Il genere young adult, spesso abbreviato in YA, viene ancora liquidato con troppa facilità come territorio di melodrammi romantici, triangoli sentimentali e protagonisti “prescelti”. È un giudizio comodo, ma anche piuttosto superficiale: ogni genere vive di archetipi e convenzioni, dalla fantascienza all’horror, e ciò che conta davvero è il modo in cui questi elementi vengono usati. Da questo punto di vista, The Magicians è uno dei migliori esempi di quanto una storia nata dentro il linguaggio YA possa diventare più dura, complessa e adulta di quanto l’etichetta lasci immaginare.
Debuttata su Syfy nel 2015 e durata cinque stagioni, la serie segue Quentin Coldwater (Jason Ralph), giovane studente disilluso che scopre che la magia esiste davvero e viene ammesso alla Brakebills University for Magical Pedagogy. La sua migliore amica Julia Wicker (Stella Maeve), invece, viene respinta e finisce per entrare nel mondo clandestino delle hedge witches. Basata sulla trilogia di romanzi di Lev Grossman, la serie ha alzato l’età dei personaggi rispetto ai libri, spostandoli verso un territorio più “new adult”, ma senza cambiare davvero il cuore della storia. The Magicians resta profondamente YA nel modo in cui parla di identità, crescita, desiderio e disillusione. Solo che lo fa senza addolcire quasi nulla.
The Magicians prende i cliché del fantasy YA e li trasforma in qualcosa di molto più duro
Sulla carta, The Magicians potrebbe sembrare la variante più adulta di Harry Potter: una scuola di magia, un protagonista che scopre improvvisamente di appartenere a un mondo speciale, un universo fantastico che promette di offrire finalmente un senso alla sua vita. Non a caso la serie è stata spesso descritta come “Harry Potter per adulti”. Ma è proprio qui che comincia la sua parte più interessante, perché The Magicians prende quella promessa e la smonta quasi subito.
Per Quentin, Brakebills dovrebbe essere il luogo in cui tutto finalmente acquista significato. È convinto che la magia possa risolvere quel senso di vuoto che si porta dietro e che Fillory, il mondo fantastico che ha idealizzato fin da bambino, rappresenti una sorta di destinazione finale, un posto capace di restituirgli un’identità. La serie, però, gli mostra l’esatto contrario: il mondo magico non cancella i suoi problemi, li amplifica. La depressione, il bisogno di essere speciale, la frustrazione e l’incapacità di sentirsi davvero soddisfatto non scompaiono quando Quentin ottiene ciò che desiderava.
Anche la struttura del “prescelto” viene progressivamente svuotata. Quentin entra a Brakebills pensando di essere parte di qualcosa di eccezionale, ma si rende conto quasi subito di non essere necessariamente il più brillante, il più potente o quello destinato a salvare tutti. Non esiste nemmeno una figura adulta realmente rassicurante che possa guidarlo. Le autorità che incontra sono spesso opportuniste, ambigue o semplicemente incapaci di proteggerlo.
È qui che The Magicians si distingue da molto fantasy YA più convenzionale. Non rifiuta i suoi archetipi, li usa per parlare della delusione che arriva quando scopri che essere speciale non significa essere felice e che ottenere ciò che hai sempre desiderato non ti rende automaticamente una persona migliore.
La magia non è una fuga dai problemi: in The Magicians rende il dolore ancora più difficile da ignorare
Uno degli aspetti più riusciti della serie è il modo in cui tratta la magia. In moltissime storie fantasy il potere rappresenta una crescita: il protagonista impara nuove capacità, acquisisce controllo e diventa progressivamente più forte. In The Magicians il rapporto è molto più ambiguo.
La magia assomiglia spesso a una dipendenza. Può offrire euforia, senso di potere e possibilità apparentemente infinite, ma quasi sempre presenta un conto. Usarla significa esporsi a conseguenze emotive e fisiche che i personaggi non sono sempre in grado di gestire. La tentazione, però, resta fortissima proprio perché la magia permette loro di sentire qualcosa di più intenso rispetto alla vita ordinaria.
