare Giulia Cecchettin prima che la cronaca ne definisse
l’immagine
La storia prende le mosse da una famiglia descritta come simile a
tante altre. Giulia sta
per laurearsi, Davide frequenta il liceo ed Elena studia
all’estero. Poi arriva l’11 novembre 2023 e la scomparsa di Giulia
interrompe quella quotidianità, aprendo i giorni che avrebbero
portato alla scoperta della sua morte.
Il punto di vista scelto dal film sembra però fondamentale. Il
centro narrativo non dovrebbe essere l’assassino, ma
Giulia e le persone che
la circondavano. Una scelta coerente con le parole
pronunciate da Gino Cecchettin durante la presentazione delle prime
clip al Giffoni Film Festival, quando ha sottolineato l’importanza
di ricordare sua figlia non soltanto attraverso la tragedia, ma
come una giovane donna che aveva scelto liberamente la propria
vita.
Anche il titolo assume in questo contesto un significato preciso.
Se domani non torno
richiama la poesia di Cristina Torres Cáceres, i cui versi sono diventati
un simbolo della mobilitazione contro la violenza sulle donne dopo
la morte di Giulia.
Le prime immagini suggeriscono quindi che Paola Randi voglia
costruire il film intorno a un’assenza piuttosto che alla
spettacolarizzazione del delitto. È una distinzione essenziale:
il rischio di un’opera
dedicata a un fatto tanto recente sarebbe quello di ricostruire ciò
che il pubblico conosce già, mentre il cinema può provare a
restituire ciò che la cronaca inevitabilmente lascia ai
margini — la quotidianità, gli affetti e l’identità di una
persona prima che il suo nome diventi quello di un caso
nazionale.
Da questo punto di vista, anche la scelta di arrivare nelle sale il
5 novembre, a quasi tre anni dal femminicidio, renderà inevitabile
il confronto tra memoria privata e memoria collettiva. Sarà proprio
la capacità di mantenere Giulia al centro del racconto, senza
trasformare la sua storia in semplice cronaca cinematografica, a
determinare il valore dell’operazione.
Se domani non torno
arriverà nei cinema italiani il 5 novembre 2026.
La terza
stagione di Silo ha diviso immediatamente il pubblico,
soprattutto tra i lettori dei romanzi di Hugh Howey. La scelta di far soffrire
Juliette Nichols
di amnesia dopo il suo ritorno nel Silo 18 è stata vista da molti
come un’inutile deviazione dalla storia originale, oltre che come
un artificio destinato a rallentare la narrazione. Dopo un finale
di stagione che sembrava aver finalmente portato la protagonista a
scoprire molte delle verità nascoste sul mondo esterno, l’idea di
“azzerare” il personaggio ha lasciato perplessi molti
spettatori.
Eppure questa critica rischia di fermarsi alla superficie. La
modifica introdotta da Apple
TV+ cambia certamente gli eventi raccontati nei libri, ma non
ne tradisce necessariamente il significato. Anzi, osservando con
attenzione i temi che Silo ha sviluppato sin dall’inizio, l’amnesia di
Juliette appare molto meno come un espediente narrativo e molto più
come un’estensione coerente della riflessione che la serie porta
avanti sul controllo della memoria, della storia e della
verità.
L’amnesia di
Juliette non serve a rallentare la storia, ma rende personale il
tema centrale di Silo: la manipolazione della
memoria
Nei romanzi di Hugh Howey, Juliette non perde mai la memoria. Dopo
il ritorno nel Silo 18 assume rapidamente un ruolo guida e prepara
la popolazione allo scontro che sta per arrivare. La serie
televisiva sceglie invece una strada completamente diversa,
trasformando la protagonista in una donna incapace di fidarsi
perfino dei propri ricordi.
È
comprensibile che molti lettori abbiano interpretato questa scelta
come un passo indietro. Dopo due stagioni costruite sulla ricerca
della verità, vedere Juliette improvvisamente privata delle proprie
certezze può dare l’impressione che la storia stia tornando al
punto di partenza. Tuttavia è proprio qui che la serie modifica il
significato della vicenda.
Per la prima volta, infatti, il tema della manipolazione della
memoria non riguarda soltanto la società del Silo, ma invade
direttamente la mente della protagonista. Juliette non deve più
soltanto scoprire cosa le è stato nascosto: deve capire se può
ancora fidarsi della propria identità. La perdita dei ricordi
diventa quindi il modo più efficace per trasformare in esperienza
personale ciò che finora era stato raccontato soprattutto come
meccanismo politico.
Hugh Howey ha già
spiegato perché questo cambiamento è più fedele ai temi dei libri
di quanto sembri
Le critiche hanno spinto lo stesso Hugh Howey a intervenire pubblicamente.
L’autore ha invitato i fan a non giudicare troppo presto questa
modifica, chiarendo che l’amnesia non rappresenta un tentativo di
ripetere vecchie storyline né di rallentare artificialmente la
stagione.
Il punto, secondo Howey, è un altro. Nei suoi romanzi la memoria è
sempre stata il vero terreno di scontro tra libertà e oppressione.
Anche se Juliette non perde i ricordi nelle opere originali,
l’intera società dei Silo vive in una sorta di amnesia collettiva
costruita deliberatamente per cancellare le rivolte precedenti e
impedire alle persone di imparare dal passato.
La serie, quindi, non starebbe abbandonando il cuore dei libri, ma
scegliendo semplicemente di renderlo più visibile. Spostando questo
conflitto all’interno della protagonista, Apple TV+ rende tangibile
un concetto che nei romanzi rimaneva spesso sullo sfondo delle
dinamiche sociali.
La vera storia di
Silo non parla del futuro, ma del modo in cui il potere riscrive
continuamente il passato
Sin dalla prima stagione Silo non è mai stato soltanto un racconto
post-apocalittico. L’universo immaginato da Hugh Howey utilizza il
futuro come metafora per riflettere sul presente, mostrando come
ogni sistema autoritario sopravviva controllando prima di tutto la
memoria collettiva.
Lo stesso autore ha raccontato che l’idea originale della saga
nacque osservando quanto spesso la storia umana sembri ripetersi.
Guerre, repressioni e crisi tornano ciclicamente perché le società
dimenticano, oppure vengono spinte a dimenticare. È proprio questa
riflessione che la terza stagione sembra voler rendere ancora più
esplicita.
L’amnesia di Juliette, quindi, potrebbe essere molto più di una
semplice deviazione narrativa. Potrebbe rappresentare il punto in
cui Silo smette
di raccontare soltanto un mistero da risolvere e diventa
definitivamente una storia sul rapporto tra memoria e libertà. Se
così sarà, il cambiamento rispetto ai romanzi non apparirà come un
tradimento, ma come una diversa modalità di esprimere lo stesso
messaggio che Hugh Howey aveva inserito fin dalle prime pagine di
Wool.
