Paul
Dano è entrato ufficialmente nel cast del remake di
Possession, il cult horror del 1981 che sarà
diretto da Parker Finn, autore della saga di
successo Smile. L’attore
reciterà accanto a Callum Turner e Margaret Qualley nel nuovo progetto prodotto
da Paramount Pictures. I dettagli sul personaggio
interpretato da Dano restano al momento riservati.
Parker Finn reimmagina un classico
dell’horror
Il remake era stato annunciato da
Paramount nel 2024 e vedrà Parker Finn occuparsi sia della regia
che della sceneggiatura. La produzione è affidata a Finn e
Jonathan Fass per Bad Feeling, insieme a
Roy Lee e Andrew Childs per
Vertigo Entertainment. Tra i produttori figura anche
Robert Pattinson, mentre
Marc Bienstock ricopre il ruolo di produttore
esecutivo.
Il cult originale di Andrzej
Żuławski
Scritto e diretto da
Andrzej Żuławski, Possession uscì
nel 1981 con protagonisti Isabelle Adjani e
Sam
Neill. Ambientato nella Berlino Ovest della Guerra
Fredda, il film racconta la crisi di una coppia il cui matrimonio
precipita progressivamente in un incubo psicologico e
soprannaturale. Considerato uno dei capolavori dell’horror
d’autore, il film valse a Isabelle Adjani il premio come
Miglior Attrice al Festival di Cannes. L’opera è
diventata negli anni un punto di riferimento del cinema di genere
grazie alla sua miscela di horror, dramma psicologico e
simbolismo.
I prossimi progetti di Paul
Dano
Paul Dano è reduce
dall’interpretazione in The Wizard of the Kremlin
di Olivier Assayas, accanto a Alicia Vikander e Tom
Sturridge. Tra i suoi prossimi lavori figurano
inoltre Bunker, thriller psicologico diretto da
Florian Zeller; Vegas: A Love
Story di Ramin Bahrani; The
Chaperones, nuovo progetto targato
A24.
Con l’arrivo di Dano nel cast e
Parker Finn dietro la macchina da presa, il remake
di Possession si candida a essere uno dei film horror più
attesi dei prossimi anni, anche se Paramount non ha ancora
annunciato una data di uscita ufficiale.
La
Stagione 3 di
Silo si
avvicina finalmente alle risposte che i romanzi di
Hugh Howey
custodiscono da anni, e la serie Apple
TV+ sembra pronta a entrare nel suo capitolo più
oscuro. Apple ha
confermato che la terza stagione, composta da 10 episodi, debutterà
il 3 luglio 2026,
con un nuovo episodio ogni venerdì fino al 4 settembre 2026.
La
seconda stagione si era conclusa con Juliette Nichols e Bernard Holland intrappolati nella stanza
dell’incendio, mentre l’epilogo ambientato nel passato introduceva
Daniel Keene e
Helen Drew,
intenti a discutere di bombe sporche, attacchi iraniani e di un
inquietante avvertimento: «Non c’è più tempo».
Dal momento che Apple ha già rinnovato la serie anche per una quarta
e ultima stagione, che concluderà sullo schermo la trilogia di
Howey, i romanzi
Shift e
Dust offrono gli
indizi più chiari sul destino di Juliette, sul senso di colpa di
Daniel e sulla sconvolgente verità che si cela dietro i silo.
La Stagione 3
di Silo dovrebbe
rivelare l’origine dei silo
La più grande rivelazione attesa nella terza stagione arriva da
Shift, il
secondo romanzo della trilogia di Hugh Howey, descritto dall’editore
Penguin come il
libro che racconta le origini del sistema dei silo. Anche la
sinossi ufficiale della nuova stagione diffusa da
Apple punta
chiaramente in questa direzione, anticipando che assisteremo a «una
storia delle origini ambientata secoli prima», pur continuando a
seguire Juliette nel presente.
Questo significa che la terza stagione dovrebbe andare oltre la
quotidianità del Silo
18, iniziando finalmente a spiegare perché questo mondo
sotterraneo sia stato costruito. In Shift, i silo nascono come parte di un
progetto per il contenimento delle scorie nucleari, ma ben presto
si scopre che rappresentano soltanto la facciata di un piano molto
più vasto e inquietante. Il romanzo introduce infatti il
W.O.O.L.,
acronimo di World Order
Operation Fifty, un programma segreto ideato per
preservare l’umanità dopo una minaccia capace di provocarne
l’estinzione.
Il finale della seconda stagione aveva già preparato il terreno a
questa svolta attraverso il dialogo tra Daniel e Helen nel passato.
I riferimenti alle bombe sporche e agli attacchi iraniani fanno
pensare che la serie manterrà l’atmosfera di paranoia geopolitica
presente nei romanzi, pur adattandone alcuni dettagli per il
piccolo schermo. La natura esatta della catastrofe non è ancora
stata rivelata, ma la sinossi ufficiale della terza stagione
conferma che Daniel e Helen scopriranno una cospirazione dalle
«conseguenze catastrofiche e irreversibili».
Se la serie seguirà fedelmente Shift, l’apocalisse non apparirà più come un evento
remoto appartenente al passato, ma come il risultato di un crimine
politico le cui conseguenze sono rimaste sepolte sotto generazioni
di silenzi.
Daniel potrebbe essere
l’equivalente televisivo di Donald
Il personaggio di Daniel
Keene, interpretato da Ashley Zukerman, sembra destinato a ricoprire il
ruolo che nei romanzi appartiene a Donald. Apple ha confermato il ritorno dell’attore
dopo la sua apparizione nel finale della seconda stagione e la
sinossi ufficiale identifica Daniel come un deputato nella linea
temporale del “Prima”. Un dettaglio tutt’altro che casuale, visto
che Shift segue
proprio Donald, un politico con una formazione da architetto che
viene coinvolto nella progettazione dei silo.
Nei libri Donald non è un classico antagonista. È proprio questo a
rendere la sua storia tanto inquietante. Si ritrova coinvolto nel
meccanismo destinato a garantire la sopravvivenza dell’umanità
senza comprenderne pienamente il costo morale, fino a quando il
progetto non sfugge completamente al suo controllo. La sua tragedia
nasce dalla consapevolezza tardiva che salvare l’umanità e
imprigionarla possono diventare due concetti pericolosamente
vicini.
La serie potrebbe modificare nomi, motivazioni o cronologia degli
eventi, ma l’introduzione di Daniel lascia intuire che la nascita
dei silo sarà raccontata come il risultato di un fallimento umano,
più che come la semplice conseguenza di un disastro. Anche
Helen,
interpretata da Jessica
Henwick, sembra destinata a svolgere un ruolo
fondamentale: secondo Apple, è una giornalista che scoprirà la stessa
cospirazione destinata a trascinare Daniel verso la tragedia.
Questo dovrebbe conferire alla terza stagione un tono molto diverso
rispetto alle precedenti. Se la storia di Juliette nasce dalla
ricerca della verità dal basso, quella di Daniel potrebbe mostrare
come la verità sia stata nascosta dall’alto, rendendo il racconto
ancora più politico, severo e doloroso.
Il ritorno di
Juliette potrebbe cambiare il destino del Silo 18
Il finale della seconda stagione lascia aperti due interrogativi
fondamentali: Juliette è sopravvissuta alla stanza dell’incendio? E
che tipo di leader potrebbe diventare?
La sinossi della terza stagione risponde almeno in parte a queste
domande, confermando che la Juliette interpretata da
Rebecca Ferguson sopravvive alla
sua “pulizia”, torna con una perdita di memoria e dovrà affrontare
una nuova minaccia mentre il silo cerca di riprendersi dalla
ribellione.
Si tratta di una differenza significativa rispetto al ritmo
narrativo dei romanzi, poiché Shift non mantiene Juliette così centrale come
probabilmente farà la serie televisiva. Ferguson è ormai il volto
dell’adattamento e la produzione ha già ampliato più volte il
materiale dedicato al suo personaggio, mantenendolo al centro della
vicenda. Una scelta che funziona, perché è proprio Juliette a
rendere concrete e coinvolgenti le riflessioni filosofiche della
serie.
Nell’opera di Howey, Juliette diventa progressivamente una guida
per il Silo 18,
mentre Lukas
Kyle assume un ruolo cruciale all’interno del dipartimento
IT. La serie ha già mostrato il Lukas interpretato da
Avi Nash come un
personaggio destinato a diventare qualcosa di più del semplice
subordinato intellettuale di Bernard, e la terza stagione potrebbe
utilizzarlo per raccontare lo scontro tra conoscenza, fedeltà e
paura.
L’elemento della perdita di memoria introdotto dalla serie
rappresenta inoltre una novità interessante: Juliette potrebbe
trasformarsi in un simbolo prima ancora di riuscire a ricordare
completamente chi è davvero, mettendo sotto enorme pressione tutti
coloro che la circondano.
Il
Silo 1 potrebbe
finalmente svelare il vero sistema
Se la serie seguirà la struttura narrativa di Shift, il Silo 1 diventerà una delle ambientazioni
più importanti dell’intera storia.
Le prime due stagioni hanno fatto percepire il Silo 18 come l’unico mondo
esistente, perché anche i suoi abitanti sono convinti che sia così.
Nei romanzi questa illusione viene demolita con la rivelazione
dell’esistenza di numerosi altri silo e del fatto che il
Silo 1
rappresenta il vero centro di comando dell’intero sistema.
Una simile rivelazione cambierebbe immediatamente la scala
narrativa della serie. Il pubblico conosce già il
Silo 17, grazie
a Solo,
interpretato da Steve
Zahn, il cui ritorno è stato confermato anche per la terza
stagione. Il Silo
1, però, è molto diverso: è il luogo in cui vengono
spiegati il governo dei silo, la sorveglianza, i cicli di
azzeramento, le ribellioni e la terrificante logica che sostiene
l’intero progetto.
In Shift, i
responsabili del Silo
1 risvegliano periodicamente alcune persone dal sonno
criogenico per monitorare gli altri silo. Nel frattempo, le
popolazioni degli altri rifugi vivono, si riproducono, si
ribellano, dimenticano e muoiono attraverso le generazioni, mentre
chi governa mantiene artificialmente la continuità della
storia.
Una struttura che si adatta perfettamente ai temi già esplorati
dalla serie: archivi, conoscenza proibita e paura
istituzionale.
Questa prospettiva ridimensiona anche il ruolo di
Bernard. Il
personaggio interpretato da Tim Robbins appariva come la figura più potente del
Silo 18, ma i
romanzi suggeriscono che uomini come lui siano soltanto custodi di
un progetto molto più grande, e non i suoi veri ideatori.
Se Shift renderà
la terza stagione ancora più cupa, Dust lascia invece intendere che la quarta
e ultima stagione potrebbe concludere la serie con una speranza,
seppur cauta.
L’edizione The Silo
Series Collection pubblicata da HarperCollins comprende
Wool,
Shift,
Dust e
Silo Stories,
mentre Apple ha
confermato che la quarta stagione concluderà l’adattamento della
trilogia di Hugh
Howey. Per questo motivo Dust rappresenta oggi il riferimento più
importante per immaginare il finale della serie.
Nel romanzo Juliette guida gli sforzi per mettere in comunicazione
il Silo 18 e il
Silo 17, mentre
la leadership del Silo
1 decide di sterminare gli abitanti del
Silo 18 dopo
aver compreso che sono diventati troppo indipendenti.
Paul Thurman,
figura simbolo del vecchio ordine, tenta di riprendere il
controllo, mentre l’equivalente letterario di Daniel combatte
disperatamente contro il sistema che aveva contribuito a
creare.
Il prezzo da pagare è enorme e Howey non offre mai una sopravvivenza semplice o
priva di sacrifici.
L’elemento più ottimistico di Dust è rappresentato da Seed, un luogo dove la civiltà potrebbe
ricominciare. Il romanzo rivela infatti che il mondo esterno non è
affatto quello che gli abitanti dei silo hanno sempre creduto:
l’area tossica attorno ai silo è artificiale e limitata, mentre
l’atmosfera del resto del pianeta ha iniziato lentamente a
rigenerarsi.
Se la serie manterrà questo finale, la
quarta stagione potrebbe trasformare Silo da una storia sulla prigionia e il
controllo a un racconto di dolorosa rinascita.
Lo showrunner
Graham Yost ha
già dichiarato che le ultime due stagioni forniranno finalmente
tutte le risposte ai misteri dei silo, mentre Rebecca Ferguson ha ribadito più
volte di voler raccontare integralmente la storia immaginata da
Hugh Howey.
Una conclusione pianificata fin dall’inizio potrebbe permettere
alla serie di evitare quella stanchezza narrativa che spesso
penalizza le produzioni costruite attorno ai misteri.
Monica Barbaro
entra ufficialmente nel cast del prequel di Ocean’s Eleven, il nuovo progetto targato
Warner Bros. diretto da Bradley Cooper. L’attrice candidata all’Oscar
affiancherà lo stesso Cooper, Margot Robbie e il candidato all’Oscar
Wagner Moura. Il film è attualmente in
preparazione e arriverà nelle sale il 25 giugno
2027.
Un cast sempre più
prestigioso
I dettagli sulla trama rimangono
ancora top secret, ma il progetto continua ad arricchirsi di nomi
di primo piano. Cooper, oltre a interpretare uno dei ruoli
principali, cura anche la regia, la produzione e la sceneggiatura
del film, basata sui personaggi creati da George Clayton
Johnson e Jack Golden Russell. Una
precedente versione dello script era stata sviluppata da
Carrie Solomon. La produzione è affidata anche a
LuckyChap Entertainment, la società di Margot Robbie.
Il momento d’oro di Monica
Barbaro
L’ingresso nel franchise arriva in
un momento particolarmente favorevole per Monica Barbaro. L’attrice
ha recentemente registrato il tutto esaurito con Les
Liaisons Dangereuses al National Theatre di Londra accanto
a Lesley Manville e Aidan
Turner.
Tra i suoi prossimi progetti
figurano
One Night Only,
commedia romantica diretta da
Will Gluck,
in uscita il
7 agosto,
al fianco di
Callum Turner;
Artificial
di
Luca Guadagnino,
dove interpreterà
Mira Murati
accanto a
Yura Borisov
eAndrew Garfield.
Barbaro è stata candidata all’Oscar
come miglior attrice non protagonista nel 2025 grazie alla sua
interpretazione di Joan Baez nel biopic A
Complete Unknown, diretto da James
Mangold e interpretato da Timothée Chalamet nei panni di Bob
Dylan. Il grande pubblico l’ha inoltre conosciuta grazie al ruolo
della pilota Phoenix in Top Gun: Maverick, blockbuster con
Tom
Cruise e Miles Teller, candidato a sei Premi
Oscar, incluso quello per il Miglior Film.
Il ritorno dell’universo di
Ocean’s Eleven
Il nuovo film rappresenta il
ritorno cinematografico del celebre franchise di Ocean’s
Eleven, questa volta con una storia ambientata prima degli
eventi della trilogia con George Clooney e Brad Pitt. Al momento Warner Bros. mantiene il
massimo riserbo sulla trama e sui personaggi interpretati dal cast,
ma con Bradley Cooper alla guida e un ensemble sempre più ricco di
stelle, il progetto si conferma come uno dei titoli più attesi del
2027.
Digger è uno dei progetti
cinematografici più misteriosi e affascinanti dell’anno: una
collaborazione tra uno dei migliori registi del cinema
contemporaneo e uno degli attori più iconici di Hollywood, che
potrebbe diventare una moderna risposta a un grande classico della
satira cinematografica. Nonostante il prestigio dei nomi coinvolti,
sul film è stato rivelato ancora molto poco.
