La serie storica sugli zombie in 13 puntate di Netflix è talmente bella che va vista due volte

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Tra le migliori serie horror disponibili su Netflix, Kingdom occupa un posto particolare: è una storia di zombie ambientata nella Corea medievale che riesce a trasformare un racconto di sopravvivenza in un thriller politico sulla corruzione, il potere e le disuguaglianze sociali. Debuttata nel 2019, la produzione sudcoreana ha contribuito a ridefinire le possibilità del genere, dimostrando che i morti viventi possono diventare molto più di una minaccia da cui fuggire. Attraverso due stagioni di sei episodi ciascuna e uno speciale cinematografico, per un totale di tredici capitoli narrativi, Kingdom costruisce un universo nel quale l’orrore soprannaturale e quello provocato dagli esseri umani sono impossibili da separare. Ed è proprio questa complessità a renderla una serie che merita di essere guardata almeno due volte.

Il successo internazionale di Train to Busan, diretto da Yeon Sang-ho nel 2016, aveva già mostrato quanto il cinema sudcoreano fosse capace di rinnovare l’immaginario zombie attraverso creature estremamente rapide, sequenze fisiche e un forte sottotesto sociale. Kingdom porta quell’approccio in una direzione ancora più ambiziosa, utilizzando l’ambientazione storica per raccontare una società nella quale il privilegio determina chi può sopravvivere e chi viene sacrificato. Creata dalla sceneggiatrice Kim Eun-hee, con protagonisti Ju Ji-hoon, Bae Doona e Ryu Seung-ryong, la serie non si limita a combinare due generi apparentemente distanti: li rende dipendenti l’uno dall’altro. Per questo una seconda visione permette di scoprire dettagli politici, indizi narrativi e comportamenti dei personaggi che acquistano un significato completamente diverso una volta conosciuta l’origine della catastrofe.

Kingdom, la trama e il mistero della malattia che trasforma la Corea medievale in un incubo

La storia è ambientata durante la dinastia Joseon e segue Lee Chang, principe ereditario costretto a indagare sulle misteriose condizioni di salute del re, suo padre. La corte sostiene che il sovrano sia gravemente malato, ma l’impossibilità di incontrarlo e le manovre della potente famiglia Haewon Cho alimentano i sospetti di un complotto. Mentre il principe cerca di comprendere cosa stia realmente accadendo, una terribile epidemia comincia a diffondersi tra la popolazione, trasformando i contagiati in creature aggressive e affamate di carne umana. La ricerca della verità diventa così una lotta per la sopravvivenza, ma soprattutto un’indagine su un sistema politico disposto a nascondere qualsiasi atrocità pur di conservare il potere.

L’elemento più intelligente della narrazione è il modo in cui la diffusione degli zombie viene collegata direttamente alle decisioni dei governanti. La catastrofe non appare semplicemente come una punizione soprannaturale o un evento naturale imprevedibile, ma come la conseguenza di scelte dettate dall’ambizione e dalla paura di perdere il controllo. Il principe Chang si ritrova quindi ad affrontare due minacce contemporaneamente: i morti viventi che devastano il territorio e gli uomini di potere che preferiscono sacrificare la popolazione piuttosto che mettere in discussione il proprio dominio. La tensione nasce da questa sovrapposizione, perché ogni rivelazione sull’epidemia finisce per svelare anche una nuova forma di corruzione.

Bae Doona in Kingdom (2019)
Foto di JUHAN NOH/Netflix

Alla prima visione, lo spettatore è inevitabilmente attratto dalle trasformazioni, dagli inseguimenti e dalle spettacolari sequenze di assedio. Riguardando la serie, però, diventano più evidenti i dettagli disseminati nei dialoghi, i sospetti che circondano la corte e il significato di comportamenti apparentemente secondari. Kingdom è costruita come un mistero politico prima ancora che come un horror, e conoscere in anticipo alcune delle risposte permette di apprezzare quanto accuratamente siano preparate. Anche le caratteristiche dell’infezione, inizialmente incomprensibili, vengono progressivamente ricondotte a una logica precisa, trasformando ciò che sembrava puro caos in un sistema narrativo coerente.

Il vero significato di Kingdom: gli zombie raccontano la corruzione, la fame e le disuguaglianze sociali

La dimensione più interessante di Kingdom emerge quando si comprende che i morti viventi non sono necessariamente i mostri più pericolosi della storia. Gli zombie agiscono seguendo impulsi elementari, mentre gli esseri umani esercitano consapevolmente il proprio potere attraverso menzogne, violenza e sfruttamento. Il contrasto tra queste due forme di mostruosità diventa il principio morale della serie: da una parte creature che hanno perso ogni capacità di giudizio, dall’altra funzionari e aristocratici perfettamente lucidi che scelgono di condannare migliaia di persone per salvaguardare la propria posizione.