Siamo da poco a metà del 2026 e,
finora, l’anno ha regalato agli spettatori una serie di film
originali, potenti ed emozionanti. Un anno che probabilmente si
rivelerà il più redditizio al botteghino mondiale dopo la pandemia,
il 2026 ha visto l’uscita di nuovi capitoli delle saghe di
Star
Wars, DC, Toy Story, Super Mario Bros., Minions, 28 anni dopo,Masters of the Universe
e Oceania, oltre a film originali di
successo come Obsession, Backrooms e Send
Help.
Con l’uscita nelle sale di
Odissea di Christopher Nolan questa settimana, che
celebra la metà del 2026 in modo epico, è il momento perfetto per
dare uno sguardo ai mesi a venire e individuare i film da non
perdere da qui alla fine dell’anno.
Pseudonimo sequel dell’acclamato
film del 2010 di David Fincher, The Social Reckoning sembra voler
continuare l’avvincente storia vera di Facebook e Mark Zuckerberg,
raccontando eventi più recenti. Aaron Sorkin rimane uno dei
migliori sceneggiatori di dialoghi taglienti del settore, ma finora
le sue regie non sono state all’altezza della qualità delle sue
sceneggiature.
Basandosi sul materiale
promozionale, sembra che Sorkin possa avere tra le mani un vero
gioiello. The Social Reckoning si concentrerà sul ruolo controverso
di Facebook nella diffusione di disinformazione e nel suo
contributo alla violenza, ponendo Frances Haugen (Mikey Madison)
come protagonista. Con un cast stellare che include anche Jeremy
Strong e Jeremy Allen White, c’è molto da
aspettarsi da questo sequel.
Wild Horse Nine
Martin McDonagh si è guadagnato la
reputazione di regista di alcune delle migliori commedie nere degli
ultimi anni, e sembra che il regista irlandese ne abbia un’altra in
serbo per questo autunno.
Wild Horse
Nine è ambientato prima del colpo di stato cileno del 1973
e vede protagonisti John Malkovich e Sam
Rockwell nei panni degli agenti della CIA Chris e Lee,
rispettivamente.
Le immagini mostrate in esclusiva
al CinemaCon hanno offerto un’ampia dose di brillanti scambi comici
tra Malkovich e Rockwell, due dei più grandi attori comici in
circolazione. Ma, come sempre accade con McDonagh, aspettatevi un
potente filo conduttore emotivo ad accompagnare l’umorismo.
Robert Eggers alla regia di un film
sui lupi mannari sembra un connubio perfetto. Il regista di
Nosferatu, The Lighthouse e The
Witch torna con un’altra opera che riflette inequivocabilmente
la sua mente gotica, cruda e avvolta nell’ombra. Ambientato
nell’Inghilterra del XIII secolo, il film segue le vicende di un
contadino (Aaron Taylor-Johnson) che viene colpito
da una terribile maledizione che lo trasforma in un lupo
mannaro.
Eggers ritrova gran parte del cast
di Nosferatu, tra cui Taylor-Johnson, Lily-Rose Depp e Willem Dafoe, per un film che sembra avere la
stessa implacabile attenzione alla fedeltà storica che ha reso
celebri le sue opere. Con kolossal fantascientifici come Dune:
Parte 3 e Avengers: Doomsday in arrivo durante le
festività natalizie, Werwulf si preannuncia come il perfetto intermezzo
horror, un’opera cupa e oscura che conquisterà gli appassionati del
genere.
Primetime
Da anni, i video dei cosiddetti
“cacciatori di predatori” che intrappolano e ammoniscono presunti
pedofili circolano sui social media, accumulando milioni di
visualizzazioni. Sorprendentemente, l’incomprensibile interesse per
queste controverse operazioni sotto copertura non è mai stato al
centro di un lungometraggio narrativo, almeno fino ad ora.
Primetime
vede Robert Pattinson nei panni di
Chris Hansen, il conduttore del popolare programma
televisivo “To Catch a Predator”. Il dramma psicologico a sfondo
criminale prodotto da A24 si concentrerà apparentemente sulle
imprese di Hansen nella caccia ai predatori nel corso degli anni e
metterà in discussione i confini sfumati che separano giornalismo,
giustizia e intrattenimento.
Pattinson è uno degli attori più
affascinanti e richiesti del momento, e qualsiasi progetto in cui è
coinvolto è immediatamente degno di essere visto. Il fatto che
interpreti una figura così nota e controversa come Chris Hansen
rende la sua interpretazione in Primetime ancora più intrigante.
Basandosi sulla grande quantità di
materiale promozionale disponibile finora, il nuovo film di Spidey
sembra pronto a mantenere le promesse del titolo, offrendo
un’avventura diversa per l’eroe Marvel interpretato da Tom Holland.
Ambientato a livello urbano e apparentemente privo della follia
multiversale che ha suscitato reazioni contrastanti tra i fan negli
ultimi anni, il film di Destin Daniel Cretton si preannuncia
interessante come esplorazione di un Peter Parker più maturo e
adulto, alle prese con le difficili conseguenze di No Way Home.
A rendere Brand New Day ancora più
avvincente è la presenza al fianco di Parker del Punitore (Jon
Bernthal), dell’Hulk (Mark Ruffalo) e di un misterioso personaggio
interpretato da Sadie
Sink, ex star di Stranger Things, che secondo le voci più
insistenti sarebbe Jean Grey. Non è ancora chiaro come tutti questi
elementi, oltre alla Mano della serie Daredevil di Netflix, si incastrino tra loro, ma tutto ciò che
Holland e la sua squadra hanno dichiarato sul film indica che il
team ha dedicato tempo e attenzione per garantire che questo quarto
film di Spider-Man con Holland come protagonista sia un’aggiunta
degna all’MCU.
Resident Evil
Con solo due film da solista
all’attivo, Zach Cregger si è affermato come un regista horror i
cui film meritano di essere visti. Dopo l’inaspettato successo di
Barbarian e l’epopea horror meticolosamente realizzata di Weapons,
Cregger torna con un interessante terzo film: un altro adattamento
cinematografico della longeva saga videoludica di Resident
Evil.
Mentre i precedenti film di
Resident Evil hanno peccato sia come opere cinematografiche che
come riproduzioni fedeli dell’amato materiale originale, il film di
Cregger sembra essere una versione molto più fedele all’atmosfera
di terrore e disperazione dei giochi Capcom. Ogni intervista
rilasciata da Cregger sul film dimostra la sua evidente riverenza
per i giochi e il desiderio di replicare la sensazione di giocarci
in forma cinematografica. Il primo trailer, che mostra un corriere
medico interpretato da Austin Abrams impegnato in una corsa contro
il tempo per la sopravvivenza nel corso di una fatidica e terribile
notte, anticipa un’esperienza cinematografica intensa e inquietante
che fonde abilmente horror e azione.
