Love, Death & Robots di Netflix offre un masterclass di narrazione senza dialoghi

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Tra le numerose sperimentazioni di Love, Death & Robots, Jibaro occupa un posto particolare perché porta all’estremo una delle possibilità più affascinanti dell’animazione: raccontare una storia quasi completamente senza parole. Il nono episodio della terza stagione, realizzato da Alberto Mielgo, dura appena 17 minuti eppure costruisce al suo interno una relazione fatta di attrazione, paura, desiderio, possesso e distruzione. Non servono dialoghi per comprenderla, perché ogni elemento visivo contribuisce alla narrazione: i movimenti dei corpi, gli sguardi, i colori, il paesaggio, il suono e persino il modo in cui la macchina da presa si avvicina ai personaggi.

La storia sembra inizialmente quella di una leggenda: una sirena emerge da un lago e utilizza il proprio canto per attirare gli uomini verso la morte. Ma Mielgo introduce immediatamente una variazione decisiva attraverso un cavaliere sordo, immune al potere della creatura. Da questo momento, Jibaro smette di essere soltanto una rivisitazione del mito della sirena e diventa un racconto sulla dinamica tra due esseri incapaci di comunicare davvero. La loro attrazione reciproca si trasforma progressivamente in desiderio di possesso e quindi in violenza, fino a produrre una forma di distruzione reciproca.

Jibaro racconta l’incontro tra una sirena e un cavaliere trasformando l’attrazione in una guerra di possesso

L’apertura di Jibaro presenta una situazione che sembra appartenere alla tradizione delle leggende popolari. Un gruppo di cavalieri attraversa un paesaggio naturale apparentemente incontaminato e viene improvvisamente travolto dal canto della sirena. La creatura utilizza la propria voce come un’arma: gli uomini perdono il controllo, si dirigono verso il lago e vengono trascinati verso la morte. La sequenza stabilisce immediatamente una regola narrativa semplice e potentissima, quella di un essere soprannaturale capace di esercitare un dominio assoluto sugli uomini attraverso il suono.

Il cavaliere protagonista, però, rappresenta l’eccezione. La sua sordità lo rende immune al canto e spezza il meccanismo sul quale la sirena ha costruito il proprio potere. Da questo momento anche il rapporto di forza cambia. La creatura non riesce a comprenderlo perché il suo strumento di seduzione non funziona, mentre il cavaliere osserva la sirena senza subirne l’incantesimo. Quella che avrebbe dovuto essere una relazione tra predatore e preda diventa quindi qualcosa di molto più ambiguo: entrambi sono incuriositi dall’altro proprio perché l’equilibrio abituale è venuto meno.

L’attrazione nasce da questa reciproca eccezione, ma il film la trasforma rapidamente in una dinamica di possesso. Il cavaliere è affascinato dalla creatura e da ciò che rappresenta, mentre la sirena sembra attratta dal primo uomo che non riesce a controllare. Il loro incontro potrebbe diventare una forma di comunicazione, ma nessuno dei due riesce davvero a uscire dalla logica che li ha portati a incontrarsi. Il desiderio viene così progressivamente contaminato dalla brama, e ciò che all’inizio sembra un’attrazione reciproca diventa una transazione violenta nella quale entrambi cercano di ottenere qualcosa dall’altro.

Jibaro NetflixIl vero significato di Jibaro sta nel modo in cui desiderio, avidità e dipendenza trasformano l’amore in distruzione

La forza dell’episodio emerge soprattutto quando si comprende che la sirena e il cavaliere non rappresentano semplicemente due personaggi coinvolti in una storia d’amore impossibile. Il loro rapporto diventa una metafora della dipendenza e dell’avidità. La sirena desidera il cavaliere perché è l’unico uomo che non può essere conquistato attraverso il suo canto; il cavaliere, a sua volta, finisce per desiderare ciò che la creatura possiede, trasformando il fascino iniziale in una forma di appropriazione. Il confine tra attrazione e possesso viene quindi progressivamente cancellato.

Il corpo della sirena rende questa idea ancora più evidente. Il suo aspetto è caratterizzato da un’estetica preziosa e quasi irreale, mentre i suoi ornamenti trasformano il personaggio in qualcosa che sembra appartenere contemporaneamente alla natura e al mondo della ricchezza materiale. Quando il cavaliere entra in relazione con lei, il desiderio per la creatura si intreccia inevitabilmente con ciò che essa rappresenta e possiede. La seduzione lascia spazio alla spoliazione e la relazione diventa una forma di violenza reciproca.

Anche la sordità del cavaliere assume un valore che va oltre la semplice trovata narrativa. Gli altri uomini vengono distrutti perché ascoltano la sirena; lui sopravvive proprio perché non può sentirla. Ma quella stessa caratteristica che inizialmente lo protegge non gli permette di stabilire un vero rapporto comunicativo con lei. I due sono attratti l’uno dall’altra senza poter condividere realmente lo stesso linguaggio. Il canto della sirena e il silenzio del cavaliere diventano così due estremi opposti che non riescono a incontrarsi.