Questa idea rende il sistema magico della serie molto più interessante di un semplice insieme di regole o incantesimi. La magia diventa un modo per parlare di compulsioni, autodistruzione e desiderio di fuga. I personaggi non sono migliori perché hanno accesso a qualcosa di straordinario; al contrario, spesso diventano più vulnerabili proprio perché il potere amplifica ciò che già esiste dentro di loro.
Questo vale anche per Julia, il cui percorso si sviluppa in maniera quasi opposta rispetto a quello di Quentin. Respinta da Brakebills, entra nel mondo delle hedge witches e affronta la magia senza la protezione di un’istituzione. Il suo viaggio è più irregolare, più doloroso e spesso più pericoloso, ma proprio per questo diventa uno dei modi migliori con cui la serie mostra quanto la crescita non sia mai lineare.
In The Magicians, il passaggio all’età adulta non coincide con l’acquisizione di sicurezza. Significa piuttosto accettare che il mondo non ti deve una spiegazione, che i tuoi traumi non spariscono e che anche ciò che ami può ferirti.
The Magicians resta irresistibile proprio perché non si lascia schiacciare dalla sua oscurità
Con una premessa del genere, la serie potrebbe sembrare una visione pesante, quasi estenuante. In realtà uno dei suoi maggiori punti di forza è la capacità di mantenere un tono sorprendentemente divertente. The Magicians possiede un umorismo sarcastico, cinico e spesso assurdo che impedisce alla storia di diventare soffocante.
La leggerezza non annulla il dolore, ma convive con esso. È uno degli elementi che rendono la serie così facile da divorare episodio dopo episodio. I personaggi possono affrontare crisi esistenziali, traumi profondi o conseguenze devastanti della magia e, poco dopo, ritrovarsi dentro una situazione grottesca o una battuta perfettamente calibrata.
Anche i numeri musicali, diventati nel tempo uno degli elementi più amati della serie, funzionano proprio per questo motivo. Potrebbero sembrare una deviazione tonale, ma diventano invece uno strumento narrativo utile per mostrare come i personaggi elaborano emozioni, trauma e frustrazione. La musica diventa un modo per esprimere ciò che normalmente non riescono a dire e, allo stesso tempo, per spezzare la tensione senza svuotare la storia del suo peso emotivo.
È proprio questa alternanza a rendere The Magicians così efficace. La serie può essere crudele e poi sorprendentemente tenera, sarcastica e poi sincera, tragica e immediatamente dopo assurda. Non cerca una tonalità unica, perché anche i suoi personaggi non vivono mai dentro una sola emozione.
The Magicians dimostra perché il genere YA merita molta più considerazione
Il valore della serie sta anche nel fatto che non tenta mai di prendere le distanze dal proprio DNA YA per sembrare più “seria”. Al contrario, utilizza proprio i temi tipici del genere — identità, amicizia, amore, appartenenza, crescita — e li porta verso conseguenze più adulte.
I rapporti sentimentali restano importanti, così come le gelosie, le fratture tra amici, il bisogno di essere visti e riconosciuti. Ma la serie non tratta questi elementi come materiale minore. Li considera centrali perché fanno parte del modo in cui i suoi personaggi costruiscono se stessi.
Ed è qui che The Magicians riesce in qualcosa che molte storie YA non sempre raggiungono: mostra che crescere non significa smettere di provare quelle emozioni, ma capire quanto possano diventare più complicate con il tempo.
Per questo, cinque stagioni dopo, la serie resta ancora una delle produzioni fantasy più interessanti da recuperare. Non perché rinneghi il genere young adult, ma perché dimostra quanto possa diventare ricco quando i suoi codici vengono presi sul serio.
The Magicians non è una versione “migliore” dello YA perché è più cinica o più violenta. È una dimostrazione del fatto che il genere ha sempre avuto strumenti abbastanza forti per raccontare dolore, desiderio, crescita e perdita. Basta usarli senza paura.


