Con Cambogia, presentato alla 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Freestyle, Valerio Lundini passa dietro la macchina da presa e porta con sé tutto quello che ha reso riconoscibile il suo modo di fare comicità. L’idea di partenza è semplice quanto irresistibile: che cosa succede ai personaggi di una serie televisiva quando le riprese finiscono? E, soprattutto, dove vanno a finire quando qualcuno pronuncia la fatidica parola «stop»?
Da questa domanda prende forma una commedia che si diverte a giocare con le regole del cinema, con le aspettative dello spettatore e con quel rapporto complicato che lega un attore al personaggio che interpreta. Lundini costruisce un universo in cui i confini tra realtà e finzione diventano improvvisamente permeabili, dando vita a un racconto che trova nella sua stessa assurdità la chiave per funzionare. Il risultato è un esordio dietro la macchina da presa che rivela una notevole consapevolezza del linguaggio cinematografico, senza rinunciare alla leggerezza.
Cambogia, quando il set si spegne e la finzione prende il sopravvento

Contemporaneamente, nel mondo reale, il suo posto viene preso da Tramezzino, lo sgangherato scagnozzo che interpreta sul set. I due personaggi si ritrovano così a sperimentare esistenze lontanissime dalla propria, in uno scambio che mette a soqquadro le rispettive certezze e apre la strada a una serie di situazioni paradossali.
È un meccanismo narrativo che permette a Lundini di ribaltare continuamente le aspettative, giocando con gli stereotipi del poliziesco e con le convenzioni della commedia. Il mondo della serie è governato dalla violenza e da un destino che sembra già scritto, mentre quello reale offre a Tramezzino l’occasione di assaporare privilegi e attenzioni normalmente riservati alla star che lo interpreta.
La premessa basta a suggerire la direzione del racconto, ma il piacere di Cambogia sta soprattutto nel modo in cui questa intuizione viene sviluppata. Meglio lasciare allo spettatore la scoperta delle sue svolte, perché il film costruisce la propria efficacia anche attraverso l’accumulo di dettagli e l’imprevedibilità delle situazioni.
La comicità di Valerio Lundini trova una nuova dimensione al cinema
Chi conosce Lundini ritroverà in Cambogia la sua capacità di osservare il mondo da una prospettiva laterale, individuando l’assurdo proprio dove sembra nascondersi la normalità. La comicità nasce spesso da piccoli scarti, da comportamenti fuori posto e da elementi che, presi singolarmente, potrebbero sembrare insignificanti, ma che acquistano senso all’interno di un contesto sempre più bizzarro.
Il film dimostra una particolare attenzione alla costruzione della scena. Ogni dettaglio contribuisce a definire le regole di questo universo parallelo, dalle dinamiche tra i personaggi ai meccanismi della produzione televisiva che fanno da sfondo alla vicenda. La cinefilia di Lundini si manifesta così attraverso riferimenti, situazioni e trovate che arricchiscono il racconto senza trasformarlo in un esercizio riservato a pochi appassionati.
Il risultato è una comicità che si affida alla precisione e alla capacità di sorprendere, trovando un equilibrio tra il nonsense e una struttura narrativa riconoscibile. Le risate arrivano proprio perché il film prende sul serio le proprie premesse, lasciando che anche le situazioni più improbabili seguano una loro logica interna.
In questo senso, il passaggio alla regia appare particolarmente felice: Lundini riesce a trasferire sul grande schermo una sensibilità comica personale, adattandola alle esigenze di un racconto più ampio. La sua ironia conserva la propria identità e trova nuove possibilità espressive nella costruzione visiva e nei tempi della narrazione.
Il rapporto tra attore e personaggio è il vero cuore del film

Lo scambio tra De Nicolais e Tramezzino rende concreta questa riflessione, trasformando una questione professionale in un’esperienza estrema. L’attore deve misurarsi con il mondo che ha contribuito a costruire attraverso la propria interpretazione, mentre il personaggio acquista una libertà che, almeno in teoria, dovrebbe appartenere soltanto a chi lo porta in scena.
È qui che il film trova uno dei suoi spunti più interessanti. Interpretare qualcuno significa inventare gesti, posture, reazioni e modi di parlare che possono essere molto lontani dalla propria personalità. Ma che cosa accade quando quella costruzione smette di essere controllabile? E fino a che punto un personaggio può essere separato dall’attore che gli ha dato un volto?
Lundini affronta queste domande con un tono che evita qualsiasi pesantezza didascalica. La riflessione emerge dalle situazioni e dalle conseguenze dello scambio, lasciando che sia la commedia a rendere accessibili questioni che riguardano tanto il lavoro degli interpreti quanto il rapporto del pubblico con la finzione.
Il film invita così a guardare con curiosità il processo attraverso cui una figura immaginaria diventa credibile, acquisisce una propria identità e finisce per vivere nella memoria degli spettatori. Un gioco metacinematografico che trova nella sua dimensione paradossale una possibilità di approfondimento.
Un cast che sostiene il gioco senza perdere credibilità
Accanto a Lundini, il film schiera Benedetta Porcaroli, Gabriel Montesi, Giorgio Montanini e Andrea Di Maria, con Sonia Bergamasco. Un gruppo di interpreti chiamato a muoversi all’interno di un racconto che richiede di rispettare le regole del proprio universo, anche quando queste diventano sempre più improbabili.
È proprio la credibilità a fare la differenza in una commedia del genere. Perché il paradosso funzioni, i personaggi devono abitare le situazioni con naturalezza, senza cercare continuamente la complicità dello spettatore. L’umorismo acquista forza quando il mondo raccontato conserva una sua coerenza, anche nel momento in cui si allontana completamente dalla realtà quotidiana.
Lundini, dal canto suo, riesce a giocare con la propria immagine pubblica senza rimanerne prigioniero. La sua presenza conserva i tratti familiari al pubblico, ma si inserisce in una costruzione narrativa che gli permette di sperimentare con il personaggio e con le aspettative legate alla sua figura. È un equilibrio importante, perché consente al film di sfruttare la riconoscibilità del suo autore senza ridursi a una semplice estensione dei suoi precedenti lavori comici.
Cambogia è un esordio riuscito che gioca con le regole del cinema

La dimensione metacinematografica funziona perché resta legata ai personaggi e alle conseguenze concrete delle loro disavventure. Le domande sull’identità dell’attore, sulla natura della recitazione e sulla vita autonoma dei personaggi non interrompono il divertimento: diventano parte integrante del meccanismo comico.
Cambogia lascia così intravedere un percorso cinematografico interessante per un comico che sceglie di ampliare il proprio linguaggio senza rinnegare la propria identità. Un film che invita a chiedersi che cosa accade quando le luci si spengono, il set si svuota e i personaggi continuano a esistere. E che trova nella possibilità di immaginare una risposta il suo gioco più divertente.
Cambogia
Sommario
Cambogia fa presagire un percorso cinematografico interessante per un comico che sceglie di ampliare il proprio linguaggio senza rinnegare la propria identità.