Il finale porta questa dinamica alle sue conseguenze più estreme. Dopo che il rapporto è stato consumato dalla violenza e dalla brama, entrambi vengono trascinati dentro una spirale di distruzione. L’attrazione iniziale non produce comprensione, ma possesso; il possesso produce violenza; la violenza conduce infine alla rovina. Jibaro costruisce quindi un racconto nel quale nessuno dei due protagonisti riesce realmente a vedere l’altro per ciò che è. Ognuno vede ciò che desidera ottenere, e proprio questa incapacità di riconoscere l’altro alimenta il disastro.

Alberto Mielgo usa l’animazione come linguaggio cinematografico per raccontare ciò che i dialoghi non potrebbero esprimere

La scelta di eliminare quasi completamente il dialogo permette ad Alberto Mielgo di affidare la narrazione alla pura composizione audiovisiva. Jibaro si muove infatti tra iperrealismo ed espressionismo pittorico, producendo immagini che in alcuni momenti sembrano quasi filmate dal vivo e in altri assumono una qualità fortemente artificiale. Questa oscillazione è essenziale perché rende il mondo dell’episodio allo stesso tempo concreto e mitologico.

La sirena comunica attraverso il corpo prima ancora che attraverso il canto. Il suo movimento, la danza e gli sguardi permettono di cogliere curiosità, seduzione, aggressività e disperazione senza che sia necessario verbalizzare nessuna di queste emozioni. Lo stesso vale per il cavaliere, la cui fisicità diventa il principale strumento per comprendere ciò che prova. Il racconto viene quindi costruito attraverso una grammatica visiva nella quale ogni gesto può sostituire una battuta.

Il suono assume un ruolo altrettanto importante. Se il cavaliere non può ascoltare il canto della sirena, lo spettatore può invece percepirne la potenza. L’episodio alterna così punti di vista differenti, mostrando la distanza tra ciò che sentono gli altri cavalieri e ciò che arriva al protagonista. La soggettiva sonora diventa una parte della caratterizzazione del personaggio e contemporaneamente modifica il modo in cui il pubblico interpreta la scena. Il silenzio del cavaliere non è quindi semplicemente assenza di suono: è una condizione narrativa.

Questa costruzione dimostra perché Jibaro sia un esempio particolarmente significativo delle possibilità offerte dall’animazione. Il medium non viene utilizzato per semplificare la realtà, ma per deformarla, esasperarla e renderla espressiva. La danza della sirena, la violenza dei combattimenti, i movimenti quasi impossibili dei corpi e la rappresentazione del paesaggio costruiscono un linguaggio nel quale l’immagine diventa contemporaneamente atmosfera, caratterizzazione e narrazione.

Jibaro rappresenta il lato più sperimentale di Love, Death & Robots e della fantascienza contemporanea

Il valore di Jibaro emerge ancora meglio se inserito nel progetto più ampio di Love, Death & Robots. La serie antologica non si limita infatti a raccontare storie appartenenti alla fantascienza tradizionale, ma utilizza l’animazione per attraversare generi, stili e forme narrative differenti. Horror cosmico, distopia, cyberpunk e filosofia speculativa convivono all’interno di un contenitore che permette a ogni episodio di costruire una propria identità.

Jibaro porta questa libertà verso una forma particolarmente radicale. L’episodio prende una figura mitologica riconoscibile come la sirena, la colloca in un contesto medievaleggiante e la utilizza per raccontare una relazione tossica fatta di attrazione, dipendenza e avidità. Non ha bisogno di spiegare il proprio mondo attraverso lunghi dialoghi perché il mondo stesso è costruito attraverso immagini e sensazioni. È una delle dimostrazioni più efficaci di come la fantascienza e il fantastico possano continuare a evolversi quando smettono di considerare le convenzioni narrative come regole obbligatorie.

In questo senso, il legame con Heavy Metal è significativo. La rivista ha rappresentato uno dei riferimenti per l’approccio adulto, esplicito e visivamente sperimentale che caratterizza Love, Death & Robots, contribuendo a creare uno spazio nel quale la fantascienza poteva essere anche violenta, erotica, filosofica e profondamente sperimentale. Jibaro raccoglie idealmente quella tradizione e la porta dentro una produzione contemporanea, dimostrando che un racconto di appena diciassette minuti può rinunciare al dialogo e affidarsi quasi completamente all’immagine senza perdere complessità.

Il risultato è un episodio nel quale la forma non accompagna semplicemente la storia: è la storia. Jibaro racconta l’impossibilità di comunicare attraverso un racconto che sceglie deliberatamente di non parlare. Mostra come il desiderio possa trasformarsi in possesso attraverso due personaggi che non riescono a condividere lo stesso linguaggio. E soprattutto dimostra che, quando animazione, montaggio, suono e movimento vengono utilizzati come strumenti narrativi autonomi, anche diciassette minuti possono contenere una storia capace di lasciare un’immagine duratura molto dopo la fine dei titoli di coda.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.
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