Presentato in concorso a Venezia 77 e candidato all’Oscar al miglior film straniero alla cerimonia di Aprile 2021, Quo Vadis Aida?, della regista bosniaca Jasmila Žbanić, è il primo film a ricostruire la strage di Srebrenica del 1995, genocidio di oltre 8000 musulmani bosniaci, per la maggior parte ragazzi e uomini, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina. La strage fu perpetrata da unità dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina guidate dal generale Ratko Mladić, con l’appoggio del gruppo paramilitare degli “Scorpioni”. Il film è disponibile nelle sale cinematografiche italiane dal 30 Settembre 2021.
“Quo vadis, Aida?”: il primo film a raccontare il massacro di Srebrenica
Nel 1995, durante le guerre di dissoluzione della Jugoslavia, l’esercito serbo occupa la città bosniaca di Srebrenica. Aida (Jasna Djuricic), una traduttrice bosniaca, si trova nella base dell’ONU, tutelata da un contingente olandese, mentre migliaia di cittadini d’etnia bosgnacca sono ammassati oltre i cancelli dell’accampamento, cercando un rifugio dall’imminente invasione serba, che si sta avvicinando sempre più al perimetro. La famiglia di Aida è dispersa nel marasma di cittadini e Aida dovrà trovare il modo di salvarli, e salvarsi, dal massacro imminente.
La Corte internazionale di giustizia ha stabilito nel 2007 che il massacro di Srebrenica è identificabile come un vero e proprio genocidio, essendo stato commesso con lo scopo preciso di distruggere il gruppo etnico dei bosgnacchi. La corte penale internazionale dell’Aia ha dichiarato Ratko Mladić e Radovan Karadžić all’ergastolo per i crimini di guerra commessi.
Sono gli occhi di Aida a filtrare il degrado e la miseria di una guerra disumana e incessante: donna, madre premurosa disposta a tutto pur di salvare marito e figli, e traduttrice, figura autorevole nella comunità bosniaca proprio grazie alla sua professione. Aida dimostra la propria umanità e cerca di sancire la propria esistenza tramite i mezzi espressivi che più le sono congeniali: è il lavoro, il precedente incarico come insegnante e la professione attuale di traduttrice, a plasmare il carattere di Aida, esuberante nell’atteggiamento nevrotico di chi cerca di confinare con le proprie mani un orrore collettivo.
Alle vittime del genocidio bosniaco è dedicata l’opera: ”i nostri padri, mariti, fratelli, cugini e vicini” citati dai titoli di coda rivivono negli occhi di Aida, la cui caratterizzazione è plasmata da una finezza di scrittura notevole. Non c’è nulla di sensazionalistico nel racconto della regista, ma solo la forte volontà di calibrare perfettamente tempi narrativi e drammaticità mai spettacolarizzata.
“Quo vadis Aida?”: Aida come interprete di tutti noi
“Quo vadis, Aida?”: quesito di partenza della regista, diventa anche la quest narrativa, l’inferenza spettatoriale che si prospetta di fronte alla messa in scena di un massacro collettivo: Aida vaga per la durata dell’intero film, scandendo un ritmo narrativo errante, multiforme e perpetuo. Tragedia individuale e umanitaria vengono a coincidere nel percorso di una donna e madre che si lascia pedinare da una cinepresa invasiva, perché solo tramite la testimonianza, il racconto, l’istinto vitale di Aida e degli innumerevoli bosgnacchi può sopravvivere.
E’ doveroso porre l’accento su come “Quo vadis, Aida?” rappresenti un enorme sforzo produttivo per il cinema bosniaco, solito a produrre mediamente un film all’anno. Si tratta di una produzione imponente, che ha cercato di trattare con veridicità storica la vicenda del massacro, con accuratezza di location e numero di comparse, tra cui figurano uomini e donne che vissero sulla propria pelle gli orrori della guerra jugoslava. Inoltre, attori serbi interpretano nel film personaggi bosniaci, e viceversa, proprio per suggerire un’idea di appartenenza nazionale, culturale e sociale, che la guerra dei balcani oscurò completamente.
Aida è interprete, ma senza interlocutori: il dramma dell’incomunicabilità riecheggia infatti durante il corso dell’intera opera, la cui sceneggiatura verte su incessanti domande destinate a rimanere senza risposta, in un contesto privato di ogni velleità umana. Tutto è nell’impasse, stanziato in una bolla di atarassia impenetrabile, che cozza con l’unicità di obiettivo del personaggio in continuo movimento: Aida.
“Quo vadis, Aida?” è un film di incomunicabilità claustrofobica, di memoria perduta ancora prima che questa diventi fattualità, di estensione spaziale ma sottrazione umanitaria, di un passato che diventa sogno proibito e un presente inafferrabile. Non c’è dialogo o fotogramma che riesca a descrivere in maniera esaustiva il silenzio esistenziale che imperversa nell’hangar-prigione: unica opzione di battaglia è il moto inesauribile di Aida, traghettatrice silenziosamente multilingue, figura cristologica portatrice di un impulso vitale che non si arrende alla dispersione dilagante.
Aida è interprete di tutti noi; è vita incessante, che va oltre la paura dell’altro e di ciò che è diverso, che si struttura in maniera labirintica e consta di una circolarità tutta sua, fatta di attimi nevrotici e ossessivi, che tentano necessariamente di tenere in vita i legami familiari andando perfino contro il corso della Storia. La radicalizzazione privata dell’esperienza di Aida diventa dunque funzionale al consolidamento di una narrazione organica, che vive dell’esperienza privata per ricordarci di come la voce del silenzio gridi ferocemente all’odio, e l’unica soluzione per disossarla sia diventare interpreti di vita per noi e per gli altri.










