Mustang, recensione: Kasia Smutniak autoritratto – #Roff21

Il documentario è stato presentato in anteprima alla XXI Festa del Cinema di Roma.

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Dopo il convincente Mur del 2023 (Nastro d’argento 2024 per il “Cinema del Reale” e candidato al David di Donatello come Miglior documentario), Kasia Smutniak torna alla Festa del Cinema di Roma con la sua opera seconda da regista, Mustang. Scritto insieme a Marella Bombini e prodotto insieme a Domenico Procacci e Laura Paolucci, in associazione con Luce Cinecittà — e con il contributo di Associazione Pietro Taricone e il sostegno di Unione Buddhista Italiana — il film è il racconto in prima persona di una realtà che la ex modella, attrice e documentarista sentiva la necessità di portare all’attenzione del pubblico e di una esperienza nella quale emerge il suo coinvolgimento personale. Forse troppo.

Viaggiare cambia la vita

MustangA 24 anni, con l’allora compagno Pietro Taricone, Kasia Smutniak parte per un viaggio che le cambierà la vita verso il Mustang, regione remota dell’Himalaya nepalese al confine con il Tibet e decisamente ardua da raggiungere. La scoperta di quel mondo e dei suoi abitanti fa nascere il desiderio di fare qualcosa per loro, e di impegnarsi per proteggerne la cultura. Purtroppo nel 2010 la drammatica scomparsa di Pietro è un duro colpo, per lei e per i loro programmi, eppure l’impegno non viene meno. Accompagnato dalla voce narrante della figlia Sophie — a partire dalla scoperta dei video girati dai genitori nel 2003 in quel primo viaggio ai successivi, nei quali accompagnò la madre — il documentario guarda indietro, ai vent’anni passati, per registrare il disperato grido d’aiuto di un’avventura che ha portato alla costruzione della scuola di Ghami (denominata “solare” perché alimentata interamente col fotovoltaico e inaugurata nel 2016 per permettere ai bambini della zona di studiare senza lasciare casa). Un progetto che sopravvive con sempre maggiori difficoltà, nonostante la quotidiana dedizione di una donna speciale, Kunzom, la locale responsabile.

Cor meum, pondus meum

MustangL’inizio è promettente, e la presenza di Taricone restituisce a distanza di anni una tenerezza inattesa, ma per quanto coerente con l’intenzione dichiarata di farne una “memoria di famiglia” tanta sincerità e semplicità sembrano restare confinate all’incipit del racconto. Forse è proprio l’approccio più empatico e umano — probabilmente figlio dell’importanza del tema per la regista — a non giovare all’operazione, visto lo sviluppo delle premesse. Che mostrano, dopo Mur, una battuta d’arresto sul piano formale e progettuale, e la difficoltà a gestire le diverse anime che si volevano comunicare.

Non tanto per un problema di equilibrio nello spazio concesso a ciascuna, ma per le scelte operate nel trattarle. Discorsi avviati e non conclusi, figure lasciate sullo sfondo a fare da scenografia (già splendida quella naturale di quei luoghi), occasioni di approfondimento — e di bilancio — non sfruttate lasciano il dubbio che la partecipazione dell’Associazione Pietro Taricone e dell’Unione Buddhista Italiana abbiano potuto lasciare la voce critica fuori campo.

Dietro la macchina da presa si vede meglio

MustangParadossalmente, in una storia così lontana da noi è proprio la distanza il problema. Non quella tra Milano e il Tibet quanto piuttosto quella che manca all’osservazione della Smutniak, che vediamo costantemente in primo piano. In parte comprensibilmente, visto il suo ruolo di ‘benefattrice’, amata e celebrata da tutti, in parte no, per esempio quando la macchina da presa la segue nell’esplorazione dell’istituto o in scene che fanno ripensare ai tanti studi su Prospero e Calibano.

La partecipazione della giovane Sophie non aiuta, tanto più nei panni di artista all’opera mentre realizza uno dei suoi quadri (con uno stile personalissimo, bello, ma decisamente poco utile al racconto, per quanto ‘familiare’), mentre si sente la mancanza di una maggiore attenzione nei confronti dei ragazzi che la scuola hanno resa viva e delle crepe che emergono. Soprattutto pensando allo sfogo della suddetta Kunzom, che tanto ha investito — a livello umano e professionale — in una esperienza che oggi sembra guardare con altri occhi.

Ai posteri…

Colpa della crisi climatica? Di troppo spontaneismo? Di materiali sbagliati? Non è dato — e forse nemmeno possibile — saperlo, ma seduti davanti alle immagini che scorrono sullo schermo resta la sensazione di scene troppo costruite, e di un’operazione più promozionale che documentaria, intorno a una storia importante. Parafrasando una battuta del film secondo la quale “Il dio della natura non è contento” verrebbe da pensare che potrebbe non essere il solo… Speriamo lo sia almeno la Smutniak, promotrice e finanziatrice del progetto, che resta interessante ma lascia in sospeso troppe domande.

Mustang
2.5

Sommario

Con Mustang, Kasia Smutniak trasforma un viaggio personale in un racconto di memoria, ma il coinvolgimento emotivo prevale sullo sguardo documentario, lasciando sullo sfondo le voci locali e le contraddizioni di un progetto importante, sincero nelle intenzioni, ma incompleto nella realizzazione.

Mattia Pasquini
Mattia Pasquini
Appassionato di matematica e laureato in Letterature Comparate, ha trasformato la passione per il cinema in professione, dirigendo la prima rivista di cinema online in Italia e lavorando come autore e giornalista dal 1996. Dopo esperienze a New York e Madrid vive oggi a Roma, continuando a coltivare interessi che spaziano dalla street art alla subacquea.

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