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Non abbiam bisogno di parole: da oggi su Netflix il film con Serena Rossi e Sarah Toscano

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È ora disponibile solo su NetflixNon abbiam bisogno di parole”, il film che segna il debutto attoriale di Sarah Toscano, diretto da Luca Ribuoli e con la partecipazione di Serena Rossi.  Nel cast anche Emilio Insolera, Carola Insolera, Antonio Iorillo, Alessandro Parigi e Asia Corvino.

A differenza dei genitori, Eletta (Sarah Toscano) è una persona udente, e scopre di avere una voce straordinaria. Quando la sua maestra di canto (Serena Rossi) la spinge a partecipare a un’audizione per una prestigiosa scuola di musica, il sogno si fa realtà, ma a un prezzo: lasciare indietro la sua famiglia.

Nella colonna sonora del film, anche Atlantide (from the Netflix film “Non abbiamo bisogno di parole”), il nuovo brano inedito di Sarah Toscano da oggi in radio e su tutte le piattaforme streaming. È fuori anche il videoclip, pensato e realizzato con una speciale coreografia che trasforma elementi della Lingua dei Segni Italiana (LIS) in ritmo, movimento e danza, dando forma a un linguaggio visivo, emozionale e poetico.

Non abbiamo bisogno di parole è un film Netflix scritto da Luca Ribuoli e Cristiana Farina e prodotto da Our Films, società del gruppo Mediawan, e PiperFilm in collaborazione con Circle One. Il film è tratto da “LA FAMILLE BELIER” (regia di Eric Lartigau e scritto da  Victoria Bedos, Stanislas Carré de Malberg, Eric Lartigau e Thomas Bidegain, da un’idea originale di Victoria Bedos).

Illusione, il trailer del nuovo film di Francesca Archibugi

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Illusione, il trailer del nuovo film di Francesca Archibugi

Ecco il trailer di Illusione di Francesca Archibugi, con Jasmine Trinca, Michele Riondino, Angelina Andrei, Vittoria Puccini, con Francesca Reggiani, Aurora Quattrocchi e con Filippo Timi. Il film uscirà nelle sale il 7 maggio distribuito da 01 Distribution. Il film è stato già presentato alla Festa del cinema di Roma 2025, dove lo abbiamo visto in anteprima (ecco la nostra recensione).

La sceneggiatura è firmata da Francesca Archibugi, Laura Paolucci, Francesco Piccolo, la fotografia è a cura di Francesco Di Giacomo, il montaggio di Esmeralda Calabria, le musiche originali di Battista Lena, la scenografia di Giada Calabria, i costumi di Catherine Buyse.

Illusione è una produzione Fandango con Rai Cinema in coproduzione con Tarantula, prodotto da Domenico Procacci e Laura Paolucci, coprodotto da Joseph Rouschop ed Eva Curia.

L’opera è stata realizzata e distribuita con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura. In co-produzione con Shelter Prod – Con il supporto di Taxshelter.be e ING – Con il supporto del TAX SHELTER del GOVERNO FEDERALE del BELGIO – Con il patrocinio del COMUNE DI PERUGIA

Filippo Timi e Michele Riondino in Illusione 2025
Crediti Jarno Iotti

Periferia di Perugia. In un fosso viene ritrovata una ragazzina. Indossa un completo d’alta moda ed è bellissima. La polizia sta per portare via il corpo, quando un sospiro la svela ancora viva: si chiama Rosa Lazar, è moldava e non ha nemmeno 16 anni. La sostituta procuratrice Cristina Camponeschi e lo psicologo Stefano Mangiaboschi sono immediatamente chiamati a occuparsi del caso.

L’indagine è più complicata del previsto, perché Rosa non sembra avere coscienza delle brutali violenze subite e copre la verità dei fatti. Dietro la maschera di un’incessante gioiosità emerge un profilo psicologico molto disturbato. Come è arrivata a Perugia questa lolita che non sembra una normale prostituta e che si comporta come una bambina? Per la sostituta procuratrice Rosa diventerà la chiave per un’indagine internazionale su scenari inquietanti. Per lo psicologo sarà un altro tipo di indagine, interiore, che lo porterà a scoprire il vero enigma di Rosa Lazar.

Lin-Manuel Miranda torna alla regia e si cimenta di nuovo con un musical di Off-Broadway

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Lin-Manuel Miranda è pronto a tornare dietro la macchina da presa con un nuovo progetto cinematografico, dopo il suo incredibile debutto alla regia con Tick, Tick…Boom!, adattamento del musical semi-autobiografico di Jonathan Larson con Andrew Garfield protagonista.

Il film, distribuito da Netflix, è stato accolto molto positivamente dalla critica, ottenendo un punteggio Certified Fresh dell’87% su Rotten Tomatoes e ricevendo due nomination agli Oscar, per il miglior montaggio e il miglior attore. Questo successo ha confermato il talento di Lin-Manuel Miranda, artista celebre di Broadway, a un solo Oscar dal completare l’EGOT, che ha scritto e interpretato opere come Hamilton e In the Heights.

Il musical Octet diventa un film

Secondo le ultime informazioni, Miranda dirigerà l’adattamento cinematografico di Octet, musical del 2019 scritto da Dave Malloy. Questo segnerà il suo secondo film da regista. L’opera, eseguita interamente a cappella, affronta il tema della dipendenza da internet e segue un gruppo di supporto che si riunisce nel seminterrato di una chiesa.

Lo stesso Malloy si occuperà della sceneggiatura e sarà coinvolto anche come produttore esecutivo. Insieme a lui lavoreranno Diana DiMenna e il team di 5000 Broadway Productions, mentre tra i produttori figurano Luis A. Miranda Jr., Julie Oh e John Skidmore. Ecco cosa hanno dichiarato Miranda e Malloy sul progetto:

Lin-Manuel Miranda: “Non ho mai smesso di pensare a Octet da quando ho visto la produzione di debutto diretta da Annie Tippe nel novembre 2019. La colonna sonora di Dave Malloy è versatile, brillante e diventa sempre più attuale con il passare degli anni. Non riesco a togliermela dalla testa, quindi eccoci qui.”

Dave Malloy: “Sono al settimo cielo all’idea che Lin-Manuel stia trasformando Octet in un film! Sono rimasto sbalordito dal suo lavoro in Tick, Tick… Boom! e mi sento onorato che una figura così importante del teatro musicale porti questa opera a nuova vita. È un narratore straordinario, un compagno ‘dipendente da internet’ e un caro amico: so che realizzerà qualcosa di incredibile. E il nostro cast è assolutamente pazzesco.”

Cosa sappiamo fino ad ora

Al momento non sono stati annunciati i nomi del cast, ma alcune dichiarazioni lasciano intendere che diversi attori siano già coinvolti. Non è escluso il ritorno di membri della produzione teatrale originale, tra cui Margo Seibert e Kuhoo Verma, insieme ad altri interpreti apparsi nelle successive versioni dello spettacolo.

La scelta di dirigere Octet dopo Tick, Tick… Boom! conferma una tendenza già evidente nel percorso artistico di Miranda. Sebbene molti dei suoi lavori cinematografici come attore (Il ritorno di Mary Poppins, Weird: La storia di Al Yankovic), autore (Oceania, Vivo, La Sirenetta del 2023, Mufasa: Il Re Leone) o regista siano musical, i progetti a cui ha lavorato più direttamente non sono adattamenti delle sue stesse opere teatrali.

Dopo il cameo in In the Heights (2021), Miranda sembra sempre più interessato a dare spazio alle opere di altri creatori di Broadway. Questo nuovo film rappresenta un ulteriore passo in quella direzione. Resta da capire se Octet riuscirà a replicare il successo di Tick, Tick… Boom!. Tuttavia, considerando i numerosi contatti di Miranda nel mondo dello spettacolo e la qualità dei cast con cui ha già lavorato in passato (Alexandra Shipp, Vanessa Hudgens, Michaela Jaé Rodriguez, Judith Light, Bradley Whitford), le premesse per un altro grande progetto ci sono tutte.

John Travolta porterà il suo debutto alla regia al Festival di Cannes 79

L’indimenticabile Vince Vega di Pulp Fiction torna sulla Croisette per un evento tanto inaspettato quanto emozionante: il suo primo film da regista. Presentato nella Selezione Premiere di Cannes, Propeller One-Way Night Coach è l’adattamento dell’omonimo libro pubblicato nel 1997 dalla star di Hollywood, appassionato di aviazione fin da bambino e pilota professionista di grande esperienza. Propeller One-Way Night Coach, prodotto da Apple Original Films, avrà la sua prima mondiale al Théâtre Debussy del Palais des Festivals, alla presenza di John Travolta.

Con tre film presentati al Festival di Cannes, Pulp Fiction (1994) e She’s So Lovely (1997) in concorso, e Primary Colors (1998) fuori concorso, una Palma d’Oro, due candidature all’Oscar e tre Golden Globe e Emmy, John Travolta si è affermato come figura iconica della cultura pop, grazie a cult come La febbre del sabato sera (1977), Grease (1978), Blow Out (1981) e Hairspray (2007).

Propeller One-Way Night Coach
Clark Shotwell e Kelly Eviston-Quinnett in Propeller One-Way Night Coach che esordisce il 29 maggio 2026 su Apple TV.

Oltre a una filmografia eclettica di oltre 70 film che abbracciano mezzo secolo, l’attore settantaduenne ha una passione di lunga data: l’aviazione. Da bambino, amava guardare gli aerei decollare dall’aeroporto LaGuardia di New York, vicino a casa sua. Ha iniziato a volare a soli 15 anni, ha conseguito la sua prima licenza di pilota a 22 e da allora ha ottenuto numerose certificazioni: John Travolta è abilitato a pilotare Boeing 707, 737 e 747, il Global Express della Bombardier ed è stato il primo pilota privato a pilotare un Airbus A380. Con oltre 9.000 ore di volo alle spalle, l’attore ha anche posseduto diversi aerei per molti anni e ha persino pilotato velivoli in due film: Senti chi parla (1989) e La freccia spezzata (1996).

Quasi 30 anni fa, questa passione lo ha portato a scrivere e illustrare un libro per tutte le età per suo figlio. Ispirato ai ricordi d’infanzia di John Travolta, dal suo primo volo in aereo alle persone e alle storie indimenticabili che ha raccolto nel corso degli anni, il racconto si snoda come un viaggio nostalgico ambientato nell’epoca d’oro dell’aviazione. Il giovane appassionato di aerei Jeff (interpretato dal debuttante Clark Shotwell) e sua madre (Kelly Eviston-Quinnett) intraprendono un viaggio di sola andata attraverso gli Stati Uniti verso Hollywood, che trasforma un semplice volo nel viaggio di una vita. Tra pasti serviti in aereo, affascinanti assistenti di volo (interpretate da Ella Bleu Travolta e Olga Hoffmann), scali inaspettati, passeggeri eccentrici e un’emozionante sbirciatina in prima classe, il viaggio si snoda tra momenti magici e imprevedibili, tracciando il percorso per il futuro del ragazzo.

Propeller One-Way Night Coach è una produzione di JTP Films Inc. di John Travolta e Kids At Play. Il film è prodotto da John Travolta di JTP Productions, insieme a Jason Berger e Amy Laslett di Kids at Play.

Dopo la sua anteprima al Festival Internazionale del Cinema di Cannes 79, Propeller One-Way Night Coach debutterà a livello globale su Apple TV il 29 maggio 2026.

Mr. Nobody against Putin – Il film contro tutte le guerre: il doc premio Oscar arriva al cinema

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Sarà in sala anche in Italia dal 16 aprile “Mr. Nobody against Putin – Il film contro tutte le guerre”, il documentario diretto da David Borenstein e Pavel Talankin, premiato agli Oscar 2026, la testimonianza di un insegnante in una scuola durante la guerra, reportage “segreto” di come il potere vorrebbe riscrivere l’educazione. Il documentario sarà per la prima volta a Roma, al Cinema Sacher giovedì 16 aprile alle ore 20.45 con Andrea Segre, Francesca Mannocchi, Marco Damilano e Andrea Fabozzi.

Dopo la partecipazione a festival internazionali, ora il film arriva in Italia distribuito da ZaLab, in oltre 100 proiezioni in più di 30 città italiane. Dal 14 al 21 aprile, il film sarà in anteprima e in tour, accompagnato dal regista e documentarista Andrea Segre, socio fondatore di ZaLab. Presto in sala a Bologna, Roma, Milano, Firenze, Palermo, Trieste, Gorizia, Cagliari, Pisa, Perugia, L’Aquila, Genova, Padova, Reggio Emilia, Modena, Modena, Bergamo, e tante altre. In, aggiornamento sul sito: https://zalab.org/mr-nobody-against-putin-dal-16-aprile-al-cinema/.

Pavel Talankin, per tutti Pasha, è l’insegnante molto amato della scuola di una piccola città russa: ironico, vicino ai suoi studenti, trasforma il suo ufficio in un piccolo spazio di libertà e ascolto. Ma quando la Russia invade l’Ucraina cambia il corso della vita quotidiana, anche la scuola si trasforma: le lezioni si riempiono di retorica patriottica, nascono gruppi giovanili militarizzati e l’educazione diventa uno strumento di propaganda. Costretto, come videomaker dell’istituto, a documentare le attività ufficiali, Pasha decide di usare la videocamera per raccontare ciò che accade davvero intorno a lui. Filma dall’interno la progressiva normalizzazione della guerra, il peso del consenso e il coinvolgimento crescente dei più giovani. Quella che nasce come una testimonianza privata si trasforma in un gesto di resistenza silenziosa e quotidiana, fino a costringerlo a una scelta radicale: lasciare il proprio Paese per portare quelle immagini al mondo.

Mr. Nobody against Putin - Il film contro tutte le guerre
Foto Credit Pavel Talankin

Fino a poco tempo fa, Pasha Talankin (33 anni) era insegnante e organizzatore alla Scuola Primaria n.1 di Karabash, una città di circa 10.000 abitanti nell’Oblast di Chelyabinsk, in Russia, con il ruolo di videomaker della scuola, insegnando ai bambini riprese e montaggio video. Nella primavera del 2022 ha contattato David Borenstein condividendo le riprese della scuola per documentare la rapida militarizzazione che stava avvenendo nelle istituzioni educative russe. Pavel ha filmato il progetto per due anni, fino all’estate del 2024, quando ha lasciato la Russia. Attualmente vive in Europa.

