Prima di Foundation, il miglior adattamento di Isaac Asimov risale a 27 anni fa

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Prima che Foundation trasformasse l’universo letterario di Isaac Asimov in una delle produzioni fantascientifiche più ambiziose della televisione contemporanea, un altro adattamento aveva provato a raccontare sul grande schermo le ossessioni filosofiche dello scrittore americano. Era il 1999 quando Robin Williams interpretava Andrew Martin in L’uomo bicentenario, un film diretto da Chris Columbus che, dietro l’apparenza di una favola sentimentale, affrontava interrogativi sull’identità, sulla coscienza artificiale e sul significato stesso dell’esistenza umana. Un’opera che non ottenne il successo commerciale sperato, ma che a distanza di ventisette anni conserva un fascino particolare.

Il confronto con Foundation è inevitabile soprattutto oggi, mentre la serie Apple TV si prepara a proseguire con una quarta stagione. Se il racconto televisivo esplora l’evoluzione delle civiltà, il potere politico e la possibilità di prevedere il futuro attraverso la psicostoria, L’uomo bicentenario restringe il campo a una singola esistenza. Quella di un robot domestico che, nel corso di due secoli, sviluppa progressivamente una propria individualità e arriva a desiderare qualcosa che gli esseri umani considerano naturale: essere riconosciuto come uno di loro. Due prospettive profondamente differenti, che dimostrano quanto la fantascienza di Asimov possa funzionare sia attraverso le grandi architetture della storia sia attraverso le emozioni di un singolo individuo.

L’uomo bicentenario: il film con Robin Williams che racconta cosa significa essere umani

Tratto dal racconto The Bicentennial Man del 1976 e dal successivo romanzo The Positronic Man, scritto da Asimov insieme a Robert Silverberg, il film segue la storia di Andrew, un robot NDR-114 acquistato dalla famiglia Martin per svolgere le faccende domestiche. Inizialmente considerato un semplice elettrodomestico, Andrew manifesta presto capacità impreviste: sviluppa curiosità, creatività, sensibilità artistica e un legame affettivo con i componenti della famiglia, in particolare con la giovane Amanda. Richard Martin, interpretato da Sam Neill, riconosce progressivamente la sua singolarità e decide di incoraggiarne l’indipendenza anziché limitarne il comportamento.

Quello che comincia come il racconto di una macchina eccezionale diventa così una riflessione sull’emancipazione. Andrew non desidera soltanto eseguire meglio le proprie funzioni, ma acquisire il diritto di scegliere. La ricerca della libertà lo spinge ad abbandonare la famiglia, incontrare altri robot e modificare il proprio corpo, avvicinandosi sempre di più all’aspetto e alle caratteristiche biologiche degli esseri umani. Ogni trasformazione rappresenta una conquista, ma anche una rinuncia alla condizione originaria di macchina, che gli garantirebbe una vita potenzialmente indefinita.

La contraddizione fondamentale del film è che Andrew deve diventare mortale per essere considerato pienamente umano. Il suo percorso non coincide con il semplice desiderio di imitare gli uomini. Piuttosto, nasce dalla necessità di ottenere il riconoscimento di una dignità che sembra essergli continuamente negata. Andrew pensa, crea, ama e soffre, ma la società continua a definirlo attraverso la sua origine artificiale. Il problema non riguarda dunque soltanto ciò che il robot è diventato, ma l’incapacità degli esseri umani di accettare che una creatura costruita possa possedere un’identità autonoma.

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Chris Columbus affronta questi interrogativi attraverso il linguaggio del melodramma, privilegiando la relazione tra Andrew e le diverse generazioni della famiglia Martin. È una scelta che distingue il film dalle produzioni fantascientifiche maggiormente concentrate sull’azione o sulla minaccia rappresentata dalle macchine. Robin Williams, inoltre, offre un’interpretazione sorprendentemente misurata, affidando alla voce e ai piccoli cambiamenti espressivi la costruzione di una personalità che diventa sempre più complessa. Il risultato è un personaggio la cui umanità appare evidente allo spettatore molto prima che venga riconosciuta dalle istituzioni all’interno della storia.

Da L’uomo bicentenario a Foundation: due modi diversi di raccontare Isaac Asimov

Il legame tra L’uomo bicentenario e Foundation non consiste soltanto nella comune origine letteraria. Entrambe le opere interrogano il rapporto tra individui e strutture sociali, sebbene da prospettive apparentemente opposte. Nella serie Apple TV, ispirata al ciclo della Fondazione, Hari Seldon cerca di utilizzare la psicostoria per comprendere e indirizzare l’evoluzione di intere popolazioni. Il singolo essere umano diventa parte di processi storici talmente vasti da superarne la capacità di controllo. Nel film di Columbus, invece, è proprio l’individuo a rivendicare il proprio valore di fronte a un sistema che vorrebbe definirlo attraverso categorie immutabili.