Le origini di Venom, per
certi aspetti, risalgono all’evento crossover “Secret Wars” del
1985, anche se la vera introduzione del personaggio è avvenuta in
“
I fan dei fumetti
ricorderanno probabilmente Anne Weying come uno degli ospiti più
celebri del simbionte Venom. L’archivio narrativo “
Il mondo è stato quasi
invaso in un altro grande arco narrativo di Venom, “Il pianeta dei
simbionti”. Questa storia a fumetti, risalente alla metà degli anni
’90, ha visto la Terra invasa da altri simbionti, dopo che Eddie
Brock ha cercato di allontanare Venom per dare una svolta alla sua
vita.
Il simbionte Venom ha
cambiato ospite diverse volte nei fumetti. Uno dei migliori archi
narrativi mostra il legame con Flash Thompson, dal quale emerge
Agent Venom. I primi numeri della serie su Agent Venom mostrano
come Flash Thompson, ferito in combattimento, si leghi al simbionte
Venom per riguadagnare l’uso delle gambe.
“Protettore Letale” è la
prima miniserie di Venom e per molti versi l’inizio della
transizione da cattivo a antieroe. Questa serie della metà degli
anni ’90, scritta da David Michelinie e disegnata da Mark Bagley,
segue Eddie Brock mentre si trasferisce a San Francisco e cerca di
ricominciare con la sua vita.
Il recente arco narrativo
“Re in Nero” mostra Venom forse nel suo aspetto più potente ed
eroico. La complessa mitologia dei simbionti culmina nell’invasione
della Terra da parte di Knull, il dio simbionte, e delle sue
apparentemente infinite orde aliene.























La Warner Bros. Pictures
presenterà sei titoli attesissimi con novità esclusive come il
trailer di
Warner Bros. Games
presenterà nuove rivelazioni dall’attesissimo 

La prima serie animata dei
Marvel Studios è essenzialmente composta da storie isolate
ambientate in diverse realtà del Multiverso. Tuttavia,
nell’episodio finale abbiamo visto una squadra composta da diversi
eroi unirsi per combattere Ultron, i cosiddetti Guardiani del
Multiverso. Il team include la versione Star Lord di T’Challa,
Killmonger, Gamora, Party Thor, Strange Supreme (la versione dark –
o villain – di Doctor Strange) e, ovviamente, Captain Carter.
Chiaramente, l’Osservatore
non disdegna di infrangere il suo giuramento di non interferenza se
la situazione dovesse richiederlo. Interviene, infatti, per
sconfiggere la versione di Ultron potenziata dalle Gemme
dell’Infinito e per collocare Vedova Nera in una realtà diversa da
quella da cui proviene, al solo scopo di renderla felice. Tuttavia,
quando Peggy gli chiede di tornare indietro nel tempo, come fa
Steve alla fine di Avengers: Endgame, l’Osservatore
rifiuta.
Sebbene l’Osservatore
scelga di non rimandare Captain Carter all’epoca della Seconda
Guerra Mondiale, sicuramente sapeva cosa l’aspettava nella sua
attuale linea temporale: un implicito ricollegamento a Steve.
Natasha mostra a Peggy che i terroristi sulla nave stavano cercando
un pezzo di carico particolarmente robusto: una cassa di metallo
che contiene la tuta originale Hydra Stomper, e che, secondo Vedova
Nera, ha ancora qualcuno al suo interno.
Anche se il finale
dell’episodio 9 non conferma ufficialmente che Steve è il Soldato
d’Inverno, la cosa è fortemente implicita. La situazione, infatti,
rispecchia il secondo film di Captain America, incentrato sui
decenni di tormento e controllo su Bucky Barnes quando era il
Soldato d’Inverno. È improbabile che Steve e l’Hydra Stomper
fossero ancora attivi senza che lo SHIELD lo sapesse, a meno che
non sia stato manipolato da un’organizzazione più oscura che
operava nell’ombra. E dal momento che l’Hydra è probabilmente
ancora attiva nella linea temporale di Captain Carter, proprio come
lo era nella Sacra linea temporale del MCU, potrebbero facilmente
esserci proprio lei dietro il ritorno di Steve.