David Borenstein è un filmmaker con base a Copenhagen. I suoi film, pluripremiati, includono Can’t Feel Nothing (CPH:DOX 2024), Love Factory (NYTimes 2021) e Dream Empire (IDFA 2016). Oltre ai suoi lungometraggi, David ha prodotto e diretto programmi televisivi per numerosi broadcaster internazionali, ricevendo riconoscimenti paragonabili al Premio Pulitzer nel settore broadcast.

Il docufilm ha partecipato ai principali festival internazionali e ottenuto riconoscimenti del cinema documentario — il World Cinema Documentary Special Jury Award al Sundance Film Festival, il premio come Miglior Documentario ai BAFTA Film Awards e l’Oscar Academy Awards come Miglior Documentario. In Italia, era stato presentato in anteprima italiana al Biografilm Festival nel giugno 2025, all’interno di Nuovo Cinema Coraggioso, il progetto ideato da ZaLab che porta il cinema nelle scuole, in un incontro che aveva coinvolto studenti e studentesse in dialogo con gli autori.

Charlie Day propone il doppiatore perfetto per Wario in Super Mario 3

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Charlie Day, voce di Luigi in Super Mario Galaxy – Il film, ha recentemente condiviso la sua idea su chi potrebbe interpretare Wario nel prossimo capitolo della saga.

Nel nuovo film, Mario, Luigi e la Principessa Peach tornano protagonisti mentre affrontano la minaccia di Bowser Jr., spingendosi oltre i confini della galassia per salvare la Principessa Rosalina. La pellicola amplia ulteriormente l’universo di Mario, introducendo anche Yoshi, uno dei personaggi più amati dai fan e già anticipato nel primo film. Nonostante le numerose aggiunte, molti spettatori aspettano ancora l’arrivo sul grande schermo di Wario, la celebre controparte malvagia di Mario.

Durante un’intervista con ScreenRant, Day ha rivelato la sua scelta ideale per il ruolo: Danny DeVito, suo collega in C’è sempre il sole a Philadelphia. Secondo l’attore, DeVito si inserirebbe perfettamente in questo universo e sarebbe un ottimo Wario.

Anche altri membri del cast hanno condiviso le loro idee. Anya Taylor-Joy, doppiatrice di Peach, ha suggerito Jessica Lange, pur senza sapere quale ruolo potrebbe interpretare. Keegan-Michael Key, voce di Toad, ha invece proposto Chloë Moretz come possibile Principessa Daisy, sottolineando la qualità e l’unicità della sua voce.

Chi è Wario?

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Wario è apparso per la prima volta nel 1992 in Super Mario Land 2: 6 Golden Coins, dove rubava il castello di Mario e spargeva sei monete d’oro per tutta Mario Land. È noto per il suo carattere avido e sopra le righe, spesso rappresentato come un anti-eroe nei giochi della serie. Il suo primo spin-off è stato Wario Land: Super Mario Land 3.

Prima dell’uscita del secondo film, si era diffusa la voce che Wario potesse essere il villain segreto, alimentando discussioni tra i fan sul possibile casting. Tra i nomi più citati figuravano Pedro Pascal, John Goodman, Danny McBride e Danny Trejo, ma Danny DeVito è rimasto il favorito assoluto.

L’attore è famoso per ruoli eccentrici e caotici, come Frank Reynolds e il Pinguino in Batman – Il ritorno, oltre ad avere una lunga esperienza nel doppiaggio. In una precedente intervista del 2024, aveva anche espresso interesse per interpretare Wario, scherzando sul fatto che avrebbe chiesto un grande compenso.

Anche se Wario non è apparso nel secondo film, molti credono che il suo debutto sia solo questione di tempo. La scena post-credit di Super Mario Galaxy – Il film ha già suggerito l’arrivo di nuovi personaggi nell’universo cinematografico. Non deve mancare molto perché faccia la sua comparsa anche Wario.

Al momento, né Nintendo né Illumination hanno confermato ufficialmente un terzo film, ma le prospettive restano positive. Nel frattempo, le speculazioni continuano e il nome di DeVito, ora sostenuto anche da Charlie Day, rimane in cima alla lista dei desideri dei fan.

Swapped: trailer e data d’uscita del nuovo film animato Netflix con Michael B. Jordan

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Netflix ha rilasciato il primo trailer ufficiale di Swapped, nuova avventura animata con protagonista Michael B. Jordan, al suo primo grande progetto voice-led dopo la vittoria agli Oscar. Il film arriverà sulla piattaforma il 1° maggio 2026 e promette un mix di azione, commedia e messaggi a tema familiare.

Una storia di scambio e collaborazione

Nel film, Michael B. Jordan presta la voce a Ollie, una creatura dei boschi coinvolta in una rivalità storica con una specie di uccelli che vive nella stessa valle.

Tutto cambia quando Ollie e Ivy (doppiata da Juno Temple) entrano in contatto con una misteriosa spora viola che li trasforma l’uno nella specie dell’altra. Costretti a collaborare, i due dovranno superare le loro differenze per tornare alla normalità.

Nel frattempo, una minaccia più grande incombe sulla valle: creature simili a lupi sembrano intenzionate a distruggere tutto, alzando la posta in gioco dell’intera avventura.

Un film per famiglie tra azione e messaggi universali

Il trailer suggerisce chiaramente la direzione del film: una storia accessibile e diretta, pensata per un pubblico giovane, ma con un messaggio universale sulla collaborazione e sulla convivenza tra diversi.

La regia è affidata a Nathan Greno, già noto per Tangled, mentre la sceneggiatura è firmata da Christian Magalhaes, Robert Snow e John Whittington, che ha lavorato anche ai film di Sonic the Hedgehog.

Nel cast vocale, oltre ai protagonisti, troviamo anche Tracy Morgan, Cedric the Entertainer, Justina Machado, Ambika Mod, Lolly Adefope e Táta Vega.

Michael B. JordanUn nuovo capitolo nella carriera di Michael B. Jordan

Dopo il successo di I Peccatori, Michael B. Jordan continua a diversificare la sua carriera, affiancando progetti live-action a produzioni animate.

Swapped rappresenta il suo primo ruolo animato di primo piano in un film pensato esplicitamente per famiglie, dopo alcune esperienze nella serie antologica Love, Death & Robots.

Parallelamente, l’attore è già al lavoro su altri progetti ambiziosi, tra cui il remake di The Thomas Crown Affair, previsto per il 2027.

Cosa aspettarsi da Swapped

Con una combinazione di humor, azione e temi educativi, Swapped si inserisce nella strategia di Netflix di rafforzare il proprio catalogo animato originale.

Il film sembra puntare su una formula consolidata — avventura + morale chiara — ma sostenuta da un cast di alto livello e da un comparto tecnico promettente.

llusione: trailer del nuovo film di Francesca Archibugi svela un thriller psicologico inquietante

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È stato diffuso il trailer ufficiale di Illusione, il nuovo film diretto da Francesca Archibugi, che arriverà nelle sale italiane dal 7 maggio distribuito da 01 Distribution. Le prime immagini mostrano subito il tono del film: un racconto sospeso tra indagine giudiziaria e profondità psicologica, costruito attorno a una figura enigmatica e disturbante.

Protagonisti del film sono Jasmine Trinca e Michele Riondino, affiancati da Angelina Andrei, Vittoria Puccini e Filippo Timi. Il trailer introduce il caso di Rosa Lazar, una ragazza trovata in fin di vita nella periferia di Perugia, la cui identità e comportamento rendono l’indagine subito più complessa del previsto.

Le immagini insistono su una contraddizione visiva forte: da un lato i segni evidenti della violenza, dall’altro un atteggiamento inspiegabilmente sereno e infantile. È proprio questo scarto a costruire la tensione del racconto, suggerendo che la verità sia molto più difficile da decifrare di quanto sembri.

Il trailer di Illusione punta tutto sull’ambiguità della protagonista e sulla frattura tra realtà e percezione

Il trailer non rivela troppo della trama, ma lavora per suggestioni, costruendo un’atmosfera inquieta e progressivamente più opprimente. Il personaggio di Rosa emerge come il vero centro del film: non una semplice vittima, ma una figura sfuggente, che sembra manipolare – consapevolmente o meno – chi le sta intorno.

Da una parte c’è l’indagine della sostituta procuratrice, orientata alla ricerca di fatti e responsabilità; dall’altra quella dello psicologo, che prova a entrare nella mente della ragazza, affrontando un territorio fatto di rimozione, trauma e identità distorte. Il trailer suggerisce chiaramente questa doppia linea narrativa, che potrebbe essere il vero motore del film.

Interessante anche la costruzione visiva: ambienti quotidiani, quasi neutri, che vengono progressivamente caricati di tensione. Archibugi sembra voler evitare qualsiasi spettacolarizzazione, puntando invece su un realismo disturbante che rende la vicenda ancora più credibile.

Più che un thriller tradizionale, Illusione si presenta quindi come un’indagine sull’identità e sulla percezione della realtà, dove ogni certezza viene messa in discussione. E il trailer lascia intuire che la verità, se emergerà, sarà tutt’altro che rassicurante.

…Che Dio perdona a tutti, recensione dell’ultimo film di Pif

…Che Dio perdona a tutti, recensione dell’ultimo film di Pif

Con il suo nuovo film, Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) torna a raccontare l’Italia attraverso uno sguardo personale, mescolando leggerezza e profondità. …Che Dio perdona a tutti, dal 2 aprile al cinema, è una commedia che sorprende per la sua capacità di far convivere risate di pancia e riflessioni autentiche sulla fede e sull’incoerenza umana.

Un protagonista immerso nella quotidianità (e nei dolci)

Arturo (Pif) è un agente immobiliare dalla vita scandita da abitudini rassicuranti: lavoro, calcetto e una passione smisurata per i dolci siciliani. Non si tratta solo di un piacere personale, ma di una vera e propria ossessione, che lo porta a recensire sui social ogni specialità che assaggia.

Accanto a lui c’è Tommaso, interpretato da Francesco Scianna, amico di Arturo e al tempo stesso suo superiore alla Trinacria Real Estate, l’azienda per cui lavora. Figura concreta e terrena, rappresenta un contrappunto perfetto alle inquietudini del protagonista. In questa prima parte del film, Pif costruisce un mondo credibile e familiare, fatto di piccoli riti quotidiani e di una leggerezza che nasconde, però, una certa immobilità esistenziale.

Che dio perdona a tutti
Che dio perdona a tutti – Crediti @Valentina Glorioso

Flora: amore, fede e trasformazione

L’equilibrio di Arturo si incrina con l’arrivo di Flora, interpretata da Giusy Buscemi. Figlia del più rinomato pasticcere di Palermo, Flora è determinata ad aprire un proprio locale, ma soprattutto è una donna profondamente religiosa.

Il loro incontro è l’innesco di tutto: Arturo, inizialmente, si avvicina alla fede quasi per gioco, per compiacerla. Ma quello che nasce come finzione si trasforma lentamente in un percorso più sincero. Flora non è solo un interesse amoroso, ma una figura che mette Arturo di fronte a domande che ha sempre evitato.

Il rapporto tra i due è costruito con delicatezza: lei lo conquista attraverso i dolci, ma pretende anche una crescita interiore, una coerenza tra ciò che si dice e ciò che si vive.

Che dio perdona a tutti
Che dio perdona a tutti – Crediti @Valentina Glorioso

L’incontro con il Papa e il cambio di prospettiva

Il vero punto di svolta arriva con l’incontro con il Papa, interpretato da Carlos Hipólito. È qui che il film cambia tono, senza però perdere la sua anima ironica.

Questa figura, chiaramente ispirata a Papa Francesco, non è mai caricaturale: al contrario, rappresenta un modello di umanità, ascolto e semplicità. Il Papa diventa per Arturo una guida inattesa, capace di spingerlo verso una riflessione più autentica e meno superficiale sulla fede.

Da questo momento in poi, il film amplia il suo respiro, passando dalla dimensione privata a una riflessione più universale.

Comicità e profondità: un equilibrio riuscito

Uno degli aspetti più riusciti del film è la sua capacità di bilanciare momenti comici e riflessioni profonde. Pif resta fedele al suo stile: una comicità mai urlata, spesso basata sull’assurdo e sulle contraddizioni dei personaggi.

Le scene di vita quotidiana e le situazioni legate al mondo dei dolci offrono momenti di puro divertimento. Ma sotto questa superficie si sviluppa una riflessione costante sulla religione: non tanto come istituzione, ma come pratica concreta.

Il film si interroga sulla distanza tra chi predica e chi vive davvero la fede, mettendo in luce le incoerenze di una società che spesso confonde devozione e apparenza.

Che dio perdona a tutti
Che dio perdona a tutti – Crediti @Valentina Glorioso

Personaggi autentici e interpretazioni convincenti

Il cast contribuisce in modo decisivo alla riuscita del film. Pif costruisce un Arturo imperfetto ma umano, facile da comprendere proprio per le sue contraddizioni.

Giusy Buscemi dona a Flora una doppia anima credibile: spirituale ma anche sensuale, rigorosa ma capace di grande passione. È un personaggio che sfugge agli stereotipi e incarna una fede profondamente radicata e dogmatica, in cui crede senza esitazioni, ma che talvolta rimane distante dalla concretezza delle opere e della vita vissuta.

Francesco Scianna, invece, porta in scena un personaggio immediato e concreto, molto “terreno” e lontano dalla spiritualità, offrendo un contrappunto essenziale alle tensioni esistenziali del protagonista.

Infine, Carlos Hipólito regala al suo Papa una presenza carismatica e sorprendentemente naturale.