Se
alcuni spettatori fortunati hanno potuto vedere alcune sequenze di
Digger
durante il CinemaCon, la maggior parte del pubblico ha
avuto soltanto brevi anticipazioni attraverso
teaser e una retrospettiva dedicata a Tom Cruise.
Sebbene rimangano ancora molti interrogativi sulla trama, sui
personaggi e sui temi del film, gli indizi presenti in questi
materiali promozionali lasciano intuire il tono generale e la
direzione narrativa dell’opera. Ecco tutto ciò che sappiamo finora
su Digger.
Digger
potrebbe essere la satira più ambiziosa della carriera di
Tom
Cruise
Il
regista messicano Alejandro G. Iñárritu si è imposto come uno dei
grandi autori del cinema moderno grazie a drammi intensi come
21 grammi e
Babel. Tuttavia,
è stata la straordinaria doppietta composta da Birdman (2014) e Revenant – Redivivo (2015) a
consacrarlo definitivamente tra i più importanti cineasti
contemporanei. Anche per questo motivo il suo nuovo film,
Digger, è uno
dei titoli più attesi del momento.
Si tratta del suo primo lungometraggio in lingua inglese dai tempi
di Revenant –
Redivivo. Dai primi teaser emerge un’estetica visiva e un
tono che sembrano collocarsi a metà strada tra Birdman e la satira politica tipica delle
opere di Armando
Iannucci. Digger fa inoltre parte della strategia produttiva
fortemente voluta da Michael De Luca e Pamela Abdy alla guida della
Warner Bros.,
che negli ultimi anni ha portato alla realizzazione di film
acclamati come I Peccatori e Una battaglia dopo l’altra.
Unendo lo stile inconfondibile di Iñárritu al peso artistico e commerciale
di Tom
Cruise, è evidente che Digger sarà guidato soprattutto dalla
visione creativa dei suoi autori, piuttosto che da esigenze di
studio. Attorno ai due protagonisti del progetto è stato inoltre
riunito un cast di altissimo livello, anche se molti dei ruoli non
sono ancora stati ufficialmente confermati.
Sebbene Tom
Cruise sia conosciuto soprattutto per i suoi film d’azione
e per i grandi ruoli drammatici, nel corso della carriera ha più
volte dimostrato un notevole talento comico: dal fascino mostrato
in Risky Business – Fuori
i vecchi… i figli ballano fino all’iconica interpretazione
del produttore cinematografico Les Grossman in Tropic Thunder, l’attore ha sempre dato il meglio
quando ha avuto la possibilità di giocare con personaggi fuori
dagli schemi.
Di cosa parla
Digger?
Al momento in cui scriviamo, la trama di Digger rimane ancora avvolta nel mistero.
Tuttavia, tra la sinossi ufficiale diffusa dalla produzione, le
descrizioni del trailer presentato al CinemaCon e i brevi teaser già pubblicati,
è possibile farsi un’idea piuttosto chiara della direzione che
prenderà il film.
Il materiale promozionale definisce Digger una «commedia dalle proporzioni
catastrofiche», suggerendo una satira sociale nello stile di
Il dottor Stranamore,
ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la
bomba di Stanley Kubrick. La sinossi anticipa
infatti una storia incentrata sull’uomo più potente del mondo, che
sembrerebbe essere proprio il protagonista chiamato Digger.
Le immagini mostrate nella retrospettiva dedicata a
Tom Cruise,
pubblicata dalla Warner
Bros. e utilizzata anche come teaser del film, confermano
questa impressione. Cruise interpreta un ricco uomo d’affari del
Sud degli Stati Uniti, estremamente sicuro di sé, costretto a
dimostrare di poter salvare l’umanità da una crisi provocata
proprio dalle sue azioni. Nel teaser lo si vede avanzare verso un
acceso vertice politico.
Poco dopo, quello stesso incontro precipita nel caos più totale. Le
immagini lasciano intuire una vicenda dalle conseguenze enormi:
bombardieri stealth in volo, incendi sullo sfondo e uno scenario
sempre più apocalittico. Il tono ironico emerge soprattutto dal
personaggio interpretato da Tom Cruise, che compare vestito da cowboy mentre
paragona il dire la verità al colpire qualcuno con una pistola.
Il trailer completo è stato mostrato al CinemaCon e, secondo quanto riportato da
Deadline,
include anche una scena in cui Digger si lamenta con uno scienziato
per una «crepa di un metro e mezzo» che rischia di compromettere un
progetto da miliardi di dollari. La situazione viene definita dal
Presidente degli Stati Uniti — interpretato nel film da
John Goodman — come uno «scenario
peggiore possibile».
Tutti questi elementi
fanno pensare che Digger segua un percorso simile a quello di
Don’t Look Up, utilizzando la satira
sociale per riflettere sui pericoli ambientali provocati
dall’avidità, dalla miopia politica e dall’ossessione per il
profitto. Se queste premesse saranno confermate,
Digger potrebbe
diventare uno dei film più ricchi di significati e allo stesso
tempo più irriverenti della carriera di Tom Cruise, oltre a essere uno dei titoli
più attesi dell’anno.
Timothée
Chalamet continua a espandere la sua carriera con un
nuovo progetto d’animazione. Universal e Illumination hanno pubblicato il primo teaser
trailer di Non sei
solo, avventura sci-fi romantica che vedrà l’attore
recitare al fianco di Selena Gomez.
Il film arriverà nelle sale il 16 aprile 2027 e promette di mescolare fantascienza,
commedia e una storia sentimentale con il tipico stile dello studio
dietro Cattivissimo
Me e Minions.
Nel film, Chalamet presta la voce a Joe, un meccanico specializzato
in razzi, mentre Gomez interpreta Fran, un’astro-botanica. I due
collaborano alla costruzione di un razzo alimentato dalle piante e,
mentre tra loro nasce un’intesa sempre più evidente, la loro vita
viene sconvolta dall’arrivo di tre piccoli alieni in fuga che si
rifugiano nella casa di Joe. Convinti che il razzo possa riportarli
sul loro pianeta, i visitatori extraterrestri trasformano quella
che sembrava una tranquilla storia romantica in una rocambolesca
avventura spaziale.
Il teaser punta soprattutto sul tono leggero e sull’alchimia tra i
due protagonisti. Le prime immagini mostrano Joe e Fran avvicinarsi
gradualmente, mentre in sottofondo risuona Space Oddity di David Bowie, prima che l’improvviso
schianto di un’astronave cambi completamente la direzione della
storia. È una struttura narrativa che richiama la tradizione dei
classici family movie, nei quali la componente emotiva e quella
fantastica procedono di pari passo.
Una commedia
romantica nello spazio è la nuova scommessa di
Illumination
Se negli ultimi anni Illumination ha costruito il proprio successo su
franchise come Cattivissimo Me, Minions, Sing e Super Mario Galaxy
Movie, Non sei
solo sembra rappresentare un tentativo di esplorare un
territorio leggermente diverso. Al centro non c’è soltanto
l’umorismo, ma anche una storia sentimentale che evolve
parallelamente al mistero legato agli alieni e alla corsa contro il
tempo per riportarli a casa.
Alla regia troviamo Eric
Guillon, Claire
Dodgson e Jonathan Del Val, tutti veterani dello studio che
hanno lavorato ad alcune delle produzioni animate di maggior
successo degli ultimi anni. Il cast vocale comprende inoltre
Rob Brydon,
Diane Morgan,
Jamie Demetriou,
Brett Goldstein,
Allison Janney e
Lamorne
Morris.
Per Timothée Chalamet si tratta di un
periodo particolarmente intenso. Dopo la stagione dei premi e in
attesa dell’uscita di Dune:
Parte Tre, l’attore aggiunge alla propria filmografia un
progetto destinato a un pubblico trasversale. Anche
Selena Gomez,
dopo gli ultimi successi tra cinema e televisione, torna a
cimentarsi con il doppiaggio in un ruolo da protagonista.
L’impressione è che Non
sei solo voglia combinare il fascino della fantascienza
classica con una commedia romantica accessibile a tutta la
famiglia. Se il film riuscirà a mantenere l’equilibrio suggerito
dal primo trailer, potrebbe diventare uno dei titoli più
interessanti del catalogo Illumination del 2027, ampliando ulteriormente la
varietà delle storie raccontate dallo studio senza rinunciare al
suo stile riconoscibile.
Nonostante
l’accoglienza contrastata riservata a Supergirl (leggi
qui la nostra recensione), DC Studios non ha alcuna intenzione di mettere da
parte l’eroina interpretata da Milly Alcock.
L’attrice ha infatti confermato che Kara Zor-El avrà un ruolo importante in
Man of Tomorrow, il prossimo film del nuovo
universo DC diretto da James Gunn,
lasciando intendere che il suo percorso è appena iniziato.
Ospite del podcast Happy, Sad, Confused, Alcock ha parlato del
ritorno sul set accanto agli altri protagonisti del DCU, spiegando come lavorare in
Man of Tomorrow rappresenti
un’esperienza diversa rispetto al suo film solista. L’attrice ha
raccontato: “È difficile
cambiare registro ed è un ambiente diverso da quello che avevamo in
Supergirl. È una storia differente, ma tutto il cast con cui ho
lavorato è stato incredibilmente disponibile e adorabile. Come
Nicholas Hoult e David Corenswet. Adoro Nicholas.” Ha
poi aggiunto qualche dettaglio sulle nuove presenze nel film:
“C’era anche Alan Tudyk,
che interpreta il robot Gary. È divertentissimo. Lars Eidinger, che
interpreta Brainiac… abbiamo avuto diverse persone sul set. Sono
entusiasta di continuare questo percorso. Ma non vi dirò
altro.”
Le dichiarazioni arrivano mentre le riprese di Man of Tomorrow sono già in corso e
confermano quanto già lasciato intendere da James
Gunn: la cugina di Superman sarà una
figura centrale nel futuro del franchise. A rafforzare questa
prospettiva è intervenuto anche il produttore esecutivo
Lars P. Winther,
che ha anticipato come il viaggio di Kara proseguirà ben oltre il
prossimo film.
Il futuro di
Supergirl passa da Superman e da un terzo progetto già
pianificato
Intervistato da The
Hollywood Reporter, Winther ha spiegato che gli eventi del
film solista preparano direttamente il ritorno di Kara accanto a
Superman.
“In Man of Tomorrow, che
stiamo girando in questo momento, Milly è presente. Senza rivelare
troppo, questo film si conclude in un certo modo e si capisce dove
andrà Kara. Ha vissuto il suo periodo più ribelle e adesso proverà
a riavvicinarsi a suo cugino e a costruirsi una nuova vita sulla
Terra.”
Il produttore ha poi lasciato intendere che i piani di
DC Studios vanno
ancora oltre: “È qui che
si trova Kara in Man of Tomorrow. È una storia molto più legata
alla Terra. Abbiamo Man of Tomorrow e sappiamo già quale sarà il
film successivo: anche lì lei avrà un ruolo
importante.”
L’evoluzione del personaggio sembra quindi già definita. Dopo
un’avventura fortemente influenzata dall’estetica cosmica di
Supergirl: Woman of
Tomorrow, Kara potrebbe diventare uno dei punti di
riferimento della componente terrestre del nuovo DCU, condividendo
la scena con Clark
Kent, Lex
Luthor e il nuovo Brainiac, interpretato da Lars Eidinger.
Le rassicurazioni arrivano anche sul fronte industriale. Nonostante
il debutto al botteghino di Supergirl sia stato inferiore alle aspettative,
Peter Safran ha
ribadito al New York
Times che il progetto non cambia la strategia dello
studio: “Anche se
Supergirl non ha raggiunto le nostre aspettative al botteghino,
rappresenta solo una componente di una strategia molto più ampia e
di lungo periodo per DC Studios, nella quale continuiamo ad avere
piena fiducia.”
È
un messaggio chiaro: il futuro del DCU non sarà determinato dal
risultato di un singolo film. Kara Zor-El resta una delle
protagoniste del piano narrativo costruito da James Gunn e Peter Safran, con
Man of Tomorrow
destinato a consolidarne il ruolo all’interno della nuova
generazione di eroi DC e a preparare sviluppi ancora più ambiziosi
nei capitoli successivi.
Ecco il trailer e le prime immagini
di
Angry Birds 3 – Terremoto in famiglia, la terza
avventura del franchise basato sul gioco Rovio Entertainment. In
uscita a Natale 2026, il film è prodotto da John Cohen p.g.a., Dan
Chuba, Carla Connor, Namit Malhotra, scritto da Thurop Van Orman,
per la regia di John Rice.
La terza parte vedrà le ulteriori
avventure di Red e Chuck, doppiati ancora da Jason Sudeikis (Ted
Lasso) e Josh Gad
(Frozen).
Questo Natale, l’eroe più
irascibile di sempre dovrà affrontare la sfida più grande della sua
vita: diventare padre… mentre cerca di salvare il mondo!
1 di 4
Angry Birds 3 - Terremoto
in famiglia - Cortesia Eagle Pictures
Angry Birds 3 - Terremoto
in famiglia - Cortesia Eagle Pictures
Angry Birds 3 - Terremoto
in famiglia - Cortesia Eagle Pictures
Angry Birds 3 - Terremoto
in famiglia - Cortesia Eagle Pictures
Dopo aver
terrorizzato il pubblico italiano ed essere diventato uno dei
fenomeni cinematografici dell’anno (oltre 600mila spettatori in
sala e centinaia di milioni di visualizzazioni online per i
contenuti social dedicati al film), Backrooms di
Kane Parsonsarriva al cinema anche in
Italia in una nuova versione arricchita da una
sorprendente scena aggiuntiva, una sequenza inedita di ben 16
minuti. L’imminente data di uscita verrà comunicata nei
prossimi giorni.
Distribuita da
I Wonder Pictures, Backrooms: everything
must go edition offrirà agli spettatori un’esperienza
ancora più immersiva nell’universo creato da Kane
Parsons, ampliando il racconto con una nuova sequenza:
un’occasione unica sia per chi ha già visto il film al cinema, sia
per chi si avvicina per la prima volta al fenomeno horror che ha
ridefinito l’immaginario contemporaneo nato sul web.
Apparse per la
prima volta nel 2019 su un forum online, le Backrooms sono
diventate uno dei più affascinanti miti contemporanei nati su
Internet: una dimensione liminale fatta di corridoi infiniti,
stanze vuote e spazi apparentemente familiari ma profondamente
inquietanti, che ha dato origine a milioni di contenuti,
videogiochi, teorie e racconti condivisi dalla community
globale.
Dopo aver
terrorizzato milioni di persone con la sua omonima serie
found-footage diventata virale (attualmente oltre 88
milioni di visualizzazioni per il primo episodio),
Kane Parsons, il più giovane autore ad aver
diretto un film A24, ha trasformato le Backrooms in un vero e
proprio fenomeno cinematografico internazionale.
Nel cast del
film, i candidati all’Oscar Chiwetel Ejiofor e Renate
Reinsve, insieme a Mark Duplass,
Finn Bennett e Lukita Maxwell.
Prodotto da A24 e James Wan,
Backrooms è diretto da Kane
Parsons e scritto dallo stesso Parsons insieme a
Will Soodik.
Di cosa parla
Backrooms: everything must go
edition
Se non fai
attenzione e superi la barriera della realtà, entrerai nelle
backrooms. Se finisci lì dentro, resta vigile, perché i passi che
echeggiano in quelle stanze potrebbero non essere solo i tuoi…Dal genio di Kane Parsons, a.k.a. Kane Pixels, l’attesissimo
film tratto dal fenomeno globale che ha terrorizzato il web, con i
candidati all’Oscar Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve.
