Le ragazze del Coyote Ugly è tratto da una storia vera? La vicenda del bar che ha ispirato il film

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Uscito nel 2000, Le ragazze del Coyote Ugly è diventato uno di quei film di culto capaci di trasformare un luogo reale in un vero immaginario cinematografico. Diretto da David McNally e interpretato da Piper Perabo, Adam Garcia, Maria Bello e John Goodman, racconta l’arrivo a New York della giovane Violet Sanford, aspirante cantautrice che, per mantenersi, trova lavoro nel celebre Coyote Ugly Saloon. Tra balli sul bancone, clienti esuberanti e regole molto particolari, Violet scopre progressivamente un ambiente che la costringe a superare la propria timidezza.

Dietro questa storia di formazione c’è però qualcosa di realmente esistito. Il Coyote Ugly Saloon era infatti un vero locale dell’East Village di New York, aperto nel 1993 da Liliana “Lil” Lovell, e negli anni Novanta divenne protagonista di un articolo di Elizabeth Gilbert per GQ. Fu proprio quell’esperienza, raccontata dalla futura autrice di Mangia, prega, ama, a contribuire a portare il bar all’attenzione di Hollywood. La risposta, dunque, è sì, ma con una precisazione fondamentale: Le ragazze del Coyote Ugly è liberamente ispirato a una storia vera e a un luogo reale, mentre la vicenda di Violet è stata costruita per il film.

La vera storia del Coyote Ugly Saloon: Liliana Lovell, il bar dell’East Village e l’esperienza raccontata da Elizabeth Gilbert

Per capire quanto ci sia di vero nel film bisogna partire da Liliana Lovell, la donna che fondò il Coyote Ugly Saloon. La storia ufficiale del locale racconta che Lovell, originaria di New Rochelle, aveva iniziato un percorso professionale nel mondo della finanza, lavorando come stagista nell’investment banking di Wall Street. La realtà del bar si rivelò però molto più redditizia e soprattutto più vicina alla sua personalità: dopo aver lavorato al Village Idiot, un locale dell’East Village, decise di aprire un’attività propria.

Il Coyote Ugly Saloon aprì ufficialmente il 27 gennaio 1993. Lovell aveva costruito la propria idea di locale osservando il modo in cui funzionava il Village Idiot e trasformando quell’esperienza in una formula personale: bariste selezionate per il loro carattere e la loro capacità di intrattenere, musica, provocazione, sfide con i clienti e soprattutto spettacolo. Le ragazze salivano sui banconi, ballavano, interagivano direttamente con il pubblico e contribuivano a creare un’atmosfera volutamente sopra le righe.

Questa parte della storia è quella che il film riproduce più riconoscibilmente. La Lil interpretata da Maria Bello è infatti chiaramente modellata sulla figura della fondatrice, anche se il personaggio cinematografico viene inserito in una trama molto più strutturata. La vera Lovell era già diventata una presenza dominante all’interno del proprio locale: secondo il racconto pubblicato sul sito ufficiale del Coyote Ugly, era famosa per ballare sul bancone, cantare, provocare i clienti e coinvolgerli nelle sfide alcoliche.

La svolta arrivò nel 1997, quando Elizabeth Gilbert, allora ancora lontana dalla fama internazionale che avrebbe raggiunto con Mangia, prega, ama, pubblicò su GQ l’articolo The Muse of the Coyote Ugly Saloon. Gilbert aveva realmente lavorato come barista nel locale e il suo racconto trasformava quella esperienza in un ritratto vivido della vita dietro il bancone. Il testo descriveva le altre bariste, i clienti abituali, le regole non scritte del locale e soprattutto la personalità di Liliana Lovell.

L’articolo è particolarmente importante perché dimostra quanto l’elemento più riconoscibile di Le ragazze del Coyote Ugly abbia una radice documentaria. Il bar, le ragazze che ballano, i clienti che vengono coinvolti nello spettacolo e la proprietaria dal carattere dominante non sono invenzioni nate direttamente dalla sceneggiatura. Esisteva davvero un ambiente di questo tipo e Gilbert lo raccontò dall’interno, contribuendo a trasformarlo in una piccola leggenda della New York notturna degli anni Novanta.

Dall’esperienza reale al film del 2000: cosa è successo davvero al Coyote Ugly e quanto la storia di Violet si discosta dalla realtà

Maria Bello e Piper Perabo in Le ragazze del Coyote Ugly

Dopo la pubblicazione dell’articolo di Elizabeth Gilbert, il Coyote Ugly Saloon attirò un’attenzione molto più ampia. La stessa storia ufficiale del locale indica proprio il pezzo di GQ come il momento in cui il bar dell’East Village ottenne una notorietà nazionale e aggiunge che, poco dopo, Hollywood acquistò i diritti sulla storia di Liliana Lovell.