Una commedia deliziosa in tutti i sensi

…Che Dio perdona a tutti è una commedia “deliziosa” anche nel senso più letterale. Il cibo – e in particolare i dolci – diventa metafora di relazione, seduzione e persino spiritualità. Pif riesce a utilizzare questo elemento in modo narrativo, rendendolo parte integrante del percorso dei personaggi. Il risultato è un film che si gusta con piacere, capace di alternare leggerezza e intensità senza mai perdere coerenza.

In definitiva, …Che Dio perdona a tutti è una commedia riuscita, che riesce nell’impresa non scontata di far ridere e riflettere al tempo stesso. È anche un omaggio a Papa Francesco, alla sua visione della fede e alla sua capacità di parlare anche a chi si sente distante dalla religione.

Pif firma un film personale ma accessibile, che invita lo spettatore a interrogarsi senza mai imporre risposte. E forse è proprio questo il suo punto di forza: lasciare spazio al dubbio, alla contraddizione e, perché no, anche alla possibilità di cambiare. Oppure di restare fedeli alle proprie convinzioni, ma con una nuova consapevolezza e domande più profonde.

È L’ultima Battuta? – La recensione del nuovo film di Bradley Cooper

È l’Ultima Battuta?, film diretto da Bradley Cooper in uscita nelle sale italiane il 2 aprile 2026 e distribuito da The Walt Disney Company Italia, è una produzione statunitense del 2025 che mescola commedia e dramma. La sceneggiatura è firmata da Will Arnett e Mark Chappell, mentre la fotografia è curata da Matthew Libatique e il montaggio da Charlie Greene.

Il film è interpretato da un cast guidato dallo stesso Bradley Cooper, affiancato da Laura Dern, Will Arnett, Sean Hayes, Andra Day, Ciarán Hinds, Christine Ebersole e Amy Sedaris, insieme a un ampio ensemble che include Chloe Radcliffe, Jordan Jensen e Reggie Conquest. Il progetto è prodotto da Lea Pictures e ha una durata complessiva di 124 minuti.

La trama di È L’ultima Battuta?

Il film segue la storia di Alex Novak e Tess, una coppia sposata da molti anni che decide di separarsi senza conflitti, cercando di affrontare il divorzio in modo maturo e rispettoso, soprattutto per il bene della loro famiglia; Alex, colpito da una crisi di mezza età e destabilizzato dalla fine del matrimonio, tenta di reinventarsi inseguendo una nuova passione, la stand-up comedy nella scena newyorkese, provando così a riscoprire sé stesso al di là dei ruoli di marito e padre, mentre Tess si trova a fare i conti con le rinunce fatte nel corso degli anni e con la necessità di ridefinire la propria identità, imparando a mettere al centro i propri bisogni e ad affrontare la vita in autonomia; durante questa transizione, entrambi devono trovare un equilibrio nella co-genitorialità e costruire nuove dinamiche familiari, arrivando a comprendere che l’amore non scompare necessariamente con la fine di una relazione, ma può evolversi in forme diverse, più complesse e inaspettate.

Lo sguardo umano e pulsante di Bradley Cooper

“Dovresti girarla” consiglia Balls ad Alex osservando la gigantografia di Tess appesa al muro. Sta facendo colazione, con un bizzarro cappello da cowboy in testa. La foto in questione è un vecchio scatto di Tess alle Olimpiadi, su un campo di pallavolo. È ritratta di spalle, in salto, a immortalare l’esecuzione di una schiacciata. Alex l’ha fatta realizzare da poco, l’ha appesa al muro di casa perché i figli possano idolatrare la madre, ricordarne le gesta come fosse un’eroina. Ma quella non è Tess Novak, non è la madre dei suoi figli, non la (ex) moglie di Alex. È solo una foto, un ricordo, un istante nel tempo, un’idea. L’idea di un amore a cui Alex si è aggrappato per troppi anni, mentre il suo matrimonio andava a rotoli, mentre subentravano noia e infelicità, mentra ciascuno dei due coniugi abbandonava la passione a favore di un rapporto spento, deterioratosi con gli anni. Quella non è Tess, è solo una donna che Alex non può guardare in faccia, confinata nella bidimensione dello scatto, ancorata a qualcosa che non è. E che non può, non deve più essere. Forse non sarà più.

Dovresti girarla, consiglia Balls ad Alex. E nell’assurdità di questa considerazione, in bilico tra idiozia e genialità, troviamo riassunta l’intera poetica del Bradley Cooper regista. Cultore dello sguardo e degli sguardi, come quelli che legavano Leonard Bernstein a Felicia Montealegre o Jackson Maine a Ally Campana – “Volevo guardarti ancora una volta”.

Lo sguardo come gesto d’amore. Lo sguardo come cinema. Lo sguardo oltre e con le parole, se queste servono a guardarsi dentro, a scavare, a scuotere le macerie. Parole come performance, come palco, come canto o battuta (musicale e non), per denudarsi e rivelarsi fallibili, fragili, umani. Parole disordinate, messe insieme alla rinfusa, sperando dicano qualcosa di nuovo, a te e a chi guarda, a chi ride e applaude nel buio, del buio.

Dovresti girarla, consiglia Balls ad Alex. Anche se è un’idea folle, anche se è impossibile. O forse no. Perché si è ancora in tempo, perché nulla è ancora finito, almeno in questo cinema romantico, che crede senza indulgenze, che colpisce allo stomaco, che ferisce, che si svuota insieme ai suoi protagonisti e con loro ritrova pienezza, coraggio, ritmo e vita, che frena e accelera, cade e si rialza, odia e ama allo sfinimento, parla, parla e ancora parla fino a esplodere. Fino all’ultima, folle battuta.

Dovresti girarla. E allora girala. Perché insieme è ancora possibile. Oltre retoriche e ricordi, con fatica, sudore, errori, senza copioni di sorta, con impegno e improvvisazione, con risate, urla, lacrime. Insieme, ma presenti, reali, dolorosamente imperfetti, felici o infelici, persino confusi. Ma guardandoci davvero, senza filtri, veri e appassionati. Perché lo sguardo è cinema e il cinema è vita. E perché gli occhi dell’altro sono gli unici riflettori di cui non possiamo fare a meno.

Mortal Kombat 2 sarà il film più lungo della saga fino ad oggi

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Mortal Kombat 2 sarà il film più lungo della saga fino ad oggi

Karl Urban indosserà i panni di Johnny Cage come protagonista di Mortal Kombat 2, generando grande attesa tra i fan della saga. La notizia conta perché il sequel conferma l’impegno dei produttori nel rilanciare la franchise cinematografica nonostante il primo film del 2021, pur guadagnando 84,4 milioni di dollari con un budget di 55 milioni, abbia affrontato limitazioni legate alla pandemia e alla distribuzione contemporanea su HBO Max.

Ora, secondo AMC Theaters, la catena americana di cinema, Mortal Kombat 2 avrà una durata di 1 ora e 56 minuti, ovvero 116 minuti, superando così il primo film che durava 110 minuti. Il dato non è stato ancora confermato ufficialmente dai produttori, ma se confermato, il sequel diventerà il lungometraggio più lungo della saga cinematografica. Il tempo extra potrebbe permettere di approfondire l’evoluzione dei personaggi, le dinamiche tra gli eroi e i combattimenti iconici tratti dai videogiochi, offrendo ai fan una narrazione più articolata e spettacolare.

L’allungamento della durata segnala l’intenzione degli autori di esplorare con maggiore profondità i personaggi principali, in particolare Johnny Cage, e di integrare elementi narrativi più complessi dai videogame originali. Per una saga come Mortal Kombat, che spesso ha sacrificato lo sviluppo dei personaggi per l’azione, questo rappresenta una potenziale svolta: gli spettatori potranno finalmente apprezzare un mix di combattimenti spettacolari e narrazione coerente, valorizzando sia i fan storici sia nuovi spettatori.

Johnny Cage protagonista: evoluzione del personaggio e intrecci con la lore di Mortal Kombat

Con Karl Urban al centro della scena, Mortal Kombat 2 sembra voler ridefinire l’arco narrativo di Johnny Cage, già introdotto nel film del 2021 come protagonista secondario. Il tempo aggiuntivo del film potrebbe approfondire il suo percorso, le motivazioni e i rapporti con altri personaggi come Liu Kang, Sonya Blade e Shang Tsung, creando una struttura più fedele all’universo dei videogiochi. La durata maggiore lascia anche spazio a combattimenti coreografati più lunghi e complessi, che non solo renderanno omaggio al materiale originale, ma permetteranno di esplorare dinamiche di potere e rivalità tra i combattenti del torneo.

Star Wars: Maul – Shadow Lord rinnovata per una seconda stagione prima del debutto su Disney+

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Lucasfilm ha confermato il rinnovo di Star Wars: Maul – Shadow Lord per una seconda stagione, pochi giorni prima del debutto della serie su Disney+ il 6 aprile. La notizia è significativa perché assicura continuità a uno dei personaggi più amati e complessi dell’universo Star Wars, Darth Maul, offrendo ai fan nuove esplorazioni durante i cosiddetti Dark Times, subito dopo gli eventi di La vendetta dei Sith.

Secondo il sito ufficiale di Star Wars, Dave Filoni, presidente e Chief Creative Officer di Lucasfilm, ha annunciato che la serie tornerà con nuovi episodi. I dettagli sulla trama della seconda stagione rimangono sconosciuti, anche perché la prima stagione non è ancora stata rilasciata, ma alcuni teaser e il trailer confermano che Maul avrà un apprendista sensibile alla Forza, Devon Izara, sopravvissuto all’Ordine 66.

Non si tratta di Darth Talon, come alcuni fan avevano ipotizzato, ma la dinamica maestro-apprendista tra Maul e Devon promette sviluppi oscuri e interessanti per la Forza. La serie esplorerà anche il ruolo criminale di Maul, già accennato in Solo: A Star Wars Story, e la sua rabbia verso Palpatine, che lo aveva sostituito, come confermato nel trailer.

Il rinnovo della serie sottolinea come Lucasfilm stia puntando a un approfondimento psicologico e narrativo dei personaggi più complessi della saga. Pur conoscendo il destino finale di Maul, come già mostrato in Star Wars Rebels, la seconda stagione offre l’opportunità di esplorare motivazioni, alleanze e vendette rimaste finora inespresse, ampliando la comprensione dei Dark Times e arricchendo il panorama narrativo tra The Clone Wars e le storie successive.

Il percorso oscuro di Darth Maul tra vendetta e alleanze nell’universo Star Wars

Star Wars: Maul – Shadow Lord si colloca subito dopo gli eventi di La vendetta dei Sith, un periodo caratterizzato dal caos e dal consolidamento dell’Impero. La presenza di Devon Izara introduce un nuovo apprendista che potrebbe ridefinire la dinamica Sith in chiave narrativa. Il ritorno di Maul alla guida di un sindacato criminale riflette una continuità coerente con la sua evoluzione vista in The Clone Wars e Solo: A Star Wars Story, evidenziando come la rabbia e il senso di tradimento verso Palpatine guidino le sue azioni.

Questa seconda stagione promette di approfondire non solo il lato oscuro di Maul, ma anche la complessità della Forza, il concetto di vendetta e le connessioni tra i Sith e i sopravvissuti dell’Ordine 66, offrendo ai fan una narrativa stratificata e coerente con il canone della saga.

Meryl Streep sarà Enid Lambert nell’attesissima serie Netflix The Corrections

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Netflix ha confermato che Meryl Streep interpreterà Enid Lambert nell’adattamento televisivo del celebre romanzo The Corrections di Jonathan Franzen. La notizia è significativa non solo per il prestigio della protagonista, ma anche per il ritorno al progetto dopo oltre vent’anni di tentativi di adattamento, segnando un momento chiave per portare sullo schermo uno dei romanzi più apprezzati del XXI secolo.

Il progetto, prodotto da Netflix in collaborazione con Paramount Television Studios, vedrà Cord Jefferson (Watchmen) alla regia e Franzen stesso impegnato nella scrittura dei copioni. Streep non sarà solo interprete principale, ma anche produttrice esecutiva insieme a Jefferson, Franzen, Mark Roybal, Paul Lee e Nicole Clemens.

Il romanzo, pubblicato nel 2001, racconta le vicende della famiglia Lambert durante un ultimo Natale insieme, con tensioni e ambizioni degli adulti figli che emergono mentre la salute del patriarca Alfred peggiora. Il libro ha ricevuto premi prestigiosi come il National Book Award for Fiction e il James Tait Black Memorial Prize ed è stato inserito nella lista dei 100 migliori romanzi di TIME dal 1923 in poi.

Questa notizia significa molto più di un semplice casting: Netflix intende affrontare un progetto ambizioso e storico, tentando di dare nuova vita a un romanzo considerato difficile da adattare. L’arrivo di Streep come Enid Lambert promette di ancorare la serie a una performance di livello elevatissimo, aumentando le aspettative su fedeltà narrativa e profondità dei personaggi. Per il pubblico, la serie rappresenta l’occasione di esplorare le dinamiche familiari complesse di Franzen attraverso una prospettiva intensa.

L’arrivo di The Corrections sullo schermo: tra fedeltà al romanzo e nuove prospettive narrative

Adattare The Corrections è stato un percorso lungo e tortuoso. Dal primo accordo cinematografico nel 2001 con Stephen Daldry e Robert Zemeckis, al tentativo televisivo HBO del 2011 con Noah Baumbach e un cast stellare mai approdato in onda, il romanzo ha sfidato per anni il cinema e la TV. Con Meryl Streep e Cord Jefferson, Netflix punta a rispettare la complessità psicologica dei Lambert, mostrando tensioni familiari, ambizioni frustrate e fragilità personali, elementi chiave del testo di Franzen. L’esperienza dell’autore come sceneggiatore assicura inoltre coerenza con la visione originale, mentre la piattaforma potrà espandere le sfumature dei personaggi attraverso un formato seriale, permettendo una narrazione più approfondita rispetto al cinema.

Ryan Gosling non farà più parte del prossimo film dei Daniels

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Ryan Gosling non farà più parte del prossimo film dei Daniels

Ryan Gosling non farà più parte del misterioso nuovo film diretto da Daniel Kwan e Daniel Scheinert, noti come i Daniels. L’uscita dell’attore dal progetto Universal rappresenta un cambio rilevante per un film ancora senza titolo ma già molto atteso, soprattutto dopo il successo creativo del duo con Everything Everywhere All at Once.

