VisionQuest è un’ottima serie, ma la fantascienza Marvel di cinque anni fa resta superiore

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VisionQuest è una delle produzioni più ambiziose e interessanti della recente televisione Marvel, capace di combinare fantascienza, introspezione psicologica e una riflessione sorprendentemente complessa sull’identità. La serie Disney+ riporta al centro del Marvel Cinematic Universe Visione, interpretato da Paul Bettany, e Ultron, nuovamente affidato a James Spader, completando un percorso narrativo iniziato nel 2015 con Avengers: Age of Ultron. Attraverso il confronto tra intelligenze artificiali, ricordi e legami familiari, il racconto si interroga su cosa significhi essere umani, provare emozioni e costruire una propria identità quando persino la memoria può essere manipolata. Eppure, nonostante queste qualità, VisionQuest fatica a raggiungere il livello della serie che cinque anni prima aveva inaugurato l’avventura televisiva dei Marvel Studios su Disney+: WandaVision.

Uno degli aspetti più affascinanti di VisionQuest è la rappresentazione della mente del protagonista. Il cosiddetto palazzo mentale di Visione, costruito attraverso suggestioni estetiche degli anni Sessanta e atmosfere investigative, diventa uno spazio in cui diverse intelligenze artificiali dell’MCU, tra cui J.A.R.V.I.S., F.R.I.D.A.Y. ed E.D.I.T.H., possono esplorare i suoi ricordi e confrontarsi con la sua natura. Il Visione Bianco possiede infatti le memorie dell’originale, recuperate attraverso il confronto con la versione creata da Wanda Maximoff a Westview, ma questo non significa necessariamente che sia la stessa persona. La serie sviluppa tale interrogativo attraverso il rapporto con Tommy Maximoff, uno dei figli di Wanda e Visione, trasformando la ricerca dell’identità in una questione che riguarda anche l’appartenenza familiare e la possibilità di amare.

T'Nia Miller in Vision Quest

Il problema è che VisionQuest sembra talvolta voler raccontare troppe storie contemporaneamente. Accanto al percorso interiore del protagonista trovano spazio le ambizioni di Ultron, il rapporto tra Visione e Tommy, le vicende di Paladin e la minaccia rappresentata da un nuovo sintezoide. A queste linee narrative si aggiungono personaggi e ambientazioni che ampliano ulteriormente l’universo della serie, ma rischiano anche di disperderne l’attenzione. Il risultato è un racconto ricco di idee e momenti visivamente notevoli, che tuttavia non possiede sempre la stessa chiarezza emotiva di WandaVision. La differenza tra le due produzioni non riguarda tanto la qualità delle singole intuizioni, quanto la capacità di organizzarle attorno a un tema centrale riconoscibile.

Perché WandaVision rimane superiore a VisionQuest: il segreto è nella sua storia emotiva

A cinque anni dal debutto, WandaVision rimane una delle serie più riuscite dell’intero Marvel Cinematic Universe. Il suo merito principale non consiste soltanto nell’aver sperimentato con i linguaggi della televisione, ricostruendo le sitcom americane di epoche differenti, ma nell’aver utilizzato quella struttura per raccontare un’esperienza emotiva universale: il dolore della perdita. Ogni elemento della serie, dalle trasformazioni di Westview agli interventi dello S.W.O.R.D., era direttamente collegato al lutto di Wanda Maximoff e al suo disperato tentativo di conservare una vita familiare che non esisteva più. Anche quando la narrazione introduceva nuovi misteri o personaggi, il pubblico poteva comprendere con chiarezza quale fosse il conflitto fondamentale della protagonista. La magia e la fantascienza non sostituivano il dramma umano, ma diventavano strumenti per renderlo visibile.

In WandaVision, personaggi come Visione, Billy, Tommy, Agatha Harkness e Monica Rambeau contribuivano tutti a sviluppare la storia di Wanda, anche quando possedevano motivazioni e percorsi autonomi. VisionQuest, al contrario, distribuisce il proprio interesse narrativo tra diversi protagonisti, attribuendo alle vicende di Ultron, Tommy e Jocasta un peso che talvolta compete con quello del personaggio centrale. Non è necessariamente una scelta sbagliata: anche Agatha All Along, la seconda parte ideale di questa trilogia televisiva, utilizzava una struttura corale. In quel caso, però, il viaggio lungo la Strada delle Streghe rappresentava un obiettivo condiviso che teneva insieme le storie individuali. In VisionQuest manca talvolta un principio organizzativo altrettanto forte, capace di rendere immediatamente evidente come ogni sottotrama contribuisca alla trasformazione interiore del protagonista.