Il
finale della quarta stagione di From ha lasciato il pubblico con due
perdite pesantissime, ma gli stessi protagonisti non escludono che
i loro personaggi possano riapparire nell’ultima stagione della
serie. Nathan D. Simmons (Elgin Williams) e Kaelen Ohm (Marielle
Sinclair) hanno infatti commentato il destino dei rispettivi
personaggi, avanzando alcune teorie su un possibile ritorno nella
stagione 5.
Nel
decimo episodio, Marielle
viene uccisa da Smiley, mentre Elgin viene assassinato da Sophia,
chiudendo apparentemente il percorso di due personaggi introdotti
nella seconda stagione con l’arrivo del celebre autobus. In
un’intervista concessa a ScreenRant, però, entrambi gli attori hanno lasciato
intendere che, nell’universo di From, la morte potrebbe non rappresentare davvero la
fine.
La possibilità non è affatto remota. La serie ha già riportato in
scena personaggi deceduti come Padre Khatri e Tom il barista, sotto forma di apparizioni che
continuano a influenzare i protagonisti. Per questo motivo, anche
Elgin e Marielle potrebbero continuare ad avere un ruolo nella
conclusione della storia.
Perché Elgin e Marielle
potrebbero ancora tornare in From
Nathan D. Simmons ha spiegato di non sapere se Elgin tornerà
davvero, ma ha rivelato un dettaglio curioso dal dietro le quinte:
la produzione conserva ancora il calco completo del suo
personaggio, realizzato durante le riprese della terza
stagione.
“Non lo so, è un mistero
anche per me. Conservano ancora il calco del mio volto e hanno
persino costruito un manichino a grandezza naturale di Elgin. Non
so se lo useranno quando mostreranno il corpo oppure se tornerò io
direttamente. Vedremo cosa succederà.”
L’attore ha poi ipotizzato un ritorno simile a quello di altri
personaggi già morti nella serie.
“Magari potrei tornare
come un fantasma, proprio come Padre Khatri. A dire il vero sono
anche curioso di seguire la prossima stagione da spettatore, se
riuscirò a evitare gli spoiler. C’è ancora una cosa che vorrei
capire: perché Elgin aveva quelle visioni fin dall’inizio? Non so
ancora quale fosse il motivo e spero che venga
spiegato.”
Anche Kaelen Ohm spera che Marielle possa avere un’ultima occasione
nella stagione conclusiva, magari sotto forma di spirito oppure
attraverso dei flashback dedicati alla relazione con Kristi.
“Mi piacerebbe
moltissimo. Sarebbe bello tornare come un fantasma, come è successo
al barista e ad altri personaggi. Oppure vedere dei flashback della
vita di Marielle e Kristi prima di arrivare nella città. Sarebbe
interessante esplorare quel passato. In qualsiasi forma, mi
piacerebbe poter tornare.”
L’idea dei flashback rappresenterebbe una novità per
From. Finora la
serie ha utilizzato il passato quasi esclusivamente per raccontare
la storia della cittadina o gli ultimi istanti prima dell’arrivo
dei personaggi all’albero sulla strada. Raccontare la vita
quotidiana di Kristi e Marielle prima dell’incubo offrirebbe invece
un punto di vista completamente diverso.
Dal punto di vista narrativo, rimane poi aperta un’altra questione
fondamentale: le visioni
di Elgin. Ora sappiamo che la Donna in Kimono lo stava
manipolando per favorire la resurrezione di Smiley, ma le sue
allucinazioni erano iniziate molto prima dell’incontro con la
creatura. Questo lascia intendere che il personaggio avesse un
legame particolare con la città, un mistero che potrebbe ancora
trovare risposta nella quinta e ultima stagione.
Con la morte di Elgin e Marielle, Randall e Bakta restano gli unici sopravvissuti del
gruppo arrivato con l’autobus nella seconda stagione. Considerando
che la stagione 5 chiuderà definitivamente la serie, è probabile
che il loro ruolo diventi ancora più centrale nella battaglia
finale contro le forze che governano la misteriosa cittadina.
La serie live-action di One
Piece su Netflix funziona davvero, ed ecco sette
serie anime che potrebbero seguirne le orme. Dopo la sua uscita, è
apparso subito chiaro che molti consideravano la serie di One
Piece su Netflix un adattamento live-action
sorprendentemente ben riuscito. Nessuno si aspettava che la serie
funzionasse in live-action, a causa del mondo esagerato,
incredibilmente vibrante e denso dell’anime e della lunghezza della
storia originale. Eppure, in qualche modo, Netflix ha sfidato le
aspettative anche con la seconda stagione di One
Piece, rendendo la serie un successo inaspettato.
One Piece tornerà addirittura su
Netflix tra tre mesi, consolidando la rinascita
del popolare anime sulla piattaforma di streaming. Tuttavia, non
tutti gli adattamenti live-action di anime hanno funzionato, e solo
i tentativi più recenti sono riusciti a invertire la tendenza.
Grazie a One Piece, gli studi stanno imparando esattamente
come le storie degli anime possono funzionare in live-action, e ci
sono sette serie che potrebbero rivelarsi la copia del fulmine di
One Piece.
Gurren Lagann
Gurren Lagann funzionerebbe bene
come serie live-action principalmente per via della sua premessa.
L’anime è ambientato in un mondo in cui gli umani vivono
sottoterra, e due personaggi riescono a raggiungere la superficie
grazie a un mech. Una volta fuori, usano questo mech per combattere
contro le forze nemiche. Se c’è una cosa che si presta bene al
live-action, sono gli enormi combattimenti tra mech. Da Transformers a Pacific Rim, i combattimenti tra mech possono
essere spettacolari e incredibilmente emozionanti, a differenza dei
normali film o serie d’azione. Unendo questo a personaggi ben
caratterizzati e a un tono divertente, Gurren Lagann potrebbe
diventare il prossimo One Piece.
Death Note
Netflix ha già tentato, fallendo
miseramente, di adattare Death Note in live-action, ma One Piece ha
mostrato alla piattaforma, e a chiunque altro, come rimediare al
suo precedente tentativo. Dopotutto, Death Note non si presta alla
durata di un film, che è la scelta di Netflix. Una serie
live-action, invece, potrebbe tradurre fedelmente l’avvincente
storia dell’amato anime. Inoltre, una serie live-action di Death
Note potrebbe tradurre meglio il tono dell’anime, a differenza di
quanto fatto da Netflix.
Netflix ha trasformato Death Note
in un film “teen scream” occidentalizzato, trascurando gli elementi
thriller del materiale originale. Se venisse realizzata una serie
live-action di Death Note, potrebbe essere un thriller cerebrale,
psicologico e soprannaturale. In tal modo, si proietterebbe in una
dimensione completamente diversa rispetto all’ultimo adattamento di
Death Note, offrendo qualcosa di molto diverso, ma altrettanto
eccellente, rispetto al live-action di One Piece.
Attack on Titan
Se c’è un anime considerato
migliore e più popolare di One Piece, almeno per quanto riguarda il
pubblico generalista, è Attacco dei Giganti. Attacco dei Giganti è
una serie mystery-box che svela lentamente la sua trama nel corso
del tempo, offrendo ambientazioni medievali, azione frenetica e
un’eccellente evoluzione dei personaggi. In termini di anime con
una trama solida e temi maturi e realistici in un contesto fantasy
ultraterreno, Attacco dei Giganti è ampiamente considerato il
migliore. Solo per questo, un adattamento live-action ben fatto
potrebbe superare One Piece.
Vinland Saga
Vinland Saga non contiene molti
degli elementi fantastici degli altri anime di questa lista, il che
lo rende un candidato perfetto per una serie live-action che
potrebbe essere migliore di One Piece. Forse la parte più difficile
di quest’ultimo è dare vita ai suoi elementi fantasy, con
conseguente esorbitante budget. Sebbene Vinland Saga sia di ampio
respiro, è un’epopea medievale piuttosto che una storia di pirati
in un mondo fantastico. Se c’è una cosa che la TV moderna sa fare
bene, è proprio realizzare epopee medievali.
Da
The Last Kingdom a A Knight of the Seven
Kingdoms e Vikings, le epopee medievali funzionano quando ci si
impegna a fondo. La storia vichinga di Vinland Saga potrebbe
offrire proprio questo, con personaggi eccellenti. Se avesse a
disposizione un budget sufficiente per trasporre anche le splendide
ambientazioni e le grandi battaglie dell’anime, Vinland Saga
potrebbe essere una serie realistica che trascende il semplice
essere un altro anime live-action.
Pokémon
Pokémon ha già dimostrato di poter
funzionare in versione live-action con Detective Pikachu. Il film è
stato un vero successo, con l’ambientazione unica del gioco
Pokémon, riprodotta in modo eccellente. Ciò che lo ha reso davvero
un successo, tuttavia, è stata la straordinaria resa dei Pokémon
stessi. Questa è stata probabilmente la parte più difficile, e il
film l’ha centrata in pieno. Se si riuscisse a replicare questo
risultato, una serie TV live-action potrebbe essere eccellente,
soprattutto se seguisse il formato dei giochi Pokémon.
Fullmetal Alchemist:
Brotherhood
Un altro anime di alto livello,
come Attack on Titan, è Fullmetal Alchemist: Brotherhood.
Quest’ultimo richiederebbe un budget considerevole per una buona
trasposizione, ma non molto superiore a quello di One Piece. Visto
che quest’ultimo ha dimostrato di essere realizzabile, Fullmetal
Alchemist: Brotherhood potrebbe diventare un’ottima serie
live-action. Con un sistema magico eccellente, personaggi
fantastici e una trama avvincente e ben strutturata, la serie, con
il giusto budget, tempo e cura, potrebbe essere persino migliore di
One Piece su Netflix.
Haikyuu
A differenza degli anime fantasy
ricchi di azione, Haikyuu potrebbe essere un eccellente adattamento
live-action. Successi recenti come Off-Campus e Heated Rivalry
hanno dimostrato che il pubblico apprezza i drama sportivi ben
realizzati. Haikyuu è proprio questo e potrebbe quindi essere
adattato in live-action con relativa facilità, soprattutto in
termini di budget. Se rappresentato fedelmente, Haikyuu potrebbe
conquistare la nicchia dei drama sportivi e diventare un fenomeno
di massa, persino più di One Piece.
Il franchise
di NCIS ritrova
uno dei suoi volti più amati, anche se questa volta lontano dalla
macchina da presa. Eric
Christian Olsen, che per quattordici stagioni ha
interpretato Marty Deeks in NCIS: Los Angeles, entrerà infatti a far parte della
produzione di NCIS: Origins
con un incarico completamente nuovo, confermando il legame ancora
molto forte con l’universo creato da CBS.
La
notizia, riportata da Deadline, conferma che Olsen sarà
produttore
esecutivo della terza stagione di NCIS: Origins attraverso la sua società Cloud
Nine Productions. L’attore lavorerà al fianco dello showrunner
David J. North, di Mark Harmon, Sean Harmon e della produttrice
Michele Greco. Si tratta del primo coinvolgimento ufficiale di
Olsen nel franchise dopo la conclusione di NCIS: Los Angeles, serie che lo ha reso uno dei
personaggi più popolari dell’intero universo NCIS.
L’annuncio è significativo perché dimostra come CBS continui a
valorizzare i talenti storici del franchise anche al di fuori della
recitazione. Negli ultimi mesi il mondo di NCIS ha iniziato una nuova fase di espansione,
tra il lancio di Origins
e il futuro NCIS: New
York, affidato a LL Cool J. Il ritorno di Olsen, seppur dietro
le quinte, rafforza ulteriormente questa strategia di
continuità.
Il ritorno di
Olsen potrebbe aprire nuove porte anche per Marty
Deeks
La presenza di Eric Christian Olsen in NCIS: Origins sorprende soprattutto perché la
serie prequel è ambientata nei primi anni Novanta e racconta gli
esordi di un giovane Leroy Jethro Gibbs, interpretato da Austin
Stowell. Dal punto di vista narrativo non esistono collegamenti
diretti con Marty Deeks o con gli eventi di NCIS: Los Angeles, motivo per cui il
coinvolgimento dell’attore appare principalmente legato alla
produzione creativa.
Non si tratta però della prima collaborazione recente tra Olsen e
CBS. Dopo la chiusura di NCIS: Los Angeles, l’attore è diventato produttore
esecutivo anche della nuova versione di Matlock con Kathy Bates, sempre attraverso Cloud Nine
Productions. Il suo ingresso in NCIS: Origins sembra quindi seguire la stessa direzione
professionale, consolidando il suo ruolo dietro le quinte.
Resta comunque aperta una domanda che molti fan si stanno già
ponendo: questo nuovo incarico potrebbe favorire anche un futuro
ritorno di Marty
Deeks davanti alla telecamera? Un’apparizione in
Origins appare
improbabile per ragioni temporali, ma un eventuale cameo nella
serie madre o nel futuro NCIS: New York sarebbe certamente più realistico. Per
ora non ci sono conferme in tal senso, ma il ritorno di Olsen nel
franchise lascia intendere che il suo rapporto con l’universo NCIS
sia tutt’altro che concluso.
L’attesa è
finita: Prime Video ha annunciato ufficialmente
la data di uscita della
quarta stagione di Reacher, confermando il ritorno della popolare serie
action con Alan
Ritchson nel ruolo dell’ex maggiore della polizia
militare. Dopo il rinnovo anticipato per una quinta stagione, la
piattaforma continua a puntare su uno dei suoi franchise più
seguiti, fissando il debutto dei nuovi episodi per il
12 agosto
2026.
L’annuncio arriva a oltre un anno dal finale della terza stagione e
conferma anche il modello di distribuzione ormai consolidato della
serie. Il 12 agosto saranno pubblicati i primi tre episodi, mentre
i successivi arriveranno con cadenza settimanale ogni mercoledì. Secondo quanto già annunciato, la quarta
stagione adatterà Gone
Tomorrow, tredicesimo romanzo di Lee Child, in cui Reacher
si ritrova coinvolto in un’intricata cospirazione dopo aver
assistito al presunto suicidio di una donna nella metropolitana di
Manhattan.
La conferma della data d’uscita rappresenta un passaggio importante
anche per l’universo televisivo della saga. Prime Video sta infatti
trasformando Reacher in un vero e proprio franchise, affiancando
alla serie principale lo spin-off Neagley, dedicato al personaggio
interpretato da Maria
Sten. La strategia ricorda quella adottata da altre grandi
produzioni seriali: ampliare il mondo narrativo mantenendo però
l’identità che ha reso la serie un successo fin dal suo
debutto.
La quarta stagione
inaugura una nuova fase del franchise di
Reacher
Come accaduto nelle stagioni precedenti, anche il quarto capitolo
vedrà Alan
Ritchson come unico protagonista ricorrente. La natura
antologica dei romanzi di Lee Child porta infatti Reacher a
incontrare ogni volta nuovi alleati e nuovi antagonisti, cambiando
completamente ambientazione e cast a ogni indagine.
Tra i nuovi interpreti già annunciati figurano Christopher Rodriguez-Marquette,
Sydelle Noel,
Marc Blucas,
Kevin Weisman,
Kathleen
Robertson e Kevin Corrigan, chiamati a dare vita ai personaggi
coinvolti nella nuova cospirazione ambientata tra le strade di New
York.