Secondo quanto riportato da Deadline, la separazione è dovuta a problemi di altri impegni precedentemente presi: il film avrebbe dovuto iniziare le riprese a Los Angeles durante l’estate, ma non è stato possibile conciliare gli impegni dell’attore con il calendario produttivo. Gosling arriva da un periodo particolarmente intenso, tra il successo di L’ultima missione – Project Hail Mary (leggi qui la nostra recensione) e la lavorazione del prossimo Star Wars: Starfighter, fattori che hanno reso difficile chiudere l’accordo nei tempi previsti.

Il film dei Daniels senza Gosling: come cambia identità e prospettiva di uno dei progetti più attesi

Il progetto resta ancora avvolto nel mistero, ma il coinvolgimento dei Daniels suggerisce un’opera fortemente autoriale, probabilmente caratterizzata da una narrazione non convenzionale e da un uso creativo del linguaggio cinematografico. Dopo il successo di Everything Everywhere All at Once, il duo ha acquisito una libertà produttiva rara, che rende ogni loro progetto un evento.

La presenza iniziale di Gosling indicava una possibile convergenza tra cinema d’autore e star system, un equilibrio che avrebbe potuto ampliare il pubblico del film. La sua uscita apre ora a due scenari: o un attore altrettanto mainstream prenderà il suo posto, mantenendo alto il profilo commerciale, oppure i Daniels potrebbero virare verso una scelta più radicale e coerente con la loro poetica.

Dal punto di vista industriale, il fatto che il progetto prosegua senza ritardi conferma la fiducia dello studio nella visione dei registi. Inoltre, il forte interesse iniziale di Gosling per la sceneggiatura suggerisce che il materiale sia particolarmente solido, elemento che potrebbe attirare rapidamente nuovi candidati di alto livello.

In definitiva, più che un ridimensionamento, questa uscita potrebbe rappresentare una fase di ridefinizione: il film dei Daniels resta uno dei titoli più intriganti in sviluppo, e il nuovo casting sarà determinante per comprenderne davvero direzione e ambizione.

Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum, confermato il recasting di Aragorn

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Andy Serkis ha confermato ufficialmente che il ruolo di Aragorn sarà reinterpretato in Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum, segnando una svolta importante per il franchise. La decisione riguarda uno dei personaggi più iconici della saga e apre una nuova fase per la Terra di Mezzo, con implicazioni sia narrative che simboliche per i fan.

In un’intervista a ScreenRant, Serkis ha dichiarato senza ambiguità: “Non so cosa ci sia in giro al momento, ma c’è molta speculazione. Diciamo solo che stiamo rifacendo il casting e siamo sulla strada per trovare qualcuno.” Il film, ambientato tra Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, racconterà la caccia a Gollum, esplorando un segmento narrativo solo accennato nelle opere originali di J. R. R. Tolkien.

La scelta di sostituire Viggo Mortensen non è solo produttiva ma profondamente strategica: si tratta di ridefinire un archetipo senza tradirlo. Aragorn non è solo un personaggio, ma un riferimento identitario per l’intera trilogia. Cambiarne il volto implica un delicato equilibrio tra continuità e reinvenzione, soprattutto in un’epoca in cui i franchise puntano sempre più su espansioni e reinterpretazioni.

Un Aragorn giovane tra mito e rilettura: cosa cambia davvero per la Terra di Mezzo

Il contesto temporale del film suggerisce che vedremo un Aragorn più giovane, probabilmente ancora lontano dall’eroe maturo interpretato da Mortensen. Questo apre a una rappresentazione più instabile e in formazione del personaggio, coerente con il tono più intimo e psicologico annunciato da Serkis.

La storia si concentrerà sulla caccia a Gollum, figura centrale e ambigua dell’universo tolkieniano, già interpretata da Serkis nella trilogia originale. Il regista ha sottolineato che il film sarà anche “una caccia psicologica”, suggerendo un doppio livello narrativo: esterno (l’inseguimento) e interno (l’identità e la frammentazione di Gollum).

Questo approccio potrebbe ridefinire anche Aragorn, trasformandolo da eroe epico a osservatore di un’ombra che anticipa i temi della corruzione e della dualità già esplorati nella trilogia. Il coinvolgimento del team creativo originale garantisce una coerenza estetica e narrativa con il mondo costruito da Peter Jackson, ma l’ambizione è chiaramente quella di espandere il linguaggio della saga.

In prospettiva, il recasting di Aragorn potrebbe segnare l’inizio di una nuova linea narrativa più serializzata, dove i personaggi iconici vengono riletti attraverso storie laterali e punti di vista alternativi. Non più solo epica corale, ma introspezione e riscrittura del mito.

Andy Serkis anticipa il ritorno di Alfred in un The Batman – Parte II “ancor più emozionante”

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Andy Serkis ha offerto un primo, significativo aggiornamento su The Batman – Parte II, anticipando che il sequel diretto da Matt Reeves punterà su un approccio molto più emotivo. Una dichiarazione che conta, perché suggerisce un’evoluzione precisa rispetto al primo film con Robert Pattinson, già caratterizzato da un forte impianto psicologico.

Parlando con ScreenRant, Serkis ha confermato che non sarà subito sul set a causa dei suoi impegni come regista, ma che entrerà in produzione entro fine anno. Soprattutto, ha lasciato intendere la direzione narrativa del film: “Non posso dire molto sul film, se non che sono davvero entusiasta di tornare in quel mondo e lavorare ancora con Matt Reeves… La sceneggiatura e la nuova storia parlano davvero di ciò che Matt sente sulla vita… La relazione tra Bruce e Alfred continua a essere molto stretta, leggermente in conflitto, ma bellissima.

Le sue parole indicano chiaramente che il cuore del sequel sarà ancora il rapporto tra Bruce Wayne e Alfred, ma con una profondità ulteriore. Non solo azione e noir urbano, quindi, ma un’indagine più intima sui legami e sulle fratture emotive già emerse nel primo capitolo.

Il passato dei Wayne e il rapporto con Alfred: perché The Batman – Parte II può cambiare davvero il personaggio

Se il primo The Batman era un racconto di origine “tardiva”, in cui Bruce Wayne imparava a essere un simbolo oltre che un vigilante, il sequel sembra destinato a scavare nelle conseguenze di quella trasformazione.

Uno degli elementi più promettenti riguarda il passato della famiglia Wayne. Già nel primo film emergeva un lato oscuro legato a Thomas Wayne e alla corruzione di Gotham. Se questo filo narrativo verrà sviluppato, il rapporto tra Bruce e Alfred Pennyworth potrebbe entrare in crisi: Alfred, figura paterna e custode della memoria familiare, potrebbe trovarsi a dover rimettere in discussione tutto ciò che credeva.

In parallelo, il ritorno di figure come il Pinguino e il possibile coinvolgimento del Joker suggeriscono che Gotham continuerà a essere un ecosistema criminale stratificato. Tuttavia, la vera posta in gioco sembra essere interna: Bruce dovrà ridefinire la propria identità alla luce di verità scomode.

Una possibile direzione narrativa è quella di un Batman meno isolato ma più vulnerabile, costretto a confrontarsi non solo con i nemici esterni, ma con il peso dell’eredità familiare. In questo senso, il tono “emotivo” anticipato da Serkis potrebbe tradursi in un film che sposta definitivamente il focus dal vigilante al uomo, completando l’arco iniziato nel primo capitolo.

Se confermata, questa evoluzione renderebbe The Batman – Parte II non solo un sequel, ma un passaggio chiave nella ridefinizione moderna del Cavaliere Oscuro.

Peaky Blinders: Jamie Bell sarà Duke Shelby nella nuova serie sequel, svelato il cast

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L’universo di Peaky Blinders si espande con una nuova serie sequel targata Netflix e BBC, e arrivano le prime importanti novità sul cast. A guidare il progetto saranno Jamie Bell e Charlie Heaton, affiancati da Jessica Brown Findlay, Lashana Lynch e la newcomer Lucy Karczewski. Le riprese sono già iniziate a Birmingham, segnando ufficialmente l’avvio di una nuova fase per il franchise.

Jamie Bell raccoglie l’eredità degli Shelby

Il dettaglio più rilevante riguarda il ruolo di Duke Shelby, il figlio maggiore di Tommy Shelby. Sarà Jamie Bell a interpretarlo, prendendo il posto di Conrad Khan (serie originale) e Barry Keoghan (nel film Peaky Blinders: The Immortal Man).

Il personaggio eredita un peso narrativo importante, essendo il naturale successore di Tommy Shelby, reso iconico da Cillian Murphy.

Nuova generazione e salto temporale

La serie sarà ambientata circa dieci anni dopo gli eventi di Peaky Blinders: The Immortal Man, portando la storia nella Birmingham del primo dopoguerra degli anni ’50.

Secondo quanto dichiarato dal creatore Steven Knight, si tratterà di “una nuova era” per il racconto, con una città in piena ricostruzione e al centro di una lotta brutale per il potere.

Il personaggio di Duke sarà più maturo, ambizioso e pericoloso, destinato a guidare la gang in un contesto ancora più violento e competitivo. Il ruolo di Charlie Heaton non è stato ancora rivelato, ma dovrebbe essere centrale nella nuova generazione degli Shelby.

Produzione e struttura della serie

Il progetto prevede due stagioni da sei episodi ciascuna ed è prodotto da Kudos e Garrison Drama. Nel Regno Unito sarà distribuito su BBC One e BBC iPlayer, mentre a livello globale arriverà su Netflix.

Il successo recente del film Peaky Blinders: The Immortal Man, rimasto per settimane in cima alle classifiche globali della piattaforma, conferma la forza del franchise, nato nel 2013 e diventato negli anni un vero fenomeno culturale.

Il futuro del franchise

Con questa nuova serie, Peaky Blinders continua la sua evoluzione da semplice drama storico a universo narrativo espanso, tra cinema, televisione e altri media.

Il passaggio di testimone a Duke Shelby rappresenta un momento chiave: non solo per la continuità della storia, ma anche per ridefinire l’identità della saga in un contesto storico e sociale completamente diverso.

Peaky Blinders
Jamie Bell è Duke Shelby in Peaky Blinders

Damaged: la vera storia dietro il thriller con Samuel L. Jackson

Damaged: la vera storia dietro il thriller con Samuel L. Jackson

Damaged, thriller crime diretto da Terry McDonough e interpretato da Samuel L. Jackson e Vincent Cassel, si inserisce in un filone cinematografico estremamente codificato, quello dei serial killer, ma lo fa con un approccio diverso rispetto alla tradizione. Il film segue un detective segnato dal passato che si trova a inseguire un assassino con un modus operandi preciso e disturbante, attraversando continenti e confrontandosi con traumi personali mai risolti. Fin dalle prime sequenze, l’opera suggerisce una domanda implicita che aggancia lo spettatore: quanto c’è di vero in questa storia?

La risposta è più complessa di quanto sembri. Damaged non è basato su un singolo caso reale, ma costruisce la sua narrazione a partire da elementi concreti e documentati del mondo criminale, in particolare lo studio dei serial killer e dei loro comportamenti. Il film anticipa quindi una verità fondamentale: ciò che vediamo sullo schermo non è accaduto esattamente così, ma potrebbe accadere. Ed è proprio questa aderenza al reale, più psicologica che cronachistica, a rendere il racconto credibile, inquietante e profondamente radicato nella realtà contemporanea.

Le radici reali della storia: come il film costruisce un caso credibile partendo da modelli autentici

La struttura narrativa di Damaged nasce da un processo creativo che affonda le sue radici nello studio di casi reali e nella tradizione del crime investigativo. Gli sceneggiatori non si sono ispirati a un singolo evento storico, ma hanno costruito il personaggio dell’assassino e il suo modus operandi combinando caratteristiche tipiche di criminali realmente esistiti. Questo approccio riflette una prassi consolidata nel genere: creare un caso fittizio che però rispetti dinamiche autentiche, dalle modalità di selezione delle vittime fino alla pianificazione dei delitti.

Samuel L Jackson in Damaged

Il film riprende infatti uno degli elementi più documentati nella criminologia: la presenza di schemi ricorrenti nei serial killer. Figure come Ted Bundy o Dennis Rader hanno dimostrato come molti assassini sviluppino rituali precisi, scegliendo vittime con caratteristiche specifiche e ripetendo comportamenti nel tempo. Damaged integra questo principio nella sua narrazione, costruendo un antagonista coerente e riconoscibile dal punto di vista psicologico. Il risultato è una storia che, pur essendo inventata, si muove all’interno di parametri realistici, rendendo credibile ogni fase dell’indagine e aumentando il coinvolgimento dello spettatore.

Il peso del trauma e della perdita

Uno degli aspetti più realistici di Damaged non riguarda tanto il crimine in sé, quanto i personaggi che lo affrontano. Il detective Dan Lawson, interpretato da Samuel L. Jackson, è un uomo segnato da un fallimento passato: anni prima non è riuscito a catturare un serial killer, lasciando una ferita aperta che continua a influenzare ogni sua scelta. Accanto a lui, il detective Glen Boyd porta il peso di un lutto personale, la perdita del figlio, che incide profondamente sul suo approccio al lavoro e alla vita.

Questa costruzione dei personaggi riflette una verità spesso riscontrabile nelle forze dell’ordine: chi lavora a contatto con crimini estremi sviluppa inevitabilmente un rapporto complesso con il dolore, la colpa e la responsabilità. Il film amplifica questa dimensione, ma senza distorcerla, mostrando come l’indagine diventi anche un percorso personale di elaborazione del trauma. In questo senso, la “verità” del film non è nei fatti, ma nelle emozioni: il modo in cui i personaggi reagiscono, collaborano e si scontrano rispecchia dinamiche reali, rendendo il racconto più autentico rispetto a molti altri thriller del genere.