Godzilla Minus Zero
L’acclamato regista e artista degli
effetti speciali Takashi Yamazaki torna con il sequel del superbo
Godzilla Minus One, in uscita nel 2023.
Godzilla Minus Zero continua la toccante storia della famiglia
Shikishima che, due anni dopo gli eventi del film precedente, si
ritrova nuovamente faccia a faccia con Godzilla.
Le immagini mostrate al CinemaCon
2026 hanno anticipato un film di proporzioni immense, persino
maggiori di quelle di Godzilla Minus One. Una scena in cui Godzilla
passa davanti alla Statua della Libertà di New York, sovrastandola
in altezza, è stata probabilmente l’immagine più memorabile
dell’intera fiera cinematografica di quattro giorni.
Se Godzilla Minus Zero si
avvicinerà anche solo lontanamente a Godzilla Minus One
nell’evocare emozioni intense e nel terrorizzare con la
rappresentazione più spaventosa di Godzilla mai vista al cinema,
allora gli spettatori avranno davvero di che rallegrarsi questo
novembre.
Digger
Avvolta nel mistero fino a poco
tempo fa, la commedia satirica ad alto budget di Alejandro
G. Iñárritu, Digger, è
una delle proposte più insolite e intriganti di questa lista.
Tom
Cruise sembra finalmente allontanarsi dal genere
action per tornare a produzioni più impegnative, con un film che lo
vede impegnato in una vera e propria trasformazione fisica.
Nel film, Cruise interpreta Digger
Rockwell, un ricco magnate del petrolio e uno degli uomini più
ricchi del pianeta, che cerca di salvare l’umanità da un disastro
ambientale da lui stesso causato. Il cast di supporto è ricco di
talenti, tra cui Riz Ahmed, John Goodman, Sandra Hüller, Michael Stuhlbarg,
Jesse Plemons ed Emma
D’Arcy.
Sebbene la tonalità grigiastra
delle immagini nel trailer recentemente pubblicato possa dare al
film un aspetto piuttosto scialbo, Digger si preannuncia comunque
come un’esperienza cinematografica affascinante e originale, in
arrivo nelle sale questo ottobre. Iñárritu è un regista
straordinario, noto per il suo stile viscerale e la narrazione non
lineare. La combinazione di questo talento dietro la macchina da
presa con un talento immenso davanti alla macchina da presa come
quello di Cruise rendeva Digger imprescindibile per questa
lista.
Dune: Parte Tre
Denis Villeneuve dirige, produce e
co-scrive il terzo e, a quanto pare, ultimo capitolo della saga di
Dune, prodotta da Warner Bros. Pictures e Legendary Entertainment.
Un recente evento globale IMAX per i fan, che ha mostrato i primi
10 minuti del film e un nuovissimo trailer, ha offerto un’anteprima
di immagini mozzafiato, simili a una versione fantascientifica di
Salvate il soldato Ryan di Spielberg.
La fotografia di Linus Sandgren
sembra eguagliare, e potenzialmente persino superare, lo
straordinario lavoro svolto dal suo predecessore Greig Fraser in
Dune: Parte Uno e Dune: Parte Due.
Nel frattempo, tutto ciò che
Villeneuve e la sua squadra hanno dichiarato su Dune: Parte Tre non
fa che aumentare ulteriormente le già alte aspettative. Il regista
canadese ha chiarito di non voler semplicemente ripetere gli stessi
schemi che hanno decretato il successo dei due precedenti film di
Dune. Sembra invece intenzionato ad abbracciare gli elementi
bizzarri di Dune:
Messiah di Frank Herbert per realizzare un film che si collochi
più nel genere thriller rispetto ai due precedenti.
Avengers: Doomsday
Molto dipende da Avengers:
Doomsday. L’imponente film corale dell’MCU arriva in un momento in
cui i film di supereroi faticano al botteghino e le discussioni
sulla saturazione del genere si fanno sempre più insistenti. Detto
questo, ci sono molti motivi per essere entusiasti di Doomsday.
Il modo in cui il film gestirà la
trasformazione di Robert Downey Jr. da Iron Man al Dottor
Destino rimane avvolto nel mistero e i fan sono impazienti di
sapere come l’attore premio Oscar interpreterà il principale
cattivo della Marvel dopo aver interpretato così magistralmente il
principale eroe della Marvel per tanti anni.
I fratelli Russo hanno avuto qualche passo
falso da quando hanno lasciato l’MCU dopo Avengers: Endgame, ma non hanno mai
sbagliato quando si tratta di realizzare film Marvel grandiosi,
espansivi e di grande successo di pubblico. Il duo nutre
chiaramente amore e apprezzamento per entrambe le incarnazioni dei
fumetti di “Secret Wars”, che, ancora oggi, rimangono tra i
migliori fumetti di supereroi mai scritti e illustrati.
L’enorme numero di personaggi e di
grandi star presenti in Avengers: Doomsday rende il film ancora più
interessante, poiché è difficile immaginare come i fratelli Russo e
la loro squadra riusciranno a gestire così tanti elementi diversi
in un film coerente e avvincente.
Il giudizio è ancora sospeso per
quanto riguarda la capacità di Avengers: Doomsday di rilanciare il
genere supereroistico in crisi, come auspicato, ma la posta in
gioco, sia sullo schermo che fuori, per i nostri amati eroi è
semplicemente troppo alta perché il prossimo film dell’MCU non si
posizioni in cima a questa lista.
Quando è
stato annunciato che Christopher
Nolan avrebbe portato sul grande schermo
l’Odissea di Omero, una delle domande più ricorrenti
riguardava il modo in cui avrebbe affrontato le sue creature
leggendarie. Il regista britannico ha costruito gran parte della
propria carriera cercando di dare concretezza a mondi
apparentemente impossibili, dai viaggi nello spazio di Interstellar fino alla Gotham della
trilogia de Il cavaliere
oscuro. Per questo motivo la rappresentazione di
Polifemo, il
celebre Ciclope che incrocia il cammino di Ulisse, è diventata uno degli aspetti più
discussi del film ancora
prima della sua uscita.
Le
prime immagini e le dichiarazioni raccolte durante la lavorazione
hanno confermato ciò che molti si aspettavano: anche questa volta
Nolan ha evitato
di affidarsi completamente alla computer grafica, scegliendo invece
una combinazione di effetti pratici, animatronica, marionette
meccaniche e scenografie reali. Il risultato nasce da una filosofia
precisa, che punta a far percepire allo spettatore la presenza
fisica del mostro. Scopriamo quindi chi è davvero
Polifemo
nell’epopea omerica e come il regista sia riuscito a trasformare
una delle figure più iconiche della mitologia greca in qualcosa di
credibile e inquietante.
