Tra Mercoledì e Come uccidono le brave ragazze
2. Emma Myers è la regina delle serie per
adolescenti di Netflix, tanto che molti spettatori si chiedono
quanti anni abbia rispetto ai suoi personaggi. Myers torna a
guidare il cast della
seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze,
riprendendo il ruolo della giovane detective Pippa “Pip”
Fitz-Amobi.
Pip si dimostra piuttosto matura in
entrambe le stagioni di Come uccidono le brave ragazze , essendo
coinvolta in misteri ben più grandi di lei. Conducono anche in
luoghi oscuri in cui gli adolescenti probabilmente non dovrebbero
andare, il che fa dimenticare facilmente che Pip è troppo giovane
per indagare su crimini così sinistri.
Pip ha 18 anni nella seconda
stagione di Come uccidono le brave ragazze
Nella prima stagione di Come
uccidono le brave ragazze, Pip ha 17 anni e sta frequentando
l’Extended Project Qualification (EPQ), un corso avanzato in
Inghilterra che permette agli studenti di prepararsi per
l’università e per la carriera. La serie Netflix mostra Pip
prepararsi per l’università anche in altri modi, come ad esempio
simulando un colloquio per l’Università di Cambridge. Sebbene l’età
di Pip non sia così evidente quando si dedica alle indagini, è
palese nelle numerose scene ambientate al liceo.
Nella seconda stagione, Pip ha
ormai 18 anni ed è ufficialmente maggiorenne. Frequenta il
dodicesimo o tredicesimo anno di scuola (l’equivalente britannico
dell’ultimo anno di liceo negli Stati Uniti) e vive con i genitori,
che cercano di darle più libertà e spazio. Più grande di un anno
rispetto alla prima stagione, Pip ha acquisito maggiore sicurezza,
soprattutto quando si rivolge a figure autoritarie. Tuttavia,
nonostante le sue capacità, le forti emozioni legate al caso della
scomparsa di Jamie e al processo di Max la mettono a dura prova e,
alla sua giovane età, Pip non è ancora del tutto preparata ad
affrontarle.
Emma Myers aveva 23 anni quando è
stata girata la seconda stagione di Come uccidono le brave
ragazze
Myers ha l’età perfetta per
interpretare Pip in Come uccidono le brave ragazze, dato
che è lei stessa una giovane adulta. Sebbene Myers non abbia la
stessa età di Pip, è solo di qualche anno più grande. La star di
“Wednesday” aveva 21 anni quando ha girato la prima stagione
dell’adattamento Netflix e 23 quando è stata girata la seconda
stagione di “A Good Girl’s Guide to Murder” nella primavera del
2025 (secondo il Somerset County Gazette). Questo significa che
Myers ha 4-5 anni più del suo personaggio.
Considerata la vicinanza d’età tra
Myers e Pip, l’attrice potrebbe facilmente tornare per la
terza stagione di Come uccidono le brave ragazze se
Netflix desse il via libera alla produzione. Esiste un altro libro
della serie young adult di Holly Jackson, quindi la piattaforma di
streaming potrebbe continuare la storia di Pip se lo desiderasse.
Dato che Pip crescerà nel suo mondo immaginario, è logico che
appaia un po’ più grande. Myers non sarà così avanti in termini di
età, quindi potrebbe riprendere il ruolo se necessario. Speriamo di
avere l’opportunità di vederla di più in Come uccidono le brave
ragazze .
Adulti e adolescenti si sono
innamorati di Pip Fitz-Amobi (Emma Myers) quando Come uccidono le brave ragazze (A Good Girl’s Guide To
Murder) ha fatto il suo debutto sullo schermo
nell’estate del 2024. Prima di allora, era un romanzo di Holly
Jackson, il suo esordio, pubblicato nel 2019.
La serie è incentrata sull’EPQ di
Pip, un percorso di studio autogestito, simile al diploma di
maturità, che di solito approfondisce un argomento legato alla
materia scelta, come geografia o biologia. Ma, in seguito alla
morte di una studentessa locale avvenuta cinque anni prima, Pip si
discosta un po’ dal percorso prestabilito, avviando una sua
personale indagine sul misterioso caso. Come afferma il
co-protagonista Henry Ashton, che interpreta Max: “È pieno di colpi
di scena e ti tiene con il fiato sospeso dall’inizio alla fine”. Se
vi piacciono i true crime, allora lo adorerete!
La scorsa settimana, l’attesissima
seconda stagione è approdata su BBC iPlayer e Netflix in tutto il mondo, riportandoci a Little
Kilton, dove Pip si trova ad affrontare un nuovo mistero – e un
nuovo modo di fare. Quando un’altra adolescente scompare proprio la
stessa notte in cui si tiene una commemorazione per il sesto
anniversario della morte di Andie e del suo ragazzo Sal, Pip passa
dalla scrittura al podcast, lanciandone uno per indagare sul
caso.
Come la
prima stagione, è basata su un libro di Jackson – questa volta
Good Girl, Bad Blood (2020). Ma cosa riserva il futuro a Come
uccidono le brave ragazze? Ecco cosa sappiamo.
Una terza stagione di Come
uccidono le brave ragazze si farà?
Sebbene non ci siano ancora notizie
ufficiali da Netflix o dalla BBC, pensiamo che una terza stagione
di A Good Girl’s Guide To Murder sia praticamente certa. Questo
perché i romanzi di Jackson formano una trilogia: il primo è A Good
Girl’s Guide To Murder, il secondo è Good Girl, Bad Blood e il
terzo è As Good as Dead, pubblicato nel 2021.
Dopo l’enorme successo della prima
stagione, era perfettamente logico che la BBC e Netflix
collaborassero nuovamente per riportare Pip e Little Kilton sul
piccolo schermo. Nel Regno Unito, Come uccidono le brave
ragazze era disponibile gratuitamente sulla BBC, dove è
diventato uno dei titoli più visti su iPlayer tra i giovani dai 16
ai 24 anni. Negli Stati Uniti era disponibile su Netflix, dove ha
raggiunto la vetta delle classifiche televisive. Con la seconda
stagione disponibile in streaming da poco più di una settimana,
immaginiamo che i vertici stiano valutando i dati prima di dare
ufficialmente il via libera alla terza stagione.
Cosa succederà in Come uccidono le
brave ragazze – Stagione 3?
Dato che la serie è basata su una
trilogia di romanzi, sappiamo già cosa ci riserverà la terza
stagione di A Good Girl’s Guide to Murder… All’inizio di As Good As
Dead, la diciottenne Pip sta per andare all’università (a
Cambridge, per la precisione). Ma dopo che il suo podcast di true
crime è diventato virale, non riesce a togliersi dalla testa alcuni
commenti offensivi. Uno in particolare la tormenta: una persona
anonima che continua a chiederle: “Chi ti cercherà quando sarai tu
a scomparire?”.
Con l’aumentare delle minacce, Pip
si rende conto di essere pedinata nella vita reale. E notando delle
connessioni tra il suo stalker e un serial killer locale arrestato
sei anni prima, inizia a chiedersi se dietro le sbarre ci sia
davvero l’uomo giusto. Ne consegue un letale gioco del gatto e del
topo, in cui Pip si rende conto di una verità inquietante: deve
trovare il colpevole da sola, o diventerà la prossima vittima.
La stagione 3 potrebbe adattare
il libro più oscuro dell’intera saga di Holly Jackson
Se Netflix confermerà la stagione 3, i nuovi episodi dovrebbero
adattare As Good As
Dead, considerato da molti lettori il capitolo più duro e
psicologicamente intenso della trilogia.
A
differenza delle prime due stagioni, la storia non sarebbe più
costruita soltanto attorno a un mistero scolastico o a una
scomparsa. Il terzo libro porta infatti Pip verso una dimensione
molto più paranoica, traumatica e moralmente ambigua, mostrando
quanto gli eventi delle precedenti indagini abbiano ormai distrutto
il suo equilibrio emotivo.
Ed è proprio questo che potrebbe cambiare completamente il tono
della serie Netflix. Già la stagione 2 mostrava una Pip molto più
ossessiva, isolata e consumata dalla ricerca della verità. Una
terza stagione potrebbe quindi trasformare definitivamente
Come uccidono le brave
ragazze da teen mystery a thriller psicologico puro.
C’è però anche un altro elemento importante: il tempo. La
produzione delle prime due stagioni ha richiesto pause abbastanza
lunghe, e il cast giovane sta crescendo rapidamente. Netflix dovrà
quindi decidere abbastanza presto se proseguire per evitare un
distacco troppo evidente rispetto all’età originale dei personaggi,
un problema già affrontato da molte serie YA contemporanee.
Il cast di Come uccidono le brave
ragazze – Stagione 3
Se Come uccidono le brave
ragazze – Stagione 3 otterrà il via libera, ci aspettiamo che
Emma Myers torni a interpretare il ruolo principale di Pip.
Nonostante interpreti una curiosa ragazza inglese di una piccola
cittadina rurale, Myers è in realtà americana, nota soprattutto per
il ruolo della licantropa adolescente Enid Sinclair nella serie
Netflix “Wednesday” (2022-oggi).
Ci aspettiamo anche che Zain Iqbal
si unisca al cast nel ruolo del suo fidanzato Ravi Singh, insieme a
Henry Ashton nei panni di Max Hastings, Jude Morgan-Collie in
quelli di Connor Reynolds, Asha Banks in quelli di Cara Ward e Yali
Topol Margalith in quelli di Lauren Gibson.
Per quanto riguarda i genitori, ci
aspettiamo che Anna Maxwell Martin torni a interpretare la madre di
Pip, Leanne, e Gary Beadle in quelli del padre, Victor.
Data di uscita potenziale di
Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3
Se Come uccidono le brave
ragazze – Stagione 3 otterrà il via libera, la data di uscita
dipenderà dagli impegni di Myers con l’altro progetto Netflix,
Mercoledì, attualmente in fase di riprese in
Europa e previsto per l’estate 2027.
La prima stagione di A Good Girl’s
Guide to Murder è stata lanciata nell’estate del 2024, seguita
dalla seconda nella primavera del 2026. La data di uscita più
probabile è la prima metà del 2028. utti gli episodi di A Good
Girl’s Guide to Murder sono disponibili in streaming su BBC iPlayer
nel Regno Unito e su Netflix in tutto il mondo.
Il
nuovo film bellico con Brendan Fraser sta
iniziando a conquistare la critica internazionale. Pressure, thriller
storico ambientato nelle ore precedenti allo sbarco in Normandia,
ha infatti debuttato su Rotten Tomatoes con un punteggio dell’83%
basato sulle prime recensioni pubblicate prima dell’uscita nelle
sale prevista per il 29 maggio.
Diretto da Anthony Maras, il film racconta una delle decisioni più
delicate della Seconda Guerra Mondiale: il momento in cui il
meteorologo James Stagg convinse il generale Dwight D. Eisenhower a
posticipare il D-Day dal 5 al 6 giugno 1944 a causa delle
condizioni meteo estreme. Una scelta che avrebbe cambiato il corso
della guerra e salvato migliaia di vite. Fraser interpreta
Eisenhower, mentre Andrew Scott veste i panni di
Stagg.
Le prime recensioni stanno elogiando soprattutto le interpretazioni
dei due protagonisti e la capacità del film di trasformare un
racconto apparentemente statico — fatto di mappe, strategie e
previsioni meteorologiche — in un thriller ad alta tensione.
ScreenRant ha definito magnetica la coppia Fraser-Scott, mentre IGN
ha sottolineato come il film riesca a rendere estremamente
coinvolgente una vicenda storica poco conosciuta dal grande
pubblico.
Pressure conferma la nuova fase
della carriera di Brendan Fraser dopo il ritorno con The Whale
Il successo iniziale di Pressure è particolarmente interessante perché conferma
il momento estremamente positivo che sta vivendo Brendan
Fraser dopo il ritorno al centro di Hollywood grazie a
The Whale. Negli
ultimi anni l’attore ha infatti costruito una filmografia molto più
varia e ambiziosa rispetto al passato, alternando drammi intimisti,
thriller, commedie e grandi produzioni storiche.
Ed è proprio questo che rende Pressure diverso dal classico film bellico
contemporaneo. Il film non punta tanto sullo spettacolo della
guerra quanto sul peso psicologico delle decisioni prese lontano
dal campo di battaglia. La tensione nasce infatti dalla
responsabilità morale di Eisenhower e Stagg, chiamati a scegliere
il momento esatto che avrebbe determinato il destino dell’invasione
alleata.
Molte recensioni stanno infatti sottolineando proprio questo
aspetto: Pressure
funziona soprattutto come thriller della responsabilità. Brendan
Fraser viene descritto come un Eisenhower tormentato dalla paura di
un disastro imminente, mentre Andrew Scott sembra essere il vero
centro emotivo del racconto grazie a un’interpretazione molto
intensa e contenuta.
Il film continua inoltre la recente tendenza del cinema bellico
contemporaneo a concentrarsi meno sull’azione e più sulle
conseguenze umane, politiche e psicologiche delle grandi decisioni
storiche. In questo senso Pressure sembra avvicinarsi più a film come
Darkest Hour o Oppenheimer che ai tradizionali war movie
spettacolari.
E
il fatto che il pubblico stia reagendo positivamente già dalle
prime recensioni potrebbe essere un segnale importante anche per
Fraser stesso. Dopo anni difficili e il clamoroso ritorno con
l’Oscar per The Whale,
l’attore sembra infatti aver trovato una nuova identità artistica
molto più solida e credibile rispetto alla fase blockbuster che
aveva definito gran parte della sua carriera negli anni 2000.
La
seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze svela un mistero
complesso e avvincente, che culmina in un finale che svela la
verità sulla scomparsa di Jamie Reynolds e Max Hastings. I libri di
Holly Jackson, A Good Girl’s Guide, continuano ad essere adattati
per il piccolo schermo con l’omonima serie Netflix, interpretata da Emma Myers. L’omicidio di
Andie Bell è stato finalmente risolto alla
fine della prima stagione di Come uccidono le brave
ragazze, ma la città di Little Killton non ha ancora
finito di essere devastata. Max Hastings sta per essere processato
per lo stupro di Becca Bell e Nat da Silva, ma il testimone chiave,
Jamie Reynolds, è scomparso pochi giorni prima dell’inizio del
processo.
Su richiesta del fratello di Jamie,
Connor, e di sua madre, Pip Fitz-Amobi si occupa del caso nella
seconda stagione del suo nuovo podcast Come uccidono le brave
ragazze. È convinta che tutto sia collegato a Max. Tuttavia,
più Pip indaga sulla scomparsa di Jamie, più la situazione si
complica. Prima della sua scomparsa, era innamorato di una donna di
nome Layla Mead, che lo stava usando. La storia scorre via in soli
sei episodi, culminando in un finale emozionante, tanto tragico
quanto adrenalinico.
Cosa è successo davvero a Jamie
nella seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze?
Come in “Come
uccidono le brave ragazze“, la
scomparsa di Jamie Reynolds è legata a un conto alla rovescia,
non solo per il caso di Max Hastings, ma anche perché potrebbe
essere morto. Gli esperti di criminologia affermano che le prime 72
ore sono le più importanti e che, dopo circa una settimana,
l’attenzione si sposta dalla ricerca di una persona alla ricerca di
un cadavere (fonte:
ABC News). Più tempo passa dalla sua scomparsa, meno probabile
è che il corpo venga ritrovato sano e salvo. Fortunatamente, Jamie
sfida le probabilità.
Oltre una settimana dopo la sua
scomparsa, Jamie viene ritrovato vivo e vegeto a casa di Stanley
Forbes. Nella serie originale Netflix, Stanley non aveva mai voluto
fare del male a Jamie. Tuttavia, Jamie aveva tentato di ucciderlo
per conto di Layla Mead. Dopo averlo temporaneamente neutralizzato,
Stanley lo aveva tenuto chiuso in una stanza perché non sapeva se
avrebbe tentato di ucciderlo di nuovo. Non sapeva cosa fare.
Nonostante la paura che provava per
Jamie, Stanley Forbes ha dimostrato compassione e umanità. Si
preoccupava ancora per il suo prigioniero. Cucinava per Jamie e si
adoperò per metterlo a suo agio, fornendogli vestiti e coperte. I
due parlarono e strinsero un legame, diventando persino amici.
Avevano persino pianificato di collaborare per smascherare Layla
Mead, dopodiché Stanley avrebbe lasciato andare Jamie.
Quando si parla di Max Hastings,
non fingerò di essere imparziale. Non sarò gentile. Max Hastings è
uno stupratore e un essere umano orribile che si crede intoccabile.
Usa il Rohypnol per drogare le sue vittime in modo che non
ricordino chi le ha violentate. È ricco, bianco, attraente secondo
i canoni tradizionali e incredibilmente privilegiato. Max non
mostra alcun pentimento e cerca di intimidire chiunque abbia il
coraggio di parlare contro di lui. Questo rende assolutamente
infuriante e per nulla sorprendente la sua assoluzione.
La triste verità è che
probabilmente il caso avrebbe avuto questo esito anche se Jamie
Reynolds avesse testimoniato. Non c’erano prove del DNA. Max
Hastings aveva i soldi per assumere i migliori avvocati, che
vengono mostrati mentre diffamano ogni persona che testimonia.
Avrebbero usato la storia di tossicodipendenza di Jamie per
screditarlo. Inoltre, all’ultimo minuto Max incolpa erroneamente il
suo migliore amico defunto, Sal Singh.
Purtroppo, la seconda stagione di
Come uccidono le brave ragazze riflette la realtà di un
sistema giudiziario corrotto, in cui le vittime di stupro raramente
ottengono la giustizia che meritano. Se volete saperne di più sulla
situazione di questi casi nel Regno Unito, la Biblioteca della
Camera dei Lord ha condiviso alcune statistiche inquietanti nel
gennaio 2025 nella pubblicazione “Rape: Levels of prosecutions”
(Stupro: Livelli di procedimenti giudiziari).
Per fortuna, Pip decide di farsi
giustizia da sola pubblicando la registrazione della confessione di
Max sul suo podcast AGGGTM. Rompe anche una finestra di casa sua e
scrive una minaccia sulla porta.
La vera identità di Stanley Forbes
nella serie Netflix
Verso la fine della seconda
stagione di Come uccidono le brave ragazze, si scopre che
Stanley Forbes è Child Brunswick, il figlio non ancora reso
pubblico del famigerato serial killer Scott Brunswick. Quando aveva
nove o dieci anni, Child Brunswick fu costretto dal padre violento
a scegliere le vittime di Scott. Sceglieva un bambino, attirandolo
lontano dal pubblico. Le vittime si fidavano di lui e lo seguivano
perché anche lui era un bambino.
Temeva per la sua vita, ma odiava
suo padre. Per questo motivo, fu il testimone chiave contro di lui
in tribunale. Per i suoi crimini, il figlio scontò una pena
detentiva in un centro di detenzione minorile. Lì venne
riabilitato. A 18 anni, fu rilasciato in libertà vigilata a vita
con una nuova identità. Poiché era minorenne all’epoca dei crimini,
il suo vero nome, Jack, non fu mai reso pubblico e gli fu imposto
un divieto permanente di pubblicazione per la sua sicurezza.