Dal realismo investigativo all’atmosfera: il ruolo del contesto e della costruzione narrativa

Un ulteriore elemento che avvicina Damaged alla realtà è l’attenzione al contesto. L’ambientazione tra Stati Uniti e Scozia non è solo una scelta estetica, ma contribuisce a costruire un mondo credibile, fatto di differenze culturali, procedure investigative e ambienti sociali distinti. Le location scozzesi, con i loro paesaggi aspri e le atmosfere cupe, rafforzano il senso di isolamento e tensione, elementi tipici dei casi di serial killer reali, spesso caratterizzati da lunghi periodi di indagine e da una costante incertezza.

Vincent Cassel in Damaged

Anche la dinamica tra i due protagonisti richiama modelli consolidati nella realtà e nel cinema: il rapporto tra investigatori con esperienze diverse, spesso segnato da diffidenza iniziale e progressiva fiducia. Questa costruzione, ispirata a film come Se7en, non è solo un omaggio, ma una strategia narrativa per rendere credibile la collaborazione tra due uomini molto diversi. Il lavoro degli attori e degli autori si concentra proprio su questi dettagli, creando un equilibrio tra tensione narrativa e plausibilità, che permette allo spettatore di immergersi completamente nella storia senza percepire una frattura tra finzione e realtà.

Una verità costruita: cosa significa davvero “storia vera” nel caso di Damaged

Arrivando alle conclusioni, è chiaro che Damaged non racconta una storia vera nel senso tradizionale del termine, ma costruisce una verità più sottile e articolata. Il film dimostra come il concetto di “realismo” nel cinema crime non dipenda necessariamente dalla fedeltà a un evento specifico, ma dalla capacità di riprodurre dinamiche, comportamenti e contesti credibili. In questo caso, la somma di elementi reali – dalla psicologia dei serial killer alle reazioni emotive degli investigatori – crea un racconto che, pur essendo fittizio, risulta plausibile e vicino alla realtà.

Questa scelta narrativa apre anche una riflessione più ampia sul genere: perché storie come questa continuano a coinvolgere il pubblico? La risposta sta nella loro capacità di esplorare paure reali e universali, trasformandole in racconto. Damaged si distingue proprio per questo: non punta sull’eccesso o sul sensazionalismo, ma su una costruzione coerente e radicata nel reale. E in un panorama saturo di thriller, questa attenzione alla credibilità diventa il vero elemento distintivo, capace di lasciare un segno anche dopo la fine del film.

LEGGI ANCHE: Damaged, spiegazione del finale: chi è il vero killer?

Operation Fortune: la spiegazione del finale del film

Operation Fortune: la spiegazione del finale del film

Con Operation Fortune (leggi qui la recensione), Guy Ritchie torna consapevolmente alle sue radici, abbandonando temporaneamente il gigantismo dei blockbuster per ritrovare il piacere del racconto corale, ironico e stratificato. Dopo esperienze come Aladdin, il regista sceglie di muoversi in un territorio che conosce perfettamente: quello del crime elegante, della truffa sofisticata e del gioco continuo tra apparenza e verità. Ma ciò che distingue questo film non è solo l’intreccio d’azione, bensì la sua costruzione narrativa, che riflette esplicitamente sul concetto di “inganno come linguaggio”, trasformando ogni scena in un atto di manipolazione.

Fin dalle prime sequenze, il film si presenta come un classico heist movie, ma progressivamente rivela una struttura più complessa, quasi metacinematografica. Il protagonista Orson Fortune non è semplicemente un agente, ma un regista invisibile di eventi, mentre Danny Francesco – attore dentro e fuori la finzione – diventa il simbolo perfetto di un mondo in cui recitare è sopravvivere. Il finale, in questo senso, non chiude soltanto la missione legata al misterioso “Handle”, ma ribalta il senso stesso dell’operazione: ciò che conta non è recuperare l’oggetto, ma controllare la narrazione. Ed è proprio qui che si inserisce la chiave interpretativa del film: Operation Fortune è una riflessione sul potere delle storie, sulla costruzione della realtà e sul confine sempre più sottile tra verità e rappresentazione.

La spiegazione del finale di Operation Fortune: la missione si chiude, ma il vero colpo è il controllo della narrazione

Nel finale del film, la tensione accumulata attorno al dispositivo noto come “The Handle” raggiunge il suo apice quando Orson Fortune si infiltra nella struttura dove i magnati intendono attivarlo. A questo punto, il film compie una svolta decisiva: la minaccia globale – un’intelligenza artificiale capace di destabilizzare i mercati finanziari – passa in secondo piano rispetto al gioco di tradimenti e doppi giochi tra i personaggi. Il tradimento di Mike, che cerca di appropriarsi del dispositivo, non è solo un colpo di scena narrativo, ma la dimostrazione di una logica interna: in un mondo governato dall’inganno, la lealtà è sempre temporanea.

Quando Orson elimina Mike, ristabilisce apparentemente l’ordine, ma in realtà ridefinisce le regole del gioco. Il dispositivo viene neutralizzato, i magnati vengono messi fuori gioco e Greg Simmonds riesce a salvarsi, ma è proprio in questo momento che il film svela il suo vero intento. Orson non è interessato al denaro nel senso tradizionale: decide infatti di utilizzare i fondi sottratti per finanziare il film di Danny, trasformando un’operazione di intelligence in un investimento narrativo. Questo passaggio è cruciale, perché sposta il focus dall’azione alla rappresentazione: ciò che resta non è il bottino, ma la storia che ne deriva.

La sequenza post-crediti rafforza ulteriormente questa lettura. Danny, ora protagonista di un film ispirato agli eventi vissuti, recita una scena che riproduce fedelmente il confronto con i magnati, mentre Simmonds – da antagonista a regista – dirige la scena. Questo ribaltamento finale è tutt’altro che casuale: il villain diventa autore, l’attore diventa testimone, e la realtà viene definitivamente assorbita dalla finzione. Il film, quindi, si chiude senza una vera conclusione morale, ma con una trasformazione: la missione è diventata racconto, e il racconto è diventato potere.

Il significato del film: inganno, spettacolo e potere nell’era della manipolazione

Hugh Grant in Operation Fortune

A livello tematico, Operation Fortune lavora su un’idea molto precisa: l’inganno non è un mezzo, ma una struttura. Ogni personaggio mente, recita, costruisce una versione di sé che serve a ottenere un risultato. Orson Fortune è l’emblema di questa logica: freddo, calcolatore, apparentemente distaccato, ma in realtà perfettamente consapevole del valore performativo delle sue azioni. Il suo rapporto con Danny Francesco è centrale in questa prospettiva: un agente e un attore che finiscono per sovrapporsi, dimostrando che nel mondo contemporaneo la differenza tra operazione segreta e messa in scena è sempre più sottile.

Il dispositivo “Handle” rappresenta il cuore simbolico del film. Non è solo un’arma tecnologica, ma una metafora del controllo globale: chi lo possiede può manipolare i mercati, e quindi la realtà economica. Tuttavia, Ritchie suggerisce che il vero potere non risiede nella tecnologia, ma nella capacità di raccontare una storia credibile. In questo senso, il film anticipa un tema profondamente contemporaneo: la realtà come costruzione narrativa, dove la verità è meno importante della percezione.

Anche il personaggio di Simmonds incarna questa ambiguità. Eccentrico, narcisista, apparentemente ridicolo, si rivela invece perfettamente adattato a un sistema in cui il potere passa attraverso la rappresentazione. Il fatto che diventi regista nel finale non è solo una gag, ma una dichiarazione programmatica: chi controlla il racconto controlla il mondo. In questo senso, Operation Fortune si inserisce in una linea narrativa che va oltre il genere action, avvicinandosi a una riflessione sul ruolo dei media, del cinema e della finzione nella costruzione del reale.

Guy Ritchie e il ritorno al crime sofisticato: tra Snatch e il nuovo cinema dell’inganno

Hugh Grant in Operation Fortune

 

Dal punto di vista autoriale, il film rappresenta un ritorno consapevole di Guy Ritchie a un territorio che aveva definito la sua identità cinematografica con titoli come Snatch e Lock & Stock – Pazzi scatenati. Tuttavia, rispetto a quelle opere, Operation Fortune mostra una maturità diversa: il ritmo è più controllato, l’ironia più sottile e la struttura narrativa più stratificata. Non si tratta più solo di raccontare un intreccio di criminali e truffe, ma di riflettere sul senso stesso del racconto.

Il confronto con film come Operazione U.N.C.L.E. è inevitabile, ma qui Ritchie spinge ancora oltre l’estetica della simulazione. Il glamour, le location internazionali e i dialoghi brillanti non sono semplici elementi di stile, ma strumenti per costruire un mondo in cui tutto è performance. In questo senso, il film si avvicina anche a modelli classici come Butch Cassidy, esplicitamente citato, ma ne rielabora il senso: non più il mito della fuga, ma quello della costruzione narrativa.

Ritchie dimostra inoltre una grande consapevolezza del genere spy contemporaneo, evitando il realismo cupo di molte produzioni recenti e scegliendo invece una via più ironica e autoreferenziale. Il risultato è un film che funziona su più livelli: intrattenimento puro per lo spettatore occasionale, riflessione metacinematografica per chi è disposto a coglierne le sfumature.

Teoria e implicazioni: quando il cinema diventa il vero obiettivo della missione

Operation Fortune

Se si guarda al film nel suo insieme, emerge una possibile lettura teorica: la vera missione di Orson Fortune non è mai stata recuperare il dispositivo, ma trasformare l’intera operazione in un racconto controllato. In questa prospettiva, ogni evento – dai tradimenti alle alleanze – è funzionale a costruire una narrazione finale che possa essere “venduta”, sia metaforicamente che letteralmente, attraverso il film di Danny.

Questa interpretazione ribalta completamente il senso della storia. Non siamo di fronte a un heist movie tradizionale, ma a un racconto sulla produzione di storie. Orson diventa una sorta di regista occulto, Danny un attore inconsapevole e Simmonds un produttore che prende il controllo del racconto nel finale. Il mondo dello spionaggio e quello del cinema si sovrappongono fino a diventare indistinguibili, suggerendo che la realtà stessa è ormai una forma di spettacolo.

Le implicazioni sono evidenti: in un’epoca dominata da media, immagini e narrazioni, il potere non risiede più solo nelle armi o nel denaro, ma nella capacità di costruire storie credibili. Operation Fortune si chiude quindi con una provocazione: ciò che abbiamo visto è davvero accaduto, o è già parte del film che Danny sta girando? Ritchie non offre una risposta definitiva, ma lascia lo spettatore con un dubbio fertile, trasformando il finale in un’apertura interpretativa piuttosto che in una chiusura.

American Hustle – L’apparenza inganna: la storia vera dietro il film

American Hustle – L’apparenza inganna, diretto da David O. Russell e interpretato da un cast d’eccezione guidato da Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper e Jennifer Lawrence, si presenta fin dall’inizio con una dichiarazione programmatica ambigua: “Qualcosa di tutto questo è realmente accaduto”. È una premessa che non solo incuriosisce, ma orienta lo spettatore verso una lettura precisa del film, sospesa tra verità storica e costruzione narrativa. Ambientato nella fine degli anni ’70, il film restituisce un’epoca segnata da ambizione, corruzione e opportunismo, ma soprattutto racconta una storia che, pur romanzata, affonda le radici in un’indagine reale dell’FBI.

Il cuore della vicenda è infatti ispirato allo scandalo Abscam, una delle operazioni sotto copertura più controverse nella storia americana. Tuttavia, il film non è una cronaca fedele: i personaggi non esistono realmente, ma sono modellati su figure autentiche, e molte dinamiche personali sono state inventate per rafforzare il conflitto drammatico. Questa doppia natura – reale e fittizia – è ciò che rende American Hustle particolarmente interessante: non racconta solo ciò che è successo, ma cerca di spiegare perché è successo, mettendo al centro i desideri, le debolezze e le ambizioni dei suoi protagonisti.

Il caso Abscam: la vera operazione sotto copertura che ha ispirato il film

Alla base di American Hustle c’è l’operazione Abscam, un’indagine dell’FBI condotta tra la fine degli anni ’70 e il 1980, che portò alla luce un vasto sistema di corruzione politica negli Stati Uniti. Il nome deriva da “Abdul Scam”, riferimento al finto sceicco arabo utilizzato dagli agenti federali per attirare politici e funzionari pubblici in una rete di tangenti. L’obiettivo era semplice quanto efficace: offrire ingenti somme di denaro in cambio di favori politici, documentando tutto attraverso registrazioni video.

American Hustle - L'apparenza inganna

Il ruolo chiave fu quello di Melvin Weinberg, truffatore professionista arrestato per frode e poi reclutato dall’FBI come collaboratore. Weinberg, su cui è basato il personaggio di Irving Rosenfeld, utilizzò le sue competenze per costruire scenari credibili e convincere le vittime a esporsi. L’operazione portò a circa venti condanne, coinvolgendo membri del Congresso e amministratori locali. Ciò che rende Abscam particolarmente significativo è la sua ambiguità etica: da un lato un successo investigativo, dall’altro un’operazione che sollevò dubbi sul confine tra giustizia e provocazione del reato.

Dal crimine alla politica: come l’indagine si espanse e coinvolse le istituzioni

Con il progredire dell’operazione, l’FBI passò da obiettivi minori a figure sempre più rilevanti, arrivando a coinvolgere politici di alto livello. Tra questi, il sindaco di Camden Angelo Errichetti, figura reale che ha ispirato il personaggio di Carmine Polito nel film. Errichetti non solo accettò tangenti, ma contribuì a mettere in contatto gli agenti sotto copertura con altri funzionari disposti a fare lo stesso, ampliando la portata dello scandalo.

Questo passaggio segna un punto cruciale nella storia vera: l’indagine non si limita più a smascherare singoli individui, ma rivela un sistema diffuso di corruzione. Le registrazioni video mostrano politici accettare denaro con sorprendente naturalezza, suggerendo che tali pratiche fossero meno eccezionali di quanto si volesse credere. Quando nel 1980 la notizia trapelò ai media, l’impatto fu enorme, generando un dibattito pubblico sulla moralità della classe politica e sui metodi utilizzati dall’FBI. Il film rielabora questa fase, mantenendo il senso di escalation ma filtrandolo attraverso dinamiche personali più accentuate.

