Book Club – Tutto può succedere è tratto da una storia vera? Ecco l’ispirazione dietro il film

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Book Club – Tutto può succedere (leggi qui la recensione), diretto da Bill Holderman e scritto dallo stesso Holderman insieme a Erin Simms, è una commedia romantica che porta al centro della storia quattro donne ormai arrivate alla sessantina, interpretate da Diane Keaton, Jane Fonda, Candice Bergen e Mary Steenburgen. Diane, Vivian, Sharon e Carol sono amiche da molti anni e condividono un appuntamento fisso: il loro club del libro. La lettura di Cinquanta sfumature di grigio di E. L. James, scelto come testo del mese, diventa però l’occasione per mettere in discussione convinzioni, abitudini e rapporti sentimentali che sembravano ormai consolidati. Ognuna delle quattro donne si trova infatti davanti a un problema diverso, legato alla solitudine, al matrimonio, alla paura dell’intimità o alla difficoltà di concedersi ancora qualcosa per sé.

Proprio la componente autobiografica, per quanto indiretta, ha fatto nascere la curiosità su quanto ci sia di vero dietro Book Club – Tutto può succedere. La risposta è chiara: il film non è basato su una storia vera e le quattro protagoniste non corrispondono a persone realmente esistite. L’idea, però, nasce da un episodio realmente accaduto a Holderman e Simms, quando il regista decise di spedire alla madre la trilogia di Cinquanta sfumature di grigio per la Festa della Mamma. La sorpresa della sceneggiatrice davanti a quel gesto diede origine a una conversazione sull’intimità, sulla sessualità e sul diritto delle persone anziane a vivere pienamente la propria vita. Da quel dialogo sarebbe nata la premessa del film.

L’episodio realmente accaduto tra Bill Holderman ed Erin Simms che ha dato origine a Book Club

La vera storia dietro Book Club – Tutto può succedere comincia quindi lontano dalla sceneggiatura e soprattutto lontano dalle vicende delle quattro protagoniste. Prima che esistessero Diane, Vivian, Sharon e Carol, Bill Holderman aveva avuto un’idea apparentemente semplice: regalare alla propria madre la trilogia di Cinquanta sfumature di grigio. Il gesto avvenne in occasione della Festa della Mamma e Holderman decise di spedirle i libri tramite FedEx. Per lui si trattava evidentemente di un regalo ironico e curioso, ma quando Erin Simms, sua amica di lunga data e futura co-sceneggiatrice, venne a conoscenza della cosa, la sua reazione fu molto diversa.

Simms rimase sorpresa dall’idea che Holderman avesse scelto proprio quei romanzi, fortemente incentrati sul sesso e sulle relazioni, come regalo per la propria madre. La situazione poteva sembrare soltanto un aneddoto divertente, ma la conversazione che ne seguì portò i due autori verso un tema molto più ampio: perché l’intimità dovrebbe essere considerata un argomento imbarazzante quando riguarda persone di una certa età? E perché il desiderio di vivere una relazione, cercare un nuovo amore o riscoprire la propria sessualità dovrebbe appartenere soprattutto alla giovinezza?

Da questa riflessione prese forma l’idea di costruire una commedia con protagoniste donne sulla sessantina. L’obiettivo non era raccontare un caso reale, bensì partire da una situazione quotidiana per interrogarsi su una concezione della vita spesso condizionata da aspettative sociali e familiari. Book Club nasce quindi da un’esperienza autentica, ma la trasforma immediatamente in finzione. Il regalo fatto alla madre di Holderman è reale; il club del libro, le quattro amiche e le loro rispettive crisi sentimentali sono invece invenzioni narrative.

Anche la costruzione dei personaggi conserva però alcune tracce personali. Erin Simms ha raccontato, per esempio, che Sharon era vagamente ispirata a sua madre. Il legame è volutamente molto libero: la madre della sceneggiatrice non era un giudice federale, come invece è Sharon nel film, mentre il padre di Simms lo era, e proprio da questo elemento familiare deriva parte del background professionale del personaggio. È un esempio significativo del metodo con cui gli autori hanno lavorato: prendere dettagli, ricordi e persone reali e trasformarli in figure autonome, senza pretendere di riprodurle fedelmente.

La storia delle quattro donne è inventata, ma le esperienze personali degli autori ne hanno determinato caratteri e conflitti

Una volta individuata l’idea centrale, Bill Holderman ed Erin Simms hanno costruito una storia corale nella quale ciascuna protagonista potesse affrontare una diversa forma di insoddisfazione. Diane è una vedova che vive una situazione familiare molto particolare e deve confrontarsi con la possibilità di ricominciare sentimentalmente; Vivian ha costruito una vita indipendente e apparentemente soddisfacente, ma conserva una forte paura dell’intimità; Sharon è una giudice federale divorziata che ha quasi rinunciato alla propria vita sentimentale; Carol, infine, è sposata da decenni e cerca di riaccendere il rapporto con il marito.