Chi è davvero
Polifemo nell’Odissea e perché il suo incontro con Ulisse cambia
il destino dell’intero viaggio
L’episodio del Ciclope occupa un posto centrale
nell’Odissea
perché rappresenta uno dei momenti in cui l’intelligenza di
Ulisse prevale
sulla forza bruta. Dopo essere approdato sull’isola abitata dai
Ciclopi, l’eroe e i suoi compagni entrano nella grotta di
Polifemo,
gigantesco pastore con un solo occhio e figlio del dio del mare
Poseidone.
L’incontro si trasforma rapidamente in un incubo: il gigante blocca
l’uscita della caverna con un enorme masso e comincia a divorare
alcuni degli uomini dell’equipaggio.
Per salvarsi, Ulisse escogita uno degli stratagemmi più celebri
della letteratura occidentale. Fa ubriacare il Ciclope, gli dice di
chiamarsi “Nessuno” e, mentre il gigante dorme, acceca il suo unico
occhio con un palo appuntito. Quando Polifemo grida aiuto sostenendo che
“Nessuno” lo sta aggredendo, gli altri Ciclopi credono che non ci
sia alcun pericolo e lo lasciano solo. Gli uomini riescono quindi a
fuggire aggrappandosi al ventre delle pecore del gregge che il
gigante lascia uscire dalla caverna.
L’episodio, tuttavia, ha conseguenze decisive. Accecato e umiliato,
Polifemo invoca
il padre Poseidone, chiedendogli vendetta contro
Ulisse. È
proprio questa maledizione a trasformare il ritorno verso Itaca in
un viaggio interminabile, destinato a protrarsi per dieci anni. Nel
film di Christopher
Nolan, questa sequenza mantiene quindi il suo peso
narrativo fondamentale: non è soltanto una spettacolare sfida
contro un mostro, ma il momento in cui il protagonista paga il
prezzo della propria astuzia e vede cambiare definitivamente il
proprio destino.
Per
Christopher
Nolan il ciclope doveva sembrare reale: così è nato
Polifemo attraverso effetti pratici, animatronica e una gigantesca
struttura alta 18 metri
Trasportare sullo schermo una creatura mitologica senza
trasformarla in un personaggio da fantasy tradizionale era
probabilmente la sfida più complessa dell’intero progetto.
Christopher Nolan ha spiegato a
Empire che tutto il lavoro sul Ciclope è nato da
una domanda molto semplice: “Come sarebbe questa situazione
nella realtà?”. È la stessa logica che aveva guidato il
regista nella costruzione dell’universo di Interstellar o nella reinterpretazione
realistica di Batman.
Secondo Nolan,
l’obiettivo non era offrire una versione fiabesca o caricaturale di
Polifemo, bensì
far vivere allo spettatore il terrore provato da
Ulisse e dai
suoi uomini. “Tutto nella sequenza del Ciclope è orientato
a immaginare come sarebbe davvero nella vita reale. Non volevamo
affrontarlo come qualcosa uscito da un libro illustrato, ma essere
lì dentro insieme a Ulisse e ai suoi compagni. È una situazione
terrificante”, ha spiegato il regista.
Per ottenere questa sensazione di autenticità, la produzione ha
costruito una complessa combinazione di animatronica, sistemi di
puppetry e una gigantesca struttura alta circa 60 piedi, oltre 18
metri, capace di restituire sul set l’impressione della scala
monumentale del gigante. L’intento era permettere agli attori di
avere davanti qualcosa di concreto, riducendo al minimo la
necessità di immaginare un personaggio che sarebbe stato aggiunto
successivamente in digitale.
Anche Matt Damon,
interprete di Ulisse, ha raccontato come questa filosofia abbia
influenzato tutto il lavoro sul film. Durante il podcast
Good Hang ha ricordato
che Nolan cerca
sempre di limitare gli effetti digitali allo stretto necessario,
sfruttando le migliori tecnologie disponibili per realizzare il
maggior numero possibile di scene direttamente davanti alla
macchina da presa. La computer grafica resta presente, ma come
strumento di rifinitura e integrazione, mai come elemento dominante
dell’immagine.
La grotta
reale, migliaia di api, quaranta pecore e la presenza di
Bill Irwin:
perché il set è diventato parte integrante del mostro
Uno degli aspetti più sorprendenti della lavorazione riguarda la
scelta della location. Invece di ricostruire l’ambiente in studio,
Christopher
Nolan ha girato la sequenza all’interno di una
vera caverna in Grecia. Le dichiarazioni rilasciate a
Empire indicano la
Grotta di
Nestore, in Messenia, come teatro principale della scena,
mentre altre testimonianze della produzione hanno citato anche la
Grotta di
Psychro, tradizionalmente associata alla nascita di
Zeus nella
mitologia greca. In ogni caso, la filosofia produttiva è rimasta
identica: utilizzare una cavità naturale per ottenere un’atmosfera
impossibile da riprodurre integralmente in teatro di posa.
L’ambiente reale ha imposto condizioni di ripresa molto
impegnative. Matt
Damon ha raccontato che all’ingresso della grotta era
presente uno sciame composto da migliaia di api, tanto che il
ronzio è rimasto udibile anche nella versione finale del film. Per
raggiungere il set gli attori dovevano attraversare una vera e
propria barriera di insetti, un dettaglio che ha contribuito ad
aumentare il senso di disagio percepito durante le riprese.
All’interno della caverna erano presenti anche quaranta pecore
vive, richiamo diretto all’episodio narrato da Omero. Con il passare delle ore
l’ambiente è diventato sempre più umido e maleodorante.
Nolan ha
raccontato di avere costruito numerose caverne artificiali nel
corso della carriera, spiegando però che lavorare in una grotta
autentica produce una sensazione completamente diversa. Quando il
masso chiude l’ingresso e tutto viene avvolto dal buio, ha
osservato il regista, l’atmosfera diventa realmente opprimente e
restituisce una credibilità impossibile da simulare.
A
rafforzare ulteriormente la presenza del Ciclope è intervenuto
Bill Irwin, già
voce del robot TARS in Interstellar. L’attore ha interpretato
Polifemo
direttamente sul set, producendo versi, rumori e indicazioni vocali
durante ogni ripresa. Matt Damon ha ricordato che Irwin è rimasto con il cast per
tutta la lavorazione della sequenza, consentendo agli interpreti di
reagire a una presenza concreta invece che a un semplice
riferimento immaginario.
Polifemo
diventa un personaggio fisico: il rapporto con gli attori racconta
la filosofia cinematografica di Christopher Nolan
La scelta di dare corpo a Polifemo riflette perfettamente il modo in cui
Christopher
Nolan concepisce il cinema. L’obiettivo non consiste nel
dimostrare quanto avanzata possa essere la tecnologia digitale, ma
costruire un ambiente che esista realmente davanti agli occhi degli
interpreti. Per questo motivo il Ciclope non viene trattato come un
effetto speciale isolato, bensì come un personaggio con cui
Ulisse e il suo
equipaggio condividono lo spazio fisico della scena.