Child Brunswick fu trasferito da un
luogo all’altro, e il suo nome fu cambiato ogni volta che la sua
identità veniva svelata. Come rivelò prima di morire, Stanley
voleva essere una persona migliore. Credeva che la cosa peggiore
che potesse diventare fosse qualcosa di simile a suo padre. In
definitiva, Stanley fu complice di un omicidio, ma fu anche vittima
di un padre single violento e serial killer. Contribuì al trauma
delle famiglie delle vittime. Tuttavia, era anche un bambino che
voleva solo sopravvivere a una situazione terribile.
Alla fine, Jamie e Pip sono gli
unici due a capire che Stanley Forbes non è affatto come suo padre.
Stanley si prende cura di Jamie anche quando teme che Jamie possa
volerlo morto. Stanley cerca di proteggere Pip quando è in
pericolo. Sono i due
Chi è Layla Mead e perché vuole la
morte del piccolo Brunswick?
Pip e i suoi amici capiscono
abbastanza presto che Layla Mead è una truffatrice che usa
l’immagine di Ruby Foxcroft, cambiando solo i capelli in biondo.
Tuttavia, solo nell’episodio finale la serie rivela le vere
identità dietro l’account di Layla Mead: Charlie Nowell e Flora
Green. Charlie è il fratello gemello di Emily Nowell, l’ultima
vittima di Scott Brunswick.
Charlie creò un profilo su un sito
di incontri online, Layla Mead, cercando chiunque avesse l’età e
l’aspetto di Scott Brunswick. Andò di città in città, ovunque si
dicesse che l’uomo si trovasse, con l’intenzione di ucciderlo.
Incolpava Scott Brunswick della morte di sua sorella, perché
l’aveva scelta al posto suo. Charlie Nowell pensava che l’uomo
fosse cattivo quanto suo padre e credeva che il sistema giudiziario
avesse assolto Scott Brunswick.
È una situazione difficile perché
Scott Brunswick era chiaramente una vittima, ma aveva anche avuto
un ruolo nella morte di Emily. La rabbia di Charlie è
comprensibile. Allo stesso tempo, Stanley non è suo padre e lui non
voleva essere come lui. La seconda stagione di Come uccidono le
brave ragazze mostra davvero la complessità e le zone d’ombra
morali che possono emergere in certi casi.
Come il finale della seconda
stagione di Come uccidono le brave ragazze prepara il
terreno per la terza stagione
La serie Netflix Come uccidono
le brave ragazze conclude gran parte della trama della seconda
stagione, ma lascia due importanti indizi su ciò che accadrà nella
terza. Innanzitutto, qualcuno ha minacciato Pip per tutta la
stagione. Pip non ha preso sul serio le minacce. Poi, pensa che
siano collegate a Max Hastings e Jamie Reynolds.
Tuttavia, il finale di stagione
rivela che le affermazioni “Chi ti cercherà quando sarai tu a
scomparire?” sono più serie di quanto Pip immaginasse. Qualcuno si
è introdotto nella sua stanza e sul suo computer la domanda si
ripeteva incessantemente. Se Netflix rinnoverà la serie, la terza
stagione di Come uccidono le brave ragazze dovrà chiarire
chi sta minacciando Pip e cosa vuole.
Inoltre, Pip è ufficialmente
sprofondata nell’oscurità. Ha perso ogni fiducia nella polizia e
nel sistema giudiziario. Non solo la polizia ha ignorato le sue
accuse su Andie e Sal nella prima stagione, ma ha anche ignorato i
suoi avvertimenti su Jamie, portando all’omicidio di Stanley.
Inoltre, Max è uscito completamente illeso dal processo. È
giustamente arrabbiata e ora deve fare i conti con il disturbo da
stress post-traumatico.
Alla fine, ricorre alla giustizia
sommaria contro Max Hastings. Ha pubblicato la confessione. Gli ha
rotto la finestra. Ha scritto la minaccia «Stupratore, ti prenderò»
in rosso sangue sulla sua porta d’ingresso. La
terza stagione di Come uccidono le brave ragazze dovrà
mostrare cosa intende fare Pip nei confronti di Max Hastings. Il
processo per stupro sarà anche finito, ma è chiaro che Pip non ha
intenzione di lasciarlo andare via così facilmente.
Spider-Noir esplora la storia di
Spider-Man da una prospettiva completamente nuova, con
Nicolas Cage che offre un’interpretazione unica
dell’eroe lanciaragnatele. Negli ultimi anni, Sony ha riscosso un
incredibile successo con il marchio Spider-Man
grazie ai film d’animazione dello Spider-Verse, che hanno
presentato al mondo Spider-Noir, doppiato proprio da
Nicolas Cage.
Nel frattempo, lo Spider-Man in
carne e ossa è stato interpretato dal ben più giovane Tom
Holland, con una storia strettamente legata agli eventi del
Marvel Cinematic Universe (MCU) dei
Marvel Studios. Tuttavia, Cage sta per avere la sua occasione di
dare vita al personaggio in live-action con la serie Prime Video, Spider-Noir.
Cage ha dimostrato la sua capacità
di interpretare il personaggio in un contesto animato, ed è
comprensibile che Sony abbia optato per una versione più familiare
del personaggio con il ritorno di Cage, ma ciò evidenzia anche
l’enorme differenza di età tra i precedenti attori di Spider-Man e
il leggendario Nicolas Cage.
Nicolas Cage è di gran lunga
l’attore più anziano ad aver interpretato Spider-Man.
Cage è stato uno degli attori più
prolifici di Hollywood sin dal 1981, accumulando quasi 120 crediti,
e non avendo mai recitato in una serie TV fino a quando non ha
assunto il ruolo di Ben Reilly, alias Spider-Noir. Negli anni
passati, Cage ha vinto un Oscar per il suo ruolo in Via da Las
Vegas nel 1996, oltre a un’altra nomination all’Oscar nel 2003, e
da allora è stato un punto fermo dell’élite di Hollywood per
decenni.
Sebbene i precedenti attori di
Spider-Man avessero diversi anni di esperienza, Nicolas Cage è il
più esperto, con un vantaggio di diversi decenni. L’attore più
giovane ad aver debuttato nel ruolo è Tom Holland, che ha iniziato
a interpretare Spidey in Captain America: Civil War, uscito quando
l’attore aveva 19 anni. Ciò significa che la differenza di età tra
Holland e Cage è di circa 43 anni.
Anche considerando il secondo
attore più anziano della lista, Andrew Garfield,
che ha iniziato a interpretare il personaggio a 28 anni, Cage lo
supera di 34 anni.
Spider-Noir è una storia di
Spider-Man diversa
S1_First Look (PC – Aaron Epstein – Prime Video)
È importante sottolineare che
Spider-Noir si preannuncia come una storia molto diversa rispetto a
quelle viste finora. Ad esempio, tutti e tre gli attori precedenti
hanno interpretato Peter Parker, mentre Cage veste i panni di Ben
Reilly. Reilly è un nome alternativo attribuito a diverse varianti
di Spider-Man nei fumetti, ma solitamente anche Spider-Noir è una
variante di Peter Parker. Spider-Noir è ambientato negli anni ’30,
in una serie drammatica a tinte gialle ambientata in un’epoca
passata, a differenza dei soliti grandiosi film fantasy sui
supereroi. Questo è importante perché il mondo che circonda l’eroe
è profondamente diverso. Invece di cattivi high-tech come il Dottor
Octopus e potenti magnati aziendali come Norman Osborn, Spider-Noir
si concentra su criminali di strada che vivono in un mondo di
gangster e criminalità sotterranea.
Nicolas Cage è perfetto nei panni
di uno Spider-Man più maturo
Cortesia Prime Video
Nell’ambientazione degli anni ’30,
ha senso avere una versione di Spider-Man più anziana e disillusa,
piuttosto che un adolescente spensierato che cerca di destreggiarsi
tra la scuola e la sua vita da amichevole Spider-Man di quartiere.
L’interpretazione di Cage dovrebbe essere un’esplorazione molto
diversa di questo tipo di eroe e, come si vede nei trailer,
aggiunge sicuramente il suo tocco personale al ruolo.
Considerando tutti questi aspetti,
è logico che Spider-Noir sfrutterà al meglio un approccio originale
a una classica storia di supereroi. E se da un lato l’età di Cage
lo distingue dalle interpretazioni precedenti, dall’altro
contribuisce alla sua vasta esperienza e alle sue incredibili doti
di attore, che gli permetteranno di rendere questo personaggio
iconico davvero suo.
Il personaggio di Child
Brunswick in Come uccidono le brave ragazze sembra
una persona reale, e questo perché sia il personaggio che la
serie hanno legami con veri casi di cronaca nera. La serie
originale Netflix è passata dal caso dell’omicidio di Andie
Bell alla scomparsa di
Jamie Reynolds. Verso la fine della seconda stagione di
Come uccidono le brave ragazze, Pip
capisce che Layla Mead ha usato Jamie per trovare “Child
Brunswick”, il figlio del famoso serial killer Scott Brunswick.
Scott costrinse suo figlio ad
aiutarlo a scegliere i bambini che avrebbe ucciso. Jack scelse un
bambino in pubblico e lo attirò in una trappola. Tuttavia, Child
Brunswick odiava il padre violento e divenne il testimone chiave
nel processo contro di lui. Scontò una pena detentiva e fu
riabilitato, venendo rilasciato con una nuova identità.
L’aspetto terrificante di Child
Brunswick è che sembra una persona reale. Molti serial killer usano
“esche”, che si tratti dei propri figli, della situazione
familiare, di un’emergenza o di un animale domestico scomparso. A
quanto pare, la somiglianza tra Child Brunswick e le storie di
cronaca nera non è affatto casuale.
In un’intervista con United by Pop,
Holly Jackson ha parlato dei collegamenti con la cronaca nera. Il
primo libro, “A Good Girl’s Guide to Murder”, si basa su diversi
elementi di casi di cronaca nera per costruire il mistero.
Tuttavia, Jackson ha confermato che il secondo libro, “Good
Girl Bad Blood“, ha ispirazioni più dirette. Il mistero
principale, che include Child Brunswick, è stato ispirato
direttamente da due casi criminali, conferendo al libro e alla
serie Netflix un chiaro legame con la cronaca nera.
Holly Jackson non ha rivelato
quali due casi specifici del Regno Unito hanno ispirato Child
Brunswick
Poiché l’intervista è stata
realizzata prima dell’uscita di “Good Girl Bad Blood”, Holly
Jackson si è rifiutata di specificare quali due casi abbiano
ispirato il libro, per non rovinare la trama. Tuttavia, ha rivelato
che uno di essi era un caso molto famoso accaduto nel Regno Unito
negli anni ’90. Inoltre, ha dichiarato ad A Short Book Lover che
uno dei casi proveniva dal podcast “They Walk Among Us – UK True
Crime”. Purtroppo, negli anni successivi all’uscita del libro,
Jackson ha mantenuto vivo il mistero. Non ha mai rivelato quali
casi abbia utilizzato per creare il mistero di Child Brunswick.
Da un lato, questo è frustrante.
Adoro questi libri e sono affascinata dai casi di cronaca nera.
Sono curiosa di sapere a quali casi Jackson si è ispirata e come si
confrontano. Tuttavia, da un altro punto di vista, è perfetto che
non abbia rivelato i casi di cronaca nera. In primo luogo, è più
rispettoso nei confronti delle vere vittime di crimini reali
tracciare una linea di demarcazione tra finzione e realtà.
Soprattutto considerando che i casi risalgono agli anni ’90, i
familiari ancora in vita potrebbero essere feriti dalla
consapevolezza che il loro trauma ha ispirato un libro e poi una
serie TV.
Inoltre, il mistero che avvolge
“Good Girl Bad Blood” crea un’interessante situazione
meta-narrativa. Forse non era nelle sue intenzioni, ma Holly
Jackson ha di fatto ispirato un’intera schiera di fan tenendo
segreti i crimini. Il suo pubblico è perfetto per improvvisarsi
investigatore e si è già riversato su Reddit per discutere di
possibili teorie su chi potrebbe aver ispirato Child Brunswick.
L’ossessione di Holly Jackson per
i veri crimini ha ispirato tutti i libri della serie
Come uccidono le brave ragazze
Holly Jackson potrebbe non rivelare
mai chi ha ispirato “Good Girl Bad Blood” e “Child Brunswick”.
Detto questo, ha ripetutamente affermato che la sua ossessione per
i casi di cronaca nera l’ha portata a scrivere i libri della serie
“A Good Girl’s Guide to Murder“.
Quando il primo libro è stato
selezionato per il Branford Boase Award nel 2020, l’autrice e il
suo editore sono stati intervistati. Alla domanda su cosa avesse
spinto Jackson a scrivere un giallo, ha risposto: “Sono
diventata ossessionata dai casi di cronaca nera e volevo scrivere
un libro che riproducesse questo approccio ‘reale’ da detective
dilettante“. Allo stesso modo, ha dichiarato ad A Short Book
Lover nel 2020:
“La mia principale
fonte di ispirazione per questi libri è il mondo della cronaca
nera. Quasi il 90% della memoria del mio telefono è occupata da
vari podcast di cronaca nera e ne ascolto almeno uno al
giorno”.
Ancora nel 2024, Jackson ha
ribadito che la cronaca nera è una parte importante della sua vita.
Ha dichiarato alla BBC: “Non riesco a fare praticamente nulla
senza un podcast di true crime. Che stia portando a spasso il cane
o lavando i piatti, ho bisogno di ascoltare storie di true
crime“. Ha anche aggiunto di cercare di non dimenticare che
queste storie rappresentano il trauma di qualcun altro. In
definitiva, Come uccidono le brave
ragazze di Netflix continuerà a essere percepito come
parte integrante del più ampio panorama del true crime, perché
questo elemento è intrinseco al DNA stesso della narrazione.
Spider-Noir di Prime Video vanta una vasta gamma di
villain tratti dai fumetti, e c’è un motivo per cui Oren Uziel ha
attinto a nomi poco conosciuti.
La nuova serie introduce un nuovo
universo Marvel incentrato su Ben Reilly,
interpretato da Nicolas Cage, un investigatore privato
nella New York degli anni ’30 che un tempo operava come il
vigilante The Spider, e che è costretto a riprendere la sua
identità quando si imbatte in un nuovo caso pericoloso. Questo lo
mette direttamente in conflitto con una varietà di nemici, tra cui
nuove versioni di Sandman, Tombstone, Silvermane e Megawatt, solo
per citarne alcuni.
Prima della première della serie,
ScreenRant ha intervistato Oren Uziel per parlare
di Spider-Noir. Alla domanda su come avesse scelto la sua lista di
villain dai fumetti di Spider-Man per la nuova serie, il
creatore/co-showrunner ha spiegato che l’obiettivo principale era
capire “come [loro] si sarebbero integrati nel mondo noir”.
Pertanto, lui e il suo team di
sceneggiatori, incluso il co-showrunner Steve Lightfoot, già autore
di The Punisher, si sono concentrati
inizialmente “sulla creazione della storia che volevamo
raccontare”, il che ha permesso loro di valutare in modo naturale
“chi potremmo mettere contro Ben Reilly?”. Uziel ha poi descritto
la scelta del cattivo come “un po’ un lusso”, vista l’ampia gamma
di personaggi tra cui scegliere:
Oren Uziel: Il bello della Marvel è che esiste da così
tanto tempo, ha un cast di personaggi così vasto, e il bello della
televisione è che puoi prendere un personaggio famoso e dargli la
tua interpretazione. Ma puoi anche prenderne uno molto meno
conosciuto, svilupparlo e dargli spessore. Ho avuto la possibilità
di esplorare l’universo Marvel, ed è stato molto
divertente.
Nella maggior parte degli
adattamenti di Spider-Man, gli autori si sono spesso rivolti ad
alcuni personaggi iconici dei fumetti per contrapporli all’eroe
Marvel, tra i più noti figurano Goblin, Venom, Doctor Octopus e
Avvoltoio. Anche il cast di Spider-Noir include alcuni personaggi
di spicco, in particolare Flint Marko, meglio conosciuto come
Sandman, interpretato da Jack Huston, e Lonnie Lincoln, noto anche
come Tombstone, interpretato da Abraham Popoola.
Tuttavia, il marketing di
Spider-Noir ha subito chiarito che la serie di Prime Video avrebbe
adottato un approccio diverso al suo universo narrativo, puntando
su villain meno conosciuti. Silvermane, interpretato da Brendan Gleeson, mantiene il suo ruolo di
boss mafioso, sebbene ora con origini irlandesi anziché italiane e
senza essere in conflitto con Kingpin o altri elementi criminali.
Allo stesso modo, Megawatt, interpretato da Andrew Lewis Caldwell,
fa il suo debutto sullo schermo nella serie, apparentemente
accantonando le sue radici australiane e la sua esperienza come
attore per un semplice rapinatore.
Cortesia Prime Video
Sebbene Uziel possa aver optato per
un approccio piuttosto di nicchia nella creazione del suo cast di
villain in Spider-Noir, sembra anche che stia costruendo una sua
versione dei Sinistri Sei. La presenza di così tanti villain in una
singola storia di Spider-Man è generalmente riservata alle storie
delle origini, per preparare il terreno al debutto del team nelle
storie future, oppure a scontri diretti tra i villain e l’Uomo
Ragno.
Considerata la sua propensione ad
affrontare alcuni degli antagonisti meno noti dei fumetti, sarà
interessante vedere quali altri personaggi Uziel potrebbe adattare
per Spider-Noir. Pur non essendo tecnicamente un cattivo
sconosciuto, Hammerhead non ha ancora fatto il suo debutto in
live-action e il suo look da boss mafioso anni ’20 si adatterebbe
perfettamente all’universo di Prime Video. Allo stesso modo, il
gruppo noto come The Enforcers si integrerebbe bene sia con
l’atmosfera noir che con quella comica della serie.
Al momento, però, non è chiaro cosa
riserverà il futuro a Spider-Noir. Prime Video e MGM+ non hanno
ancora fornito alcuna informazione sui loro piani per la serie, ma
trattandosi di un progetto di grande successo legato a uno dei
franchise più importanti, sembra probabile che le piattaforme di
streaming saranno propense a produrre una nuova stagione, a patto
che la prima ottenga buoni risultati in termini di ascolti.
Spider-Noir sarà disponibile in
streaming su Prime Video a partire dal 27 maggio.
La serie revisionista di
Apple
TV, For All Mankind, avrà uno spin-off,
Star
City, che racconterà la storia della corsa allo spazio
da una prospettiva diversa. Debuttata nel 2019, For All
Mankind immagina una linea temporale in cui la corsa allo
spazio non si è mai conclusa ed esamina il salto dell’umanità verso
il futuro mentre esplora il sistema solare. Nota per i suoi
personaggi avvincenti e i grandi salti temporali, la visione del
futuro di For All Mankind è al contempo idealizzata e realistica,
poiché le comuni debolezze dell’umanità si manifestano
ripetutamente con il progredire della storia.
