L’estate
cinematografica del 2026 ha un protagonista assoluto:
Tom
Holland. Nel giro di appena due settimane l’attore
britannico arriverà nelle sale con The
Odyssey di Christopher Nolan e con Spider-Man: Brand New Day,
due dei film più attesi dell’anno. Una doppia presenza che conferma
quanto Holland sia diventato uno dei volti più influenti del cinema
contemporaneo.
Prima vestirà i panni di Telemaco nell’ambizioso adattamento
dell’Odissea
diretto da Christopher Nolan, condividendo il set con un cast
stellare guidato da Matt
Damon. Pochi giorni dopo tornerà invece a interpretare
Peter Parker nel
nuovo capitolo dedicato all’Uomo Ragno, il primo film live-action
del personaggio dopo il successo di Spider-Man: No Way Home. Come
sottolinea ScreenRant, è raro che un attore guidi
contemporaneamente due produzioni di questa portata, entrambe
destinate a dominare il box office e il dibattito tra gli
appassionati.
Più che una coincidenza, questa doppia uscita rappresenta un
momento decisivo nella carriera dell’attore. A soli trent’anni,
Holland si trova infatti al centro di due franchise completamente
diversi, dimostrando di essere ormai uno dei pochi interpreti
capaci di attirare il pubblico indipendentemente dal genere o dal
regista coinvolto.
Perché Tom Holland
è uno dei pochi attori capaci di unire cinema d’autore e
blockbuster
Negli ultimi anni Hollywood ha spesso separato gli attori in due
categorie ben definite: da una parte i protagonisti dei grandi
blockbuster, dall’altra gli interpreti associati al cinema d’autore
e ai premi. Tom Holland sembra invece riuscire a muoversi con
naturalezza tra entrambi i mondi.
The Odyssey è un
kolossal firmato da Christopher Nolan che punta non solo al
successo commerciale, ma anche a un ruolo da protagonista nella
prossima stagione dei premi. Spider-Man: Brand New Day, al contrario,
rappresenta uno dei blockbuster più attesi degli ultimi anni,
destinato a richiamare milioni di spettatori in sala.
Questa capacità di alternare produzioni spettacolari e film di
grande prestigio è una qualità che pochi attori contemporanei
possono vantare. Se il pubblico lo identifica ormai con Spider-Man,
Holland ha dimostrato negli anni di voler costruire una carriera
molto più ampia, scegliendo progetti come The Crowded Room, The Devil All the Time e ora
l’ambizioso film di Nolan.
L’estate 2026 potrebbe quindi rappresentare un punto di svolta
definitivo. Se entrambi i film confermeranno le enormi aspettative,
Tom Holland non sarà soltanto il volto di Spider-Man, ma una delle
poche vere star cinematografiche capaci di guidare sia il grande
spettacolo hollywoodiano sia il cinema d’autore ad alto budget.
Dopo sette anni di assenza,
Laika torna al cinema con
Wildwood – I segreti del bosco proibito,
ambizioso film in stop-motion che promette di conquistare gli
appassionati di fantasy. Basato sull’omonimo romanzo di
Colin Meloy, il film è già al centro
dell’attenzione per un primato assoluto: con una durata di
139 minuti, potrebbe diventare il lungometraggio
in stop-motion più lungo mai realizzato.
Il progetto richiama
inevitabilmente due grandi classici del genere: Le Cronache
di Narnia per l’impianto narrativo e
Coraline per lo stile visivo e le atmosfere oscure
che hanno reso celebre lo studio.
Un’avventura fantasy tra magia,
animali parlanti e oscurità
La protagonista è
Prue, una dodicenne che si addentra nella
misteriosa Impassable Wilderness, una foresta
proibita popolata da creature parlanti, per salvare il fratellino
Mac, rapito da uno stormo di corvi. Ad accompagnarla nell’impresa
c’è il compagno di scuola Curtis.
Come accade nei romanzi di C.S.
Lewis, anche Wildwood trasporta i suoi giovani
protagonisti in un mondo fantastico nascosto accanto alla realtà
quotidiana. Tuttavia, quel regno è ormai profondamente diviso e
minacciato da una potente antagonista, Alexandra
Svik, conosciuta anche come la Dowager
Governess, una figura che ricorda per fascino e
manipolazione la Strega Bianca di Le Cronache di
Narnia.
Nel corso dell’avventura, Curtis
finisce infatti sotto l’influenza della donna, richiamando il
percorso di Edmund Pevensie nella saga di Narnia.
Lo stile di Coraline
torna con l’inconfondibile animazione Laika
Se la struttura narrativa richiama
Le Cronache di Narnia, dal punto di vista visivo
Wildwood si inserisce perfettamente nella tradizione di
Laika.
Il trailer mette infatti in mostra
la straordinaria qualità della stop-motion dello studio, già
apprezzata in film come Coraline, ParaNorman,
Boxtrolls – Le scatole magiche, Kubo e la spada magica e
Missing Link. Ogni inquadratura evidenzia il meticoloso
lavoro artigianale che caratterizza le produzioni Laika, con
scenografie ricchissime di dettagli e animazioni realizzate
interamente a mano.
Nel cast vocale figurano
Peyton Elizabeth Lee nel ruolo di Prue,
Jacob Tremblay in quello di Curtis e
Carey Mulligan nei panni della
perfida Alexandra.
Wildwood potrebbe stabilire un
record storico
Secondo le indiscrezioni,
Wildwood avrà una durata di 139 minuti,
un tempo che lo renderebbe il film in stop-motion più lungo mai
realizzato. Se confermato, supererebbe infatti Pinocchio di
Guillermo del Toro, che con i suoi 117 minuti detiene
attualmente il record della categoria. Inoltre diventerebbe il
secondo film d’animazione americano più lungo di
sempre, alle spalle soltanto di Spider-Man: Across the
Spider-Verse (140 minuti).
Anche la classificazione
PG-13 lascia intendere che Laika non abbia
intenzione di alleggerire i toni del romanzo originale, lungo oltre
500 pagine e caratterizzato da momenti oscuri, violenti e tematiche
mature già evidenti nelle prime immagini promozionali.
Quando esce Wildwood?
Wildwood arriverà
nelle sale cinematografiche il 22 ottobre 2026 distribuito
da Notorious Pictures, segnando il ritorno di Laika dopo
una lunga pausa produttiva e proponendosi come uno dei fantasy
animati più ambiziosi degli ultimi anni.
Christopher Nolan
è uno dei registi più rispettati della Hollywood contemporanea. Nel
corso della sua carriera ha firmato una lunga serie di successi, ha
reinventato Batman
sul grande schermo e ha realizzato un film così accurato dal punto
di vista scientifico da essere utilizzato persino in ambito
universitario per studiare l’immensità dello spazio e del
cosmo.
Ormai il pubblico sa cosa aspettarsi da un film di Nolan, al punto
che molti spettatori iniziano a formulare teorie sul suo progetto
successivo ancora prima dell’uscita. Sebbene ogni sua opera sia
diversa dalle altre, tutte condividono una serie di elementi
ricorrenti che rendono immediatamente riconoscibile la sua firma
autoriale. Dall’uso degli effetti pratici alla scelta degli
interpreti, sono molti gli aspetti che i fan imparano a
individuare. In attesa di vedere Odissea (leggi
qui la nostra recensione) al cinema, ripercorriamo allora i 10
elementi ricorrenti nei suoi film.
Christopher Nolan
ama sorprendere nelle scelte di casting. Pur non rinunciando a
grandi star come Matthew
McConaughey o Leonardo
DiCaprio, non ha mai avuto paura di puntare anche su
volti meno prevedibili, come l’ex membro degli One Direction, Harry Styles. Inoltre, molti dei
suoi film condividono parte del cast. Tom Hardy è
apparso in diverse produzioni del regista, così come Michael
Caine, Cillian
Murphy e Anne
Hathaway. Le compagnie di attori scelte da Nolan
finiscono così per diventare un tratto distintivo della sua
filmografia.
A
Christopher
Nolan piace sovvertire le convenzioni narrative del cinema
tradizionale. Memento, ad
esempio, rappresenta perfettamente questa filosofia, raccontando
una vicenda che avrebbe potuto essere un classico thriller
attraverso una narrazione costruita a ritroso. Il risultato è un
continuo ribaltamento delle certezze dello spettatore nei confronti
della storia e del suo protagonista affetto da amnesia. Allo stesso
modo, Dunkirk sviluppa tre vicende
differenti che si svolgono contemporaneamente, ma seguendo tempi,
luoghi e punti di vista diversi. In un modo o nell’altro, ogni film
di Nolan sfida la struttura narrativa tradizionale, anche se alcune
opere lo fanno in maniera più evidente di altre.
Chiunque abbia visto le immagini dal set della celebre sequenza del
corridoio di Inception sa quanto il regista
ami gli effetti pratici. Pur utilizzando anche la CGI quando
necessario, Nolan privilegia acrobazie reali ed effetti realizzati
direttamente sul set. Spesso non bada a spese pur di rendere
ambientazioni ed eventi il più realistici possibile.
Dunkirk ne è un
esempio emblematico: furono ricostruite ampie porzioni delle
spiagge francesi per riportarle all’aspetto dell’epoca e vennero
impiegati autentici caccia Spitfire della Seconda guerra mondiale.
Da quando ha lasciato il cinema indipendente, Christopher Nolan non ha più
realizzato film di piccole dimensioni. Si potrebbe dire che anche
le sue opere iniziali contenessero idee enormi, limitate soltanto
dai budget disponibili. Oggi quei progetti sono diventati grandi
blockbuster, pur mantenendo al centro drammi personali e conflitti
umani che definiscono i protagonisti. Il pubblico ormai si aspetta
produzioni spettacolari da Nolan, ma ogni volta la portata visiva
dei suoi film riesce comunque a superare le aspettative create dai
trailer. Il regista continua infatti a reinventare il blockbuster
intelligente, unendo spettacolo e riflessione.
La musica accompagna
perfettamente l’azione
Hans Zimmer e
Christopher
Nolan hanno costruito negli anni una collaborazione
artistica duratura che ha portato il compositore a firmare le
musiche di gran parte dei film del regista. Le sue colonne sonore
per la trilogia del Cavaliere Oscuro sono diventate iconiche, così come
quella di Inception. L’ampiezza delle opere di Nolan trova un
corrispettivo nelle partiture di Zimmer. In un film come
Dunkirk, ad
esempio, musica e racconto procedono insieme, contribuendo a
costruire la tensione crescente che il regista voleva
trasmettere.
Le sceneggiature sono tecniche ma
ricche di contenuto
Le sceneggiature di Christopher Nolan condividono diversi elementi
ricorrenti. Oltre a esplorare continuamente il rapporto tra tempo e
struttura narrativa, dedicano grande attenzione ai momenti più
intimi dei personaggi. Ogni protagonista è sviluppato con la stessa
profondità che ci si aspetterebbe da un dramma, nonostante in
superficie molti dei suoi film possano sembrare semplici
blockbuster spettacolari. I suoi script sono complessi, dettagliati
e costruiti attorno ad archi narrativi solidi e
cinematograficamente potenti.
Molti film di Nolan condividono una tonalità narrativa simile.
Raramente appartengono a un unico genere e quasi mai sono semplici
commedie o film d’azione. Molti vengono classificati come
fantascienza, anche se questa definizione non si adatta a tutta la
sua produzione, basti pensare a Memento o Insomnia.
L’elemento comune è la tensione costante, che rende ogni scelta dei
protagonisti fondamentale e potenzialmente fatale. Il risultato è
un equilibrio continuo tra meraviglia e preoccupazione per il
destino dei personaggi.
Ogni film nasce da
un’approfondita ricerca
Le opere di Christopher
Nolan sono il risultato di un enorme lavoro di
documentazione. Che si tratti di adattare fumetti dedicati ai
supereroi o di ricostruire eventi della Seconda guerra mondiale, il regista dedica
sempre grande attenzione all’accuratezza storica e scientifica.
Interstellar rappresenta uno degli
esempi più celebri: numerosi scienziati hanno elogiato il film per
la precisione con cui sono state rappresentate molte delle sequenze
ambientate nello spazio.
I suoi film sono pensati per
essere visti al cinema
La sala cinematografica è una delle grandi passioni di
Christopher
Nolan, e ogni suo film viene concepito pensando
all’esperienza del grande schermo. Una delle ragioni dei ripetuti
rinvii di Tenet,
ad esempio, era proprio la convinzione del regista che il film
meritasse di essere visto nelle migliori condizioni possibili. Le
sequenze d’azione, il montaggio sonoro e persino la scelta di
utilizzare cineprese IMAX sono tutti elementi progettati per offrire il
massimo impatto visivo e sonoro in sala.
L’assenza di sequel è una scelta
precisa
Quasi tutti i film di Christopher Nolan sono concepiti come opere
autoconclusive. L’unica vera eccezione è rappresentata dalla
trilogia del Cavaliere
Oscuro, mentre tutti i suoi progetti originali sono
pensati come storie indipendenti. Questa scelta nasce sia dal
desiderio di realizzare il miglior film possibile senza lasciare
spazio a futuri sviluppi forzati, sia dalla volontà del regista di
dedicarsi continuamente a nuovi progetti capaci di stimolarlo
creativamente.
Odissea (leggi
qui la nostra recensione) non è ancora arrivato nelle sale, ma
le prime stime al botteghino parlano già di un esordio destinato a
entrare nella storia della filmografia di Christopher
Nolan. Secondo le proiezioni diffuse da Deadline, il kolossal tratto
dal poema di Omero potrebbe incassare oltre 200 milioni di
dollari nel primo weekend mondiale, superando così il debutto di
Oppenheimer e firmando il miglior
lancio internazionale di sempre per un film non appartenente al
genere supereroistico diretto dal regista britannico.