La differenza emerge anche sul piano visivo e strutturale. Le sitcom di WandaVision non erano un semplice esercizio stilistico, ma la manifestazione concreta del desiderio di Wanda di rifugiarsi in un mondo rassicurante, dove i problemi potessero risolversi secondo le convenzioni della televisione tradizionale. Allo stesso modo, le prove della Strada delle Streghe in Agatha All Along offrivano una struttura riconoscibile attraverso cui sviluppare personaggi e conflitti. Il palazzo mentale di VisionQuest possiede un potenziale analogo, perché permette di rappresentare visivamente la memoria e la coscienza di un essere artificiale. Tuttavia, i continui spostamenti tra questo spazio, Londra, Madripoor e le altre ambientazioni rendono la narrazione meno compatta. La serie rimane affascinante, ma non sempre riesce a trasformare la propria complessità in una visione creativa altrettanto coerente.

VisionQuest completa la trilogia di Scarlet Witch e dimostra cosa dovrebbe fare la Marvel in televisione

VisionQuest episodio 5

Le difficoltà di VisionQuest non cancellano i risultati raggiunti dalla serie. Al contrario, il progetto rappresenta una conclusione significativa per quella che può essere considerata la trilogia televisiva non ufficiale di Scarlet Witch, composta da WandaVision, Agatha All Along e VisionQuest. Le tre produzioni condividono un interesse per temi che raramente occupano una posizione così centrale nei racconti supereroistici: il lutto, l’amore, la genitorialità, la memoria e la costruzione dell’identità. Se WandaVision raccontava una donna incapace di accettare la perdita della propria famiglia e Agatha All Along esplorava le conseguenze del dolore attraverso un altro personaggio segnato dalla solitudine, VisionQuest affronta una domanda complementare: cosa significa appartenere a una famiglia quando la propria esistenza è stata ricostruita artificialmente?

È proprio in questa dimensione che la serie trova i suoi momenti migliori. Il rapporto tra Visione e Tommy, il confronto con Ultron e la presenza delle diverse intelligenze artificiali dell’MCU permettono di approfondire il tema della coscienza senza ridurlo a una questione puramente tecnologica. Visione non deve soltanto stabilire se possiede i ricordi della propria vita precedente, ma comprendere se quei ricordi possano ancora definire ciò che è diventato. Paul Bettany riesce a rendere credibile questa contraddizione, dando profondità emotiva a un personaggio che potrebbe facilmente apparire distante o eccessivamente astratto. Anche James Spader contribuisce a rafforzare il racconto, riportando sullo schermo un Ultron la cui presenza richiama le origini cinematografiche del protagonista. La forza di VisionQuest emerge soprattutto quando la fantascienza diventa un mezzo per parlare di sentimenti autenticamente umani.

James Spader e Paul Bettany in VisionQuest - episodio 5

In questo senso, le tre serie offrono una lezione importante ai Marvel Studios. Il Marvel Cinematic Universe non ha bisogno di limitarsi a riprodurre sul piccolo schermo le strutture dei film, né di trasformare ogni produzione in una preparazione al successivo grande evento cinematografico. Può invece sperimentare con generi, linguaggi e forme narrative differenti, costruendo storie relativamente autonome ma capaci di arricchire un universo condiviso. WandaVision rimane l’esempio più compiuto di questa possibilità, mentre VisionQuest dimostra che la stessa ambizione può produrre risultati interessanti anche quando l’equilibrio non è perfetto. In attesa del finale, previsto su Disney+ per il 10 novembre 2026, la serie ha già mostrato quanto il percorso della famiglia Maximoff sia stato importante per l’evoluzione televisiva della Marvel. E se c’è un elemento che accomuna davvero queste tre storie, è la capacità di ricordare che anche gli esseri più potenti dell’universo possono essere definiti dalle loro fragilità.

Redazione
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