Diretto da Aaron e Adam Nee, The Lost City (leggi qui la recensione) è una commedia d’avventura del 2022 con Sandra Bullock, Channing Tatum e Daniel Radcliffe, che recupera il gusto dei classici del genere tra inseguimenti nella giungla, rovine misteriose e cacce al tesoro. Al centro della storia c’è Loretta Sage, scrittrice di romanzi sentimentali d’avventura, rapita da un eccentrico miliardario convinto che il suo ultimo libro contenga gli indizi necessari per raggiungere una città antica e impossessarsi del suo tesoro. A tentare di salvarla è Alan Caprison, il modello che presta il volto all’eroe dei suoi romanzi, Dash McMahon.
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La premessa gioca deliberatamente sul confine tra immaginazione e realtà: un racconto inventato può contenere informazioni sufficienti per ritrovare un luogo dimenticato? Esistono davvero città perdute, antichi tesori nascosti e tracce del passato capaci di condurre a scoperte straordinarie? Per rispondere bisogna distinguere la storia del film dai fenomeni storici e archeologici che ne alimentano l’immaginario. The Lost City non è tratto da una storia vera e non racconta il ritrovamento documentato di una città o di un tesoro specifici. Alcuni elementi, tuttavia, richiamano realtà concrete, mentre altri appartengono chiaramente alle convenzioni spettacolari dell’avventura cinematografica.
Quanto sono realistici il rapimento di Loretta Sage e la ricerca di una città antica nascosta nella giungla?
La vicenda di Loretta Sage e del miliardario Abigail Fairfax è interamente inventata. La sceneggiatura, sviluppata da Oren Uziel, Dana Fox, Aaron Nee e Adam Nee a partire da una storia di Seth Gordon, costruisce un’avventura in cui un romanzo di fantasia diventa una sorta di guida per raggiungere un luogo sconosciuto. Fairfax è convinto che Loretta, grazie alle sue ricerche e alle conoscenze confluite nel libro, possa aiutarlo a decifrare gli indizi necessari per trovare un’antica corona. Il rapimento nasce da questa convinzione e dalla sua ossessione per il tesoro: un meccanismo narrativo efficace, ma decisamente romanzesco.
Nella realtà, la ricerca di città scomparse e insediamenti dimenticati è un campo di studio concreto. Archeologi e storici ricostruiscono l’esistenza di antiche comunità attraverso documenti, iscrizioni, manufatti, resti architettonici e indagini sul territorio. Le tecnologie di telerilevamento, tra cui il LIDAR, possono inoltre individuare strutture nascoste dalla vegetazione e modificare la comprensione di paesaggi che sembravano già conosciuti. Questo non significa che ogni leggenda custodisca una verità verificabile, né che basti seguire una serie di indizi per arrivare a un tesoro: una scoperta richiede riscontri materiali e un lavoro di interpretazione condotto con metodo.
È proprio qui che The Lost City semplifica maggiormente il processo. Loretta possiede competenze legate all’archeologia e ha elaborato, per i suoi romanzi, una storia ispirata a un’antica civiltà immaginaria. Fairfax presume che la scrittrice sia in grado di trasformare quel materiale in una mappa attendibile. Nella pratica, le conoscenze storiche possono certamente aiutare a interpretare un’iscrizione o a ricostruire il significato di un reperto, ma non garantiscono che una tradizione narrativa corrisponda a fatti accertabili. Anche un indizio apparentemente convincente deve essere verificato attraverso fonti indipendenti.
La città perduta del film, insieme ai sovrani Kalaman e Taha e alla corona che Fairfax desidera conquistare, appartiene alla finzione. La storia richiama un immaginario consolidato, quello di civiltà scomparse e tesori sottratti al tempo, che il cinema ha reso familiare attraverso opere come I predatori dell’arca perduta e All’inseguimento della pietra verde. La somiglianza con queste avventure è una scelta di genere, non la prova di una vicenda realmente accaduta. Anche l’idea che un miliardario possa organizzare una spedizione privata per impadronirsi di un reperto è plausibile come comportamento individuale, ma il film ne esaspera le conseguenze per trasformare la ricerca in una corsa contro il tempo.
Dalla fuga nella giungla all’eruzione del vulcano: quali elementi del film resistono alla verifica?
Una volta rapita, Loretta si ritrova in un ambiente ostile e deve fare affidamento su capacità che il suo rapitore sottovaluta. Alan, dal canto suo, parte per salvarla senza avere la preparazione di un esploratore: il contrasto tra l’immagine eroica del personaggio che interpreta sulle copertine e la sua inesperienza costituisce una delle principali fonti di comicità. La dinamica funziona sul piano narrativo, ma le loro possibilità di sopravvivenza sono spesso amplificate per esigenze spettacolari. Orientarsi in una foresta tropicale, trovare acqua potabile, evitare ferite e affrontare condizioni climatiche difficili richiede conoscenze e risorse che non si acquisiscono improvvisamente durante una fuga.