Già alla sua quinta
stagione, la serie di fantascienza di Apple TV+ è uno dei
programmi di punta della piattaforma e, insieme a
Slow
Horses, è la più longeva. Ora, lo spin-off
Star City si appresta a trasformare la serie in un
vero e proprio franchise, raggiungendo questo obiettivo in un modo
davvero unico. Invece di raccontare un’altra storia ambientata
nello stesso universo, Star City racconterà la stessa storia della
corsa allo spazio fittizia, ma questa volta dal punto di vista
dell’Unione Sovietica. Con i dettagli sul cast e sulla trama che
già trapelano, Star City dovrebbe arrivare a breve.
Ultime notizie sullo spin-off di
Star City
Episode 2. “Star City,” premiering May 29, 2026 on Apple
TV.
Mentre il cast continua a crescere
esponenzialmente, le ultime notizie confermano l’ingresso di altri
tre membri nel cast di Star City. Adam Nagaitis, star di The
Terror, interpreterà Valya, un cosmonauta molto stimato del
programma spaziale sovietico. Josef Davies (Andor) vestirà i panni di Sergei, un ingegnere del
controllo a terra noto per la sua intelligenza. Infine, Ruby
Ashbourne Serkis (Shardlake) interpreterà Tanya, la moglie di un
cosmonauta che si sente soffocata dalla vita tra le mura di Star
City. Tutti e tre faranno parte del cast principale, anche se molti
dettagli sono ancora sconosciuti.
Conferma dello spin-off di Star
City
Episode 3. Solly McLeod and Adam Nagaitis in “Star City,”
premiering May 29, 2026 on Apple TV.
Il 2024 è stato un anno importante
per Apple TV+ e, quando la piattaforma ha annunciato la conferma
della quinta stagione di For All Mankind, ha anche rivelato i suoi
piani per lo spin-off di Star City. Sebbene il progetto fosse
ancora agli inizi, la piattaforma di streaming aveva già diffuso
numerosi dettagli sullo spin-off, inclusi alcuni particolari della
trama. Contemporaneamente, venne rivelato che Ronald D. Moore, Matt
Wolpert e Ben Nedivi si sarebbero riuniti per dare vita allo
spin-off, con gli ultimi due nel ruolo di showrunner.
Nel luglio 2024, Ronald D. Moore
illustrò il processo di scrittura della serie spin-off,
affermando:
[A]bbiamo una direzione. Abbiamo un
arco narrativo generale. Probabilmente non è dettagliato come
quello con cui abbiamo iniziato con For All Mankind, ma abbiamo una
sorta di struttura generale, del tipo: “Ecco come si svilupperà la
storia nel corso di diverse stagioni”.
Non sono sicuro di quali saranno i
salti temporali. Sappiamo che ci saranno dei salti nel tempo. Non
siamo ancora arrivati a quel punto. Probabilmente si tratterà di
un salto temporale di circa dieci anni. Non sappiamo se ripeteremo
esattamente i salti temporali di Mankind o se cercheremo di
dividerli a metà. Ma è comunque un formato che funziona per noi e
che rende la serie unica in questo universo. Permette anche al loro
programma spaziale di progredire. Ecco perché l’abbiamo fatto in
Mankind, in modo che si potesse vedere il progresso a piccoli
passi, invece di rimanere bloccati in un arco temporale molto
limitato in cui non ci sarebbero stati grandi cambiamenti.
Passò quasi un anno prima che
arrivassero aggiornamenti seri e, nel febbraio 2025, iniziarono ad
arrivare le prime notizie sul casting dello spin-off. Nei primi
mesi del 2025, non c’era ancora una data di produzione per Star
City e Apple TV+ è stata piuttosto reticente riguardo alla data di
uscita della serie. Con la quinta stagione di For All Mankind
all’orizzonte, è probabile che la piattaforma di streaming abbia in
programma di intrecciare in qualche modo le due serie.
Dettagli sul cast dello spin-off
di Star City
Essendo la serie ancora in fase di
sviluppo, si sa ancora poco sul cast di Star City. Tuttavia, sembra
che Rhys Ifans abbia trovato il suo attore protagonista, nel ruolo
del capo progettista del programma spaziale sovietico. Il
personaggio, ancora senza nome, è una figura cruciale agli albori
delle imprese spaziali dell’URSS, e il curriculum di Ifans, con
ruoli autorevoli (in serie come House of the Dragon), lo rende
particolarmente adatto alla parte. Anna Maxwell Martin (Bleak
House) interpreterà Lyudmilla, una donna sovietica.
Altri membri del cast si sono
uniti, tra cui Adam Nagaitis (The Terror) nel ruolo di Valya, un
cosmonauta esperto e rispettato, e Josef Davies (Andor), che
interpreterà Sergei, un ingegnere del controllo a terra. Ruby
Ashbourne Serkis (Shardlake) è stata scelta per interpretare Tanya,
la moglie di un cosmonauta che si sente soffocata dalla vita a Star
City. Come per il cast di For All Mankind, ci si aspetta che Star
City impieghi un nutrito gruppo di attori, soprattutto considerando
il salto temporale in avanti nella trama.
Dettagli sulla trama dello
spin-off di Star City
Quando Apple TV+ ha annunciato lo
spin-off, ha anche rivelato la struttura narrativa di base di Star
City. Secondo Apple, la serie seguirà la stessa linea temporale di
For All Mankind, ma racconterà la storia dal punto di vista
dell’Unione Sovietica. Tuttavia, a differenza della serie
originale, Star City avrà elementi da thriller, poiché l’alta
tensione della corsa allo spazio si combina con la pressione del
regime repressivo dell’URSS.
La sinossi ufficiale di Apple
recita:
Star City è un thriller
paranoico e avvincente che ci riporta al momento chiave della
rivisitazione alternativa della corsa allo spazio: quando l’Unione
Sovietica divenne la prima nazione a portare un uomo sulla Luna. Ma
questa volta, esploreremo la storia da dietro la Cortina di Ferro,
mostrando le vite dei cosmonauti, degli ingegneri e degli ufficiali
dell’intelligence integrati nel programma spaziale sovietico, e i
rischi che tutti hanno corso per far progredire
l’umanità.
Ronald D. Moore ha colmato alcune
lacune nel suo aggiornamento di luglio 2024, spiegando come la
pressione del KGB contribuisca al brivido e al terrore dei viaggi
spaziali in generale. Dato che nell’universo immaginario di “For
All Mankind” i sovietici hanno battuto gli Stati Uniti nella corsa
alla Luna, Moore ha spiegato come Star City avrebbe rappresentato
tutti i sacrifici e i pericoli che i membri del programma spaziale
sovietico hanno dovuto affrontare per raggiungere tale
obiettivo.
L’imminente film horror di A24, Backrooms, è ispirato a una
leggenda metropolitana nata da un’inquietante immagine pubblicata
online. Il trailer (guardalo
qui) ha anticipato una disturbante discesa nell’incubo generato
da Internet, ma resta una domanda… cosa sono esattamente le
Backrooms?
Cosa sono esattamente le
Backrooms?
Le
Backrooms sono un labirinto infinito di stanze
vuote che ricordano un ufficio o un magazzino, illuminate da una
luce fluorescente accecante e decorate dal pavimento al soffitto
con un malato colore giallastro. Questo ambiente non ha una
posizione precisa: sono una sorta di purgatorio che esiste al di
fuori dello spazio e del tempo, accessibile tramite il
“no-clipping” attraverso pavimenti o pareti, come se la realtà
contenesse angoli instabili e difettosi, proprio come un
videogioco.
Chiunque può finirci dentro e ritrovarsi intrappolato, incapace di
uscire. Lo spazio è privo di vita umana, ma abitato da entità
invisibili che fanno sentire gli sfortunati visitatori osservati o
inseguiti. Le Backrooms richiamano inoltre immagini familiari, come
l’impossibile labirinto del mito greco che imprigionava il
Minotauro, oppure gli spazi ultraterreni e infiniti presenti nelle
fiabe.
Il fatto che le Backrooms assomiglino ai luoghi più artificiali e
senz’anima del mondo moderno sembra significativo: tutti, almeno
una volta, abbiamo attraversato spazi banali che ricordano quelli
che si possono vedere nel film.
Da dove vengono le
Backrooms?
Come molti dei meme più popolari degli ultimi anni, il concetto
nacque su 4chan.
La fotografia originale (la si può vedere qui) fu
scattata durante la ristrutturazione di un negozio
HobbyTown a
Oshkosh, nel Wisconsin, e pubblicata su un blog nel 2003. Nel 2011,
l’immagine arrivò su 4chan, dove venne vista semplicemente come una foto
stranamente inquietante.
Nel 2019, un utente anonimo di 4chan scrisse poi una descrizione inquietante
dell’immagine delle Backrooms, creando inconsapevolmente una delle
leggende urbane più durature di Internet. “Se non fai
attenzione e ti smaterializzi dalla realtà nelle zone sbagliate,
finirai nelle Backrooms, circa novecento milioni di chilometri
quadrati di stanze vuote segmentate casualmente in cui rimanere
intrappolato, Dio ti aiuti se senti qualcosa che vaga nelle
vicinanze, perché di sicuro quel qualcosa ha già sentito
te”, recita la descrizione.
Da quel momento, le Backrooms colpirono immediatamente
l’immaginazione collettiva, dando vita a un enorme sforzo narrativo
condiviso da appassionati horror profondamente immersi nella
cultura online. La comunità originale delle Backrooms ampliò
progressivamente la lore attraverso brevi racconti creepypasta,
mentre il concetto diventava sempre più noto, con autori che
aggiungevano livelli di complessità e un intero ecosistema di
mostri. Alcuni fan ritengono che queste aggiunte abbiano in parte
indebolito l’impatto dell’idea originale, nella quale l’isolamento
era l’elemento centrale dell’orrore, anche se la presenza di entità
nelle Backrooms era prevista fin dall’inizio.
Online, le Backrooms sono ormai praticamente un genere a sé: la
base di numerose storie horror, video su YouTube e TikTok, oltre che videogiochi —
soprattutto su Roblox. La loro influenza è visibile persino in
serie TV popolari come Severance e The Amazing Digital Circus. Le Backrooms
sembrano inoltre aver ispirato fenomeni paralleli come il trend dei
“Liminal Spaces” e il fenomeno di TikTok chiamato “Mall World”.
A24 porta
le Backrooms al cinema
Con il film targato A24, le Backrooms stanno ora per entrare
definitivamente nella cultura pop mainstream. Non è la prima volta
che il folklore digitale approda sul grande schermo — basti pensare
a Slender Man,
che ispirò un film horror nel 2018 — ma l’adattamento di
Backrooms
prodotto da A24
potrebbe avere un impatto molto maggiore.
Backrooms è
diretto da Kane
Parsons, conosciuto su YouTube come “Kane Pixels”. Il coinvolgimento di
Parsons è particolarmente significativo: è infatti il creatore di
una celebre e raffinata serie su YouTube dedicata alle Backrooms,
raccontate attraverso video atmosferici in soggettiva che hanno
contribuito enormemente alla popolarità del fenomeno.
Se il debutto
cinematografico di Parsons dovesse avere successo, è probabile che
sempre più idee e talenti provenienti dal panorama digitale vengano
portati sul grande schermo. Il film è al cinema dal 27 maggio, per
cui non resta che andarlo a vedere e scoprire di più su ciò che
narra e mostra.
Ecco la nostra intervista a
Anna Maxwell Martin (“Lyudmilla Raskova”) e
Agnes O’Casey (“Irina Morozova”), trai
protagonisti di
Star City, lo spin-off di
For All Mankind, su Apple
Tv dal 29 maggio con i primi due episodi degli otto totali
seguiti da un nuovo episodio ogni venerdì, fino al 10 luglio.
Star City è un thriller cospirazionista dal ritmo
incalzante che ci riporta al momento decisivo della rivisitazione
in chiave ucronica della corsa allo spazio: quando l’Unione
Sovietica divenne la prima nazione a portare un uomo sulla Luna.
Questa volta, però, la storia viene esplorata da dietro la Cortina
di Ferro, raccontando le vite dei cosmonauti, degli ingegneri e
degli ufficiali dell’intelligence inseriti nel programma spaziale
sovietico, e i rischi che tutti loro hanno corso per far progredire
l’umanità.
La serie è interpretata da Rhys Ifans (“House of the Dragon”), Anna Maxwell
Martin (“Motherland”), Agnes O’Casey (“Bad Doves”), Alice Englert
(“Bad Behaviour”), Solly McLeod (“House of the Dragon”), Adam
Nagaitis (“Chernobyl”), Ruby Ashbourne Serkis (“I, Jack Wright”),
Josef Davies (“Andor”) e Priya Kansara (“Bridgerton”).
“Star City” è stata creata da Nedivi, Wolpert e Moore. Wolpert e
Nedivi ricoprono il ruolo di showrunner e sono produttori esecutivi
insieme a Moore e Maril Davis per Tall Ship Productions, oltre ad
Andrew Chambliss e Steve Oster. “Star City” è prodotta per Apple
TV da Sony Pictures Television.
Per
un momento, Toy Story 5 avrebbe davvero potuto
esistere senza Woody. Il regista e sceneggiatore
Andrew Stanton ha
rivelato che la prima versione del film era stata scritta
completamente senza il personaggio doppiato da Tom Hanks,
proprio perché il finale di Toy Story 4 sembrava aver chiuso definitivamente il
suo arco narrativo.
La
scelta aveva una logica precisa: Woody aveva lasciato Bonnie e gli
altri giocattoli per restare accanto a Bo Peep e aiutare i
giocattoli smarriti. Un addio emotivo, percepito da molti fan come
perfetto e conclusivo. Stanton, parlando con CinemaBlend, ha spiegato però
che qualcosa non funzionava: “Ammetto che inizialmente non sapevo
come riportarlo indietro, quindi ho scritto la prima bozza senza di
lui, solo per capire se mi mancasse. E mi mancava. Così ho pensato:
va bene, dobbiamo impegnarci di più e trovare un modo che non
sembri una reazione impulsiva, ma qualcosa di meritato”.
Il regista ha poi aggiunto: “La mia regola è questa: se togli
qualcosa, soprattutto un personaggio, la storia riesce comunque a
esistere? Se non può farlo, allora significa che quel personaggio
era davvero essenziale”. Una riflessione che chiarisce bene la
direzione creativa del nuovo capitolo Pixar, già discusso online
dopo i primi teaser.
Jessie diventa centrale mentre
Woody torna per affrontare una nuova minaccia
Il ritorno di Woody in Toy
Story 5 non significherà però un semplice ritorno allo
status quo. Secondo quanto emerso dai trailer e dalle dichiarazioni
del team creativo, il film manterrà le conseguenze del finale del
quarto capitolo, utilizzando il personaggio in modo diverso
rispetto al passato.
La trama ruoterà attorno alla crisi vissuta dai giocattoli di
Bonnie, alle prese con una nuova presenza tecnologica chiamata
Lilypad, un tablet che sembra minacciare il loro ruolo nella vita
della bambina. Ed è proprio Jessie, ormai leader del gruppo dopo
l’addio di Woody, a chiedere aiuto al vecchio amico.
La produttrice Lindsay
Collins ha raccontato come la reazione dei fan sia
cambiata drasticamente dopo il secondo trailer: “Mi ha fatto
sorridere vedere quanto odio ricevevamo dopo il primo teaser:
‘Pensavo che Woody se ne fosse andato’. Poi è arrivato il secondo
trailer e tutti hanno detto: ‘Ah, ok, doveva tornare’”.
Questo dettaglio racconta bene il vero equilibrio che Pixar sta
cercando di raggiungere: rispettare il finale di
Toy Story 4
senza rinunciare alla figura simbolica che ha definito la saga per
oltre trent’anni. La vera novità, però, potrebbe essere proprio
Jessie. Il personaggio doppiato da Joan Cusack avrà infatti un ruolo molto
più centrale e il film esplorerà persino il passato legato alla sua
ex proprietaria Emily.
Le immagini promozionali mostrano Jessie cavalcare Bullseye in una
sequenza ambientata nel mondo reale, suggerendo un’avventura più
ampia e fisica rispetto ai capitoli precedenti. Intanto torneranno
anche Buzz Lightyear, Forky, Rex, Hamm e Duke Caboom, mentre
Greta Lee darà
voce alla nuova antagonista Lilypad e Conan O’Brien interpreterà il giocattolo
Smarty Pants.
Dietro il ritorno di Woody, quindi, non sembra esserci soltanto
nostalgia. Pixar sta tentando di trasformare Toy Story 5 in un passaggio di
testimone definitivo, dove il cowboy resta importante ma non più
esclusivamente centrale. E se funzionerà davvero, potrebbe essere
il primo capitolo della saga capace di sopravvivere oltre il suo
protagonista storico.
Jamie Reynolds è il personaggio attorno a cui
ruota l’intero mistero della
seconda stagione di Come uccidono le brave
ragazze. Anche se inizialmente viene presentato soltanto
come un ragazzo scomparso poco prima del processo contro Max
Hastings, è evidente fin dai primi dettagli diffusi da Netflix che Jamie rappresenti qualcosa di molto più
importante di una semplice nuova vittima. La sua assenza sembra
infatti destinata a destabilizzare completamente Pip Fitz-Amobi e a
trascinarla ancora una volta dentro il lato più oscuro di Little
Kilton.
Interpretato da Eden H. Davies, Jamie
è il fratello di Connor Reynolds e appartiene a una delle famiglie
già coinvolte negli eventi della prima stagione. Questo dettaglio è
fondamentale perché collega immediatamente il nuovo mistero alle
ferite ancora aperte lasciate dal caso Andie Bell. La seconda
stagione non riparte quindi da zero: usa il passato per mostrare
quanto il trauma collettivo di Little Kilton continui ancora a
contaminare il presente.
La scomparsa di Jamie arriva inoltre in un momento molto delicato
per Pip. Dopo
gli eventi della prima stagione, la protagonista vorrebbe
infatti allontanarsi dalle indagini e tornare a una vita normale.
Ma proprio il caso Jamie la costringe a rimettere in discussione
tutto ciò che aveva cercato di lasciarsi alle spalle. E questo
rende il personaggio centrale non soltanto sul piano narrativo, ma
soprattutto su quello psicologico.
Jamie Reynolds sembra
rappresentare il punto in cui la serie abbandona definitivamente il
teen mystery classico
Uno degli aspetti più interessanti del personaggio è che Jamie
appare fin da subito come una figura quasi “fantasma”. La serie
costruisce la sua presenza soprattutto attraverso assenza,
testimonianze, paure e segreti degli altri personaggi. È una
struttura molto diversa rispetto al caso Andie Bell della prima
stagione, dove il mistero nasceva da un omicidio già noto alla
comunità.
Qui invece tutto sembra più instabile e ambiguo. Jamie potrebbe
essere una vittima, qualcuno in fuga oppure il centro inconsapevole
di qualcosa di molto più grande. E questa incertezza sembra
riflettere perfettamente l’evoluzione della serie stessa.
Come uccidono le brave
ragazze sta infatti lentamente abbandonando la struttura più
tradizionale del teen detective drama per trasformarsi in un
thriller molto più paranoico e psicologico.
Anche Pip cambia profondamente proprio attraverso questo nuovo
caso. Nella prima stagione la ragazza era convinta che la verità
fosse sempre liberatoria. Ora invece sembra aver compreso che ogni
indagine lascia conseguenze permanenti sulle persone coinvolte.
