La regista di The Marvels,
Nia DaCosta, è tornata a parlare del film in
arrivo nelle sale il 10 novembre, spiegando
di essere stata pienamente consapevole sin da subito di
quanta influenza e controllo avrebbe avuto sul progetto il
presidente dei Marvel Studios, Kevin Feige.
Mentre alcuni registi, come James
Gunn, ricevono un controllo creativo quasi completo
per i loro progetti nel Marvel Cinematic Universe, DaCosta ha detto
a Vanity Fair di aver riconosciuto
di dover rispondere a Feige, che gestisce l’intero MCU sin dal suo
inizio. “È una produzione di Kevin Feige, è il suo film“, ha quindi
affermato la regista.
Anche se non ha avuto il pieno
controllo creativo, DaCosta ha comunque co-scritto la sceneggiatura
di The Marvels insieme a
Megan McDonnell, che ha lavorato sia su
WandaVision che sul suo prossimo spin-off,
Agatha: Darkhold Diaries. Parlando della storia del film,
DaCosta ha poi dichiarato di essere sempre stata entusiasta di
esplorare la relazione tra sorelle tra Carol Danvers/Captain Marvel
(Brie Larson) e
Monica Rambeau (Teyonah Parris). La regista ha
anticipato che ci sarà cattivo sangue tra i due personaggi poiché
Carol non era presente quando la madre di Monica, Maria Rambeau, è
morta.
“Ho pensato che sarebbe stato
bello mappare su di loro una storia familiare atipica e una storia
di sorelle“, ha detto. “Carol è la più grande, la prodiga,
poi c’è la sorella di mezzo Monica, che Carol conosceva da bambina
e le aveva promesso che sarebbe tornata, ma poi non l’ha mai fatto.
Sono molti gli elementi interessanti del racconto, ma la cosa a cui
tengo davvero è il modo in cui questi due personaggi cerchino una
strada per la riconciliazione”. DaCosta potrà dunque non aver
avuto il pieno controllo sul progetto, ma sembra dunque in ogni
caso essere riuscita ad infondere un po’ dei propri interessi nel
film.
The Marvels, la trama
Nel film Marvel StudiosThe
Marvels, Carol Danvers alias Captain
Marvel deve farsi
carico del peso di un universo destabilizzato. Quando i suoi
compiti la portano in un wormhole anomalo collegato a un
rivoluzionario Kree, i suoi poteri si intrecciano con quelli della
sua super fan di Jersey City Kamala Khan, alias Ms. Marvel, e con quelli
della nipote di Carol, il capitano Monica Rambeau, diventata ora
un’astronauta S.A.B.E.R.. Insieme, questo improbabile trio deve
fare squadra e imparare a lavorare in sinergia per salvare
l’universo come “The Marvels”.
Tutto ciò che sappiamo su The Marvels
The
Marvels, il sequel del cinecomic Captain Marvel con
protagonista il premio Oscar Brie
Larson che ha incassato 1 miliardo di dollari al
box office mondiale, sarà sceneggiato da Megan McDonnell,
sceneggiatrice dell’acclamata serie WandaVision.
Sfortunatamente, Anna
Boden e Ryan Fleck, registi del
primo film, non torneranno dietro la macchina da presa: il sequel,
infatti, sarà diretto da Nia DaCosta, regista
di Candyman.
Nel cast ci saranno
anche Iman Vellani(Ms.
Marvel, che vedremo
anche nell’omonima serie tv in arrivo su Disney+)
e Teyonah Parris (Monica Rambeau, già
apparsa in WandaVision). L’attrice Zawe
Ashton, invece, interpreterà il villain principale, del
quale però non è ancora stata rivelata l’identità. Il film, salvo
modifiche, arriverà in sala il 10 novembre
2023.
Prime
Video ha svelato il trailer ufficiale del film di
fantascienza Original spagnolo Awareness,
diretto da Daniel Benmayor (Xtremo, Tracers,
Bruc) e interpretato da Carlos Scholz
(Toy Boy, Feria – La luce più scura), Pedro
Alonso (La casa di carta, El ministerio del
tiempo), María Pedraza (Toy Boy, Élite),
Óscar Jaenada (Operación Marea Negra,
Hernán) e Lela Loren (American Gods,
Altered Carbon). Awareness sarà presentato al Sitges
Film Festival e sarà disponible su Prime Video dall’11 ottobre in oltre 240 Paesi e
territori nel mondo. Awareness è l’ultima novità per i
clienti Amazon Prime, che in Italia beneficiano di spedizioni
veloci, offerte esclusive e intrattenimento, incluso Prime Video,
con un solo abbonamento al costo di €49,90/anno o €4,99/mese.
Ian, un adolescente ribelle che
vive ai margini della società, può manipolare le menti grazie alla
sua capacità di generare illusioni visive. Utilizza questo potere
per sopravvivere, organizzando piccole truffe. Quando uno dei suoi
imbrogli va storto, Ian perde il controllo delle sue capacità in
pubblico e diventa il bersaglio di due organizzazioni rivali,
ognuna delle quali cerca di sfruttare i suoi poteri.
Awareness
è stato girato in Catalogna, a Madrid e in Castilla y León, ed è
prodotto da Federation Spain, con la guida di Juan Solá e Nacho
Manubens, con Mark Albela nel ruolo di executive producer e
Daniel Benmayor nel ruolo di producer e regista.
Benmayor è anche sceneggiatore al fianco di Iván Ledesma.
Denis
Villeneuve e Paul Thomas
Anderson si sono meravigliati del fatto che
Oppenheimer di
Christopher Nolan abbia superato la soglia dei
900 milioni di dollari al botteghino mondiale, rendendo il film
della Universal Pictures, il film biografico con il maggior incasso
della storia. In un’intervista con l’Associated Press,
Villeneuve ha detto di sapere che Oppenheimer era un “capolavoro” alla prima
visione, ma non avrebbe mai pensato che avrebbe raggiunto il
miliardo di dollari al botteghino globale.
“Il punto in cui si trova adesso ha
fatto saltare il tetto della mia proiezione“, ha detto
Villeneuve. “È un film di tre ore su persone che parlano
di fisica nucleare.” “Quando fai un film, speri di entrare
in contatto con il pubblico in un modo o nell’altro“,
ha detto ad AP la produttrice e
moglie di lunga data di Nolan, Emma Thomas. “Ma,
soprattutto con un film di tre ore che tratta un argomento serio ed
è impegnativo sotto molti aspetti, questo tipo di successo va oltre
le nostre più rosee aspettative”.
Ecco quello che pensa
Denis Villeneuve di Oppenheimer
Secondo AP, il film ha guadagnato oltre 179
milioni di dollari in incassi IMAX. L’esperienza del grande
formato è stata molto apprezzata da Denis
Villeneuve , che ha girato le scene di entrambi i
film “Dune”
utilizzando le fotocamere IMAX. “Il futuro del cinema è l’IMAX
e i grandi formati“, ha affermato Villeneuve. “Il
pubblico vuole vedere qualcosa che non può avere a casa, che non
può avere in streaming. Vogliono vivere un evento”.
“C’è questa convinzione che i film, nella mente di alcune
persone, siano diventati contenuti invece che una forma
d’arte. Odio la parola ‘contenuto‘”, ha
aggiunto. “Il fatto che film come ‘Oppenheimer’ escano sul grande schermo e
diventino un evento riporta alla luce l’idea che si tratta di una
forma d’arte straordinaria che deve essere vissuta nei
cinema.”
Paul Thomas Anderson ha
anche attribuito a “Oppenheimer”
il merito di aver rafforzato l’interesse per i formati da 70
mm. Secondo AP: “A livello nazionale, i 25 schermi IMAX da 70 mm
[per ‘Oppenheimer‘]
hanno incassato circa 20 milioni di dollari; le posizioni standard
da 70 mm hanno rappresentato oltre 14 milioni di
dollari. “Quando un regista forte come
Chris ti punta il dito contro e ti dice dove andare… tu
ascolti… e il pubblico è stato ricompensato per questo“, ha
detto Anderson. “Conosco alcuni appassionati di cinema che
hanno guidato da El Paso a Dallas per vedere bene il
film. Sono circa 18 ore andata e ritorno.” “Non penso
che ci sia qualcuno che potrebbe non essere d’accordo: vedere
‘Oppenheimer‘
nel film è superiore sotto ogni aspetto“, ha
aggiunto. “Per non parlare del fatto che le persone sono
stanche di chiedersi: ‘Perché dovrei andare al cinema a guardare la
TV?’ Bella domanda… non è più necessario… direi che questo è
il modo di guarire della natura.”
Mark Wahlberg ha
dichiarato in un’intervista con la rivistaCigar Aficionadoche uno
dei motivi per cui ha deciso di produrre è stato perché è diventato
chiaro nel suo lavoro di recitazione che sarebbe sempre stato in
secondo piano rispetto ad altre mega star come
Tom Cruise,
Brad Pitt e
Leonardo DiCaprio. A partire da “The
Fighter” nel 2010, Wahlberg è diventato produttore o
produttore esecutivo di quasi tutte le sue principali
uscite.“Ho iniziato a diventare un produttore per
necessità“, ha detto Mark Wahlberg. “Non volevo sedermi ad
aspettare che Brad
Pitt o Tom
Cruise o chiunque fosse già affermato prima di me ed erano i
ragazzi dell’epoca, e Leo [DiCaprio], andassero a passare un film
finché non avessi potuto mettere le mani su su di essa. Sono
sempre stato proattivo nel cercare di trovare materiale e cose che
avrei potuto produrre, che sapevo fossero giuste per me, per creare
il mio destino”.
Mark Wahlberg ha aggiunto che con i crediti di
produzione e recitazione al suo attivo, quello che vuole fare dopo
è cimentarsi nella regia e “lavorare con alcuni degli altri
grandi talenti. Lavorare con il prossimo gruppo di grandi
talenti.” L’attore notato che il futuro della sua carriera
includerà probabilmente un rallentamento nella recitazione dopo
diversi anni in cui ha pubblicato diversi nuovi film.“Beh, sto sicuramente lavorando più duramente che
mai”, ha detto. “Certe attività, in un certo senso le
costruisci, le trasmetti o esci. Spero che i miei figli
vedremo quali sono i loro interessi, ma non credo che reciterò
ancora per molto al ritmo che ho
adesso. Certamente. Perché questa è la cosa più
difficile”.
Mark Wahlberg non è apparso in un film
quest’anno, ma ha avuto un 2022 impegnativo con film come “Uncharted“,
“Me Time” e “Father Stu“. Le sue
prossime uscite includono il film originale Apple “The
Family Plan”, con Michelle Monaghan, e il film d’azione
“Our Man From Jersey”, con Halle Berry.
I film il cui fulcro tematico è
l‘apocalisse o ciò che ne consegue sono senza
dubbio fra quelli che, a livello emozionale, riescono a scuotere
maggiormente il pubblico. Uno stato d’animo irrequieto e pieno di
tensione può però scaturire molto di più se ci si trova davanti a
storie dall’aspetto realistico, in grado quindi di creare un ponte
empatico più solido fra i personaggi e la narrazione e colui che
fruisce del contenuto. Sono quelli che, volente o nolente, tendono
ad agitarlo di più e, combinando azione, realismo e impatto emotivo
ne stimolano una totale immedesimazione. Ma quali sono i
migliori e più realistici film sull’apocalisse?
Quelli per cui, alla fine, sarà difficile dormire? Nonostante si
muovano spesso nei territori del genere fantascientifico, alcuni
film presentano infatti storie e dettagli perfettamente calati
nella realtà. Scopriamo quali sono.
Io sono leggenda
Iniziamo a parlare di film
apocalittici e lo facciamo con Io sono leggenda,
thriller in cui ad essere protagonista è il medico Robert Neville,
interpretato da Will Smith. Il
film, diretto da Francis Lawrence e uscito nel 2007, si incentra
per l’appunto su Robert, un uomo sopravvissuto a un misterioso
virus che ha ucciso quasi tutti gli uomini sul pianeta,
trasformandoli in vampiri. La sua missione? Trovare una cura,
affinché possa salvare la Terra da un destino infausto. Ciò che
rende il racconto avvincente è proprio l’immunità del protagonista,
che deve affrontare un lungo e intricato percorso per poter vedere
la luce in fondo al tunnel, mentre deve salvaguardarsi dai mutanti
(chiamati Darkseekers) che sono assetati di sangue.
Train to Busan
Ci spostiamo ora in Corea con
Train to Busan, film di genere azione/thriller/horror,
diretto da Shin-yeong Jang e uscito nel 2016. Anche qui come motore
centrale della narazione c’è un virus, il quale si sta diffondendo
nel paese. Il Governo coreano, affinché non ci siano conseguenze
irreparabili, decide di dichiarare la legge marziale. Sul treno
diretto a Busan ci sono però dei cittadini che sono riusciti ad
evitare l’epidemia, ma che adesso devono lottare per la propria
sopravvivenza. Train to Busan, pur
avendo i classici zombie come protagonisti, riesce a renderli
comunque più emotivi e realistici. Inoltre, il pubblico sa quanto
sanno i passeggeri sugli eventi, e questo contribuisce
all’immedesimazione. Il film, poi, spiega l’origine del virus con
sottili accenni senza fornire mai troppe informazioni,
facilitandone così la credibilità.
World War Z
Un altro prodotto che rientra nella
cerchia dei migliori film apocalittici
realistici e credibili è World War Z diretto da
Marc Forster, con Brad Pitt nei
panni del protagonista Gerry Lane. Centro del racconto sono ancora
una volta gli zombie, per un thriller davvero d’effetto. Il virus,
che in questo caso si estende come un’epidemia, non trasforma però
gli infettati in creature fameliche e, pur diventando feroci e
confusi, non si nutrono di altri essere umani come accade invece
con gli zombie stereotipati. Questo, più che altro, provoca un
aumento della rabbia e il bisogno di infettare ogni essere vivente,
una buona giustificazione per una malattia che colpisce il
cervello. World War Z è, tra l’altro, trasposizione
cinematografica del romanzo World War Z. La guerra mondiale
degli zombie di Max Brooks.
La ragazza che sapeva troppo
Continuiamo con La
ragazza che sapeva troppo, diretto da Colm
McCarthy e facente parte del gruppo di film apocalittici
distopici. La pellicola è un adattamento dell’omonimo romanzo
dell’autore Mike Carey, e come fulcro della storia
troviamo ancora gli zombie. Siamo quasi nei territori di The Last of Us, visto che la
misteriosa infenzione che attacca il cervello proviene da un fungo
mutato, l’Ophiocordyceps unilateralis. Ciò che rende la pellicola
alquanto sconvolgente è il fatto che le donne in gravidanza, se
infette, danno alla luce dei bambini ibridi, i quali però riescono
a controllare la loro fame di carne e devono perciò affrontare
un’esistenza nella quale, pur senza alcuna colpa, vengono visti
come dei mostri.