Le
previsioni indicano un’apertura compresa tra gli 80 e i 100 milioni
di dollari nel mercato nordamericano, ai quali si aggiungerebbero
almeno 110 milioni provenienti dal resto del mondo. Il totale
supererebbe quindi i 200 milioni di dollari, oltre i 181,1 milioni
registrati da Oppenheimer nel weekend d’esordio. Nella
carriera di Nolan, soltanto Il cavaliere
oscuro e Il cavaliere oscuro – Il
ritorno hanno fatto meglio al debutto assoluto, grazie
all’appartenenza al franchise di Batman.
Numeri di questa portata confermano quanto l’attesa intorno al film
sia cresciuta negli ultimi mesi. Le prevendite IMAX aperte con un
anno di anticipo rispetto all’uscita hanno generato una domanda
senza precedenti, mentre la distribuzione internazionale
coinvolgerà oltre 22.700 schermi, ben più dei 17.500 che avevano
accompagnato Oppenheimer. Un’espansione che lascia intendere
come lo studio punti a trasformare il film in un evento
cinematografico globale.
Un kolossal
pensato per conquistare il pubblico mondiale oltre il mito
greco
Ad alimentare l’interesse contribuisce anche un cast tra i più
prestigiosi degli ultimi anni. Matt Damon
interpreta Ulisse, affiancato da Tom Holland
nel ruolo di Telemaco, Anne
Hathaway in quello di Penelope, Robert
Pattinson come Antinoo, Jon Bernthal
nei panni di Menelao e John
Leguizamo in quelli di Eumeo. Un insieme di interpreti capaci di
richiamare pubblici molto diversi e di rafforzare l’appeal
internazionale del progetto.
Negli ultimi mesi non sono mancate discussioni sulla fedeltà
dell’adattamento rispetto al poema di Omero, soprattutto per alcune scelte
linguistiche e narrative di Christopher Nolan. Il regista ha
però più volte spiegato di aver privilegiato l’impatto emotivo
della storia rispetto a una ricostruzione filologica, con
l’obiettivo di restituire allo spettatore contemporaneo la forza
universale del viaggio di Ulisse.
Se le stime verranno confermate, Odissea
potrebbe rappresentare un nuovo punto di svolta nella carriera del
regista. Dopo il successo artistico e commerciale di
Oppenheimer, il
cineasta sembra destinato a dimostrare ancora una volta che
un’opera originale, lontana dai franchise consolidati, può
competere con le più grandi produzioni hollywoodiane. Il responso
definitivo arriverà soltanto con l’uscita nelle sale, ma le
premesse raccontano già di un film pronto a imporsi come uno degli
eventi cinematografici dell’anno.
È stato diffuso il primo trailer di
I Play Rocky, il nuovo film
biografico diretto da Peter Farrelly che racconta
la vera storia dietro la realizzazione di Rocky,
il classico del 1976 che trasformò Sylvester Stallone in una
leggenda di Hollywood.
A interpretare Stallone sarà
Anthony Ippolito (Grand Army), già visto
nei panni di Al
Pacino nella miniserie The Offer. Il film
ripercorre il periodo in cui il giovane attore e sceneggiatore
lottò contro ogni previsione per convincere gli studios che non
doveva limitarsi a scrivere Rocky, ma interpretarne anche
il protagonista.
La trama di I Play
Rocky
La sinossi ufficiale diffusa da
Amazon MGM recita:
“Il film racconta la vera storia di Sylvester Stallone e della
sua incrollabile convinzione che non fosse destinato soltanto a
scrivere Rocky, ma anche a essere Rocky Balboa.”
Il cast comprende anche
Stephan James nel ruolo di Carl
Weathers, affiancato da AnnaSophia Robb,
Matt Dillon, Toby Kebbell,
Tracy Letts, Jay Duplass e
Robert Morgan.
Peter Farrelly torna al
dramma
Dopo le commedie vietate ai minori
Ricky Stanicky e Balls Up, Peter
Farrelly torna a un progetto dal tono più drammatico. Il regista
premio Oscar per Green Book porta sul grande
schermo una delle storie più celebri della storia del cinema:
quella di un attore sconosciuto che rifiutò di vendere la propria
sceneggiatura se non fosse stato lui stesso a interpretarne il
protagonista.
Realizzato con un budget inferiore
al milione di dollari, Rocky divenne il maggiore
successo cinematografico del 1976 e conquistò l’Oscar come
Miglior Film, dando vita a uno dei franchise più
longevi della storia del cinema, proseguito con i sequel dedicati a
Rocky Balboa e con la saga spin-off Creed.
I
Play Rocky arriverà nelle sale a
novembre, distribuito da Amazon MGM
Studios.
Con Asteroid
City (leggi
qui la recensione), Wes Anderson realizza una
delle opere più enigmatiche della sua carriera, un film che
utilizza la fantascienza, il metateatro e la commedia per
interrogarsi sul significato del dolore, della creazione artistica
e della ricerca di un senso nell’esistenza. Chi arriva ai titoli di
coda con la sensazione di aver assistito a qualcosa di sfuggente
non sbaglia: il regista costruisce volutamente un racconto che
sembra rifiutare spiegazioni semplici.
Il finale è infatti meno
interessato a risolvere i misteri narrativi che a mostrare come gli
esseri umani reagiscano quando il mondo smette di avere una logica
rassicurante. L’alieno, la quarantena, gli attori che escono dai
personaggi e il continuo passaggio tra rappresentazione e realtà
diventano tasselli di una riflessione molto più ampia. Comprendere
il finale di Asteroid City significa quindi
guardare oltre la trama e cogliere il dialogo che Wes
Anderson instaura tra cinema, teatro e vita.
Come Asteroid
City rielabora il cinema di Wes Anderson
attraverso il teatro e il metaracconto
Fin dai primi minuti,
Asteroid City chiarisce di essere costruito su due
livelli narrativi. Da una parte c’è lo spettacolo televisivo
ambientato negli anni Cinquanta che racconta la nascita dell’opera
teatrale “Asteroid City”; dall’altra c’è la rappresentazione
stessa, girata nei colori saturi che caratterizzano l’immaginario
di Wes Anderson. Lo spettatore osserva
contemporaneamente gli attori e i personaggi, assistendo al
processo creativo mentre la storia prende forma.
Questa struttura permette al
regista di riflettere sul rapporto tra chi interpreta una parte e
chi vive realmente determinate emozioni. Jason Schwartzman interpreta infatti sia
l’attore Jones Hall sia Augie
Steenbeck, creando un continuo cortocircuito tra finzione
e realtà. Quando Hall comincia a chiedersi quale sia il significato
delle azioni del suo personaggio, la domanda diventa anche quella
dello spettatore.
L’operazione dialoga con molti
temi presenti nella filmografia di Wes Anderson,
popolata da personaggi incapaci di elaborare un lutto, di trovare
il proprio posto nel mondo o di comunicare apertamente i propri
sentimenti. Film come I Tenenbaum, Moonrise Kingdom e The French Dispatch raccontavano già individui
sospesi tra nostalgia e desiderio di ricominciare. Asteroid
City porta questa riflessione ancora più avanti, facendo
coincidere la costruzione stessa del racconto con il percorso
emotivo dei protagonisti.
Cosa succede davvero nel finale
di Asteroid City e perché il mistero dell’alieno
resta senza risposta
Dopo l’apparizione dell’alieno e
il furto del meteorite, la cittadina viene posta in quarantena.
Quello che inizialmente sembra l’evento destinato a spiegare tutto
rimane invece privo di una soluzione definitiva. Le autorità
cercano di controllare la situazione, gli scienziati formulano
ipotesi e i giovani partecipanti al raduno astronomico tentano di
dare una spiegazione razionale all’accaduto, ma nessuno arriva a
una verità conclusiva.
Nel frattempo
Augie continua ad affrontare il dolore per la
morte della moglie, mentre il rapporto con Midge
Campbell, interpretata da Scarlett Johansson, nasce
attraverso conversazioni a distanza, da una finestra all’altra. Tra
i due si sviluppa un’intimità autentica, alimentata dalla comune
difficoltà di esprimere ciò che provano. Quando la quarantena
termina, Midge sembra andarsene senza salutare, salvo lasciare ad
Augie il proprio indirizzo. È un gesto discreto che apre alla
possibilità di un futuro, senza promettere un lieto fine.
Sul piano metanarrativo,
l’attore Jones Hall entra progressivamente in
crisi. Dopo la celebre scena in cui il suo personaggio si ustiona
la mano sulla griglia, esce dal palco e chiede spiegazioni
all’autore dell’opera. Nessuno riesce a offrirgli una risposta
definitiva. L’incontro con l’attrice interpretata da
Margot Robbie, il cui personaggio è
stato eliminato dalla rappresentazione, suggerisce invece che
alcune domande sono destinate a restare aperte.
È proprio qui che il film rivela
la propria natura. Il mistero extraterrestre non costituisce il
centro della narrazione: serve piuttosto a mettere i personaggi
davanti a qualcosa che sfugge completamente al loro controllo.
L’alieno compare, modifica le loro vite e scompare, proprio come
accade con molti eventi decisivi dell’esistenza.
Il lutto, l’incomprensibile e
la ricerca di un significato sono il vero cuore del film
L’apparizione dell’alieno
rappresenta l’irruzione dell’ignoto. Wes Anderson
utilizza un elemento tipico della fantascienza per parlare di
qualcosa di profondamente umano: il momento in cui ogni certezza
viene meno. Per Augie, quell’evento si sovrappone
al trauma della perdita della moglie; per i giovani astronomi
coincide con la scoperta che nemmeno la scienza può spiegare tutto;
per gli attori della rappresentazione significa confrontarsi con
l’impossibilità di trovare sempre una motivazione razionale.
Anche il gesto apparentemente
assurdo con cui Augie si brucia volontariamente la mano assume
questo significato. Durante il film nessuno riesce a spiegare
davvero perché accada, e proprio questa assenza di una risposta
diventa fondamentale. Alcune azioni nascono dal dolore,
dall’istinto o dalla fragilità, senza seguire una logica
perfettamente interpretabile.
Il continuo intreccio tra teatro
e realtà rafforza ulteriormente questa idea. Gli attori cercano di
comprendere i loro personaggi esattamente come i personaggi cercano
di comprendere ciò che sta accadendo nelle loro vite. Ogni livello
narrativo riflette l’altro, mostrando come il bisogno di attribuire
un significato agli eventi sia una caratteristica universale.
Perché il finale di
Asteroid City invita ad accettare ciò che non
possiamo spiegare
L’epilogo del film suggerisce
che l’obiettivo non consiste nel risolvere ogni mistero. L’alieno
non viene spiegato, molte relazioni restano aperte e perfino il
confine tra spettacolo e realtà continua a dissolversi fino agli
ultimi minuti. Wes Anderson sembra affermare che
la vita procede anche quando le risposte non arrivano.
Per questo assume particolare
importanza la frase ripetuta nella parte conclusiva della
pellicola: bisogna continuare ad andare avanti anche quando non si
comprende completamente ciò che si sta vivendo. È una riflessione
che riguarda il lutto, la creazione artistica e l’esistenza stessa.
L’essere umano può convivere con l’incertezza senza smettere di
cercare relazioni, affetto e nuove possibilità.
La nota lasciata da
Midge ad Augie sintetizza
perfettamente questa prospettiva. Il loro rapporto non viene chiuso
con una dichiarazione romantica né con una separazione definitiva.
Rimane una possibilità concreta, un’apertura verso il futuro che
conta più della certezza del risultato.
Anche la struttura
metacinematografica acquista così un significato preciso. Gli
attori imparano a interpretare personaggi che non comprendono del
tutto, proprio come ciascuno di noi è chiamato a vivere una vita
che raramente offre spiegazioni complete. Asteroid
City trasforma quindi il proprio finale in una meditazione
sull’accettazione dell’incertezza: il senso non nasce dalla
soluzione di ogni enigma, ma dalla capacità di attraversare il caos
continuando a costruire legami, racconti e speranze.
Billy Elliot,
diretto da Stephen Daldry e
scritto da Lee Hall, è uno di quei film che hanno
saputo trasformare una
storia di formazione in un racconto universale. Ambientato
durante il grande sciopero dei minatori britannici del 1984-1985,
segue il percorso di un ragazzino che scopre una passione
travolgente per la danza classica, trovandosi a combattere contro i
pregiudizi della propria famiglia e dell’ambiente in cui è
cresciuto. A oltre vent’anni dalla sua uscita, il film continua a
emozionare proprio perché riesce a fondere il dramma sociale con
una vicenda profondamente umana.
Chi lo rivede oggi si pone
spesso una domanda precisa: Billy Elliot racconta
davvero una storia accaduta? La risposta è più articolata di quanto
possa sembrare. Il protagonista Billy (Jamie
Bell) è un personaggio di fantasia, ma la sua
vicenda nasce dall’incontro tra fatti storici realmente accaduti e
le esperienze di artisti che hanno vissuto percorsi molto simili.
Comprendere queste influenze permette di cogliere ancora meglio il
significato del film e le ragioni della sua straordinaria
autenticità.
Billy Elliot
non racconta una singola storia vera, ma nasce da eventi storici
reali e da persone realmente esistite
La prima cosa da chiarire è che
Billy Elliot non è il biopic di un ballerino
realmente esistito. Lee Hall ha costruito un
protagonista immaginario, inventando la sua famiglia, la maestra
Mrs. Wilkinson, il padre Jackie e il fratello
Tony. Anche la vicenda personale di Billy è quindi frutto della
sceneggiatura.