Prime Video ha inoltre confermato che Neagley debutterà il 16 settembre 2026, lo stesso giorno
del finale di stagione di Reacher 4. A differenza della serie principale, lo
spin-off sarà distribuito interamente in binge watching con tutti
gli otto episodi disponibili dal lancio.
Con una quinta stagione già in sviluppo e le riprese concluse da
tempo, è probabile che le prime immagini ufficiali e il trailer
vengano diffusi nelle prossime settimane, magari in occasione del
San Diego
Comic-Con, tradizionale palcoscenico per le grandi
produzioni televisive. Per Prime Video, Reacher si conferma ormai uno dei pilastri
della propria offerta originale e uno dei franchise destinati ad
accompagnare la piattaforma ancora a lungo.
La
produzione della terza stagione di The
Pitt continua a prendere forma e HBO
Max ha annunciato l’ingresso di sei nuovi membri del cast, tra
medici in formazione, pazienti e una nuova assistente medica. La
serie ospedaliera con Noah
Wyle, diventata uno dei maggiori successi della
piattaforma, tornerà con nuovi casi clinici e nuovi volti destinati
a cambiare gli equilibri del pronto soccorso del Pittsburgh Trauma
Medical Center.
Secondo quanto riportato da Deadline, tra i nuovi ingressi figurano
Pruitt Taylor
Vince nel ruolo del paziente Lance Candella,
Malachi Beasley
nei panni dello studente di medicina Taj Osei, Cheyenne Perez come Marisol Elena
Sambrano Monterossa, Jeremy
Radin nel ruolo del paziente Grant Emerson,
Charlz Williams
come Anguss Gunn e Rosanny
Zayas, che interpreterà l’assistente medica Vera Delgado.
L’annuncio arriva a poche settimane dall’inizio delle riprese della
nuova stagione, iniziate il 16 giugno.
L’aggiornamento conferma anche la direzione intrapresa dagli autori
dopo i cambiamenti annunciati negli ultimi mesi. L’uscita di scena
di alcuni personaggi importanti, come la dottoressa Samira Mohan e
la temporanea assenza di Baran Al-Hashimi, rende necessario
l’arrivo di nuove figure che possano rinnovare le dinamiche del
reparto senza alterare l’identità della serie. Più che un semplice
ricambio, sembra l’inizio di una nuova fase narrativa.
L’arrivo di nuovi
specializzandi potrebbe ridefinire gli equilibri del pronto
soccorso
Uno degli elementi più interessanti dell’annuncio riguarda proprio
l’introduzione di nuovi Student Doctors. La seconda stagione aveva già
ampliato il gruppo dei giovani medici con personaggi come Joy Kwan,
Emma Nolan e James Ogilvie, mostrando quanto la formazione sul
campo sia diventata uno degli aspetti centrali del racconto.
La terza stagione sarà ambientata circa quattro mesi dopo gli
eventi del finale precedente, restando però all’interno dello
stesso anno accademico. Questo dettaglio rende plausibile che Taj
Osei, Marisol Monterossa e Vera Delgado abbiano sempre fatto parte
dell’ospedale, semplicemente lavorando su turni differenti rispetto
ai protagonisti conosciuti finora. Una soluzione narrativa che
permetterebbe alla serie di inserire nuovi personaggi senza
forzature.
Nel frattempo è già stato confermato che Ayesha Harris, interprete della dottoressa
Parker Ellis, diventerà un membro fisso del cast dopo il ruolo
ricorrente avuto nella seconda stagione. Resta inoltre aperta la
storyline della causa per malpractice che coinvolge Ellis e Mel
King, destinata con ogni probabilità ad avere un peso importante
nei nuovi episodi.
Con le riprese ancora nelle fasi iniziali, è probabile che HBO Max
annunci altri ingressi nelle prossime settimane. Molti dei
personaggi ricorrenti introdotti nella seconda stagione non sono
infatti ancora stati confermati, lasciando aperta la possibilità di
ulteriori ritorni accanto alle nuove reclute del pronto
soccorso.
Luglio 2026
porta su Prime Video un catalogo cinematografico
particolarmente ricco, capace di spaziare tra produzioni Original,
film in esclusiva, prime e seconde visioni e grandi classici che
tornano disponibili in streaming. L’offerta del mese alterna
horror, thriller, commedie, animazione e cinema d’autore, con
diverse novità pensate per soddisfare pubblici molto diversi.
Accanto alle produzioni Original, Amazon rafforza ulteriormente il
proprio catalogo acquisendo alcuni dei film più recenti passati
nelle sale e riportando in piattaforma titoli iconici come la saga
di Shrek,
Sing 2,
Vice – L’uomo
nell’ombra, Brazil e JFK
– Un caso ancora aperto. Ecco tutti i film più importanti
in arrivo durante il mese.
Boulevard inaugura il mese delle
esclusive Prime Video
La
prima grande novità Original arriva il 10 luglio con Boulevard, nuovo film distribuito in
esclusiva da Prime Video. Amazon mantiene ancora riservati molti
dettagli sulla produzione, ma il progetto rappresenta uno dei
titoli di punta della piattaforma per l’estate 2026 e conferma la
strategia di investire sempre più in film esclusivi destinati
direttamente allo streaming.
Primitive War porta dinosauri e
guerra nello stesso film
Il 12 luglio
debutta invece Primitive
War, uno degli horror d’azione più curiosi della
stagione.
Il film unisce infatti il cinema bellico con il survival horror,
immaginando una guerra combattuta in una giungla popolata da
dinosauri. Un concept insolito che ha già attirato l’attenzione
degli appassionati del genere e che punta a diventare uno dei
titoli cult dell’estate.
La bocca del diavolo è il nuovo
film Prime Original italiano
Il 29 luglio
arriverà La bocca del
diavolo, nuova produzione Prime Original.
Il film rappresenta uno degli investimenti italiani più importanti
della piattaforma per questa seconda parte dell’anno e contribuirà
ad arricchire un catalogo locale sempre più presente all’interno
della strategia di Amazon.
Prime e seconde visioni
arricchiscono il catalogo
Oltre agli Original, luglio porterà su Prime Video anche numerose
prime e seconde visioni.
Tra i titoli più attesi figurano Dangerous Animals (6 luglio),
28 anni dopo: Il tempio
delle ossa (8 luglio), The Black Demon (10 luglio), Roofman (16 luglio),
Good Fortune (24
luglio) e Cena di
classe (31 luglio).
Si tratta di un’offerta che spazia dall’horror al thriller fino
alla commedia, permettendo agli abbonati di recuperare rapidamente
alcuni dei film più recenti dopo il loro passaggio nelle sale
cinematografiche.
Tornano Shrek, Sing 2 e tanti
grandi classici
Uno degli aspetti più interessanti del mese riguarda il ritorno di
numerosi film già diventati dei classici.
Dal 1° luglio
saranno infatti disponibili l’intera trilogia originale di
Shrek, insieme a
Sing 2 – Sempre più
forte, Baby Boss
2, I magnifici
7, Il duro del
Road House, Vice
– L’uomo nell’ombra, Skyline, La rapina perfetta, Vivere e morire a Los Angeles,
Orwell 1984,
Il racconto
dell’ancella, La
signora in rosso, Stato di grazia, Salvador, America 1929 – Sterminateli senza pietà e
molti altri titoli appartenenti a generi completamente
differenti.
Nel corso del mese arriveranno inoltre anche Brazil e JFK – Un caso ancora aperto (10 luglio),
L’ombra delle
spie (20 luglio) e Don Jon (22 luglio), ampliando ulteriormente un
catalogo già molto ricco.
Attenzione anche ai film in
scadenza
Luglio sarà anche l’ultima occasione per recuperare alcuni titoli
prima della loro uscita dal catalogo.
Luglio 2026
sarà uno dei mesi più ricchi dell’anno per gli abbonati a Prime Video. La piattaforma di Amazon punta
infatti su produzioni originali molto diverse tra loro, spaziando
dalla commedia italiana alla fantascienza, passando per anime di
culto e grandi ritorni dell’animazione DC.
Accanto alle produzioni Original arriveranno anche numerose serie
in licenza che arricchiranno ulteriormente il catalogo, con
stagioni complete di franchise amatissimi come Jujutsu Kaisen, Dragon Ball, Chicago Fire e Chicago P.D.. Ecco tutte le novità più
importanti in arrivo nel corso del mese.
Elle porta su Prime Video il
prequel de La rivincita delle bionde
Il mese si apre il 1°
luglio con una delle produzioni Original più attese
dell’anno.
Elle racconta la
vita di Elle Woods molto prima degli eventi de La rivincita delle bionde. Ambientata
nel 1995, la serie segue la futura protagonista durante gli anni
del liceo, tra amicizie complicate, primi amori e il rapporto con
la propria famiglia.
L’obiettivo non è semplicemente raccontare l’adolescenza del
personaggio, ma mostrare come si sia formata quella personalità
brillante, determinata e ottimista che il pubblico ha imparato ad
amare nei film.
Gli otto episodi saranno disponibili tutti insieme fin dal
debutto.
The Ghost in the Shell rilancia
uno dei più grandi franchise cyberpunk
L’8 luglio
debutta la nuova serie Prime Original dedicata a
Ghost in the
Shell.
Il progetto rappresenta uno dei ritorni più importanti per uno dei
franchise che hanno rivoluzionato il cyberpunk giapponese. Prime
Video distribuirà dieci episodi con uscita settimanale fino all’8
settembre.
Per gli appassionati di anime si tratta probabilmente dell’uscita
più importante del mese.
Corri o Muori punta
sull’azione
Dal 15 luglio
arriva invece Corri o
Muori, nuova serie Prime Original composta da otto episodi
distribuiti contemporaneamente.
Amazon, almeno per il momento, mantiene ancora riservati molti
dettagli sulla trama, ma la serie è già stata presentata come uno
dei nuovi titoli di punta dell’estate.
Super Market è la nuova comedy
italiana di Prime Video
Il 17 luglio
debutta Super
Market, nuova serie comedy italiana prodotta da Banijay
Italia.
Scritta e diretta dal collettivo Il Terzo Segreto di Satira, racconta la
vita quotidiana dei dipendenti dell’Eury, un piccolo supermercato
di quartiere ormai vicino alla chiusura.
Tra direttori incapaci, cassieri, magazzinieri, vigilanti e
stagisti alle prime armi nasce una commedia corale che punta
sull’umorismo tipicamente italiano e sulle dinamiche del mondo del
lavoro.
Nel cast troviamo Alessandro Betti, Marta Zoboli, Francesco
Arienzo, Davide Calgaro, Gaia Bavaro, Martina Bonan, Valerio Airò
Rochelmeyer, Walter Leonardi, Tommaso Cassissa e Katia Follesa.
La serie sarà disponibile con tutti e sei gli episodi fin dal
giorno del debutto.
Batman: Caped Crusader torna con
la seconda stagione
Il mese si chiuderà il 31
luglio con il ritorno di Batman: Caped Crusader.
La serie animata, che ha riportato il Cavaliere Oscuro a
un’impostazione noir molto vicina ai fumetti classici e alla
storica Batman: The Animated
Series, tornerà con dieci nuovi episodi disponibili in binge
watching.
Dopo l’ottima accoglienza della prima stagione, l’attesa tra i fan
DC è particolarmente elevata.
Anime, crime e serie cult
arricchiscono il catalogo
Accanto alle produzioni Original, luglio porterà numerose aggiunte
al catalogo.
Tra gli anime spiccano:
Dragon Ball Super (1 luglio)
Jujutsu Kaisen stagioni 1 e 2 (1 luglio)
Boruto: Naruto Next Generations (15 luglio)
Jujutsu Kaisen stagione 3 (23 luglio)
Dragon Ball GT stagione 2 (23 luglio)
Sul fronte delle serie live-action arrivano invece:
SEAL Team stagione 4
Elementary stagione 4
Chicago Fire stagioni 5-10
Chicago P.D. stagioni 5-9
Attacco al Potere – Paris Has Fallen
I
liceali stagione 2
R.I.S. – Delitti imperfetti stagione 4
Squadra Antimafia stagione 7
L’offerta dimostra ancora una volta la volontà di Prime Video di
costruire un catalogo capace di soddisfare pubblici molto diversi,
alternando produzioni originali, anime, procedurali e grandi
classici della televisione.
Tutte le nuove serie in arrivo su Prime Video a
luglio 2026
Il futuro
cinematografico di Disney prende sempre più forma. In occasione
della XV edizione di Ciné – Giornate di Cinema di
Riccione, The Walt Disney Company Italia ha presentato la line-up
delle prossime uscite che accompagneranno il pubblico da agosto
2026 fino al 2027. Tra blockbuster Marvel, remake live-action, grandi
produzioni Searchlight, documentari evento e nuovi film
d’animazione, il calendario si conferma tra i più ricchi degli
ultimi anni.
Ad aprire la
convention è stato l’amministratore delegato di Disney Italia,
Daniel Frigo, che ha celebrato gli ottimi risultati ottenuti dalla
società. Disney ha infatti superato i 3 miliardi di dollari
di incasso al box office mondiale, mentre in Italia ha già
sfiorato i 90 milioni di euro nei primi sette mesi
del 2026, con oltre 11 milioni di spettatori. Tra
i maggiori successi figurano Il Diavolo veste Prada 2,
Avatar: Fuoco e Cenere,
Zootropolis 2 e Toy
Story 5, numeri che testimoniano l’ottimo stato di salute
della major sul mercato cinematografico.
Dopo aver
ripercorso questi risultati, Disney ha svelato i principali film
che arriveranno nei prossimi mesi, anticipando anche alcuni dei
titoli più attesi del 2027.
Tutti i film Disney in uscita nel
2026
La seconda
parte del 2026 si aprirà il 19 agosto con
Oceania, adattamento live-action del celebre
classico Disney. Diretto da Thomas Kail, il film vedrà Catherine
Lagaʻaia interpretare Vaiana al fianco di Dwayne Johnson, che tornerà nel ruolo di Maui.
L’obiettivo è riportare sul grande schermo la storia che ha
conquistato milioni di spettatori mantenendo le canzoni originali
di Lin-Manuel Miranda e la spettacolarità visiva
dell’animazione.
Una settimana
dopo, il 26 agosto, arriverà The Dog Stars – Le Stelle Dopo la
Fine, adattamento del romanzo di Peter Heller con
Jacob Elordi e Josh
Brolin. Ambientato in un futuro post-apocalittico, racconta la
storia di un pilota sopravvissuto che decide di lasciare il rifugio
costruito insieme a un ex militare dopo aver intercettato una
misteriosa trasmissione radio che potrebbe cambiare il destino
dell’umanità.
Il 10
settembre spazio invece alla musica con il documentario
evento dedicato agli Oasis, che racconterà il
clamoroso tour della reunion dei fratelli Gallagher attraverso
immagini dal backstage, prove, concerti e nuove interviste
realizzate insieme dopo oltre venticinque anni.
Il 17
settembre sarà invece la volta di Cars: Motori
Ruggenti – 20 anni, ritorno nelle sale del primo capitolo
Pixar dedicato a Saetta McQueen per celebrare il ventesimo
anniversario del film che ha dato vita a uno dei franchise più
amati dello studio.
Sempre a
settembre, precisamente il 24, Disney riporterà al
cinema Avengers: Endgame con una speciale
re-release che permetterà ai fan di rivivere uno dei più grandi
successi della storia del Marvel Cinematic Universe sul grande
schermo.