Cargo
Con Cargo siamo ancora nei
thriller apocalittici, e alla direzione abbiamo
due registi: Ben Howling e Yolanda
Ramke. Nell’Australia di Andy e Kay, coppia sposata da
anni, è arrivato un virus che trasforma gli esseri umani in zombie
entro 48 ore, e si sta diffondendo con molta rapidità. La loro
missione è quella di proteggere la figlia Rosie, affinché non venga
infettata. Il film regala picchi emotivi molto alti, soprattutto
quando Andy viene contagiato e inizia a subire dei cambiamenti sia
fisici che mentali, ma nonostante questo lotta contro sé stesso per
tenere la bambina al sicuro. Ciò che rende Cargo
affascinante è il suo saper parlare del devastante effetto
apocalittico senza però rinunciare all’aspetto famigliare, che poi
si rivela essere cuore dell’intera opera.
28 giorni dopo
28 giorni dopo non è solo
un film apocalittico, ma è anche un horror d’effetto. Diretto da
Danny Boyle, ha come protagonista un giovane
Cillian Murphy
nei panni di Jim, un uomo che, risvegliatosi dal coma in seguito a
un incidente stradale, si rende conto di essere circondato da
persone infettate da un potentissimo virus che le trasforma in
assassini spietati. Nonostante segua il classico stereotipo degli
zombie, 28 giorni dopo regala comunque dei personaggi
molto realistici e un senso di estrema inquietudine, derivante da
una desolata e spoglia Londra, che rende l’opera ancora più
affascinante e spaventosa.
Snowpiercer
Snowpiercer è, fra i film sull’apocalisse menzionati
fin’ora, quello che non contiene zombie o altre strane creature. La
pellicola è diretta da Bong Joon-ho, ed è tratta
dalla graphic novel Le Transperceneige, un fumetto di
genere sci-fi/apocalittico ideato da Jacques Lob e
Jean-Marc Rochette. Al centro della storia un
dramma molto più reale di quanto si possa immaginare, che riguarda
una guerra fra classi sociali. La Terra si è congelata e coloro che
sono sopravvissuti devono vivere segregati in un treno che
circumnaviga il pianeta. Questo innescherà un duro scontro fra
ricchi e poveri, causato dalle diverse condizioni di vita derivanti
dal rispettivo ceto d’appartenenza. Una delle carte vincenti di
Snowpiercer è il riuscire ad equilibrare elementi
fantastici con commenti sociali di estrema attualità.
I figli degli uomini
Nel 2006 debutta I figli degli uomini, film del regista Alfonso
Cuaron, considerato uno dei lavori migliori che ha come
tema l’apocalisse, in quanto vanta una trama che può considerarsi
fra le più realistiche e, come nel caso di Snowpiercer,
non tratta di alcun mostro, ma pone al suo centro solo l’umanità
nella sua essenza più totale. Siamo nel 2027 e la razza umana è a
rischio estinzione, a causa della sterilità delle donne. La
scienza, pur impegnandosi, non riesce a risolvere il problema. A
Londra sembra arrivare una speranza con una donna di nome Kee, la
quale è riuscita a rimanere incinta senza alcun problema. La città
è però invasa da frange nazionaliste che vorrebbero espellere tutti
gli immigrati, e questo di conseguenza minaccia l’incolumità della
donna. Ad aiutare Kee saranno Theo e l’ex moglie rivoluzionaria
Julian, che faranno di tutto per proteggerla e salvare il
mondo.
It Comes at Night
It Comes at Night è un film sull’apocalisse di genere
horror diretto da Trey Edward Shults che contiene
al suo interno più di un mistero, generando un’atmosfera
inquietante e a tratti insopportabile per chi ne fruisce. Più che
focalizzarsi sull’apocalisse, di cui non siamo a conoscenza delle
ragioni che l’hanno provocata, It Comes at Night si
concentra su due famiglie che, essendo sopravvissute, sono
costrette a vivere sotto lo stesso tetto per tentare di tenere a
bada il male esterno. Ciò che rende la storia avvincente, facendo
diventare il film un horror psicologico, è il senso di paranoia che
lo permea, fino a dimostrarci come, in realtà, siano gli uomini ad
essere più pericolosi di qualsiasi creatura o agente esterno.
The Road
Concludiamo con The Road,
uno dei film sull’apocalisse più sconcertanti e pesanti della
categoria. Diretto da John Hillcoat, il racconto
segue il viaggio in un mondo post-apocalittico di un padre e un
figlio, i quali non hanno un nome, ma vengono chiamati con “uomo” e
“ragazzo” per rappresentare la totalità dell’umanità che
combatte in un paesaggio inquietante, rendendo il tutto ancora più
realistico. Nel loro cammino, il padre dovrà sempre stare in
guardia per proteggere il bambino da attacchi di cannibali che li
minacciano lungo la strada, e il sud, dove li dovrebbe accogliere
un ambiente ospitale in cui vivere, sembra davvero difficile da
raggiungere. The Road è tratto dall’omonimo romanzo di
Cormac McCarthy, il quale vinse
proprio con quest’opera il Premio Pulitzer nel 2007.
Steven DeKnight, showrunner
della prima stagione di “Daredevil”
di Netflix,
si è recentemente rivolto ai social media per criticare la
Disney per aver organizzato una truffa con la sua
prossima serie reboot “Daredevil:
Born Again” via tramite Entertainment
Weekly ). La serie di 18 episodi presenterà il
ritorno di
Charlie Cox,
Vincent D’Onofrio e Jon Bernthal, che hanno recitato nella serie
originale Netflix
rispettivamente nei panni di Daredevil, Kingpin e
Punisher. “È una vecchia truffa Disney in cui rinominano
leggermente una serie per riportare i termini contrattuali alla
prima stagione“, ha scritto DeKnight su
X/Twitter. “Deve essere affrontato da tutte le
gilde/sindacati e schiacciato!. Da quello che ho capito,
non vedrò un centesimo da ‘Daredevil:
Born Again‘ perché hanno aggiunto ‘Born Again’ e posso
affermare che è uno spettacolo completamente diverso“, ha
spiegato. “Sai, con gli stessi identici due attori
principali (che adoro!) che interpretano Daredevil e
Fisk.”
DeKnight ha sottolineato di essere
entusiasta di guardare “Born
Again”, ma continua a pensare che sia sbagliato che la
Disney possa semplicemente dare allo show un nuovo
nome in modo che, contrattualmente, non sia una continuazione della
serie Netflix nonostante condivida gli stessi
personaggi. “Per essere chiari, non vedo l’ora di vedere
Charlie Cox e lo straordinario Vincent D’Onofrio riprendere i loro ruoli
iconici“, ha scritto DeKnight. “Ma affermare che
questo è un riavvio completo e che non devi pagare i creativi
originali è a dir poco un imbroglio aziendale.” Di seguito i
suoi post originali:
He does. It’s an old Disney scam where they
slightly rename a series to reset contract terms back to first
season. Needs to be addressed by all the guilds/unions and crushed!
https://t.co/Ttj4A3tnE4
Oh it’s a sure thing. From what I
understand, I’m not going to see a penny from Daredevil: Born Again because they added
the “Born Again” and can claim it’s a completely different show.
You know, with the exact same two lead actors (who I love!) playing
Daredevil and Fisk. https://t.co/hEKxwgbocz
To be clear, I can’t wait to see Charlie Cox
and the amazing @vincentdonofrio
reprise their iconic rolls. But to claim this is a complete reboot
and you don’t have to pay the original creatives is some corporate
shenanigans, to say the least. https://t.co/jYVZx6L1pA
Daredevil:
Born Again avrebbe dovuto debuttare su
Disney+ nella primavera del
2024, ma la produzione dello show è stata sospesa a tempo
indeterminato a giugno a causa dello sciopero della
WGA. Lo spettacolo è rimasto fuori produzione a causa degli
scioperi della SAG-AFTRA. Entrambi gli scioperi rimangono in
corso a Hollywood. Matt Corman e Chris Ord saranno gli
showrunner della nuova serie.
Leonardo DiCaprioè finalmente
intervenuto sulla massiccia riscrittura diKillers of the Flower
Moon che ha cambiato la direzione
dell’ultima epopea storica di Martin Scorsese. La sceneggiatura
originariamente era incentrata sull’agente dell’FBI Tom White, che
DiCaprio avrebbe dovuto interpretare, mentre indaga su una serie di
omicidi nella nazione Osage negli anni ’20. Questa prospettiva
ha mantenuto il film in linea con la maggior parte dell’omonimo
libro di David Grann del 2017, ma qualcosa nel raccontare
“Flower Moon” dal punto di vista dell’FBI non andava bene
con Leonardo DiCaprio o Martin Scorsese.
“Semplicemente non sembrava che si
arrivasse al nocciolo della questione“,
ha recentemente
dichiarato DiCaprio a British Vogue in
un’intervista congiunta con la co-protagonista Lily
Gladstone. “Non eravamo immersi nella storia di
Osage. C’era questa piccolissima scena tra Mollie ed Ernest
che ha provocato una tale emozione in noi durante la lettura, e
abbiamo iniziato a penetrare in cosa fosse quella relazione, perché
era così contorta e bizzarra e diversa da qualsiasi cosa avessi mai
sperimentato prima.”
Leonardo DiCaprio interpreta Ernest Burkhart,
un veterano della Prima Guerra Mondiale che viene coinvolto
nell’avido complotto di suo zio per derubare la nazione Osage delle
sue ricchezze. Quando la sceneggiatura originale di “Flower
Moon” fu eliminata, DiCaprio cambiò i ruoli in
Ernest. La nuova sceneggiatura si concentrerà su Ernest e
sulla sua relazione con la moglie Mollie
(Gladstone), una donna Osage i cui familiari
vengono assassinati. Con Leonardo DiCaprio nel ruolo principale,
Jesse Plemons è stato ingaggiato per interpretare l’agente dell’FBI
Tom White, ora un ruolo secondario.
“Dopo un certo punto, mi sono reso
conto che stavo facendo un film su tutti i bianchi“, ha
recentemente dichiarato Scorsese alla
rivista Time spiegando perché il film ha
subito un’ampia riscrittura. “Il che significa che stavo
adottando un approccio dall’esterno verso l’interno, il che mi
preoccupava.”“Prima delle riscritture, avevo
tre pagine di dialoghi piuttosto
loquaci“, ha dettoGladstone
alla rivistaInterview all’inizio di questo
mese. “Ma ero così in difficoltà con le scene che quando
il COVID ha bloccato tutto e il progetto è rimasto in silenzio per
un minuto, ho pensato di aver saltato l’audizione. Circa un
anno dopo, ho ricevuto una richiesta per Zoom con
Martin Scorsese. E poi mi sono stati inviati nuovi lati
che avevano ritmi. All’improvviso era una scena con dialoghi
minimi… E ho pensato, ‘Oh cavolo, posso inserire un personaggio qui
adesso. Questo è fantastico.’”
“Il focus sarebbe stato l’FBI, con
Mollie ed Ernest come parte della trama di supporto, invece di
quella centrale”, ha aggiunto Gladstone riguardo alla
sceneggiatura originale di “Flower Moon”. In
precedenza aveva detto aVulture che
la riscrittura significava che il film “non è una storia di
salvatori bianchi. È l’Osage che dice: “Fai
qualcosa”. Ecco i soldi. Vieni ad
aiutarci.”
Killers of the Flower Moon uscirà in sale
selezionate il 19 ottobre 2023 distribuito da 01 Distribution. Sarà
poi diffuso negli Stati Uniti il 20 ottobre da Apple TV+. In Italia
qualche settimana dopo. Basato sull’omonimo libro
best-seller,
Killers of the Flower Moon è ambientato
nell’Oklahoma degli anni ’20 e segue l’omicidio seriale di membri
della Osage Nation, l’associazione di ricca di petrolio.
La storia racconta una serie di crimini brutali in circostanze
misteriose che si sono verificati conosciuto come “il regno del
terrore”.
È un film di confine questo esordio al lungometraggio di
Chloe Domont. Sotto molti punti di vista
rappresenta il punto esclamativo alla fine del discorso sul
rapporto tra uomo e donna, destinato a implodere e svilupparsi in
maniera tossica e abusiva all’interno di un determinato ambiente.
Non è il film più radicale nell’affrontare questa tematica,
Fair Play. Semplicemente è quello che la spiega
nel modo più limpido, acuto e spietatamente sincero.
Fair Play, la trama
Lo spunto della
sceneggiatura scritta dalla stessa autrice è semplicissimo: un
un’agenzia di broker a Wall Street lavorano Emily
(Phoebe Dynevor) e Luke (Alden
Ehrenreich), coppia che sta per sposarsi ma deve
tenere segreta la propria relazione a causa della politica
aziendale. Quando la possibilità di una promozione si verifica in
maniera inaspettata, ecco che gli equilibri e le dinamiche interne
al loro rapporto
iniziano lentamente a cambiare…
Domont parte da uno
spunto comune, quasi banale, così come da due personaggi
protagonisti che non hanno davvero nulla di speciale. Ed col
passare delle scene si comprende che proprio queste sono la qualità
principale e la forza primaria di Fair Play: la verità delle
psicologie, la loro umanità inserita dentro un ambiente di lavoro
fortemente competitivo vengono raccontare all’inizio e
progressivamente esposte con cura certosina. La delineazione del
rapporto che si incrina sempre più tra i due personaggi
protagonisti possiede la verità emotiva e psicologica di un’opera
teatrale, mentre la messa in scena mai sottolineata sa raccontare
di una regista che riesce costantemente a tenere in pungo una
storia “forte”, un tema pronto a esplodere nel melodramma gratuito
se non adeguatamente maneggiato.
E in Fair
Play non succede mai, non vi è una singola scena che
scivola nell’effetto gratuito, nella retorica del dolore, nella
rappresentazione fuorviante dell’abuso. Anche perché la Domont
dimostra chiaramente e lucidamente di voler esporre senza
giudicare, di avere una visione chiara del rapporto tra uomo e
donna, il che non significa in alcun modo “schierata”: alla
cineasta non interessa mostrare una vittima e il suo aguzzino,
quanto piuttosto una donna e un uomo che reagiscono in maniera
differente alle pressioni che la vita lancia loro contro. Emily e
Luke sono le due figure meglio rappresentate e sviluppate da questo
genere di cinema da moltissimo tempo a questa parte, assolutamente
credibili sia nella loro storia d’amore che nel mostrare invece i
rispettivi limiti emozionali e umani che la porterà a frantumarsi.
Fair Play non cerca mai la scena ad effetto, non
intende mai avventurarsi nel labirinto del thriller psicologico
anche quando riesce a costruire una tensione emotiva fortissima. È
un film che vuole e riesce a mostrare la verità, per quanto
spiacevole e deprimente sia.