La fame assume in questo contesto un significato particolarmente importante. In una società segnata dalla povertà, dalla carestia e dalle differenze tra classi, il bisogno di nutrirsi diventa il simbolo di un ordine sociale profondamente ingiusto. I privilegiati possono isolarsi, proteggersi e sottrarsi alle conseguenze delle proprie decisioni, mentre i più vulnerabili vengono esposti per primi al contagio. La trasformazione degli esseri umani in creature divoratrici rende visibile una violenza che esisteva già prima dell’epidemia: quella di una classe dominante che continua a consumare le risorse del popolo senza assumersi la responsabilità della sua sopravvivenza.

Ju Ji-hoon in Kingdom (2019)
Foto di JUHAN NOH/Netflix

È anche per questo che il principe Chang rappresenta una figura più complessa del tradizionale eroe impegnato a combattere gli zombie. La sua lotta non riguarda soltanto la riconquista della propria posizione dinastica, ma il significato stesso dell’autorità. Essere un sovrano legittimo non basta se il potere non viene esercitato per proteggere gli altri. La serie sviluppa questa idea attraverso le sue alleanze, i tradimenti e il confronto tra personaggi disposti a rischiare la propria vita per gli altri e figure incapaci di rinunciare ai propri privilegi. A ogni nuova visione, le scelte individuali assumono un peso maggiore perché appaiono parte di una riflessione più ampia sulla responsabilità collettiva.

Perché Kingdom ha cambiato le serie zombie e cosa sappiamo della terza stagione

L’originalità di Kingdom deriva anche dalla sua capacità di inserirsi nella tradizione del dramma storico coreano senza rinunciare alle convenzioni dell’horror contemporaneo. I costumi, le architetture, le gerarchie della corte e le tensioni dinastiche non sono semplici elementi decorativi: definiscono concretamente le possibilità di movimento, difesa e sopravvivenza dei personaggi. L’assenza della tecnologia moderna rende ogni attacco degli zombie ancora più pericoloso, mentre le distanze tra villaggi e centri di potere contribuiscono a trasformare l’epidemia in una crisi politica difficilmente controllabile. Le creature velocissime e le scene d’azione richiamano il cinema zombie sudcoreano moderno, ma il contesto storico ne modifica radicalmente il significato.

La sceneggiatura di Kim Eun-hee, sviluppata a partire dall’universo narrativo di The Kingdom of the Gods, trova così una propria identità rispetto a produzioni come The Walking Dead e Train to Busan. Dove molte storie del genere si concentrano sulla dissoluzione della società dopo l’arrivo dei morti viventi, Kingdom racconta un mondo che era già attraversato da profonde ingiustizie. La catastrofe non distrugge semplicemente l’ordine esistente: ne rivela la fragilità e le contraddizioni. La regia, la fotografia e la costruzione delle sequenze collettive contribuiscono a dare alla produzione una dimensione cinematografica, rendendo credibile un universo che avrebbe potuto apparire artificioso se affrontato come un semplice esperimento tra generi.

Ju Ji-hoon in Kingdom (2019) (1)
Foto di JUHAN NOH/Netflix

Dopo le prime due stagioni, uscite rispettivamente nel 2019 e nel 2020, Netflix ha ampliato la storia con Kingdom: Ashin of the North, uno speciale del 2021 dedicato al personaggio di Ashin, interpretato da Jun Ji-hyun. Il racconto approfondisce le origini della misteriosa pianta legata alla resurrezione dei morti e introduce una prospettiva ulteriore sul contagio, collegandolo a nuovi conflitti e a una vicenda di vendetta. Si tratta di un capitolo fondamentale per comprendere l’universo narrativo della serie, perché rilegge retrospettivamente alcuni degli eventi delle stagioni precedenti e mostra come l’epidemia sia il risultato di una storia molto più estesa.

Nonostante il successo di critica e la notorietà internazionale, Kingdom non ha ancora ottenuto il rinnovo ufficiale per una terza stagione. I costi produttivi elevati e le difficoltà di coordinamento del progetto sono stati indicati tra i possibili ostacoli alla prosecuzione, ma non esiste una conferma definitiva sulle ragioni dell’interruzione. Questo rende ancora più preziosi i tredici capitoli disponibili: una storia che, pur lasciando aperte alcune possibilità narrative, possiede una forza tematica e visiva difficilmente eguagliata da altre produzioni zombie contemporanee. Rivedere Kingdom significa scoprire che la sua vera grandezza non risiede soltanto nel modo in cui mette in scena i morti, ma soprattutto in ciò che racconta dei vivi.

Redazione
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