Potere assoluto (Absolute Power, 1997) è uno dei thriller più sottovalutati della lunga carriera di Clint Eastwood, un film che unisce il meccanismo del cinema investigativo a una riflessione sul rapporto tra potere, responsabilità e morale. Tratto dal romanzo di David Baldacci e diretto dallo stesso Eastwood, il film costruisce un racconto in cui un semplice ladro diventa il testimone di un crimine capace di mettere in discussione le istituzioni più alte degli Stati Uniti.
Il finale rappresenta il momento in cui tutte le linee narrative convergono. La vicenda smette di essere una fuga di un uomo inseguito dalla legge e si trasforma nella resa dei conti fra un individuo che vive ai margini e un sistema che ritiene di poter manipolare la verità. Comprendere il finale significa allora andare oltre gli eventi e leggere il modo in cui Clint Eastwood mette in scena la corruzione del potere, la possibilità della redenzione personale e il valore della responsabilità individuale.
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Come Clint Eastwood trasforma un thriller politico in una riflessione sul potere e sulla responsabilità personale
All’interno della filmografia di Clint Eastwood, Potere assoluto occupa una posizione particolare. Arriva in un periodo in cui il regista era interessato a protagonisti moralmente complessi, uomini che portano sulle spalle il peso delle proprie scelte e che devono confrontarsi con istituzioni spesso incapaci di rappresentare la giustizia. Lo stesso approccio attraversa opere come Un mondo perfetto, Mystic River e, più tardi, Changeling, dove la verità deve farsi strada attraverso apparati che preferiscono proteggere sé stessi.
Luther Whitney è un personaggio perfettamente coerente con questa poetica. È un ladro professionista, quindi lontano dall’eroe tradizionale, ma possiede un codice etico molto più solido di quello degli uomini che governano il Paese. Quando assiste all’uccisione di Christy Sullivan da parte degli agenti del Secret Service, chiamati a proteggere il Presidente invece della legalità, comprende che il vero crimine non consiste nel furto che stava compiendo, bensì nell’insabbiamento organizzato dal potere.
Da quel momento il film cambia prospettiva. La fuga di Luther rimane importante, ma assume soprattutto il significato di una battaglia contro un sistema disposto a eliminare chiunque possa mettere in discussione la sua immagine. Eastwood costruisce così un thriller classico che diventa progressivamente una riflessione sulla fragilità delle istituzioni quando il potere viene esercitato senza alcun limite morale.
Il finale di Potere assoluto: perché Luther riesce a far cadere il Presidente senza affrontarlo direttamente
L’ultima parte del film vede Luther comprendere che denunciare direttamente il Presidente sarebbe inutile. Le prove rischiano di sparire e chi controlla le istituzioni possiede mezzi sufficienti per ribaltare qualsiasi accusa. Per questo sceglie una strategia indiretta, sfruttando il senso di colpa e la rabbia di Walter Sullivan.
Dopo aver salvato la figlia Kate da un ulteriore tentativo di omicidio e aver eliminato l’agente Collin, Luther si sostituisce all’autista di Sullivan e gli racconta ciò che è realmente accaduto la notte della morte della moglie. A quel punto gli consegna il tagliacarte con il sangue e le impronte del Presidente, la prova materiale che collega Alan Richmond al delitto.
La decisione successiva appartiene a Sullivan, che entra alla Casa Bianca deciso a ottenere un confronto diretto con Richmond. Il film evita di mostrare l’incontro, preferendo raccontarne le conseguenze. Poco dopo i notiziari annunciano che il Presidente è morto, ufficialmente suicida, trafitto proprio con il tagliacarte utilizzato durante l’omicidio di Christy.
Parallelamente emerge anche il rimorso di Bill Burton. L’agente, incapace di convivere con ciò che ha fatto e con gli ordini eseguiti, si suicida lasciando prove sufficienti per permettere al detective Frank di arrestare Gloria Russell. Il sistema, che aveva funzionato come un organismo perfettamente coordinato per coprire il delitto, finisce così per implodere dall’interno, schiacciato dalle proprie contraddizioni.