Fair Play. (L to R) Alden Ehrenreich as Luke and Phoebe Dynevor as
Emily in Fair Play. Cr. Courtesy of Netflix
Due grandi protagonisti
Nelle primissime scene
del film Phoebe Dynevor e Alden Ehrenreich interpretano Emily e Luke in
maniera piatta, non caratterizzandoli in alcun modo soddisfacente.
Pian piano però si capisce che è esattamente quello l’intento sia
degli attori che della regista: la banalità della situazione e dei
personaggi deve essere terreno fertile per una vicenda che non ha
nulla di speciale proprio perché può accadere a chiunque, e per
questo espone la sua portata al contrario universale. Emily e Luke
sono semplicemente un uomo e una donna, tutto qui. Allora meritano
davvero di essere ammirate le prove dei due attori, che sanno
mantenere la credibilità sommessa dei ruoli finché lo stress non li
costringe a esplodere. E anche in questo caso non vanno davvero mai
sopra le righe, restando sempre credibili anche grazie a dialoghi
di una finezza psicologica devastante.
Domont dimostra di avere
un’opinione riguardo quello che sta mettendo in scena, ma questo
non la fa mai cadere nell’errore di prendere una posizione
retorica, errore che avrebbe rovinato il suo film. Tutto quello che
avviene in Fair Play è il frutto delle debolezze,
degli errori, delle zone grigie o nere nell’animo di due persone,
non di una soltanto. E questo rende il film più “vero” di molto,
moltissimo cinema che ha volto il proprio sguardo a questo tema, e
questo purtroppo significa realmente preciso nell’esporre la
prevaricazione dell’uomo sulla donna nell’ambiente lavorativo.
Riguardo quest’ultimo aspetto, Fair Play risulta
un’opera in tutto e per tutto newyorkese, una rappresentazione
veritiera di quanto questa metropoli riesca a forzare al limite
persone e situazioni in nome del successo individuale. Se New York
è veramente la città che non dorme mai, potrebbe anche voler
significare che chi ci vive non può veramente rischiare di
addormentarsi…
Ecco il trailer italiano
di Hunger Games – La ballata dell’usignolo e del
serpente, nuovo capitolo della Hunger Games
Saga che ha incassato oltre tre miliardi di dollari in tutto
il mondo e al cinema il prossimo 22 novembre.
Diretto da Francis
Lawrence, regista di tre dei quattro Hunger Games
originali, il film è ambientato 64 anni prima della saga, un
prequel ispirato all’omonimo romanzo di Suzanne Collins.
I protagonisti sono
l’attore emergente inglese Tom Blyth, Rachel
Zegler di West Side Story e Hunter
Schafer della serie Euphoria. Nei ruoli comprimari l’attrice Premio
Oscar® e vincitrice di un Golden Globe, di un Emmy Award e di ben
due Tony Award Viola Davis, la star de Il trono di spade e vincitore di un
Golden Globe Peter Dinklage e Jason
Schwartzman.
Hunger Games – La ballata dell’usignolo e del
serpente, la trama
Anni prima di diventare il
tirannico presidente di Panem, il diciottenne Coriolanus Snow è
l’ultima speranza per il buon nome della sua casata in declino:
un’orgogliosa famiglia caduta in disgrazia nel dopoguerra di
Capitol City. Con l’avvicinarsi della decima edizione degli Hunger
Games, il giovane Snow teme per la sua reputazione poiché nominato
mentore di Lucy Grey Baird, la ragazza tributo del miserabile
Distretto 12. Ma quando Lucy Grey magnetizza l’intera nazione di
Panem cantando con aria di sfida alla cerimonia della mietitura,
Snow comprende che potrebbe ribaltare la situazione a suo favore.
Unendo i loro istinti per lo spettacolo e l’astuzia politica, Snow
e Lucy mireranno alla sopravvivenza dando vita a una corsa contro
il tempo che decreterà chi è l’usignolo e chi il serpente.
I
protagonisti sono l’attore emergente inglese
Tom Blyth,
Rachel Zegler di West Side Story e
Hunter Schafer della serie Euphoria. Nei
ruoli comprimari l’attrice Premio Oscar e vincitrice di un Golden
Globe, di un Emmy Award e di ben due Tony Award
Viola Davis, la star de Il trono di spade e
vincitore di un Golden Globe
Peter Dinklage e Jason
Schwartzman.
Maja Hoffmann è
stata ufficialmente confermata presidente del
Locarno Film Festival, mediante il voto dell’Assemblea sociale
straordinaria e del nuovo Consiglio di amministrazione,
quest’ultimo ridotto nel suo effettivo nel contesto di una
revisione generale della governance, che ha portato all’adozione di
un nuovo statuto e all’introduzione di due nuovi organi
consultivi.
La neoeletta presidente al termine
della giornata ha così commentato: “Sono profondamente onorata
ed emozionata per l’elezione a presidente del Locarno Film
Festival. Sotto la guida di Marco Solari, la manifestazione ha
cambiato per sempre la percezione del cinema e dei registi in
Svizzera e nel mondo. Locarno ha reso la settima arte una
componente centrale della vivace vita culturale ticinese.
Non vedo l’ora di lavorare con
la squadra capitanata da Giona A. Nazzaro, direttore artistico, e
da Raphaël Brunschwig, Managing Director, per consolidare
ulteriormente la reputazione del Festival come uno degli eventi
cinematografici più innovativi, audaci e inclusivi al
mondo.
In un panorama in evoluzione,
dove emergono costantemente nuove definizioni di cinema e
affascinanti opportunità, sosterrò il Festival con energia ed
entusiasmo nella prossima fase del suo sviluppo.”
Maja Hoffmann sarà
affiancata da Luigi
Pedrazzini,
ex Consigliere di Stato del Canton Ticino e membro uscente del
Consiglio di amministrazione della SRG SSR, nel ruolo di
vicepresidente, da Alain
Scherrer,
Sindaco della città di Locarno, da Nadia
Dresti,
tra le figure portanti del Festival in quanto ex responsabile
dell’Ufficio Industry e direttrice artistica ad interim, e
da Jean-Philippe
Rochat,
alle redini di uno studio legale di primo piano in Romandia e
membro del Consiglio di amministrazione di numerose società e
fondazioni. Nel corso dei prossimi mesi saranno annunciati altri
due membri del Consiglio di amministrazione da sottoporre alla
ratifica della prossima assemblea nel 2024.
In linea con l’esigenza di un
processo decisionale più snello ed efficace, il Consiglio di
amministrazione è stato ridimensionato, portando il numero di
membri dagli attuali 27 a un massimo di 7. Contestualmente a tale
novità sono state poste le basi dei due nuovi organi consultivi,
il Policy Advisory Board – che fornirà
supporto in ambito culturale, economico e istituzionale e sarà
presieduto dal Sindaco di Locarno – e l’Industry Advisory
Board – presieduto da Nadia Dresti, che riunirà
molteplici e diversificate competenze dell’industria di settore
assicurando che le attività del Festival rimangano sempre
all’avanguardia sotto il profilo cinematografico. Tra i primi
compiti del nuovo Consiglio di amministrazione rientrerà proprio la
nomina dei rappresentanti nei due Advisory Board.
L’Assemblea ha accettato la
revisione degli statuti, che consentirà al Locarno Film Festival da
un lato di rispondere alle molteplici esigenze dell’industria del
cinema sul piano nazionale e internazionale e dall’altro di far
fronte alle svariate sfide che una società e un’organizzazione
sempre più complesse e ramificate esigono.
L’intera comunità del Locarno Film
Festival desidera infine esprimere il suo sentito ringraziamento al
presidente uscente Marco Solari per il suo straordinario impegno.
La sua guida ha lasciato un segno indelebile per l’eredità della
manifestazione. Su proposta del Consiglio di amministrazione, Marco
Solari è stato nominato presidente onorario.
La 77esima edizione del Locarno Film
Festival, la prima sotto la presidenza di Maja
Hoffmann, si terrà dal 7 al 17 agosto 2024.
Il Comitato di
Selezione per il film italiano da designare agli Oscars® istituito
dall’ANICA su incarico dell’Academy of Motion Picture Arts and
Sciences®, riunito davanti a un notaio e composto da
Alessandro Araimo, Domizia De Rosa, Esmeralda Calabria,
Daniela Ciancio, Francesca Lo Schiavo, Giorgio Moroder, Cristiana
Paternò, Michele Placido, Paola Randi, Riccardo Tozzi, Gianpiero
Tulelli, ha votato “Io
Capitano” di Matteo Garrone quale
film che rappresenterà l’Italia alla 96° edizione degli Academy
Awards®, nella selezione per la categoria International
Feature Film Award, con la seguente motivazione: “Per aver
incarnato con grande potenza e maestria cinematografica il
desiderio universale di ricerca della libertà e della felicità.
Creando un’epica del sogno che mette in scena il coraggio e il
dolore che segnano da sempre le migrazioni, in una dimensione di
profonda umanità”.
“Io
Capitano” concorrerà per la shortlist che
includerà i quindici migliori film internazionali selezionati
dall’Academy® e che sarà resa nota il 21 dicembre 2023.
L’annuncio delle
nomination (la cinquina dei film nominati per concorrere
al premio) è previsto per il 23 gennaio 2024, mentre la cerimonia
di consegna degli Oscars® si terrà a Los Angeles il 10 marzo
2024.
Danny e Lisa soffrono
entrambi di insonnia e vivono una relazione telefonica, facendosi
compagnia tutte le notti. Ridono, scherzano, si raccontano, non
hanno segreti tra loro… tranne i sentimenti che ognuno nutre per
l’altro. È questa la premessa di Still Up, la nuova comedy Apple TV+, interpretata da
Antonia Thomas e Craig Roberts e
co-creata e scritta da Steve Burge e
Natalie Walter.
Abbiamo incontrato
virtualmente la squadra produttiva di Still Up, Phil Clarke (Executive
Producer), Paul Schlesinger (Executive Producer) e
Arabella McGuigan (Producer), che ci ha raccontato qualcosa
in più di questa storia così insolita e però allo stesso tempo dal
sapore confortevole e rassicurante.
“Credo che la serie
esplori l’amicizia – ha esordito Paul Schlesinger –
anche se poi quella che viene raccontata si definisce come
‘storia d’amore’. Penso che l’amicizia sia un tema fondamentale per
questo tipo di storia, perché l’errore fondamentale dei
protagonisti è proprio quello di autoconvincersi che sono amici.
Uscire da questa dimensione è la cosa complicata che cercano di
fare. Quindi sicuramente è una storia d’amore, ma è uno sguardo
inusuale sull’amore.”
Secondo McGuigan,
invece, uno dei temi portanti della serie è il senso dell’umorismo:
“È la prima cosa che lega i due protagonisti – spiega la
produttrice – Danny e Lisa si connettono come amici, perché
hanno un modo condiviso di farsi ridere a vicenda. Questa è la base
della loro amicizia, e diventa anche la base di qualcosa in più. Ma
credo fortemente che sia il loro senso dell’umorismo condiviso a
portare alla relazione.” E Phil Clarke aggiunge:
“Credo anche che si tratti di una storia che parla di
solitudine. Danny è solo, ovviamente, soffre di ansia, è chiuso in
casa, ma anche Lisa è sola, anche dentro alla sua relazione. C’è
una battuta molto bella, verso la fine della stagione, in cui il
compagno di Lisa le dice ‘tu diventi viva quando io vado a
dormire’, e anche questa dimensione diventa una parte fondamentale
di quello che la serie vuole raccontare. Amore, solitudine,
amicizia e umorismo, siano tutti parte del mix.”
Still Up è anche una riflessione sulla connessioni e
sul modo di vivere le relazioni attraverso la tecnologia, fenomeno
che nell’era post-lockdown ha assunto una presenza costante nella
quotidianità. “Una serie così non poteva essere stata fatta 10
o 15 anni fa – spiega Paul Schlesinger – Da una
parte siamo più connessi che mai, 15 anni fa se qualcuno camminava
per strada parlando tra sé sarebbe risultato strano, lo avremmo
notato tutti. Quindi tecnicamente siamo più connessi che mai ma
questo significa anche che siamo più soli e isolati di prima. La
serie mostra entrambe queste cose, i due personaggi sono entrambi
soli in maniera diversa, eppure si possono parlare per tutta la
notte, ed è una strana contraddizione, molto legata alla modernità:
siamo più connessi e distanti che mai.”
Dopotutto, la prima idea
per questa serie è arrivata durante il primo lockdown del 2020,
stando a quanto dichiara Clarke: “Anche se la serie non
è ambientata in quel periodo, lo rievoca nella sensazione di essere
insieme eppure separati.” Un aspetto molto interessante della
relazione telefonica dei due protagonisti è portato alla luce da
McGuigan che esalta le potenzialità narrative di questa
scelta: “Io credo che si tratti anche di un piccolo regalo per
i narratori. In questa serie abbiamo quasi sempre la possibilità di
raccontare tre storie contemporaneamente. Assistiamo a quello che
succede a Lisa e a quello che succede a Danny, e poi c’è una terza
storia, che è quello che stanno vivendo insieme, al
telefono.”
Su quanto invece la
storia riesca a focalizzarsi su una patologia tanto peculiare
quanto poco affrontata dall’audiovisivo, Clarke commenta:
“Credo che l’insonnia sia un problema molto diffuso. Viviamo
tutti vite molto stressanti, che devono scendere a patti con la
logistica quotidiana, ma anche con il cambio di stagione, i
problemi di lavoro, tutte cose che contribuiscono a aumentare lo
stress e l’insonnia è una delle manifestazioni di questo stress, è
un problema sempre più diffuso.”
E infatti è importante
che esista una serie che la racconta, secondo McGuigan:
“Allo stesso tempo, la serie racconta l’insania con ottimismo.
Perché questa storia parla di persone che si sono trovate proprio
perché soffrono di questo disturbo e in un certo senso non vogliono
che questa ‘malattia’ scompaia perché li priverebbe di quella
finestra di tempo che loro condividono, l’insonnia è quella cosa
che li fa esistere insieme e lo stesso fatto di condividere questa
esperienza, li fa mettere in discussione.”
Still Up farà il suo debutto il 22 settembre su
Apple TV+ con i
primi tre episodi, seguiti da un episodio settimanale ogni venerdì,
fino al 27 ottobre.
L’arrivo su Netflix del film Ondata
calda è l’occasione per scoprire un thriller del 2022 passato in
sordina, ma che offre una messa in scena con diversi interessanti
elementi a favore del racconto. Se dunque questo può risultare
talvolta prevedibile, viene in ogni caso supportato da una serie di
simboli che rimandano a significati più nascosti e profondi del
previsto. Diretto da Ernie Barbarash, noto come produttore
di American Psycho e Hypercube – Il cubo 2, ma
anche come regista della miniserie in due episodi Meteor –
Distruzione finale, Ondata calda gioca dunque con gli
elementi del thriller erotico per farne qualcosa di insolito.