L’autunno
proseguirà con Whalefall: Nella Balena, survival
diretto da Brian Duffield tratto dal romanzo di Daniel Kraus. Il
protagonista, interpretato da Austin Abrams, rimane intrappolato
all’interno di una gigantesca balena con pochissimo ossigeno a
disposizione, trasformando il film in una corsa contro il tempo tra
sopravvivenza e dramma psicologico. Accanto a lui figurano Josh
Brolin, Elisabeth Shue, Jane Levy e John Ortiz.
Il 5
novembre arriverà invece Wild Horse Nine, il nuovo film del
premio Oscar Martin McDonagh (Gli Spiriti dell’Isola).
Ambientato sull’Isola di Pasqua durante il periodo precedente al
colpo di Stato cileno del 1973, il film riunisce un cast
prestigioso composto da John Malkovich, Sam
Rockwell, Steve Buscemi, Tom Waits e Parker Posey.
Chiuderà
novembre Hexe: Il Regno delle Streghe, nuovo
lungometraggio animato Disney che racconterà la storia della
giovane Billie, catapultata in un regno magico popolato da streghe
dopo aver scoperto di possedere misteriosi poteri. Diretto da Fawn
Veerasunthorn e Jason Hand, rappresenta una delle principali novità
dell’animazione Disney per il 2026.
Avengers: Doomsday guida il finale
dell’anno Disney
Il titolo di
punta dell’intera line-up resta naturalmente Avengers: Doomsday, in arrivo il
16 dicembre 2026.
Il progetto
rappresenta il primo vero crossover tra gli eroi del MCU e gli
storici X-Men
della saga Fox, confermando la volontà di Disney e Marvel Studios
di costruire un evento capace di ridefinire l’intero Multiverso
prima di Avengers: Secret Wars.
Searchlight e 20th Century puntano
su storie sempre più autoriali
Accanto ai
blockbuster, Disney continua a investire anche nelle produzioni
destinate a un pubblico più adulto.
Film come
The Dog Stars, Whalefall e
Wild Horse Nine dimostrano la volontà di
Searchlight Pictures e 20th Century Studios di alternare grandi
franchise a opere autoriali firmate da registi di prestigio come
Martin McDonagh e Brian Duffield.
Si tratta di
una strategia ormai consolidata: affiancare Marvel, Pixar e Disney
Animation con produzioni drammatiche, thriller e film d’autore che
permettono al gruppo di presidiare praticamente ogni segmento del
mercato cinematografico.
Disney guarda già al 2027 con
Marvel, Star Wars, Pixar e Frozen
La convention
di Riccione si è conclusa con una lunga serie di anticipazioni
dedicate al 2027.
Tra i titoli
già confermati figurano L’Era Glaciale: Punto di
Ebollizione, il ritorno nelle sale di Star
Wars: Episodio IV – Una Nuova Speranza per il
cinquantesimo anniversario, il nuovo film Pixar
Gatto, Bluey – Il Film, un nuovo
lungometraggio dedicato ai Simpson,
Frozen
3, Gli Incredibili 3,
Star Wars: Starfighter,
Behemoth!, il remake live-action di
Rapunzel, Lilo & Stitch 2 e
soprattutto Avengers: Secret Wars, destinato a
raccogliere l’eredità di Doomsday e a chiudere l’attuale
Saga del Multiverso.
L’impressione è che Disney voglia
continuare a puntare contemporaneamente sui propri marchi più forti
e su nuove proprietà intellettuali, costruendo un’offerta capace di
coprire ogni fascia di pubblico. Se il 2026 sarà l’anno dei grandi
ritorni, il 2027 potrebbe rappresentare uno dei calendari
cinematografici più ricchi e ambiziosi della storia recente della
compagnia.
A
cinquant’anni dalla sua uscita, Lo squalo (Jaws) continua a essere uno dei film più influenti
della storia del cinema. Diretto da Steven
Spielberg e tratto dall’omonimo romanzo di
Peter Benchley, il
film del 1975 non ha soltanto rivoluzionato il concetto di
blockbuster estivo, ma ha anche modificato profondamente
l’immaginario collettivo sugli squali.
La storia
del gigantesco squalo bianco che terrorizza la fittizia Amity
Island è entrata nella cultura popolare, alimentando per decenni la
paura del mare e contribuendo a costruire il mito di uno dei mostri
cinematografici più iconici di sempre. Proprio il realismo con cui
viene raccontata la vicenda ha spinto molti spettatori a chiedersi
se Lo squalo sia
tratto da una storia vera. La risposta è, almeno apparentemente,
semplice: no, il film non racconta un fatto realmente accaduto.
Tuttavia, la
sua origine è molto più complessa di quanto sembri. Il romanzo di
Peter Benchley
nasce infatti dall’unione di episodi storici, incontri reali e
tragedie documentate che hanno influenzato la costruzione della
storia e dei suoi personaggi. Comprendere queste ispirazioni
permette di guardare il film con occhi diversi, distinguendo ciò
che appartiene alla finzione da quanto affonda invece le proprie
radici nella realtà.
La vera storia
dietro Lo squalo nasce dalla passione di Peter Benchley e da un
enorme squalo catturato nel 1964
Contrariamente a quanto si pensa spesso, Lo squalo non è basato su una vicenda
realmente accaduta e neppure il romanzo di Peter Benchley racconta fatti
storici. Lo scrittore sviluppò l’idea dopo anni di interesse verso
gli squali, una passione nata durante l’infanzia trascorsa pescando
insieme al padre nelle acque di Nantucket.
Il momento decisivo arrivò però nel 1964, quando lesse la notizia
della cattura di un gigantesco squalo bianco di oltre due
tonnellate al largo di Long Island da parte del celebre pescatore
Frank Mundus.
Quella fotografia rimase impressa nella sua mente e gli suggerì una
domanda tanto semplice quanto efficace: cosa accadrebbe se un
animale simile decidesse di stabilirsi davanti a una località
balneare senza più allontanarsene?
Da quell’intuizione nacque il progetto del romanzo, che
Benchley iniziò
a scrivere nel 1971 e pubblicò tre anni dopo. Il libro rimase per
quarantaquattro settimane nella classifica dei bestseller,
attirando immediatamente l’attenzione di Steven Spielberg, che ne intuì
l’enorme potenziale cinematografico.
Gli attacchi di
squali del New Jersey del 1916 e il vero cacciatore Frank Mundus
influenzarono il film senza diventarne la trama
Per decenni si è sostenuto che Lo squalo fosse ispirato ai famosi attacchi
verificatisi lungo la costa del New Jersey nell’estate del 1916. In
quei dodici giorni, tra il 1° e il 12 luglio, cinque persone furono
attaccate da uno squalo e quattro morirono, generando un’ondata di
panico senza precedenti negli Stati Uniti. Alcune analogie con il
film sono evidenti: la paura che si diffonde tra i bagnanti, le
spiagge minacciate durante la stagione turistica e la caccia
disperata al predatore.
Persino nel film il capo della polizia Brody cita esplicitamente
gli eventi del 1916 per convincere il sindaco a chiudere le
spiagge. Eppure Peter
Benchley smentì più volte che quella fosse la principale
fonte d’ispirazione della sua opera. Gli episodi del New Jersey
erano ben noti allo scrittore e vengono persino citati nel romanzo,
ma rappresentavano soltanto uno dei numerosi riferimenti utilizzati
per costruire un racconto originale.
Molto più concreta fu invece l’influenza esercitata da
Frank Mundus, il
celebre pescatore di squali che accompagnò più volte
Benchley nelle
sue spedizioni in mare. Sebbene lo scrittore abbia sempre negato un
collegamento diretto, il carattere ruvido, i metodi di caccia e
perfino alcune tecniche utilizzate dal personaggio di Quint
ricordano in maniera evidente il vero cacciatore.
Il celebre
monologo della USS Indianapolis racconta una tragedia realmente
accaduta e rappresenta la parte più vera di Lo squalo
Se la vicenda principale appartiene alla finzione, esiste una
sequenza di Lo
squalo che affonda completamente nella storia reale. Si
tratta del celebre monologo di Quint sulla USS Indianapolis, considerato
ancora oggi uno dei momenti più memorabili del film. Il racconto si
riferisce al reale affondamento dell’incrociatore americano,
silurato da un sottomarino giapponese il 30 luglio 1945 dopo aver
consegnato componenti fondamentali della bomba atomica destinata a
Hiroshima.
La nave affondò in appena dodici minuti e circa novecento marinai
finirono dispersi nell’Oceano Pacifico, dove rimasero per quasi
cinque giorni in attesa dei soccorsi. Durante quel periodo numerosi
squali furono attirati dal sangue e dai corpi dei naufraghi,
provocando una delle peggiori tragedie navali della storia
americana. Dei 1.196 uomini imbarcati soltanto 316 riuscirono a
sopravvivere.
Il monologo interpretato da Robert Shaw riprende quasi fedelmente quei fatti,
pur introducendo alcuni elementi romanzati, come il personaggio
dell’amico “Herbie Robinson”. Per molti critici rappresenta il
momento in cui Lo
squalo smette di essere soltanto un thriller e diventa
anche una riflessione sulla paura, sul trauma e sulla vulnerabilità
dell’uomo davanti alla natura.
Lo squalo ha
trasformato un mito cinematografico in una paura collettiva, ma la
realtà racconta una storia molto diversa
La forza di Lo
squalo deriva proprio dalla sua capacità di mescolare
elementi autentici e finzione cinematografica in modo quasi
impercettibile. Il film non racconta una storia vera, ma utilizza
fatti realmente accaduti, personaggi ispirati a persone esistenti e
tragedie storiche per costruire una narrazione credibile e
coinvolgente. Allo stesso tempo, il suo enorme successo ebbe
conseguenze impreviste.
Lo stesso Peter
Benchley, negli anni successivi, espresse rammarico per il
fatto che il film avesse contribuito ad alimentare un’immagine
distorta degli squali, favorendo campagne di caccia indiscriminata
nei loro confronti. Con il tempo lo scrittore divenne infatti un
convinto sostenitore della conservazione marina, spiegando che gli
squali non sono macchine assassine e che gli attacchi agli esseri
umani restano eventi estremamente rari.
Ancora oggi i dati scientifici confermano che gli incontri mortali
con gli squali bianchi sono eccezionali rispetto al numero di
persone che ogni anno frequentano gli oceani. Forse è proprio
questa la più grande eredità di Lo squalo: aver creato uno dei più grandi miti del
cinema partendo da frammenti di realtà, dimostrando quanto il
potere della narrazione possa influenzare il nostro modo di
percepire il mondo molto più dei fatti stessi.
Quando
Cliffhanger – L’ultima
sfida, diretto da Renny Harlin e interpretato da Sylvester
Stallone, arrivò nelle sale nel 1993, conquistò il
pubblico grazie a un mix esplosivo di azione, suspense e
spettacolari sequenze di arrampicata ambientate tra le montagne.
Ancora oggi il film è considerato uno dei migliori
action degli
anni Novanta, capace di trasformare le vette delle
Montagne Rocciose
in un teatro di inseguimenti, sparatorie e acrobazie mozzafiato. La
spettacolarità delle scene e il realismo di molte sequenze hanno
spinto nel tempo numerosi spettatori a chiedersi se la storia
raccontata sullo schermo abbia un fondamento nella realtà.
La
risposta, però, è meno immediata di quanto sembri.
Cliffhanger – L’ultima
sfida non racconta una vicenda realmente accaduta, ma la
sua origine è legata a una disputa sull’ispirazione della
sceneggiatura e a un episodio di cronaca avvenuto negli Stati Uniti
alla fine degli anni Settanta. Dietro il celebre film con Stallone
si intrecciano infatti racconti di alpinisti, una causa legale e
persino un misterioso incidente aereo che contribuì a dare forma
all’idea da cui nacque uno degli action più iconici della sua
epoca.
La vera storia
che avrebbe ispirato Cliffhanger – L’ultima sfida parte da un misterioso
incidente aereo avvenuto nello Yosemite National Park
Sebbene Cliffhanger –
L’ultima sfida non sia tratto da una storia vera, esiste
un episodio reale che viene spesso indicato come la principale
fonte d’ispirazione del film. Lo scrittore americano
Jeff Long
sostenne infatti che la trama derivasse dal suo romanzo
Angels of Light,
pubblicato nel 1987, a sua volta ispirato a un fatto realmente
accaduto dieci anni prima.
Nel 1977 un piccolo aereo precipitò nel lago ghiacciato
Merced Lake,
all’interno dello Yosemite National Park, trasportando un ingente
carico di marijuana e cocaina. L’incidente diede origine a una
frenetica corsa per recuperare la droga prima dell’arrivo delle
autorità, una situazione che univa paesaggi impervi, condizioni
estreme e criminalità organizzata.
Pur essendo molto diversa dalla vicenda raccontata nel film, questa
storia condivide con Cliffhanger – L’ultima sfida l’idea di un tesoro
nascosto tra le montagne e della lotta per impossessarsene in un
ambiente ostile, dove la natura diventa tanto pericolosa quanto gli
stessi antagonisti.
La nascita del
film fu al centro di una disputa legale tra gli autori sulla
paternità dell’idea originale
L’origine di Cliffhanger
– L’ultima sfida è stata per anni oggetto di controversie.
Il produttore Gene
Hines contestò apertamente le dichiarazioni di
Jeff Long,
sostenendo che il concept del film fosse nato già nel 1985 insieme
all’alpinista e scrittore John Long, ben prima della pubblicazione del
romanzo Angels of
Light.
Secondo Hines,
l’ispirazione arrivò dopo aver visto un documentario televisivo
dedicato all’arrampicata nello Yosemite National Park e dopo aver incontrato
diversi climber della zona. Inoltre, ricordò che
John Long si
trovava realmente nello Yosemite quando avvenne l’incidente
dell’aereo precipitato nel 1977 e che, proprio per questo motivo,
nessuno poteva rivendicare un’esclusiva narrativa su un fatto di
cronaca pubblico.
La disputa sfociò in un confronto legale che si concluse con un
accordo economico. La casa di produzione Carolco Pictures riconobbe un risarcimento
ad Hines e ad
altri soggetti coinvolti, mentre John Long ottenne il credito ufficiale per
il soggetto del film. La sceneggiatura venne invece firmata da
Michael France,
anche se Sylvester
Stallone intervenne pesantemente sulla sua
riscrittura, ricevendo a sua volta il credito come
sceneggiatore.
L’alpinismo
raccontato in Cliffhanger
– L’ultima sfida mescola tecniche reali e
spettacolarizzazione cinematografica per costruire un grande film
d’azione
Se la trama appartiene completamente alla finzione, uno degli
aspetti più apprezzati di Cliffhanger – L’ultima sfida riguarda il tentativo
di rappresentare in maniera credibile il mondo dell’alpinismo. Per
preparare il film furono coinvolti alcuni dei migliori scalatori
dell’epoca. Inizialmente lo stunt principale di Sylvester
Stallone fu il leggendario alpinista tedesco
Wolfgang
Güllich, uno dei più grandi arrampicatori della
storia.
Dopo la sua tragica morte in un incidente automobilistico nel 1992,
il suo ruolo venne assunto dal celebre climber americano
Ron Kauk, che
contribuì alla realizzazione delle spettacolari sequenze sulle
pareti rocciose. Lo stesso Stallone si impegnò a imparare le
tecniche fondamentali dell’arrampicata, ricevendo l’apprezzamento
della troupe per la dedizione dimostrata durante le riprese.
Nonostante ciò, la comunità degli alpinisti accolse il film con
opinioni contrastanti.
