Ci sono serie di fantascienza che provano a immaginare il futuro e finiscono inevitabilmente per invecchiare insieme alle tecnologie e alle paure del periodo in cui sono state realizzate. Poi ci sono casi molto più strani, nei quali idee che all’epoca sembravano soprattutto espedienti narrativi finiscono per assomigliare sempre di più al mondo reale. È quello che è successo a Dark Angel, la serie cyberpunk creata da James Cameron e Charles H. Eglee, trasmessa a partire dal 2000 e interpretata da Jessica Alba, con Jensen Ackles tra i volti più importanti della sua storia.
Ambientata nel 2019, Dark Angel immaginava un’America profondamente trasformata dopo un devastante attacco informatico conosciuto come The Pulse, capace di mettere fuori uso le infrastrutture digitali degli Stati Uniti, distruggere informazioni finanziarie e far precipitare il Paese in una grave crisi economica e sociale. In questo scenario si muoveva Max Guevara, interpretata da Alba, una super-soldatessa geneticamente modificata in fuga dal proprio passato. Nel 2000 tutto questo poteva sembrare soprattutto il contesto necessario a costruire una distopia cyberpunk. Più di vent’anni dopo, alcune delle intuizioni della serie risultano invece sorprendentemente familiari.
Naturalmente Dark Angel non aveva previsto letteralmente il futuro e molte delle sue idee sono rimaste pura fantascienza. Ma è interessante osservare quanto alcune delle tendenze sulle quali costruiva il proprio mondo siano diventate centrali nella società contemporanea. Soprattutto, la serie aveva intuito quanto la crescente dipendenza dalle infrastrutture digitali avrebbe potuto trasformarsi in una vulnerabilità.
Dark Angel aveva intuito quanto il mondo sarebbe diventato dipendente dalle infrastrutture digitali
L’esempio più evidente rimane proprio The Pulse. Prima dell’inizio della storia, un attacco terroristico informatico distrugge i sistemi informatici statunitensi, cancella una quantità enorme di dati finanziari e contribuisce al collasso dell’economia. Quando Dark Angel debuttò nel 2000, la possibilità che un conflitto informatico potesse produrre conseguenze di questa portata apparteneva ancora prevalentemente all’immaginario della fantascienza. Oggi gli attacchi informatici e la protezione delle infrastrutture digitali sono invece diventati elementi ordinari del dibattito sulla sicurezza.
La serie non limitava però questa intuizione ai sistemi finanziari. Il mondo di Dark Angel immaginava una società nella quale tecnologia, economia e vita quotidiana sarebbero diventate sempre più interconnesse, rendendo ogni innovazione anche una possibile fonte di fragilità. Le conseguenze rappresentate dalla serie erano volutamente esasperate, ma molte delle trasformazioni utilizzate per costruire quella realtà hanno assunto nel tempo contorni meno fantascientifici.
Ci sono elementi relativamente piccoli, come forme di lavoro che ricordano quella che oggi definiamo gig economy, e altri molto più evidenti: l’hacktivismo, la guerra combattuta attraverso i droni, automobili sempre più intelligenti e, soprattutto, la possibilità di utilizzare la tecnologia non soltanto per migliorare la società, ma anche per controllarla o destabilizzarla. Prese singolarmente, queste idee non fanno di Dark Angel una profezia. Considerate insieme, però, spiegano perché la serie possa apparire oggi meno datata di molte altre produzioni fantascientifiche realizzate nello stesso periodo.
La cosa interessante è che Cameron e gli autori non utilizzavano queste tecnologie semplicemente per immaginare gadget futuristici. Servivano soprattutto per interrogarsi sulle conseguenze che una società completamente dipendente dai sistemi digitali avrebbe dovuto affrontare nel momento in cui quegli stessi sistemi avessero smesso di funzionare.
Il dettaglio più inquietante di Dark Angel è che aveva immaginato tutto questo come una distopia
È proprio qui che la sorprendente attualità di Dark Angel diventa meno divertente. La serie non immaginava infatti queste trasformazioni come il risultato positivo del progresso, ma come elementi di un futuro profondamente problematico. L’America nella quale vive Max è segnata da instabilità economica, disuguaglianze, controllo governativo e conseguenze impreviste dello sviluppo tecnologico. Se alcune delle intuizioni della serie oggi risultano familiari, è quindi anche perché erano state pensate come segnali di un mondo che stava andando nella direzione sbagliata.
La vulnerabilità informatica è probabilmente l’esempio più significativo. Dark Angel non presentava la dipendenza dalla tecnologia come una semplice evoluzione della società, ma come una debolezza potenzialmente sfruttabile da chi possedeva abbastanza potere. The Pulse portava questa idea alle estreme conseguenze: se una parte crescente dell’economia e dell’organizzazione sociale dipende dai dati, colpire quei dati significa poter colpire direttamente la struttura stessa della società.
Il mondo reale non ha naturalmente vissuto il collasso raccontato dalla serie, ma la premessa sulla quale era costruito appare oggi molto meno assurda rispetto al 2000. Ed è forse questo l’aspetto che rende Dark Angel interessante da recuperare oltre la nostalgia per Jessica Alba o per un giovane Jensen Ackles: la serie non aveva bisogno di conoscere esattamente quali tecnologie sarebbero arrivate, perché aveva già individuato la direzione verso cui stavamo andando.
Non tutte le sue previsioni si sono avverate e molti elementi conservano inevitabilmente l’estetica e le convenzioni della fantascienza dei primi anni Duemila. Eppure Dark Angel sembra aver compreso qualcosa di più importante della semplice evoluzione tecnologica: più una società affida il proprio funzionamento alla tecnologia, più deve fare i conti con le conseguenze della propria dipendenza.
Conclusa dopo appena 43 episodi, Dark Angel ha lasciato così un’eredità più interessante di quanto la sua breve durata potrebbe suggerire. A distanza di oltre vent’anni, la serie di James Cameron dimostra ancora una delle qualità migliori della fantascienza: non indovinare il futuro, ma osservare abbastanza attentamente il presente da capire dove potrebbe portarci.