Jamie Reynolds diventa quindi il simbolo di questa nuova fase
narrativa: un mistero che non promette più soltanto risposte, ma
anche distruzione emotiva.
Il fatto che il personaggio appartenga alla famiglia Reynolds è
inoltre probabilmente un indizio importante. La serie continua
infatti a suggerire che Little Kilton sia una comunità costruita su
connessioni tossiche, segreti familiari e silenzi collettivi. Jamie
potrebbe essere soltanto l’ennesima vittima di questo sistema
oppure qualcuno che ha scoperto qualcosa che non avrebbe mai dovuto
conoscere.
La stagione 2 potrebbe usare
Jamie per mostrare quanto Pip stia diventando ossessionata dalla
verità
Il vero ruolo di Jamie nella storia, però, potrebbe essere
soprattutto quello di riflettere il cambiamento di Pip. Più la
protagonista indaga sulla sua scomparsa, più appare evidente che la
ricerca della verità sta diventando per lei quasi compulsiva. Jamie
non è soltanto il nuovo mistero della stagione: è il motivo che
costringe Pip a tornare dentro un mondo da cui voleva
disperatamente uscire.
Ed è qui che Come uccidono le
brave ragazze potrebbe diventare molto più interessante
rispetto alla media dei thriller YA contemporanei. La serie sembra
voler raccontare il momento in cui una protagonista “brava”,
razionale e moralmente sicura di sé inizia lentamente a perdere il
controllo del proprio equilibrio emotivo.
Jamie Reynolds potrebbe quindi essere molto più di una persona
scomparsa. Potrebbe rappresentare il punto esatto in cui Pip smette
definitivamente di essere soltanto una detective adolescente e
diventa qualcuno disposto a sacrificare sé stessa pur di conoscere
la verità.
Il
titolo Come uccidono le brave
ragazze sembra inizialmente quello di un classico thriller
young adult costruito attorno a un omicidio e a un mistero
scolastico. Ma man mano che la storia di Pip Fitz-Amobi si
sviluppa, diventa evidente che il significato del titolo è molto
più profondo e inquietante. La serie Netflix tratta dai romanzi di Holly Jackson non
parla infatti soltanto di ragazze vittime di crimini, ma del modo
in cui la pressione sociale, il trauma e l’ossessione per la verità
finiscono lentamente per distruggere l’identità stessa delle
persone considerate “brave”.
Fin dalla
prima stagione, Pip appare come la perfetta studentessa
modello: intelligente, empatica, determinata e moralmente convinta
di poter distinguere chiaramente il bene dal male. La sua indagine
sul caso Andie Bell nasce quasi come un progetto scolastico,
qualcosa che dovrebbe semplicemente ristabilire la verità. Ma il
cuore della serie sta proprio nel mostrare come quella convinzione
inizi lentamente a crollare episodio dopo episodio. Più Pip si
avvicina ai segreti di Little Kilton, più perde pezzi della propria
innocenza emotiva e della propria stabilità psicologica.
Ed è qui che il titolo assume un doppio significato. Non parla
soltanto delle ragazze che vengono letteralmente uccise o distrutte
dalla violenza, ma di come la società consumi lentamente le “brave
ragazze”: quelle che devono sempre essere perfette, responsabili,
mature e moralmente corrette. Pip entra nell’indagine convinta di
poter salvare gli altri attraverso la verità, ma la serie
suggerisce continuamente che la ricerca ossessiva della verità può
diventare essa stessa una forma di autodistruzione.
Pip Fitz-Amobi rappresenta la
trasformazione della “brava ragazza” in qualcuno disposto a perdere
tutto pur di conoscere la verità
La vera forza della serie sta nel modo in cui trasforma
gradualmente Pip da protagonista YA relativamente classica a
personaggio molto più ambiguo e complesso. Nella prima stagione, la
ragazza crede ancora che ogni mistero abbia una soluzione razionale
e che la giustizia possa davvero sistemare il dolore lasciato dalle
tragedie. Ma più il racconto avanza, più quella visione idealistica
si incrina.
La
seconda stagione sembra spingere ancora di più in questa
direzione. Pip non vuole più investigare, perché ormai comprende
quanto il trauma delle sue scoperte abbia cambiato lei stessa e le
persone attorno a lei. Eppure non riesce davvero a fermarsi. La
ricerca della verità è diventata quasi compulsiva, qualcosa che la
consuma dall’interno. È un’evoluzione molto interessante perché
sposta la serie dal semplice teen mystery verso un thriller
psicologico sul peso morale dell’ossessione investigativa.
Anche il titolo originale inglese, A Good Girl’s Guide to Murder, funziona in modo simile.
La parola “guide” suggerisce inizialmente qualcosa di quasi ironico
o scolastico, ma col tempo diventa sempre più disturbante: Pip sta
inconsapevolmente costruendo una guida non tanto per risolvere un
omicidio, quanto per capire come la violenza e il segreto
trasformino lentamente chi li affronta.
La serie Netflix usa il thriller
YA per parlare di pressione sociale, trauma e identità
femminile
Uno degli aspetti più intelligenti di Come uccidono le brave ragazze è che utilizza
la struttura del mystery adolescenziale per affrontare temi molto
più contemporanei e realistici. Little Kilton non è soltanto una
cittadina piena di segreti: è un luogo dove tutti devono mantenere
un’immagine pubblica accettabile, nascondendo continuamente dolore,
rabbia e manipolazione dietro la normalità quotidiana.
Le “brave ragazze” della serie sono infatti continuamente
schiacciate dalle aspettative degli altri. Devono essere credibili,
educate, responsabili, perfette. Ma il mondo attorno a loro è
profondamente corrotto. E la serie suggerisce che questa pressione
finisca inevitabilmente per spezzarle emotivamente. Pip rappresenta
proprio questa contraddizione: più cerca di restare moralmente
corretta, più viene trascinata in una realtà dove nessuno è davvero
innocente.
È
anche per questo che la saga di Holly Jackson funziona così bene
rispetto a molti altri thriller YA contemporanei. Non usa il
mistero soltanto come intrattenimento, ma come strumento per
raccontare il momento in cui l’adolescenza lascia spazio alla
consapevolezza adulta, con tutto il peso psicologico che questo
comporta.
E
forse il vero significato del titolo è proprio questo: non
raccontare semplicemente come muoiono le brave ragazze, ma mostrare
come il mondo le costringa lentamente a smettere di esserlo.
Il
fenomeno horror di Backrooms continua a far parlare
di sé, ma questa volta non per i misteriosi corridoi gialli
diventati virali online. A intervenire pubblicamente è stato
Mark Duplass,
protagonista del film prodotto da A24, che ha deciso di rispondere alle
accuse circolate sui social secondo cui il ventenne
Kane Parsons non
avrebbe realmente diretto il progetto.
Su X, Duplass ha replicato
duramente a un utente che sosteneva come Parsons fosse solo una
figura simbolica sul set: “Con tutto il rispetto, non ricordo
di averti visto sul set. Quando ero lì, Kane aveva il controllo
totale. Più di molti registi che hanno tre volte la sua età”.
Una dichiarazione netta, che arriva mentre cresce la curiosità
attorno al film tratto dalla celebre serie YouTube creata proprio
da Parsons.
La
discussione attorno all’età del regista si è rapidamente
trasformata in un dibattito più ampio sull’industria
cinematografica contemporanea. La regista Sophy Romvari ha commentato la vicenda
sottolineando come il successo precoce generi spesso reazioni
tossiche: “L’invidia alimenta gran parte di questo tipo di
discussioni sull’età e sul successo”. Ma il caso
Backrooms sembra
soprattutto mettere in evidenza il cambiamento radicale nei
percorsi di accesso al cinema, dove creator digitali e filmmaker
indipendenti possono ormai arrivare direttamente alle grandi
produzioni hollywoodiane.
Backrooms porta l’horror
analogico di YouTube nel cinema mainstream
Il film di Backrooms nasce dall’universo horror creato da
Parsons sul web, diventato un caso globale grazie ai suoi video
analog horror pubblicati su YouTube. La storia ruota attorno a un
proprietario di un negozio di mobili che scopre un passaggio verso
una dimensione inquietante e surreale nascosta all’interno del suo
showroom.
Accanto a Mark
Duplass, il cast include Chiwetel
Ejiofor, Renate Reinsve, Finn Bennett e Lukita Maxwell, mentre tra i produttori figurano
nomi pesanti del cinema di genere come James Wan,
Shawn Levy e
Osgood Perkins.
Una combinazione che dimostra quanto Hollywood stia osservando con
attenzione il linguaggio nato online negli ultimi anni.
Durante il CCXP Mexico, Parsons ha raccontato l’ambizione
produttiva del progetto, spiegando: “Il set era enorme. Abbiamo
costruito circa 30.000 piedi quadrati di vere Backrooms nelle quali
potevamo camminare. Alcune persone si perdevano davvero. Sembrava
di essere lì dentro, ed era stranissimo”. Il regista ha
inoltre rivelato che la produzione ha effettuato “50 test di carta
da parati per trovare la giusta tonalità di giallo”.
Ed è proprio questo l’aspetto più interessante dell’intera
operazione: Backrooms non sembra voler trasformare il materiale
originale in un horror tradizionale, ma piuttosto espandere quella
sensazione di spazio vuoto, irreale e disturbante che ha reso
virali i video di Parsons. Il rischio di “normalizzare” l’estetica
analog horror esiste, ma il coinvolgimento diretto del creatore
originale potrebbe evitare che il film perda la sua identità.
La difesa pubblica di Duplass assume quindi anche un altro
significato: legittimare una nuova generazione di registi cresciuti
fuori dai percorsi classici dell’industria. E il fatto che uno
studio come A24
abbia affidato un progetto di questa portata a un autore ventenne
racconta molto di come il cinema horror stia cambiando pelle.
L’ingresso di Leo Woodall
nel mondo de Il Signore
degli Anelli è ormai ufficiale e l’attore non nasconde
l’emozione per il progetto. La star di The White Lotus e One Day ha parlato per la prima
volta del suo coinvolgimento in Il Signore degli Anelli:
The Hunt for Gollum, nuovo capitolo cinematografico
prodotto da Warner Bros. e ambientato nella Terra di Mezzo.
“Significa tutto per me. È un sogno che avevo fin da
bambino”, ha dichiarato Woodall a People. L’attore ha poi
aggiunto: “Guardavo questi film da piccolo e li avrò visti un
milione di volte, quindi farne parte oggi è incredibile”.
Parole che confermano quanto il progetto punti anche sul legame
emotivo che un’intera generazione di attori e spettatori ha
sviluppato con la trilogia diretta da Peter Jackson.
Come prevedibile, Woodall non ha rivelato dettagli concreti sulla
trama o sul suo personaggio, limitandosi a dire: “Non posso
anticipare nulla”. Ma il casting dell’attore rappresenta già
uno degli elementi più interessanti del nuovo corso cinematografico
della saga tolkieniana, soprattutto per il tipo di personaggio che
interpreterà.
The Hunt for Gollum espande la
Terra di Mezzo tra nuovi personaggi e volti storici
Annunciato ufficialmente durante il CinemaCon, The Lord of the Rings: The Hunt for
Gollum introdurrà Woodall nel ruolo di Halvard, un
nuovo personaggio Dúnedain creato appositamente per il film e
assente nei romanzi originali di J.R.R. Tolkien. Accanto a lui ci sarà
Jamie
Dornan, scelto per interpretare Strider, l’identità
usata da Aragorn prima degli eventi de La Compagnia dell’Anello.
Il film racconterà la missione di Aragorn per catturare Gollum
prima che la creatura possa rivelare a Sauron la posizione
dell’Anello. Una storia ambientata tra gli eventi de
Lo Hobbit e
quelli de La Compagnia
dell’Anello, costruita ampliando riferimenti e note
lasciate da Tolkien nei suoi scritti.
Il ritorno di figure storiche del franchise rafforza ulteriormente
il legame con le trilogie originali. Andy Serkis
riprenderà il ruolo di Gollum, oltre a dirigere il film, mentre
torneranno anche Ian McKellen
come Gandalf, Elijah Wood come Frodo e
Lee
Pace nei panni di Thranduil. Tra le novità più
sorprendenti c’è anche Kate
Winslet, entrata nel cast nel ruolo inedito di
Marigol.
Dietro le quinte, Warner Bros. sta chiaramente cercando di
costruire una nuova espansione cinematografica della Terra di Mezzo
senza rinunciare all’eredità creativa della saga originale. Il
coinvolgimento di Peter
Jackson, Fran
Walsh e Philippa
Boyens come produttori e sceneggiatori indica la volontà
di mantenere una continuità stilistica e narrativa con i film che
hanno ridefinito il fantasy moderno al cinema.
La presenza di nuovi personaggi come Halvard suggerisce inoltre una
direzione precisa: non limitarsi ad adattare Tolkien in modo
tradizionale, ma esplorare gli spazi lasciati aperti nei suoi
racconti. È una strategia già sperimentata con alterne fortune in
passato, ma che potrebbe funzionare meglio in una storia più intima
e legata ai toni oscuri della caccia a Gollum.
Quando nel 2016 uscì
“Bastille Day – Il colpo del secolo” — distribuito
internazionalmente anche con il titolo “The Take”
— il film colpì immediatamente per il suo tono sorprendentemente
vicino alla realtà politica e sociale dell’Europa contemporanea.
Diretto da James Watkins e interpretato da
Idris Elba, Richard Madden e Charlotte Le
Bon, il thriller mescola terrorismo, rivolte urbane,
tensioni razziali e corruzione istituzionale all’interno di una
Parigi attraversata dalla paura. Proprio questo realismo ha spinto
molti spettatori a chiedersi se la storia raccontata nel film fosse
davvero accaduta oppure se fosse liberamente ispirata a eventi
reali.
La risposta è più complessa di
quanto sembri. “Bastille Day – Il colpo del
secolo” non è basato su una storia vera specifica, ma
costruisce la sua narrazione utilizzando paure, conflitti e
dinamiche che hanno segnato profondamente la Francia degli anni
Duemila. Il film arriva infatti in un momento storico segnato da
attentati terroristici, proteste sociali, crisi migratorie e
crescente radicalizzazione politica. Pur restando un action
thriller di finzione, la pellicola utilizza elementi estremamente
concreti della società francese contemporanea, tanto da apparire
quasi profetica dopo alcuni tragici eventi realmente accaduti.
La storia vera dietro Bastille
Day: terrorismo, tensioni sociali e paura nella Francia
contemporanea
La trama di “Bastille
Day – Il colpo del secolo” prende il via con un attentato
apparentemente collegato a gruppi estremisti e proteste
antifasciste, ma il film rivela presto una cospirazione molto più
articolata, costruita attorno alla manipolazione politica e alla
strumentalizzazione del caos sociale. Anche se gli eventi
raccontati sono inventati, il contesto da cui nasce il film è
assolutamente reale. Negli anni precedenti all’uscita della
pellicola, la Francia era diventata uno dei principali teatri
europei del terrorismo jihadista, con una lunga serie di attacchi
che avevano profondamente cambiato il clima politico del Paese.
Dopo l’11 settembre, infatti, il rapporto tra sicurezza nazionale,
immigrazione e radicalizzazione religiosa era diventato sempre più
centrale nel dibattito pubblico europeo, e la Francia — per ragioni
storiche e coloniali — si trovava in una posizione particolarmente
delicata.
Il film sfrutta proprio questa
atmosfera di tensione permanente. Le periferie francesi, la rabbia
sociale delle seconde generazioni immigrate, l’ascesa dei movimenti
nazionalisti e la sfiducia verso le istituzioni diventano il
terreno perfetto per un thriller che vuole sembrare plausibile. La
presenza di rivolte urbane, manifestazioni di piazza e scontri con
la polizia richiama direttamente quanto accaduto realmente nelle
banlieue francesi, soprattutto dopo le rivolte del 2005, quando
interi quartieri periferici esplosero in settimane di violenza e
proteste contro discriminazione e marginalizzazione sociale. In
questo senso, “Bastille Day” non racconta fatti
realmente accaduti, ma utilizza problemi concreti della Francia
moderna come fondamento della propria narrazione.
Gli attentati terroristici che
resero il film inquietantemente attuale dopo la sua uscita
L’aspetto più impressionante
della storia di “Bastille Day – Il colpo del
secolo” riguarda però il momento in cui il film arrivò
nelle sale. La produzione era stata completata nel 2014, ma nel
frattempo la Francia venne travolta da alcuni dei più devastanti
attentati terroristici della sua storia recente. Nel gennaio 2015
si verificarono gli attacchi contro la redazione di Charlie
Hebdo e il supermercato Hyper Cacher, mentre nel novembre
dello stesso anno Parigi fu colpita dagli attentati coordinati al
Bataclan, allo Stade de France e in diversi locali della capitale.
Questi eventi cambiarono radicalmente la percezione del film ancora
prima della sua uscita ufficiale.
La situazione diventò ancora più
delicata nel luglio 2016. “Bastille Day” debuttò
infatti in Francia il 13 luglio, praticamente alla vigilia della
festa nazionale francese. Il giorno successivo, durante le
celebrazioni del 14 luglio a Nizza, un attentatore lanciò un camion
sulla folla causando decine di morti. L’attacco di Nizza trasformò
improvvisamente il thriller di James Watkins in
qualcosa di disturbantemente vicino alla cronaca reale. La
produzione decise quindi di ritirare temporaneamente il film dalle
sale francesi, temendo che il pubblico potesse percepirlo come
insensibile rispetto al clima nazionale. Anche il titolo
internazionale venne modificato in alcuni mercati proprio per
allontanarlo dai riferimenti diretti alla presa della Bastiglia e
agli eventi francesi contemporanei.
Questo cortocircuito tra
finzione e realtà contribuì enormemente alla fama del film. Molti
spettatori iniziarono a rileggerlo non più soltanto come un action
movie, ma come il riflesso di un’Europa attraversata dalla paura
del terrorismo e dall’instabilità sociale. La forza del film stava
proprio nel mostrare come il caos possa essere manipolato da
interessi nascosti, sfruttando divisioni etniche e tensioni
politiche già presenti nella società reale.
Come Bastille Day utilizza il
tema dell’immigrazione e della manipolazione politica nella sua
storia
Uno degli elementi più
interessanti di “Bastille Day – Il colpo del
secolo” è il modo in cui il film affronta indirettamente
il tema dell’immigrazione e della costruzione del nemico pubblico.
Nel racconto, le tensioni tra francesi e immigrati vengono
deliberatamente alimentate per creare disordine e distrarre
l’opinione pubblica da un piano criminale molto più ampio. Questa
dinamica riflette paure autentiche della società europea
contemporanea, dove il terrorismo ha spesso contribuito a
rafforzare xenofobia, diffidenza verso le comunità musulmane e
crescita dei movimenti populisti.
Il film suggerisce continuamente
che il vero pericolo non sia soltanto il terrorismo in sé, ma anche
la facilità con cui governi, media e apparati di sicurezza possano
sfruttare la paura collettiva. È un tema che negli anni Dieci è
diventato sempre più centrale nel cinema politico e thriller
occidentale. In questo senso, “Bastille Day” si
avvicina a opere come “The Siege” o ad alcune
stagioni di “Homeland”, dove il
confine tra sicurezza nazionale e manipolazione politica diventa
estremamente ambiguo.