Molti elogiarono la qualità della rappresentazione dell’arrampicata
rispetto agli standard hollywoodiani dell’epoca, mentre altri
criticarono alcune licenze narrative, come la celebre scena
iniziale in cui l’imbracatura della giovane Sarah si rompe
improvvisamente. Secondo numerosi esperti, quella sequenza trasmise
al pubblico un’idea fuorviante sulla sicurezza dell’attrezzatura
moderna, contribuendo a diffondere paure infondate.
Cliffhanger – L’ultima sfida resta un’opera
di fantasia, ma le sue radici nella realtà rendono ancora più
affascinante la sua storia
A
oltre trent’anni dalla sua uscita, Cliffhanger – L’ultima sfida continua
a essere ricordato come uno degli action più spettacolari degli
anni Novanta. Sebbene non racconti una storia vera, il film affonda
le proprie radici in eventi realmente accaduti, nelle esperienze di
alpinisti professionisti e in una lunga disputa sulla paternità
dell’idea originale.
L’incidente dello Yosemite National Park, le testimonianze degli
scalatori coinvolti nella produzione e il contributo di figure come
John Long e
Gene Hines
dimostrano come la realtà abbia fornito soltanto il punto di
partenza per una vicenda completamente reinventata. Il risultato è
un film che utilizza ambientazioni autentiche e tecniche ispirate
all’alpinismo reale per costruire uno spettacolo ad alta
tensione.
In esso, la montagna diventa il palcoscenico perfetto per una sfida
estrema tra uomo, natura e criminalità. È proprio questo equilibrio
tra suggestioni reali e puro intrattenimento a spiegare perché,
ancora oggi, molti spettatori siano convinti che
Cliffhanger – L’ultima
sfida racconti una storia realmente accaduta.
Tra i
melodrammi romantici turchi arrivati negli ultimi anni in
Italia, Un amore come te (Aşk Sana
Benzer) occupa un posto particolare. Diretto da A.
Taner Elhan, il film unisce il fascino delle coste
dell’Egeo a una storia d’amore costruita sul peso del passato,
sulla possibilità del perdono e sulla difficoltà di concedersi una
seconda occasione.
A rendere
ancora più coinvolgente il racconto contribuisce la presenza di
Burak Özçivit e Fahriye Evcen,
coppia nella vita reale, la cui intesa dona autenticità ai
sentimenti dei protagonisti Ali e Deniz. Il finale è però ciò che
ha maggiormente diviso gli spettatori. Dopo una conclusione
apparentemente drammatica, la regia sceglie infatti di non offrire
una risposta definitiva sul destino di Ali, preferendo affidarsi
alle immagini e ai simboli.
È una scelta
narrativa che sposta l’attenzione dall’esito degli eventi al loro
significato emotivo. Per comprendere davvero l’epilogo di
Un amore come te bisogna quindi osservare ciò che
la regia suggerisce attraverso il mare, il tempo e le ultime
inquadrature, più che cercare una risposta univoca alla domanda che
tutti si pongono: Ali è davvero morto?
Perché Un amore come
te racconta un amore destinato a confrontarsi con il
dolore prima ancora che con il destino
Fin dalle
prime scene, Un amore come te costruisce una
relazione che nasce dall’incontro di due persone ferite. Deniz
arriva nel piccolo villaggio costiero per lasciarsi alle spalle
un’esistenza segnata dal dolore, mentre Ali vive sacrificando
desideri personali per sostenere il ristorante di famiglia e
rispettare le responsabilità ereditate dal padre.
L’atmosfera
mediterranea, i ritmi lenti e la centralità del mare trasformano il
paesaggio in un vero protagonista della storia. La natura
accompagna costantemente l’evoluzione dei personaggi, riflettendo
le loro emozioni e anticipando i conflitti che dovranno affrontare.
In questo senso il film richiama la tradizione del melodramma
romantico turco, dove il destino dei protagonisti passa attraverso
elementi simbolici più che attraverso semplici colpi di scena.
Anche il
percorso di Ali segue questa logica. Il personaggio interpretato da
Burak Özçivit incarna una figura generosa, pronta
a mettere il bene degli altri davanti ai propri interessi. Questa
predisposizione al sacrificio prepara il terreno al finale, che non
rappresenta un evento improvviso ma la naturale conclusione di un
arco narrativo costruito fin dall’inizio attorno all’idea di un
amore disposto a pagare qualsiasi prezzo.
Il finale di Un amore come
te spiegato: cosa accade davvero ad Ali e perché la regia
lascia volutamente aperta ogni interpretazione
L’ultima
parte del film porta i protagonisti nel momento più drammatico
della loro relazione. Deniz, sopraffatta dal dolore e dai fantasmi
del passato, tenta di togliersi la vita gettandosi in mare con
un’ancora legata al corpo. Ali la raggiunge per salvarla, pur
essendo già gravemente ferito al fianco durante lo scontro che
precede la fuga.
La caduta in
acqua assume immediatamente un valore simbolico. Il mare diventa il
luogo in cui amore, morte e rinascita si fondono, mentre l’ancora
rappresenta il peso delle sofferenze che entrambi trascinano da
tempo. Dopo l’immersione, il racconto compie un salto temporale.
Deniz si risveglia sulla spiaggia accanto a un bambino chiamato
Ali, dettaglio che lascia intuire il trascorrere di alcuni
anni.
A quel punto
compare proprio Ali. Indossa abiti chiari, prende in braccio il
bambino, si avvicina a Deniz e la bacia con dolcezza. Pochi istanti
dopo, però, la sua figura svanisce lentamente, lasciando soltanto
delle impronte sulla sabbia. È questa dissolvenza a rendere il
finale volutamente ambiguo. La regia evita qualsiasi conferma
concreta, preferendo costruire un’immagine sospesa tra realtà,
ricordo e visione. Lo spettatore è chiamato a completare ciò che il
film sceglie deliberatamente di non mostrare.
Perché molti spettatori credono
che Ali sia morto e cosa rappresentano il mare, il bambino e le
impronte sulla sabbia
L’interpretazione più condivisa considera quella finale come
l’apparizione spirituale di Ali. Diversi elementi conducono verso
questa lettura. Gli abiti bianchi richiamano una dimensione
ultraterrena, la dissolvenza del personaggio suggerisce
l’impossibilità di una presenza fisica e il lungo salto temporale
indica che Deniz ha già attraversato il periodo del lutto.
In questa
prospettiva, il bambino chiamato Ali assume un valore fortemente
simbolico. Che sia il loro figlio oppure una rappresentazione della
continuità della vita, il suo nome diventa il modo attraverso cui
l’uomo continua idealmente a esistere. L’amore sopravvive
trasformandosi in memoria, eredità e speranza, anziché restare
confinato al rapporto di coppia.
Anche le
impronte lasciate sulla spiaggia acquistano un significato preciso.
Non appartengono semplicemente a chi è passato di lì, ma
rappresentano ciò che ogni incontro importante lascia nella vita
delle persone. Ali scompare, mentre il segno del suo passaggio
resta visibile. È una metafora della perdita elaborata attraverso
il ricordo, destinata a diventare l’immagine più potente
dell’intero film.
Il vero significato del finale di
Un amore come te: l’ambiguità conta più della
risposta sulla sorte di Ali
Esiste
naturalmente anche una seconda interpretazione, più romantica e
meno tragica. Secondo questa lettura, Ali potrebbe essere
sopravvissuto e la regia avrebbe semplicemente scelto un linguaggio
poetico per raccontare il loro ricongiungimento, rinunciando a una
rappresentazione realistica degli eventi. È una possibilità che il
film non esclude mai completamente, proprio perché evita qualsiasi
elemento definitivo.
La forza
dell’epilogo risiede però nella sua capacità di funzionare
indipendentemente dalla risposta. Che Ali sia morto oppure vivo, il
centro emotivo della scena rimane identico: Deniz riesce finalmente
a guardare avanti senza rinnegare ciò che ha vissuto. Il mare, che
poco prima rappresentava la disperazione, diventa lo spazio della
riconciliazione con il passato.
Per questo
motivo Un amore come te sceglie un finale aperto
anziché un classico lieto fine. L’obiettivo della regia non è
risolvere un enigma, ma accompagnare lo spettatore verso uno stato
emotivo preciso. L’amore raccontato dal film supera la presenza
fisica e continua a vivere attraverso il ricordo, il sacrificio e
la capacità di accettare l’assenza.
Le ultime impronte sulla sabbia
sintetizzano perfettamente questa idea. Ogni persona amata lascia
una traccia destinata a rimanere anche quando non può più camminare
accanto a noi. È questa l’immagine che conclude il viaggio di Ali e
Deniz e che spiega il vero significato del finale: la vita
continua, il dolore si trasforma e l’amore autentico non scompare,
ma cambia forma accompagnando chi resta verso un nuovo inizio
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TURCHI:
Il trailer e il poster di Klara
e il Sole il nuovo film Sony Pictures scritto e
diretto dal Premio Oscar® Taika Waititi (Jojo Rabbit) e
tratto dall’omonimo romanzo del Premio Nobel Kazuo Ishiguro.
Il cast di Klara e il Sole vede come protagonista
Jenna Ortega (Mercoledì), affiancata da Amy
Adams (Arrival), Mia Tharia (September Says),
Aran Murphy al suo debutto cinematografico, con Steve Buscemi
(Fargo) e Natasha Lyonne (American Pie).
Il
film vede Jenna Ortega nel ruolo di Klara, una sofisticata
intelligenza artificiale progettata per offrire compagnia agli
esseri umani. Accanto a lei troviamo Amy Adams nei panni di
Chrissie, madre della giovane Josie, interpretata da Mia Tharia.
Completano il cast principale Aran Murphy nel ruolo di Rick,
migliore amico e interesse amoroso di Josie, Natasha Lyonne nel
ruolo della Manager e Sophia Bryant-Taukiri nei panni di Sal. Nel
film compaiono inoltre Steve Buscemi e Harry Greenwood. Simon Baker era stato inizialmente scelto per
interpretare Paul, il padre di Josie, ma le sue scene sono state
successivamente eliminate dal montaggio finale.
I
diritti cinematografici del romanzo Klara e il Sole di Kazuo Ishiguro sono stati acquisiti
nel 2020 da 3000 Pictures, con David Heyman coinvolto come
produttore attraverso la sua Heyday Films. La sceneggiatura è stata
affidata a Dahvi Waller, mentre lo stesso Ishiguro partecipa al
progetto come produttore esecutivo. Nel 2024 è stato ufficialmente
confermato Taika Waititi alla regia, con Jenna Ortega scelta come
protagonista. Le riprese principali sono state realizzate in Nuova
Zelanda, tra gli studi Silverlight di Wānaka e diverse location
nell’area di Auckland, sotto il titolo di lavorazione
Tears and Rain. Il
montaggio è stato curato da Adam Gough e Tom Eagles.
Klara e il Sole sarà nelle sale cinematografiche
italiane dal 22 ottobre prodotto da Sony Pictures e distribuito da
Eagle Pictures.
Tramite Instagram, Netflix ha annunciato che si sono concluse le riprese
della terza stagione di One
Piece, che si intitolerà One Piece: La battaglia di Alabasta.
L’annuncio arriva con una foto che raffigura la ciurma di Cappello
di Paglia con la principessa di Alabasta ma senza Toni Toni
Chopper, che abbiamo conosciuto alla fine della seconda
stagione.
Alabasta, Crocodile e il futuro
della serie: perché la stagione 3 segna un salto di livello
La scelta di adattare l’arco di Alabasta è tutt’altro che casuale.
Si tratta di uno dei momenti più importanti della storia di
Monkey D. Luffy e
della sua ciurma, perché introduce un conflitto politico su larga
scala e un antagonista di primo piano come Crocodile.A
differenza delle stagioni precedenti, più focalizzate
sull’avventura e sulla formazione del gruppo, questa fase porta la
serie verso una dimensione più epica e complessa. Il regno di
Alabasta, la guerra civile e la presenza della Baroque Works
ampliano il mondo narrativo e alzano la posta in gioco.
In parallelo, il remake anime in lavorazione da parte di Wit Studio
rappresenta un altro tassello fondamentale. L’obiettivo è
aggiornare visivamente le prime saghe e migliorare il ritmo della
storia, rendendo il franchise accessibile anche a un nuovo
pubblico. Questo doppio binario – live-action e anime – suggerisce
una strategia chiara: mantenere i fan storici e conquistarne di
nuovi. Se la seconda stagione ha confermato il successo del
progetto, la terza sarà il vero banco di prova. Perché con
Alabasta, One
Piece smette di essere una promessa e diventa un racconto
ambizioso su larga scala.
La coproduzione
italo-spagnola-singaporiana La violinista conquista
il più importante festival mondiale dedicato al cinema
d’animazione. Il lungometraggio diretto da Ervin Han e dal
leggendario animatore Disney Raúl García si è aggiudicato il
Cristal award per il Miglior Lungometraggio, massimo
riconoscimento del Festival internazionale del film d’animazione di
Annecy 2026, oltre al Premio SACEM per la Migliore Colonna
Sonora Originale, consacrandosi tra le opere d’animazione più
premiate dell’edizione.
La giuria ha deciso di
assegnare il premio più alto ad un film che rivela l’impatto
devastante della guerra, lasciando allo spettatore un’impressione
profonda e duratura che combina il potere emozionale della musica,
performance di grande intensità e il grande contesto storico sullo
sfondo del quale si muovono le vicende umane della storia.
Per La
violinista si tratta di un traguardo importante, raggiunto
dopo un percorso iniziato nei principali mercati internazionali
dedicati all’animazione – da Annecy a Tokyo, Taipei fino al MIA di
Roma – e culminato con il debutto in Concorso ufficiale proprio
sulla Croisette dell’animazione mondiale. Il doppio riconoscimento
conferma il valore artistico e internazionale di un progetto che
vede l’Italia protagonista attraverso Altri Occhi, la nuova società
dedicata all’animazione fondata dal regista e produttore Cristiano
Bortone, in coproduzione con Robot Playground (Singapore) e TV On
(Spagna).
La
violinista racconta una grande storia d’amore, musica e
memoria destinata ad attraversare i decenni. Fei, una leggendaria
anziana violinista, svela ad un giornalista spagnolo il segreto che
ha alimentato la sua arte per tutta la vita. Singapore: Anni ’30,
Fei – figlia di una famiglia bene di Singapore – si esercita
costantemente al violino. Un giorno conosce Kai, un orfano di
strada che rivela però uno straordinario talento musicale. I due
crescono insieme e, condividendo la passione per la musica, si
innamorano. Ma l’invasione del Giappone li strappa l’uno all’altra
e riscrive i loro destini. La madre adottiva di Kai viene uccisa e
lui, con il cuore infranto, sceglie di unirsi alla resistenza per
difendere il suo paese. Affida il suo violino a Fei con la promessa
di tornare. Fei continua per tutta la vita a cercarlo invano in
ogni pubblico, mentre porta avanti il sogno che avevano insieme.
Con il passare dei decenni, rimane solo una melodia ossessionante,
un’eco silenziosa e la promessa di un amore perduto. Finché un
giorno…
La
violinista è co-diretto dal regista di Singapore Ervin
Han, già vincitore di 4 Asian Academy Creative
Award, e dal leggendario animatore Disney Raúl García
(Il re leone, Pochaontas, Tarzan, Il gobbo di Notre Dame),
ed è prodotto da Altri Occhi, nuova società del regista
produttore Cristiano Bortone dedicata all’animazione e nuovi
formati, in co-produzione con Robot Playground
(Singapore) e TV On (Spagna), con il sostegno di MiC,
Lazio Cinema International, Singaporian Film Fund, i fondi
nazionali spagnoli ICAA e regionali IVC e AFÍN SGR, e il Red Sea
Film Fund.
