The Rescue prende una premessa familiare al cinema action e la trasporta dentro un territorio profondamente western: una figlia rapita, un padre disposto a tutto per salvarla e una vendetta condotta fuori dai confini della legge. Il film diretto da Potsy Ponciroli, con Brandon Sklenar protagonista nei panni del cowboy Jamie Lee, sembra infatti costruire una versione contemporanea di Taken, sostituendo però l’ambiente urbano e internazionale del film con quello ruvido e violento del Neo-Western americano. È proprio questo spostamento di coordinate a rendere il progetto interessante: la storia del padre che diventa giustiziere non cambia nella sua essenza, ma assume un significato diverso quando il protagonista appartiene a un mondo nel quale il rapporto tra individuo, territorio e legge è già profondamente conflittuale.
A rendere ancora più evidente questa direzione sono i numerosi legami di The Rescue con l’universo creativo di Taylor Sheridan, anche se Sheridan non è lo sceneggiatore del film. Brandon Sklenar arriva da 1923, Josh Lucas ha interpretato il giovane John Dutton in Yellowstone, Hassie Harrison ha fatto parte della serie e il produttore Tim McGraw è comparso sia in Yellowstone sia in 1883. Il film sembra quindi inserirsi in quella stessa sensibilità Neo-Western che negli ultimi anni ha riportato al centro del racconto americano figure maschili costrette a risolvere conflitti estremi attraverso un codice personale. E in questo senso la scelta di Sklenar come nuovo equivalente di Liam Neeson non è soltanto una questione di casting: può rappresentare il passaggio da un’icona dell’action degli anni Duemila a una nuova generazione di eroi western.
The Rescue trasforma il classico racconto di Taken in una storia di vendetta western

La differenza fondamentale sta però nell’identità del protagonista e nello spazio nel quale si muove. Taken trasformava un ex agente governativo in una macchina da combattimento all’interno di un’Europa urbana e criminale; The Rescue parte invece da un cowboy, quindi da una figura che porta già con sé un immaginario legato all’autosufficienza, alla sopravvivenza e alla giustizia personale. Il rapimento della figlia diventa così il catalizzatore che riattiva un codice che sembrava appartenere al passato. Il film può quindi utilizzare la grammatica dell’action-revenge senza rinunciare alla dimensione western: la ricerca della ragazza diventa anche un viaggio attraverso un’America nella quale la distanza dalle istituzioni permette ancora al singolo di trasformarsi nel proprio sceriffo. È questa sovrapposizione tra thriller di salvataggio e western contemporaneo a definire l’identità del progetto.
Il vero significato di The Rescue è il ritorno del cowboy come giustiziere moderno
La somiglianza con Taken è quindi soltanto il punto di partenza. Più interessante è ciò che accade quando la classica fantasia dell’action — un uomo che supera ogni ostacolo per salvare la propria famiglia — viene inserita nella mitologia del western. Il cowboy non è semplicemente un personaggio capace di combattere: è una figura narrativa costruita intorno all’idea che, quando la legge non basta, l’individuo debba assumersi personalmente la responsabilità di ristabilire un ordine. The Rescue sembra recuperare proprio questa funzione, trasformando il rapimento della figlia in una crisi che mette in discussione il confine tra giustizia e vendetta. Jamie Lee non combatte soltanto contro i sequestratori: combatte contro l’impotenza che il rapimento gli impone e contro l’idea di dover attendere che siano altri a intervenire.
Anche il cane della figlia assume, almeno sul piano simbolico, un ruolo significativo all’interno di questa dinamica. La sua presenza lega il protagonista alla persona che sta cercando di salvare e diventa una sorta di filo concreto attraverso il quale il padre continua a percepire la presenza della figlia durante la sua ricerca. In un racconto costruito sulla solitudine del protagonista, questo elemento permette inoltre di mantenere una dimensione emotiva che impedisce alla vendetta di ridursi a una semplice successione di scontri. Il western contemporaneo funziona spesso proprio attraverso questa tensione: da una parte l’uomo che deve essere spietato per sopravvivere, dall’altra la famiglia come ultimo elemento capace di dare un senso alla violenza. In The Rescue, la missione di Jamie Lee sembra nascere esattamente da questa contraddizione.