Anche la figura interpretata da
Idris
Elba, l’agente della CIA Sean Briar, incarna
perfettamente questo clima di sfiducia. Non si tratta del classico
eroe invincibile da action anni Novanta, ma di un personaggio che
si muove in un sistema corrotto e opaco, dove le istituzioni stesse
appaiono compromesse. La Parigi mostrata nel film non è soltanto
una città sotto minaccia terroristica, ma un luogo dove tensioni
sociali irrisolte possono essere facilmente trasformate in
strumenti di controllo e manipolazione.
Bastille Day non racconta una
storia vera, ma anticipa le paure dell’Europa contemporanea
Anche se “Bastille Day –
Il colpo del secolo” non è tratto da una storia vera, il
film riesce a colpire perché costruisce una finzione profondamente
radicata nella realtà politica e sociale europea degli ultimi anni.
Il terrorismo, la crisi migratoria, la paura collettiva, la
radicalizzazione e la sfiducia verso le istituzioni non sono
semplici elementi narrativi inventati per aumentare la tensione, ma
questioni che hanno realmente segnato la Francia contemporanea.
La coincidenza temporale tra
l’uscita del film e gli attentati del 2015 e 2016 ha
inevitabilmente trasformato la percezione dell’opera, rendendola
quasi un documento involontario delle ansie europee del periodo.
Ciò che rende ancora oggi interessante il film di James
Watkins è proprio questa capacità di utilizzare il
linguaggio dell’action thriller per raccontare qualcosa di molto
concreto sul presente. Dietro inseguimenti, esplosioni e complotti,
“Bastille Day” parla infatti di una società
fragile, attraversata da tensioni profonde e dalla paura costante
che il caos possa esplodere da un momento all’altro.
In questo senso, il film non
cerca davvero di ricostruire eventi reali specifici, ma utilizza la
finzione per riflettere una realtà storica ben riconoscibile. Ed è
probabilmente proprio questa vicinanza al mondo reale ad aver reso
“Bastille Day – Il colpo del secolo” un thriller
ancora oggi sorprendentemente attuale.
Tra thriller claustrofobici e
tensione da conto alla rovescia, 97
Minuti prova a riportare in auge il cinema d’azione
ambientato quasi interamente in spazi chiusi, giocando con il
terrore del dirottamento aereo e con la paranoia post-11 settembre.
Diretto da Timo Vuorensola e interpretato da
Jonathan Rhys Meyers e Alec Baldwin, il film racconta la storia di un
aereo di linea sequestrato da terroristi mentre un infiltrato
dell’Interpol cerca disperatamente di evitare una catastrofe. Il
titolo stesso richiama il tempo limitato prima che il velivolo
esaurisca il carburante, trasformando ogni minuto in una corsa
contro la morte.
Fin dalla sua uscita, molti
spettatori si sono chiesti se 97 Minuti fosse
tratto da fatti realmente accaduti. La sensazione di realismo
deriva infatti da un immaginario molto preciso: quello dei grandi
dirottamenti aerei moderni e, soprattutto, dell’ombra lasciata
dagli attentati dell’11 settembre 2001. Anche se il film non
racconta una storia vera specifica, gran parte delle sue dinamiche
narrative si ispira chiaramente a eventi reali che hanno segnato la
storia contemporanea dell’aviazione e della sicurezza
internazionale. È proprio questo legame con la realtà a rendere il
film così inquietante, perché dietro l’azione spettacolare si
percepiscono paure collettive ancora molto vive.
La vera storia dietro
97 Minuti: perché il film non è reale ma nasce da
paure concrete
97 Minuti non è
basato su una storia vera precisa, ma utilizza situazioni che
richiamano direttamente alcuni dei più traumatici episodi della
storia recente americana. La sceneggiatura di Pavan
Grover costruisce infatti un thriller completamente
fiction, ispirato però ai classici action degli anni Novanta come
Die Hard, Air Force One e
Con Air, tutti film che trasformavano mezzi di
trasporto isolati in scenari di guerra psicologica e sopravvivenza.
La differenza è che 97 Minuti nasce in un
contesto storico molto diverso, inevitabilmente influenzato dal
trauma globale dell’11 settembre e dalla percezione contemporanea
del terrorismo internazionale.
Il film racconta il dirottamento
di un Boeing 767 da parte di quattro terroristi, inconsapevoli
della presenza a bordo di un infiltrato dell’Interpol sotto
copertura. Parallelamente, le autorità americane valutano
l’abbattimento dell’aereo pur senza conoscere realmente i piani dei
sequestratori. Questo tipo di scenario può sembrare cinematografico
ed estremo, ma affonda le sue radici in protocolli reali sviluppati
dopo gli attentati del 2001. Dopo l’11 settembre, infatti,
l’ipotesi di abbattere un aereo civile sequestrato è diventata
parte concreta delle discussioni strategiche sulla sicurezza
nazionale. È proprio questa vicinanza con procedure realmente
esistenti a rendere il film credibile agli occhi del pubblico.
Il legame con il volo United 93
e gli attentati dell’11 settembre
L’evento reale che più
chiaramente riecheggia dentro 97 Minuti è il
caso del volo United Airlines Flight 93, uno dei quattro aerei
dirottati durante gli attentati dell’11 settembre 2001. Quel giorno
il volo, partito dal New Jersey e diretto a San Francisco, venne
sequestrato da terroristi di Al-Qaeda insieme ad altri tre
velivoli. A differenza degli aerei schiantati contro le Torri
Gemelle e il Pentagono, però, il Flight 93 non raggiunse mai il
proprio obiettivo grazie alla reazione disperata dei passeggeri a
bordo, che tentarono di riprendere il controllo del velivolo.
L’aereo precipitò infine in Pennsylvania, causando la morte di
tutte le persone presenti, ma evitando probabilmente un attacco
ancora più devastante.
Molti elementi di 97
Minuti sembrano richiamare direttamente quella
tragedia. Anche nel film ci sono quattro terroristi, nessuna
richiesta immediata rivolta alle autorità e una crescente paura
legata al possibile obiettivo finale del dirottamento. Inoltre i
passeggeri partecipano attivamente al tentativo di fermare i
sequestratori, proprio come accadde realmente sul Flight 93.
Persino l’intervento dei caccia militari nel film ricorda ciò che
avvenne quel giorno: due F-16 americani furono infatti inviati per
intercettare l’aereo dirottato. Sebbene non arrivarono in tempo per
abbatterlo, la loro presenza segnò uno dei momenti più drammatici
della risposta militare agli attentati.
Come il cinema post-11
settembre ha influenzato direttamente 97
Minuti
Più che raccontare una singola
storia vera, 97 Minuti appartiene a quel
filone di thriller nati dopo l’11 settembre che hanno trasformato
la paura del terrorismo aereo in uno strumento narrativo. Negli
anni successivi agli attentati, il cinema hollywoodiano ha iniziato
infatti a riflettere sempre più spesso sulle conseguenze
psicologiche e politiche del terrorismo globale. Film come
United 93, World Trade Center o
persino serie televisive come 24 hanno contribuito
a costruire un immaginario dominato dall’urgenza, dalla
sorveglianza costante e dalla possibilità che un singolo evento
possa provocare migliaia di vittime in pochi minuti.
Dentro questo panorama,
97 Minuti sceglie una strada più action e
commerciale, ma mantiene comunque molti elementi tipici del cinema
post-11 settembre: il sospetto verso chiunque si trovi a bordo, il
conflitto tra salvezza individuale e sicurezza collettiva, il
dilemma morale delle autorità chiamate a decidere se sacrificare
vite innocenti per evitarne altre. La figura interpretata da
Alec Baldwin, disposto persino ad abbattere
l’aereo, riflette proprio queste tensioni nate nel mondo
occidentale dopo il 2001. Il film utilizza quindi una struttura da
thriller classico, ma la riempie di paure moderne estremamente
riconoscibili.
La realtà dietro 97
Minuti e perché il film continua a risultare
credibile
Anche se 97
Minuti è completamente fiction, il suo impatto deriva
dalla capacità di rielaborare paure reali che il pubblico associa
immediatamente alla storia contemporanea. Il terrorismo aereo, i
protocolli militari d’emergenza, gli infiltrati internazionali e il
timore di nuovi attacchi su larga scala non appartengono infatti
soltanto al cinema, ma fanno parte della memoria collettiva degli
ultimi vent’anni. È questo che permette al film di mantenere una
tensione costante: lo spettatore sa che scenari simili, almeno in
parte, sono già esistiti davvero.
Il film non cerca la precisione
documentaristica e nemmeno la ricostruzione storica. Preferisce
invece usare elementi riconoscibili della realtà per alimentare un
thriller ad alta tensione che guarda apertamente ai grandi action
del passato. Eppure, dietro inseguimenti, infiltrati e countdown
drammatici, rimane sempre la percezione inquietante che tutto ciò
possa accadere davvero. In fondo è proprio questa la forza di opere
come 97 Minuti: trasformare eventi storici e paure
concrete in intrattenimento cinematografico, ricordando però allo
spettatore quanto sottile possa essere il confine tra fiction e
realtà.
Quando nel 2023 Damián
Szifron torna al cinema con To Catch A Killer –
L’uomo che odiava tutti (leggi
qui la recensione), il risultato è un
thriller poliziesco che usa la struttura del procedural per
parlare di un’America esausta, paralizzata dalla paura e incapace
di comprendere il disagio che genera la violenza. Il film con
Shailene Woodley e Ben Mendelsohn si presenta inizialmente come
una classica caccia al serial killer: un cecchino misterioso
massacra decine di persone durante la notte di Capodanno a
Baltimora e l’FBI cerca disperatamente un colpevole prima che
l’opinione pubblica esploda. In realtà, il film rivela presto
un’ambizione diversa, molto più cupa e politica.
Il cuore del racconto è infatti
il rapporto tra Eleanor e Lammark, due figure profondamente
imperfette che si muovono dentro istituzioni corrotte, isteriche e
incapaci di ascoltare. Il finale di To Catch A
Killer non punta alla soddisfazione tipica del thriller
investigativo, perché la cattura dell’assassino non coincide con
una vera vittoria. La morte di Dean Possey chiude il caso, ma
lascia intatta la sensazione di vivere in una società che continua
a produrre solitudine, alienazione e rabbia. È proprio questa la
chiave interpretativa del film: il killer non viene trasformato in
un mostro eccezionale, bensì nel sintomo estremo di un sistema
malato.
Il thriller di Damián Szifron
trasforma la caccia al serial killer in un racconto sulla paranoia
collettiva e sul fallimento delle istituzioni
Chi conosce il cinema di
Damián Szifron riconosce immediatamente alcuni
temi già presenti in Relatos salvajes:
l’esplosione della rabbia repressa, la violenza improvvisa che
emerge dalla normalità e la critica feroce verso strutture sociali
incapaci di gestire il disagio umano. In To Catch A
Killer, però, il regista abbandona il tono grottesco e
satirico per costruire un thriller teso, quasi documentaristico,
che richiama il cinema paranoico degli anni Settanta e opere come
Zodiac di David Fincher.
Baltimora viene mostrata come una città traumatizzata, dove media,
politica e forze dell’ordine cercano disperatamente una narrazione
semplice da offrire al pubblico.
Per questo motivo il personaggio
di Eleanor diventa centrale. Interpretata da una sorprendente
Shailene Woodley, la protagonista è una
poliziotta segnata da problemi psicologici, dipendenze e tendenze
autolesionistiche. Lammark la sceglie proprio perché riconosce in
lei qualcosa che gli altri ignorano: la capacità di osservare il
dolore umano senza trasformarlo immediatamente in propaganda o
spettacolo mediatico. Tutti gli altri investigatori vogliono un
terrorista, un fanatico religioso o un simbolo politico da mostrare
in televisione. Eleanor, invece, comprende che dietro gli omicidi
si nasconde qualcuno di molto più disturbante: un uomo invisibile,
cresciuto ai margini, incapace di vivere nel mondo
contemporaneo.
Anche la regia insiste
continuamente su questo aspetto. Le sparatorie sono secche,
improvvise, prive di eroismo. I vertici istituzionali appaiono
ossessionati dall’immagine pubblica e dalla necessità di
controllare il racconto mediatico della tragedia. In questo senso
il film evita deliberatamente la struttura rassicurante del
thriller classico: non esiste un detective geniale capace di
riportare ordine nel caos. Ogni intuizione arriva troppo tardi e
ogni errore produce altre vittime. Il killer diventa quindi il
riflesso di una società che ha smesso di ascoltare chi resta
indietro.
Chi è davvero Dean Possey e
cosa succede nel finale di To Catch A Killer
La parte finale del film conduce
Eleanor e Lammark verso Dean Possey, il vero autore delle stragi.
La scoperta arriva attraverso dettagli apparentemente secondari,
confermando come il film sia interessato più all’osservazione
psicologica che al colpo di scena spettacolare. Dean è un uomo
cresciuto nell’isolamento, traumatizzato da un’infanzia segnata da
un incidente con le armi causato dal padre, incapace di integrarsi
socialmente e rifiutato persino dall’esercito, che avrebbe dovuto
rappresentare per lui un’identità e uno scopo.
Quando Eleanor e Lammark
raggiungono la casa della madre di Dean, il film entra nella sua
fase più tragica. Lammark, ormai estromesso ufficialmente
dall’indagine, vuole arrestare il killer per dimostrare che il
Bureau ha sbagliato tutto. È una scelta impulsiva, dettata
dall’orgoglio e dalla frustrazione accumulata durante l’inchiesta.
Dean, nascosto in una baracca vicino alla casa, spara però
attraverso una finestra e uccide Lammark quasi immediatamente. La
morte del personaggio interpretato da Ben Mendelsohn è improvvisa e
anti-spettacolare: il film elimina così l’ultima figura realmente
competente rimasta dentro il sistema investigativo.
Da quel momento il confronto si
concentra esclusivamente tra Eleanor e Dean. È qui che il film
esplicita il proprio vero tema: la protagonista riconosce nel
killer un dolore simile al suo. Entrambi convivono con impulsi
autodistruttivi e con una profonda incapacità di sentirsi parte del
mondo. Eleanor cerca disperatamente di convincerlo a fermarsi,
proponendogli cure mediche e una possibilità di redenzione. Dean,
però, è ormai oltre ogni recupero. La sua rabbia è diventata
identità. Quando la polizia circonda l’area, il killer reagisce
facendo esplodere una bomba e aprendo il fuoco sugli agenti.
Eleanor tenta ancora di salvarlo, ma il confronto degenera
definitivamente: Dean viene colpito e ucciso dalla polizia dopo
essere stato ferito dalla stessa Eleanor.
La chiusura dell’indagine lascia
però un sapore amarissimo. Dean muore, ma nessuno sembra
interessato a capire davvero come sia stato possibile arrivare a
quel punto. Le istituzioni vogliono soltanto controllare il danno
politico e mediatico.
Il finale racconta una società
che crea invisibili e poi si stupisce della loro esplosione di
violenza
L’aspetto più inquietante di
To Catch A Killer è il modo in cui rifiuta di
rendere Dean Possey un genio criminale o un simbolo astratto del
male. Il film insiste continuamente sulla sua banalità. Dean è un
uomo spezzato, incapace di relazioni sociali, sfruttato
economicamente e consumato da un odio che cresce nell’isolamento.
La sua violenza nasce da un bisogno disperato di sentirsi
finalmente visto.
Questa scelta cambia
completamente il significato del finale. Eleanor comprende che Dean
non sta cercando soldi, potere o fama ideologica. Vuole infliggere
al mondo lo stesso dolore che prova quotidianamente. Per questo
motivo le sue vittime sono casuali: il bersaglio reale è la società
intera. Szifron costruisce così un thriller che parla apertamente
dell’alienazione contemporanea e della fragilità mentale in un
contesto dominato da pressione sociale, individualismo e
bombardamento mediatico.
Anche Eleanor rappresenta una
possibile variazione dello stesso trauma. Il film suggerisce
continuamente che la protagonista avrebbe potuto facilmente
scivolare verso l’autodistruzione definitiva. Le sue ferite
interiori la rendono capace di capire Dean meglio di chiunque
altro. La differenza sta nel fatto che Eleanor trova un contatto
umano sincero attraverso Lammark, mentre Dean resta completamente
isolato fino alla fine. La tragedia del killer nasce proprio da
questa assenza assoluta di connessione emotiva.
Il comportamento delle autorità
rafforza ulteriormente questa lettura. Politici e FBI pensano
soltanto a salvare la propria reputazione. Ogni decisione viene
presa per ragioni strategiche o mediatiche, mai umane. Il film
suggerisce quindi che la vera violenza sistemica non sia soltanto
quella delle armi, ma quella di istituzioni incapaci di vedere le
persone prima che sia troppo tardi.
La morte di Lammark e la
promozione di Eleanor mostrano il compromesso morale necessario per
sopravvivere nel sistema
La conclusione del film diventa
ancora più amara nella scena finale dedicata a Eleanor. Dopo la
morte di Dean Possey, il sindaco e i dirigenti istituzionali
cercano di riscrivere completamente la narrazione degli eventi.
Vogliono nascondere gli errori dell’indagine e trasformare Eleanor
in una figura utile alla propaganda ufficiale. In cambio le offrono
ciò che ha sempre desiderato: un ruolo importante nell’FBI.
All’inizio del film Eleanor
avrebbe probabilmente rifiutato per principio. L’esperienza vissuta
con Lammark, però, le ha insegnato che la purezza morale assoluta
spesso conduce all’emarginazione e all’impotenza. Accettando il
compromesso, la protagonista sceglie di restare dentro il sistema
per continuare a fare la differenza. È una decisione profondamente
ambigua, che il film evita di giudicare apertamente.
Il dettaglio più importante
riguarda infatti le richieste avanzate da Eleanor prima di firmare
l’accordo: pretende che Lammark riceva una medaglia al valore
postuma e che il marito Gavin ottenga la pensione completa. In quel
momento Eleanor dimostra di aver ereditato l’umanità del suo
mentore. Ha imparato a muoversi dentro una struttura corrotta senza
perdere completamente sé stessa.
La morte di Lammark assume
quindi un valore simbolico. Il personaggio rappresentava un raro
esempio di investigatore interessato davvero alla verità e non alla
carriera. La sua eliminazione conferma la visione pessimista del
film: le persone migliori vengono spesso sacrificate da sistemi
costruiti sulla convenienza politica.
Il vero significato del finale
di To Catch A Killer è la trasformazione del
dolore in consapevolezza
L’ultima immagine di Eleanor
suggerisce che il film non vuole chiudersi nella disperazione
assoluta. La protagonista esce distrutta dall’indagine, ma possiede
finalmente una consapevolezza nuova. Ha guardato dentro il vuoto
che consumava Dean Possey e ha capito quanto sia sottile il confine
tra sopravvivere al dolore e lasciarsene divorare.
Il titolo italiano,
L’uomo che odiava tutti, rischia quasi di
semplificare il film, perché Dean non odia realmente il mondo nel
senso tradizionale del termine. Odia soprattutto la propria
incapacità di viverci dentro. È un personaggio incapace di
comunicare, incapace di immaginare un futuro, incapace persino di
dare un nome preciso alla propria sofferenza. Eleanor riesce a
comprenderlo proprio perché combatte quotidianamente una battaglia
simile.