Lo spettatore si imbatte infatti in
una serie di vicende particolarmente intricate, obiettivo delle
quali è prima di tutto offrire uno studio approfondito della
protagonista e del suo vissuto. Andando alla scoperta del suo
passato si potrà infatti comprendere meglio ciò che avviene nel
presente e come le due cose si influenzino in direzione della
crescita emotiva ricercata dalla protagonista. Prima di
intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile
approfondire alcune delle principali curiosità relative ad esso.
Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare
ulteriori dettagli relativi alla trama, al
cast di attori e alla sua spiegazione
complessiva. Infine, si elencheranno anche le principali
piattaforme streaming contenenti il film nel
proprio catalogo.
La trama e il cast di Ondata calda
La storia del film ha luogo durante
un’anomala ondata di calore. Claire è una giovane
donna che lavora in un’agenzia immobiliare, la Crane Corporation.
Una notte Claire incontra Eve cercando refrigerio
nella piscina di un palazzo di lusso. Tra le due scatta subito una
forte attrazione e qualche sera dopo si rivedono casualmente in un
locale e passano la notte insieme. Ma quando Claire va a cena dal
suo capo, Scott Crane, rimane senza parole
scoprendo che sua moglie è proprio Eve. Per evitare di avere
problemi sul lavoro, da quel giorno cerca di evitarla ma quando si
rivedono, le due donne capiscono di amarsi. Inizia così una
relazione clandestina che porterà però non pochi guai.
Nel ruolo di Claire recita
l’attrice Kat Graham, nota per il ruolo di
Bonnie Bennett nella serie The Vampire Diaries. Recitano poi
accanto a lei Merritt Patterson, nota per il ruolo
di Ophelia nella serie televisiva The Royals, nel ruolo di
Eve, mentre l’attore francese Sebastian Roché,
visto anche in General Hospital, ricopre il rolo del
marito Scott Crane. Roché aveva inoltre collaborato già con Graham
nella serie The Vampire Diaries, dove lui ricopriva il
ruolo di Mikael. Sono poi presenti gli attori Roger
Cross nel ruolo del detective Parker, David James
Lewis in quelli di Teddy e Aren Buchholz
in quelli di Lane Smith.
Ondata calda: il
significato del titolo e la spiegazione del finale
Il titolo del film, Ondata
calda, ha un significato ben più metaforico del semplice
riferirsi alle condizioni climatiche presenti lungo il film. Per la
protagonista, il calore, il fuoco, sono sempre stati il sintomo di
qualcosa di sbagliato, ciò in cui ci si imbatte quando si è
imprudenti. Lungo tutta la sua vita Claire ha infatti associato le
due cose in più occasioni, come viene raccontato nel film. Un
calore, stavolta emotivo, è invece quello che viene naturalmente ad
instaurarsi tra Claire ed Eve, le quali condividono il calore della
passione l’una per l’altra. Quando però Claire scopre che l’amata
le ha mentito, cerca di bruciarsi la mano, nel tentativo di
procurarsi sostanzialmente un ennesimo scottante segno che le
ricordi cosa succede se si è imprudente.
È però interessante notare che in
alcuni punti cruciali del film vi è anche l’elemento dell’acqua in
contrapposizione al fuoco o al calore. Ad esempio, Claire incontra
Eva per la prima volta in una piscina. Quindi, mentre Claire è lei
stessa il caldo, o almeno questo è ciò che lei pensa di sé stessa,
si trova a vivere continui contrasti con il freddo emanato o
ricercato dagli altri. Ma non da Eve, la quale almeno
all’apparenza alimenta quel calore in Claire fino a quando la
situazione non sfugge però di mano ad entrambe. È allora che si
verificano le drammatiche conseguenze che conducono fino
all’inaspettato finale, nel quale anche Eve si rivela essere un
essere in contrasto con la natura di Claire.
[SEGUONO SPOILER]
Nel finale, infatti, scopriamo che
Eve ha stretto un accordo con con Lane Smith per uccidere suo
marito, Scott Crane, in cambio della vendetta su Claire, con la
quale Smith ha dei trascorsi. Quando però Lane uccide
effettivamente Scott, apre la strada ad Eve per rivendicare gran
parte delle proprietà di suo marito, la donna vacilla. Eve si
scopre infatti troppo coinvolta dalla storia con Claire, tanto da
non riuscire più ad uscirne. Impedisce così che Claire venga uccisa
e quest’ultima a sua volta decide di risparmiare Eve. Pur
confessandosi amore reciproco, Claire afferma però che non vuole
più essere manipolata e pertanto consegna Eve alla polizia.
Alla luce di ciò, sembra dunque che,
dopo tutto, sia stato proprio il “calore” dell’amore e della
passione a sventare il piano di Eve e a salvare Claire. Ciò si
adatta anche al fatto che lei si rivolga a se stessa come
“fuoco” nelle battute finali del film, di fatto
abbracciando quell’elemento che fino a quel momento l’aveva
spaventata, imparando a gestirlo e sfruttarlo a proprio vantagio.
Con Ondata calda, dunque, assistiamo ad un
personaggio chiamato a fare i conti con il proprio passato, a
riappacificarsi con le proprie paure e a completare un arco
narrativo che la porti ad essere in pieno possesso del proprio
potenziale.
Il trailer di Ondata calda
e dove vedere il film in streaming e in TV
È possibile fruire di
Ondata calda grazie alla sua presenza su
alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in
rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Chili
Cinema, Rakuten TV, Google Play, Apple iTunes
e Netflix. Per vederlo, una volta scelta la
piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o
sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video.
Divenuto celebre nel corso degli
anni Sessanta grazie ai film western di Sergio
Leone, l’attore Clint Eastwood decise
alla fine di dirigerne a sua volta uno. Nacque dunque Lo
straniero senza nome, arrivato al cinema nel 1973. Già
regista del thriller Brivido nella notte,
per la sua opera seconda ha così scelto il genere a cui deve tutto,
naturalmente influenzato dalla sua collaborazione con Leone e il
regista Don Siegel. Eastwood non si è però
limitato a dirigere il film, decidendo anche di recitare nel ruolo
del protagonista, un personaggio molto simile a quelli già
interpretati precedentemente, eppure con decisivi elementi di
novità.
Il film è, come spesso accadrà nella
filmografia di Eastwood, tratto da un romanzo omonimo. Questo è
stato scritto da Ernes Tidyman, noto per aver
vinto il premio Oscar alla miglior sceneggiatura non originale per
Il braccio violento della legge. Rimasto affascinato dal
suo racconto e ritrovandovi elementi e tematiche a lui care,
Eastwood accettò da subito di dirigerlo. Respinse la richiesta di
girare in studio, andando piuttosto a ricercare vere location dal
sapore western e stabilendo il set intorno al Lago Mono, in
California. Qui fece ricostruire una vera e propria città
dell’epoca in cui il film è ambientato, potendo iniziare da subito
i lavori.
Costato 5 milioni di dollari, il
film si affermò come un buon successo di critica e pubblico,
arrivando a guadagnarne circa 16. Lo straniero senza
nome ha così rappresentato Eastwood un primo significativo
passo verso una carriera d’autore, oggi tra i più celebrati e amati
di sempre. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà
certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità
relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti
possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla
trama e al cast di attori.
Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme
streaming contenenti il film nel proprio catalogo.
La trama di Lo
straniero senza nome
La storia si apre sull’arrivo
nell’apparentemente tranquilla cittadina di Lago di un misterioso
pistolero, mai visto prima da quelle parti. L’uomo si distingue
subito per la sbalorditiva abilità con le armi, uccidendo senza
problemi tre briganti lì presenti. Divenuto subito celebre in
città, questi viene approcciato dal neo eletto sindaco, il quale
gli racconta che il suo predecessore è stato recentemente ucciso in
modo quanto mai brutale da tre pistoleri. Questi hanno poi lasciato
la città promettendo di tornare per compiere ulteriori massacri.
Vista la sua bravura con le armi, allo straniero viene chiesto di
restare e proteggere i cittadini di quel luogo.
Inizialmente riluttante, il
misterioso pistolero finisce con l’accettare, allettato dalla
possibilità di poter chiedere qualunque cosa in cambio. Nell’attesa
che i tre criminali tornino in città, egli prova ad addestrare gli
stessi cittadini alla pratica delle armi, attirandosi però l’odio
di molti dei presenti, convinti che l’uomo porterà soltanto
ulteriori guai. La notizia che i tre briganti stanno realmente per
arrivare in città, però, fa nuovamente calare un clima di terrore
su questa. Lo straniero, nell’attesa, rivelerà di avere motivi
molto più personali di quanto si potrebbe pensare contro i tre in
arrivo.
Il cast del film
Ad interpretare il personaggio dello
straniero vi è naturalmente l’attore Clint
Eastwood. Per la parte egli si ispirò chiaramente all’Uomo
senza Nome, protagonista della Trilogia del Dollaro di
Leone. Allo stesso tempo, però, l’attore cercò di rappresentare il
personaggio come una naturale evoluzione di quello, caricandolo di
un’ironia e sentimenti maggiori. Accanto a lui, nei panni della
seducente Callie Travers, donna con cui lo straniero incrocia più
volte il suo cammino, vi è Marianna Hill, divenuta
celebre proprio grazie a tale film. Verna Bloom,
invece, è Sarah Belding, la quale stringerà un profondo legame con
lo straniero, pur se sposata a Lewis Belding, interpretato da
Ted Hartley.
Mitchell Ryan è
invece Dave Drake. Jack Ging, attore noto per le
serie Undicesima ora e A-Team, interpreta qui
Morgan Allen, uno dei potenti della città di Lago che tenterà di
opporsi all’attività dello straniero. Geoffrey
Lewis, qui in uno dei suoi primi ruoli cinematografici,
interpreta Stacey Bridges, capobanda dei criminali in arrivo a
Lago. Billy Curtis è invece presente nei panni del
bizzarro Mordecai. Nell’interpretarlo, l’attore finì con il
soffrire di torcicollo. Affermò però che pur di lavorare con
Eastwood avrebbe accettato di soffrire anche ben altro.
John Mitchum, che
tornerà a collaborare con Eastwood nei primi tre film dedicati
all’ispettore Callaghan, compare qui brevemente nei panni di un
guardiano della prigione. In ultimo, Buddy Van
Horn, celebre collaboratore di Eastwood nonché sua
controfigura in molti film, è brevemente presente nei panni dello
sceriffo Jim Duncan, ucciso dai tre criminali. La scelta di questi
per la parte è stata fortemente voluta per conferire al film una
certa ambiguità nel finale.
Il trailer di Lo
straniero senza nome e dove vedere il film in streaming e
in TV
È possibile fruire di
Lo straniero senza nome grazie alla sua presenza
su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in
rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Chili
Cinema, Tim Vision, Google Play e Apple
iTunes. Per vederlo, una volta scelta la
piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o
sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il
film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di
mercoledì 20 settembre alle ore
21:00 sul canale
Iris.
“Non cercare di capirlo,
sentilo”. Basterebbe questa esortazione per spiegare come
approcciarsi a Tenet
(qui la recensione), un film che
è pura esperienza cinematografica, dove si stimola la mente dello
spettatore con una storia che, nella sua complessità, richiede però
non di essere compresa ma vissuta. Christopher Nolan, dopo il racconto bellico
proposto con Dunkirk, porta dunque al cinema un film tanto
ambizioso quanto unico, che pur proponendo un racconto di base già
visto, si propone al pubblico con una struttura che lo rende
difficilmente classificabile.
Come noto, proprio per via di
questa sua natura, il film non è da tutti stato apprezzato e molti
sono gli aspetti fin troppo complessi che gli vengono rinfacciati.
È però innegabile che Tenet sia un’opera di intrattenimento di alto
livello, capace di offrire nuovo valore al concetto di esperienza
cinematografica. Il film, inoltre, è anche ricco anche di elementi di grande
pregio, sui quali è difficile essere in disaccordo. Dopo essere
uscito in sala nel 2020, Tenet arriva ora per la
prima volta in televisione, su Italia 1, è
per quanto il piccolo schermo non possa replicare il valore che il
film sfoggerebbe in una grande sala, è l’occasione per tornare a
parlarne.
Pochi film recenti hanno infatti
dimostrato di meritare molteplici visioni e Tenet e
senz’altro tra questi. Prima di intraprendere una visione del film,
però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali
curiosità relative ad esso. Proseguendo qui nella lettura sarà
infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla
trama e al cast di attori, ma
soprattutto alla spiegazione del suo titolo e del
finale. Infine, si elencheranno anche le principali
piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo. Ai
link qui riportati, si potranno invece scoprire 10 curiosità dal dietro le
quinte e 5 curiosità da sapere
assolutamente sul film.
La trama e il cast di Tenet
Protagonista del film è un agente
segreto a cui viene assegnato un importante compito: fermare quella
che potrebbe rivelarsi come un’apocalisse planetaria, una minaccia
peggiore oltre ogni immaginazione. L’unico modo per salvare il
mondo, però, sembra essere racchiuso in una misteriosa parola,
Tenet.
Per fronteggiare la minaccia globale, infatti, l’agente special e
un suo partner dovranno svolgere le loro azioni in qualcosa al di
là del tempo reale e dovranno essere in grado di attuare una
manipolazione temporale, nota come inversione, la quale non è però
esente da rischi potenzialmente più pericolosi della minaccia
stessa.
Ad interpretare
il ruolo del protagonista si ritrova l’attore John David Washington,
già visto in BlacKkKlansman di Spike Lee e Monster di
Anthony Mandler. Accanto a lui recita poi Robert
Pattinson nel ruolo di Neil, il supervisore del
Protagonista. I due attori hanno raccontato che il livello di
segretezza del film era tale che hanno potuto leggere la sceneggiatura completa
soltanto nelle stanze della Warner Bros., in totale
isolamento. L’attrice Elizabeth Debicki,
invece, ricopre il ruolo di Katherine “Kat” Barton, ex moglie di
Andrei Sator.
Ed è Kenneth Branagh a
ricoprire proprio di Andrei Sator, oligarca russo in grado di
comunicare col futuro. Sono poi presenti anche Michael Caine nel ruolo
di Michael Crosby, agente dell’intelligence britannica, Aaron Taylor-Johnson nel ruolo di
Ives, un soldato di Tenet e Clémence Poésy nel ruolo
di Barbara, scienziata di Tenet. Himesh Patel ricopre il
ruolo di Mahir. Per alcune scene,
gli attori hanno dovuto effettivamente imparare a recitare
determinate coreografie o a pronunciare determinate battute della
sceneggiatura al contrario.