È qui che la realtà lascia spazio alla costruzione cinematografica. Violet Sanford, interpretata da Piper Perabo, non è una trasposizione diretta di Elizabeth Gilbert e non è nemmeno una versione cinematografica di Liliana Lovell. Il film prende l’ambiente raccontato da Gilbert e la figura della proprietaria come punto di partenza, poi costruisce intorno a questi elementi una storia originale: Violet arriva a New York con il sogno di diventare cantautrice, incontra il mondo del Coyote Ugly e deve imparare a esibirsi davanti a un pubblico.

Anche il rapporto tra Violet e Lil è quindi funzionale alla struttura del film. La giovane aspirante musicista rappresenta una persona che deve trovare il coraggio di mostrarsi, mentre Lil incarna una filosofia completamente opposta alla timidezza: nel suo bar bisogna occupare lo spazio, provocare, attirare l’attenzione e trasformare il pubblico in parte dello spettacolo. La realtà del locale forniva gli ingredienti, mentre la sceneggiatura li organizza secondo le esigenze di una commedia romantica e di formazione.

Il percorso di Violet verso il successo musicale appartiene dunque alla fiction. La sua storia sentimentale con Kevin, il suo rapporto conflittuale con il padre e la progressiva conquista della fiducia in se stessa non sono la ricostruzione di un’esperienza vissuta da una singola barista. Il film usa piuttosto il Coyote Ugly come ambiente nel quale far maturare la protagonista, trasformando un luogo reale in una sorta di palestra personale.

Questo vale anche per il modo in cui vengono rappresentate le bariste. Il vero articolo di Gilbert descriveva donne con personalità molto differenti, alcune particolarmente aggressive, altre spiritose, altre ancora capaci di attirare il pubblico attraverso un atteggiamento più seduttivo. La selezione delle ragazze dipendeva soprattutto dalla loro capacità di incarnare lo spirito del locale. Il film estremizza questi tratti e li organizza in personaggi immediatamente riconoscibili, creando un gruppo corale funzionale alla commedia.

La storia reale del Coyote Ugly, inoltre, non possiede una vera conclusione paragonabile a quella del film. Non c’è una “vicenda di Violet” che arriva a compimento perché Violet non è una persona realmente esistita. La storia documentabile è quella di un’attività nata dall’iniziativa di Lovell, diventata celebre grazie al racconto di Gilbert e successivamente trasformata in un marchio e in un fenomeno cinematografico. Il film rappresenta quindi un capitolo della storia del locale, non la sua fedele biografia.

La vera storia dietro Le ragazze del Coyote Ugly finisce con un bar diventato fenomeno: cosa racconta davvero il film sulla sua origine

Izabella Miko e Bridget Moynahan in Le ragazze del Coyote Ugly

La risposta più corretta alla domanda “Le ragazze del Coyote Ugly è tratto da una storia vera?” è quindi: sì, ma soltanto nel senso di un’ispirazione reale e non di una trasposizione fedele di eventi realmente accaduti. Il Coyote Ugly Saloon è esistito ed esiste come attività nata dall’iniziativa di Liliana Lovell; l’esperienza delle sue bariste fu raccontata direttamente da Elizabeth Gilbert e quell’articolo contribuì alla successiva nascita del film.

La storia di Violet, invece, è un’invenzione cinematografica. Questo chiarimento è particolarmente importante perché nel corso degli anni il rapporto tra realtà e finzione è stato spesso semplificato, arrivando a presentare il film come se raccontasse la vita della stessa Gilbert. Non è così. Gilbert fu realmente una barista del Coyote Ugly e trasformò quell’esperienza in un articolo per GQ, ma il film costruisce una protagonista differente e una vicenda autonoma.

Anche il collegamento spesso fatto con Mangia, prega, ama va trattato con cautela. Elizabeth Gilbert è effettivamente la stessa autrice che avrebbe poi pubblicato quel memoir, ma non significa che Violet sia la versione giovanile del personaggio autobiografico raccontato nel libro. Il legame reale tra le due opere è soprattutto biografico e professionale: prima di diventare celebre come scrittrice, Gilbert aveva lavorato al Coyote Ugly e ne aveva raccontato l’esperienza su GQ.

Ed è forse proprio questa stratificazione a rendere interessante la storia del film. Le ragazze del Coyote Ugly parte da un luogo realmente esistito, da una donna realmente esistita e da un reportage scritto da una persona che quel mondo lo aveva vissuto dall’interno, ma poi trasforma tutto in una favola pop sulla crescita personale. La realtà fornisce l’ambiente e l’energia; Hollywood costruisce il racconto.

Il risultato è un film che ha finito per rendere quasi indistinguibili, nell’immaginario collettivo, il Coyote Ugly reale e quello cinematografico. Il primo era un bar dell’East Village con regole, clienti e protagoniste in carne e ossa; il secondo è diventato un luogo simbolico del cinema degli anni Duemila, associato ai banconi, alle danze e alla musica. La storia vera, dunque, non è quella di Violet: è quella del locale che ha fornito al film il suo mondo e della donna che lo ha trasformato in un fenomeno.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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