Questi percorsi non derivano da quattro storie vere specifiche. Sono piuttosto quattro variazioni sullo stesso problema: cosa succede quando una persona arriva a un certo punto della vita e si accorge di avere dedicato così tanto spazio alle responsabilità da aver perso il contatto con i propri desideri? La lettura di Cinquanta sfumature di grigio diventa il detonatore narrativo proprio perché mette improvvisamente le quattro amiche davanti a un tema che normalmente evitano di discutere apertamente.

Il libro di E. L. James, nel film, non rappresenta quindi una ricostruzione della vita delle protagoniste. È un espediente narrativo volutamente ironico: un romanzo popolare sulla sessualità viene introdotto in un gruppo di donne che appartengono a una generazione alla quale il cinema e la televisione hanno spesso riservato ruoli marginali rispetto alla rappresentazione del desiderio. L’effetto comico nasce proprio dal contrasto tra ciò che le quattro donne sono abituate a considerare appropriato e ciò che improvvisamente iniziano a chiedersi.

La vicenda procede poi attraverso situazioni sentimentali e familiari che appartengono completamente alla finzione. Le difficoltà di Diane con le figlie, il rapporto tra Carol e Bruce, il passato di Vivian e la nuova relazione di Sharon sono tasselli costruiti per dare a ciascuna protagonista un percorso autonomo. Il film non cerca dunque di arrivare a una “conclusione della storia vera”, perché una storia vera da concludere non esiste. La realtà fornisce agli autori il punto di partenza e alcuni materiali emotivi, mentre la sceneggiatura costruisce quattro possibili risposte alla stessa esigenza: tornare a considerare la propria vita come qualcosa che può ancora cambiare.

Questa impostazione spiega anche perché il film abbia un tono volutamente ottimista. Le situazioni possono essere comiche, imbarazzanti e talvolta persino malinconiche, ma la direzione narrativa rimane quella della possibilità. L’età delle protagoniste non viene trattata come un limite narrativo che impedisce loro di desiderare, innamorarsi o cambiare, bensì come una fase nella quale possono finalmente mettere a fuoco ciò che vogliono.

La vera storia di Book Club finisce con un’idea, non con una vicenda realmente accaduta

Candice Bergen e Diane Keaton in Book Club - Tutto può succedere

La conclusione più corretta, quindi, è che Book Club – Tutto può succedere sia una storia di finzione ispirata a esperienze personali reali. Non esistono quattro amiche che abbiano vissuto le avventure raccontate nel film e non c’è una singola vicenda biografica alla quale la sceneggiatura possa essere ricondotta. L’elemento realmente accaduto è il curioso episodio del libro regalato da Bill Holderman alla madre, che ha aperto una discussione con Erin Simms sul rapporto tra età, desiderio e intimità.

Da quella conversazione nasce una delle caratteristiche più interessanti del film: l’idea che la sessualità e la ricerca della felicità non abbiano una data di scadenza. Holderman e Simms utilizzano quattro personaggi molto diversi per evitare di presentare una sola esperienza della maturità femminile. C’è chi ha perso il proprio compagno, chi ha paura di legarsi, chi ha costruito una carriera per proteggersi e chi deve ritrovare un’intimità ormai spenta all’interno del matrimonio.

In questo senso, il riferimento a Cinquanta sfumature di grigio acquista un significato preciso. Il romanzo non è importante perché abbia realmente cambiato la vita di quattro donne, ma perché permette agli autori di mettere in moto una conversazione che nella realtà aveva già avuto luogo tra loro. La finzione amplifica quella domanda e la trasforma in una commedia sulla possibilità di ricominciare, anche quando la società tende a suggerire che certe esperienze appartengano ormai al passato.

È quindi più corretto dire che Book Club – Tutto può succedere è “ispirato a una storia vera” soltanto in senso molto ampio, oppure, ancora meglio, che trae ispirazione da un’esperienza reale degli sceneggiatori. La storia raccontata sullo schermo è inventata, mentre è autentica la scintilla che l’ha generata. Ed è proprio questa origine a rendere il film più interessante: dietro una commedia costruita intorno a un libro erotico c’è una domanda molto concreta che Bill Holderman ed Erin Simms si sono posti partendo dalle loro stesse esperienze familiari.

Alla fine, dunque, la “storia vera” di Book Club non è quella di Diane, Vivian, Sharon e Carol, ma quella di un’idea nata da una situazione quotidiana e trasformata in racconto cinematografico. Il film immagina quattro donne che decidono di riappropriarsi delle proprie vite e, attraverso di loro, sostiene che il desiderio di cambiamento non appartenga a una sola stagione dell’esistenza. La realtà ha fornito agli autori il primo spunto; il cinema ha fatto il resto.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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