Tra realtà e finzione: cosa il film cambia e perché

Se la struttura dell’operazione Abscam è reale, gran parte degli elementi personali di American Hustle è frutto di invenzione. Le relazioni sentimentali, i conflitti tra i personaggi e alcune svolte narrative non trovano riscontro nei fatti storici. Ad esempio, nella realtà non esistette una relazione tra la figura ispirata a Evelyn Knight e gli agenti federali, mentre nel film questo elemento diventa centrale per aumentare la tensione e complicare le dinamiche tra i protagonisti.

American Hustle

Anche il protagonista reale, Weinberg, non aveva piani personali per aiutare i politici coinvolti, né viveva il tipo di conflitto familiare mostrato nel film. Tuttavia, queste modifiche non sono casuali: servono a tradurre in termini emotivi e narrativi ciò che nella realtà è più freddo e procedurale. Il film sposta l’attenzione dai fatti alle motivazioni, mostrando come desiderio, paura e ambizione possano spingere individui comuni a compiere azioni illegali. In questo senso, la finzione diventa uno strumento per rendere più leggibile una verità psicologica che i documenti storici da soli non riescono a restituire.

Una storia di ambizione e compromesso: cosa racconta davvero American Hustle

Alla fine, American Hustle non è semplicemente un film sulla corruzione, ma una riflessione sulle scelte umane in condizioni di pressione. La storia vera di Abscam dimostra come il sistema politico possa essere vulnerabile alla tentazione del potere e del denaro, mentre il film amplia questa prospettiva, mostrando individui intrappolati nelle proprie ambizioni. La linea tra vittime e colpevoli si fa sottile, e ogni personaggio appare guidato da un bisogno urgente: sicurezza, successo, amore o riconoscimento.

Questa è forse la chiave più interessante dell’opera: non giudicare, ma osservare. La realtà storica fornisce il contesto, ma è la rielaborazione cinematografica a dare profondità al racconto, trasformando un’inchiesta giudiziaria in una storia universale. American Hustle suggerisce che la corruzione non nasce solo dal potere, ma anche dalla fragilità umana, e che spesso le scelte più discutibili derivano da bisogni profondi e irrisolti. Ed è proprio questa tensione tra realtà e interpretazione a rendere il film ancora oggi così attuale e rilevante.

Il prossimo film di Batman della DC uscirà nel 2026, Bane sarà trai protagonisti

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Il Cavaliere Oscuro torna sul grande schermo animato con Batman: Knightfall Part 1, primo capitolo di una nuova saga dedicata a una delle storyline più iconiche dei fumetti. Il film sarà presentato ufficialmente al Annecy International Animation Film Festival nel giugno 2026, segnando il debutto di un progetto molto atteso dai fan.

Nel frattempo, il panorama cinematografico di DC Studios continua ad espandersi: tra sequel, reboot e spin-off, Batman resta il centro narrativo di più produzioni, sia live-action che animate.

Bane e la Rogue’s Gallery contro Batman

Il film adatterà la celebre saga “Knightfall”, già parzialmente utilizzata in The Dark Knight Rises, ma questa volta con un approccio più fedele ai fumetti. Al centro della storia troviamo Bane, che libera tutti i criminali di Gotham da Arkham Asylum, scatenando il caos.

Questo porterà Batman al limite, sia fisico che mentale, in una narrazione che promette toni più cupi e intensi rispetto alle recenti produzioni animate.

Un progetto chiave per il futuro animato DC

Diretto da Jeff Wamester e scritto da Jeremy Adams, il film inaugura una saga in quattro parti, segno di una strategia narrativa più ampia per il comparto animato DC.

Questa scelta riflette un cambiamento preciso: puntare su archi narrativi lunghi e fedeli al materiale originale, invece di singoli film autoconclusivi. Un modello che potrebbe rafforzare l’identità dell’animazione DC nel panorama contemporaneo.

Knightfall e il destino di Bruce Wayne: cosa aspettarsi

La saga di “Knightfall” è cruciale perché mette in discussione il mito stesso di Batman. La caduta di Bruce Wayne, sotto la pressione orchestrata da Bane, apre la strada a nuove interpretazioni del personaggio e a possibili eredi del mantello.

Se il film seguirà fedelmente i fumetti, potremmo vedere sviluppi legati a figure come Jean-Paul Valley (Azrael) e a una Gotham ancora più instabile. Questo rende Batman: Knightfall Part 1 non solo un adattamento, ma un potenziale punto di svolta per l’intero universo animato DC.

Bong Joon-ho svela la prima immagine e il titolo del suo film d’animazione: Ally

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Il premio Oscar Bong Joon-ho ha svelato titolo e primo sguardo del suo attesissimo film animato, Ally, segnando una svolta storica nella sua carriera. Si tratta infatti del suo primo lungometraggio animato, un passaggio cruciale per uno degli autori più influenti del cinema contemporaneo.

Il progetto, scritto insieme a Jason Yu, racconta la storia di Ally, una creatura marina metà maialino e metà calamaro che vive negli abissi del Pacifico meridionale e sogna di vedere il sole. La sua vita cambia quando un misterioso velivolo precipita nell’oceano, innescando un viaggio verso la superficie insieme a un gruppo di improbabili alleati. Il film, in sviluppo dal 2019, è prodotto da Barunson C&C con il supporto di CJ ENM, Penture Invest e Pathé, e arriverà nei cinema nel 2027.

Ally rappresenta molto più di un semplice cambio di formato: è l’estensione naturale del cinema di Bong in un territorio che amplifica le sue ossessioni tematiche. Il rapporto tra umano e ambiente, già centrale in Okja e Snowpiercer, qui viene rielaborato in chiave animata, con una prospettiva potenzialmente ancora più radicale e simbolica. L’animazione offre a Bong uno spazio di libertà totale, dove costruire un ecosistema narrativo senza vincoli realistici. Di seguito, ecco la prima immagine di Ally:

Ally film
La prima immagine del film Ally. Foto di ©2026 V8 Pistons Pictures

Ally e l’evoluzione del cinema di Bong: tra ecologia, identità e sguardo non umano

Con Ally, Bong Joon-ho sembra portare alle estreme conseguenze una traiettoria autoriale già evidente nei suoi lavori precedenti. La protagonista, una creatura ibrida e marginale, richiama direttamente figure come Okja: esseri “altri” che diventano specchio delle contraddizioni umane.

La scelta dell’oceano come ambientazione non è casuale. Gli abissi rappresentano uno spazio narrativo ancora inesplorato nel cinema di Bong, ma perfettamente coerente con il suo interesse per sistemi chiusi e stratificati — basti pensare al treno di Snowpiercer o alla casa verticale di Parasite. Qui, però, il sistema è naturale, e il conflitto nasce dall’intrusione umana, suggerendo una riflessione ecologica più esplicita.

Narrativamente, il viaggio di Ally verso la superficie può essere letto come una parabola di scoperta e disillusione: il desiderio di vedere il sole — simbolo di conoscenza e libertà — potrebbe scontrarsi con la realtà di un mondo dominato dagli esseri umani. In questo senso, il film potrebbe svilupparsi come una fiaba moderna, dove l’avventura si intreccia a una critica sociale, in pieno stile Bong.

Infine, l’uso dell’animazione apre scenari interessanti anche sul piano estetico. Se nei suoi film live-action Bong ha già dimostrato un controllo rigoroso della messa in scena, qui potrebbe spingersi verso una costruzione visiva ancora più stilizzata e metaforica, trasformando Ally in uno dei progetti più ambiziosi della sua filmografia.

Dexter: Resurrection – Stagione 2, Brian Cox sarà il nuovo villain

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Brian Cox entra ufficialmente nel cast di Dexter: Resurrection – Stagione 2, affiancando Michael C. Hall in quello che si preannuncia come il nuovo scontro centrale della serie. La notizia è rilevante perché segna l’introduzione di un antagonista di primo livello, destinato a ridefinire gli equilibri narrativi dopo gli eventi della prima stagione.

Secondo le informazioni diffuse in vista dell’inizio delle riprese (con debutto previsto a ottobre 2026 su Paramount+), Cox interpreterà il nuovo “grande villain” della stagione, ovvero il New York Ripper. L’attore, noto per ruoli iconici come Logan Roy in Succession, raccoglie l’eredità di una prima stagione già ricca di villain interpretati da nomi come Peter Dinklage e Neil Patrick Harris. La trama ripartirà dunque dalla rivelazione finale sul New York Ripper, identificato come Don Framt, con un’indagine ormai arrivata a un punto di svolta grazie al lavoro della detective Wallace.

L’ingresso di Cox rappresenta un cambio di scala: Dexter tornerà a confrontarsi con una figura che non è solo un killer, ma potenzialmente un avversario strutturato, carismatico e dominante sul piano psicologico. È un segnale chiaro di come la serie voglia abbandonare una narrazione più episodica per costruire un conflitto centrale più forte e continuativo, riportando il franchise verso le sue radici più intense e serializzate.

Il New York Ripper è il nuovo villain: la stagione 2 punta su un nuovo livello di minaccia

La seconda stagione di Dexter: Resurrection si concentrerà dunque sul caso del New York Ripper — già seminato nella prima stagione — con la polizia ormai vicina a chiudere il cerchio dopo anni di omicidi e silenzi. Il personaggio, interpretato da Brian Cox, potrebbe però rappresentare una minaccia ancora più ampia, forse legata a una rete criminale o a una dimensione più organizzata del male.

Questo doppio livello richiama direttamente la struttura delle stagioni più riuscite del franchise originale, dove Dexter Morgan era costretto a gestire più fronti: la sua “caccia” personale e una minaccia più grande che lo metteva in crisi sul piano identitario. In questo senso, il ritorno di Harrison (Jack Alcott) e il possibile coinvolgimento di vecchi personaggi potrebbe amplificare ulteriormente il conflitto generazionale e morale già introdotto.

Una teoria plausibile è che il New York Ripper funzioni da detonatore narrativo — un caso che espone fragilità e connessioni.. In parallelo, resta aperta la questione dei killer sopravvissuti della prima stagione, come Rapunzel, che potrebbero tornare a complicare ulteriormente il quadro.

In definitiva, la stagione 2 sembra voler costruire un racconto più stratificato e ambizioso, dove il protagonista non è più solo il predatore, ma diventa parte di un ecosistema di violenza molto più ampio e imprevedibile.

Harry Potter: HBO anticipa la serie con uno speciale dietro le quinte!

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Il ritorno di Harry Potter prende forma prima del previsto: HBO ha annunciato tramite i propri social uno speciale dietro le quinte, Finding Harry: L’Arte Dietro la Magia, che anticiperà il debutto della nuova serie prevista per Natale 2026 (di cui abbiamo da poco visto il primo trailer). Si tratta di un’operazione tutt’altro che marginale, perché segna l’inizio concreto della nuova strategia di rilancio del Wizarding World.

Lo speciale sarà disponibile dal 5 aprile su HBO Max, e offrirà uno sguardo esclusivo sulla realizzazione di Harry Potter e la Pietra filosofale, primo capitolo della nuova trasposizione seriale dei romanzi di J. K. Rowling. L’operazione arriva a distanza di 15 anni dalla conclusione cinematografica con Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2, e punta chiaramente a riattivare l’attenzione globale sul franchise prima del debutto ufficiale.

Dal punto di vista editoriale, questa scelta è estremamente significativa: HBO non si sta limitando a promuovere la serie, ma costruisce un evento mediatico progressivo. Lo speciale diventa così un dispositivo narrativo che introduce il pubblico al nuovo universo, crea aspettativa e soprattutto legittima il reboot agli occhi dei fan storici. In un contesto dove il confronto con i film originali sarà inevitabile, anticipare il “dietro le quinte” significa anche controllare la percezione del progetto fin dalle sue fondamenta.

Perché HBO parte dal dietro le quinte: strategia di rilancio e costruzione del nuovo canone

La decisione di lanciare uno speciale come Finding Harry: L’Arte Dietro la Magia prima ancora della serie non è casuale, ma risponde a una precisa strategia di worldbuilding. HBO sta costruendo un nuovo canone narrativo di Harry Potter, più fedele ai libri e strutturato su più stagioni, e ha bisogno di accompagnare il pubblico in questa transizione.

A differenza dei film originali — che condensavano i romanzi in un formato cinematografico — la serie promette un adattamento più dettagliato, con maggiore spazio per personaggi, sottotrame e dinamiche interne a Hogwarts. Questo implica anche un cambio di tono e ritmo, che potrebbe sorprendere parte del pubblico. Lo speciale serve quindi a “educare” lo spettatore, mostrando il lavoro creativo, le scelte artistiche e l’approccio produttivo dietro la nuova visione.

Dal punto di vista narrativo, il focus su Harry Potter e sulle sue origini in Hogwarts apre la strada a un’esplorazione più stratificata dei comprimari — da Hermione Granger a Ron Weasley — e delle dinamiche scolastiche che nei film erano spesso sintetizzate. È plausibile che la serie recuperi elementi rimasti fuori dalle pellicole, ridefinendo alcune relazioni e archi narrativi.

In prospettiva, questa mossa suggerisce anche una direzione più ampia: HBO vuole trasformare Harry Potter in un ecosistema seriale continuo, capace di sostenere più stagioni e, potenzialmente, spin-off. Lo speciale è il primo tassello di questo processo, un ponte tra nostalgia e rinnovamento che prepara il terreno a una delle operazioni più ambiziose degli ultimi anni nel panorama televisivo.

LEGGI ANCHE: Harry Potter: tutte le scene mai viste al cinema nel trailer della serie tv

Lo straniero: recensione del film di François Ozon – Venezia 82

Lo straniero: recensione del film di François Ozon – Venezia 82

Albert Camus, chiamato a sintetizzare il senso del suo romanzo più celebre, scriveva: «Qualsiasi uomo che non piange al funerale di sua madre rischia di essere condannato a morte». Con questa frase si entra subito nel cuore de Lo straniero, opera cardine della letteratura del Novecento, che François Ozon ha scelto di adattare e presentare in concorso a Venezia 82. Una sfida enorme, considerato che ogni lettore si è già costruito un suo Meursault interiore, e che dal 1967 – anno del film di Luchino Visconti con Marcello Mastroianni – nessun altro regista aveva più tentato un confronto diretto con il testo.