La gigantesca struttura costruita sul set, la performance di
Bill Irwin, la
grotta naturale, gli animali veri e gli effetti meccanici
concorrono a creare un’esperienza immersiva che coinvolge
contemporaneamente attori e spettatori. La paura che emerge sul
volto di Matt
Damon nasce infatti da elementi realmente presenti durante
le riprese, mantenendo quella tensione concreta che rappresenta uno
dei marchi di fabbrica del regista britannico.
Con Odissea,
Nolan dimostra
così che anche uno dei racconti più fantastici della tradizione
occidentale può essere affrontato attraverso un linguaggio
profondamente realistico. Polifemo conserva tutta la sua dimensione
mitologica, ma acquista un peso fisico che rende ancora più
drammatico l’incontro con Ulisse, trasformando una leggenda antica in
un’esperienza cinematografica tangibile.
Sono passati 4 anni da quando Nick
Nelson e Charlie Spring si sono conosciuti grazie a una
disposizione fortunata dei posti a scuola e, in questo periodo,
Heartstopper è diventata una delle storie
d’amore adolescenziali più amate di Netflix. Ora, la storia iniziata con un incontro
casuale alla Truham Grammar sta per concludersi, non con
una quarta stagione, ma con un unico episodio finale della durata
di un lungometraggio.
Heartstopper Forever arriva su Netflix
venerdì 17 luglio, esattamente quattro anni dopo la première della
prima stagione, che ha fatto conoscere al pubblico il commovente
mondo di Alice Oseman. Ecco tutto quello
che c’è da sapere sul film, inclusa la data di uscita, il
cast che ritorna e cosa aspettarsi dal capitolo finale della
storia.
Dove eravamo rimasti con
Heartstopper?
Nel corso di tre stagioni,
Heartstopper ha seguito il giocatore di
rugby Nick Nelson (Kit
Connor) e il riservato artista Charlie Spring
(Joe
Locke) nel loro percorso da un’improbabile amicizia al
primo amore, il tutto sullo sfondo della Truham Grammar School e
della sua scuola gemella, Higgs. Intorno a loro, un gruppo
affiatato di amici – Tao (William Gao), Elle
(Yasmin Finney), Tara (Corinna
Brown), Darcy (Kizzy Edgell), Isaac
(Tobie Donovan) – ha intrapreso i propri percorsi,
affrontando temi come l’amore, l’identità e la salute mentale.
Alla fine della terza stagione,
Nick e Charlie erano più sereni che mai, avendo affrontato insieme
alcune delle loro più grandi sfide e uscendone rafforzati. Anche
molti dei loro amici avevano raggiunto importanti punti di svolta,
con storie d’amore che si approfondivano, futuri che iniziavano a
delinearsi e insicurezze a lungo represse finalmente
affrontate.
Ma la vita reale era sempre in
agguato, e Heartstopper Forever riprende
proprio quando i giorni di scuola iniziano a svanire nella memoria,
lasciando spazio a un capitolo della loro vita ben più grande,
spaventoso e incerto: l’età adulta.
Mentre i progetti universitari, le
relazioni a distanza, le ambizioni di carriera e le domande sul
futuro iniziano a spingere gli amici in direzioni diverse, i nostri
protagonisti devono capire cosa significhi davvero crescere e se i
legami che hanno costruito riusciranno a sopravvivere ai
cambiamenti che li attendono.
Ecco cosa sappiamo finora
di Heartstopper Forever…
Heartstopper
Forever: il capitolo finale
Scritto dalla creatrice della serie
e autrice di graphic novel Alice Oseman e diretto
da Wash Westmoreland (Still Alice,
Colette), il film si basa sul sesto e ultimo volume
delle graphic novel di Oseman, insieme alla sua novella Nick
and Charlie, per concludere l’adattamento cinematografico.
L’ultimo volume della graphic
novel, Heartstopper Volume 6, è uscito il 2 luglio 2026, quindi c’è
tutto il tempo per chiunque voglia leggerlo prima di vedere il
film. Si tratta di un grande cambiamento di formato per una serie
che si è sempre sviluppata episodio per episodio, ma Oseman ha
chiarito che la modifica è stata in definitiva una scelta
creativa.
Il film riprenderà con la coppia
ancora unita, ma alle prese con un nuovo tipo di pressione: Nick si
sta preparando per andare all’università, mentre Charlie rimane a
casa per cercare di ambientarsi senza di lui. Gestire i cambiamenti
che comporta una relazione a distanza crea dubbi e li spinge in un
territorio incerto. I loro amici, nel frattempo, affrontano i
propri alti e bassi mentre tutti cercano di capire cosa significhi
davvero crescere.
Oseman ha descritto il film come
un’esplorazione della “magia ordinaria della nostra vita
quotidiana“, insieme a temi più ampi come il tempo, la memoria
e il cambiamento. Si tratta di un tono decisamente più riflessivo e
maturo per una storia che era iniziata con l’eccitazione frizzante
di una prima cotta.
Il cast completo di Heartstopper Forever
Perché scegliere un finale
lungometraggio?
La creatrice Alice Oseman ha rivelato che il film
rappresenta “un grande cambiamento rispetto a ciò che
conosciamo”, aprendo nuove ed entusiasmanti possibilità
narrative. Parlando con Tudum di Netflix, Oseman ha sottolineato
come il formato cinematografico offra la libertà di dare
vita alla storia in un modo nuovo, senza essere vincolati
alle pause tra gli episodi o ai finali aperti.
Con più tempo a disposizione per
far sì che i momenti chiave si sviluppino naturalmente, i fan
possono aspettarsi un commiato emozionante e cinematografico che
darà al percorso di Nick e Charlie la conclusione toccante che
merita.
C’è un motivo in più per essere
entusiasti, dato che gli attori Kit Connor e Joe Locke assumono
nuovi ruoli dietro la macchina da presa come produttori esecutivi.
Il loro coinvolgimento contribuirà a plasmare il capitolo finale,
che promette di celebrare il romanticismo, l’amicizia e il calore
che hanno reso Heartstopper un fenomeno globale.
Quali membri del cast torneranno
per il finale?
La maggior parte del cast
principale tornerà per il finale, tra cui Joe Locke, Kit
Connor, William Gao, Yasmin Finney, Corinna Brown, Kizzy Edgell,
Tobie Donovan, Jenny Walser, Rhea Norwood e Leila
Khan, insieme a Fisayo Akinade e
Nima Taleghani nei panni degli insegnanti Mr.
Ajayi e Mr. Farouk.