Il film comprime tempi e difficoltà, alternando pericoli, inseguimenti e momenti comici. Nella realtà, un incidente in un ambiente isolato può diventare serio proprio perché mancano soccorsi immediati, le ferite si possono infettare e la disidratazione compromette rapidamente le capacità fisiche. Anche spostarsi attraverso corsi d’acqua, pareti rocciose e vegetazione fitta presenta rischi che il montaggio cinematografico tende a ridurre. La sopravvivenza di Loretta e Alan dipende così soprattutto dal ritmo dell’avventura e dalla loro capacità di reagire alle situazioni, più che da una rappresentazione rigorosa delle difficoltà di una spedizione.
Ancora più libera è la sequenza che conduce i protagonisti verso il luogo in cui sarebbe custodito il tesoro. Gli indizi, i riferimenti alla cultura antica e la scoperta finale sono organizzati per produrre una rivelazione emotiva, non per illustrare un procedimento archeologico credibile. La corona, infatti, si rivela molto diversa da ciò che Fairfax si aspettava: il suo valore è legato alla storia d’amore tra Kalaman e Taha e a un gesto intimo, lontano dalla ricchezza materiale immaginata dal miliardario. È una svolta coerente con il significato del film, ma non rimanda a un reperto storico identificabile o a una leggenda documentata presentata fedelmente.
Anche il vulcano attivo che minaccia di distruggere il sito appartiene alla tradizione dell’avventura spettacolare. Le eruzioni sono fenomeni reali, ma il loro comportamento non si riduce a un’esplosione sincronizzata con il momento culminante della fuga. Le eruzioni possono svilupparsi in modi differenti, con tempi e segnali variabili; la possibilità di prevederne l’evoluzione dipende dal monitoraggio geologico e dalle caratteristiche del vulcano. Nel film, invece, l’attività vulcanica aumenta la pressione drammatica e impone ai personaggi una scadenza immediata. La fuga attraverso un passaggio subacqueo, inoltre, è una soluzione cinematografica ad alto rischio, non un modello affidabile di comportamento in una situazione simile.
Un dettaglio concreto riguarda invece il paesaggio che dà forma all’avventura. Le riprese di The Lost City si sono svolte nella Repubblica Dominicana, dove la produzione ha sfruttato ambienti naturali e strutture locali per costruire il mondo del film. La scelta delle location contribuisce alla sensazione di trovarsi in un territorio remoto e poco conosciuto, ma non significa che la città della storia esista davvero in quel luogo. Come hanno raccontato i registi, l’intenzione era recuperare il piacere di un’avventura fisica e spettacolare, con gli attori immersi negli ambienti naturali.
Perché The Lost City sceglie la fantasia al posto del realismo storico e archeologico
Il film va quindi considerato una storia d’avventura originale, non una ricostruzione di fatti realmente accaduti. Non esiste una vicenda documentata che corrisponda al rapimento di Loretta Sage, alla spedizione organizzata da Abigail Fairfax o alla ricerca della corona di Kalaman e Taha. Anche il personaggio di Alan, modello chiamato a dimostrare un eroismo molto diverso da quello che pubblicizza, è costruito per rovesciare gli stereotipi del genere. Il racconto si serve di elementi riconoscibili — rovine, enigmi, spedizioni, tesori — per accompagnare lo spettatore in una vicenda in cui l’azione ha soprattutto una funzione comica e sentimentale.
La scelta più interessante riguarda proprio la natura del tesoro. Fairfax cerca un oggetto che possa possedere e trasformare in una prova della propria superiorità; la scoperta finale gli oppone un significato che sfugge alla logica del possesso. La corona è preziosa per ciò che rappresenta nella relazione tra i due sovrani, e il suo valore non coincide con quello economico che il miliardario le attribuisce. Il film utilizza così la caccia al tesoro per mettere in discussione l’idea che ogni traccia del passato debba essere tradotta in ricchezza o prestigio personale.
Anche Loretta compie un percorso che va oltre la semplice fuga. La scrittura, inizialmente legata a un mondo immaginario e a una vita segnata dalla perdita, diventa il punto di partenza per affrontare un’esperienza concreta. Alan, invece, è costretto a confrontarsi con la distanza tra l’eroe idealizzato che interpreta e la persona che è davvero. La giungla funziona come uno spazio di trasformazione: non perché offra una rappresentazione fedele dell’esplorazione, ma perché mette i protagonisti davanti a situazioni che li costringono a ridefinire se stessi.
Il limite del film emerge quando si cerca una corrispondenza precisa tra gli eventi e la realtà. Le competenze archeologiche di Loretta, la decifrazione degli indizi, le capacità di sopravvivenza dei protagonisti e la fuga finale vengono semplificate per mantenere il racconto leggero e dinamico. Non è necessario pretendere da una commedia romantica lo stesso rigore di un documentario, ma è utile distinguere la plausibilità di alcuni presupposti dalla veridicità della vicenda.
The Lost City, in definitiva, non è tratto da una storia vera e non racconta la scoperta di una città perduta realmente esistita. La ricerca archeologica, le spedizioni in ambienti difficili e il fascino delle civiltà scomparse appartengono al mondo reale; il tesoro, i personaggi e le peripezie del film sono invece frutto dell’immaginazione. La sua ambizione è offrire un’evasione consapevole, capace di divertire e, allo stesso tempo, ricordare che il valore di una scoperta può risiedere nella storia che restituisce, non soltanto nell’oggetto che si trova.
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