I legami con Yellowstone e Taylor Sheridan spiegano l’identità Neo-Western del film
Per comprendere davvero la direzione di The Rescue è necessario inserirlo nel panorama del Neo-Western contemporaneo. Taylor Sheridan ha contribuito in maniera determinante a rendere nuovamente centrale questo modello, prima attraverso sceneggiature cinematografiche come Sicario, Hell or High Water e Wind River, poi attraverso l’universo televisivo di Yellowstone e delle sue produzioni collegate. Non tutti questi titoli appartengono allo stesso tipo di racconto, ma condividono spesso un interesse per personaggi contemporanei costretti a confrontarsi con violenza, territorio, potere e crisi delle istituzioni. The Rescue sembra inserirsi in questa stessa tradizione senza essere direttamente un prodotto di Sheridan.
I collegamenti sono del resto numerosi. Brandon Sklenar ha interpretato Spencer Dutton in 1923, prequel di Yellowstone, mentre Josh Lucas è stato il giovane John Dutton attraverso diversi flashback della serie principale. Hassie Harrison ha interpretato Laramie in Yellowstone e Tim McGraw, oltre a essere produttore di The Rescue, è apparso sia in Yellowstone sia in 1883. Questi elementi non rendono il film una produzione di Sheridan, ma contribuiscono a collocarlo nello stesso ecosistema artistico e industriale. Persino la scelta del protagonista sembra coerente con questa continuità: Sklenar ha già dimostrato di poter sostenere il peso fisico e drammatico del western, ma i suoi ruoli cinematografici più recenti hanno mostrato anche una gamma più ampia, dal thriller Drop a It Ends With Us e The Housemaid. The Rescue può dunque utilizzare la familiarità dell’attore con il genere per costruire qualcosa che parta da quel modello e lo aggiorni.
Brandon Sklenar può trasformare Jamie Lee nel nuovo eroe action della generazione post-Liam Neeson
La scelta di Brandon Sklenar è forse l’aspetto che meglio permette di capire cosa The Rescue voglia fare con la formula di Taken. Liam Neeson appartiene a una generazione di protagonisti action nella quale la forza del personaggio derivava anche dal contrasto tra un’età più avanzata e una capacità fisica sorprendente. Bryan Mills era credibile proprio perché il film aveva costruito un passato professionale che giustificava la sua abilità. Jamie Lee parte invece da un’identità differente: non è un agente segreto né un professionista dell’intelligence, ma un ex cowboy da rodeo. La sua competenza nasce quindi da un’esperienza fisica e territoriale, non da un addestramento militare. Questo modifica radicalmente il tipo di eroe che il pubblico è chiamato a seguire.
Sklenar, inoltre, arriva a The Rescue dopo una serie di ruoli che hanno progressivamente complicato la sua immagine. In 1923 ha avuto modo di inserirsi pienamente nel western moderno, mentre Drop gli ha permesso di muoversi dentro un thriller più ambiguo e It Ends With Us ha valorizzato una dimensione più protettiva del personaggio. Anche The Housemaid ha contribuito a mostrare un’altra sfumatura della sua presenza scenica. Jamie Lee può quindi diventare una sintesi di queste esperienze: un protagonista apparentemente eroico, ma inserito in una storia abbastanza dura da permettergli di mostrare anche un lato più oscuro. Ed è proprio qui che The Rescue potrebbe distinguersi dalla semplice operazione nostalgica su Taken: non ripetere l’eroe di Liam Neeson, ma trasferire quella funzione narrativa dentro la mitologia del cowboy contemporaneo.