C’è però un cambiamento importante:
Olivia Colman non tornerà nei panni della
madre di Nick, Sarah Nelson, ruolo che verrà affidato ad Anna Maxwell Martin (Motherland,
Ludwig).
Oseman ha spiegato che escludere
completamente Sarah dalla storia non era un’opzione, poiché la sua
assenza da questo capitolo finale sarebbe sembrata illogica,
considerando alcune delle esperienze vissute da Nick. Il veterano
Derek Jacobi si unisce al cast con un cameo.
Data di uscita e dove vedere Heartstopper
Forever
Heartstopper Forever debutta a livello
globale su Netflix venerdì 17 luglio 2026.
Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2 è
uscito nelle sale 15 anni fa, concludendo una delle saghe
cinematografiche di maggior successo nella storia di Hollywood.
Basata sui romanzi di J.K. Rowling, la saga di Harry
Potter ha avuto inizio nel 2001 con Harry Potter e la Pietra Filosofale, diretto da Chris
Columbus (Mamma, ho perso l’aereo). Il film segue le
vicende di un giovane ragazzo di nome Harry Potter che scopre di
essere un mago e si iscrive a Hogwarts, un’accademia di magia
d’élite.
I sette libri sono stati adattati
in otto film, con l’ultimo libro diviso in due parti.
Quest’ultimo film, Harry Potter e i Doni della Morte – Parte
2, vede Harry e i suoi amici riunirsi con gli studenti e i
professori di Hogwarts per combattere Lord Voldemort e i suoi Mangiamorte. È un finale
perfetto per una saga cinematografica che non ha mai perso smalto
durante tutta la sua esistenza. Con quattro registi diversi e un
fantastico cast ricorrente, rimane un punto di riferimento del
genere fantasy.
Quest’anno, HBO Max lancia
il reboot dell’intera saga di Harry Potter come serie a
episodi. Il formato televisivo permette di raccontare una parte
maggiore della storia tratta dai libri e di riprendere trame e
personaggi lasciati in sospeso che i film non sono riusciti a
inserire nella durata della serie. Tuttavia, questo non significa
che funzionerà bene come i film, e la serie ha una lunga e
difficile sfida da affrontare per eguagliarli, per diverse ragioni.
Almeno, però, i fan avranno sempre i film originali a cui fare
riferimento.
La saga cinematografica di Harry
Potter si è conclusa 15 anni fa
Harry Potter e i Doni della Morte –
Parte 2 è uscito nelle sale il 15 luglio 2011. Questo film ha
segnato la fine della lunga storia iniziata 10 anni prima, e il
pubblico ha avuto la possibilità di vedere il cast crescere sul
grande schermo. In questo film, Harry Potter e i suoi amici portano
la guerra a Lord Voldemort e salvano finalmente la loro amata
Hogwarts una volta per tutte. Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint
hanno offerto un’ultima, memorabile interpretazione nei loro 10
anni di ruoli.
L’ultimo film della saga è stato un
successo strepitoso. Ha incassato 1,343 miliardi di dollari a
fronte di un budget di 250 milioni di dollari, condiviso con
Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 1. Si è trattato
quindi di un successo finanziario sotto ogni punto di vista. È
stato inoltre acclamato dalla critica, ottenendo tre nomination
agli Oscar e un posto nella lista dei migliori film del 2011 del
National Board of Review.
Il film ha stabilito diversi record
al botteghino, tra cui il miglior weekend di apertura (169,1
milioni di dollari), il miglior weekend di apertura a livello
mondiale (483,1 milioni di dollari) e il film fantasy live-action
con il maggior incasso (381 milioni di dollari). Ha contribuito a
definire gli standard per tutti gli adattamenti fantasy successivi,
compresi i tentativi di sfruttare ulteriormente il successo della
saga di Harry Potter.
Harry Potter è un raro franchise
che non ha mai vacillato
Il franchise di Harry Potter si
distingue anche per aver completato la sua storia senza un singolo
film deludente in tutta la serie. Chris Columbus ha dato il via
alla saga con i primi due film, aiutando i giovani attori a
sentirsi a proprio agio grazie alla sua esperienza decennale con le
star bambine. A lui è succeduto Alfonso Cuarón, che ha diretto il
miglior film dell’intera saga, Harry Potter e il Prigioniero di
Azkaban.
In seguito, Mike Newell ha diretto
il quarto film, e poi David Yates è subentrato alla regia degli
ultimi quattro film della serie, concludendo con Harry Potter e
i Doni della Morte – Parte 2. Nell’intero franchise, solo due
film hanno avuto un punteggio inferiore all’80% su Rotten Tomatoes
(L’Ordine
della Fenice e I Doni della Morte – Parte 1). Due film
hanno superato il 90%, con I Doni della Morte – Parte 2 al 96%. Il
CinemaScore di ogni film è stato A-, A o A+.
In totale, sei degli otto film di
Harry Potter hanno ricevuto 12 candidature agli Oscar. Sebbene il
franchise non abbia vinto alcun premio Oscar, il suo successo è
stato comunque notevole. Complessivamente, gli otto film di Harry
Potter hanno incassato 7,7 miliardi di dollari in tutto il mondo,
di cui 2,3 miliardi negli Stati Uniti. Questo è ciò che lo rende
uno dei franchise fantasy di maggior successo, e la serie di
HBO
Max avrà un compito arduo per eguagliare il suo
predecessore.
HBO Max ha un compito difficile
per eguagliare la qualità di questo franchise
Daniel Radcliffe ha chiarito di non
voler mettere alcuna pressione sui giovani attori che
interpreteranno Harry, Hermione e Ron. Ha persino affermato che,
per evitare di gravare ulteriormente sui giovani attori che li
sostituiranno, smetterà di parlare del franchise una volta iniziata
la serie di HBO Max. Tuttavia, questo non impedirà i paragoni, che
peseranno non poco sul nuovo franchise.
Sarà difficile sostituire anche gli
attori adulti, dato che Papa Essiedu farà fatica a eguagliare la
brillantezza che Alan Rickman ha portato al ruolo di Severus Piton.
John Lithgow (Albus Silente), Nick Frost (Rubeus Hagrid) e Janet
McTeer (Minerva McGonagall) sono tutti grandi attori, ma stanno
anche sostituendo altri grandi attori, e i paragoni saranno
inevitabili.
L’unico vantaggio della serie HBO
Max è la sua maggiore durata, che ha permesso agli showrunner di
aggiungere elementi che erano stati omessi nei film. Questo include
tutto, dal ruolo di Neville Paciock e la difficile situazione degli
elfi domestici, fino ad approfondire il tragico passato di Silente,
Piton e dei genitori di Harry. Detto questo, tutto dipenderà dalla
sua realizzazione, e i film di Harry Potter hanno alzato
l’asticella molto in alto, soprattutto con Harry Potter e i Doni
della Morte – Parte 2.