La spiegazione di Tenet e
del finale del film
Per cercare di comprendere il
significato del film, occorre innanzitutto partire dal significato
del suo titolo, ovvero la parola Tenet. Questa è la parola
che costituisce il centro del Quadrato Magico Sator,
un’iscrizione latina sotto forma di quadrato composta da cinque
parole – SATOR, AREPO, TENET, OPERA,
ROTAS – che danno luogo a un palindromo. Lette da sinistra a
destra e dall’alto in basso, ma anche da destra verso sinistra e
dal basso verso l’altro, le parole non cambiano di significato e lo
schema che ne risulta vede la parola TENET a fare da cuore a questo
gioco di lettere.
L’iscrizione è stata oggetto di
frequenti ritrovamenti archeologici, sia in epigrafi lapidee sia in
graffiti, ma il senso e il significato simbolico rimangono ancora
oscuri, nonostante le numerose ipotesi formulate. In sintesi, la
parola Sator significa “seminatore, creatore“, mentre
Arepo, termine sconosciuto, è ritenuto essere un nome proprio.
Tenet, Opera e Rotas hanno invece i significati di
“tenere“, “con cura” e “ruote”. Un
significato possibile è dunque quello di “Il Creatore delle
terre tiene (governa) le ruote celesti“, sottolineando
un’unione tra il cielo e la terra.
Più probabilmente, però, Nolan ha
solo preso in prestito questo mistero per costruire un film a sua
volta palindromo, ovvero dove il finale è anche l’inizio del
racconto e viceversa. La tecnologia nota come
inversione permette infatti di effettuare dei veri e propri
viaggi nel tempo, così se la prima parte del film procede in una
direzione, a partire dalla metà, il racconto inizia a riavvolgersi
su sé stesso, portando i protagonisti a tornare indietro nel tempo.
Passato, presente e futuro sembrano però convivere sullo stesso
piano della realtà, permettendo dunque lo scontro del protagonista
con sé stesso in una certa scena del film.
Cosa avviene nel finale del film?
Una volta compreso tale meccanismo,
il finale del film ci mostra l’equipaggio di Sator cercare di
assemblare l’algoritmo che innescherà la fine del mondo. Qui si
svolge una seconda tenaglia temporale, con due squadre diverse che
tentano di sventare i piani di Sator. La squadra rossa si muove in
avanti nel tempo ed è composta dal Protagonista, mentre la squadra
blu è composta da Neil e da un gruppo di truppe che si muovono
indietro nel tempo. Quando i due arrivano alla posizione
dell’algoritmo, un bunker sotterraneo, sembra che sia troppo tardi,
perché l’equipaggio di Sator ha messo insieme tutte e nove le parti
dietro un cancello chiuso.
Hanno in programma di seppellire
l’algoritmo e poi far esplodere il bunker, lasciando l’algoritmo
sottoterra per essere recuperato in futuro. Mentre l’equipaggio di
Sator lavora, il protagonista nota un soldato morto dall’altra
parte che improvvisamente ritorna in vita, fermando un proiettile
destinato al protagonista e aprendo il cancello. Si scopre che il
soldato era Neil. A quel punto, il Neil ancora in vita inverte il
proprio orientamente temporale e cambia squadra per recarsi in
soccorso del protagonista. È a questo punto che Neil svela di aver
lavorato per tutto il tempo per una versione futura del
protagonista.
I due sono amici, essendosi
incontrati nel passato di Neil, che in realtà è il futuro del
protagonista. Ecco perché in una delle loro prime scene insieme,
Neil sa già che il protagonista non beve mentre lavora, lo conosce
già ma non può rivelarglielo fino a quando non sarà il momento
giusto. Neil poi afferma che questa è la fine della sua storia,
poiché dovrà andarsene per mettersi nel posto giusto, in tempo per
sacrificarsi per il suo amico, così che egli possa compiere il
percorso che gli abbiamo visto compiere per tutto il film.
Tuttavia, i due si incontreranno di nuovo, una volta che il
protagonista recluterà Neil in futuro.
Questa è dunque la fine della loro
amicizia, ma il loro inizio deve in realtà ancora arrivare, almeno
dalla prospettiva del protagonista. A questo punto, è dunque
possibile capire che il protagonista non è altri che il capo di
Tent e che il sé stesso del futuro ha reclutato il sé stesso del
passato affinché salvasse il mondo. Inoltre, diventa chiaro una
volta per tutto che la narrativa di Tenet funziona essa
stessa come una tenaglia temporale, con le versioni passate e
future del Protagonista che lavorano per riunire gli eventi del
film, come la scena d’apertura al teatro dell’opera. Alla luce di
ciò, senza dubbio Tenet richiede però più visioni per poter essere
compreso al meglio.
Il trailer di Tenet e
dove vedere il film in streaming e in TV
È possibile fruire di
Tenet grazie alla sua presenza su alcune
delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete.
Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Google Play,
Apple iTunes e Prime Video. Per vederlo, una volta
scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo
film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il
film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di
mercoledì 20 settembre alle ore
21:20 sul canale Italia 1.
Netflix
ha diffuso le foto ufficiali di Briganti,
la nuova serie Originale Netflix
italiana in arrivo quest’anno.
Ambientato nel Sud Italia di metà Ottocento, Briganti
è un racconto moderno, epico e ricco d’azione, sul fenomeno del
brigantaggio. Liberamente ispirata a persone, uomini e donne,
realmente esistite, divenute simbolo della rivoluzione contadina
nell’Italia postunitaria, la serie è un racconto corale di una
storia di lotta per la libertà degli ultimi.
Le riprese si sono svolte in
Puglia, tra Lecce, Melpignano, Altamura e Nardò grazie anche al
contributo dell’Apulia Film Commission, della Regione Puglia e
della Fondazione Apulia Film Commission. Briganti sarà
disponibile nel 2023 su Netflix, in tutti i Paesi in cui il servizio è
attivo. La sceneggiatura è firmata dai GRAMS*, il collettivo
composto dai cinque giovani autori Antonio Le
Fosse, anche regista della serie, Re Salvador,
Eleonora Trucchi, Marco Raspanti e Giacomo Mazzariol. Alla
regia Steve Saint Leger (Vikings, Vikings:
Valhalla, Barbarians), lo stesso Antonio Le Fosse
(Baby),
e Nicola Sorcinelli (Milosc).
1 di 4
Tra i protagonisti principali
Michela De Rossi nel ruolo di Filomena,
Ivana Lotito nel ruolo di Ciccilla e Matilda Lutz
nel ruolo di Michelina De Cesare; Marlon Joubert è Giuseppe
Schiavone e Orlando Cinque interpreta Pietro Monaco. Nel cast
anche: Gianmarco Vettori
(Marchetta), Federico Ielapi (Jurillo), Giulio Beranek (Francesco
Guerra), Adriano Chiaramida (Antonio Monaco) e Leon de la Vallée
(Celestino).
E dunque rieccoci, pronti ad
apparecchiarla, a imbandirla con cura, lasciando che al di sopra (o
al di sotto) di essa si raccolgano le fila di altre storie, altre
vite, altri destini; lasciando alla supervisione di
Coolidge, Ward e
Simmons il dispiegarsi di quel che fu, prima di
quel che sappiamo essere stato.
The Continental: la trama
“Non possiamo sfuggire a ciò
che siamo, non possiamo sfuggire alla Tavola”.
New York City, 1955. Due ragazzi
corrono nella notte. Stacco. Un giovanissimo Winston Scott e suo
fratello Frankie siedono in una stanza per interrogatori di una
stazione di polizia. Winston piange, tra i singhiozzi si rivolge a
Frankie; questi prova a calmarlo, a rassicurarlo. La macchina da
presa stringe sui loro volti.
E così ha inizio.
La parabola di Winston Scott prende
il via dalla superficie di un viso rigato dalle lacrime, a metà
degli anni ’50. E subito l’abbandona, teletrasportandosi “years
later” tra le pieghe dei Seventies. A Londra, Winston
(Colin Woodel) è un impegnato uomo d’affari in
rampa di lancio; in quel di New York, invece, il fratello Frankie
(Ben Robson) organizza e porta a termine un furto
ai danni del malavitoso Cormac (Mel
Gibson).
Le loro strade, rimaste per lungo tempo separate, torneranno a
intersecarsi per le vie della Grande Mela, innescando una
incontrollabile spirale di violenza che, tra nuove incombenze e
tracce di un passato irrisolto, segneranno l’ascesa di Winston ai
vertici del mondo criminale americano.
Dal guaito di un cane, al pianto di
un bambino. Di nuovo il dolore all’origine di ferocia, brutalità e
grandezza.
The Continental: in memoriam
corporis
“La sera brilla ancora della
memoria di un sole estivo”.
Una lode all’assenza, all’assente;
poesia visiva mainstream accordata al sordo rimbombo di un colpo di
pistola. Sorge così The Continental, dal terreno
fertile di un ricordo ancora fresco, nella sepontaneità aforistica
di un bagliore riflesso incapace di estinguersi. Sorge così, dalle
nere ceneri di un
organismo-cinema ancora pulsante; e lo fa senza un corpo, senza
IL corpo. Privata della muscolarità immaginifica del suo simbolo e
genitore, dell’oscurità ingombrante del Baba Yaga di
Reeves. E chiamata a tracciare altri sentieri,
altri percorsi, a disegnare il passato di un racconto concluso (?),
congedatosi di fronte a una bianca lapide, in attesa.
Sarebbe potuta crollare The
Continental, snaturare il franchise, cadere sotto i double
headshot dettati dal passagio autoriale e transmediale della
narrazione. La creatura di Coolidge,
Ward e Simmons, al contrario, pur
evidentemente derivativa e a tratti infarcita (sin troppo) di
omaggi all’astronave madre, riesce a erigere un’impalcatura
identitaria propria, incanalandosi fra tradizione e mitologia per
compiere un deciso e decisivo “passo indietro”.
Una New York (extra)diegetica
Sono gli anni ’70; il rassicurante
alveo diegetico selezionato dagli autori per armare quel
braccio violento della legge criminale in grado di
riscrivere la storia dell’action contemporaneo. Sono gli anni della
rivoluzione (esterna) dell’immaginario, della new hollywood, di
quel
neo-noir infiltratosi tra i linguaggi di riferimento della saga
d’origine e dal quale The Continental pesca a
piene mani, mescolandone i codici con le atmosfere da graphic novel
tanto care ai primi John Wick. È una New York cupa, rabbiosa; una
città labirinto che al thriller-action amalgama il poliziesco,
mantenendo però intatta la tipica verticalità fisica dello spazio
stahelskiano, restituita attraverso una duplice carrellata nei
primi minuti dello show – ponte di collegamento tra la saturazione
cromatica di una disco-sala da ricevimento e il monotono grigiore
del “sotteranneo”.
Nomi e volti malfamati si aggirano per i vicoli della serie,
affollando garage, palazzi, quartieri; i volti di Winston, del
fratello Frankie, i volti di Cormac, di Charon, di Yen; pianeti
orbitanti destinati a collidere, personaggi giocanti inseriti nei
meccanismi di un efficace e truculento divertissement.
Il quadro finale è una composizione
forse distante dalle vette teorico-visive raggiunte dal
quarto capitolo cinematografico, nonché per lo più spogliata
delle derive videoludiche dello stesso. Composizione fedele, però,
ai principi base, alle regole d’ingaggio, ai dogmi di un progetto
capace negli anni di evolversi e reinventarsi, senza mai venir meno
o perdere di vista la rotta dell’intrattenimento più puro, tra
infiltrazioni
tarantiniane (pestaggi “radiofonici” a ritmo di boogie) e
contaminazioni
cyberpunk (i “gemelli”).
Perché, in fin dei conti, ben
vengano dramma, thriller e politica criminosa; but first of all…we
need guns,
lots of guns.
È passato del tempo da quando
Kevin Feige, presidente dei Marvel Studios, ha annunciato che un nuovo
film sui Fantastici Quattro. Da allora è
passato attraverso un paio di registi, con Matt
Shakman ora al timone di un reboot che sta ancora cercando
di assemblare il suo cast. È difficile non chiedersi in che modo
questa iterazione della squadra sarà diversa da quelle viste nel
2005, 2007 e 2015, e il successo del reboot potrebbe dipendere dal
cattivo che dovranno affrontare. Ci sono 8 cattivi
che potrebbero e dovrebbero essere una parte vitale di questo
franchise. Alcuni di loro probabilmente ve li aspetterete, mentre
altri potrebbero sorprendervi.
Hyperstorm
Ora che i viaggi nel tempo e le
linee temporali alternative sono una parte importante del MCU, perché non portare sul grande schermo il
futuro figlio di Franklin Richards e Rachel Summers? Questo
personaggio incredibilmente potente che arriva ai giorni nostri dal
suo futuro post-apocalittico ha un grande potenziale, in
particolare quando si tratta di stabilire l’importanza di questa
squadra per l’intero MCU. Permetterebbe ai Marvel Studios di legare insieme i
franchise dei Fantastici Quattro e degli X-Men, e al tempo stesso di svelare cosa ne sarà della
Terra se la missione delle Sentinelle di eliminare i mutanti verrà
portata a termine.
Molecule Man
Negli ultimi anni è stato anche un
alleato della Prima Famiglia Marvel, ma Molecule
Man è nato come cattivo e in più di un’occasione ha
rischiato di mettere fine alla squadra e alla realtà come la
conosciamo. I suoi livelli di potere sono fuori scala e ha la
capacità di controllare tutta la materia e l’energia, cosa che si
collegherebbe bene ai potenziali piani della Marvel di adattare la nuova versione di
Secret Wars.
Kang il Conquistatore
Kang il Conquistatore ha senso come cattivo
dei Fantastici Quattro. Si è scontrato con la Prima
Famiglia Marvel quasi quanto i Vendicatori e si sospetta che sia il
discendente di Reed Richards. In effetti, è stato durante una
delle prime avventure della squadra che hanno incontrato Rama-Tut,
una variante di Kang che ha finito per liberarsi dall’Antico Egitto
ingannando la squadra e facendola viaggiare indietro nel tempo. Il
prossimo Fantastici Quattro potrebbe gettare le basi per
Avengers: La dinastia Kang.
Annihilus
Annihilus è uno dei
cattivi più letali dell’Universo Marvel e controlla gli abitanti della Zona
Negativa con il suo potente bastone di controllo cosmico. Dopo che
i Fantastici Quattro si sono recati a casa sua, sono diventati
subito nemici e si sono scontrati numerose volte nel corso degli
anni. I precedenti film sui Fantastici Quattro non hanno
sfruttato la Zona Negativa e i Marvel Studios possono ora farlo
basandosi su ciò che è stato stabilito con il Regno Quantico. Se poi si aggiunge che
Annihilus prende il controllo dell’universo
minacciando l’Onda dell’Annientamento, la scena potrebbe essere
pronta per storie enormi. Anche al di là di questo franchise,
sarebbe un efficace cattivo per il lato cosmico del Marvel Cinematic Universe.