Afferma il produttore
italiano Cristiano Bortone: «Abbiamo creduto fin
dall’inizio nella forza universale di questa storia, capace di
unire culture diverse attraverso la musica e l’animazione. Una
storia che, nei tempi di guerra che viviamo, ci ricorda come i
nostri sentimenti più umani e profondi e il potere dell’arte siano
sempre un’arma potente contro la logica dei conflitti e
dell’incomprensione. Oggi, vedere La violinista conquistare il
Cristal ad Annecy, il riconoscimento più prestigioso al mondo per
il cinema d’animazione, rappresenta un’emozione enorme e un motivo
di orgoglio per tutta la squadra internazionale che ha lavorato al
progetto e per l’Italia che ha partecipato alla sua creazione.
Questo premio dimostra come l’animazione sia oggi uno straordinario
linguaggio capace di raccontare storie profonde, mature, che
uniscono popoli e culture.»
Con il doppio trionfo ad
Annecy, La violinista si afferma come una delle opere
d’animazione più attese del panorama internazionale che si avvia ad
una lunga serie di riconoscimenti, confermando il valore della
collaborazione internazionale e il crescente ruolo che la
produzione italiana più giocare in grandi progetti di animazione
destinati al pubblico mondiale.
Trai protagonisti assoluti e i
personaggi più interessanti di House of the Dragon, Rhaenyra e Aemond sono due dei Targaryen che più di tutti hanno forgiato la storia
della famiglia e della Danza dei Draghi. I due sono legati da una
parentela stretta, sono fratellastri: figli di Re Viserys I
Targaryen da diversi matrimoni. Lei figlia primogenita della prima
moglie, Aemma Arryn, lui figlio secondogenito
della seconda moglie, Alicent Hightower.
Oltre alle affinità ovvie legate
all’aspetto e alle caratteristiche della loro famiglia (cavalcano
entrambi dei draghi, Syrax e Vhagar) i due condividono una unicità
che li accomuna e ne rende più prezioso e importante il loro
passaggio nel mondo di Westeros: nessuno della stessa famiglia,
prima e dopo, ha condiviso con loro il nome. Ci sono stati soltanto
una Rhaenyra e un solo Aemond in tutta la storia della famiglia
Targaryen.
Aemond e Rhaenyra sono nomi
rarissimi nella storia dei Targaryen tanto che appaiono quasi
incontaminati da qualsiasi altro membro della stirpe. Casa
Targaryen ha costantemente riutilizzato nomi come Aegon,
Viserys, Daemon, Aemon, Rhaenys, Baela, Rhaena, Daeron e
Aerys attraverso le generazioni. Ma Aemond e
Rhaenyra si distinguono perché sono così fortemente legati a
un’epoca: la Danza dei Draghi.
Rhaenyra era l’erede prescelta di
Viserys I, la Delizia del Regno, e la prima donna Targaryen a
sfidare seriamente la tradizione di successione maschile al trono.
Aemond, nel frattempo, divenne uno dei principi più temuti della
sua generazione dopo aver rivendicato Vhagar, il drago vivente più
antico e più grande di quel tempo.
I loro nomi non furono mai ripetuti
nella linea principale dei Targaryen dopo di loro, il che la dice
lunga. Alcuni nomi sono diventati tradizione reale. Altri sono
diventati inseparabili dall’eredità a cui sono legati. Aemond e
Rhaenyra non erano solo nomi. Sono diventati capitoli della storia
dei Targaryen.
La corsa al
nuovo James Bond continua ad alimentare
indiscrezioni, ma una delle figure più autorevoli nella storia del
franchise invita a guardare in un’altra direzione.
Debbie McWilliams,
storica casting director della saga fino a No Time to Die, ha dichiarato che
alcuni dei nomi più chiacchierati per raccogliere l’eredità di
Daniel Craig
non sarebbero adatti a vestire i panni dell’agente segreto creato
da Ian
Fleming.
In
un’intervista rilasciata a The
Independent, McWilliams ha escluso apertamente
Jacob Elordi,
Callum Turner e
Harris
Dickinson dalla lista dei possibili candidati. Secondo
l’ex responsabile del casting, oggi il pubblico conosce troppo bene
questi attori perché possano incarnare il mistero che ha sempre
definito il personaggio. “Non voglio vedere nessuno di loro nei panni di Bond, perché
ormai sappiamo troppo della loro vita. Di una spia dovremmo
conoscere il meno possibile.”
Il giudizio di McWilliams non ha alcun valore decisionale, visto
che ha lasciato il franchise dopo No Time to Die, ma offre
un’interessante chiave di lettura su ciò che ha reso iconico
James
Bond per oltre sessant’anni. Più che la notorietà o il
talento, secondo la casting director il protagonista deve
conservare un’aura di mistero capace di fondersi con quella del
personaggio.
Perché il
mistero dell’attore resta fondamentale per il futuro di James
Bond
Approfondendo il suo ragionamento, McWilliams ha spiegato che il
fascino di James
Bond nasce proprio dalla sua natura enigmatica.
“È assolutamente
essenziale che Bond rimanga un vero enigma. Non abbiamo bisogno di
sapere dove fa la spesa, chi sono i suoi genitori o dove vive. Non
vogliamo mai vederlo nella sua quotidianità. E un elemento
fondamentale è il suo lavoro: ha la licenza di uccidere e dobbiamo
credere che sia davvero capace di farlo. Se questo non accade, il
pubblico smette di crederci.”
L’ex casting director ha ricordato come anche Timothy Dalton, Pierce
Brosnan e lo stesso Daniel Craig
non fossero superstar globali quando ottennero il ruolo. Craig, pur
avendo già costruito una carriera nel cinema indipendente, non era
ancora un volto universalmente noto. “Questo aiuta enormemente. Vorrei vedere qualcuno
che arrivi completamente dal nulla.”
La riflessione arriva mentre il nuovo capitolo della saga entra
nella fase decisiva della pre-produzione. Dopo il passaggio del
franchise sotto il controllo di Amazon MGM Studios, il ventiseiesimo film sarà
diretto da Denis
Villeneuve, con sceneggiatura di Steven Knight e produzione affidata a
Amy Pascal e
David Heyman.
Nel frattempo la direzione del casting è passata a
Nina Gold, che
avrebbe già avviato le ultime fasi delle audizioni.
Oltre ai tre attori bocciati da McWilliams, tra i nomi circolati
negli ultimi mesi figurano anche Aaron Taylor-Johnson,
Jonathan Bailey, Damson Idris, Tom
Holland e Tom Francis. Resta però da capire quale direzione
sceglierà realmente la produzione. Le parole della storica casting
director suggeriscono che lo studio potrebbe sorprendere il
pubblico con un volto molto meno prevedibile, seguendo una
tradizione che in passato ha spesso premiato interpreti non ancora
consacrati. Se così fosse, il prossimo James Bond potrebbe arrivare da un nome
oggi quasi assente dalle liste dei favoriti.
Enola Holmes (2020), diretto da Harry
Bradbeer e adattato dalla serie di romanzi di
Nancy Springer, introduce un universo narrativo
che ribalta il mito sherlockiano dall’interno, spostando il punto
di vista sulla sorella minore del celebre detective. Nel mondo
rigidamente vittoriano della Londra ottocentesca, Enola emerge come
una figura laterale solo in apparenza, ma centrale nella
ridefinizione del concetto stesso di “genio
investigativo”.
Il primo film non si limita a
costruire una origin story avventurosa: lavora soprattutto
su un’idea di emancipazione che passa attraverso il linguaggio del
mistero. La scomparsa della madre, l’assenza dei fratelli e la fuga
verso Londra diventano strumenti narrativi per interrogare un tema
più profondo: cosa significa davvero essere “soli” in un mondo che
vuole definire chi sei prima ancora che tu possa farlo da te.
La ricerca della madre e la
formazione di Enola: una narrazione di fuga che diventa costruzione
dell’identità
La storia si apre con la scomparsa
improvvisa di Eudoria Holmes, evento che rompe
l’equilibrio già fragile della vita di Enola e la costringe a
confrontarsi con l’arrivo dei suoi due fratelli, Mycroft e
Sherlock. Quello che potrebbe sembrare un classico incipit
investigativo si trasforma rapidamente in un percorso di
sottrazione: non si tratta solo di trovare la madre, ma di
resistere al tentativo di essere “ricollocata” in un sistema
sociale che non prevede alternative per una ragazza della sua
età.
La fuga di Enola verso Londra non è
quindi una semplice evasione, ma un atto di auto-definizione. Ogni
incontro, a partire da quello con il giovane Tewkesbury, non
funziona come deviazione dalla trama principale, ma come espansione
del suo campo di esperienza. Anche la dimensione investigativa si
costruisce per stratificazione: indizi, codici floreali e messaggi
cifrati non servono solo a ritrovare la madre, ma diventano
strumenti attraverso cui Enola impara a leggere il mondo e,
soprattutto, a leggerlo in modo autonomo rispetto alle
interpretazioni imposte dagli altri.
Il film come allegoria
dell’emancipazione femminile: codici, corpi e potere sociale
nell’Inghilterra Vittoriana
Sotto la superficie del mystery,
Enola Holmes costruisce una
riflessione piuttosto esplicita sul controllo sociale del corpo
femminile e sulle forme di conoscenza negate alle donne nell’età
vittoriana. Il corsetto, la scuola di “buone maniere”, l’idea
stessa di matrimonio come destino obbligato diventano dispositivi
simbolici di una struttura di potere che definisce in anticipo il
ruolo femminile.
In questo contesto, la cifra
stilistica del film—la rottura della quarta parete e il dialogo
diretto con lo spettatore—funziona come gesto politico oltre che
narrativo. Enola non solo racconta la sua storia, ma la interpreta
in tempo reale, sottraendola a una narrazione maschile e
istituzionale incarnata soprattutto da Mycroft. Anche il linguaggio
dei fiori, centrale nei messaggi della madre, non è un semplice
espediente investigativo: diventa una grammatica alternativa del
significato, un sistema semiotico che sfugge alla razionalità
patriarcale tipica del metodo sherlockiano.
Sherlock Holmes, Nancy Springer e
il ribaltamento del mito investigativo classico
Il film si inserisce
consapevolmente nella tradizione sherlockiana, ma la decostruisce
dall’interno. Sherlock, interpretato da Henry Cavill, non è il centro
dell’intelligenza narrativa ma una presenza laterale, quasi un
riferimento culturale che Enola osserva e decodifica. La sua
funzione non è risolvere il mistero principale, ma legittimare
indirettamente il percorso della sorella, creando un gioco di
specchi tra deduzione classica e intuizione emancipata.
La scrittura di Nancy Springer, da
cui il film è tratto, introduce infatti un elemento di deviazione
strutturale rispetto al canone di Arthur Conan
Doyle: l’investigazione non è più solo esercizio di
logica, ma anche pratica di costruzione identitaria. Harry Bradbeer
traduce questa impostazione in un linguaggio cinematografico che
mescola ironia, avventura e romanzo di formazione, mantenendo però
sempre al centro la tensione tra norma sociale e libertà
individuale.
L’implicazione finale:
“essere soli” come atto di autodeterminazione
Il finale del film sintetizza in
modo netto l’intero percorso tematico: la solitudine di Enola non
coincide più con l’abbandono, ma con una forma di autonomia scelta.
Il ritorno della madre non risolve il mistero, ma lo trasforma in
presa di coscienza: la fuga di Eudoria non era negazione del
legame, ma tentativo di protezione rispetto a un sistema che
avrebbe inevitabilmente ridotto la figlia a un ruolo
prestabilito.
In questa prospettiva, la vera
“soluzione” del film non è mai la scoperta di un colpevole o la
ricostruzione di una verità nascosta, ma la maturazione di una
soggettività che rifiuta di essere definita dall’esterno. La frase
finale di Enola—l’idea che il futuro sia ancora da scrivere—chiude
il cerchio trasformando il racconto investigativo in un manifesto
implicito sull’autodeterminazione, dove il mistero non è mai
davvero esterno, ma sempre interno al processo di costruzione del
sé.
L’esordio di
Supergirl (leggi
qui la nostra recensione) nelle sale non ha rispettato le
aspettative di DC
Studios, ma i vertici dello studio non sembrano
intenzionati a cambiare rotta. Intervistato dal New York Times, il co-CEO
Peter Safran ha
commentato per la prima volta i risultati del film con Milly Alcock,
confermando che il deludente debutto al box office non modifica i
piani del nuovo DC
Universe guidato insieme a James
Gunn.
Safran ha riconosciuto apertamente che gli incassi sono inferiori
alle previsioni, ribadendo però la fiducia nel progetto
complessivo. “Sebbene
Supergirl non abbia soddisfatto le nostre aspettative al
botteghino, rappresenta soltanto una componente di una strategia
più ampia e di lungo termine per DC Studios, nella quale
continuiamo a credere.” La dichiarazione arriva mentre il
film fatica a imporsi al cinema: secondo le stime, a fronte di un
budget di circa 170 milioni di dollari, avrebbe bisogno di
incassare tra i 340 e i 425 milioni per raggiungere il pareggio, ma
il primo weekend mondiale si è fermato a circa 68 milioni.
Le difficoltà commerciali risultano ancora più evidenti se
confrontate con altri recenti cinecomic considerati insuccessi,
come Morbius, The Marvels e The
Flash, tutti partiti con numeri superiori. A pesare
sulla corsa di Supergirl contribuiscono anche una tiepida
accoglienza della critica, con un punteggio del 56% su Rotten
Tomatoes, e una concorrenza estiva particolarmente agguerrita.
Il flop di
Supergirl non cambia i piani del nuovo DC
Universe
Le parole di Safran chiariscono quale sia la filosofia con cui
DC Studios
intende costruire il proprio universo condiviso. Il successo di
Superman aveva
rappresentato un inizio incoraggiante per il nuovo corso, ma lo
studio era consapevole che il rilancio non si sarebbe misurato sul
risultato di un singolo film. La roadmap annunciata nel 2023
comprende infatti numerosi progetti destinati ad ampliare
progressivamente il franchise.
I
prossimi appuntamenti saranno Clayface, horror dedicato al celebre
antagonista di Batman, e The Batman – Parte II, che
continuerà invece l’universo separato creato da Matt Reeves. Parallelamente, il DCU
principale proseguirà con Man of Tomorrow, già confermato come
prossimo capitolo cinematografico in cui Kara Zor-El tornerà accanto al
Superman
interpretato da David
Corenswet.
Il risultato di Supergirl apre comunque una riflessione importante.
Il film aveva il compito di consolidare l’entusiasmo generato da
Superman, ma la
risposta del pubblico suggerisce che il nuovo universo DC dovrà
ancora trovare un equilibrio tra sperimentazione e aspettative
degli spettatori. La decisione di non modificare la strategia dopo
il primo insuccesso indica però che James Gunn e
Peter Safran
sono determinati a costruire il franchise con una visione di lungo
periodo, evitando di cambiare direzione sulla base dei risultati
immediati di un singolo titolo.
House of the Dragon ha confermato la tragica
maledizione delle regine Targaryen che hanno conquistato il Trono di Spade. Il momento che Rhaenyra
Targaryen (Emma
D’Arcy) aspettava da tre stagioni è finalmente
arrivato nell’episodio 2 della terza stagione di
House of the Dragon:
l’erede designato da Re Viserys Targaryen (Paddy
Considine) si è seduto sul Trono di Spade. Purtroppo, è
stata un’esperienza cupa, brutale e completamente priva di gioia
per Rhaenyra.