Ciò che appartiene pienamente
alla realtà è invece il contesto storico. L’intera storia si svolge
durante lo sciopero dei minatori britannici del 1984-1985, uno
degli eventi sociali più traumatici della storia contemporanea del
Regno Unito. In quel periodo migliaia di famiglie del nord
dell’Inghilterra videro crollare ogni certezza economica mentre il
governo di Margaret Thatcher procedeva alla
chiusura di numerose miniere.
La vita quotidiana mostrata nel
film riflette fedelmente quel momento storico. Le tensioni con la
polizia, gli scontri durante i picchetti, la disoccupazione e il
senso di isolamento delle comunità minerarie sono elementi
documentati che fanno da sfondo alla crescita del protagonista. È
proprio questa ricostruzione accurata a dare al racconto un forte
senso di realismo, pur rimanendo un’opera di finzione.
L’ispirazione di Billy arriva
da artisti che hanno davvero sfidato i pregiudizi del loro
tempo
Pur non raccontando una
biografia precisa, Lee Hall ha dichiarato di
essersi ispirato al percorso del celebre baritono Sir
Thomas Allen, cresciuto anch’egli nel nord-est
dell’Inghilterra. Anche lui proveniva da un ambiente operaio e
riuscì a inseguire la propria vocazione artistica grazie
all’incoraggiamento ricevuto durante gli anni di scuola, fino ad
arrivare al Royal College of Music di Londra.
La sua esperienza offrì allo
sceneggiatore il modello emotivo di un giovane costretto a
confrontarsi con aspettative molto diverse rispetto ai propri
sogni. L’idea centrale del film nasce proprio da questo conflitto:
il talento artistico che cerca spazio in una realtà dominata dal
lavoro manuale e da una concezione molto rigida della
mascolinità.
Negli anni successivi all’uscita
del film è emerso anche il nome di Philip Mosley,
ex ballerino del Royal Ballet, che raccontò come
molte scene fossero sorprendentemente vicine alla sua infanzia.
Nato in una famiglia operaia nello Yorkshire, Mosley iniziò a
studiare danza fin da bambino e ottenne una borsa di studio per la
Royal Ballet School. Alcuni episodi presenti nel
film, come l’entusiasmo nel ballare lungo le strade del quartiere o
le difficoltà vissute in un contesto minerario, richiamano
direttamente la sua esperienza personale. Queste testimonianze
mostrano come Billy rappresenti una sintesi di diverse vite reali,
più che il ritratto di una singola persona.
Il finale del film è
immaginario, ma riflette il percorso vissuto da molti giovani
artisti britannici
Il momento conclusivo di
Billy Elliot, con il protagonista ormai adulto che
danza sul palco come professionista, appartiene alla finzione
narrativa. Tuttavia, il percorso che conduce Billy alla
Royal Ballet School è perfettamente plausibile e
richiama quello affrontato da numerosi ballerini inglesi
provenienti da famiglie operaie.
Anche Philip
Mosley, ad esempio, ottenne una borsa di studio quando
aveva appena nove anni, trasferendosi molto giovane a Londra per
perfezionare la propria formazione. In seguito avrebbe costruito
una brillante carriera all’interno del Royal
Ballet, arrivando infine a ricoprire il ruolo di direttore
artistico della scuola.
Allo stesso modo, Sir
Thomas Allen riuscì a trasformare un talento scoperto tra
i banchi di scuola in una carriera internazionale nell’opera
lirica, diventando uno dei baritoni più importanti della sua
generazione. Entrambi dimostrano che il messaggio centrale del film
ha solide radici nella realtà: talento, determinazione e sostegno
possono permettere di superare limiti imposti dall’ambiente sociale
di provenienza.
Anche il successo dello stesso
Billy Elliot conferma la forza universale di
questo racconto. Dopo il film del 2000, la storia è stata adattata
nel musical Billy Elliot: The Musical, con musiche
di Elton John, diventando uno degli spettacoli
teatrali più apprezzati degli ultimi decenni.
La forza di Billy
Elliot sta nell’unire finzione e realtà senza tradire la
verità del suo messaggio
Alla domanda se Billy
Elliot sia tratto da una storia vera, la risposta corretta
è dunque duplice. La vicenda personale del protagonista è inventata
e non racconta la vita di un unico ballerino realmente esistito.
Allo stesso tempo, il film affonda le proprie radici in un preciso
contesto storico e nelle esperienze autentiche di uomini che hanno
dovuto affrontare gli stessi ostacoli raccontati sullo schermo.
Questa scelta narrativa permette
a Lee Hall e Stephen Daldry di
parlare di molto più della danza. Il film racconta il peso delle
aspettative familiari, la difficoltà di rompere gli stereotipi di
genere, il valore dell’educazione e il coraggio necessario per
scegliere una strada diversa da quella già tracciata.
È probabilmente questo il motivo
per cui Billy Elliot continua a essere considerato
un classico del cinema britannico. Pur ricorrendo alla finzione,
riesce a trasmettere emozioni che affondano in esperienze realmente
vissute da molte persone. La sua verità non risiede nella cronaca
di un singolo individuo, bensì nella capacità di rappresentare
un’intera generazione cresciuta tra sacrifici, cambiamenti sociali
e sogni apparentemente impossibili.
Presencias è un
thriller psicologico del 2022 diretto da Luis
Mandoki, autore che abbandona il melodramma per
confrontarsi con un
horror costruito sull’ambiguità della percezione. Ambientato in
una remota casa di famiglia immersa nei boschi messicani, il film
segue il ritorno dell’attore Víctor, deciso a
vendere la proprietà dove da bambino aveva vissuto il trauma della
morte della sorella. Quello che sembra un classico racconto di
fantasmi si trasforma progressivamente in un’indagine sulla
memoria, sul senso di colpa e sulla fragilità della mente
umana.
Il finale di
Presencias ribalta completamente la prospettiva
dello spettatore. Per gran parte della storia il film suggerisce
l’esistenza di una forza soprannaturale che perseguita il
protagonista, alimentando sospetti sui vicini e sugli abitanti del
paese. L’epilogo, invece, dimostra che il vero orrore non proviene
dalla casa o dal bosco, ma dalla psiche di Víctor. È proprio questa
inversione a dare significato all’intero racconto, trasformando un
horror in un dramma psicologico sulla rimozione del trauma.
Luis Mandoki
utilizza il linguaggio dell’horror psicologico per raccontare una
tragedia familiare fondata sulla memoria repressa
La costruzione narrativa di
Presencias richiama numerosi thriller psicologici
in cui il protagonista diventa un narratore inaffidabile. La regia
di Luis Mandoki sfrutta gli elementi tipici
dell’horror — la casa isolata, i rumori nel buio, le apparizioni
improvvise e l’atmosfera opprimente — per orientare lo spettatore
verso una spiegazione soprannaturale destinata però a essere
progressivamente demolita.
Il personaggio interpretato da
Alberto Ammann è il centro assoluto della
narrazione. Ogni evento viene filtrato attraverso il suo punto di
vista, rendendo impossibile distinguere con certezza tra ciò che
accade realmente e ciò che nasce dalla sua mente traumatizzata.
L’arrivo nella casa paterna riapre infatti una ferita mai guarita:
la morte della sorella durante l’infanzia, un ricordo rimasto
incompleto e deformato dal tempo.
Questa scelta avvicina il film a
quei racconti in cui il mistero coincide con la scoperta della
propria identità. L’indagine di Víctor non riguarda realmente un
assassino nascosto nel bosco, ma un passato che il protagonista ha
sepolto per riuscire a convivere con un dolore troppo grande.
L’orrore diventa quindi una manifestazione della memoria che
ritorna.
Il finale rivela che Víctor è
l’assassino di Alicia e che tutta l’indagine nasce dal suo bisogno
di trovare un colpevole diverso da sé
Dopo essersi risvegliato in
ospedale senza alcun ricordo della notte dell’omicidio di Alicia,
Víctor torna nella casa convinto che una presenza misteriosa abbia
aggredito lui e la moglie. Le sue ricerche lo portano a sospettare
dei vicini Ramirez, mentre gli strani fenomeni che continua a
osservare sembrano confermare l’esistenza di una forza oscura
nascosta tra il bosco e la proprietà di famiglia.
Con il procedere della vicenda,
però, piccoli dettagli iniziano a incrinare questa ricostruzione. I
ricordi riaffiorano attraverso flash improvvisi, le visioni
diventano sempre più personali e la figura della sorella morta
assume un ruolo centrale. Il passato e il presente finiscono così
per sovrapporsi fino alla sconvolgente rivelazione finale.
Víctor scopre infatti di
soffrire di violenti episodi di sonnambulismo. Durante questi stati
di incoscienza perde completamente il controllo delle proprie
azioni, trasformandosi inconsapevolmente nell’autore delle tragedie
che lo perseguitano. È lui ad aver ucciso Alicia durante la prima
notte trascorsa nella casa e, molti anni prima, era già stato
responsabile della morte della sorella. Il colpo di scena diventa
ancora più drammatico quando emerge che anche Manolo è caduto
vittima di un nuovo episodio di violenza inconsapevole. A quel
punto ogni presunta presenza soprannaturale trova una spiegazione
razionale: erano frammenti della memoria che cercavano
disperatamente di emergere.
Le presenze non rappresentano
fantasmi, ma il ritorno della colpa e di un’identità che Víctor ha
cercato di cancellare
Il titolo stesso del film assume
un significato diverso dopo la rivelazione finale. Le “presenze”
non sono spiriti che infestano la casa, bensì le manifestazioni del
trauma represso. Ogni apparizione coincide con un ricordo che la
mente di Víctor rifiuta di accettare, trasformando la colpa in
figure minacciose che sembrano provenire dall’esterno.
La casa di famiglia diventa il
simbolo più evidente di questo processo. Dove il protagonista
sperava di chiudere definitivamente il passato vendendo
l’abitazione, ritrova invece tutte le emozioni che aveva nascosto.
Le stanze, il lago e il bosco conservano una memoria che lui aveva
tentato di rimuovere, costringendolo gradualmente a confrontarsi
con la verità.
Anche i sospetti rivolti ai
Ramirez assumono un valore simbolico. Víctor ha bisogno di
individuare un nemico esterno perché accettare la propria
responsabilità significherebbe distruggere l’immagine che ha
costruito di sé. Il thriller investigativo diventa così il racconto
di un uomo che, inconsapevolmente, conduce un’indagine contro sé
stesso.
La scelta di eliminare il
soprannaturale rafforza il messaggio del film sul peso dei traumi
mai affrontati
Molti horror utilizzano il
fantasma come incarnazione di un passato irrisolto.
Presencias percorre la strada opposta: elimina
qualsiasi spiegazione paranormale e attribuisce ogni evento alla
mente del protagonista. È una decisione narrativa che cambia
completamente il senso della storia.
Il sonnambulismo rappresenta
certamente il meccanismo attraverso cui il film giustifica gli
omicidi, ma il suo valore resta soprattutto metaforico. La perdita
di controllo diventa l’immagine di un trauma che continua ad agire
anche quando il protagonista crede di averlo dimenticato. Le azioni
più terribili vengono compiute proprio nei momenti di totale
inconsapevolezza, suggerendo che il passato trova sempre il modo di
riemergere.
Da questo punto di vista il
paese, apparentemente ostile nei confronti della famiglia
Constantino, contribuisce a creare un clima di isolamento che
amplifica la tragedia personale di Víctor. Nessuno può aiutarlo
davvero perché il nemico non si trova all’esterno. È nascosto nella
parte della sua memoria che continua a negare la realtà.
Il significato del finale di
Presencias è la distruzione dell’identità
costruita sulla rimozione del passato
L’epilogo del film mostra un
uomo incapace di convivere con la verità appena scoperta. Dopo aver
ricostruito i ricordi e compreso di essere responsabile della morte
di Alicia, della sorella e di Manolo, Víctor non vede alcuna
possibilità di redenzione. La decisione di togliersi la vita
conclude il percorso di un personaggio che ha perso definitivamente
ogni punto di riferimento.
Il suicidio non rappresenta una
soluzione eroica, ma la conseguenza estrema di una colpa che il
protagonista non riesce più a sostenere. Per tutto il film aveva
cercato risposte nei fantasmi, nei vicini e nelle superstizioni
locali, evitando inconsapevolmente l’unica spiegazione possibile.
Quando la memoria torna completa, l’identità che aveva costruito
crolla insieme alle sue certezze.
È proprio questo a rendere
Presencias diverso da molti horror contemporanei.
Il vero mostro non è una creatura nascosta nell’oscurità, bensì una
mente incapace di elaborare il proprio trauma. Luis
Mandoki costruisce così un thriller in cui la paura nasce
dalla possibilità che il male possa agire senza consapevolezza,
trasformando il protagonista nella vittima e, allo stesso tempo,
nell’autore delle tragedie che tenta disperatamente di
risolvere.
Che sia un’operazione
riuscita o no, a seconda dei gusti dei tanti che andranno a vederlo
in uno dei suoi innumerevoli formati, c’è quantomeno una certa
affinità tra il regista ossessionato dal tempo e il più celebre
racconto sul ritorno, La Storia per eccellenza. Nessuno si è
veramente sorpreso, infatti, quando è stato annunciato che Christopher Nolan avrebbe portato l’Odissea
al cinema. Il regista premio Oscar propone una rilettura del poema
di Omero, un tentativo di far scendere Ulisse dal piedistallo
dell’eroe classico per trasformarlo in un uomo contemporaneo, più
vulnerabile, più consapevole, meno mitologico e quindi meno
affascinante. L’intenzione è chiara fin dai primi minuti ed è,
sulla carta, anche condivisibile. Il punto è che il film impiega
quasi tre ore per convincersi davvero della propria idea.