Blastaar
Se i Marvel Studios vogliono adottare un approccio
lento all’esplorazione della Zona Negativa, allora iniziare con
Blastaar potrebbe essere una mossa intelligente.
Uno dei tanti nemici di Annihilus, Blastaar ha
passato molto tempo a competere per il controllo di questa
dimensione e questo ha portato a molti scontri con la squadra
eroica. I Marvel Studios dovranno fare molto per
garantire che Blastaar non appaia come un altro generico cattivo in
CGI, ma ha il potenziale per essere un forte cattivo secondario. I
fan spesso dimenticano quanto sia potente ogni membro dei
Fantastici Quattro, quindi è essenziale che siano messi
contro un nemico che possiamo credere abbia una possibilità di
sconfiggerli.
Galactus
Un adattamento della prima
apparizione di Galactus nei fumetti
dei Fantastici Quattro sarebbe praticamente perfetto e
sappiamo che Kevin Feige è un grande fan sia del cattivo
che di Silver Surfer. Ad oggi, anche per via dei
rumor che vorrebbero Antonio Banderas
come interprete del personaggio, Galactus sembra essere il
villain più probabile per il film. Lo era già parzialmente stato
per Fantastici Quattro e Silver Surfer, dove però era
stato rappresentato come una nube divora mondi e non come l’entità
corporea che tutti conosciamo. Il nuovo film potrebbe essere dunque
un modo per rendergli giustizia.
Uomo Talpa
Uno dei cattivi più “sfigati” dei
Fantastici Quattro, ma in realtà Harvey Rupert Elder ha da
dare molto di più di quanto sembri. Dopo essere stato rifiutato
dagli “abitanti della superficie” per il suo aspetto orrendo, è
sceso sottoterra e ha scoperto un mondo sotterraneo nascosto. Ora
leader della sua cerchia si è imposto come una
seria minaccia sulle pagine di Fantastic Four #1. Inutile
dire che assistere alla Prima Famiglia Marvel combattere contro l’esercito di mostri
del cattivo sarebbe una vera delizia da vedere sullo schermo.
Onestamente, tornare alle origini mettendo la squadra contro uno
dei suoi nemici classici, anche se solo in una sequenza di
apertura, è la scelta giusta per questo reboot.
Doctor Doom
Se Victor Von Doom
dovesse tornare nel primo film dei Fantastici Quattro,
però, non dovrebbe assolutamente acquisire i suoi “poteri” nello
stesso momento della Prima Famiglia Marvel, perché è un espediente narrativo pigro
che abbiamo visto fin troppe volte. Al contrario, il cattivo deve
avere una storia condivisa con Reed Richards, da quando frequentavano il
college, per poi diventare il sovrano di Latveria. Le sue abilità
devono essere radicate nella magia (ci sono precedenti in questo
senso, visto che abbiamo passato del tempo con personaggi come
Doctor Strange e la Scarlett Witch) e, sebbene Destino debba alla
fine far parte di questo franchise, ha anche il potenziale per
essere un nemico dell’intero MCU.
Apple
TV+ ha svelato oggi le prime immagini della terza
stagione di Slow
Horses, la serie di spionaggio di successo con
protagonista il Premio Oscar
Gary Oldman. Adattata da “Real Tigers”, il terzo
romanzo della serie di spionaggio “Slough House”
di Mick Herron vincitrice del CWA Gold Dagger Award, la terza
stagione di Slow
Horses, composta da sei episodi, farà il suo debutto
il 1° dicembre con i primi due episodi, seguiti da un nuovo
episodio settimanale ogni venerdì, fino al 29 dicembre.
Vincitore del premio come miglior
serie drammatica in lingua inglese ai C21 International Drama
Awards 2022, Slow
Horses è un dramma di spionaggio dallo humor cupo e
segue una squadra di agenti dell’intelligence britannica che
prestano servizio in un dipartimento della discarica dell’MI5, noto
in modo non affettuoso come Slough House. Nella terza stagione, una
relazione romantica a Istanbul minaccia di svelare un segreto
sepolto dell’MI5 a Londra. Quando Jackson Lamb e la sua squadra
vengono trascinati nella lotta, si ritrovano coinvolti in una
cospirazione che minaccia il futuro non solo di Slough House, ma
dello stesso MI5.
Gary Oldman interpreta Jackson Lamb, il brillante e
irascibile leader delle spie che finiscono a Slough House a causa
di errori che hanno messo fine alla loro carriera, poiché spesso si
ritrovano a vagare tra il fumo e gli specchi del mondo dello
spionaggio. Accanto a lui, un cast pluripremiato che include la
candidata all’Oscar
Kristin Scott Thomas, il vincitore del BAFTA Scotland
Award Jack Lowden, Saskia Reeves, Rosalind
Eleazar,Christopher Chung, Freddie Fox, Chris Reilly, Samuel West,
Sofie Okonedo, Aimee-Ffion Edwards, Kadiff Kirwan e il
candidato all’Oscar Jonathan Pryce. A loro si
unisce Ṣọpẹ Dìrísù che nella terza stagione veste i panni di Sean
Donovan, l’ex capo della sicurezza dell’ambasciata britannica a
Istanbul, insieme a Katherine Waterston che interpreta Alison
Dunn, un’agente dell’MI5 che scopre un oscuro segreto nel cuore
dell’agenzia.
Slow
Horses è prodotta per Apple TV+ da See-Saw Films e
adattata per la televisione da Will
Smith (“Veep – Vicepresidente incompetente”). Jamie Laurenson,
Hakan Kousetta, Iain Canning, Emile Sherman, Douglas Urbanski, Gail
Mutrux, Will Smith Jane Robertson e Graham Yost sono i produttori
esecutivi della serie. La regia della terza stagione è affidata a
Saul Metzstein.
Dalla sua prima messa in onda, “Slow
Horses” ha ricevuto nomination ai BAFTA Television Award, tra
cui la prima per
Gary Oldman come miglior attore protagonista, mentre
il co-protagonista Jack Lowden ha ottenuto una nomination come
miglior attore non protagonista. La serie ha ricevuto anche
nomination ai BAFTA per il Miglior montaggio: Fiction (Katie
Weiland); Miglior musica originale: Fiction (Daniel Pemberton e
Mick Jagger); e Miglior sonoro: Fiction (Martin Jensen, Joe Beal,
Duncan Price, Craig Butters, Sarah Elias e Andrew Sissons). Le
prime due stagioni di “Slow Horses” sono disponibili in streaming
su Apple TV+. Oltre all’imminente terza stagione, Apple TV+ ha già
annunciato il rinnovo per la quarta stagione che sarà adattata dal
quarto romanzo, “Spook Street”.
Nastro d’Argento per il miglior
esordio alla regia per Giuseppe Fiorello, che nel
il suo primo film dietro la macchina da presa, Stranizza D’Amuri, firma un’emozionante e
nostalgica pellicola, liberamente ispirata a un fatto di cronaca
nera accaduto in Sicilia all’inizio degli anni ’80. Il film sarà in
prima tv su Skyvenerdì 22 settembre, alle
21.15 su Sky Cinema Due, in streaming su NOW e disponibile on
demand.
Nel cast i giovani Gabriele
Pizzurro e Samuele Segreto, che
interpretano i due giovani ragazzi protagonisti della vicenda,
mentre Fabrizia Sacchi e Simona
Malato vestono i panni delle loro madri.
La trama di Stranizza
D’Amuri
Giugno 1982, in una calda Sicilia
che freme per la Nazionale Italiana ai Mondiali di calcio, due
adolescenti, Gianni e Nino, si scontrano con i rispettivi motorini
lungo una strada di campagna. Dallo scontro nasce una profonda
amicizia, ma anche qualcosa di più, qualcosa che non viene visto di
buon occhio dalle famiglie e dai ragazzi del paese. Coraggiosi e
affamati di vita, Gianni e Nino non si curano dei pregiudizi, delle
dicerie e vivono liberamente. Una libertà che gli altri non
comprendono e non sono disposti ad accettare…
Stranizza d’amuri è dedicato a
Giorgio e Antonio, vittime del delitto di Giarre, avvenuto nel 1980
in provincia di Catania.
Erano gli inizi degli anni Ottanta
quando la città di Liverpool divenne l’epicentro di un boom della
droga che avrebbe cambiato per sempre la Gran Bretagna.
Liverpool Narcos, una docu-serie Sky Original in tre
episodi che saranno tutti disponibili dal 23 settembre su Sky
Documentaries e in streaming su NOW, oltre che on
demand, ripercorre gli avvenimenti dell’epoca, grazie a un
accesso senza precedenti ad alcuni dei più principali attori
coinvolti nel traffico internazionale di droga della città.
La serie rivela come le ondate di
eroina, cocaina e infine ecstasy che si sono abbattute su Liverpool
tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, non solo hanno offerto
nuove opportunità ai criminali, ma hanno anche trasformato la
cultura di tutto il mondo occidentale. Liverpool divenne il centro
di un ingente traffico di droga che stava esplodendo a livello
globale: questo portò allo sviluppo di scambi tra i cartelli della
droga in Sud America e grandi città europee portuali come Liverpool
stessa, Napoli e Marsiglia. La genesi del moderno traffico di droga
è raccontata dai protagonisti dell’epoca: trafficanti, baroni della
droga, giovani spacciatori emergenti, doganieri e agenti di
polizia. Questa è la storia di come la droga è diventata mainstream
e di come lo spaccio è diventato un business multimiliardario.
Aprono il 27 settembre alle ore
10:00 le prevendite per la Masterclass che vedrà
Tim Burton protagonista l’11 ottobre 2023 alle
ore 18:30 al Museo Nazionale del Cinema di Torino
e che sarà condotta da Piera Detassis. In apertura
della Masterclass, a
Tim Burton verrà consegnato il Premio Stella della
Mole quale importante riconoscimento per il suo contributo
visionario e innovativo con il suo stile inimitabile alla storia
del cinema.
La serata continuerà poi al
Cinema Massimo dove alle ore 20:30 Tim
Burton incontrerà il pubblico e introdurrà uno dei suoi film
più famosi, un titolo a sorpresa scelto direttamente dal regista.
Maggiori informazioni e dettagli verranno comunicati sul sito del
Museo Nazionale del Cinema, del Cinema Massimo e a mezzo
social.
IL MONDO DI TIM
BURTON è la mostra che il Museo Nazionale del Cinema di
Torino dedicata al genio creativo di Tim Burton, ideata e co-curata
da Jenny He in collaborazione con Tim Burton e adattata da Domenico De
Gaetano per il Museo Nazionale del Cinema. Per la prima
volta in Italia, la mostra sarà allestita alla Mole
Antonelliana, verrà inaugurata il 10 ottobre e dall’11
ottobre 2023 al 7 aprile 2024 sarà aperta al pubblico.
L’esposizione è un viaggio
nell’universo visionario e nella creatività di Tim Burton e il
nucleo principale dell’esposizione si concentra sull’archivio
personale del regista, mostrando un’incredibile varietà della sua
produzione creativa. Non solo quindi preziosi documenti ma anche
disegni e bozzetti con i temi e i motivi visivi ricorrenti da cui
hanno preso vita i suoi personaggi che caratterizzano i suoi mondi
cinematografici.
“Ancora una volta il Museo
Nazionale del Cinema rende omaggio a un grande artista di fama
internazionale – sottolinea Enzo Ghigo,
presidente del Museo Nazionale del Cinema. Con la sua grande
creatività e maestria ha dato vita a film universali, apprezzati da
tutti, appassionati e non. Per oltre 30 anni ci ha conquistato con
le sue storie, da Beetlejuice e Batman fino al
recente grande successo diMercoledì, la seconda serie Netflix in lingua inglese più vista in
assoluto”.
“Ospitare Tim Burton a Torino è
un sogno che si realizza – afferma Domenico De
Gaetano, direttore del Museo Nazionale del Cinema.
L’immaginario fantastico dei suoi film ha accompagnato le
nostre vite, dai bambini agli adulti, e sarà meraviglioso vedere
come il mondo colorato e stravagante di Tim Burton si inserirà nel
magico spazio della Mole Antonelliana. La mostra è stata ospitata
in altri Paesi in spazi espositivi convenzionali, e sono sicuro che
il Museo Nazionale del Cinema si trasformerà per unire follia
architettonica e genio creativo, oltre a inserirsi nel progetto
strategico di internazionalizzazione del nostro ente”.
Questa grande mostra immersiva è
una sorta di viaggio esclusivo nella mente di un genio creativo,
l’esplorazione definitiva della produzione artistica, dello stile
inimitabile e della prospettiva specifica di Tim Burton. Suddivisa
in 9 sezioni tematiche, presenta oltre 500 esempi di opere d’arte
originali, raramente o mai viste prima, dagli esordi fino ai
progetti più recenti, passando per schizzi, dipinti, disegni,
fotografie, concept art, storyboard, costumi, opere in movimento,
maquette, pupazzi e installazioni scultoree a grandezza naturale.
Un’ambientazione suggestiva condurrà i visitatori e i fan a
immergersi nello straordinario universo di Tim Burton,
sperimentando un approfondimento della sua sensibilità e si avrà la
possibilità di esplorare l’esatta replica dello studio personale
dell’artista insieme a uno speciale sneak peek di progetti
attuali o non realizzati.
La mostra ripercorre le orme del
regista e dell’evoluzione della sua singolare immaginazione visiva
di artista postmoderno multidimensionale, in una sorta di
autobiografia raccontata attraverso il suo processo creativo senza
limiti. Con la presentazione unica dell’opera di Tim Burton, la sua
visione unica trascende i mezzi e i formati, rendendo chiaro come
idee, temi e persino alcune immagini specifiche della sua arte
siano finite nei film più iconici che oggi associamo allo sfarzoso
spettacolo cinematografico.
Molto prima del successo critico e
commerciale nei generi live-action e animazione, Burton si è
ispirato ai film in televisione, alle animazioni, ai fumetti sui
giornali, ai miti e alle favole raccontate a scuola e ad altre
forme di cultura popolare, incorporando queste influenze di sempre
nella sua arte e nei suoi film. Gli schizzi della sua infanzia
dimostrano la varietà di Burton e richiamano il lavoro dei suoi
predecessori, tra cui fumettisti e illustratori classici come
Edward Gorey, Charles Addams, Don Martin e Theodore Geisel. Anche
l’impatto dei film di mostri giapponesi, del cinema espressionista,
del catalogo horror degli Universal Studios e dei maestri della
suspense William Castle e Vincent Price permeano il suo lavoro.
