La forma dell’acqua (leggi qui la recensione) di Guillermo del Toro è una fiaba romantica immersa nell’America della Guerra fredda, dove una donna che non può parlare trova una forma di comunicazione e di amore proprio con la creatura che gli altri considerano un mostro. Il film parte dai codici del monster movie, li attraversa con quelli della fiaba e arriva a un finale che sembra offrire un classico lieto fine, salvo lasciare aperta una domanda decisiva: Elisa sopravvive davvero oppure la sua storia viene trasformata in una leggenda d’amore da chi la racconta? È proprio questa ambiguità a rendere la conclusione molto più interessante di una semplice ricompensa romantica.
Per comprendere il finale di La forma dell’acqua, quindi, bisogna guardare oltre lo scontro conclusivo tra Elisa, la creatura e il colonnello Strickland. La trasformazione delle cicatrici sul collo della protagonista in branchie, la fuga sott’acqua e la voce narrante di Giles costruiscono infatti una conclusione sospesa tra realtà e favola. Il film sembra suggerire che Elisa abbia finalmente trovato il proprio posto nel mondo, ma contemporaneamente conserva quella stessa incertezza che del Toro aveva già utilizzato in Il labirinto del fauno: ciò che vediamo è realmente accaduto oppure è il modo in cui una storia d’amore riesce a sopravvivere alla perdita?
Come Guillermo del Toro trasforma il monster movie e la fiaba romantica in una storia d’amore sull’alterità
La forma dell’acqua nasce dalla passione di Guillermo del Toro per il cinema fantastico e per le creature mostruose. Il riferimento più evidente è Il mostro della laguna nera, classico del 1954 nel quale una creatura anfibia si innamora di una donna umana, diventando però inevitabilmente una minaccia agli occhi degli uomini. Il regista rovescia completamente quella struttura: la creatura non è più il mostro da eliminare, bensì il protagonista romantico, mentre la vera mostruosità appartiene agli esseri umani che cercano di controllarla.
Questa inversione si collega direttamente alla poetica del regista, già evidente in Hellboy, Il labirinto del fauno e Crimson Peak. Nei suoi film, il fantastico tende a diventare uno strumento per mettere in discussione la normalità, mentre le creature considerate diverse possiedono spesso una maggiore umanità rispetto agli uomini che le circondano. Elisa appartiene esattamente a questa tradizione: è muta, vive ai margini della società e comunica attraverso il linguaggio dei gesti.
Anche la struttura della fiaba è fondamentale. Elisa è una sorta di principessa senza voce, mentre la creatura rappresenta il principe trasformato in mostro. Tuttavia La forma dell’acqua modifica un elemento centrale della tradizione: nessuno dei due deve essere reso conforme alle aspettative della società per poter vivere il proprio amore. La conclusione realizza quindi una fantasia di liberazione dall’idea che esista una sola forma possibile di normalità.
Cosa succede nel finale di La forma dell’acqua e perché Elisa può finalmente vivere sott’acqua
Nel climax, Strickland raggiunge Elisa e la creatura sul canale dove la donna avrebbe dovuto liberare l’essere anfibio. Il colonnello spara a entrambi, ferendoli gravemente. La creatura, però, riesce a sopravvivere grazie alle sue capacità rigenerative e reagisce contro Strickland, tagliandogli la gola. Prima di morire, l’uomo comprende finalmente ciò che non aveva mai voluto accettare: la creatura che aveva considerato un semplice oggetto di studio è qualcosa di molto più grande di lui.
A quel punto Elisa sembra morta. La creatura prende il suo corpo e si immerge nell’acqua, portandola con sé. È qui che il film introduce la sua trasformazione più importante: le cicatrici che Elisa porta sul collo si aprono e diventano vere e proprie branchie. Il gesto può essere interpretato come una guarigione miracolosa, ma anche come la rivelazione di una natura che Elisa aveva sempre avuto e che il mondo non le aveva permesso di conoscere.
La voce narrante di Giles racconta poi che i due sono rimasti insieme e che hanno vissuto il loro amore. La scena finale, ambientata nel futuro, mostra Elisa accanto alla creatura, ormai parte di un mondo acquatico che può essere letto come il loro definitivo rifugio. Il film sembra dunque scegliere il lieto fine, ma del Toro evita di renderlo completamente razionale: la trasformazione appartiene alla logica della fiaba, dove l’amore può modificare persino le regole della realtà.
Elisa, la creatura e Strickland rappresentano tre modi opposti di guardare ciò che non comprendiamo
Il vero conflitto di La forma dell’acqua riguarda l’alterità. Elisa e la creatura sono entrambi esseri incapaci di adattarsi perfettamente al sistema nel quale sono inseriti, ma proprio questa condizione permette loro di riconoscersi. Lei non ha bisogno della parola per comprendere lui; lui non ha bisogno della parola per comprendere lei. La loro relazione nasce quindi da una comunicazione precedente al linguaggio verbale, costruita attraverso il corpo, lo sguardo, l’acqua e il desiderio.