Il finale diventa allora il
racconto di due possibilità opposte davanti al trauma: trasformarlo
in distruzione oppure in coscienza critica. Dean sceglie la prima
strada e viene annientato. Eleanor sceglie invece di continuare a
vivere, accettando compromessi dolorosi pur di mantenere uno spazio
d’azione dentro il sistema. È una conclusione volutamente scomoda,
che rifiuta la catarsi tipica del thriller hollywoodiano.
To Catch A
Killer termina senza rassicurare davvero lo spettatore,
lasciando aperta una domanda inquietante: quanti altri Dean Possey
stanno crescendo nel silenzio generale, invisibili fino al giorno
in cui decideranno di farsi notare attraverso la violenza?
Cosa saresti disposto a fare per
un’eredità miliardaria?
Sette eredi, una fortuna, nessun
testimone: un thriller nero e spietatamente divertente, che
gioca con lo spettatore e rilancia il piacere del grande racconto
criminale contemporaneo unendo vendetta, satira sociale e puro
intrattenimento.
Una serie di “incidenti” sempre più
elaborati, orchestrati con ironia e freddezza, trascina lo
spettatore in una spirale che mette in discussione il confine tra
giusto e sbagliato. Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
è un racconto cinico e adrenalinico che gira intorno alla domanda
che prima o poi ognuno si pone nella vita: fino a dove saresti
disposto ad arrivare per ottenere un’eredità faraonica?
Accanto a Glen Powell, qui in uno
dei ruoli più complessi e provocatori della sua carriera, un cast
di grande richiamo: Margaret Qualley, Ed Harris, Jessica
Henwick, insieme a un ensemble di personaggi grotteschi e
memorabili che incarnano le diverse declinazioni del privilegio e
del potere.
Becket Redfellow (Glen Powell) è un
outsider cresciuto lontano dalla sua famiglia d’origine: una
dinastia ricchissima che lo ha rinnegato alla nascita. Determinato
a reclamare ciò che ritiene suo di diritto, Becket mette in atto un
piano tanto ambizioso quanto spietato: eliminare, uno dopo l’altro,
tutti i parenti che lo separano dall’eredità miliardaria. Ma
l’incontro e lo scontro con Julia Steinway (Margaret Qualley)
rimetterà in discussione tutto, fino al confronto finale con il
temuto capo famiglia, Whitelaw Redfellow (Ed Harris).
Il cast principale di Euphoria
è stato profondamente deluso dalla sceneggiatura della terza
stagione. Il creatore Sam Levinson ha spostato l’attenzione su una
serie di nuovi personaggi ambientati in un mondo criminale in stile
Breaking Bad, e anche quando riporta i riflettori sui
protagonisti, questi ultimi vengono incredibilmente trascurati. Il
cast di Euphoria è una schiera di star
composta da alcuni dei più grandi attori di Hollywood, ma la
terza stagione ha dato loro ben poco su cui
lavorare. Jacob Elordi ha dovuto interpretare
Nate Jacobs come l’ombra di se stesso (e, negli ultimi quattro
episodi, come un sacco da boxe).
Hunter Schafer sta
ancora dando il massimo nel ruolo di Jules, ma è stata relegata a
un ruolo secondario, e quando le viene dato spazio, è costretta a
interpretare sbalzi d’umore irrealistici e uno sviluppo del
personaggio superficiale. Anche il più grande attore del mondo può
solo elevare un materiale di serie C a un C+ al massimo. Quindi, è
ancora più impressionante che, nonostante la sceneggiatura di
Levinson, attori come Zendaya, Colman Domingo e Sydney Sweeney siano comunque
riusciti a brillare.
Chloe Cherry ha iniziato la sua
carriera nell’industria del cinema per adulti, ma da quando ha
debuttato in Euphoria nel ruolo di Faye ha dimostrato di essere
un’attrice davvero brava. Nel corso della terza stagione, Levinson
si è impegnata a far compiere a Faye le azioni più disgustose
possibili, dall’ingoiare palloncini di eroina lubrificati al
defecare lungo la gamba, fino a fare sesso con un nazista. Ma,
indipendentemente dalla situazione in cui la serie la mette, Cherry
dà il massimo in ogni scena. Con Zendaya ha un rapporto di yin e
yang contrastante che è sempre divertente da guardare.
Da quando si è ritirato dalla NFL
per la terza e ultima volta, Marshawn Lynch si è costruito una
carriera di attore davvero interessante come spalla comica che ruba
la scena. Ha rubato la scena in Bottoms con le sue esilaranti
battute, e fa lo stesso nella terza stagione di Euphoria.
Come membro dell’entourage di
Alamo, Lynch porta un po’ di risate tanto necessarie in quelle
scene lunghe e interminabili con Alamo. In ogni episodio, ha sempre
due o tre battute memorabili, recitate alla perfezione.
Il personaggio di Laurie potrebbe
essere risultato un po’ troppo presente nella terza stagione. Ciò
che la rendeva così terrificante nella seconda stagione era il
fatto che vedevamo solo brevi scorci della sua vita e dei suoi
affari, e gli scorci che vedevamo erano abbastanza terrificanti da
lasciare che la nostra immaginazione facesse il resto. Ma nella
terza stagione, Rue è in affari con Laurie e la vede
continuamente.
Ciononostante, la performance di
Martha Kelly è qualcosa da vedere. Interpreta questa spietata
signora della droga come una mamma di periferia, ed è affascinante
da guardare. Le sue battute recitate in modo monotono sono
agghiaccianti come sempre.
Darrell Britt-Gibson offre una
performance talmente eccezionale da meritare una serie di livello
superiore. Bishop è un archetipo puro della narrativa pulp, un
personaggio che si inserisce perfettamente nel genere di thriller
poliziesco crudo e realistico a cui Euphoria aspira chiaramente
nella sua terza stagione. È una sorta di tuttofare nel mondo
criminale, come Mike Ehrmantraut. Se hai bisogno di un risolutore
di problemi, di un sicario o di qualcuno che ripulisca la scena del
crimine, lui è l’uomo giusto.
Bishop si è affermato
silenziosamente come uno dei personaggi più avvincenti della terza
stagione di Euphoria, anche se spesso viene messo in ombra da
Alamo. Britt-Gibson ha fatto un’ottima scelta con questo ruolo:
interpreta questo gangster glaciale alla Jules Winnfield con un
approccio sottile e misurato.
Come abbiamo visto negli ultimi
anni, Colman Domingo è uno degli attori più affidabili di
Hollywood. È stato candidato due volte di seguito come Miglior
Attore e, anche quando un film in cui recita non è particolarmente
eccezionale, come The Running Man o Wicked: For Good, si può essere
certi che Domingo sarà uno degli elementi migliori e più
memorabili.
Questo è certamente il caso della
terza stagione di Euphoria. Euphoria non ha sempre dato la stessa
impressione in questa stagione, ma ogni volta che Domingo e Zendaya
condividevano lo schermo, quella magia indescrivibile delle
stagioni 1 e 2 tornava prepotentemente. Domingo continua a
infondere una meravigliosa energia zen (e la pazienza di un santo)
al personaggio di Ali, lo sponsor di Rue, e in questa stagione ha
avuto l’opportunità di approfondire il suo oscuro passato.
Nella prima stagione e, in misura
minore, nella seconda, Cassie era stata concepita come un essere
umano traumatizzato da anni di oggettivazione. Ma nella terza
stagione, Cassie sembra essere oggetto di oggettivazione continua.
Di conseguenza, il personaggio è diventato monodimensionale e privo
di spessore. Nonostante ciò, Sydney Sweeney rimane brillante e
piacevole da guardare come sempre.
La sua interpretazione di Cassie è
diventata un po’ caricaturale, come quando singhiozza per una
piccola emorragia nasale mentre suo marito viene brutalmente
picchiato e mutilato alle sue spalle, ma è comunque divertente da
vedere. Sweeney interpreta alla perfezione la delirante
interpretazione di ogni battuta, come “Diventerò famosa!”.
Mentre i suoi colleghi del cast
sono diventati candidati all’Oscar e supereroi Marvel, la carriera di Alexa Demie
non ha avuto lo stesso successo. La sua stella non è salita alle
stelle come quella di Zendaya, Elordi e Sweeney. Ma la terza
stagione è l’ennesima conferma che è brava quanto le sue
co-protagoniste e merita un posto accanto a loro nella nuova lista
delle star di prima fascia.
Maddy è uno dei pochi personaggi
che in questa stagione si è comportata in modo autentico; è la
stessa dura e spietata che ha insultato la madre di Nate, ha
rovesciato il chili di Cal e ha fatto sesso in pubblico per
ingelosire il suo ragazzo. Demie ritrova quella freddezza e quella
grinta quando minaccia Lexi e quando convince Cassie a firmare un
contratto draconiano. Ma Demie ha anche portato una vera
vulnerabilità a Maddy nella terza stagione. La scena nella vasca
idromassaggio con Alamo è stata davvero difficile da guardare,
perché Demie è riuscita a trasmettere quel disagio.
Nei deludenti primi episodi della
terza stagione di Euphoria, Priscilla Delgado ha letteralmente
rubato la scena nel ruolo di Angel Martinez. Angel era
l’avvertimento che ci mostrava quanto pericolosa sarebbe stata la
nuova capa di Rue, e Delgado ha interpretato alla perfezione ogni
svolta tragica della sua breve storia.
Dopo l’overdose di Tish, Angel è
diventata la prima vittima collaterale della successiva guerra tra
Alamo e Laurie. È stato difficile da guardare, ma l’incredibile
interpretazione di Delgado ha fatto sì che non si potesse
distogliere lo sguardo.
Adewale Akinnuoye-Agbaje nel ruolo di Alamo Brown
Il cattivo principale della terza stagione di Euphoria è Alamo
Brown, il boss del crimine che ha preso Rue sotto la sua ala
protettrice, ha stretto un accordo commerciale sbilanciato con
Maddy e, in pratica, ha comprato Cassie. La sceneggiatura del
personaggio di Alamo è stata piuttosto scadente – i suoi dialoghi
sembrano il tentativo di un adolescente ribelle di scrivere le
proprie battute alla Marsellus Wallace – ma l’interpretazione è
stata davvero incredibile.
Il veterano della TV Adewale Akinnuoye-Agbaje, noto ai fan di Oz
come Adebisi e a quelli di Lost come Mr. Eko, sta facendo qualcosa
di davvero interessante con questo personaggio. I dialoghi non sono
particolarmente intimidatori, ma la presenza magnetica di
Akinnuoye-Agbaje sullo schermo rende perfettamente credibile il
potere che Alamo esercita su chiunque gli stia intorno.
Zendaya nei panni di Rue Bennett
Fin dall’inizio, l’accattivante interpretazione di Zendaya e il
suo innegabile carisma hanno elevato Euphoria al rango di serie
televisiva di prestigio. Ha portato la serie al successo strepitoso
nella prima stagione e rimane il punto di forza anche nella terza e
probabilmente ultima stagione.
Come per la maggior parte dei personaggi storici, la
caratterizzazione di Rue ha subito un brusco calo in questa
stagione. Alcune delle sue caratteristiche principali sono
scomparse, mentre i tratti rimanenti sono stati amplificati e
banalizzati. Ma Zendaya rimane una protagonista incredibilmente
affascinante. Qualunque sia il materiale che Levinson le offre, per
quanto esile, lei riesce sempre a renderlo interessante. Forse non
amo più Euphoria come una volta, ma mi piace ancora guardare
Zendaya nei panni di Rue (tranne quando si tratta di espellere
palloncini pieni di eroina).
L’adattamento Netflix di Come uccidono le brave
ragazze ha avuto un’accoglienza piuttosto positiva tra il
pubblico, ma chi ha letto i romanzi di Holly Jackson sa bene
che la serie modifica parecchi elementi fondamentali della storia
originale. E non si tratta soltanto di piccoli cambiamenti
narrativi inevitabili in ogni adattamento televisivo: alcune
differenze cambiano davvero il tono della vicenda, il peso
psicologico dei personaggi e perfino il significato di certi eventi
centrali.
La
serie con Emma Myers nei panni
di Pip Fitz-Amobi rimane relativamente fedele alla struttura
principale del romanzo, soprattutto per quanto riguarda il mistero
legato ad Andie Bell e Sal Singh. Tuttavia Netflix ha scelto
chiaramente di rendere il racconto più accessibile al grande
pubblico young adult, smussando molti degli aspetti più
disturbanti, moralmente ambigui e psicologicamente pesanti presenti
nel libro.
Ed è proprio qui che emerge la differenza più interessante tra le
due versioni. Il romanzo di Holly Jackson non era semplicemente un
teen mystery costruito attorno a un omicidio scolastico: era
soprattutto un racconto molto duro sulla manipolazione sociale,
sull’ossessione per la verità e sulla violenza nascosta dietro la
normalità suburbana. La serie Netflix conserva parte di questi
temi, ma li rende più morbidi e più vicini al linguaggio delle
moderne produzioni teen thriller.
Nel libro Pip è molto più
coinvolta emotivamente nel caso Andie Bell rispetto alla serie
Netflix
Una delle modifiche più importanti riguarda direttamente Pip. Nella
serie televisiva la protagonista appare inizialmente come una
ragazza brillante e curiosa che decide di indagare sul caso Andie
Bell soprattutto per interesse personale e senso di giustizia. Nel
romanzo, invece, esiste una motivazione molto più profonda e
dolorosa: Pip si sente indirettamente responsabile per ciò che è
accaduto a Sal Singh.
Nel libro Pip prova infatti un forte senso di colpa per aver detto
a Sal dove si trovasse Andie la notte della scomparsa. Questo
dettaglio cambia completamente la percezione del personaggio,
perché trasforma l’indagine in qualcosa di molto più personale e
ossessivo. Pip non sta semplicemente cercando la verità: sta
cercando una forma di redenzione.
Netflix riduce moltissimo questo aspetto, probabilmente per rendere
Pip più immediatamente simpatica e meno emotivamente compromessa
fin dall’inizio. Ma così facendo la serie perde parte della
tensione psicologica presente nel romanzo. La Pip dei libri è
infatti più imperfetta, più ansiosa e molto più consumata dalla
propria necessità di scoprire la verità.
Anche il ritmo dell’indagine cambia parecchio. Nel libro Holly
Jackson costruiva il mistero in modo estremamente dettagliato e
stratificato, con continue connessioni tra piccoli indizi
apparentemente irrilevanti. La serie invece accelera molte
dinamiche e semplifica diversi passaggi investigativi per mantenere
un ritmo più televisivo. Alcuni spettatori hanno infatti percepito
la prima parte dello show come più lenta e meno coinvolgente
rispetto alla tensione continua del romanzo.
Andie Bell è molto diversa nel
libro: la serie Netflix la rende più tragica e meno
disturbante
La differenza forse più grande riguarda però Andie Bell. Nel
romanzo il personaggio era molto più ambiguo, manipolatorio e
persino crudele. Holly Jackson non cercava mai di trasformarla in
una semplice vittima innocente. Al contrario, il libro mostrava
chiaramente come Andie usasse le persone attorno a sé, mentisse
continuamente e fosse coinvolta in comportamenti tossici che
avevano ferito profondamente diversi personaggi della storia.
La serie Netflix, invece, sceglie un approccio più empatico e
tragico. Andie viene mostrata soprattutto come una ragazza
vulnerabile intrappolata in una situazione familiare terribile.
Questo rende il personaggio più facilmente comprensibile per il
pubblico, ma elimina anche parte della complessità morale del
romanzo.
Lo stesso vale per Nat da Silva. Nel libro Nat non era affatto
amica di Andie: era una delle sue vittime. Andie aveva diffuso sue
foto intime e l’aveva coinvolta indirettamente nel traffico di
Rohypnol che attraversava la storia. La serie riduce drasticamente
questi elementi, probabilmente per alleggerire gli aspetti più
disturbanti del materiale originale.
Questo cambiamento modifica profondamente anche il tema centrale
della storia. Nel romanzo Holly Jackson insisteva continuamente
sull’idea che una vittima possa comunque essere una persona
problematica, tossica o moralmente discutibile. Netflix preferisce
invece una rappresentazione più emotiva e lineare, meno rischiosa
dal punto di vista narrativo.
La serie semplifica molti
elementi più inquietanti del libro originale
Anche alcune storyline secondarie vengono rese molto meno
disturbanti rispetto ai romanzi. Uno degli esempi più evidenti
riguarda Elliot Ward e la ragazza nascosta nella soffitta. Nel
libro, la situazione era molto più inquietante e psicologicamente
instabile: la ragazza soffriva di gravi problemi mentali ed era
realmente convinta di essere Andie Bell.
La serie Netflix semplifica parecchio questa componente, rendendo
tutta la storyline meno traumatica e meno ambigua. È una scelta
coerente con il tono generale dell’adattamento, che evita quasi
sempre di spingersi troppo dentro il disagio psicologico più
estremo presente nei libri.
Anche dettagli apparentemente piccoli cambiano il tono della
storia. La morte del cane Barney, per esempio, nel romanzo aveva un
forte impatto simbolico ed emotivo ed era collegata direttamente a
Becca Bell. Nella serie questo aspetto viene quasi eliminato.
Persino la relazione tra Pip e Ravi risulta diversa. Nei libri il
loro rapporto cresce lentamente attraverso vulnerabilità condivise,
diffidenza e sostegno reciproco. Molti spettatori della serie hanno
invece percepito meno chimica tra Emma Myers e
Zain Iqbal,
soprattutto rispetto all’intensità emotiva costruita da Holly
Jackson nel romanzo.
Netflix ha trasformato il
thriller psicologico di Holly Jackson in un mystery YA più
accessibile
Alla fine, la differenza principale tra libro e serie riguarda
soprattutto il genere stesso della storia. Il romanzo di Holly
Jackson era molto più vicino a un thriller psicologico oscuro e
moralmente ambiguo. La serie
Netflix sceglie invece di avvicinarsi maggiormente ai teen
mystery contemporanei, mantenendo il mistero centrale ma
alleggerendo molte delle componenti più dure e disturbanti.
Questo non significa che l’adattamento funzioni male. Anzi, la
serie riesce comunque a mantenere uno dei punti più forti della
saga: mostrare quanto una comunità apparentemente tranquilla come
Little Kilton sia costruita su segreti, silenzi e menzogne
collettive. Ma il modo in cui lo racconta è diverso.
Il libro costringeva continuamente il lettore a confrontarsi con
personaggi moralmente contraddittori, dove quasi nessuno era
davvero innocente. La serie preferisce invece mantenere una
divisione più chiara tra vittime, colpevoli e protagonisti
emotivamente positivi.
Ed è forse proprio qui che si trova la vera differenza tra le due
versioni di Come uccidono le brave
ragazze: Holly Jackson raccontava la perdita
dell’innocenza con molta più crudeltà, mentre Netflix sceglie di
trasformarla in un thriller adolescenziale più accessibile, emotivo
e orientato al grande pubblico.