Tim Burton
Timothy Walter Burton (1958) è
cresciuto a Burbank, in California, un quartiere omogeneo della
periferia americana che lo ha spinto a trovare tregua e a fuggire
dalla sua insipidezza. Ampiamente conosciuto come uno degli artisti
più fantasiosi e come regista capace di realizzare gli effetti
visivi più fantastici, ha reinventato il cinema di genere
hollywoodiano come espressione di una visione personale,
raccogliendo per sé un pubblico internazionale di fan e
influenzando una generazione di giovani artisti che lavorano nel
cinema, nel video e nella grafica. Burton ha studiato al CalArts
per diventare un pioniere di un genere cinematografico onirico,
grottesco e bellissimo che non era mai esistito prima. La sua
iconica filmografia degli ultimi tre decenni comprende
Beetlejuice (1988), Batman(1989), Edward mani di forbice (1990),
Tim Burton’s The Nightmare Before Christmas (1993), Ed
Wood (1994), Big Fish (2003), La sposa cadavere (2005), Sweeney
Todd: The Demon Barber of Fleet Street (2007), Alice in
Wonderland (2010), Dumbo (2019) e Wednesday,
la seconda serie Netflix in lingua inglese più vista. Ha creato uno
stile artistico chiamato “Burtonesque” e, sebbene sia ampiamente
conosciuto come regista, Tim Burton è anche un artista di spicco,
dotato di talento in varie aree artistiche, tra cui belle arti,
fotografia e scultura, che lavora nello spirito del Pop
Surrealism.
L’intelligenza artificiale è un
punto critico negli
attuali scioperi di Hollywood del
SAG–AFTRA. E la preoccupazione
in merito a questo pericoloso aspetto non regolamentato nella
produzione audiovisiva e che si riversa sulla carriera di attori e
doppiatore è decisamente fondata. A sostenere questa preoccupazione
è intervenuto l’autore e attore inglese Stephen Fry, che è stato vittima di una
versione della sua voce realizzata con AI e utilizzata per
commentare un documentario, senza il suo permesso.
Durante il CogX Festival di Londra,
Fry ha riprodotto una clip audio di un sistema di intelligenza
artificiale che imitava la sua voce per narrare un documentario
storico. “Non ho detto una parola di questo: era una macchina.
Sì, mi ha scioccato”, ha detto. “Hanno usato la mia
lettura dei sette volumi dei libri di Harry Potter, e da quel set
di dati è stata creata un’intelligenza artificiale della mia voce e
ha riprodotto questa nuova narrazione.”
Fry era il narratore degli
audiolibri di Harry Potter nel Regno Unito. “Quello che avete
sentito non è il risultato di un mash up, ma di una voce
artificiale flessibile, in cui le parole sono modulate per
adattarsi al significato di ogni frase”, ha detto Fry.
“Potrebbero quindi farmi dire
qualsiasi cosa, da un appello per cause che non condivido al
guidare un assalto al parlamento al porno hard, tutto a mia
insaputa e senza il mio permesso. E questo, quello che avete appena
sentito, è stato fatto a mia insaputa. Quindi ne ho sentito
parlare, l’ho inviato ai miei agenti su entrambe le sponde
dell’Atlantico, e sono impazziti: non avevano idea che una cosa del
genere fosse possibile.” “Questo è audio”, ha detto loro. “Non
passerà molto tempo prima che i video deepfake completi siano
altrettanto convincenti.”
Fry, che ha recitato in film come
Gosford Park, V per Vendetta e
Guida galattica per gli autostoppisti, ha
affermato che gli attuali scioperi sono un tentativo di affrontare
questo potenziale problema per gli attori.
“Dobbiamo pensare
all’intelligenza artificiale come alla prima automobile:
impressionante ma non l’articolo finito”.“Quello che
abbiamo adesso non è quello che sarà. Quando si tratta di modelli
di intelligenza artificiale, ciò che abbiamo ora avanzerà a un
ritmo più veloce di qualsiasi tecnologia mai vista. Su una cosa
possiamo essere tutti d’accordo: è un momento fottutamente strano
per essere vivi”. Ha concluso l’attore.
La regolamentazione dell’utilizzo
dell’Intelligenza Artificiale nella realizzazione di documenti
audiovisivi è parte fondamentale delle rivendicazioni che i
partecipanti allo sciopero SAG–AFTRA stanno
cercando di portare avanti.
I primi due episodi della nuova
stagione di Mare fuori saranno presentati in anteprima nel
programma della ventunesima edizione Alice nella città e della
diciottesima edizione della Festa del Cinema di Roma:
sul red carpet sfileranno i protagonisti della serie dei record
coprodotta da Rai e Picomedia.
Nella quarta stagione i protagonisti
della serie si trovano metaforicamente a navigare in mare aperto.
Rosa, Carmine, Mimmo, Kubra, Dobermann, Cucciolo e Micciarella
vivono tutti la consapevolezza di non essere più attaccati
all’àncora salvifica della famiglia. Sono soli, spinti dalla
corrente verso il largo. Ora devono vincere ogni giorno le loro più
intime paure per affrontare la vita. Al loro fianco non c’è più
l’amore incondizionato della famiglia, ma quello degli amici con
cui scelgono di navigare. A contrastare questo racconto ci sono
Pino, Edoardo, Cardiotrap, Giulia e Silvia che, nel bene e nel
male, vivono ancora il peso dei legami familiari capaci di
condizionare la loro vita. È il momento di crescere e questo
significa capire chi si vuole diventare e cosa si desidera essere.
Ormai la maggior parte dei detenuti è maggiorenne. Il cambiamento è
inevitabile, ma la crescita personale è una scelta che richiede
coraggio. Bisogna decidere in che modo e verso dove orientare la
propria vita, il proprio viaggio. Chi non lo fa permette ad altri
di farlo per lui. La libertà non è solo fuori dal carcere, è anche
una conquista interiore dettata dal coraggio di scegliere. La
durezza della nuova direttrice forza i ragazzi a una scelta
necessaria: ribellarsi per la propria autodeterminazione. Lo
scontro fra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi è
inevitabile per capire chi si è, chi si vuole diventare e trovare
la voce per dirlo.
La quarta stagione di Mare Fuori, con la regia di
Ivan Silvestrini, è una coproduzione Rai Fiction –
Picomedia, prodotto da Roberto Sessa da un’idea originale di
Cristiana Farina, scritta con Maurizio Careddu: nel cast,
Carmine Recano, Lucrezia Guidone,
Massimiliano Caiazzo, Maria Esposito, Matteo Paolillo, Artem,
Domenico Cuomo, Kyshan Wilson, Clotilde Esposito, Giovanna Sannino,
Alessandro Orrei, Ludovica Coscione, Clara Soccini, Francesco
Panarella, Salahudin Tijani Imrana, Giuseppe Pirozzi, Vincenzo
Ferrera, Antonio De Matteo, Raiz, Pia Lanciotti.
Piccoli
Brividi, la nuova spaventosa serie ispirata alla
collana di libri di R.L. Stine, bestseller
mondiale di Scholastic, arriverà su Disney+ venerdì 13 ottobre. Prodotta da Disney
Branded Television e Sony Pictures Television, la serie in 10
episodi debutterà con un lancio dei primi cinque nell’ambito della
collezione Halloween di
Disney+, mentre i restanti arriveranno in streaming a cadenza
settimanale.
“Il franchise diPiccoli Brivididi R.L. Stine è un
fenomeno della cultura pop che occupa un posto speciale nel cuore
delle persone di tutte le età”, ha dichiarato Ayo Davis,
president di Disney Branded Television. “Siamo entusiasti di
portare in grande stile su Disney+ al pubblico di tutto il mondo
questa nuova e spaventosa serie, che speriamo non solo affascini i
nuovi spettatori con i suoi brividi e le sue emozioni, ma anche i
fan di lunga data nostalgici di queste storie che sono un punto
fermo della loro generazione”.
Facendo immergere gli spettatori in
un mondo di mistero e suspense, la nuova serie Piccoli
Brividi segue un gruppo di cinque liceali che intraprendono un
viaggio difficile per indagare sulla tragica scomparsa, avvenuta
tre decenni prima, di un adolescente di nome Harold Biddle,
portando alla luce anche oscuri segreti del passato dei loro
genitori.
Pubblicata da Scholastic, “Piccoli
Brividi” è una delle serie di libri più vendute di tutti i
tempi, con oltre 400 milioni di libri stampati in 32 lingue. La
nuova serie televisiva attinge da cinque dei più popolari libri per
ragazzi, tra cui “Foto dal futuro”, “La maschera maledetta”, “La
pendola del destino”, “Vendetta strisciante” e “Il pupazzo
parlante”.
Piccoli
Brividi è interpretata da Justin Long (Barbarian) e
Rachael Harris (Lucifer), insieme ai
giovani Zack Morris (EastEnders),
Isa Briones (Star Trek: Picard),
Miles McKenna (Guilty Party), Ana
Yi Puig (Gossip Girl) e Will
Price (The Equalizer – Il
vendicatore).
Nicholas Stoller (I
Muppet) e Rob Letterman (Pokémon: Detective Pikachu)
hanno sviluppato la serie e sono produttori esecutivi, insieme a
Hilary Winston (Community), Neal H. Moritz (il franchise
di Fast & Furious), Iole Lucchese (Clifford – Il
grande cane rosso), Pavun Shetty (The
Boys), Conor Welch (Platonic), Caitlin Friedman
(La ragazza di Stillwater), Erin O’Malley (New
Girl) e Kevin Murphy (Desperate Housewives) di
Scholastic Entertainment. James Eagan (Legends of
Tomorrow) e Nick Adams (BoJack Horseman) sono
coproduttori esecutivi.
Dopo il successo del primo film,
Netflix
ha ordinato il sequel di
Troll, il film di mostri che lo scorso anno ha avuto
un discreto successo, in piattaforma. Variety riporta che Roar
Uthaug (Tomb Raider), che ha diretto il
primo film l’anno scorso, è stato scelto per dirigere Troll
2. Il film originale è diventato il film non inglese più
popolare nella storia di Netflix.
Netflix riferisce che il film è
stato visto oltre 100 milioni di volte nei primi tre mesi
dall’uscita ed è entrato nella Top 10 in 93 paesi. Uthaug attende
con ansia il seguito, dicendo: “Realizzare Troll è stato il
sogno di una vita diventato realtà, e l’accoglienza che il nostro
film norvegese ha ricevuto in tutto il mondo è stata
incredibile”. I produttori Espen Horn e
Kristian Strand Sinkerud continuano anticipando
che Troll 2“ruoterà nuovamente su un
personaggio di una fiaba norvegese, interpretato, diretto e
prodotto da norvegesi”.
Qualcosa sul monte
Dovre in Norvegia si sta svegliando: dalle sue
profondità più oscure è pronta a riemergere una creatura
gigantesca, che vi è rimasta intrappolata per migliaia di anni.
Distruggendo tutto ciò che incontra sul suo cammino, uno spaventoso
troll si avvicina rapidamente alla capitale della Norvegia, dove
gli abitanti lotteranno per fermare qualcosa che pensavano potesse
esistere solo nel folklore norvegese. Protagonista del film è la
paleontologa Nora Tidemann
(Wilman) che, da bambina, discuteva di folklore
magico con suo padre mentre si dedicavano all’arrampicata: ora è
un’accademica di successo e passa le sue giornate a scavare e
studiare resti fossili, soprattutto di dinosauri.
Dopo che la misteriosa creatura è
emersa dalla montagna di Dovre, il governo del Paese convoca Nora
lontano dal suo attuale progetto in corso. Nella struttura
governativa sotterranea top-secret, Nora fa la conoscenza del Primo
Ministro norvegese (Anneke von der Lippe) e del
suo principale consigliere, Andreas
(Falck). Nora e Andreas si recano dunque sul monte
per indagare ulteriormente sulla gigantesca creatura con l’aiuto
del soldato Kris (Mads Sjøgård
Pettersen). All’inizio, il gruppo non è sicuro del tipo di
creatura che sta cercando. Provoca caos e distruzione ovunque vada,
lascia orme giganti e i suoni che emette sono ultraterreni: una
coppia di anziani si è salvata per un pelo dopo che l’essere
gigantesco ha letteralmente calpestato la loro casa. Alla fine,
Nora si rende conto che c’è solo una persona a cui può chiedere
aiuto: l’eccentrico padre Tobias (Gard B.
Eidsvold). I due si erano precedentemente allontanati a
causa della convinzione di Tobias che i troll fossero reali e non
solo mistici prodotti della mitologia norrena.
Quando vent’anni fa ha diretto
Underworld, il regista Len Wiseman
era un nuovo arrivato nell’industria cinematografica, dal momento
che è arrivato alla regia del film (poi diventato cult) dopo aver
diretto soltanto videoclip musicali. Molte cose erano nuove per
lui, e c’erano alcune persone che semplicemente non conosceva o di
cui non aveva nemmeno sentito parlare. In occasione
dell’anniversario di Underworld, Wiseman ha rilasciato
un’intervista a Collider in cui racconta che credeva di aver
“scoperto”, artisticamente parlando, Bill Nighy, che si era presentato alle
audizioni.
Nighy ha interpretato Viktor, uno
dei vampiri più antichi e potenti della serie
Underworld, uno che ha lasciato istruzioni chiare
per svegliarlo dal letargo solo quando assolutamente necessario.
Questo è ciò che fa Selene (Kate Beckinsale), ma infrangendo il
protocollo risveglia anche la furia di Viktor. E Wiseman ha visto
il potenziale di Nighy come vampiro anziano durante il processo di
casting:
“Quando sono andato a Londra e stavo
facendo il casting, e stavamo cercando Viktor, ho visto molti
attori che proponevano personaggi simili all’Imperatore di Star
Wars e tutti questi attori caratteristici davvero fantastici.
Non conoscevo Bill Nighy. Ero dietro alla telecamera, stavo facendo
l’audizione e ho avuto i brividi. Ricordo di aver detto allo
studio: “Ho trovato questo ragazzo da cui le persone rimarranno
così colpite, e il suo nome è Bill Nighy”. Pensavo di averlo
scoperto, ecco quanto ero ingenuo.”
Non molto tempo dopo aver recitato
in
Underworld,Bill Nighy è diventato un nome familiare nel
cinema mainstream dopo aver interpretato il cattivo Davy Jones in
Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere
fantasma, Slartibartfast in Guida
galattica per autostoppisti e il ministro Rufus
Scrimgeour in Harry Potter e i Doni della Morte
Parte 1. Nighy ha anche ripreso il ruolo di Viktor in
Underworld: Evolution e Underworld: Rise of the Lycans. Wiseman ha
lavorato nuovamente con l’attore nel remake di Total
Recall, questa volta pienamente consapevole di chi fosse
la star britannica.