Meursault, l’uomo assente

Algeri, 1938. Meursault è un impiegato qualunque, con un reddito appena sufficiente a vivere. Sua madre muore in un ospizio, e lui assiste al funerale senza versare una lacrima. La sua schiena drittissima, lo sguardo fisso e inafferrabile lo rendono un corpo estraneo persino al dolore condiviso. Gli altri piangono, ma lui resta impenetrabile, incapace di compiere un gesto di vicinanza persino verso chi, affaticato, rimane indietro nel corteo. È il primo segno di un’incolmabile distanza: la vita scorre, ma Meursault sembra non appartenere a nulla.

Il giorno dopo si lascia trascinare in una relazione casuale con Marie, e nella vita quotidiana che sembra scivolare via senza scosse. Ma l’incontro con il vicino Raymond lo porterà a invischiarsi in dinamiche violente, fino a un omicidio assurdo, compiuto su una spiaggia abbagliante. «Ho ucciso un arabo» dirà, in quella che Camus trasformava in una condanna esistenziale più che giudiziaria.

Ozon tra fedeltà e tradimento

Ozon affronta il romanzo di Camus consapevole che ogni adattamento è, inevitabilmente, un tradimento. Sceglie di essere fedele alla lettera nella prima parte, che mette in scena quasi senza parole, con un ritmo lento e sensoriale: funerali, giornate ripetitive, caldo insopportabile. Il silenzio diventa linguaggio, la fisicità sostituisce l’introspezione. La seconda parte, quella del processo e del carcere, era per il regista la più temuta, perché è lì che il romanzo diventa filosofia pura, flusso di coscienza. Il film opta allora per una resa corporea, fisica, cercando di restituire le vibrazioni interiori più che i discorsi razionali.

Il regista inserisce anche un elemento nuovo: l’uso di immagini d’archivio per contestualizzare l’Algeri coloniale degli anni ’30. Non potendo girare in Algeria per ragioni politiche, sceglie di restituirne comunque la presenza, la bellezza e la tensione. Così, l’estraneità di Meursault diventa anche quella di un francese in mezzo a un popolo dominato: un borghese che guarda, che non partecipa, che alla fine commette un atto irreversibile e inspiegabile.

Un protagonista enigmatico

Il Meursault di Benjamin Voisin è il cuore del film: corpo rigido, volto impenetrabile, assenza che si fa presenza scenica. Come spiegava lo stesso attore, interpretare un personaggio che “fa quasi nulla” è paradossalmente uno sforzo fisico estenuante. L’interpretazione, vicina al modello bressoniano di “attore come figura”, evita ogni psicologismo e restituisce un uomo che osserva, consuma piccoli gesti quotidiani, e non mente mai, nemmeno quando dovrebbe. È proprio questa sincerità radicale a renderlo incomprensibile agli occhi della società.

Accanto a lui, il film lavora sui personaggi femminili – in primis Marie – che diventano un controcanto alla tossicità maschile di figure come Raymond Sintès o Salamano. Una scelta che amplia il romanzo, introducendo una sensibilità contemporanea senza snaturarne la sostanza.

Un film che interroga ancora oggi

Guardando Lo straniero di Ozon, si percepisce come l’assurdo descritto da Camus non sia invecchiato. Meursault resta un enigma, ma anche un individuo che rifiuta di giocare la partita sociale, pagandone il prezzo più alto. Il film non ha l’ambizione di risolvere il mistero del personaggio: preferisce abitarlo, restituendo lo straniamento e la sensazione di un mondo che non offre più appigli.

Con qualche lentezza e con un secondo atto forse leggermente meno incisivo del primo, L’Étranger non raggiunge sempre la stessa potenza visiva ed emotiva, ma conferma il coraggio di Ozon nel confrontarsi con un classico incandescente, scegliendo la strada della sottrazione e dell’opacità.

Paradise – Stagione 2, spiegazione del finale: Che fine ha fatto il bunker?

Dopo una prima stagione così stellare, la pressione su Paradise per la seconda stagione era altissima e, fortunatamente, il recente finale ha coronato alla perfezione un’eccellente stagione televisiva. Sebbene l’attenzione si sia concentrata ancora sul bunker e su tutto ciò che accadeva al suo interno, la seconda stagione di Paradise ha esplorato anche il mondo esterno, elemento fondamentale per la sua conclusione.

Mentre Sinatra ha trascorso la stagione cercando di tenere nascosti i suoi segreti e di mantenere la stabilità all’interno della comunità principale, Xavier si è recato nel mondo esterno alla ricerca di sua moglie, dove ha incontrato alcuni dei nuovi personaggi della seconda stagione di Paradise. Alla fine, ha rintracciato Teri ed è tornato al bunker, ma a quel punto il caos era già dilagante.

Con personaggi come Jeremy e Robinson che cercavano di smascherare le falle dall’interno delle mura e il gruppo di Link che preparava un assalto al bunker, numerose emergenze si sono susseguite contemporaneamente. Invece di ristabilire l’ordine e offrire una guida, Sinatra si è rivolta ad Alex nel finale della seconda stagione di Paradise, il suo progetto segreto che sperava potesse risolvere tutti i suoi problemi.

I personaggi di Paradise si sono uniti per aiutare tutti a fuggire dal bunker

Sterling k Brown in Paradise - Stagione 2

Sebbene abbia mantenuto il suo senso di mistero e suspense, la seconda stagione di Paradise a tratti è sembrata una serie diversa, poiché molti dei personaggi principali sapevano che la loro casa non era esattamente come sembrava. Xavier è partito alla ricerca di sua moglie dopo aver capito che Sinatra aveva nascosto il fatto che nel mondo esterno c’erano dei sopravvissuti, mentre i personaggi secondari hanno sfidato l’autorità del bunker.

Tuttavia, questo ha portato solo a ulteriori problemi, poiché il finale del settimo episodio della seconda stagione di Paradise ha preparato il terreno per la dissoluzione della comunità, con tutto che va storto contemporaneamente. La carenza di ossigeno, il protocollo di blocco e l’attacco esterno hanno creato il caos, mettendo a repentaglio la vita di tutti, portando Gabriela a chiedere a malincuore “Exodus” – un piano di evacuazione che fungeva da ultima risorsa.

Attivare questo protocollo significava essenzialmente accettare che il bunker sarebbe crollato, ma nonostante la tensione tra i personaggi principali della serie, tutti si sono uniti per dare priorità alla sopravvivenza. Il ritorno di Xavier al bunker lo ha visto confrontarsi con Sinatra e, nonostante il loro passato complicato, i due hanno messo da parte le loro divergenze per salvare le loro figlie, con l’aiuto anche di Link e del suo gruppo.

Inizialmente, il gruppo si era infiltrato nel bunker nella speranza di poterlo salvare e al contempo disattivare Alex, ma rendendosi conto che non era possibile, gli uomini di Link hanno optato per aiutare come potevano. Nel frattempo, Robinson ha aiutato a salvare Jeremy, che in seguito è tornato con altri aiuti, permettendogli di ricambiare il favore scortando Robinson ferito in salvo.

Inoltre, Gabriela ha usato le sue doti relazionali per garantire la salvezza della popolazione, fermando persino un’auto e rimuovendo gli oggetti dal bagagliaio per fare spazio ad altri residenti in fuga. Considerando che il bunker stava subendo una fusione nucleare, chiunque si trovasse al suo interno sarebbe stato quasi certamente morto, il che sottolinea l’importanza del senso di comunità.

Sinatra ha persino compiuto un gesto eroico che ha garantito la sopravvivenza di tutti i fuggitivi, a costo della propria vita, ottenendo così una sorta di redenzione tardiva. Nel complesso, l’umanità ha trionfato nel finale della seconda stagione di Paradise e, sebbene il rifugio sicuro del bunker non ci sia più, i residenti hanno almeno la possibilità di ricominciare da capo.

Perché Sinatra si è sacrificata per salvare tutti dal disastro nucleare

Paradise - Stagione 2, Episode 7, spiegazione del finale

Nel corso delle due stagioni di Paradise, Sinatra si è concentrata principalmente sulla propria sopravvivenza e sulla protezione della sua famiglia, ma ha anche cercato di salvare il mondo. Considerando che ha fatto uccidere delle persone per motivi personali, Samantha difficilmente può essere considerata un’eroina, ma è lei la responsabile dell’esistenza stessa del bunker.

Avendo investito ingenti somme di denaro in questa civiltà sotterranea pur non sapendo con certezza se il mondo sarebbe andato incontro a un disastro, è chiaro che desiderava preservare l’umanità. Tuttavia, è stata la scoperta, nella seconda stagione di Paradise, che Link era in realtà suo figlio Dylan a cambiare la prospettiva di Sinatra, e per questo era disposta a sacrificarsi.

Lo aveva appena riavuto nella sua vita quando aveva rischiato di perdere sua figlia, e con il disastro nucleare che minacciava di disperdere radiazioni fuori dal bunker, Sinatra sapeva che qualcuno doveva rimanere indietro per chiudere le porte. Xavier l’aveva accompagnata, ma il supercomputer le suggerì che era necessario per salvare il mondo, spingendola a rimanere.

La responsabilità di costruire e mantenere una comunità del genere l’aveva inizialmente corrotta, portando Sinatra a commettere molte azioni malvagie nel tentativo di fare del bene. Alla fine, però, si è rassegnata al fatto che la sua famiglia fosse ancora viva, e il suo sacrificio ha garantito anche la sopravvivenza di Xavier, dando al mondo una possibilità di combattere contro qualsiasi cosa sarebbe venuta.

In definitiva, il senso di colpa di Sinatra per tutti gli errori commessi le ha permesso di rimediare nel finale della seconda stagione di Paradise. Invece di morire come una leader spietata, è morta come una madre amorevole che si prendeva cura della sua famiglia, avendo così un’ultima possibilità di essere di nuovo Samantha Redmond, dopo aver interpretato il ruolo di “Sinatra” per così tanto tempo.

Il vero significato del finale della seconda stagione di Paradise

Paradise - Stagione 2
Cortesia Disney+

Il finale della seconda stagione di Paradise è piuttosto lineare in termini di trama – viaggi nel tempo ed elementi fantascientifici a parte – ma il suo messaggio complessivo riguarda l’umanità. Con il mondo già in condizioni così disastrose, i sopravvissuti dovevano unirsi, eppure per troppo tempo hanno passato il tempo a combattersi tra loro.

I segreti di Sinatra hanno portato ad assassinii, rivolte e persino a un colpo di stato da parte di estranei, tutti eventi che hanno causato la caduta di una creazione straordinaria. Solo quando tutto è andato storto l’umanità ha prevalso, poiché i personaggi sono riusciti a mettere da parte le loro tensioni e ad aiutarsi a vicenda per proteggere chi era in difficoltà.

Nel finale, Sinatra ha rimediato ai suoi errori, scegliendo di sacrificare la propria vita dopo aver ferito così tanti innocenti. Tra Xavier, Link, Gabriela, Jeremy e Robinson, c’era il desiderio di non lasciare indietro nessuno nella seconda stagione di Paradise, rendendo la difficile scelta di Samantha ancora più significativa, poiché ha evitato la catastrofe e ha permesso alla civiltà di continuare senza di lei.

Nord Sud Ovest Est – La leggenda degli 883: la prima clip!

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Nord Sud Ovest Est – La leggenda degli 883: la prima clip!

Manca sempre meno al debutto di una delle serie più attese dell’anno: NORD SUD OVEST EST – LA LEGGENDARIA STORIA DEGLI 883, di cui si sono concluse le riprese qualche settimana fa, è attesa in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW dal 9 ottobre.

In otto nuovi episodi, l’attesissima seconda stagione della dramedy Sky Original dedicata agli anni d’oro del duo di Pavia formato da Max Pezzali e Mauro Repetto si mostra per la prima volta in una nuova clip che ne annuncia l’ultimo ciak. Al centro, fra trombe mariachi, ballerine di flamenco e fiumi di birra e tequila, le scorribande “messicane” di Max e Mauro, alternate alle prove nello studio di registrazione e a divertenti pause dal set.

Tornano i protagonisti Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli rispettivamente nei panni di Max e Mauro, due underdog che, grazie alla musica, negli anni ‘90 diventarono gli improbabili eroi di una storia in grado di far cantare ed emozionare ancora oggi intere generazioni di fan.

Nuovo il team team di regia, composto da Sydney Sibilia, Alessio Lauria, Simone Godano, Alice Filippi.  La nuova stagione è scritta da Sydney Sibilia, Francesco Agostini e Marco Pettenello.

Con Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli tornano nei nuovi episodi anche Ludovica Barbarito (Silvia), Davide Calgaro (Cisco), Edoardo Ferrario (Pierpaolo) e Roberto Zibetti (Claudio Cecchetto), affiancati dalle new-entry Gaia Zampighi (Michela Rossini) e Rosa Barbolini (Caterina).

Dopo Hanno Ucciso l’Uomo Ragno (tra le serie Sky Original più viste di sempre), Nord Sud Ovest Est – una produzione Sky Studios e Groenlandia, società del Gruppo Banijay, prodotta da Matteo Rovere e Sydney Sibilia – racconterà le vicende che portarono al secondo album della band di Pavia, arrivata al culmine di un successo travolgente.

NORD SUD OVEST EST – LA LEGGENDARIA STORIA DEGLI 883 – la trama

L’epico finale della storia degli 883 ci porta nel mondo di Nord Sud Ovest Est. Max e Mauro stanno coronando il loro sogno: essere primi in classifica nel 1993. Ma la vita delle popstar a guardarla da dentro è incredibile quanto incasinata. Tra Max e Mauro qualcosa inizia a cambiare: qual è il prossimo sogno? La grande avventura che vivono li porterà nella scintillante Milano della moda, e nell’America che sognavano da ragazzini. Una volta arrivati lì, troveranno veramente se stessi? E ce la faranno a rimanere amici come quando hanno iniziato?