La morte del Presidente e il percorso di Luther raccontano un film in cui la giustizia nasce dalle scelte individuali
L’aspetto più interessante del finale riguarda il modo in cui Clint Eastwood evita la classica conclusione eroica. Luther non arresta il Presidente, non tiene un discorso pubblico e non diventa il simbolo della legalità. Si limita a mettere ogni personaggio davanti alle proprie responsabilità.
Walter Sullivan comprende di avere sostenuto economicamente e politicamente un uomo responsabile della morte della moglie. Burton realizza di avere sacrificato ogni principio per obbedire agli ordini. Frank continua invece a credere nella ricerca della verità anche quando tutti sembrano remargli contro.
Lo stesso Luther affronta una trasformazione significativa. All’inizio pensa soprattutto a salvarsi e a fuggire con il bottino. La morte di Christy e il pericolo che corre sua figlia Kate lo costringono però a rivedere completamente le proprie priorità. Il suo percorso assume così il valore di una redenzione costruita attraverso le azioni, senza bisogno di dichiarazioni esplicite.
Anche il rapporto con Kate acquista un peso decisivo. Per anni Luther ha osservato da lontano la crescita della figlia senza trovare il coraggio di riavvicinarsi. Il confronto con il Presidente e con il sistema politico diventa anche l’occasione per recuperare il ruolo di padre, dimostrando finalmente di essere disposto a rischiare tutto per proteggerla.
Il significato del finale di Potere assoluto: quando il vero nemico diventa l’impunità del potere
Il finale suggerisce che il vero antagonista del film non sia Alan Richmond come individuo, bensì l’idea che il potere possa collocarsi al di sopra della legge. Il Presidente rappresenta un’autorità convinta che ogni errore possa essere cancellato grazie alla propria posizione istituzionale.
Per questo la vicenda assume una dimensione politica molto precisa. L’omicidio di Christy viene coperto attraverso la manipolazione delle prove, l’utilizzo degli apparati di sicurezza e la costruzione di una narrazione ufficiale destinata all’opinione pubblica. La verità rischia continuamente di essere sostituita dalla versione più conveniente.
Eastwood evita però un discorso apertamente ideologico. Il film insiste piuttosto sulla responsabilità delle persone. Ogni personaggio deve scegliere se proteggere il sistema oppure seguire la propria coscienza. Alcuni, come Gloria Russell o Collin, continuano fino all’ultimo a difendere il potere. Altri, come Burton, comprendono troppo tardi il peso delle proprie azioni.
In questa prospettiva Luther diventa quasi un elemento esterno capace di rompere gli equilibri. È un criminale, ma proprio perché non appartiene alle istituzioni riesce a vedere con lucidità ciò che gli altri preferiscono ignorare. La sua posizione marginale diventa il punto di osservazione privilegiato attraverso cui Eastwood mette in discussione il funzionamento stesso del potere.

Perché il finale resta uno dei più efficaci del cinema di Clint Eastwood
La forza conclusiva di Potere assoluto nasce dalla scelta di evitare qualsiasi trionfalismo. Il Presidente muore, gli altri responsabili vengono smascherati e la rete di complicità si dissolve, ma il film lascia la sensazione che la giustizia sia arrivata grazie all’iniziativa di pochi individui e non grazie all’efficienza delle istituzioni.
L’ultima scena, con Luther che ritrova finalmente Kate in ospedale, sposta definitivamente il centro emotivo del racconto. La vittoria non consiste nell’aver sconfitto un Presidente corrotto, bensì nell’aver ricostruito un legame familiare che sembrava irrimediabilmente perduto. La redenzione personale diventa così importante quanto quella politica.
È proprio questa doppia lettura a rendere il finale ancora oggi efficace. Da una parte rimane un thriller costruito con precisione, ricco di tensione e colpi di scena. Dall’altra racconta come il potere perda la propria forza quando qualcuno rifiuta di accettarne le menzogne. Per Clint Eastwood, la giustizia non nasce dall’autorità, ma dalla capacità dei singoli di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, anche quando il prezzo da pagare è altissimo.





















Una carriera lunga oltre
cinquant’anni



Iñárritu ha diretto il film
da una sceneggiatura scritta da lui insieme ai vincitori
dell’Oscar® Alexander Dinelaris e Nicolás Giacobone e a Sabina
Berman, basata su una storia ideata dallo stesso Iñárritu con
Berman. Il film è prodotto da Iñárritu, dalla candidata all’Oscar®
Mary Parent, da Tom Cruise e Michael Sharp, con Joshua Grode,
Berman, Dinelaris, Giacobone, Jez Butterworth ed Emmanuel Lubezki
come produttori esecutivi.