In entrambi i casi, però, Asimov mette in discussione l’idea che l’intelligenza e il progresso possano essere ridotti a meccanismi puramente tecnici. La capacità di prevedere il futuro non elimina l’imprevedibilità delle scelte personali, così come la conoscenza scientifica necessaria a costruire un robot non permette automaticamente di stabilire se quel robot possieda una coscienza. Il problema diventa ancora più interessante se consideriamo che il ciclo dei Robot e quello della Fondazione appartengono, nell’architettura letteraria sviluppata da Asimov, a un universo narrativo progressivamente unificato.

L’uomo bicentenario rappresenta inoltre una variazione significativa sulle celebri Tre Leggi della Robotica, introdotte dallo scrittore per esplorare i rapporti tra esseri umani e intelligenze artificiali. Andrew nasce come una macchina progettata per obbedire, ma il suo sviluppo dimostra che l’obbedienza non può essere l’unico criterio attraverso il quale definire un essere intelligente. La sua evoluzione mette in crisi il presupposto secondo cui gli uomini possano mantenere per sempre il controllo morale e giuridico delle creature che hanno costruito.

Questo aspetto rende il film particolarmente attuale. Nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale, la questione centrale riguarda soprattutto le capacità e i limiti dei sistemi tecnologici. Andrew, invece, costringe lo spettatore a immaginare una possibilità differente: quella di una coscienza artificiale capace di sviluppare aspirazioni proprie. Non è una previsione scientifica, ma un esperimento narrativo che utilizza la fantascienza per mettere in discussione le definizioni convenzionali di persona e individuo.

Perché L’uomo bicentenario merita di essere riscoperto, nonostante il fallimento commerciale

Quando arrivò nelle sale nel dicembre 1999, L’uomo bicentenario non riuscì a imporsi come il grande successo che la produzione probabilmente immaginava. Realizzato con un budget vicino ai 100 milioni di dollari, incassò circa 87,4 milioni nel mondo e ricevette recensioni contrastanti. Molti critici ne contestarono la durata, il sentimentalismo e il tono eccessivamente rassicurante, elementi che sembravano allontanare il film dalla complessità filosofica dell’opera letteraria. La produzione ottenne comunque una candidatura agli Oscar per il miglior trucco, riconoscimento legato anche alla progressiva trasformazione fisica del protagonista.

Considerarlo il miglior adattamento cinematografico di Asimov rimane una valutazione soggettiva. Io, Robot, interpretato da Will Smith nel 2004, ha raggiunto un pubblico molto più ampio, pur prendendosi notevoli libertà rispetto alle idee e ai racconti dello scrittore. L’uomo bicentenario ha scelto invece di sacrificare parte dello spettacolo per dare spazio a una vicenda intima, costruita attorno al passare del tempo, alla memoria e all’inevitabilità della perdita. Una scelta che può risultare ingenua in alcuni momenti, ma che ne rappresenta anche la specificità.

La dimensione sentimentale del film non è un semplice espediente per rendere più accessibile la fantascienza. Attraverso l’amore e il lutto, Andrew sperimenta infatti qualcosa che la sua natura artificiale sembrava destinata a escludere: il limite. La sua immortalità iniziale, apparentemente un vantaggio sugli esseri umani, diventa progressivamente una condanna, perché lo costringe ad assistere alla scomparsa delle persone alle quali si lega. Essere umani significa allora anche accettare che ogni esperienza abbia una durata e che proprio questa fragilità contribuisca a darle valore.

È qui che il film trova il suo significato più profondo. Andrew non diventa umano semplicemente perché modifica il proprio corpo o perché un’istituzione è chiamata a pronunciarsi sul suo status. Lo diventa, agli occhi dello spettatore, attraverso le scelte compiute lungo un’esistenza vissuta cercando libertà, amore e riconoscimento. Il paradosso è che gli uomini impiegano duecento anni per riconoscere qualcosa che il protagonista dimostra molto prima.

Con Foundation, la televisione ha finalmente trovato lo spazio per raccontare l’ambizione monumentale della fantascienza di Asimov, seguendo imperi, rivoluzioni e trasformazioni destinate a svilupparsi nell’arco di secoli. Ma L’uomo bicentenario ricorda che la grandezza dello scrittore non dipendeva soltanto dalla capacità di immaginare il futuro dell’umanità. Dipendeva anche dalla sua abilità di formulare domande semplicissime, alle quali nessun progresso tecnologico può garantire una risposta definitiva. E quella posta attraverso Andrew Martin, su cosa significhi davvero essere umani, continua a essere una delle più importanti.

Redazione
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