Con Odissea (leggi
qui la nostra recensione), Christopher
Nolan affronta una delle imprese più ambiziose della
sua carriera, portando sul grande schermo
il poema di Omero attraverso una produzione che rappresenta
già un momento storico per il cinema contemporaneo. Il film, uscito
il 16 luglio, è il
primo lungometraggio realizzato interamente con cineprese IMAX su
pellicola, una scelta che ha imposto un approccio produttivo
radicale e ha spinto il regista britannico a privilegiare
ambientazioni reali rispetto alle ricostruzioni digitali. La
volontà di restituire il senso epico del viaggio di
Ulisse ha così
trasformato il Mediterraneo e alcuni dei paesaggi più spettacolari
del mondo nei veri protagonisti della messa in scena.
Le
quasi tre ore di racconto conducono lo spettatore attraverso un
itinerario che attraversa continenti, isole, coste e deserti,
seguendo la stessa logica del poema omerico. Molte delle immagini
più suggestive sono state girate in Italia, soprattutto tra la
Sicilia, le
Egadi e le
Eolie, ma la
produzione ha raggiunto anche Grecia, Marocco, Scozia e Islanda, scegliendo luoghi autentici che
contribuiscono a dare corpo al mito. Scoprire dove è stato girato
Odissea significa quindi comprendere
anche il metodo di lavoro di Nolan, da sempre convinto che il
paesaggio reale possa trasmettere una forza visiva impossibile da
replicare artificialmente.
Odissea
rappresenta il cinema epico secondo Christopher Nolan, tra fedeltà al mito e
ricerca del massimo realismo visivo
Dopo aver esplorato il thriller, la fantascienza, il war movie e il
biopic storico, Christopher Nolan affronta con
Odissea il
genere epico, confrontandosi con uno dei testi fondativi della
cultura occidentale. Il regista sceglie di raccontare il ritorno di
Ulisse a
Itaca evitando
una rappresentazione puramente fantastica e costruendo invece un
mondo credibile, materico e profondamente legato ai paesaggi
naturali. La collaborazione con la scenografa Ruth De Jong, già candidata
all’Oscar per Oppenheimer, è stata determinante per
creare un’estetica capace di fondere archeologia, immaginazione e
ricerca storica senza affidarsi eccessivamente agli effetti
digitali.
Questa filosofia attraversa ogni aspetto della produzione. Nolan ha
più volte spiegato di aver cercato luoghi che conservassero ancora
oggi un carattere antico, quasi immutato, perché fossero in grado
di evocare il Mediterraneo immaginato da Omero. La decisione di girare interamente
in IMAX ha reso il lavoro ancora più complesso, imponendo alla
troupe di trasportare attrezzature pesantissime in località spesso
difficili da raggiungere. Il risultato è un film che trasforma il
paesaggio in elemento narrativo, facendo delle location una
componente essenziale del racconto piuttosto che un semplice sfondo
spettacolare.
Le
location italiane tra Favignana, Eolie, Ostia e Tivoli raccontano il cuore mediterraneo del viaggio
di Ulisse
L’Italia occupa una posizione centrale nella costruzione
dell’universo visivo di Odissea. È soprattutto la Sicilia ad assumere un ruolo decisivo,
grazie alle riprese realizzate tra Favignana, le Isole Eolie e alcuni dei luoghi più
suggestivi del Mediterraneo. Proprio Favignana, nell’arcipelago delle
Egadi, è stata
scelta da Nolan per rappresentare Itaca, la patria di Ulisse. Il regista ha raccontato di
essersi innamorato immediatamente del Castello di Santa Caterina, arroccato sul
monte che domina l’isola, considerandolo il luogo perfetto per
evocare la dimora dell’eroe omerico. La difficoltà logistica non ha
fermato la produzione: l’assenza di una strada carrabile ha imposto
l’utilizzo di elicotteri e di una funicolare per trasportare uomini
e materiali fino alla fortezza.
Un’importanza analoga hanno avuto le Isole Eolie, dove la troupe ha lavorato
tra Lipari,
Vulcano,
Basiluzzo e gli
spettacolari faraglioni affacciati sul Tirreno. A
Lipari è stato
ambientato l’incontro di Ulisse con le Sirene, mentre le coste vulcaniche e
gli isolotti dell’arcipelago sono stati utilizzati per
rappresentare diverse tappe del lungo viaggio verso
Itaca. Le
riprese hanno interessato anche gli scogli di Pietra Lunga e Pietra Menalda, interpretati come
le celebri “rupe erranti” descritte da Omero, oltre alla Pietra del Bagno, scelta per le sue
forme spettacolari. Al di fuori della Sicilia, Nolan ha girato
lungo il litorale laziale, tra il porto di Ostia, l’Idroscalo e le ex cave di pozzolana di
Tivoli,
ambientazioni utilizzate per alcune sequenze navali e per scenari
dal forte impatto visivo.
Dalla
Grecia al
Marocco,
passando per il Mediterraneo orientale, il viaggio ricostruisce i
grandi episodi del poema di Omero
Gran parte del percorso di Ulisse prende forma in Grecia, scelta come naturale prosecuzione
delle location italiane. La penisola del Peloponneso ospita numerosi momenti
fondamentali del racconto, a partire dalla celebre
Grotta di
Nestore, nei pressi della spiaggia di Voidokilia, dove Nolan ha
ambientato lo scontro con il ciclope Polifemo. La cavità naturale, legata già
nell’antichità a diversi miti greci, offre un ambiente
perfettamente coerente con la dimensione primordiale del poema. Le
riprese sono state particolarmente impegnative, anche per la
presenza di migliaia di api e per le difficili condizioni
all’interno della grotta, dove sono state trasportate decine di
pecore necessarie per ricostruire fedelmente uno degli episodi più
celebri dell’Odissea.
Sempre in Grecia
trovano spazio la fortezza medievale di Methoni, l’imponente Acrocorinto e altri scenari della
regione della Messenia, che accompagnano diverse fasi del viaggio
dell’eroe. Le sequenze dedicate alla guerra di Troia, invece, sono state girate in
Marocco, dove il
villaggio fortificato di Aït Ben Haddou, patrimonio UNESCO, è stato
trasformato nella città assediata dai Greci. Qui la produzione ha
costruito un enorme set fisico capace di ospitare migliaia di
comparse, evitando il ricorso alle estensioni digitali. Anche
Essaouira,
Marrakech e
Tahannaout fanno
parte del percorso produttivo del film, mentre la spettacolare
Duna Bianca nei
pressi di Dakhla, nel Sahara Occidentale, è stata scelta per
rappresentare Ogigia, l’isola dove Calipso trattiene Ulisse per anni prima della ripresa
del viaggio.