Per gran parte del
racconto, Nolan sembra limitarsi a suggerire il cambiamento di
prospettiva del suo protagonista rispetto al materiale classico,
salvo poi riversarlo tutto nel finale. Il risultato è un Ulisse che
arriva ai propri dubbi quasi all’ultimo minuto, come se il regista
stesso si fosse reso conto, solo durante l’ultima traversata verso
Itaca, di dover raccontare un eroe al pubblico del 2026. È qui che
il film perde equilibrio perché ci si dimentica di accompagnare lo
spettatore lungo quella trasformazione che cambia completamente il
personaggio originale.
Il pentito dal
multiforme ingegno
Le caratteristiche che
hanno reso Ulisse immortale – l’ambiguità morale, l’inganno come
forma d’intelligenza, la capacità di manipolare uomini e dèi –
vengono progressivamente smussate. Il suo essere
“polýtropos” (dal multiforme ingegno), viene trattato
come un difetto da superare. È una scelta legittima, e molto
interessante nell’ottica di un racconto moderno, ma che avrebbe
richiesto una costruzione molto più paziente. Così, invece, il
finale appare inevitabilmente anticlimatico, come se Nolan avesse
deciso di tirare le somme prima di aver scritto tutti i passaggi
del ragionamento.
Ed è un peccato, perché
le modifiche al testo originale sono spesso stimolanti. Nolan
modernizza Omero è lo interpreta. Alcune variazioni narrative
sorprendono e funzionano, altre ribaltano aspettative consolidate
senza mai dare l’impressione di voler provocare gratuitamente il
pubblico. Lo stesso finale cambiato rispetto al testo di partenza è
giustificato in maniera organica e sensata secondo il suo punto di
vista.
I primi venti minuti
sono probabilmente la dimostrazione più evidente di ciò che il film
avrebbe potuto essere. L’emozione arriva subito, quasi inattesa. Ed
è altrettanto evidente quale sia il vero centro emotivo della
storia: Penelope.
Qui Nolan trova
un’intuizione molto forte. Prima ancora che il viaggio di Ulisse,
Odissea racconta l’assenza. Il richiamo di casa non più da
parte di chi vuole raggiungerla, ma il tempo sospeso di chi
aspetta. Finché Penelope rimane al centro del racconto, il film
possiede una gravità emotiva sorprendente. Quando invece la
narrazione la abbandona per seguire le peregrinazioni del
protagonista, qualcosa affievolisce.
Paradossalmente, proprio
la parte dell’Odissea che tutti aspettano finisce per essere
la meno coinvolgente. Gli incontri con mostri, maghe e creature
leggendarie si susseguono con un andamento episodico e didascalico.
Più che un viaggio avventuroso sembrano le caselle di una
lista da compilare: Ciclope, fatto. Sirene, fatto. Avanti
il prossimo. L’unica vera eccezione è Circe.
Si tratta probabilmente
la sequenza migliore del film. Nolan si concede finalmente il lusso
di uscire dai propri schemi e costruisce un piccolo gioiello di
body horror che sorprende per eleganza e cattiveria.
Samantha Morton domina la scena con una presenza magnetica,
trasformando un episodio celebre in uno dei pochi momenti in cui il
film sembra davvero divertirsi con il proprio materiale. È una
deviazione rispetto a Omero che funziona proprio perché non ha
paura di essere cinema prima ancora che letteratura.
Un’Odissea senza magia
Più in generale, tutto
l’apparato fantastico viene ridotto al minimo. Una scelta coerente
con l’impostazione dell’opera. Questo è un film interessato agli
esseri umani, gli dei e le creature vanno in secondo piano. Le
creature mitologiche compaiono poco e quando lo fanno vengono
trattate quasi come intrusioni in un mondo che Nolan vuole
mantenere sorprendentemente concreto. Le Sirene cedono persino a un
immaginario piuttosto hollywoodiano, senza però occupare davvero
spazio nel racconto.
Il problema è che,
eliminando il senso del meraviglioso, il film dimentica spesso di
sostituirlo con qualcos’altro.
L’incontro con Scilla e
Cariddi, ad esempio, lascia addosso molta meno tensione di quella
che promette. La discesa nell’Ade, invece, è forse il momento più
deludente dell’intera avventura. Un episodio che nel poema possiede
un’aura quasi sacrilega qui diventa sorprendentemente ordinario,
privo di quella dimensione inquietante che avrebbe dovuto renderlo
memorabile. È l’esigenza di coerenza totale di Nolan che riduce
all’osso le scenografie, realistiche, sobrie, che restituiscono la
lettura minimalista del mito. Eppure è difficile non avere
l’impressione che il film sia, a tratti, più povero che essenziale.
Nolan rinuncia a una spettacolarità che avrebbe potuto concedersi
senza compromettere il proprio progetto artistico. Il risultato è
un’opera visivamente rigorosa, ma raramente coinvolgente.
Viene quasi il sospetto
che, ancora una volta, Nolan abbia scelto la più grande storia mai
raccontata solo per affrontare una sfida tecnica mai tentata,
titanica: girare un film completamente in IMAX. Solo una storia
così grande poteva essere all’altezza di un progetto così
ambizioso. Del resto è un autore che ama costruire dispositivi
cinematografici prima ancora che mondi narrativi. Qui il
dispositivo funziona perfettamente. È il mondo che, ogni tanto,
sembra respirare poco.
Nolan è un ingegnere
dell’immagine
Sul piano tecnico,
naturalmente, c’è ben poco da contestare. La regia è precisissima,
il controllo dell’immagine assoluto e la soundtrack percorre strade
insolite, contribuendo a costruire un’identità sonora molto
riconoscibile. Un meccanismo perfetto che chiude la porta
al disordine delle emozioni.
I personaggi di
Odissea sembrano più raccontati che vissuti, le loro
fragilità vengono viste, ma non sentite. Le figure
femminili, tallone d’Achille di Nolan, risultano meno
approfondite di quanto meritino. E nonostante questo, Penelope
resta il personaggio migliore, il vero paradosso dell’intera
operazione: Nolan sembra aver intuito che il cuore
dell’Odissea sia la donna che aspetta Ulisse. Poi, però, non
trova mai davvero il coraggio di spostare il baricentro del
racconto verso di lei. L’occasione di trasformare Penelope in una
protagonista finalmente contemporanea è contemplata ma resta lì, a
un passo dall’essere colta.
Odissea è un’opera intelligente, coerente e
formalmente ineccepibile, le sue riscritture del poema sono quasi
sempre motivate e spesso convincenti. Nolan dimostra ancora una
volta di non avere alcun interesse per la nostalgia o per la
semplice illustrazione dei classici, che preferisce discutere,
mettere in crisi, riscrivere.
Quello che sorprende è
che, per la prima volta da molto tempo, sembri meno interessato
alle persone che alle idee. Il suo Ulisse è un uomo moderno, pieno
di dubbi e rimpianti. Ma i dubbi arrivano tardi, i rimpianti solo
alla fine, e il viaggio che dovrebbe portarli alla luce finisce per
sembrare meno avventuroso e meno emozionante del previsto. Manca un
cuore emotivo forte che tenga insieme tutte queste buone
intuizioni.
Il ritorno di Robert Pattinson nell’universo DC
avverrà più tardi del previsto. Sono passati quasi cinque anni
dalla fine di The
Batman nel 2022, con Pattinson come ultimo interprete
del Cavaliere Oscuro sul grande schermo. Tuttavia, la strada verso
il sequel si è rivelata più difficile del previsto e, sebbene le
riprese siano già in corso,
DC Studios ha ufficialmente
posticipato The Batman – Parte II al 18
febbraio 2028. Al momento della stesura di questo articolo, né DC
né Warner Bros. Discovery hanno fornito una motivazione ufficiale.
Tuttavia, Matt Reeves ha condiviso sui suoi profili social
ufficiali una prima immagine di Pattinson di nuovo nei panni di
Batman, in riferimento al rinvio dell’uscita del film.
L’universo di Batman avrebbe dovuto
inizialmente riprendere il 1° ottobre 2027, arrivando nelle sale
solo pochi mesi dopo l’imminente Man of Tomorrow di James
Gunn, anch’esso in fase di riprese. Sarebbe stata la prima
volta che la Warner Bros. avrebbe distribuito film live-action di
Batman e Superman nello stesso anno.
Resta da vedere se Reeves o Gunn
chiariranno le ragioni del rinvio di The Batman – Parte
II. Sebbene il franchise di Pattinson esista al di fuori
dell’Universo DC, questo potrebbe avere un impatto diretto sugli
altri piani dei DC Studios per il Cavaliere Oscuro.
Cosa significa il rinvio per l’Universo DC?
Mentre il Capitolo 1: “Dei e Mostri” dell’Universo DC ha in
programma un reboot di Batman, il rinvio del film di Reeves
significa probabilmente che The Brave and The Bold non arriverà
sul grande schermo per qualche anno. Gunn ha precedentemente
affermato di non avere intenzione di avere due versioni di Bruce
Wayne sul grande schermo nello stesso anno di uscita.
Nonostante il cast di The
Batman – Parte II stia girando da diverse settimane senza
problemi segnalati durante le riprese principali, il rinvio al 2028
rende la situazione ancora più confusa. Il pubblico ha già iniziato
a esprimere la propria frustrazione sui social media.
Sebbene i dettagli sul sequel siano
ancora tenuti segreti, il prossimo film di supereroi di Reeves
vedrà la partecipazione di diversi volti nuovi, con ben tre attori
del Marvel Cinematic Universe.
Sebastian Stan, Scarlett Johansson e Brian Tyree
Henry, che interpretano rispettivamente Bucky Barnes,
Natasha Romanoff e Phastos, si uniscono al cast DC.
I ruoli di Henry e Johansson non
sono stati ancora ufficialmente rivelati, ma si vocifera che Stan
interpreterà Harvey Dent. Tuttavia, sono recentemente emerse foto
dal set che ritraggono l’attore con la testa rasata, alimentando le
voci secondo cui interpreterà Victor Zsasz, ma la notizia non è
stata né confermata né smentita ufficialmente.
Francesco Totti e
Sony Pictures Italia insieme in occasione dell’uscita in sala di
Spider-Man: Brand New Day, il nuovo capitolo
della saga nelle sale italiane dal 29 luglio.
Un eroe resta un eroe,
anche quando nessuno lo riconosce più. È l’idea da cui parte il
nuovo spot di Sony Pictures Italia per Spider-Man:
Brand New Day. Nel precedente capitolo della saga
(Spider-Man: No Way Home), Peter
Parker è stato privato della sua identità: nessuno ricorda chi sia
né sa più chi si cela dietro la maschera dell’arrampicamuri.
Lo spot immagina che la
stessa sorte tocchi a uno dei volti più importanti del calcio
italiano: Francesco Totti si muove in una Roma che improvvisamente
non lo riconosce. Il barista di sempre lo serve come un cliente
qualunque, i passanti non si voltano, nessuno gli chiede un selfie;
persino in fila alla gastronomia è un uomo come tanti. Spaesato ma
mai fuori posto, il Capitano attraversa il centro della città fino
al momento in cui la sua vera identità, inevitabilmente,
emerge.
“Quando me l’hanno
proposta, ho riso subito. Pensare di girare per Roma e che nessuno
mi riconosca… È stato divertente, per una volta, passare
inosservato.” ha dichiarato il calciatore.
Il racconto si muove tra
ironia e una sottile malinconia, costruendo un parallelismo
naturale tra il supereroe dimenticato e l’eroe di Roma per
eccellenza. Peter Parker narra lo spot, offrendoci la chiave di
lettura e la prospettiva del vero protagonista di questo lancio.
Anche in questa occasione, come nella saga interpretata da Tom
Holland, la voce è dal suo doppiatore italiano, Alex
Polidori.
“L’universo narrativo
di Spider-Man e quello sportivo condividono da sempre un elemento
fondamentale: la capacità di trasformare persone comuni in simboli
riconosciuti da milioni di persone. Per questo Francesco Totti si è
rivelato il volto perfetto per raccontare, con la sua ironia e il
suo carisma unico, uno dei temi centrali di Spider-Man: Brand New
Day.” spiega Alessia Garulli, VP Marketing &
Theatrical Distribution di Sony Pictures Italia.
Lo spot, diretto da
Giorgio Testi, è stato ideato e realizzato dall’agenzia creativa
Crafted e da Groenlandia -Talent Management: Damiano Biondi –
Global Leader in Sport FZCO
Il reboot
cinematografico di G.I.
Joe compie un passo importante verso la produzione.
Secondo quanto riportato da
Nexus Point
News, Bradley Cooper
avrebbe sostituito Chris
Hemsworth nel ruolo principale del nuovo film scritto
da Danny McBride
per Paramount.
L’uscita di scena di Hemsworth sarebbe avvenuta per motivi non resi
noti, mentre il progetto potrebbe entrare in produzione già entro
la fine dell’anno.
La
scelta di Cooper
non è del tutto inaspettata. L’attore ha già lavorato con
Danny McBride in
Aloha di
Cameron Crowe e ha
partecipato con un cameo alla serie HBO The Righteous Gemstones, interpretando
Elijah Gemstone.
Secondo la testata americana, sarebbe stata proprio la
sceneggiatura firmata da McBride a convincere Cooper ad accettare il progetto, destinato
a rilanciare completamente il franchise dopo il deludente risultato
commerciale di Snake Eyes: G.I. Joe – Le origini.