Se c’è un elemento di interesse
immediato e inequivocabile di Spider-Noir
e quello di vedere l’amichevole Spider-Man di quartiere trasformato
in un detective noir degli anni ’30, con sigarette, trench
consumati, jazz malinconico e pioggia che cade sulle strade di New
York. La nuova serie Prime Video, ispirata alla versione alternativa
del personaggio Marvel ideata graficamente dal
nostro Carmine Di Giandomenico, prende l’estetica
noir e la mescola con il mito del supereroe più famoso del mondo,
affidando il tutto a un Nicolas Cage perfettamente in parte come Ben
Riley, investigatore privato alcolizzato ed ex vigilante conosciuto
come The Spider.
Il problema è che, oltre al fascino
del personaggio, la serie offre poco e niente. Ci si accorge ben
presto che, sotto la superficiale veste stilosa di una confezione
in doppio formato (B/N e A Colori), lo show racconta il solito
viaggio del supereroe tormentato che cerca di fuggire dal proprio
passato. E dopo anni di cinecomic, multiversi e vigilanti
traumatizzati, serve molto più di una fotografia pretenziosa per
lasciare il segno.
Nicolas Cage
funziona, ma non basta a salvare tutto
La vera ragione per guardare
Spider-Noir è Nicolas Cage. L’attore sembra sinceramente
divertirsi a interpretare questa versione consumata del
personaggio: un uomo distrutto, ironico, cinico, pieno di rimpianti
e incapace di separarsi davvero dalla propria maschera. Ben Riley
ha smesso da tempo di essere The Spider. La guerra è finita, il
mondo è cambiato e lui sopravvive grazie a piccoli casi
investigativi e all’aiuto della sua segretaria Janet, interpretata
con una bella energia da Karen Rodriguez. Quando
però una nuova indagine legata alla cantante Cat
Hardy lo trascina dentro una rete di corruzione politica,
mafia irlandese e segreti mostruosi, il passato torna
inevitabilmente a bussare alla porta.
Cage dà al personaggio una
stanchezza fisica palpabile. Ogni battuta sembra pronunciata da
qualcuno che ha già visto troppo della vita, nonostante non si
rinunci mai a un aspetto brillante e sbruffone del personaggio. Ma
anche se l’attore porta peso, caos e malinconia, attorno a lui
tutto appare eccessivamente prevedibile, nonostante
Spider-Noir avrebbe avuto tutte le carte per
diventare qualcosa di davvero diverso nel panorama Marvel
televisivo.
Cortesia Prime Video
L’estetica noir sembra un cosplay
di lusso
Come accennato, uno degli elementi
più pubblicizzati della serie è la possibilità di guardarla sia a
colori sia in bianco e nero. E paradossalmente questo è uno degli
aspetti meno efficaci della serie: il bianco e nero è troppo grigio
e rinuncia a quelle estremizzazioni espressioniste che potevano
aiutare a creare una atmosfera cupa e accattivante; d’altro canto
la fotografia a colori è sgargiante, quasi pacchiana. Tuttavia il
comparto visivo rimane un aspetto importante, che immerge lo
spettatore in una New York del passato: i locali fumosi, le insegne
illuminate nella notte e i costumi impeccabili costruiscono un
mondo credibile e pieno di atmosfera. Il continuo riferimento al
noir hollywoodiano è più nelle intenzioni che nel risultato finale,
dal momento che la storia manca
quella durezza sporca, quella sensualità pericolosa e quel
fatalismo disperato che definivano il genere.
Spider-Noir
sembra più una ricostruzione moderna del noir che un noir
autentico. Tutto è troppo pulito, troppo consapevole di voler
apparire “cool”.
Anche la relazione con Cat
Hardy, teoricamente costruita come classica dinamica femme
fatale/detective tormentato, non decolla mai davvero. La chimica
tra i personaggi è sorprendentemente debole e molte svolte emotive
sembrano arrivare senza il giusto peso narrativo, e non certo per
colpa degli interpreti. La sensazione costante è quella di guardare
una serie innamorata della propria estetica, ma meno interessata a
costruire personaggi memorabili o un mistero davvero
coinvolgente.
Un noir che manca di mistero
Ed è qui che
Spider-Noir inciampa perché la serie
diventa prevedibile quasi subito. Già entro la fine del primo
episodio è abbastanza facile intuire la direzione generale della
stagione. Le rivelazioni arrivano con largo anticipo rispetto ai
personaggi, i colpi di scena hanno poco impatto e persino il
ritorno di The Spider segue una traiettoria estremamente
familiare.
Il paragone con The
Penguin viene quasi automatico. Anche quella
serie prendeva un universo supereroistico già noto e lo trasformava
in qualcos’altro: un gangster drama sporco, feroce e pieno di
personalità. Spider-Noir,
invece, resta intrappolata nella comfort zone del racconto Marvel
classico che si articola seguendo tutti gli elementi canonici: il
protagonista riluttante, il trauma del passato, il dilemma
sull’identità segreta, la necessità del ritorno dell’eroe, la città
corrotta da salvare. C’è tutto, ma allo stesso tempo manca la
sorpresa.
Spider-Noir
aspira all’eleganza del noir ma non trova mai la sua identità
Anche quando arrivano gli elementi
più oscuri e “mostruosi” della storia, la serie evita quasi sempre
di spingersi davvero oltre. Non diventa mai abbastanza folle da
risultare memorabile, né abbastanza drammatica da colpire
emotivamente. Rimane sospesa in una zona grigia che aspira almeno
ad essere elegante… ma che rimane molto anonima.
Questo esito genera una certa
delusione, soprattutto se si considera quanto il personaggio era
stato amato nella sua versione animata in Spider-Man Un
Nuovo Universo, ma soprattutto quanto sia
accattivante la versione originale a fumetti.
Spider-Noir è affascinante da
vedere, meno da ricordare
Sia però chiaro che
Spider-Noir non è un disastro. Anzi, in
diversi momenti riesce anche a essere coinvolgente, d’atmosfera e
perfino divertente grazie all’energia imprevedibile di Nicolas Cage e alla brillantezza di alcuni
dialoghi. Però manca quasi sempre quella scintilla che trasforma
una buona idea in qualcosa di davvero speciale.
È una serie che sembra più
interessata a apparire raffinata che a esserlo davvero. Forse il
problema più grande è proprio questo: Spider-Noir aveva
tutte le possibilità per essere la versione più originale di
Spider-Man degli ultimi anni. Invece finisce semplicemente per
essere un’altra variazione dello stesso racconto che conosciamo da
sempre.
La
terza stagione di Euphoria
sembra avvicinarsi a un finale sempre più oscuro, e dopo gli eventi
del penultimo episodio molti spettatori sono convinti che il
personaggio di Rue Bennett possa non sopravvivere. L’episodio 7,
intitolato Rain or Shine,
ha infatti alzato enormemente la posta narrativa della serie HBO
creata da Sam Levinson,
culminando con la scioccante morte di Nate Jacobs e lasciando Rue
in una situazione apparentemente senza via d’uscita.
Interpretata da Zendaya, Rue ha attraversato
una stagione sempre più instabile tra dipendenza, crisi spirituale
e autodistruzione. Dopo aver iniziato a credere che Dio le stesse
parlando direttamente attraverso visioni simboliche, la
protagonista si è progressivamente allontanata dalle persone che
cercavano di aiutarla, incluso Ali. Ed è proprio il rapporto con
Ali che potrebbe aver anticipato il destino finale del
personaggio.
Nel corso
dell’episodio viene infatti mostrato il passato di Ali e
soprattutto il suo “book of the dead”, una lista di persone che non
è riuscito a salvare durante il proprio percorso come sponsor. Dopo
che Rue fugge nuovamente verso Laurie lasciando soltanto un post-it
con scritto “Forgive me”, Ali sembra ormai perdere completamente la
speranza nei suoi confronti. Un dettaglio che molti stanno leggendo
come un presagio estremamente pesante in vista del finale di
stagione.
Euphoria sta trasformando Rue da
protagonista della serie a simbolo inevitabile
dell’autodistruzione
La sensazione sempre più forte è che Euphoria stia preparando il finale più tragico
possibile per Rue Bennett. E il punto interessante è che la serie
sembra costruire questo esito non come un semplice shock narrativo,
ma come la conclusione inevitabile del percorso del
personaggio.
Il cliffhanger finale dell’episodio peggiora ulteriormente la
situazione. Rue e Faye tentano infatti di derubare Wayne, ma Faye
finisce per tradire Rue e rivelare tutto. A questo punto la
protagonista si ritrova completamente isolata, con sia Wayne che
Alamo ormai sulle sue tracce. La serie suggerisce chiaramente che
Rue abbia ormai perso qualsiasi rete di protezione.
Ed è qui che emerge il vero problema della stagione 3. Sam Levinson
sembra aver abbandonato quasi del tutto la dimensione scolastica e
adolescenziale delle prime stagioni per trasformare Euphoria in qualcosa di molto più
nichilista, violento e tragico. La morte assurda e grottesca di
Nate Jacobs — sepolto vivo e ucciso da un serpente a sonagli — è il
simbolo perfetto di questo cambio di tono: la serie non cerca più
realismo emotivo, ma un’escalation continua di trauma e shock.
Rue diventa quindi il centro definitivo di questa deriva narrativa.
Il personaggio è sempre stato il cuore emotivo della serie, ma
nella stagione 3 sembra trasformarsi quasi in una figura
sacrificale, intrappolata in una spirale autodistruttiva che ormai
nessuno riesce più a interrompere.
La cosa più interessante è che Euphoria continua comunque a suggerire che Rue abbia
ancora una possibilità di redenzione, ma ogni volta la serie sembra
immediatamente distruggere quella speranza. Ed è proprio questa
continua alternanza tra possibilità di salvezza e inevitabilità
della caduta che rende il finale così imprevedibile.
Se davvero Rue dovesse morire nel finale della stagione 3, sarebbe
probabilmente la scelta più estrema mai fatta da Euphoria. Ma considerando il modo in
cui Sam Levinson sta costruendo questa fase finale della serie,
sembra sempre più evidente che il racconto stia andando proprio
verso una conclusione tragica e irreversibile.
Hideo Kojima
ha elogiato pubblicamente The Mandalorian &
Grogu, definendo il nuovo film di Star
Wars “uno spettacolo d’intrattenimento” capace di
racchiudere praticamente tutto ciò che rende iconica la saga creata
da George Lucas. Il celebre autore di Metal Gear Solid e Death Stranding ha condiviso online una lunga
recensione entusiasta dopo aver visto il film in IMAX, lodando
soprattutto il lavoro di Jon
Favreau.
Secondo Kojima, il film riesce a fondere perfettamente azione,
effetti pratici, CGI e immaginario classico di Star Wars in un’unica esperienza
cinematografica. Il game designer ha descritto il film come “un
gigantesco tutto contro tutto”, citando inseguimenti, combattimenti
ravvicinati, battaglie aeree, mostri giganti, mech, stormtrooper,
X-Wing, AT-AT e creature di ogni tipo. Ma soprattutto ha
sottolineato quanto il film riesca a valorizzare anche
l’artigianalità tecnica dietro la produzione, tra animatronics,
trucco prostetico, pupazzi e stop motion.
La cosa più interessante delle dichiarazioni di Kojima è che il
regista giapponese ha ammesso di non essere particolarmente
aggiornato sulla serie
The Mandalorian.
Aveva visto soltanto i primi episodi anni fa durante lo studio
delle tecnologie LED usate nella virtual production, ma questo non
gli ha impedito di apprezzare il film. Anzi, il fatto che sia
riuscito a divertirsi senza una conoscenza approfondita della serie
potrebbe essere uno degli aspetti più importanti del nuovo
approccio Lucasfilm al franchise.
Il commento di Hideo Kojima
spiega perfettamente cosa Disney vuole fare con il nuovo Star Wars
cinematografico
Le parole di Kojima arrivano in un momento molto delicato per
The Mandalorian & Grogu. Il film
ha infatti ricevuto recensioni piuttosto divisive dalla critica,
con alcuni che lo hanno considerato troppo simile a una stagione
televisiva montata per il cinema, mentre altri hanno apprezzato il
ritorno a uno Star Wars
più avventuroso e spettacolare.
Ed è proprio qui che il commento di Kojima diventa interessante. Il
game designer sembra aver colto esattamente ciò che Lucasfilm sta
cercando di fare con il nuovo corso cinematografico della saga:
trasformare nuovamente Star
Wars in un’esperienza blockbuster costruita soprattutto sul
senso di meraviglia, sull’avventura e sulla spettacolarità
visiva.
Non è casuale che Kojima abbia insistito tanto sul concetto di
“craftsmanship”, cioè sull’artigianalità della messa in scena.
The Mandalorian & Grogu
sembra infatti voler recuperare quella sensazione fisica e
tangibile che aveva definito la trilogia originale, combinando
tecnologie moderne e tecniche pratiche tradizionali.
Il film rappresenta inoltre il primo ritorno cinematografico di
Star Wars dal 2019, dopo
anni in cui il franchise si era concentrato soprattutto sulle serie
Disney+. Anche per questo Lucasfilm
sembra aver puntato molto sull’idea di creare un’esperienza
“totale”, quasi celebrativa, capace di condensare dentro un unico
film tutto l’immaginario della saga.
E
il fatto che una figura come Hideo Kojima — da sempre ossessionato
dalla contaminazione tra cinema, tecnologia e spettacolo visivo —
abbia reagito così positivamente al film potrebbe essere molto più
significativo di quanto sembri. Perché il suo entusiasmo non
riguarda tanto la narrativa quanto il modo in cui The Mandalorian & Grogu riesce a
trasformare l’universo Star
Wars in puro linguaggio audiovisivo spettacolare.
Blumhouse Productions
continua a dominare il panorama horror contemporaneo, e uno dei
suoi film più discussi degli ultimi anni sta vivendo una seconda
vita in streaming. Night
Swim, horror soprannaturale uscito nel 2024 e spesso descritto
come un incrocio tra Poltergeist e Jaws, è infatti
diventato improvvisamente un successo globale su Netflix dopo un percorso piuttosto
altalenante al cinema.
Diretto da Bryce McGuire e
interpretato da Wyatt Russell e Kerry
Condon, il film racconta la storia di una
famiglia perseguitata da una presenza soprannaturale legata alla
piscina della nuova casa. Nonostante recensioni molto divisive —
con appena il 19% su Rotten Tomatoes — il film aveva comunque
ottenuto un discreto risultato commerciale, incassando circa 54
milioni di dollari nel mondo a fronte di un budget da 15
milioni.
Ora però Night Swim sta
trovando un pubblico completamente nuovo grazie allo streaming.
Secondo i dati di FlixPatrol, il film è entrato nelle classifiche
Netflix in numerosi Paesi dell’America Latina e dei Caraibi,
arrivando tra i titoli più visti in Repubblica Dominicana,
Colombia, Messico, Argentina e diversi altri mercati
internazionali.
Il successo streaming di Night
Swim conferma che l’horror high concept oggi funziona molto meglio
su Netflix che al cinema
Il caso di Night Swim
racconta perfettamente una delle trasformazioni più evidenti del
cinema horror contemporaneo. Film costruiti attorno a concept
semplici ma immediatamente riconoscibili — in questo caso una
piscina infestata — spesso fanno fatica nelle sale se non riescono
a diventare veri eventi culturali. Ma sulle piattaforme streaming
funzionano molto meglio, soprattutto quando hanno un’identità
visiva forte e una premessa facilmente condivisibile.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui il film sta esplodendo
su Netflix nonostante l’accoglienza critica molto tiepida.
Night Swim è esattamente
il tipo di horror “da scoperta streaming”: breve, immediato, ad
alta tensione e con un’idea centrale facilmente comprensibile anche
dal trailer o da una singola immagine. Blumhouse ha costruito gran
parte del proprio successo proprio su questo modello produttivo,
trasformando paure quotidiane e ambienti familiari in spazi horror
ad alta riconoscibilità.
La componente acquatica gioca inoltre un ruolo fondamentale.
Hollywood continua raramente a produrre horror legati all’acqua o
agli spazi domestici acquatici, e questo rende Night Swim immediatamente diverso
rispetto alla maggior parte dei titoli horror recenti. Il paragone
con Poltergeist e
Jaws nasce proprio
da qui: il film mescola infatti l’idea della casa infestata con
quella della minaccia invisibile sotto la superficie.
Anche il cast contribuisce al successo streaming del film. Wyatt
Russell e Kerry Condon riescono infatti a dare una credibilità
emotiva superiore rispetto a molti horror PG-13 contemporanei,
elemento che diversi spettatori hanno apprezzato molto più della
critica specializzata.
Il successo di Night
Swim conferma quindi ancora una volta quanto il concetto di
“flop” sia ormai relativo nell’era streaming. Film che al cinema
sembrano destinati a sparire rapidamente possono trovare mesi dopo
un pubblico enorme online, soprattutto nel genere horror, dove il
passaparola digitale continua ad avere un peso fortissimo.
Stephen
Colbert ha ottenuto il suo primo importante
risultato pubblico contro CBS dopo la
controversa cancellazione di The Late Show with Stephen Colbert. Il network
ha infatti deciso di fare marcia indietro sui takedown per
violazione di copyright legati all’episodio speciale di
Only in Monroe,
permettendo così al video di restare online sul nuovo canale
YouTube del conduttore e su altri account che lo avevano
condiviso.
La
vicenda nasce subito dopo la chiusura ufficiale di The Late Show il 21 maggio 2026. Appena
un giorno dopo l’ultimo episodio — culminato con un’apparizione
finale di Paul
McCartney all’Ed Sullivan Theater — Colbert
era comparso a sorpresa nel programma locale Only in Monroe, trasmesso da una piccola
emittente pubblica del Michigan. L’episodio era poi stato caricato
sul nuovo canale YouTube del conduttore, ma CBS aveva rapidamente
inviato segnalazioni per copyright contro diversi upload del
video.
Dopo le polemiche, però, il network ha corretto la propria
posizione spiegando che l’episodio era stato prodotto in
collaborazione con CBS Studios e che le notifiche facevano parte
della normale procedura aziendale. Allo stesso tempo, CBS ha
annunciato che farà un’eccezione per questo caso specifico,
sospendendo ulteriori azioni contro il video. Una mossa che molti
stanno già leggendo come una piccola ma simbolica vittoria pubblica
di Colbert contro il network che ha cancellato il suo show dopo
undici anni.
Il caso Stephen Colbert mostra
come il futuro del late night potrebbe spostarsi sempre più fuori
dalla TV tradizionale
La chiusura di The Late
Show è stata una delle notizie televisive più discusse degli
ultimi mesi, soprattutto perché molti hanno interpretato la
decisione di CBS come qualcosa di più complesso di una semplice
scelta economica. Il network ha sempre sostenuto che lo show stesse
perdendo denaro, ma parte del pubblico e dell’industria ha letto la
cancellazione anche in chiave politica, considerando il ruolo
sempre più esplicitamente critico di Colbert nei confronti di
Donald Trump.
Ma la vera parte interessante della storia potrebbe essere ciò che
accade adesso. L’apparizione immediata di Colbert su una piccola
emittente locale e il lancio del suo nuovo canale YouTube sembrano
suggerire una possibile evoluzione del suo lavoro fuori dai grandi
network tradizionali. Ed è un segnale importante per tutto il mondo
del late night americano, che negli ultimi anni sta attraversando
una crisi sempre più evidente tra calo degli ascolti lineari,
frammentazione del pubblico e crescita delle piattaforme
digitali.