Strickland rappresenta invece il tentativo di classificare e dominare ciò che sfugge alle categorie convenzionali. È un uomo convinto che la propria posizione sociale, il proprio potere e la propria idea di normalità gli consentano di stabilire cosa sia umano e cosa sia mostruoso. La sua ossessione per la creatura rivela progressivamente una violenza che non deriva dall’elemento fantastico, bensì dalla necessità di esercitare controllo.
In questo senso, il finale ribalta definitivamente la prospettiva. Il presunto mostro diventa colui che salva Elisa, mentre l’uomo che si considera superiore muore proprio perché non riesce a riconoscere l’umanità dell’altro. L’acqua assume così un valore simbolico preciso: è lo spazio nel quale le gerarchie terrestri perdono consistenza e dove Elisa può finalmente esistere senza dover essere definita attraverso ciò che le manca.
Il finale richiama Il labirinto del fauno e ripropone la domanda sul confine tra realtà e fiaba
La conclusione di La forma dell’acqua acquista un significato ulteriore se messa in relazione con Il labirinto del fauno. Anche lì del Toro raccontava una protagonista che viveva in un mondo dominato dalla violenza e trovava nel fantastico una possibile via di fuga. Nel film del 2006, però, il confine tra realtà e immaginazione rimane dolorosamente ambiguo: ciò che accade a Ofelia può essere interpretato come una dimensione fantastica realmente esistente oppure come una costruzione attraverso cui la bambina affronta una realtà insostenibile.
La forma dell’acqua utilizza una strategia simile, ma la orienta verso il romanticismo. Sappiamo che la creatura esiste davvero, quindi il film non mette in dubbio la sua presenza. L’ambiguità riguarda piuttosto Elisa e la sua trasformazione. All’inizio la vediamo già immersa nell’acqua, come se la sua storia fosse stata raccontata da qualcuno che conosce soltanto il risultato finale. La narrazione di Giles, inoltre, non possiede necessariamente l’autorità di un narratore onnisciente.
Questo elemento lascia aperta una possibilità affascinante: Elisa potrebbe essere davvero sopravvissuta e aver raggiunto la creatura nel suo ambiente naturale, oppure Giles potrebbe aver trasformato la sua scomparsa in una storia d’amore destinata a continuare oltre la morte. Il film, però, inclina chiaramente verso la prima interpretazione. Dove Il labirinto del fauno utilizza il fantastico per rendere ancora più dolorosa una tragedia, La forma dell’acqua utilizza l’ambiguità per proteggere il proprio lieto fine.
Cosa significa davvero il finale di La forma dell’acqua: l’amore permette a Elisa di smettere di essere “diversa”
Il significato più profondo del finale sta quindi nella trasformazione di Elisa. Per gran parte del film, la protagonista è definita dalla società attraverso una mancanza: non parla, è una donna, appartiene a una classe sociale marginale e vive in un’epoca nella quale molte delle persone che la circondano considerano l’alterità qualcosa da correggere o reprimere. La creatura, al contrario, viene letteralmente imprigionata perché non rientra nelle categorie umane.
Quando Elisa entra nell’acqua, queste definizioni perdono finalmente il loro potere. Non deve più diventare simile agli altri e neppure chiedere alla creatura di diventare umana. È il mondo esterno a rivelarsi incapace di comprendere una relazione che non rispetta le proprie convenzioni. Le branchie rappresentano perciò una liberazione: ciò che sembrava una ferita diventa un organo necessario alla sua nuova esistenza.
La conclusione può essere letta anche come una risposta alla domanda centrale della fiaba: chi deve cambiare per poter amare? Nelle versioni tradizionali di La bella e la bestia, è spesso la creatura maschile a essere trasformata e riportata alla forma umana. Del Toro rovescia questa convenzione. Elisa mantiene la propria diversità e, anzi, acquisisce una caratteristica non umana che le consente di raggiungere definitivamente colui che ama.
Per questo il finale di La forma dell’acqua è molto più di un lieto fine. È la conclusione logica di un film che ha trascorso tutta la sua durata a mettere in discussione la distinzione tra umano e mostruoso. Strickland muore perché interpreta il diverso come qualcosa da possedere o distruggere; Elisa sopravvive perché accetta il diverso fino al punto di riconoscersi in esso.
La voce di Giles, infine, mantiene quella lieve incertezza che impedisce alla favola di diventare una semplice spiegazione. Se Elisa vive davvero, ha trovato un luogo nel quale la sua diversità non è più una condanna. Se invece la sua storia è diventata una leggenda raccontata da Giles, l’amore ha comunque ottenuto una vittoria: ha trasformato una possibile morte in una storia di liberazione.
È proprio qui che Guillermo del Toro completa il dialogo con Il labirinto del fauno. Là il fantastico può essere letto come il rifugio di una bambina davanti alla morte; qui diventa la possibilità concreta di immaginare una vita oltre i confini imposti dalla realtà. La forma dell’acqua sceglie quindi di credere alla fiaba: il mostro può essere amato, la donna senza voce può trovare la propria voce attraverso il corpo e l’acqua può diventare il luogo in cui ciò che il mondo considera impossibile trova finalmente una forma.