La notizia rappresenta un cambio di rotta significativo per una
saga che negli ultimi anni ha perso progressivamente slancio.
L’arrivo di un interprete del calibro di Bradley Cooper, reduce da progetti molto
diversi tra loro sia davanti che dietro la macchina da presa,
suggerisce che Paramount voglia puntare su un reboot più autoriale
e meno legato alla formula dei precedenti adattamenti.
Il reboot punta a
rifondare una saga che non è mai riuscita a trovare
continuità
Il nuovo G.I.
Joe non sarà un seguito dei film precedenti, ma una
ripartenza completa. Il franchise live-action comprende finora
G.I. Joe – La nascita dei
Cobra (2009), G.I. Joe – La
vendetta (2013) e Snake Eyes: G.I. Joe – Le
origini (2021). I primi due hanno ottenuto
risultati soddisfacenti al botteghino nonostante recensioni
contrastanti, mentre il film dedicato a Snake Eyes, interpretato da
Henry Golding,
si è rivelato un pesante insuccesso commerciale, rendendo
inevitabile un ripensamento dell’intera proprietà.
Nei mesi scorsi Paramount aveva affidato lo sviluppo di due
sceneggiature differenti, una a Danny McBride e una a Max Landis. Lo studio ha poi deciso di
proseguire esclusivamente con la versione di McBride, interrompendo quella di
Landis per
divergenze creative. Ora il progetto sembra avvicinarsi
concretamente alla pre-produzione.
Parallelamente, Bradley
Cooper è
impegnato nel prequel di Ocean’s Eleven, che sta dirigendo, scrivendo e
interpretando. Successivamente dovrebbe dedicarsi proprio a
G.I. Joe, mentre
tra i suoi prossimi lavori figura anche il film di
Sean
Penn dedicato agli eventi del 6 gennaio, le cui
riprese sono previste per la fine del 2027.
Per Paramount,
questa nuova incarnazione rappresenta probabilmente l’ultima
occasione per riportare G.I. Joe tra i grandi franchise d’azione
hollywoodiani. Il coinvolgimento di Danny McBride, autore dal tono molto
riconoscibile, e di un interprete come Bradley Cooper lascia immaginare un film
meno convenzionale rispetto ai capitoli precedenti. Resta da capire
se questa nuova identità sarà sufficiente per riconquistare un
pubblico che negli ultimi anni ha progressivamente abbandonato la
saga.
George Lucas torna
a parlare del modo in cui Hollywood realizza i blockbuster
contemporanei e lo fa con una critica diretta al crescente peso di
focus group e test screening. Il creatore di Star Wars sostiene che gli studios
abbiano progressivamente ceduto il controllo creativo al pubblico,
finendo per costruire film modellati sulle reazioni degli
spettatori invece che sulla visione degli autori. Un’affermazione
che riapre il dibattito sul delicato equilibrio tra libertà
artistica ed esigenze commerciali.
In
un’intervista rilasciata ad A Rabbit’s Foot, Lucas ha spiegato di non avere mai creduto
nell’uso dei focus group come strumento per determinare le scelte
narrative. Secondo il regista, ascoltare il pubblico è utile per
comprendere le sue reazioni, ma non dovrebbe mai trasformarsi in un
processo decisionale. Ha dichiarato:
“Non mi piacciono i focus
group. Il pubblico non sa cosa vuole vedere. Se un personaggio non
piace, è interessante, e come regista voglio capire perché. Ma
quando gli studios sentono una cosa del genere, traggono la
conclusione sbagliata. Finiscono per lasciare che sia il pubblico a
realizzare il film. Oggi questa tendenza è diventata estrema: tutto
ruota attorno a ciò che pensano i fan. Non è così che si fa un
film. Un film nasce trovando qualcuno che sappia fare cinema, che
abbia una storia da raccontare e che ci metta
passione.”
Il regista ha poi ricordato quale dovrebbe essere, a suo avviso, il
vero motore del cinema: “Si va al cinema perché le storie ci emozionano. L’arte è un
mezzo emotivo.” Le sue parole arrivano in un momento in
cui sempre più produzioni utilizzano proiezioni di prova per
modificare scene, finali e perfino interi personaggi prima
dell’uscita nelle sale. Una pratica ormai consolidata che continua
però a dividere autori e produttori.
La posizione di
Lucas riapre il dibattito sul rapporto tra creatività e
pubblico
L’intervento di George
Lucas trova conferma anche in episodi recenti raccontati
da altri registi. James Gunn,
ad esempio, ha rivelato che durante le proiezioni test di Superman parte del pubblico aveva
criticato una scena in cui l’Uomo d’Acciaio salva uno scoiattolo mentre
la città viene attaccata da un gigantesco Kaiju. Nonostante le
reazioni negative, il regista ha deciso di mantenerla nel montaggio
definitivo, convinto che fosse coerente con la natura del
personaggio.
Allo stesso tempo, Lucas ha affrontato anche il tema dell’intelligenza
artificiale, mostrando un atteggiamento molto più aperto rispetto a
molti colleghi. Secondo il regista, l’AI rappresenta uno strumento
destinato a semplificare il processo creativo e non qualcosa da
contrastare a priori.
“L’intelligenza
artificiale rende molto più semplice fare film. È come dire: ‘Credo
che il cavallo e la carrozza siano ancora il futuro. Le automobili
si rompono, hanno bisogno di benzina e un giorno diventeranno carri
armati’. Non puoi farci nulla. È il progresso, è il
futuro.”
Pur riconoscendo i rischi della tecnologia, Lucas ritiene che la stessa AI
possa offrire strumenti per combattere disinformazione e
manipolazione: “Se vuoi
un’intelligenza artificiale che ti dica quando qualcosa è falso e
da dove proviene, può farlo. Gli esseri umani non sono abbastanza
intelligenti per riuscirci. La responsabilità resta sempre delle
persone: se fai qualcosa di illegale devi risponderne. È
esattamente come nella vita reale.”
Le dichiarazioni del creatore di Star
Wars fotografano uno dei grandi dilemmi dell’industria
contemporanea. Da una parte gli studios cercano di ridurre i rischi
affidandosi ai dati raccolti dal pubblico, dall’altra molti autori
continuano a difendere l’idea che il cinema debba nascere prima di
tutto da una visione creativa. In un’epoca in cui franchise e fan
community influenzano sempre di più le produzioni, le parole di
Lucas ricordano
che il successo di un film non può essere costruito soltanto
inseguendo ciò che gli spettatori pensano di voler vedere.
L’universo
di The
Conjuring è pronto ad aprire un nuovo capitolo.
Secondo le ultime indiscrezioni, Garrett Wareing e Amanda Fix interpreteranno le versioni più giovani
di Ed e
Lorraine Warren in
The Conjuring: First
Communion, prequel della celebre saga horror. La notizia
non è stata ancora confermata ufficialmente dal team del franchise,
ma segna il primo vero passaggio di testimone dopo l’addio di
Patrick Wilson
e Vera Farmiga,
protagonisti di tutti i capitoli principali fino a The Conjuring – Il rito finale.
I
due nuovi interpreti raccolgono un’eredità importante.
GarrettWareing è noto per The Long Walk
e Manifest, mentre
Amanda Fix si è
fatta conoscere grazie a Orphan Black: Echoes e Teenage Sex and Death at Camp Miasma. Il
prequel sarà diretto da Rodrigue Huart, con una sceneggiatura firmata da
Richard Naing e
Ian Goldberg,
anche se la trama resta ancora avvolta nel mistero. L’uscita nelle
sale è prevista per il 10
settembre 2027.
La scelta di rinnovare i protagonisti dimostra la volontà di
trasformare The
Conjuring in un franchise capace di sopravvivere ai suoi
interpreti storici. Dopo oltre dieci anni di racconti dedicati ai
casi paranormali dei coniugi Warren, la saga sembra pronta a
tornare alle origini, raccontando gli anni della loro formazione. È
una direzione che permette di espandere ulteriormente la cronologia
dell’universo narrativo senza rinunciare ai personaggi che ne hanno
decretato il successo.
Il prequel
raccoglie l’eredità dei Warren e apre una nuova fase della
saga
Con undici film all’attivo tra capitoli principali e spin-off come
Annabelle e The Nun, The Conjuring è diventato uno dei
franchise horror più redditizi della storia del cinema, superando i
2,5 miliardi di dollari d’incasso nel mondo. La forza della serie è
sempre stata la capacità di costruire un universo condiviso attorno
alle presunte indagini paranormali realmente condotte da
Ed e
Lorraine
Warren.
L’uscita di scena di Patrick Wilson e Vera Farmiga era stata anticipata dagli
stessi attori. In un’intervista concessa a ScreenRant, Vera Farmiga ha dichiarato:
“Per quanto ne sappiamo,
abbiamo appeso i rosari al chiodo. Il crocifisso è tornato al suo
posto sul muro, e finisce qui. Le batterie delle nostre torce si
sono scaricate.”
Anche Patrick
Wilson ha confermato che The Conjuring – Il rito
finale rappresenta la conclusione naturale del
loro percorso: “So
soltanto che, per il momento, questo è il termine del nostro
viaggio ed è così che abbiamo affrontato questo film. Ci è sembrato
il modo giusto per concludere la serie che abbiamo costruito fino a
oggi.”
Il nuovo prequel avrà quindi il compito di conquistare il pubblico
senza poter contare sulla coppia che ha definito l’identità della
saga. La scelta di raccontare una fase ancora inesplorata della
vita dei Warren offre però un’opportunità narrativa interessante:
costruire nuovi equilibri, approfondire il rapporto tra i due
protagonisti e mostrare come siano diventati i celebri
investigatori del paranormale conosciuti nei film precedenti. Se il
cambio di interpreti convincerà i fan, The Conjuring potrebbe inaugurare una
seconda vita destinata a proseguire ancora per molti anni.
A sorpresa,
Xolo Maridueña
tornerà ufficialmente a vestire i panni di Blue Beetle nel nuovo film del DC
Universe, Man of Tomorrow. La notizia,
riportata da Deadline e confermata da fonti vicine alla
produzione, segna il primo ritorno cinematografico dell’attore nei
panni di Jaime
Reyes dopo il film del 2023
(leggi
qui la recensione) diretto da Ángel Manuel Soto. Sebbene
DC Studios non
abbia ancora commentato ufficialmente l’indiscrezione, l’ingresso
del personaggio nel sequel di Superman rappresenta un passo
importante per la costruzione del nuovo universo condiviso guidato
da James Gunn e
Peter Safran.
Il
cast del film continua così ad ampliarsi. Accanto a David
Corenswet nel ruolo di Superman ritroveremo
Nicholas Hoult
come Lex Luthor,
Rachel
Brosnahan nei panni di Lois Lane, Lars Eidinger come Brainiac, Nathan Fillion (Guy Gardner), Isabela Merced (Hawkgirl), Edi Gathegi (Mister Terrific),
Skyler Gisondo,
Sara Sampaio,
Adria Arjona e
Aaron Pierre. Le
riprese sono in corso ad Atlanta dallo scorso aprile e
proseguiranno per tutta l’estate.
Il ritorno di Blue
Beetle è probabilmente uno dei segnali più chiari della
direzione intrapresa da DC Studios. Dopo mesi di dubbi sul destino del
personaggio, il suo reinserimento in un film corale suggerisce che
il lungometraggio del 2023 non sarà considerato un episodio
isolato, ma una delle fondamenta del nuovo DCU. È una scelta che
valorizza uno dei protagonisti più giovani dell’universo DC e
amplia il ventaglio di eroi destinati a convivere sul grande
schermo.
Jaime Reyes
diventa una pedina del nuovo DC Universe
L’esordio cinematografico di Blue Beetle raccontava la storia di
Jaime Reyes,
neolaureato che, tornando a casa senza un futuro definito, entrava
casualmente in possesso dello Scarabeo alieno capace di
trasformarlo in un potente supereroe. Il film seguiva la sua lotta
contro Victoria
Kord e la multinazionale Kord Industries, introducendo anche
personaggi come Jenny
Kord e Milagro
Reyes, oltre a costruire un racconto fortemente legato ai
temi della famiglia e dell’identità.
Da allora il futuro del personaggio era rimasto incerto. Nel 2024
era stata annunciata una serie animata dedicata a
Blue Beetle,
sviluppata da Miguel
Puga insieme a Warner Bros. Animation e DC Studios, ma il progetto non ha più
ricevuto aggiornamenti dopo il cambio di strategia di
HBO
Max, che ha progressivamente ridotto gli investimenti
nei contenuti destinati al pubblico più giovane.
L’inserimento di Jaime
Reyes in Man of
Tomorrow potrebbe quindi rappresentare la vera ripartenza
del personaggio. La presenza contemporanea di eroi come
Hawkgirl,
Guy Gardner,
Mister Terrific
e ora Blue
Beetle lascia immaginare un film che andrà oltre la
semplice avventura di Superman, gettando le basi per le future alleanze
del nuovo DC Universe. Per il franchise è un messaggio preciso: gli
eroi introdotti negli ultimi anni non verranno necessariamente
azzerati, ma potranno trovare una nuova collocazione all’interno
della visione condivisa di James
Gunn.
La quarta
puntata della terza stagione di House of the Dragon ha
introdotto un dettaglio destinato a far discutere i lettori di
Fuoco e Sangue.
Una scena apparentemente secondaria suggerisce infatti che
Helaena Targaryen sia incinta, una scelta
completamente assente nel romanzo di George R.R. Martin. È una
modifica che potrebbe sembrare marginale, ma che in realtà rischia
di cambiare profondamente uno degli archi narrativi più tragici
dell’intera Danza dei Draghi.