Non è chiaro quando sia
stato mandato a Vecchia Città, ma Daeron Targaryen risiede nella
casata di Casa Hightower almeno da prima della nascita di Joffrey
Velaryon, figlio di Rhaenyra. Quando la prima stagione di
House of the Dragon fa un salto temporale
di 10 anni tra il matrimonio di Rhaenyra e la nascita di suo figlio
Joffrey, gli unici figli di Alicent e Viserys presenti ad Approdo
del Re erano Aegon, Helaena e Aemond. Con i due figli maggiori di
Re Viserys I Targaryen già ad Approdo del Re, il re manda il più
giovane a Vecchia Città per servire come coppiere e scudiero di
Lord Hobert Hightower, fratello di Otto.
Con l’introduzione di
Daeron Targaryen, la terza stagione di House of the
Dragon rivela anche, in modo sottile, il maggiore potere
dei draghi posseduto dal Team Green nella Danza dei Draghi. Mentre
Aegon e Aemond cavalcano Sunfyre e Vhagar, Helaena non dovrebbe
cavalcare Dreamfyre in House of the
Dragon, poiché non ne è in grado nel libro. Tuttavia,
il Team Green può ancora contare sul drago di Daeron, Tessarion,
per rafforzare le fila di Re Aegon nell’Altopiano. Inoltre, Daeron
è già un cavaliere di draghi quando iniziano le battaglie della
Danza dei Draghi, quindi non avrà bisogno di allenarsi per
comandare Tessarion.
Daeron diventa un
elemento importante nella strategia di guerra del Team Green
durante la Danza dei Draghi, anche se è possibile che le cose si
svolgano diversamente in House of the
Dragon. Nella storia ufficiale, Daeron e Tessarion
partecipano alla Battaglia del Miele prima che Rhaenyra conquisti
Approdo del Re, ma questo non è chiaramente accaduto nella terza
stagione. Al contrario, Ormund Hightower è diretto alla Prima
Battaglia di Tumbleton.
Alicent Hightower
e Re Viserys I Targaryen hanno avuto quattro figli nel
corso della prima stagione di House of the
Dragon, anche se solo tre sono stati mostrati sullo
schermo. Il loro primogenito è stato Aegon, che ora è Re Aegon II
Targaryen. Fu seguito da Helaena Targaryen, che in seguito sposò, e
poi da Aemond Targaryen. Il quarto e ultimo figlio di Alicent e
Viserys è Daeron Targaryen, assente fino agli eventi della terza
stagione.
Aegon viene presentato
per la prima volta nell’episodio 3 della prima stagione di
House of the Dragon, “Second Of His
Name”, da bambino, e viene poi interpretato da Ty
Tennant dopo il salto temporale dell’episodio 6 della
prima stagione. Successivamente, il ruolo viene affidato a
Tom Glynn-Carney a partire dall’episodio 8 della
prima stagione, e continua a far parte del cast della seconda
stagione di House of the Dragon.
Tra le tante storie
tragiche della guerra civile dei Targaryen, poche sono paragonabili
a quella di Helaena Targaryen. Helaena (Evie Allen/Phia
Saban) è una cavaliera di draghi che cavalca Dreamfyre.
Viene descritta come una donna affabile e allegra, perfetta per
diventare madre. Come da tradizione Targaryen, Helaena sposa suo
fratello, Aegon, diventando regina dopo la loro madre, Alicent
Hightower. La coppia ha tre figli: i gemelli, i principi Jaehaerys
e Jaehaera, e il loro figlio minore, il principe Maelor.
Come i suoi fratelli
maggiori, Aemond (Leo Ashton/Ewan Mitchell) è un
cavaliere di draghi e la sua cavalcatura è il temibile Vhagar. Dopo
la morte di sua zia Laena, Aemond decise di impossessarsi di Vhagar
a causa delle continue prese in giro ricevute dai suoi nipoti
Velaryon e persino da suo fratello Aegon. Quando Joffrey scoprì che
Aemond intendeva cavalcare Vhagar, lo comunicò immediatamente ai
suoi fratelli maggiori, e i ragazzi si scontrarono in una
sanguinosa battaglia, a seguito della quale Aemond perse un occhio.
Questo incidente alimentò ulteriormente l’inimicizia di Aemond nei
confronti di Rhaenyra e dei suoi figli.





C’è qualche possibilità
che Helaena e il suo bambino sopravvivano?




































