Venezia 83, Primetime porta Robert Pattinson dentro il lato oscuro della televisione anni Duemila

-

Tra i titoli più curiosi del Concorso di Venezia 83, Primetime arriva al Lido con una premessa apparentemente semplice e un oggetto molto più complesso: raccontare il momento in cui la televisione americana trasformò l’indignazione morale in spettacolo. Diretto da Lance Oppenheim e interpretato da Robert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo e Phoebe Bridgers, il film sarà presentato il 5 settembre 2026 alle 17:00 in Sala Grande e prende come punto di partenza il 2006, quando Chris Hansen e To Catch a Predator erano diventati uno dei fenomeni televisivi più riconoscibili degli Stati Uniti.

Ma Primetime non sembra interessato semplicemente a ricostruire la storia di un programma di successo. Oppenheim vuole tornare al momento in cui giornalismo, reality e intrattenimento iniziarono a confondersi fino a creare una forma di televisione nella quale la punizione diventava un evento da guardare insieme. Il vero oggetto del film sembra quindi essere la macchina televisiva stessa: il modo in cui costruisce una realtà, assegna ruoli precisi a chi vi partecipa e trasforma un problema autentico in un rituale pubblico capace di produrre ascolti, reputazione e potere.

Primetime racconta il successo di To Catch a Predator nel momento in cui il giornalismo diventa uno spettacolo della punizione

La storia è ambientata nel 2006, quando Chris Hansen, conduttore di To Catch a Predator, si trova al centro di uno dei format più discussi della televisione americana. Nato all’interno di Dateline NBC, il programma organizzava operazioni costruite attorno a uomini che credevano di incontrare minorenni conosciuti online e che, una volta arrivati sul posto, si trovavano davanti Hansen, le telecamere e successivamente le forze dell’ordine. La forza televisiva del meccanismo derivava precisamente dalla sua natura ibrida: ciò che accadeva era reale, ma veniva fatto avvenire dentro uno spazio progettato affinché potesse diventare televisione.

È proprio questa contraddizione ad affascinare Oppenheim. Il regista parla di To Catch a Predator come di un programma capace di fondere continuamente finzione e realtà: gli impulsi e le intenzioni degli uomini coinvolti erano autentici, ma l’ambiente nel quale venivano condotti era invece costruito, organizzato e popolato da interpreti, produttori e giornalisti. Il programma non si limitava quindi a documentare qualcosa che stava accadendo; creava le condizioni perché quell’evento avvenisse davanti alla telecamera.

Primetime sembra voler entrare precisamente dentro questo dispositivo. Il film segue figure con aspirazioni differenti – un giornalista convinto della propria missione, un produttore televisivo più cinico e un aspirante protagonista di Hollywood – mentre il successo del programma aumenta e l’intero apparato comincia a modificarsi. Più cresce l’attenzione del pubblico, più diventa difficile distinguere la funzione giornalistica dalla necessità di produrre uno spettacolo sempre più efficace. Ed è proprio questa evoluzione che conduce i personaggi verso quello che il regista definisce un “momento di crisi”.

Il vero tema di Primetime è il confine sempre più sottile tra giustizia, voyeurismo e intrattenimento

Oppenheim definisce To Catch a Predator uno “spettacolo della punizione”, ed è probabilmente questa l’idea decisiva per comprendere Primetime. Il programma non chiedeva semplicemente allo spettatore di conoscere un fatto o assistere a un’inchiesta. Gli chiedeva di partecipare emotivamente alla caduta di qualcuno. La suspense non nasceva dalla domanda su cosa fosse accaduto, ma dall’attesa del momento in cui l’uomo entrato nella casa avrebbe capito di essere stato scoperto.

Il piacere televisivo finiva quindi inevitabilmente per convivere con l’indignazione morale. Lo spettatore poteva sentirsi dalla parte giusta della storia proprio mentre consumava come intrattenimento l’umiliazione pubblica di un’altra persona. Ed è questa contraddizione a rendere il programma ancora oggi interessante da osservare: la sua efficacia dipendeva dal fatto che il pubblico non percepisse il voyeurismo come tale, perché la gravità delle azioni degli uomini coinvolti forniva una giustificazione morale allo spettacolo.

Primetime sembra voler interrogare esattamente questo meccanismo senza cancellare la responsabilità di chi finiva davanti alle telecamere. Il problema non è stabilire se le condotte raccontate fossero moralmente accettabili – evidentemente non lo erano –, ma capire cosa accada quando un sistema mediatico comprende che la condanna può diventare un format. Da quel momento il confine tra denunciare un comportamento e costruire uno spettacolo intorno a esso diventa molto più difficile da individuare.