NORD SUD OVEST EST – LA LEGGENDARIA STORIA DEGLI 883 | Dal 9 ottobre in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW

5 motivi per cui il punteggio Rotten Tomatoes di Super Mario Galaxy è peggiore rispetto al primo film

Le prime recensioni di Super Mario Galaxy – Il film non sono molto promettenti. L’embargo sulle recensioni per il sequel di Illumination e Nintendo è stato rimosso martedì 31 marzo, il giorno prima dell’uscita del film nei cinema. Questo ritardo normalmente indica una mancanza di fiducia da parte degli studi o un tentativo di evitare spoiler.

Ora che il punteggio su Rotten Tomatoes è stato pubblicato, appare chiaro che si tratta della prima ipotesi. Con 77 recensioni registrate, il sentiment generale è negativo: il Tomatometer è al 44%, un calo notevole rispetto al 59% del film precedente.

Nonostante alcune recensioni positive (e con il pubblico che potrebbe dare invece un punteggio alto), i pareri peggiori rappresentano una sorpresa. Sembra che Nintendo e Illumination non abbiano imparato molte lezioni dal primo film, con gran parte delle critiche legate al fatto che il sequel amplifica i difetti del predecessore.

Il film ha troppi personaggi

Super Mario Galaxy - il film
© Universal Pictures

Uno dei problemi ricorrenti che ha contribuito al basso punteggio di Rotten Tomatoes riguarda il numero di personaggi. Il film ripropone tutti gli iconici del primo film: Mario, Luigi, Principessa Peach, Toad e Bowser, e aggiunge poi Yoshi, Rosalina, Bowser Jr. e Fox McCloud in ruoli più o meno significativi.

Gestire e sviluppare nove personaggi in un solo film è complicato, e per molti critici non è stato fatto in modo efficace. Jordan Williams, nella sua recensione su ScreenRant, ha scritto che il film “non concede abbastanza tempo per sfruttare” le nuove dinamiche introdotte.

Persino Rosalina, figura centrale nel videogioco Super Mario Galaxy, è “per lo più sottoutilizzata” secondo Williams. Il film sarebbe stato migliore mantenendo un cast più ristretto, così tutti i personaggi finiscono per risultare penalizzati.

La trama è troppo debole

The Super Mario Galaxy

La storia ruota attorno ai protagonisti che cercano di salvare Rosalina da Bowser Jr., ma il percorso verso la risoluzione risulta frammentato e poco coerente.

Ross Bonamine di Collider definisce la trama “debole” e aggiunge che il film “si sovraccarica cercando di fare troppo in un sequel che amplia enormemente l’universo”. Anche recensioni più positive menzionano la narrativa insufficiente: “forse non c’è tempo per uno sviluppo coerente dei personaggi o una storia convincente” (Matt Singer, ScreenCrush). Rodrigo Perez (The Playlist) parla di un film “privo di una vera storia”.

Mario passa in secondo piano

Super Mario Bros. 2 film 2026

Ci si sarebbe aspettati che Mario, protagonista e icona di Nintendo, fosse al centro della storia come nel primo film da 1,3 miliardi di dollari. Invece, in questo sequel il personaggio viene messo un po’ da parte. Germain Lussier su io9 osserva che “Mario e Luigi diventano personaggi secondari nel loro stesso film, ottenendo poco e imparando meno”.

Questo problema è legato al punto precedente, poiché Mario è costretto a un ruolo secondario per fare spazio a tutti gli altri nuovi personaggi. Se questi ultimi si fossero distinti un po’ di più, forse la minore importanza di Mario sarebbe stata più accettabile. Ma non è così in questo caso, dato che anche la recensione di Owen Gleiberman per Variety afferma che Mario e Luigi “spesso sembrano un ripensamento.”

L’umorismo non sempre funziona

Super Mario Galaxy - Il Film

I film animati per giovani e bambini puntano spesso sull’umorismo, per mantenere il tono leggero e garantire che gli spettatori escano dalla proiezione con qualche risata. Super Mario Bros offre alcuni momenti davvero divertenti, ma molti critici hanno trovato difficile ottenere lo stesso effetto nel sequel.

La recensione di Kaitlyn Booth per Bleeding Cool afferma: “Un film con così tante battute dovrebbe suscitare qualche risata, ma erano poche e sparse.” Per altri, trovare buone battute si è rivelato ancora più difficile. Clarisse Loughrey per The Independent scrive: “C’è… una sola vera battuta solida in questo film,” sottolineando però che era stata già vista prima in Zootropolis.

Non sembra che Super Mario Galaxy – Il film manchi di tentativi di comicità. Tuttavia, non tutti si trovano d’accordo su quanto l’umorismo sia efficace. Alcune recensioni più positive hanno mostrato apprezzamento per le battute, quindi questo elemento potrebbe dipendere molto dal tipo di spettatore e dalle sue aspettative.

Eccessiva dipendenza da Easter Egg e riferimenti Nintendo

Super Mario Galaxy - Il film

Se c’è una cosa su cui tutti concordano riguardo a Super Mario Galaxy – Il film è la sovrabbondanza di Easter egg e riferimenti a Nintendo. Non è certo una sorpresa, considerando quelli presenti in Super Mario Bros, ma i critici sono più divisi sul modo in cui il sequel li gestisce.

“Si riduce al meme di Leonardo DiCaprio che punta lo schermo per 100 minuti.” Questo è tutto ciò che alcuni critici e spettatori cercano, il che potrebbe farli valutare il film molto più positivamente rispetto al consenso generale. Ma come sottolinea la recensione di ScreenCrush: “Un film, anche Super Mario Galaxy – Il film, non dovrebbe essere qualcosa di più?”

Elementi come la presenza di Fox McCloud e altri riferimenti hanno divertito molti, ma la recensione di io9 li considera “Easter egg che non significano nulla.” Molti critici ritengono che includere questi riferimenti sia l’unico vero scopo del film, concentrandosi su di essi a discapito di una storia solida e di archi dei personaggi coinvolgenti, risultando nel complesso deludente.

E non sono solo gli Easter egg o i cameo veloci a deludere. La recensione di Bleeding Cool osserva: “L’integrazione degli elementi dei giochi nel film è molto più approssimativa questa volta.” Il film può dare l’impressione che Illumination abbia voluto inserire quante più connessioni e riferimenti Nintendo possibili, senza davvero pensare a come o perché includerli.

In sintesi, il punteggio di Super Mario Galaxy – Il film su Rotten Tomatoes deriva da molte problematiche ricorrenti: i personaggi, la trama, il tono, la mancanza di focus e la dipendenza dalla nostalgia. Essendo comunque destinato a essere un grande successo, toccherà al prossimo capitolo cercare di risolvere alcune delle questioni rimaste in sospeso.

Il prequel di Weapons prende forma: nuovo sceneggiatore al fianco di Zach Cregger

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Dopo il successo agli Oscar di Zach Cregger, Warner Bros si prepara a espandere l’universo di Weapons. Secondo quanto riportato da Deadline, New Line Cinema e Warner Bros hanno infatti avviato lo sviluppo di un prequel del film, confermando l’interesse dello studio nel proseguire la storia.

Il nuovo progetto sarà incentrato su zia Gladys, interpretata da Amy Madigan e il titolo provvisorio della pellicola è Gladys. Lo studio ha scelto Zach Shields, già veterano del Monsterverse, per co-scrivere la sceneggiatura insieme a Cregger.

Weapons racconta la misteriosa scomparsa di un’intera classe scolastica all’interno di una comunità, con un solo bambino rimasto. La storia si sviluppa attraverso più punti di vista, mentre la comunità cerca di comprendere l’incubo soprannaturale in cui è rimasta coinvolta.

Il personaggio di Gladys è la strega al centro di tutto: una presenza sinistra che orchestra le sparizioni e guida l’orrore del film. Il prequel promette di esplorare le origini di questo personaggio, offrendo ai fan la sua storia tanto attesa.

Il successo di Amy Madigan e il riconoscimento agli Oscar

Amy Madigan

Amy Madigan ha avuto un ruolo fondamentale nel successo del film, vincendo l’Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista per la sua interpretazione. Nel conquistare il premio, l’attrice ha superato concorrenti di alto livello come Teyana Taylor (Una battaglia dopo l’altra), Wunmi Mosaku (Sinners), Elle Fanning (Sentimental Value) e Inga Ibsdotter Lilleaas (Sentimental Value).

Madigan aveva già accennato alla possibilità di un prequel dedicato alla strega dai capelli arancioni. Ha dichiarato: “Me lo hanno chiesto molte volte. Zach Cregger, il nostro sceneggiatore e regista, dice spesso: ‘Sì, succederà’, ma sappiamo quanto tempo richiedano queste cose. Conosciamo questo settore: niente è reale finché non lo è davvero, tra tempistiche e altri fattori. Ma se dovesse realizzarsi, sarebbe fantastico, perché mi fido di Zach: ha tante idee folli.”

Oltre a rappresentare un grande traguardo per il genere horror, la vittoria agli Oscar è stata storica anche per Madigan: è arrivata 40 anni dopo la sua precedente candidatura nel 1985 per Due volte nella vita, stabilendo il record per l’intervallo più lungo tra due nomination agli Oscar per un’attrice.

Weapons ha ottenuto ottimi risultati anche al botteghino, superando i 270 milioni di dollari a livello mondiale. Inoltre, Madigan ha ricevuto anche un riconoscimento ai SAG Awards per il suo ruolo.

Nel frattempo, Zach Cregger è impegnato anche su altri fronti, tra cui il reboot di Resident Evil prodotto da Sony, previsto per settembre. Zach Shields, invece, dopo aver lavorato a progetti televisivi e teatrali, torna al cinema con questo nuovo capitolo, entrando nel mondo oscuro e soprannaturale di Weapons.

Super Mario Galaxy – Il film: le scene post-credit preparano 3 futuri film Nintendo

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Super Mario Galaxy – Il film amplia l’universo cinematografico Nintendo in modo entusiasmante. Oltre a presentare un ampio cast di personaggi provenienti dai classici giochi di Mario e da altre proprietà Nintendo, il film utilizza le scene nei titoli di coda per anticipare idee e sviluppi molto interessanti per il futuro.

La pellicola include sia una scena mid-credit che una post-credit, entrambe fondamentali per il futuro del franchise. Vediamo nel dettaglio cosa rivelano e come preparano nuovi progetti legati al mondo Nintendo.

Il debutto della Principessa Daisy nel franchise

La rivelazione più importante arriva nella scena post-credit, dove fa finalmente il suo debutto la Principessa Daisy, un personaggio atteso da tempo dai fan.

La sequenza si svolge nella Gateway Galaxy: qui Ukiki tenta ancora una volta di rubare oggetti a un viaggiatore, ma viene fermato proprio da Daisy. Introdotta per la prima volta nel 1989 in Super Mario Land, Daisy è la sovrana di Sarasaland, oltre a essere la migliore amica di Peach e l’interesse amoroso principale di Luigi.

Proprio come accaduto con Yoshi nel film Super Mario Bros del 2023, questa scena sembra chiaramente anticipare un ruolo più importante per Daisy nei prossimi capitoli cinematografici.

Daisy porterà a Super Mario 3 o a uno spin-off?

Super Mario Galaxy

Il futuro di Daisy sembra assodato, resta però da capire se il suo consolidamento come personaggio porterà a un terzo film principale o a uno spin-off.

Da tempo i fan sperano in un film ispirato alla saga di Luigi’s Mansion. Inoltre, il debutto di Daisy richiama anche un momento precedente del film, in cui Luigi suggerisce a Mario di invitare Peach a uscire, così da poterle chiedere se ha un’amica per lui. Anche se nuovi film o spin-off sembrano inevitabili, al momento non ci sono conferme ufficiali. Tuttavia, l’arrivo di Daisy è un segnale molto positivo, e resta la curiosità su chi potrebbe doppiarla.

Tra le scelte ideali c’è Mary Elizabeth Ellis, nota per il ruolo in C’è sempre il sole a Philadelphia. Nel corso della serie, il personaggio di Charlie Day cerca invano di conquistarla, mentre nella vita reale i due attori sono sposati: un accoppiamento tra Luigi (doppiato da Day) ed Ellis come Daisy sarebbe quindi perfetto.

Altri possibili nomi per il ruolo potrebbero essere Emma Stone, Anna Kendrick o Alison Brie.

Star Fox torna a casa: cosa accadrà ora?

Super Mario Galaxy - Il film

Nella scena a metà dei titoli di coda, viene rivelato che Fox McCloud, doppiato da Glen Powell, riesce finalmente a tornare nel suo universo grazie a Rosalina, che ripara il motore warp della sua Arwing.

Nel corso del film, Fox non è solo un cameo, ma un personaggio di supporto importante, soprattutto nella seconda parte della storia. Vengono anche approfondite le sue origini e i suoi alleati nel sistema Lylat, elementi che fanno pensare a un possibile spin-off dedicato.

Un eventuale film su Star Fox potrebbe esplorare il suo ritorno e la riunione con il Team Star Fox, ampliando ulteriormente l’universo cinematografico Nintendo oltre il mondo di Mario.

Il destino di Bowser e Bowser Jr.

La scena mid-credit rivela anche cosa è successo a Bowser e Bowser Jr., ora imprigionati insieme in una nuova struttura. Bowser si trova ancora nella sua forma scheletrica “Dry Bowser”, ridotto a un mucchio di ossa, ma è comunque vivo.

Compare anche un volto noto: Lumalee, il piccolo Luma blu dal tono oscuro e macabro già visto nel primo film, diventa il loro guardiano. Nonostante l’aspetto adorabile, il personaggio si distingue per il suo humor nero: chiama i Bowser “vermi” e pronuncia frasi inquietanti sulla morte, parlando di corpi che si dissolvono fino a diventare polvere.

Non si esclude che i due possano fuggire in futuro, aprendo la strada a nuovi sviluppi. Inoltre, potrebbe esserci spazio per uno spin-off ispirato a Bowser’s Fury, incentrato sul rapporto tra padre e figlio, magari con le voci di Jack Black e Benny Safdie.