Rhaenyra inizia l’episodio 2 della
terza stagione in lutto per la morte del suo figlio primogenito, il
Principe Jacaerys Valeryon (Harry Collett).
Sfidando gli ordini della madre e rinchiudendola letteralmente
nelle sue stanze, Jace vola nella Battaglia della Gola in cerca di gloria e
vittoria. Al contrario, Jace e il suo drago, Vermax, incontrano la
morte nel Mare Stretto: il Principe viene ucciso dalle frecce
mentre il suo drago annega.
Ciononostante, Rhaenyra deve
mettere in pausa il suo dolore perché si presenta un’opportunità:
il Principe Aemond Targaryen (Ewan Mitchell) e il
suo possente drago, Vhagar, lasciano Approdo del Re. Rhaenyra
confida che la Regina Alicent Hightower (Olivia Cooke) mantenga la promessa di
far sì che la capitale si ritiri in attesa dell’arrivo e della
presa del potere da parte del Team Nero. Con grande stupore di
Rhaenyra e del Principe Damon Targaryen (Matt
Smith), Alicent mantiene la sua promessa… o quasi.
Finalmente, Rhaenyra
Targaryen reclama il Trono di Spade che il suo defunto padre le
aveva promesso, ma non è certo il momento più glorioso ed esaltante
della sua vita. Dopo tre stagioni di
House of the Dragon, Rhaenyra non ha provato
alcuna gioia nel conquistare il Trono di Spade.
Per quanto Rhaenyra Targaryen (e il
pubblico) avesse immaginato il momento in cui si sarebbe finalmente
seduta sul Trono di Spade e sarebbe stata riconosciuta come Regina
dei Sette Regni, le cose non sono andate come tutti speravano. Sì,
Rhaenyra ha realizzato il suo sogno di una vita, ma la sua ascesa
al trono è stata preceduta dall’atto più brutale della sua vita: la
decapitazione personale di Lord Otto Hightower (Rhys
Ifans).
Sebbene Rhaenyra avesse preteso che
il suo usurpatore, Re Aegon II Targaryen (Tom
Glynn-Carney), le venisse condotto davanti, pur sapendo
che avrebbe dovuto giustiziarlo, tagliare la testa a un uomo era
qualcosa che Rhaenyra non aveva mai dovuto fare prima. Peggio
ancora, Rhaenyra ha ucciso il padre di Alicent, nonostante lo
odiasse per come aveva orchestrato l’usurpazione del trono da parte
di Aegon. Come se non bastasse, Alicent e la regina Helaena
Targaryen (Phia Saban) vengono catturate e
assistono all’opera di Rhaenyra.
Purtroppo, non c’è alcuna catarsi
per Rhaenyra quando conquista il Trono di Spade. Vi si siede,
finalmente, ulteriormente traumatizzata e quasi sconfitta. Quello
che avrebbe dovuto essere il momento più trionfale di Rhaenyra si
rivela triste e deludente. Né il regno di Rhaenyra si prospetta
facile, con Aegon e Aemond ancora a piede libero e il regno
dilaniato da una guerra che non accenna a finire.
La strada che porta Rhaenyra a
sedere sul Trono di Spade le costa
i suoi due figli maggiori, cosicché, in quel momento, solo
Daemon, tra i suoi più stretti collaboratori, può assistere alla
sua incoronazione. In Game of Thrones,
Daenerys Targaryen (Emilia
Clarke) ha perso anche due draghi, che considerava
come figli, quando ha brevemente rivendicato il Trono di Spade
prima della sua improvvisa e tragica morte.
Daenerys non si è mai nemmeno
seduta sul Trono di Spade in Game of
Thrones, come invece ha fatto Rhaenyra
Rhaenyra è un’antenata di
Daenerys Targaryen, ma poiché House of the
Dragon è un prequel, il pubblico ha assistito prima
all’epica tragedia di come Daenerys ha conquistato e poi perso il
Trono di Spade. In un finale che ha fatto infuriare numerosi fan,
Daenerys è diventata una cattiva nell’ultima stagione ed è stata
uccisa da Jon Snow (Kit
Harington), che temeva che diventasse una Regina
Folle.
L’episodio finale di
Game of Thrones ha negato a Daenerys la
possibilità di sedersi sul Trono di Spade. Jon Snow la uccise
subito dopo che Daenerys ebbe pronunciato il suo discorso di
vittoria alle legioni Dothraki e degli Immacolati tra le rovine
della Fortezza Rossa. Drogon poi fuse la sedia con il fuoco di
drago. Almeno Rhaenyra poté sedersi legittimamente sul Trono di
Spade ed essere riconosciuta come Regina dai suoi fedeli
seguaci.
Il franchise di Game of
Thrones ha mostrato due regine Targaryen rivendicare
il Trono di Spade, ed entrambe furono maledette dalla loro ascesa
al trono, trasformatasi in un evento violento e privo di gioia.
Daemon uccise diversi lealisti del Team Verde, oltre a decapitare
Lord Jasper “Ironrod” Wylde (Paul Kennedy), per
impadronirsi della Fortezza Rossa. Tuttavia, questo impallidisce al
confronto con la Regina Folle Daenerys, che uccise innumerevoli
anime quando bruciò Approdo del Re con il fuoco di Drogon.
Non è chiaro quanto Daenerys
sapesse della sua antenata, Rhaenyra,
sebbene in House of the Dragon Daenerys
appaia a Daemon in una visione ad Harrenhal. Anche se
conoscesse la regina Rhaenyra, Daenerys sperava in un regno lungo,
prospero e glorioso. Purtroppo, Game of Thrones non permetterà
questo a nessuna delle due Targaryen che hanno conquistato il Trono
di Spade con il fuoco e il sangue.
Hideo Kojima ha
espresso il suo entusiasmo per
Supergirl, il nuovo film dei DC Studios diretto da
Craig Gillespie, definendolo un’opera molto
diversa dal tradizionale film di supereroi. Il celebre autore di
Metal Gear Solid e Death Stranding ha condiviso
le sue impressioni sui social dopo aver visto il film in IMAX,
sottolineando come la storia di Kara Zor-El sia prima di tutto un
percorso di crescita personale.
Hideo Kojima promuove
Supergirl
Come già fatto in passato con
numerosi film e serie TV, Kojima ha pubblicato su X una riflessione
sul film: “Ho visto Supergirl in IMAX. Non è il classico film
di supereroi in cui il bene e il male si scontrano e il
protagonista salva il mondo sacrificandosi. È piuttosto un racconto
di formazione, in cui Kara cerca di salvare sé stessa dal proprio
trauma. La sua struttura ricorda meno Mad Max: Fury Road e più Il buono, il
brutto, il cattivo, con un ampio cast di eroi, villain e personaggi
moralmente ambigui.”
Le parole di Kojima evidenziano
come il film punti maggiormente sul viaggio emotivo della
protagonista piuttosto che sulla classica contrapposizione tra eroe
e antagonista.
Una storia ispirata ai
western
Nel film, Milly Alcock interpreta Kara
Zor-El, impegnata in una missione per salvare il suo cane
Krypto insieme alla giovane Ruthye Marye
Knoll (Eve Ridley). Entrambe danno la caccia a
Krem delle Colline Gialle (Matthias Schoenaerts),
responsabile dell’avvelenamento di Krypto e dell’uccisione della
famiglia di Ruthye.
Durante la visita della stampa sul
set, la responsabile dell’unità pubblicitaria Sophie
Scott aveva già spiegato che il rapporto tra Kara e Ruthye
rappresenta il cuore della storia: “Supergirl è certamente il
film di Kara, ma lei e Ruthye affrontano questo viaggio insieme. Il
fumetto di Tom King si ispira chiaramente a Il Grinta, e questa
influenza è molto evidente anche nel film.”
Scott ha inoltre sottolineato come
le due protagoniste siano accomunate da un passato doloroso:
“Kara porta ancora il peso del trauma della perdita della sua
famiglia, mentre Ruthye ha appena assistito al massacro dei propri
cari. È questo legame a guidare la loro evoluzione.”
Un percorso di crescita più che un
cinecomic
L’analisi di Kojima coincide con
quella di molti osservatori: Supergirl utilizza
gli elementi del blockbuster supereroistico per raccontare
soprattutto il percorso interiore della protagonista. All’inizio
della storia Kara è ancora segnata dalle ferite del proprio
passato, ma il viaggio con Ruthye la porta a comprendere quale tipo
di eroina desideri diventare.
Più che una battaglia tra bene e
male, il film mette quindi al centro la guarigione emotiva, la
capacità di affrontare il dolore e la scelta di non lasciarsi
consumare dalla vendetta. Supergirl è attualmente nelle
sale cinematografiche di tutto il mondo.
Con
House Of The Dragon – Stagione 3, Episodio 2, la
serie sembra aver trovato definitivamente la propria direzione
narrativa. Dopo due stagioni incentrate soprattutto sugli intrighi
politici e sul complesso rapporto tra Rhaenyra e Alicent, la
serie HBO ha finalmente spostato il focus sul conflitto che ha
sempre rappresentato il cuore della Danza dei Draghi. E il pubblico
sembra aver apprezzato.
Fin dall’inizio,
House of the Dragon ha costruito la propria
storia attorno alla rivalità tra Rhaenyra Targaryen e Alicent
Hightower, mostrando come un’antica amicizia si
trasformasse lentamente in una guerra familiare. Una scelta che ha
funzionato per costruire i personaggi, ma che inevitabilmente ha
finito per rimandare il vero conflitto della saga: quello tra
Rhaenyra e Aegon II Targaryen, i
due pretendenti al Trono di Spade.
Con il secondo episodio della terza
stagione tutto cambia. Dopo la devastante Battaglia della Gola, Rhaenyra conquista
Approdo del Re e siede finalmente sul Trono di Spade, trasformando
la guerra fredda tra le due fazioni in uno scontro aperto per il
destino dei Sette Regni.
Meno giochi politici, più
guerra
Le prime due stagioni avevano
dedicato molto spazio a complotti, alleanze e tensioni di corte. Un
approccio che richiamava il miglior Game of Thrones, ma che rischiava di
rallentare il ritmo di una storia destinata inevitabilmente a
esplodere in una guerra totale.
La terza stagione sembra invece
voler mantenere quella componente politica senza rinunciare allo
spettacolo. Dopo la Battaglia del Gullet, la conquista di Approdo
del Re rappresenta un altro punto di svolta che lascia intendere
come la serie non tornerà più ai lunghi giochi di potere delle
stagioni precedenti. Ora la guerra è reale e coinvolge direttamente
i protagonisti principali.
Il vero scontro è quello tra
Rhaenyra e Aegon
Per quanto il rapporto tra Alicent
e Rhaenyra sia stato fondamentale nello sviluppo emotivo della
serie, la Danza dei Draghi è sempre stata la guerra tra i due rami
della famiglia Targaryen. Con Aegon in fuga e Aemond pronto a
guidare la resistenza dei Verdi, House of the Dragon sembra finalmente
concentrarsi sul conflitto destinato a cambiare per sempre il
destino della casata. L’episodio dimostra che la serie funziona al
meglio quando mette al centro la guerra tra i Targaryen, senza
perdere la complessità politica che ha reso celebre il
franchise.
Una nuova fase per
House of the Dragon
La conquista di Approdo del
Re segna simbolicamente anche un cambio di passo per la
serie. Dopo aver costruito con pazienza il contesto della
guerra civile, House of the Dragon entra ora nella fase più
spettacolare e tragica della sua storia.
Se le prime stagioni raccontavano
come i Targaryen fossero arrivati a combattersi tra loro, da questo
momento in poi assisteremo alle conseguenze di quella scelta. Ed è
proprio questa evoluzione, fatta di grandi battaglie, decisioni
irreversibili e scontri diretti tra i protagonisti, che sembra aver
riconquistato il pubblico e riportato House of the
Dragon ai livelli di entusiasmo che HBO sperava di
raggiungere fin dall’inizio della serie.
House of the
Dragon – Stagione 3 è disponibile su Sky e NOW.
Dopo anni di incassi record ma
recensioni altalenanti, Minions & Monsters potrebbe rappresentare un
punto di svolta per il franchise animato di Illumination.
Il settimo film dell’universo di Cattivissimo Me e
il terzo interamente dedicato ai celebri esserini gialli arriva
infatti con una missione non semplice: dimostrare che i Minions possono reggere un film da protagonisti anche
senza Gru.
Finora gli spin-off hanno sempre
dominato il box office, ma non hanno mai convinto del tutto la
critica. Questa volta, però, le prime recensioni sembrano
raccontare una storia diversa.
Una nuova avventura senza Gru
Ambientato negli anni Venti,
Minions & Monsters è ancora una volta un prequel
che porta gli spettatori nell’epoca del cinema muto e dei grandi
film horror classici. A guidare la storia non ci sono né Gru né i
Minions più iconici della saga, Kevin, Stuart e Bob, ma un nuovo
trio composto da James, Henry ed Ed. Alla regia
torna Pierre Coffin, storico autore della saga e voce di tutti i
Minions, mentre il cast vocale comprende nomi di primo piano come
Trey Parker,
Allison Janney,
Christoph Waltz,
Jeff Bridges, Jesse Eisenberg e Zoey Deutch. La
scelta di rinnovare completamente i protagonisti rappresenta una
scommessa importante per Illumination, soprattutto considerando le
difficoltà che gli spin-off hanno incontrato negli ultimi anni.
Gli spin-off dei Minions hanno
sempre diviso la critica
Quando Minions
uscì nel 2015, il successo economico fu enorme: oltre 1,15
miliardi di dollari al box office mondiale. Tuttavia, la
risposta della critica fu molto meno entusiasta. Molti recensori
sottolinearono come i Minions funzionassero alla perfezione come
spalle comiche di Gru, ma faticassero a sostenere da soli un
lungometraggio. Anche il pubblico accolse il film con maggiore
freddezza rispetto ai capitoli principali della saga.
Negli anni successivi la situazione
è rimasta altalenante. Cattivissimo Me 3 ha
superato il miliardo di dollari, ma con recensioni tiepide, mentre
Minions 2 – Come Gru diventa cattivissimo ha
ottenuto giudizi decisamente migliori, senza però raggiungere gli
straordinari risultati economici dei predecessori.
Le prime recensioni fanno
ben sperare
Il dato più incoraggiante arriva
proprio dalle prime reazioni della critica. Sebbene il numero di
recensioni sia ancora limitato, i primi giudizi pubblicati
risultano quasi tutti positivi. Se questa tendenza dovesse
confermarsi anche dopo l’uscita nelle sale, Minions &
Monsters potrebbe diventare il film dedicato ai Minions
meglio accolto dalla critica, dimostrando che lo spin-off può
finalmente trovare una propria identità anche senza affidarsi alla
presenza di Gru.
La sfida al botteghino sarà ancora
più difficile
Il vero banco di prova, però, sarà
il box office. Toy
Story 5 sta dominando le sale e continua a registrare
incassi molto elevati, rendendo particolarmente complicato
conquistare la vetta della classifica. Nonostante ciò, il franchise
di Cattivissimo Me ha sempre dimostrato una
straordinaria forza commerciale. Anche i capitoli meno apprezzati
dalla critica hanno raccolto cifre impressionanti, e Illumination
spera che il nuovo film possa riportare la saga oltre il miliardo
di dollari di incasso mondiale.
Se le recensioni positive saranno
accompagnate da un buon passaparola, Minions &
Monsters potrebbe finalmente riuscire nell’impresa che i
precedenti spin-off avevano solo sfiorato: convincere sia la
critica sia il pubblico che i Minions possono brillare anche senza
Gru al loro fianco.