L’adattamento HBO ha già dimostrato di essere disposto a prendere
le distanze dal materiale originale, ma poche decisioni hanno
suscitato tante discussioni quanto l’eliminazione di
Maelor Targaryen,
il terzo figlio di Aegon II e Helaena. La possibile gravidanza
introdotta nella serie sembra ora suggerire che gli sceneggiatori
stiano cercando una strada alternativa per arrivare allo stesso
punto emotivo raccontato nei libri. La domanda, quindi, non è
soltanto cosa accadrà a
Helaena, ma perché la serie abbia deciso di riscrivere uno
dei passaggi più dolorosi dell’opera di Martin.
La gravidanza di
Helaena potrebbe essere il modo con cui House of the Dragon
sostituisce la tragedia di Maelor
Nei romanzi di Fuoco e
Sangue, Helaena è una delle vittime più devastate dalla
guerra civile dei Targaryen. Dopo l’assassinio del figlio Jaehaerys
da parte di Blood e Cheese, il trauma della regina è ancora più
profondo perché gli assassini la costringono a scegliere quale dei
suoi due figli maschi dovrà morire. Helaena indica il più piccolo,
Maelor, ma i
sicari uccidono invece l’erede Jaehaerys, condannando la madre a
convivere con il senso di colpa di aver “scelto” il figlio
sopravvissuto.
La serie ha modificato radicalmente questa sequenza eliminando
Maelor. In televisione Helaena deve semplicemente indicare quale
dei due gemelli sia il maschio, privando quella scena della
terribile ironia tragica immaginata da George R.R. Martin. Senza
Maelor, viene meno anche il principale motore psicologico che nei
libri conduce Helaena verso il proprio destino.
È
proprio in questo contesto che la gravidanza assume un significato
molto più importante di quanto sembri. Introducendo un nuovo
figlio, gli sceneggiatori sembrano voler ricostruire
artificialmente quel peso emotivo che avevano eliminato con la
soppressione del personaggio. Non sarebbe quindi una semplice
aggiunta narrativa, ma una correzione destinata a recuperare una
funzione drammatica perduta.
Il vero tema non è
la gravidanza, ma il senso di colpa che definisce Helaena come
personaggio
L’arco narrativo di Helaena non parla soltanto della perdita dei
figli. Parla soprattutto del rapporto tra maternità, colpa e
destino. In Martin, ogni tragedia della Danza dei Draghi produce
conseguenze psicologiche permanenti e raramente gli eventi esistono
soltanto per scioccare lo spettatore.
Eliminando Maelor, House
of the Dragon aveva inevitabilmente indebolito questa
costruzione. Il trauma della protagonista rimane, ma perde quella
dimensione quasi shakespeariana che rendeva il suo percorso uno dei
più dolorosi dell’intero romanzo. Nei libri Helaena vive ogni
giorno accanto al figlio che aveva indicato come vittima designata,
trasformando il senso di colpa in una condanna quotidiana. È questo
lento logoramento emotivo, più ancora dell’omicidio di Jaehaerys, a
definire il personaggio.
Se la serie sta davvero introducendo una nuova gravidanza per
sostituire quella funzione narrativa, significa che gli autori
hanno compreso quanto fosse indispensabile offrire a Helaena una
nuova ferita capace di giustificare le sue future scelte. Resta
però da capire se una soluzione costruita ex novo riuscirà ad avere
la stessa forza della tragedia concepita da Martin.
House of the
Dragon continua a privilegiare la coerenza televisiva rispetto alla
fedeltà ai romanzi di George R.R. Martin
Fin dalla prima stagione, House of the Dragon non ha mai cercato un
adattamento letterale di Fuoco e Sangue. A differenza di A Knight of the Seven
Kingdoms, che segue molto fedelmente il materiale
originale, la serie dedicata alla Danza dei Draghi interpreta
continuamente gli eventi, elimina personaggi e modifica cronologie
per adattarle al linguaggio televisivo.
L’assenza di Maelor è probabilmente l’esempio più evidente di
questa filosofia. All’inizio poteva sembrare una semplice
semplificazione del cast, ma gli episodi successivi hanno
dimostrato quanto quella scelta abbia avuto ripercussioni
sull’intero arco di Helaena. La gravidanza introdotta nella terza
stagione appare quindi come il tentativo di riallineare il percorso
del personaggio senza rinunciare alle modifiche già apportate.
È
una soluzione che potrebbe funzionare sul piano televisivo, ma che
evidenzia anche un aspetto ormai evidente dell’adattamento HBO:
ogni cambiamento genera inevitabilmente nuovi cambiamenti. Quando
si modifica un tassello fondamentale della storia, l’intera
costruzione narrativa deve essere ripensata. La possibile
riscrittura del destino di Helaena rappresenta forse il caso più
emblematico di questo effetto domino.
La seconda metà del 2026 ci offrirà
una serie invidiabile di Ciclopi, tra cinema e serie tv. Che si
tratti del classico mostro gigante dell’antica mitologia che
vedremo in Odissea o di uno dei più famosi X-Men
dei fumetti Marvel, quest’anno si possono
trovare diversi Ciclopi sparsi in giro.
In primo luogo, abbiamo visto i
Ciclopi con un occhio solo mi matrice greca, vale a dire il
Polifemo di Omero. Poi c’è Scott Summers della Marvel, alias
Ciclope, il cui nome mutante deriva dalla visiera con un occhio che
indossa per controllare i suoi potenti raggi ottici.
Tra L’Odissea di Christopher Nolan, i progetti MCU
e progetti più popolari, il pubblico ha già visto (o sta per
vedere) più Ciclopi sullo schermo che in qualsiasi altro anno negli
ultimi tempi, rendendo il 2026, per coincidenza, abbastanza
memorabile per uno dei più antichi mostri ricorrenti conosciuti
nella narrativa.
Nel 2026, i ciclopi sono ovunque
nei film e in tv nel 2026
L’Odissea
di Christopher Nolan è senza dubbio una delle
ragioni principali per cui i Ciclopi più tradizionali sono nei
pensieri di tutti. Si conferma che il tanto atteso adattamento
dell’opera di Omero vedrà Polifemo protagonista della sua scena,
quando l’Ulisse di Matt
Damon e il suo equipaggio incontrano il mostruoso
gigante durante il loro lungo viaggio verso casa pieno di prove
pericolose.
Detto questo, il blockbuster IMAX
di Nolan non è certo l’unico progetto a includere una sorta di
Ciclope sullo schermo.
L’inizio di luglio ha visto
arrivare al cinema anche il film d’animazione della Illumination
Minions & Monsters. Il film si apre
con una tribù di servitori (alcuni dei quali hanno un solo occhio)
al servizio di un Ciclope senza nome nell’antica Grecia, almeno
fino a quando uno dei servitori (James) provoca accidentalmente la
morte del mostro, costringendo i servitori a cercare un nuovo
capo.
Allo stesso modo, i Marvel Studios
hanno fatto un ottimo lavoro nel mantenere Ciclope in prima linea
nelle menti dei fan Marvel nel 2026. A metà della sua seconda
stagione, la serie animata X-Men
’97 ha fatto miracoli per la reputazione sullo
schermo di Scott Summers, e lo stesso vale per la sua recente
aggiunta al crescente elenco di eroi giocabili di Marvel
Rivals. La Marvel ha anche appena regalato a Ciclope la sua
miniserie a fumetti, che si è appena conclusa a giugno, che ha
visto Summers affrontare i cyborg assassini di mutanti conosciuti
come Reavers senza la sua visiera di quarzo rubino.
Ma non è finita qui, c’è ancora
Avengers:
Doomsday a dicembre, che vedrà il ritorno di
James Marsden nei panni del Ciclope
live-action insieme ad altri importanti attori degli X-Men mentre
si incrociano con i Vendicatori per la prima volta nell’MCU.
Odissea non
è la prima volta che Polifemo appare sullo schermo nel 2026
Ironicamente, il film di
Christopher Nolan non segnerà nemmeno la prima
apparizione sullo schermo di Polifemo quest’anno. Questo perché una
versione dello stesso Ciclope che affrontò Ulisse è stata inclusa
nella seconda stagione di Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo della
Disney.
Adattando il secondo libro di Percy
Jackson di Rick Riordan, intitolato Il mare
dei mostri, il figlio di Poseidone e i suoi compagni eroi
incontrano Polifemo migliaia di anni dopo aver affrontato Ulisse,
lavorando insieme per sconfiggere il Ciclope accecato e affrontando
anche molte delle stesse prove e pericoli che Ulisse e i suoi
uomini affrontarono una volta.
Quando si combinano queste
apparizioni mitologiche dei Ciclopi con le continue apparizioni di
Scott Summers in X-Men
’97, il suo ritorno live-action in
Avengers: Doomsday e oltre,
è facile vedere come il 2026 sia diventato a tutti gli effetti
l'”Anno dei Ciclopi“. Non importa se si tratta di
leggendari giganti con un occhio solo o mutanti con visiera a lente
singola, il pubblico è destinato a divertirsi con Ciclopi da
qualche parte con una varietà così impressionante di progetti
diversi.
Prime Video ha svelato il trailer ufficiale di Novak
Djokovic: Il lupo d’inverno, il documentario che
racconta lo straordinario percorso di Novak Djokovic, considerato
il più grande tennista di tutti i tempi, che ha iniziato a giocare
sui difficili campi della Serbia per poi diventare il campione più
titolato nella storia del tennis maschile. Prodotto da Words +
Pictures di Connor Schell, da Sadoux Productions e dal regista
Jason Hehir (The Last Dance), NOVAK DJOKOVIC: Il
lupo d’inverno sarà disponibile dal 20 agosto in anteprima
esclusiva su Prime Video in oltre 240 Paesi e territori nel mondo.
Il documentario è l’ultima novità inclusa nell’abbonamento
Prime.
La storia di Novak Djokovic non è
ancora completamente tracciata, ma la sua eredità nel tennis è già
senza eguali. Con 24 titoli del Grande Slam (il numero più alto
nella storia del tennis maschile), oltre 1.100 vittorie in
singolo in carriera, una medaglia d’oro olimpica, il record di 428
settimane al primo posto della classifica mondiale e un numero di
partecipazioni ai tornei del Grande Slam maggiore di qualsiasi
altro giocatore dell’Era Open, Djokovic ha riscritto i libri dei
record e ridefinito il concetto di eccellenza nello sport
professionistico. Sotto praticamente ogni parametro statistico, è
il più grande tennista di tutti i tempi. Eppure, nonostante tutto
ciò che ha realizzato, Djokovic rimane una delle figure più
complesse e polarizzanti dello sport moderno: un campione la cui
grandezza è innegabile, ma la cui storia non è mai stata pienamente
compresa.
NOVAK DJOKOVIC: Il lupo
d’inverno indaga su cosa muove questo atleta unico nel suo
genere, svelando gli aspetti più nascosti di un uomo forgiato in
circostanze straordinarie. Nato nella Serbia dilaniata dalla
guerra, Djokovic è cresciuto tra conflitti e difficoltà economiche,
mentre la sua famiglia affrontava grandi sacrifici per sostenere la
sua carriera tennistica. Al suo ingresso sulla scena
professionistica, non fu accolto a braccia aperte, ma con
resistenza: era percepito come un intruso poco gradito pronto a
sconvolgere l’amata rivalità tra Federer e Nadal, elevata dai
tifosi a mito. Mentre i suoi predecessori si comportavano con
misurata eleganza, Djokovic era schietto, appassionato e senza
filtri: un giocatore che mostrava apertamente ogni emozione e la
cui intensità a volte lo metteva in contrasto proprio con il
pubblico davanti al quale si esibiva.
Grazie all’accesso esclusivo al
dietro le quinte dei principali tornei, al suo intenso programma di
allenamento e ai momenti più intimi trascorsi a casa con la
famiglia e gli amici, il documentario offre uno sguardo rivelatore
e senza precedenti sul mondo di Djokovic. Con interviste esclusive
allo stesso Djokovic, a sua moglie Jelena, alla sua famiglia e a
figure di spicco del mondo del tennis – tra cui Rafael Nadal, Andre
Agassi, Pete Sampras, Boris Becker e Jim Courier, oltre ai
giornalisti sportivi Mary Carillo, Patrick McEnroe, Howard Bryant,
Chris Clarey e Matthew Futterman – il documentario traccia il
ritratto di una figura complessa, i cui momenti difficili sono
indissolubilmente legati alla grinta che lo ha reso un
campione.
Presentato da Prime Video
Sports, NOVAK DJOKOVIC: Il lupo d’inverno è una
produzione di Words + Pictures in collaborazione con Little
Room Films, in associazione con Sweet Relief e Sadoux
Productions. Il film è diretto da Jason Hehir e prodotto da Connor
Schell, Libby Geist, Alexa Conway, Aaron Cohen e Nick Eisenberg di
Words + Pictures, Jason Hehir di Little Road Films, Sadoux Kim
di Sadoux Productions e Jeff Blackburn, Alexandra Dell e William
P. Zagger.
Da anni il
nome di Jensen Ackles è tra quelli più
richiesti dai fan per interpretare Batman nel nuovo DC
Universe di James
Gunn. Dopo mesi di silenzio, l’attore di Supernatural e The
Boys è tornato a parlare dei rumor che lo vorrebbero
protagonista di The Brave and the Bold,
offrendo il primo aggiornamento pubblico sulla questione dopo oltre
sei mesi.
Durante una recente convention, Ackles ha risposto con ironia alle
domande sul possibile ruolo di Bruce Wayne nel DCU. L’attore ha
dichiarato:
“Sapete, sono contento che
me l’abbiate chiesto, perché vorrei fare un annuncio mondiale qui a
una convention di Supernatural. No, non ho nessuna novità da darvi
su questo fronte. Però… hey!”(alzando le dita incrociate).
