Alba Rohrwacher e Vincent Lindon guidano il cast di Un bon petit soldat, il nuovo film di Stéphane Brizé, presentato in Concorso a Venezia 83 il 9 settembre 2026 alle 19:45 in Sala Grande. Rohrwacher interpreta Carla, una dirigente di 43 anni appena nominata responsabile delle Risorse Umane di una grande azienda, chiamata a conciliare il benessere dei dipendenti con gli obiettivi di performance imposti dalla direzione. L’equilibrio comincia a crollare quando scopre un caso di management tossico e si ritrova davanti a una scelta che rende sempre più difficile distinguere il compromesso necessario per lavorare dalla compromissione morale.
Nel commento ufficiale pubblicato dalla Biennale di Venezia, Brizé collega il film alle ricerche dello psichiatra e psicanalista francese Christophe Dejours sui meccanismi di assoggettamento all’interno delle imprese. Il luogo di lavoro viene descritto come un ambiente ancora profondamente condizionato da regole maschiliste e da un’idea del potere che costringe gli individui a mostrarsi continuamente forti. Carla ha imparato perfettamente quel linguaggio: lavora instancabilmente, ha costruito una carriera brillante e ha sacrificato parte della propria vita familiare, ma continua a essere accompagnata dalla sensazione di non essere completamente legittimata nel ruolo che occupa.
È proprio questa contraddizione a rendere Un bon petit soldat qualcosa di più di un film sulla tossicità aziendale. Carla non sembra soltanto vittima di un sistema esterno: ha imparato a sopravvivere diventando parte del suo stesso linguaggio. Il successo professionale non ha cancellato la sua insicurezza, l’ha semplicemente nascosta dietro performance, disciplina e capacità di resistere. La scoperta del caso di management tossico potrebbe quindi costringerla non soltanto a decidere da che parte stare, ma a riconoscere quanto del sistema che dovrebbe giudicare sia ormai entrato anche dentro di lei.
Un bon petit soldat trasforma il mondo del lavoro in una battaglia tra potere, vulnerabilità e compromesso
Il ritorno di Stéphane Brizé al mondo dell’impresa non è casuale. Una parte importante del cinema del regista francese ha osservato il lavoro come spazio nel quale le grandi trasformazioni economiche diventano esperienze individuali, modificando identità, relazioni e dignità delle persone.
Il rapporto con Vincent Lindon, nuovamente presente in Un bon petit soldat, è stato centrale in questa ricerca. Film come La legge del mercato e In guerra hanno affrontato da prospettive differenti il rapporto tra individuo e sistema economico, osservando cosa accade quando le necessità dell’impresa entrano direttamente in conflitto con quelle delle persone che vi lavorano.
Con Carla, però, la prospettiva cambia. La protagonista non è semplicemente una dipendente schiacciata dalle decisioni prese sopra di lei. È diventata parte della struttura dirigenziale e occupa proprio la posizione che dovrebbe mediare tra le esigenze dei lavoratori e quelle dell’azienda.
Essere responsabile delle Risorse Umane significa infatti trovarsi nel punto esatto nel quale due linguaggi differenti devono apparentemente convivere. Da una parte esistono persone, fragilità, condizioni di lavoro e benessere; dall’altra obiettivi, produttività e performance. Il problema nasce quando la seconda dimensione comincia a rendere sacrificabile la prima.
La scoperta del management tossico mette quindi Carla davanti a una contraddizione difficile da aggirare. Intervenire può significare mettere in discussione il sistema nel quale ha costruito la propria carriera; non farlo significa invece accettare che il proprio ruolo di tutela possa diventare uno strumento attraverso il quale quello stesso sistema continua a funzionare.
La distinzione proposta dalla sinossi tra “compromessi” e “compromissioni” diventa così centrale. Qualsiasi posizione di responsabilità richiede mediazione e capacità di accettare soluzioni imperfette. Esiste però un punto nel quale adattarsi non significa più trovare un equilibrio, ma rinunciare a qualcosa che consideriamo fondamentale.
Brizé sembra interessato proprio a quel punto di rottura.
Il conflitto di Carla assume una dimensione ancora più profonda attraverso il modo in cui il regista descrive il personaggio. Nonostante il successo raggiunto, la donna continua a sentirsi intimamente fragile e non completamente legittimata. Per compensare quella sensazione ha adottato ciò che Brizé definisce il “linguaggio virile e dominante della forza”.
Mostrarsi vulnerabile significherebbe quindi rischiare di confermare proprio l’insicurezza che ha trascorso la carriera cercando di nascondere. Essere impeccabile, lavorare più degli altri e dimostrarsi sempre all’altezza diventano strumenti attraverso i quali Carla cerca di mantenere il controllo sulla percezione che gli altri hanno di lei e, probabilmente, su quella che ha di se stessa.
Il titolo Un bon petit soldat acquista in questo contesto un significato particolarmente efficace. Il “bravo soldatino” è qualcuno che esegue, resiste, non mostra debolezza e continua a svolgere il proprio compito anche quando questo comporta un costo personale. Carla sembra aver costruito buona parte della propria identità professionale proprio attraverso questa disciplina.
Ma il sistema che premia quella capacità di resistere può contemporaneamente sfruttarla. Brizé arriva infatti a definire Carla una vittima, nonostante il potere apparentemente conquistato. È vittima delle proprie fragilità e del modo in cui ha imparato a nasconderle, ma anche di un’organizzazione che può trasformare proprio quelle fragilità in strumenti di assoggettamento.
È qui che il film sembra trovare la propria lettura più contemporanea. La tossicità sul lavoro non nasce necessariamente soltanto da un singolo dirigente abusivo. Può essere prodotta da una cultura nella quale vulnerabilità, dubbio e limite personale vengono percepiti come difetti da nascondere, mentre resistenza e disponibilità assoluta diventano prove di valore.
Il percorso di Carla sembra destinato a mettere in crisi proprio questa equivalenza. Secondo Brizé, il linguaggio della forza offre infatti soltanto l’illusione del potere, perché tiene a distanza una vulnerabilità che il regista considera invece “preziosa e profondamente umana”. Prima o poi, però, quella costruzione incontra la realtà.
È probabilmente quello il vero punto di rottura annunciato dalla sinossi: non soltanto il momento in cui Carla dovrà prendere una posizione sul caso che ha scoperto, ma quello in cui potrebbe non riuscire più a essere il tipo di dirigente e di persona che ha imparato a interpretare.
Accanto ad Alba Rohrwacher e Vincent Lindon, il cast comprende David Talbot, Adrien Bobinet e Sharif Andoura. Stéphane Brizé firma la sceneggiatura insieme a Coralie Amédéo e Olivier Gorce. La fotografia è di Antoine Héberlé, il montaggio di Géraldine Mangenot e le musiche di Bertrand Blessing.
Un bon petit soldat sarà presentato il 9 settembre 2026 alle 19:45 in Sala Grande in Concorso a Venezia 83, con una seconda proiezione alle 20:00 al PalaBiennale.