La situazione è resa ancora più interessante dal fatto che Colbert
abbia già annunciato nuovi progetti creativi lontani dalla
televisione tradizionale, incluso il coinvolgimento nella scrittura
del
prossimo film de Il Signore degli
Anelli insieme a Peter Jackson. Una
possibilità che probabilmente sarebbe stata molto più difficile da
gestire con i ritmi quotidiani di The Late Show.
In questo senso, la “prima vittoria” di Colbert contro CBS potrebbe
essere soprattutto simbolica: non tanto un cambio di decisione sul
programma, quanto il segnale che il conduttore potrebbe riuscire a
mantenere la propria influenza pubblica anche fuori dal sistema
televisivo che lo aveva reso uno dei volti più importanti del late
night americano.
Foto si copertina: Stephen Colbert”, arriva al party organizzato da
Apple
TV+ in occasione della 77ª edizione dei Primetime Emmy Awards. Foto di Image Press Agency
via DepositPhotos.com
Con Ladies First, Netflix recupera la struttura della commedia fantasy
francese da cui è tratto il film, ma la trasforma in qualcosa di
molto più sottile e contemporaneo. La regista Thea
Sharrock non costruisce semplicemente un racconto basato
sullo scambio di realtà parallele, ma usa quel meccanismo per
interrogarsi sul modo in cui uomini e donne vengono percepiti
all’interno delle strutture sociali e familiari. È un film che
utilizza il tono leggero della commedia per parlare di
identità, genitorialità e ruoli di potere senza mai
appesantire il racconto con spiegazioni didascaliche.
La presenza di
Rosamund Pike è centrale proprio perché il suo
personaggio, Alex, diventa il vero cuore emotivo del film. Se
Damien, interpretato da Sacha Baron Cohen, attraversa il classico
percorso di spaesamento tipico delle commedie “what if”,
Alex rappresenta invece il punto in cui Ladies
First prova a complicare il discorso sulla maternità
e sul successo professionale. I due mondi mostrati dal film non
sono infatti opposti assoluti, ma versioni leggermente deformate
della stessa società, ed è in queste piccole differenze che
Sharrock inserisce il vero significato del racconto.
Come funzionano davvero i due
mondi di Ladies First e perché il cambiamento è così sottile
La scelta più interessante del film
riguarda il modo in cui Thea Sharrock evita di
rendere il passaggio tra i due universi troppo spettacolare. A
differenza di molte commedie fantasy basate su realtà alternative,
Ladies First lavora sulle sfumature. La
regista ha spiegato di aver voluto mantenere alcuni elementi
iconici del film francese originale, come il colpo alla testa e il
camion della spazzatura, ma cercando un approccio molto più
discreto nella costruzione del nuovo mondo. È una decisione
fondamentale perché il film non vuole raccontare un universo
completamente ribaltato, bensì una realtà in cui certe gerarchie
sociali si sono semplicemente spostate di pochi gradi.
Questo rende il film più
inquietante e più interessante. Damien entra in una società che
apparentemente funziona meglio per le donne, ma il punto non è
creare una fantasia matriarcale caricaturale. Sharrock dissemina
piccoli dettagli, Easter egg e variazioni quasi invisibili che
diventano evidenti soprattutto a una seconda visione. Persino la
presenza del gatto, aggiunta rispetto all’originale francese,
contribuisce a questa idea di mondo speculare ma imperfetto. Il
film suggerisce continuamente che le strutture di potere non
cambiano davvero forma: cambiano soltanto chi favoriscono. Ed è per
questo che Ladies First funziona meglio come satira sociale che
come semplice commedia fantastica.
Il vero tema del film è la
maternità, non il ribaltamento dei ruoli di genere
Sebbene il marketing del film punti
molto sull’idea dello “scambio” tra uomini e donne, il nucleo
emotivo della storia è in realtà la rappresentazione della
maternità. Rosamund Pike costruisce due versioni molto
diverse di Alex, ma entrambe definite dal rapporto con Charlie. È
qui che il film diventa più complesso del previsto. Nel mondo
“reale”, Alex è una madre single che ha sacrificato parte della
propria carriera per crescere il figlio, finendo marginalizzata
professionalmente. Nel mondo alternativo, invece, è una donna di
successo, distante emotivamente ma ancora presente nella vita del
bambino.
La differenza tra queste due
versioni non serve a stabilire quale sia “migliore”, ma a mostrare
come la società giudichi continuamente le donne attraverso il modo
in cui performano la maternità. Sharrock e Pike lavorano infatti su
dettagli quasi impercettibili: il tono di voce, il linguaggio del
corpo, il modo in cui Alex tocca il figlio o lo osserva. In una
realtà domina l’emotività, nell’altra la razionalità professionale.
Ma il film evita accuratamente di demonizzare una delle due. La
confessione di Alex sul fatto di non essersi mai immaginata madre è
probabilmente il momento più radicale dell’intero film, perché
rompe un tabù ancora raro nel cinema mainstream: permettere a una
donna di ammettere che la maternità non fosse parte naturale della
propria identità.
Perché Ladies First aggiorna il
film francese originale per un pubblico contemporaneo
L’adattamento di Thea Sharrock
funziona soprattutto perché comprende che oggi una semplice
inversione dei ruoli di genere non sarebbe sufficiente. Negli anni
Duemila, molte commedie basate su mondi “capovolti” costruivano il
conflitto su stereotipi molto netti; Ladies First, invece, lavora
sulle ambiguità contemporanee del potere, della genitorialità e
della rappresentazione sociale. È significativo che Charlie, il
figlio non-binary di Alex, resti sostanzialmente identico in
entrambe le realtà. Il personaggio diventa quasi una costante
morale del film, una presenza che esiste al di là delle strutture
culturali che cambiano attorno a lui.
Anche il casting contribuisce a
questa rilettura moderna. Sacha Baron Cohen porta nel film una
vulnerabilità meno grottesca rispetto ai suoi ruoli più celebri,
mentre Rosamund Pike utilizza la propria immagine cinematografica —
spesso associata a personaggi freddi e controllati — per complicare
continuamente la percezione di Alex. Persino la presenza di Kathryn
Hunter, attrice legata al teatro fisico e alla comicità corporea,
rafforza l’idea di un film che usa la performance per parlare di
identità sociale. Non è un caso che Sharrock abbia insistito tanto
sugli Easter egg e sui dettagli nascosti: Ladies First vuole essere
un racconto che cambia significato a seconda dello sguardo con cui
viene osservato.
Il finale di Ladies First
suggerisce che nessun mondo è davvero “giusto”
Il film evita volutamente di
trasformare uno dei due universi in una soluzione definitiva.
Questo è forse l’aspetto più intelligente dell’intera operazione.
Ladies First non sostiene che invertire i privilegi produca
automaticamente una società più equilibrata; mostra piuttosto
quanto i sistemi di potere influenzino il modo in cui le persone
costruiscono la propria identità emotiva. Alex rimane madre in
entrambe le realtà, ma cambia il modo in cui è costretta a vivere
quel ruolo. Damien resta sostanzialmente lo stesso uomo, ma il
mondo attorno a lui modifica completamente la percezione del suo
valore.
È qui che il film trova il suo
equilibrio migliore tra commedia e critica sociale. Sharrock non
cerca mai la provocazione estrema, preferendo invece un’ironia più
sottile e osservativa. Alla fine, Ladies First suggerisce che il
vero problema non siano semplicemente uomini o donne, ma i modelli
culturali che costringono entrambi a interpretare continuamente una
parte. E proprio per questo il film funziona più come riflessione
sulle aspettative sociali contemporanee che come semplice fantasy
romantico.
Dopo
il successo della prima stagione, The Four Seasons torna ufficialmente su
Netflix con nuovi episodi e una situazione
completamente diversa per il gruppo di amici protagonista della
serie comedy creata da Tina Fey. La
seconda stagione riprenderà infatti direttamente dal drammatico
finale del primo capitolo, segnato dalla morte improvvisa di
Nick e dalla sconvolgente rivelazione della gravidanza di
Ginny.
I
nuovi episodi continueranno a seguire le vacanze stagionali del
gruppo, ma con equilibri completamente cambiati. Se la prima
stagione raccontava soprattutto la crisi delle relazioni di lunga
durata e la paura dell’invecchiamento, la seconda sembra voler
esplorare il modo in cui un gruppo di amici prova a reinventarsi
dopo un lutto che ha spezzato definitivamente la configurazione
originale della loro vita insieme. E proprio questo potrebbe
rendere la
nuova stagione molto più emotiva rispetto al primo
capitolo.
La seconda stagione di The
Four Seasons debutterà su Netflix il 28 maggio.
Come il primo capitolo, anche questa nuova stagione sarà composta
da otto episodi.
Netflix ha già diffuso le prime immagini ufficiali e il trailer
completo, confermando il ritorno dell’atmosfera tra commedia
malinconica, dinamiche relazionali e vacanze di gruppo che aveva
reso la serie una delle sorprese comedy più apprezzate dello scorso
anno.
La trama della stagione 2: cosa
succede dopo la morte di Nick
La nuova stagione riparte immediatamente dopo gli eventi del finale
della stagione 1. Dopo la morte di Nick in un incidente stradale
durante una vacanza sulla neve, Ginny annuncia infatti al resto del
gruppo di essere incinta del figlio dell’uomo.
Kate, Jack, Anne, Danny e Claude dovranno quindi affrontare non
soltanto il lutto per la perdita dell’amico, ma anche il
cambiamento inevitabile delle dinamiche interne al gruppo. Tina Fey
ha anticipato che i personaggi dovranno “riformarsi come gruppo in
una configurazione diversa”, suggerendo che la stagione lavorerà
molto sul tema della trasformazione delle amicizie adulte nel
tempo.
La serie continuerà inoltre la propria struttura narrativa
costruita attorno ai viaggi stagionali, utilizzando nuove location
e nuove vacanze per esplorare tensioni, fragilità e crisi personali
dei protagonisti.
Anche se il personaggio di Nick, interpretato da Steve Carell, è morto nel finale
della prima stagione, è possibile che l’attore possa apparire
attraverso flashback o sequenze legate ai ricordi del gruppo.
Il trailer della stagione 2
anticipa una comedy molto più malinconica
Il trailer ufficiale mostra chiaramente come The Four Seasons voglia mantenere il proprio
equilibrio tra ironia e malinconia. Le immagini alternano infatti
momenti di vacanza, cene di gruppo e situazioni comiche a scene
molto più emotive legate all’assenza di Nick e alla gravidanza di
Ginny.
La sensazione è che la seconda stagione voglia approfondire ancora
di più il tema centrale della serie: il modo in cui amicizie e
relazioni cambiano inevitabilmente con il tempo, soprattutto quando
la vita interrompe improvvisamente gli equilibri costruiti negli
anni.
Ed è proprio questa combinazione tra commedia adulta, vulnerabilità
emotiva e dialoghi realistici ad aver trasformato The Four Seasons in una delle comedy
Netflix più apprezzate del 2025.
Paddington 4 ha trovato i suoi nuovi
sceneggiatori e la scelta potrebbe cambiare sensibilmente il futuro
della celebre saga targata Studiocanal. Secondo quanto rivelato in
esclusiva da Variety, il creatore di Veep
e The Thick of It, Armando
Iannucci, scriverà il quarto capitolo insieme al suo
storico collaboratore Simon Blackwell. Parallelamente, anche il
regista di Paddington in
Perù, Dougal Wilson,
sarebbe in trattative per tornare dietro la macchina da presa.
La saga di Paddington Bear è ormai
uno dei franchise familiari più acclamati degli ultimi anni, con
oltre 800 milioni di dollari incassati globalmente tra Paddington, Paddington
2 e Paddington in
Peru. I primi due film diretti da Paul King sono diventati
un modello quasi perfetto di cinema family contemporaneo grazie
all’equilibrio tra comicità britannica, emozione e satira sociale
leggera. Ora, l’arrivo di Iannucci apre scenari completamente nuovi
per il franchise.
La notizia è particolarmente
interessante perché Iannucci è noto soprattutto per il suo umorismo
politico corrosivo e dialoghi estremamente sofisticati. Film come
The Death of Stalin o serie come Veep
hanno costruito la sua reputazione attraverso satira feroce, caos
istituzionale e personaggi moralmente ambigui. Trasportare quella
sensibilità narrativa nel mondo di Paddington potrebbe sembrare
insolito, ma è proprio questo il dettaglio che rende il progetto
potenzialmente affascinante: la saga potrebbe evolvere verso una
comicità ancora più stratificata, senza perdere il cuore emotivo
che l’ha resa un fenomeno globale.
Paddington resta il simbolo di un
cinema family “british” controcorrente
L’eventuale ritorno di Dougal
Wilson suggerisce inoltre che Studiocanal voglia mantenere
continuità stilistica dopo Paddington in Peru. Il terzo capitolo
aveva ampliato l’universo narrativo del personaggio spostandolo
lontano da Londra e approfondendo le sue origini peruviane, ma
sempre mantenendo quell’atmosfera gentile e malinconica che
distingue la saga da molti altri blockbuster family
contemporanei.
Ed è proprio qui che la scelta di
Iannucci assume un significato più ampio. In un panorama dominato
da franchise sempre più rumorosi e orientati all’azione, Paddington
Bear continua a rappresentare un’idea diversa di cinema popolare:
ironico, profondamente umano e legato a valori di empatia,
accoglienza e civiltà britannica.
Dopo
il successo della prima stagione, Come uccidono le brave ragazze torna
ufficialmente con nuovi episodi e un mistero ancora più oscuro per
Pip Fitz-Amobi. La serie Netflix tratta dai romanzi di Holly Jackson
riprenderà infatti gli eventi successivi al caso Andie Bell,
portando la protagonista verso un’indagine molto più pericolosa e
personale.
La
seconda stagione sarà composta da sei episodi e adatterà
Good Girl, Bad Blood,
secondo libro della saga YA thriller diventata un fenomeno
internazionale. Netflix ha già anticipato che i nuovi episodi
saranno “più grandi e più cattivi”, suggerendo una direzione più
cupa rispetto alla prima stagione.
Quando esce Come uccidono le brave
ragazze – Stagione 2?
La
seconda stagione di Come
uccidono le brave ragazze arriverà il 27 maggio su
Netflix. Nel Regno Unito e in Irlanda, invece, la
serie sarà distribuita da BBC Three e BBC iPlayer.
Le riprese dei nuovi episodi si sono concluse nei mesi scorsi e il
cast ha già anticipato che la stagione avrà un tono molto più
intenso dal punto di vista emotivo e investigativo.
Cosa è
successo nella prima stagione di Come uccidono le brave
ragazze?
Cinque anni dopo
che la piccola cittadina inglese di Little Kilton era stata per
sempre sconvolta dalla misteriosa
scomparsa della studentessaAndie Bell, la
determinata Pippa Fitz-Amobi era certa di poter scoprire la verità
su quanto accaduto, e aveva ragione. L’ultima volta che abbiamo
visto la nostra sicura detective adolescente, Pip aveva scoperto la
verità sull’omicidio di Andie e dimostrato l’innocenza del suo
fidanzato, Sal Singh (Rahul Pattni), accusato del suo
omicidio.
Con
la conclusione della prima stagione di Come uccidono le brave
ragazze, la comunità di Pip era ancora
sotto shock per le sconvolgenti verità che aveva portato alla luce,
e la diciassettenne si trovava ad affrontare importanti
interrogativi sulla sua vita. E in effetti, a Little Kilton ci sono
ancora molti misteri da risolvere, per non parlare di cosa potrebbe
nascere dalla storia d’amore tra Pip e il fratello di Sal, Ravi
(Zain Iqbal), suo collega investigatore. Fortunatamente, la seconda stagione dovrebbe fornire alcune
risposte su cosa succederà a Pip, e probabilmente anche qualche
altra domanda.
La trama della seconda stagione:
il caso Jamie Reynolds cambia tutto per Pip
Dopo aver risolto il caso Andie Bell, Pip Fitz-Amobi cerca di
lasciarsi alle spalle il mondo delle indagini. Gli eventi della
prima stagione hanno infatti avuto conseguenze profonde sulla sua
vita personale e sull’intera comunità di Little Kilton.
Ma quando Jamie Reynolds scompare improvvisamente poco prima del
processo a Max Hastings, Pip si ritrova costretta a tornare ancora
una volta dentro un’indagine sempre più complessa. La ricerca del
ragazzo la porterà infatti a confrontarsi con nuovi segreti, nuove
manipolazioni e soprattutto con il peso morale delle proprie
scelte.
Secondo quanto anticipato da Netflix, questa nuova storia metterà
profondamente in discussione l’idea di giustizia che aveva guidato
Pip nella prima stagione, spingendola molto più lontano
dall’immagine della “brava ragazza” del titolo.
Il
trailer di Come uccidono le brave ragazze – Stagione 2
Il
primo trailer ufficiale della seconda stagione mostra chiaramente
come la serie Netflix voglia alzare la tensione rispetto ai primi
episodi. Le immagini anticipano infatti un’atmosfera molto più cupa
e paranoica, con Pip sempre più isolata mentre cerca di indagare
sulla scomparsa di Jamie Reynolds.
Nel
trailer si percepisce anche quanto il trauma del caso Andie Bell
continui ancora a pesare sulla protagonista. Pip appare infatti più
nervosa, ossessiva e consumata dalla ricerca della verità, mentre
Little Kilton sembra nascondere segreti ancora più pericolosi
rispetto alla prima stagione. Non mancano inoltre scene notturne,
inseguimenti, interrogatori e momenti che suggeriscono come la
nuova indagine sarà molto più personale e rischiosa.
Anche il rapporto tra Pip
e Ravi sembra destinato a evolversi ulteriormente, mentre i nuovi
personaggi introdotti nella stagione vengono mostrati volutamente
in modo ambiguo, lasciando intuire che nessuno sarà davvero
innocente nel nuovo mistero costruito dalla serie.
Il cast: chi torna e quali sono i
nuovi personaggi
Torneranno naturalmente Emma Myers nel ruolo
di Pip Fitz-Amobi e Zain Iqbal in quello
di Ravi Singh.
Accanto ai protagonisti torneranno anche:
Asha Banks come Cara
Ward
Yali Topol Margalith
come Lauren Gibson
Jude Morgan-Collie
come Connor Reynolds
Henry Ashton come Max
Hastings
Tra le novità della stagione ci saranno invece:
Misia Butler nel
ruolo di Stanley Forbes
Eden H. Davies come
Jamie Reynolds
Jack Rowan nei panni
di Charlie Green
Dove vedere Come uccidono le
brave ragazze in streaming
La prima stagione di Come
uccidono le brave ragazze è già disponibile su Netflix, dove
arriveranno anche tutti gli episodi della stagione 2 dal 27
maggio.
La serie continua a essere uno dei thriller young adult più
apprezzati degli ultimi anni grazie alla combinazione tra mistero
investigativo, tensione psicologica e coming-of-age adolescenziale,
elementi che nella nuova stagione sembrano destinati a diventare
ancora più oscuri e maturi.