Le
sue parole non confermano alcun coinvolgimento nel progetto, ma
nemmeno chiudono definitivamente la porta. Il gesto finale delle
dita incrociate è stato interpretato da molti fan come un segnale
del fatto che Ackles sarebbe felice di vestire il mantello del
Cavaliere Oscuro qualora arrivasse davvero la chiamata di DC
Studios.
Perché Jensen
Ackles continua a essere uno dei candidati preferiti dai fan per
Batman
Jensen Ackles partecipa alla premiere della serie Countdown — Foto
di Mlmattes via DepositPhotos.com
Il legame tra Jensen Ackles e Batman non nasce certo oggi. L’attore
ha già prestato la voce a Bruce Wayne nei film animati del
Tomorrowverse e,
negli anni, è stato più volte accostato al ruolo anche in
live-action.
Nel 2024, gli autori della serie Gotham Knights avevano rivelato di aver
tentato di coinvolgerlo in un flashback dedicato a Batman, dopo
aver inizialmente pensato al compianto Kevin Conroy. Il progetto non si
concretizzò, ma dimostrò quanto Ackles fosse già considerato una
scelta credibile per interpretare il personaggio.
Al momento, The Brave and
the Bold è ancora nelle prime fasi di sviluppo. Il film
sarà diretto da Andy
Muschietti, mentre la sceneggiatura è ancora in
lavorazione. Proprio perché Batman rappresenta uno dei pilastri del
nuovo universo condiviso di James Gunn, DC Studios sembra
intenzionata a prendersi tutto il tempo necessario prima di
annunciare l’attore che raccoglierà l’eredità del Cavaliere
Oscuro.
Le dichiarazioni di Ackles, quindi, non cambiano lo stato delle
cose, ma confermano che la questione resta aperta. Finché DC
Studios non ufficializzerà il casting, il suo nome continuerà a
essere uno dei più popolari tra quelli sostenuti dal pubblico.
Ryan Reynolds e Kenneth Branagh formano la coppia che non ti
aspetti in Mayday, una buddy action comedy che
mescola i generi e stravolge i canoni del thriller di spionaggio.
Quando il brillante pilota della Marina americana, il tenente Troy
“Assassin” Kelly (Reynolds), viene inviato in una missione top
secret in territorio russo al culmine della Guerra Fredda,
l’operazione fallisce, lasciandolo bloccato oltre le linee nemiche.
Scoperto da Nikolai Ustinov (Branagh), un burbero ex agente del KGB
con un debole per la cultura americana, Troy si crede spacciato, ma
un’alleanza improbabile tra i due potrebbe portare al salvataggio
di Troy e a un legame che nessuno dei due si sarebbe mai
aspettato…
Mayday è un Apple Original Film
prodotto da Skydance Media, co-diretto, scritto e prodotto da John
Francis Daley e Jonathan Goldstein. Prodotto da David Ellison, Dana
Goldberg e Don Granger per Skydance, e da Ashley Fox e Johnny
Pariseau per Maximum Effort. I produttori esecutivi sono Ryan Reynolds e George Dewey per Maximum
Effort, insieme a John G. Scotti.
«I buddy movies degli anni ’80
erano uno strano e irresistibile mix di umorismo, pericolo e
autentica umanità. “Mayday” è il nostro omaggio a questo genere:
l’improbabile coppia formata da Ryan Reynolds e Sir Kenneth Branagh in un’avventura ambientata
durante la Guerra Fredda che esplora cosa significhi essere
patriottici, ma soprattutto cosa significhi essere umani».
hanno dichiarato i registi John Francis Daley & Jonathan
Goldstein.
Su Mayday
Cast & Crew: Ryan
Reynolds, Kenneth Branagh, Marcin Dorocinski, Maria Bakalova, David
Morse
Regia: John
Francis Daley & Jonathan Goldstein
Sceneggiatura:
John Francis Daley & Jonathan Goldstein
Produttori: David
Ellison, Dana Goldberg, Don Granger, Ashley Fox, Johnny Pariseau,
Jonathan Goldstein and John Francis Daley
Produttori esecutivi: Ryan Reynolds, George
Dewey and John G. Scotti
È disponibile il trailer ufficiale
di The Shards, la nuova serie drama FX
dall’executive producer Ryan
Murphy, tratta dall’acclamato romanzo bestseller di
Bret Easton Ellis. La serie debutterà giovedì 6
agosto in esclusiva su Disney+ in Italia con i primi due
episodi.
Ambientata nella vivace Los Angeles
degli anni ‘80, la serie segue le vicende di un gruppo di studenti
privilegiati dell’ultimo anno di una scuola privata d’élite, alle
prese con temi quali l’identità, il sesso, la gelosia, l’ossessione
e i pericoli che si nascondono sotto la superficie dell’adolescenza
americana.
Al centro della storia c’è Bret
(Igby Rigney), un aspirante scrittore e adolescente dotato di
grande intuito, la cui realtà inizia a sgretolarsi con l’arrivo di
un nuovo studente misterioso e affascinante, Robert Mallory (Homer
Gere). Trasferitosi poco prima dell’ultimo anno di liceo, l’arrivo
di Robert coincide con il crescente terrore suscitato da un serial
killer che prende di mira gli adolescenti di tutta la città, il
Pescatore.
Accanto a Bret c’è la sua cerchia
di amici esclusiva, composta da Susan Reynolds (Kaia Gerber),
Debbie Schaffer (Hayes Warner) e Thom Wright (Graham Campbell), un
gruppo affascinante e profondamente intrecciato, immerso in una
vita fatta di ricchezza, bellezza, feste ed eccessi. Le speranze
della loro giovinezza si contrappongono al mondo oscuro e cinico
degli adulti che li circondano: Terry Schaffer (Wes Bentley), Liz
Schaffer (Evan Rachel Wood) e Steven Reinhardt (Jordan Roth).
Frutto della collaborazione tra due
dei narratori più provocatori d’America, Ryan Murphy e Bret Easton
Ellis, la serie FX The Shards vede come executive producer
Murphy, Nina Jacobson, Brad Simpson, Ellis, Eric Kovtun, Scott
Robertson, Nissa Diederich, Tanase Popa, Nick Hall, Michael
Uppendahl, Max Winkler, Kathleen McCaffrey e Brian Young. La serie
è prodotta da 20th Television.
Un efficace sistema di parental
control assicura che Disney+ rimanga un’esperienza di
visione adatta a tutti i membri della famiglia. Oltre al “Profilo
Bambini” già presente sul servizio streaming, gli abbonati possono
impostare dei limiti di accesso ai contenuti per un pubblico più
adulto e creare profili con accesso tramite PIN, per garantire
massima tranquillità ai genitori.
Il Signore degli Anelli: Caccia a
Gollum ha cominciato ufficialmente la fase di
riprese. Ad annunciarlo è proprio la Warner Bros che con il regista
e protagonista Andy Serkis pubblica un primo video dal set.
Nel filmato vediamo l’attore e regista che indossa la tuta da
mo-cap che gli permetterà ancora una volta di dare vita a
Gollum.
Il video non rivela molto sulla
produzione, poiché la maggior parte dei dettagli sulla
trama e sui personaggi sono ancora top secret. Finora,
l’unica cosa nota sulla trama è la sua struttura generale. Il film
dovrebbe svolgersi tra il compleanno di Bilbo Baggins e l’ingresso
della Compagnia dell’Anello nelle Miniere di Moria (ovvero,
approssimativamente, iniziando prima degli eventi de Il
Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello del
2001 e terminando sovrapponendosi ad essi).
Tuttavia, il video rivela che
l’uscita del prossimo film de Il Signore degli Anelli è ancora
prevista per dicembre 2027, data annunciata a maggio 2025, ben
prima dell’inizio effettivo della produzione. Sebbene 17 mesi
rappresentino un lasso di tempo piuttosto breve per un’epopea
fantasy, il fatto che il video di annuncio includa la data
ufficiale dimostra che la Warner Bros. è ancora fiduciosa di poter
distribuire il film nei tempi previsti, senza bisogno di ulteriori
rinvii.
Sebbene l’inizio del nuovo video di
annuncio della produzione sia chiaramente sceneggiato, è comunque
del tutto possibile che la scena iniziale de Il Signore degli Anelli: La caccia a
Gollum veda effettivamente la presenza di Gollum,
come suggerito nel video. Ciò sarebbe certamente appropriato,
considerando la grande energia creativa che Serkis sembra investire
nel progetto, guidandolo sia davanti che dietro la macchina da
presa. Inoltre, si dice che il film sia narrato dal punto di vista
di Gollum, quindi questo sarebbe un ottimo modo per immergere
immediatamente il pubblico nel mondo del personaggio.
Ridley Scott torna alla fantascienza con
The Dog Stars, e il nuovo trailer
ufficiale offre uno sguardo più approfondito sull’atteso
adattamento del romanzo di Peter Heller. Il film, che arriverà nelle sale il
28 agosto, vede
protagonista Jacob Elordi nei panni di Hig, un
pilota sopravvissuto a una pandemia che ha quasi cancellato
l’umanità, costretto a sopravvivere insieme al suo cane in un mondo
ormai devastato.
Nel trailer diffuso da 20th
Century Studios, Hig ricorda gli ultimi istanti della sua
vita prima della catastrofe, mentre scorrono immagini di città in
rovina, veicoli abbandonati e paesaggi dominati dal degrado. Al suo
fianco c’è Bangley
(Josh
Brolin), un ex marine convinto che nel nuovo mondo valga una
sola regola: “uccidere o essere
uccisi”. La situazione cambia quando Hig intercetta una
misteriosa trasmissione radio e incontra Cima, interpretata da Margaret Qualley, appartenente a
una comunità che vive secondo regole rigidissime per proteggersi
dagli sconosciuti.
Il nuovo film segna il ritorno di Ridley Scott a uno dei generi che
hanno definito la sua carriera. Dopo aver rivoluzionato il cinema
con opere come Alien e Blade Runner, il regista affronta ancora una volta un
futuro distopico, questa volta mettendo al centro non solo la
sopravvivenza, ma anche il bisogno di ricostruire legami umani in
un mondo ormai perduto.
Perché The Dog
Stars potrebbe riportare Ridley Scott alle atmosfere dei suoi
grandi classici
Pur raccontando una storia diversa da quella di Alien o Blade Runner, The Dog Stars sembra recuperare alcuni dei temi più
cari a Ridley Scott: l’isolamento, la fragilità dell’essere umano e
la ricerca di speranza in scenari estremi.
Il trailer alterna momenti di forte tensione a sequenze più intime,
suggerendo che il rapporto tra Hig e Cima diventerà il cuore
emotivo della vicenda. Allo stesso tempo, la presenza di gruppi di
sopravvissuti ostili lascia intravedere un conflitto costante, in
cui ogni incontro può trasformarsi in una minaccia.
Grande attenzione anche per Jacob Elordi, reduce da un periodo particolarmente
positivo della sua carriera dopo i riconoscimenti ottenuti per
Frankenstein di
Guillermo del Toro e il successo di Wuthering Heights. Con un cast che
comprende anche Guy
Pearce, Allison Janney e Benedict Wong, The Dog Stars si candida a essere uno dei
titoli di fantascienza più interessanti dell’estate, puntando su un
equilibrio tra spettacolo, emozione e riflessione sul futuro
dell’umanità.
House of the Dragon continua ad
avvicinarsi sempre di più ai romanzi di George R.R. Martin. In vista del quinto
episodio della terza stagione, HBO ha diffuso una nuova immagine
ufficiale che mostra un dettaglio destinato a incuriosire i lettori
di Cronache del Ghiaccio e del
Fuoco: un elemento presente nei libri ma completamente assente
in Game of Thrones.
L’immagine ritrae Daeron
Targaryen e Ormund Hightower impegnati in una partita a
Cyvasse, un gioco
da tavolo molto diffuso nel mondo di A Song of Ice and Fire. Si tratta della
prima apparizione in
assoluto del Cyvasse in un adattamento televisivo del
franchise, dopo che era stato completamente escluso da
Game of Thrones. Nei
romanzi il gioco è particolarmente popolare tra la nobiltà delle
Città Libere e di Dorne ed è spesso utilizzato come metafora delle
strategie politiche e militari. La notizia arriva dalle immagini
ufficiali diffuse da HBO.
Quella che potrebbe sembrare una semplice curiosità per i fan dei
libri potrebbe invece nascondere una precisa scelta narrativa.
House of the
Dragon ha già dimostrato di voler recuperare molti
elementi del materiale originale rimasti fuori dalla serie madre,
rendendo il mondo di Westeros ancora più fedele all’immaginario
costruito da Martin.
Perché il Cyvasse
potrebbe anticipare le prossime mosse della Danza dei
Draghi
Nei romanzi, il Cyvasse è un complesso gioco strategico in cui ogni
pezzo possiede abilità specifiche e ogni partita richiede
pianificazione, pazienza e capacità di prevedere le mosse
dell’avversario. Non esistono regole ufficiali scritte da George
R.R. Martin, ma il gioco è spesso utilizzato come rappresentazione
simbolica dei conflitti politici che attraversano Westeros.
La sua assenza in Game of
Thrones era dovuta ai numerosi tagli apportati
all’adattamento televisivo, che aveva eliminato intere sottotrame
ambientate a Essos e Dorne, dove il Cyvasse assumeva un ruolo
narrativo importante.
La scelta di introdurlo proprio nella terza stagione di
House of the
Dragon potrebbe quindi avere un significato più profondo.