È una questione che, vista dal 2026, appare ancora più attuale. La televisione generalista che Oppenheim ricostruisce appartiene a un mondo precedente alla frammentazione digitale, ma molte delle sue logiche sembrano essersi semplicemente trasferite altrove. Video virali, campagne di indignazione, processi pubblici sui social e contenuti costruiti attorno alla caduta di una persona utilizzano spesso la stessa dinamica: qualcuno viene esposto, il pubblico viene invitato a giudicarlo e l’attenzione prodotta dal giudizio genera valore.

Lance Oppenheim torna agli anni Duemila per raccontare il momento in cui la realtà ha imparato a comportarsi come televisione

Il progetto è particolarmente coerente con lo sguardo di Lance Oppenheim, interessato a osservare ambienti e comunità nei quali realtà e rappresentazione finiscono per diventare quasi indistinguibili. Con Primetime il regista compie però un passo ulteriore, entrando direttamente dentro un apparato mediatico che costruisce la realtà mentre pretende contemporaneamente di mostrarla.

Nel suo commento alla Biennale, Oppenheim ricorda di essere cresciuto con la televisione generalista e i reality dei primi anni Duemila. Quella familiarità diventa parte stessa del film: Primetime vuole giocare con il linguaggio visivo di quei programmi, non osservarli semplicemente dall’esterno. Il risultato potrebbe essere una ricostruzione capace di utilizzare l’estetica televisiva dell’epoca per mostrare dall’interno come funzionava quella macchina.

C’è anche una precisa dimensione storica. Il 2006 appartiene a un momento precedente alla definitiva esplosione dei social network e alla disgregazione del pubblico televisivo in migliaia di nicchie. Un programma in prima serata poteva ancora diventare un’esperienza culturale condivisa da milioni di persone contemporaneamente. La “primetime” del titolo non è quindi soltanto una fascia oraria: rappresenta un’epoca nella quale essere al centro della televisione significava possedere temporaneamente l’attenzione di un intero Paese.

Ed è proprio quell’attenzione a trasformarsi progressivamente nel vero motore del film. Quando un’inchiesta diventa popolare, inevitabilmente cambia anche il modo in cui viene prodotta. Aumentano le aspettative, la necessità di replicare il successo e la pressione su chi lavora all’interno del programma. Il dispositivo nato per raccontare una realtà rischia così di iniziare a produrla secondo le esigenze del pubblico.

Primetime potrebbe essere uno dei film di Venezia 83 che parlano più direttamente del presente senza essere ambientati nel presente

La forza potenziale di Primetime sta proprio nella distanza temporale. Tornare al 2006 consente a Oppenheim di osservare un sistema mediatico apparentemente lontano dal nostro, ma abbastanza recente da permetterci di riconoscere molti dei meccanismi che utilizziamo ancora oggi. To Catch a Predator apparteneva alla televisione lineare, ma la sua capacità di trasformare la morale in contenuto anticipava un’economia dell’attenzione che sarebbe diventata dominante con internet.

La domanda centrale del film potrebbe quindi non riguardare soltanto Chris Hansen o il destino del programma. Riguarda noi spettatori e il tipo di spettacolo che siamo disposti a consumare quando crediamo che la nostra posizione morale ci autorizzi a guardare. Chi decide il momento nel quale un’inchiesta smette di essere informazione e diventa intrattenimento? E soprattutto, è davvero possibile stabilire un confine netto quando entrambi dipendono dalla stessa cosa: mantenere lo spettatore davanti allo schermo?

Il commento di Oppenheim contiene infine una frase particolarmente significativa: negli anni Duemila, ricorda il regista, una fascia di prima serata poteva sembrare “una questione di vita o di morte. Per alcuni, lo fu davvero”. È un’indicazione che lascia intravedere un film meno nostalgico di quanto la ricostruzione estetica dell’epoca potrebbe suggerire. Dietro il fascino per la televisione di quegli anni sembra esserci la volontà di osservare il costo umano prodotto quando persone reali vengono assorbite dentro un meccanismo costruito per non smettere mai di intrattenere.

Prodotto da A24, Range Media Partners, Icki Aneo Arlo e Square Peg Films, Primetime dura 110 minuti. La sceneggiatura è firmata da Ajon Singh, la fotografia da David Bolen e le musiche da Ari Balouzian. Nel cast figurano Robert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo e Phoebe Bridgers.

Il film sarà presentato al pubblico di Venezia 83 il 5 settembre alle 17:00 in Sala Grande, mentre una seconda proiezione è prevista il 6 settembre alle 17:00 al PalaBiennale.

Redazione
Redazione
La redazione di Cinefilos.it è formata da un gruppo variegato di appassionati di cinema. Tra studenti, critici, giornalisti e aspiranti scrittori, il nostro gruppo cresce ogni giorno, per offrire ai lettori novità, curiosità e informazione sul mondo della settima arte.
- Pubblicità -

ALTRE STORIE

- Pubblicità -