Scozia e
Islanda ampliano
l’orizzonte epico del film trasformando il paesaggio naturale in
elemento narrativo
Le ultime tappe delle riprese portano la produzione lontano dal
Mediterraneo, confermando l’ambizione di Nolan di associare ogni
episodio del poema a un ambiente realmente esistente. In
Scozia, la
troupe ha lavorato nella Foresta di Culbin, lungo il Moray Firth, scenario scelto per
rappresentare la battaglia tra la flotta di Ulisse e i Lestrigoni. Altre riprese hanno
interessato Burghead, il porto di Buckie e le rovine del Castello di Findlater, dove è stata
utilizzata la Draken
Harald Hårfagre, la più grande nave vichinga costruita in
epoca moderna, adattata per interpretare l’imbarcazione dell’eroe
acheo.
L’Islanda
rappresenta invece il volto più remoto e inquietante del viaggio.
Nolan vi aveva già lavorato per Batman
Begins e Interstellar, tornando a sfruttarne i
paesaggi estremi per dare forma all’Ade, il regno dei morti visitato da
Ulisse. Le
riprese sono state effettuate durante il periodo del sole di
mezzanotte, in un ambiente caratterizzato da vento costante,
pioggia e vaste distese laviche quasi prive di vegetazione.
L’impressione è quella di un luogo sospeso fuori dal tempo,
perfettamente coerente con uno degli episodi più enigmatici del
poema. Attraverso questa continua alternanza di ambientazioni
mediterranee e paesaggi nordici, Odissea costruisce un viaggio che trova
nella geografia reale uno degli strumenti più efficaci per
restituire la grandezza del mito.
Proprio come Il
Trono di Spade ruotava principalmente attorno al
conflitto tra Stark e Lannister, House of the Dragon è
incentrato sui Targaryen e sugli Hightower, ma cosa
significa questo per i Tyrell? Delle quattro casate
menzionate, gli Hightower si trovano tecnicamente all’ultimo posto
nella gerarchia. I Targaryen sono i legittimi sovrani, mentre gli
Stark e i Tyrell sono due delle Grandi Casate di Westeros. Sono i
Protettori o Lord Protettori, mentre famiglie come gli Hightower
sono al loro servizio.
In Il Trono di Spade scopriamo che
i Tyrell sono i Lord Protettori dell’Altopiano. Gli Hightower sono
tra i vassalli dei Tyrell. Tuttavia, in House of the
Dragon è chiaro che gli Hightower erano quasi potenti
quanto i Targaryen durante la
Danza dei Draghi. Sono più ricchi dei Tyrell, possiedono la
forza della Fede e fanno parte di un’antica stirpe di re risalente
all’Alba dei Giorni. Eppure, quando Aegon il Conquistatore
conquistò l’Altopiano, non affidò loro il comando.
Quando Aegon il Conquistatore
iniziò le sue conquiste, in genere permise alle famiglie reali di
continuare a governare le rispettive regioni a patto che si
sottomettessero. Queste divennero le Grandi Casate, fedeli ai
Targaryen ma in grado di continuare a governare. Quando si trattò
dell’Altopiano, tuttavia, le cose non andarono come previsto.
L’antica casata reale, i Gardner, fu purtroppo sterminata. Così,
Aegon dovette scegliere una famiglia che prendesse il loro posto.
Ignorò i ricchi Hightower e nominò i Tyrell, umili intendenti dei
Gardners.
House of the
Dragon dimostra che Aegon il Conquistatore aveva
ragione sugli Hightower
House of the Dragon – Stagione 3
Considerando quanto siano potenti
gli Hightower in
House of the Dragon, sembrerebbe proprio che
fossero i dominatori dell’Altopiano. Tuttavia, Re Aegon I li ignorò
espressamente. Oltre agli Hightower, esistevano diverse casate che
discendevano da antiche stirpi reali, e i Tyrell non erano tra
queste. Aegon sapeva che se avesse ceduto il potere a una qualsiasi
di queste casate più importanti, ciò avrebbe causato immense
tensioni al loro interno. I Tyrell erano attendenti dei Gardner,
quindi governanti onorari privi di un vero e proprio status
regale.
Elevando i Tyrell, Aegon evitò
guerre e conflitti tra le più alte casate nobiliari dell’Altopiano.
Inoltre, si assicurò che questa regione di inestimabile valore
fosse governata da una famiglia a lui completamente debitrice. Non
erano nati in quella posizione, bensì l’avevano ereditata dai
potentissimi Targaryen. Gli Hightower, con tutta la loro antica
ricchezza e il loro potere, non avrebbero mai provato quel tipo di
riverenza per Aegon, e lui lo sapeva.
Ne vediamo i segnali in
House of the Dragon – Stagione 3. Ormund Hightower esprime chiaramente il suo
disprezzo per i Targaryen, dicendo al suo protetto, Daeron
Targaryen, che deve sopprimere la sua discendenza di Signore dei
Draghi e abbracciare il suo lato Hightower. Sebbene la sua famiglia
abbia servito i Targaryen per un secolo, Ormund e i suoi parenti
sono stati educati a mettere al primo posto la Fede dei Sette.
Incesto, poligamia e draghi sono incompatibili con la
Fede, quindi se gli Hightower fossero mai stati veramente
al potere nell’Altopiano, non sarebbe stato di buon auspicio per la
dinastia Targaryen.
I Targaryen adottarono la Fede dei
Sette dopo la conquista, principalmente per motivi di integrazione.
Con il passare degli anni, la devozione della famiglia alla
religione divenne autentica, ma rimasero esentati da molte pratiche
e aspettative.
Cosa stanno combinando i Tyrell in
House of the Dragon?
È fin troppo facile credere che gli
Hightower non siano il vero potere dell’Altopiano in
Game of Thrones, dato che sono
chiaramente i Tyrell a detenere il ruolo di figure di spicco della
serie. Gli Hightower si vedono raramente. Naturalmente, la
situazione è esattamente l’opposto in House of the
Dragon, dove quasi ogni scena è occupata, in qualche
modo, da un fastidioso Hightower. Eppure, persino durante la Danza
dei Draghi, i Tyrell sono al comando: dove sono, quindi?
Secondo Fuoco e Sangue di George R.R. Martin,
i Tyrell scelsero di non partecipare alla Danza dei
Draghi. Il signore dell’epoca, Lyonel Tyrell, era solo un
neonato, e sua madre, la reggente, decise di non schierarsi affatto
tra i Neri e i Verdi. Gli Hightower erano fedeli al loro Lord
Supremo, ma la posizione della Regina Alicent implicava che i
Tyrell avessero un’autorità minima su figure come Ormund. Quindi,
sebbene i Lord di Alto Giardino siano tecnicamente presenti in
House of the Dragon, non hanno ancora
raggiunto la forza che diventeranno in Game of
Thrones.