La partita tra Daeron
Targaryen e Ormund Hightower potrebbe infatti riflettere le
strategie, le alleanze e gli errori destinati a segnare
l’evoluzione della Danza
dei Draghi, una guerra in cui ogni decisione può cambiare
il destino dei Sette Regni. È il tipo di dettaglio che gli autori
sembrano utilizzare non solo come omaggio ai lettori, ma anche come
anticipazione visiva di ciò che sta per accadere.
Il
successo di Dutton Ranch continua a crescere e ora
è una delle sue protagoniste, Annette Bening, a raccontare cosa
significhi far parte di uno dei più grandi fenomeni televisivi
dell’universo di Taylor Sheridan. L’attrice, che
interpreta Beulah Jackson nello spin-off di Yellowstone, ha parlato del sorprendente
riscontro ottenuto dalla serie e dell’attesa per la seconda
stagione.
Intervistata durante la promozione della serie Lucky, Bening ha spiegato quanto sia
insolito, nella sua carriera, prendere parte a un progetto capace
di raggiungere un pubblico così vasto.
“Molto di quello che facciamo non viene visto da tante
persone. Lavorare a qualcosa che invece viene seguito da un
pubblico enorme è davvero divertente. Voglio che le persone si
godano lo show e si divertano guardandolo. Per me è una cosa
bellissima.”
L’attrice ha anche precisato di non avere ancora “nulla di
ufficiale” da condividere sulla seconda stagione di
Dutton Ranch,
lasciando intendere che il futuro del suo personaggio sia ancora
avvolto nel mistero.
Queste parole raccontano bene il momento che sta vivendo la serie.
Dopo anni trascorsi tra produzioni indipendenti e film d’autore,
Bening sta sperimentando un successo televisivo di massa che, come
ha ammesso lei stessa, rappresenta qualcosa di molto diverso
rispetto alle esperienze passate.
Il futuro di
Beulah Jackson resta uno dei grandi interrogativi della stagione
2
La prima stagione di Dutton Ranch ha trasformato Beulah Jackson in una
delle antagoniste più interessanti dell’universo di Yellowstone. Proprietaria del potente
10 Pedal Ranch, il suo scontro con Beth Dutton e Rip Wheeler ha
dominato gran parte della stagione, fino agli eventi drammatici del
finale che hanno cambiato profondamente gli equilibri della
famiglia Jackson.
Nel frattempo la serie è diventata uno dei maggiori successi di
Paramount+, conquistando critica e pubblico e ottenendo il rinnovo
per la seconda stagione ancora prima della conclusione della prima.
Con il nuovo showrunner Benjamin Cavell al timone, resta da capire quale
direzione prenderà la storia di Beulah e se il personaggio avrà un
ruolo ancora più centrale nei prossimi episodi.
Le dichiarazioni di Annette Bening confermano comunque una cosa:
l’attrice è entusiasta dell’accoglienza ricevuta dalla serie e
pronta a tornare, anche se per ora preferisce non anticipare nulla
sul futuro.
Anche se
Stranger Things si è conclusa dopo
cinque stagioni, l’universo creato dai fratelli Matt e Ross Duffer continua a
espandersi. Netflix ha già avviato nuovi progetti ambientati a
Hawkins, ma ora è stata annunciata un’altra uscita ufficiale che
permetterà ai fan di riscoprire la serie da una prospettiva
completamente diversa.
I
Duffer Brothers pubblicheranno infatti il 8 settembre un volume fotografico di pregio
dedicato a Stranger
Things. Il libro, composto da 392 pagine, raccoglierà fotografie inedite
dal set, concept art, immagini di backstage e materiali esclusivi
provenienti da tutte e cinque le stagioni della serie. L’opera,
realizzata dagli stessi Matt e Ross Duffer con un’introduzione del
regista Frank
Darabont, entrerà a far parte della prestigiosa
Legends Collection
di Assouline. La notizia è stata diffusa attraverso l’annuncio
ufficiale dell’editore.
Più che un semplice libro fotografico, questa pubblicazione
rappresenta un vero archivio della lavorazione di una delle serie
più influenti dell’ultimo decennio. Un modo per celebrare un
fenomeno culturale che, nonostante il finale divisivo, continua ad
avere una comunità di fan estremamente attiva.
Il futuro di
Stranger Things continua oltre la serie
principale
La conclusione della quinta stagione ha diviso il pubblico,
soprattutto per alcune scelte narrative che hanno acceso un intenso
dibattito tra gli spettatori. Nonostante le critiche ricevute dal
finale, Stranger
Things rimane una delle produzioni più importanti nella
storia di Netflix, capace di ridefinire il successo delle serie
originali sulla piattaforma.
Questo nuovo volume arriva inoltre mentre il franchise continua a
vivere attraverso gli spin-off già annunciati, tra cui
Stranger Things: Tales
from ’85, già rinnovato per una seconda stagione. Il libro
offrirà ai fan l’opportunità di osservare il dietro le quinte della
produzione, scoprendo materiali mai pubblicati e dettagli creativi
che hanno contribuito a costruire Hawkins e il Sottosopra.
L’iniziativa conferma che, anche dopo la conclusione della serie
principale, i Duffer Brothers intendono mantenere vivo il legame
con il pubblico. Tra nuovi progetti e pubblicazioni esclusive,
Stranger Things
continua a essere uno dei franchise più preziosi dell’universo
Netflix.
I fan di
Tracker continuano a chiedersi quale sarà il
destino di Russell Shaw nella quarta stagione, e ora è lo stesso
Jensen Ackles a fare chiarezza sul suo
coinvolgimento. Con le riprese dei nuovi episodi già iniziate e il
ritorno di Justin Hartley nei panni di Colter Shaw
confermato, resta infatti aperta la questione legata al fratello
del protagonista, uno dei personaggi più apprezzati introdotti
nella serie CBS.
Durante il Creation Toronto
2026, Ackles ha spiegato di essere ancora in attesa di una
chiamata dalla produzione per tornare sul set. L’attore ha
dichiarato che Tracker ha
già avviato i lavori sulla quarta stagione e che lui è pronto a
riprendere il ruolo di Russell non appena arriverà il momento. Le
sue parole confermano quindi la disponibilità dell’attore, ma
lasciano intendere che la decisione finale dipenderà esclusivamente
dalle esigenze narrative della nuova stagione.
Più che una semplice conferma di disponibilità, questa
dichiarazione offre un’indicazione importante sulla direzione della
serie. Il ritorno di Russell non sembra essere escluso, anzi: tutto
lascia pensare che gli sceneggiatori stiano valutando quando e come
reinserire il personaggio nel racconto, mantenendo alta l’attesa
tra gli spettatori.
Perché il ritorno
di Russell potrebbe cambiare gli equilibri della quarta stagione di
Tracker
La
terza stagione aveva lasciato Russell in una posizione
particolarmente ambigua. Dopo aver indagato sulla morte del padre
Ashton Shaw, il personaggio aveva scelto di allontanarsi da Colter
e di nascondergli parte della verità, aprendo nuovi interrogativi
sul rapporto tra i due fratelli.
Con il mistero principale ormai sostanzialmente risolto, la quarta
stagione potrebbe inaugurare una nuova fase della serie. Riunire
Colter e Russell permetterebbe infatti di esplorare dinamiche
familiari ancora irrisolte e di costruire un arco narrativo
differente rispetto ai casi investigativi settimanali.
Un altro elemento gioca a favore del possibile ritorno di Ackles:
Tracker
continuerà ad andare in onda per tutta la stagione televisiva
2026-2027, lasciando agli autori un ampio margine per inserire
Russell anche a produzione già avviata. L’unico vero ostacolo
potrebbe essere l’agenda dell’attore, impegnato anche nella serie
prequel di The
Boys, Vought
Rising. Se gli impegni lo permetteranno, tutto sembra
indicare che Russell abbia ancora molto da raccontare.
Il futuro di
The Beauty si complica. Nonostante il
finale della prima stagione avesse lasciato intendere un
seguito, la serie sci-fi body horror prodotta da
FX è stata
ufficialmente messa in
pausa, rallentando in modo significativo ogni prospettiva
per una seconda stagione.
Secondo quanto riportato da Deadline, sono scadute le opzioni contrattuali del
cast principale, permettendo agli attori di accettare altri
progetti. Evan
Peters, ad esempio, è già impegnato nelle riprese
della tredicesima stagione di American Horror Story, mentre
Rebecca Hall sarebbe in trattative per
un nuovo progetto Netflix. Al momento FX non ha annunciato la
cancellazione definitiva della serie, ma ha confermato che
non esistono piani concreti
per realizzare la seconda stagione.
La particolare natura di The
Beauty potrebbe ancora lasciare aperta una possibilità per la
stagione 2
Nonostante questo importante stop, The Beauty possiede una caratteristica narrativa che
potrebbe renderne più semplice un eventuale ritorno. La serie
racconta infatti di un virus sessualmente trasmissibile capace di
trasformare radicalmente l’aspetto fisico delle persone infette.
Già nella prima stagione alcuni personaggi hanno cambiato volto,
offrendo agli autori una spiegazione interna che renderebbe
possibile anche un eventuale recasting.
Resta però evidente che la situazione attuale va oltre la semplice
disponibilità degli attori. The Beauty è stata una produzione particolarmente
ambiziosa, con numerosi effetti visivi e riprese in diverse
località europee, elementi che ne hanno aumentato sensibilmente i
costi. Dopo un buon debutto, la serie non sarebbe riuscita a
mantenere lo stesso livello di attenzione del pubblico, venendo
progressivamente oscurata dal successo di altri progetti firmati da
Ryan
Murphy. Per questo motivo il futuro dello show appare oggi
molto più incerto, anche se FX non ha ancora chiuso definitivamente
la porta a una possibile prosecuzione.
Mentre i fan
attendono il debutto della quarta stagione, Reacher guarda già al futuro.
Alan Ritchson ha
infatti confermato che le riprese della quinta stagione prenderanno il via questa
settimana, segno che Prime Video continua a investire con decisione in
una delle sue serie di maggior successo.
Nel
corso di un’intervista, l’attore ha rivelato che la produzione
inizierà “lunedì”, spiegando che tutti gli episodi sono già stati
scritti e che trascorrerà gran parte della seconda metà dell’anno
impegnato sul set della nuova stagione. Ritchson ha preferito non
rivelare quale romanzo di Lee Child verrà adattato, mantenendo il massimo
riserbo sul prossimo capitolo della storia. Nel frattempo, Reacher 4
debutterà su Prime Video il 12 agosto 2026, adattando il romanzo Gone Tomorrow, mentre lo spin-off
Neagley arriverà a
settembre.
L’avvio anticipato delle riprese
dimostra che Prime Video ha ormai un piano a lungo termine per
Reacher
L’inizio delle riprese della quinta stagione prima ancora
dell’uscita della quarta rappresenta un segnale molto chiaro. Prime
Video sembra aver ormai trasformato Reacher in uno dei suoi franchise di punta, accelerando
lo sviluppo delle nuove stagioni per mantenere una pubblicazione
praticamente annuale.
Questa strategia potrebbe rivelarsi fondamentale anche per il
futuro della serie. Con gli script già completati e una produzione
che parte con largo anticipo, è sempre più probabile che
Reacher 5 possa
arrivare nel corso dell’estate 2027, evitando lunghe attese tra una
stagione e l’altra. Inoltre, il fatto che gli autori continuino ad
adattare i romanzi di Lee Child senza seguire rigorosamente
l’ordine cronologico lascia grande libertà creativa nella scelta
delle storie, mantenendo alta la curiosità dei fan su quale sarà la
prossima avventura di Jack Reacher.
Il debutto
di Lucky, il nuovo
thriller crime di Apple
TV+ con Anya Taylor-Joy e
Timothy Olyphant, parte con il
piede giusto. La serie, disponibile dal 15 luglio con i primi due episodi, ha
esordito con un 82% di
recensioni positive su Rotten Tomatoes, raccogliendo i
primi consensi della critica e confermando le aspettative attorno a
uno dei titoli più attesi dell’estate.
Basata sul bestseller di Marissa Stapley, Lucky racconta la fuga di una truffatrice il cui colpo
milionario va terribilmente storto, costringendola a sfuggire
contemporaneamente all’FBI e a un potente boss della criminalità.
Le prime recensioni sottolineano il ritmo serrato della narrazione,
l’equilibrio tra tensione e componente emotiva e, soprattutto, le
interpretazioni di Anya
Taylor-Joy e Timothy Olyphant, che interpretano un intenso
rapporto padre-figlia.
Le prime recensioni confermano
che Lucky punta tutto sui personaggi oltre che sull’azione
Al di là del buon esordio su Rotten Tomatoes, Lucky sembra distinguersi per una scelta
narrativa precisa: utilizzare il thriller come punto di partenza
per raccontare relazioni familiari complesse. Le recensioni
concordano nel definire il rapporto tra i protagonisti il vero
motore della serie, elemento che permette alla storia di andare
oltre il classico racconto di rapine e inseguimenti.
Per Apple TV+ si tratta dell’ennesima produzione che conferma la
strategia della piattaforma: puntare su serie originali con cast di
alto livello e un forte equilibrio tra spettacolo e qualità
narrativa. Anche se l’82% rappresenta il punteggio più basso
ottenuto finora da una serie con Anya Taylor-Joy, resta comunque un
risultato ampiamente positivo che prolunga la straordinaria
continuità critica dell’attrice e di Timothy Olyphant. Se il
gradimento del pubblico seguirà quello della stampa,
Lucky potrebbe diventare
uno dei thriller seriali più apprezzati dell’anno.