Oltre a Nighy e Beckinsale, il cast
di Underworld comprende anche Scott Speedman
(Grey’s Anatomy), Michael
Sheen (Good Omens), Shane Brolly
(Spread), Wentworth Miller (Legends of Tomorrow) e
Sophia Myles (A Very British Scandal).
Il film è prodotto da Mario Gianani
e Lorenzo Gangarossa per Wildside, società del
gruppo Fremantle, e Vision Distribution, società
del gruppo Sky e sarà nelle sale dal 26
ottobredistribuito da Vision Distribution. Il
film sarà presentato in apertura della Festa del Cinema di Roma 2023.
C’è ancora domani, la trama
Delia (Paola
Cortellesi) è la moglie di Ivano, la madre di tre figli.
Moglie, madre. Questi sono i ruoli che la definiscono e questo le
basta. Siamo nella seconda metà degli anni 40 e questa famiglia
qualunque vive in una Roma divisa tra la spinta positiva della
liberazione e le miserie della guerra da poco alle spalle. Ivano
(Valerio Mastandrea) è capo
supremo e padrone della famiglia, lavora duro per portare i
pochi soldi a casa e non perde occasione di sottolinearlo, a volte
con toni sprezzanti, altre, direttamente con la cinghia. Ha
rispetto solo per quella canaglia di suo padre, il Sor Ottorino
(Giorgio Colangeli), un vecchio livoroso e
dispotico di cui Delia è a tutti gli effetti la badante.
L’unico sollievo di Delia è l’amica
Marisa (Emanuela Fanelli), con cui condivide
momenti di leggerezza e qualche intima confidenza. È primavera e
tutta la famiglia è in fermento per l’imminente fidanzamento
dell’amata primogenita Marcella (Romana Maggiora
Vergano), che, dal canto suo, spera solo di sposarsi in
fretta con un bravo ragazzo di ceto borghese, Giulio
(Francesco Centorame), e liberarsi finalmente di
quella famiglia imbarazzante. Anche Delia non chiede altro, accetta
la vita che le è toccata e un buon matrimonio per la figlia è tutto
ciò a cui aspiri. L’arrivo di una lettera misteriosa però, le
accenderà il coraggio per rovesciare i piani prestabiliti e
immaginare un futuro migliore, non solo per lei.
Da quando Kenneth Branagh
ha adattato per il cinema Assassinio sull’Oriente
Express, la sua passione per i romanzi di Agatha Christie è andata sempre più
crescendo, tanto da costruirci sopra un franchise. Per la sua
terza trasposizione su schermo,
Assassinio a Venezia (qui la recensione), il regista,
il quale veste anche i panni del protagonista Hercule
Poirot, ha deciso di staccarsi nettamente dal materiale
cartaceo di partenza, compiendo un’operazione audace e nuova,
considerati i suoi predecessori tutto sommato fedeli. Il romanzo da
cui il film prende ispirazione, così infatti potremmo dire, si
intitola Poirot e la strage degli
innocenti (in inglese Hallowe’en
Party), fu pubblicato nel 1969 ed è parte dei gialli
meno conosciuti di Lady Mallowan. Molte, dunque, sono le differenza
fra libro e film, alcune delle quali fin
troppo evidenti. Ma quali sono?
Il film non ha il nome del
libro
Una delle prime modifiche che
Kenneth Branagh ha apportato al suo film
riguarda proprio il suo titolo. Il giallo di Agatha Christie si
chiama, in inglese, Hallowe’en Party, ma in italiano è
tradotto come Poirot e la strage degli innocenti. Già il
nome (in lingua originale) va a designare l’ambientazione della
storia, la quale si svolge ad una festa della vigilia di
Ognissanti. Assassinio a Venezia, oltre a
cambiare il suo titolo, non riunisce i suoi personaggi per un party
in maschera, bensì per una seduta spiritica, con l’obiettivo di
comunicare con i morti, in questo particolare caso con la defunta
Alicia Drake. La modifica del titolo, dunque, prendendo in
considerazione la versione in inglese, A Haunting in
Venice, fa più riferimento al tono del film, che si orienta
verso l’horror, e non al luogo.
Differenti ambientazioni
Un’altra differenza fra il libro e
il film riguarda la location. In Poirot e la strage degli
innocenti ci sono numerosi omicidi sconvolgenti, proprio come
accade in Assassinio a Venezia, ma la
differenza è che nella sua versione cartacea questi vengono
consumati nei giardini e nei boschi di una piccola città inglese.
Trasponendolo sullo schermo, Branagh e Michael Green hanno
deciso di cambiare lo spazio del racconto, scegliendo una città
italiana, per l’appunto Venezia, i cui canali bui e l’architettura
gotica hanno contribuito ad enfatizzare il tono cupo e sinistro
dell’opera. Nelle note di produzione del film, Michael Green (lo
sceneggiatore) dice che volevano “sfruttare l’intrinseca
inquietudine, la magia e la lucentezza di Venezia per creare una
notte di Halloween inimmaginabilmente terrificante“.
Un cambio di toni
Come dicevamo prima, il tono di
Poirot e la strage degli innocenti è molto diverso da
quello settato in Assassinio a Venezia.
Nonostante sia ambientato nella notte di Halloween, il giallo
firmato Christie non si addentra nel soprannaturale: tutti gli
omicidi sono infatti perpretrati da persone in carne e ossa. Il
film, invece, pur svelando il colpevole delle morti di Joyce
Reynolds, del dottor Ferrier e di Alicia Drake, fa rimanere sempre
con il dubbio se ci sia o meno, in alcune occasioni, lo zampino
degli spiriti. Sono vere allucinazioni, quelle di Poirot, oppure
nel palazzo sono davvero presenti dei fantasmi?
L’età di Joyce Reynolds
In Poirot e la strage degli
innocenti, la principale vittima è una ragazzina di 13 anni,
Joyce Reynolds, la quale assiste ad un omicidio per poi essere
uccisa a sua volta con l’obiettivo, da parte dell’assassino, di
coprire il crimine. Quella che nel romanzo di Agatha Christie è una
bambina, in Assassinio a Venezia è una
donna, o meglio una medium, chiamata con l’inganno da Rowena per
intercedere con gli spiriti, in particolare con la figlia defunta,
Alicia. Il personaggio, pur facendo una fine macabra (verrà
infilzata), non disturba così tanto gli spettatori come magari
sarebbe accaduto se la sfortunata sarebbe stata una bambina.
Le motivazioni di Ariadne
Oliver
Un’altra differenza fra romanzo e
film riguarda il personaggio di Ariadne Oliver.
Assassinio a Venezia, sin dalle prime
battute, ce la presenta come un’amica di vecchia data di Poirot e
una famosa scrittrice di gialli. Sia nella pellicola che in
Poirot e la strage degli innocenti, fra Ariadne e il
detective c’è davvero un sentimento d’amicizia, in questo caso però
cambia lo scopo dell’aiuto. Nel romanzo, infatti, Oliver si rivolge
a Poirot per farsi sinceramente aiutare a indagare sull’omicidio
che fa iniziare il mistero; in Assassinio a
Venezia, invece, l’autrice fa parte della
cospirazione per far sembrare Joyce Reynolds una medium autentica,
e fra l’altro viene aiutata dall’ex polizziotto Vitale Portfoglio,
nonché guardia del corpo del detective. Lo scopo di condurre Poirot
alla seduta spiritica va ricercato nel suo voler scrivere un nuovo
bestseller e continuare a cavalcare l’onda del successo.
L’esecuzione degli omicidi
In Poirot e la strage degli
innocenti, gli omicidi avvengono in maniera differente
rispetto a quanto si vede in Assassinio a
Venezia. Intanto, iniziamo con la morte di Joyce
Reynolds, la quale nel libro viene annegata in una vasca con le
mele: questa scena Branagh ce la mostra nel suo film, ma in questo
caso è lui ad essere assalito da un’inconsapevole Rowena che
mirava, per l’appunto, alla medium. Alla fine quest’ultima viene
spinta da un alto balcone, impalata sul braccio di una statua. La
dipartita del dottor Ferrier, invece, avviene in maniera simile sia
nel romanzo che nella pellicola, con la sola differenza che fra le
pagine del libro è pugnalato, mentre cinematograficamente è lui
stesso a compiere l’azione su di sé.
La trama
Poirot e la strage degli
innocenti, pur essendo uno dei romanzi meno conosciuti di
Agatha Christie, ha un intreccio molto complesso. Nel corso della
storia sono tanti i crimini a saltare fuori oltre l’omicidio, fra
cui l’adulterio, la frode e la falsificazione, ognuno dei quali si
svolge in ambienti diversi e in un arco temporale più lungo. In
Assassinio a Venezia, invece, l’azione
inizia e si conclude in una sola notte e il mistero, come i suoi
indizi, si celano unicamente nelle stanze dell’antico palazzo. In
questo modo, è più facile per il pubblico sospettare di tutti i
personaggi.
Il colpevole
Se in Poirot e la strage degli
innocenti gli assassini sono tanti, come tanti sono gli
omicidi, Assassinio a Venezia si riduce a
un solo killer, ossia Rowena Drake, madre di Alicia Drake, la prima
vittima di cui il pubblico viene a conoscenza, e che spinge Poirot
a partecipare alla seduta spiritica. In questo caso, dunque, il
colpevole è solo la donna, la quale ha messo a punto l’omicidio
della figlia, di Joyce Reynolds e del dottor Ferrier. Per questi
ultimi, Rowena voleva ucciderli poiché credeva che fossero a
conoscenza del suo crimine commesso in passato, ed era convinta che
loro sapessero che era stata lei a gettare la figlia nel canale
(dopo averla avvelenata con un particolare miele).
I fantasmi
Assassinio a
Venezia potrebbe quasi definirsi un mistero nel
mistero. Come dicevamo all’inizio, Agatha Christie costruisce il
suo libro come un semplice giallo, senza alcuna venatura horror.
Nel film, invece, Poirot ad un certo punto inizia a sentire delle
voci di bambini, fino a quando non ne incontra uno dietro la porta,
che poi si rivela essere Alicia da piccola. Il finale riconduce
questi avvenimenti soprannaturali alle allucinazioni del detective
causate dal miele avvelenato, grazie al quale Poirot troverà “la
pace”. Tuttavia, le circostanze della caduta di Rowena Drake dal
balcone e del suo rapido annegamento dimostrano che, sebbene Poirot
possa dire a se stesso che non è accaduto nulla di soprannaturale,
ci sono alcuni incontri spirituali che non possono essere
spiegati.
L’attore Brendan Fraser è indubbiamente uno
degli attori dell’anno, essendo tornato alla ribalta dopo anni
grazie al film The Whale, dove dà vita
ad un’interpretazione tanto intensa quanto memorabile. Fraser è poi
generalmente ricordato per essere stato il protagonista della
trilogia di La mummia, ma anche per
film d’avventura come Looney Tunes: Back in Action, Viaggio al
centro della terra e Inkheart – La leggenda di cuore
d’inchiostro. Un titolo poco noto della sua filmografia è
poi Sbucato dal passato, commedia
sentimentale con elementi fantasy diretta da Hugh
Wilson e di cui è protagonista.
Per via del suo insuccesso al box
office, il film è in parte caduto sbrigativamente nel
dimenticatoio, ma è senza dubbio uno dei titoli da recuperare se si
è fan dell’attore. All’interno di Sbucato dal passato si
possono infatti ritrovare non solo elementi di comicità e
romanticismo, ma anche una brillante satira sulla società
statunitense e la paura di un olocausto nucleare. Le premesse del
film, come riportato da illustri critici come Roger
Ebert, valgono dunque già da sole una visione del film,
capace davvero di stupire e divertire e far riflettere sul
cambiamento inesorabile del tempo e delle epoche.
Sbucati dal passato può
dunque essere oggi considerato un piccolo cult degli anni Novanta,
un film poco noto che sarebbe però bene riscoprire e rivalutare,
specialmente ora che Fraser è tornato in auge come interprete.
Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente
utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a
questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile
ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e
al cast di attori. Infine, si elencheranno anche
le principali piattaforme streaming contenenti il
film nel proprio catalogo.
Sbucato dal passato: la
trama del film
A Los Angeles nel 1962 incombono la
crisi dei missili cubani e le notizie sulla possibile guerra
nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Di fronte a questi
pericoli, e in seguito ad una misteriosa esplosione avvenuta vicino
casa, Calvin Webber, ingegnere fantasioso, non
esita a chiudere se stesso e la moglie Helen
incinta in un bunker antiatomico. La serratura del rifugio, però, è
predisposta per rimanere chiusa per 35 anni e nessuno, né
dall’interno né dall’esterno la può aprire. Nel bunker nasce dunque
Adam, trascorrendo i primi 35 anni della sua vita
all’interno di quel bizzarro ambiente.
Trascorsi i 35 anni previsti, Calvin
può dunque aprire la porta del bunker, ritenendo essere giunto il
momento di andare a vedere fuori cosa è successo a quel mondo che
crede essere stato devastato dall’olocausto nucleare. Ciò che vede
all’esterno è però troppo per lui e un infarto gli toglie ogni
forza. Tocca dunque ad Adam andare fuori, nella
Los Angeles del 1997, alla ricerca di viveri e beni di prima
necessità. Soldi vecchi e figurine dei giocatori di baseball gli
creano le condizioni per conoscere Eva, bionda
irascibile che non trova un impiego stabile. Tra i due nascerà un
sentimento imprevisto, che porterà Adam a riconsiderare quel mondo
che credeva una landa desolata e pericolosa.
Sbucato dal passato: il
cast del film
Come anticipato, a interpretare il
protagonista Adam vi è l’attore Brendan Fraser, il
quale si è qui potuto ulteriormente cimentare con quegli elementi
di comicità che lo avrebbero poi reso particolarmente celebre,
anche per i film meno riconducibili a tale genere. Accanto a lui,
nei panni dei suoi genitori Calvin e Helen si ritrovano gli attori
premio Oscar Christopher Walken e Sissi
Spacek. Alicia Silverstone è invece Eve,
mentre Dave Foley interpreta Troy, l’amico
omosessuale di lei. Come si può notare, quasi tutti i personaggi
presentano nomi mitici, da Adamo ed Eva fino a Elena e Troy.
Sbucato dal passato: il
trailer e dove vedere il film in streaming e in TV
Sfortunatamente, Sbucato
dal passato non è presente su nessuna delle
principali piattaforme streaming oggi disponibili in rete. Questo a
ribadire come sia un titolo poco noto e con cui difficilmente si
può entrare in contatto. Il canale 37, di recente divenuto
Warner TV, propone però il film nel proprio
palinsesto il giorno martedì 19 settembre
alle ore 21:30. Sarà così possibile fruire di
questo simpatico film.