Dopo aver lasciato il personaggio di
Ciro di Marzio alla sua tragica sorte, tra le braccia del
nemico/amico Genny Savastano, Marco D’Amore è pronto per il suo
futuro da regista in Gomorra, la serie italiana
venduta in tutto il mondo, che lo ha visto ricoprire per tre
stagioni uno dei personaggi più importanti e anche amati, con tutte
le sue contraddizioni, dal pubblico.
Ma come nasce, nel piccolo Marco, la
voglia di fare l’attore? La risposta è inaspettata, profonda,
decisa, come tutto ciò che nel corso dell’incontro con i fan, in
occasione del Lucca Comics and Games, D’Amore ha
offerto al suo pubblico.
“Sono cresciuto coltivando tante
passioni, in particolare quella per la musica. E poi come spesso
accade sono gli incontri e il favore con cui tu li accogli, che ti
cambiano lo vita. Avevo anche la passione per la recitazione,
recitavo a scuola e tutti si complimentavano, a 15 anni ho messo su
una compagnia di coetanei e facevamo il repertorio napoletano (De
Filippo, Scarpetta, Viviani) e a 16 anni ho firmato il mio primo
contratto da professionista.
All’epoca ho intrecciato uno dei
rapporti più importanti della mia vita, un rapporto che continua
ancora adesso, quello con Toni Servillo, che all’epoca era un regista di
teatro che portava avanti un discorso artistico sul suo teatro, ma
fondamentalmente sconosciuto, come capita ai grandi artisti che
spesso costeggiano il grande pubblico. A 18 anni lui mi scelse e da
allora, dopo una tournée con lui, ho maturato la scelta che la
recitazione sarebbe stata la mia vita. Ho studiato a Milano in
Accademia, ho fatto la gavetta teatrale e ho ritrovato
Servillo.
Il mio è un percorso di studio,
di scelte, di grandissimi sacrifici perché ho abdicato a gran parte
della mia vita per fare questo lavoro e proprio per questo sono
violento con tutti quelli che sminuiscono l’immagine dell’attore,
che vivono teatro, cinema e televisione come uno sfogo di
vanità.”
Nonostante tutti gli anni
di teatro, Marco D’Amore è stato reso noto al
grande pubblico grazie a Gomorra, la serie che
adesso lo vedrà passare dietro alla macchina da presa:
“L’esperienza di Gomorra è stata
una svolta professionale, ma è stata anche una svolta legata alla
mia formazione e alla mia vita, perché io non avevo nessun
desiderio di fare questo ruolo. All’epoca credo di essere stato
l’unico attore campano a non avanzare nessuna candidatura. Ho
ricevuto una chiamata da Stefano Sollima che mi invitava a fare il
provino, ma non mi sembrava proprio il progetto per me. Poi è
andata in maniera diversa. Ha cambiato la mia vita professionale
perché mi mette di fronte al fatto che io interpreto Ciro come
fosse un grande personaggio di Shakespeare, perché ha tutti gli
abissi e tutte le vette di un Amleto o di un Otello. Mi ha cambiato
la vita, per Gomorra sono richieste lunghe settimane di set,
vissuti spalla a spalla con gli attori più bravi in circolazione in
Italia, gomito a gomito con una produzione attentissima, quindi,
per chi come me è molto interessato alla macchina piuttosto che al
ruolo, questo ha rappresentato anche un’esperienza
formativa.
Essere Ciro è stato difficile
perché sapevamo di raccontare nella realtà e sapevamo di mettere le
mani nel dolore della gente. Per quanto questi personaggi non
esistano, sono comunque la somma di biografie reali che hanno
macchiato di delitti il territorio nazionale e internazionale; io
ho sentito la responsabilità di mettere in scena un personaggio che
era stato il racconto atroce della vita contemporanea e che aveva
lasciato tante ferite dietro di sé, e che nell’immaginario
collettivo rappresenta qualcosa che si vuole tenere
lontano.
Io però so benissimo che questa
serie non ha nessun intento educativo o etico. Per me una serie tv
ha il potere di scuotere, e poi se riesce a far riflette ad
emozionare a farsi porre delle domande, questi sono tutti risultati
ulteriori. Ma non si può chiedere a una serie, a un libro o a un
film di avere delle risposte. Queste cose devono far porre domande,
non devono dare risposte.
L’intento della serie è quella
di realizzare un racconto epico, nella misura in cui si parla di
eroi, nonostante siano tragici o neri, sono comunque eroi. Per
questo Gomorra non è solo un racconto della realtà, ma anche un
racconto della coscienza e credo sia questo il motivo per cui la
serie sia stata così venduta in tutto il mondo, perché è una storia
con cui tutti possono fare i conti. C’è, ahimè, una porzione di
Gomorra in ogni parte del mondo.”
Dopo la morte di Ciro, Marco
D’Amore non abbandona Gomorra, ma si prepara al debutto
dietro alla macchina da presa, diventando così regista e narratore
degli eventi:
“Mi piace dire che il mio
passaggio dietro alla macchina da presa non è avvenuto come una
follia dopo una notte di sbronza, non è una decisione estemporanea.
Per me è la tappa di un percorso molto più lungo ed ha a che fare
con il fatto che io non mi sono mai “arrapato” per un personaggio,
a me interessano molto di più i temi e le storie, e mi sono chiesto
spesso in che modo, a un certo punto della mia vita professionale,
avrei potuto decidere io che storia raccontare e che tema
condividere con il pubblico. Questo passaggio è avvenuto prima
attraverso la scrittura e la produzione, e poi, una volta concluso
il mio percorso come attore nella serie, è stato fisiologico anche
per la produzione accogliere la mia richiesta.
L’esperienza è diversissima,
perché l’attore è un centometrista, lavora per pochissimo tempo e
dà il massimo, subito, su dieci ore di set, lui lavora per due, e
deve rendere al massimo. Il regista è un maratoneta, parte
chilometri prima dell’attore.”
E non risparmia il suo punto di
vista sulla condizione di cultura e arte nell’Italia
contemporanea.
“Noi abbiamo un Ministro ai Beni
Culturali che ci dice che il Grande Fratello è cultura, la reazione
giusta è che ridiamo tutti, ma in realtà è drammatico. Il fatto che
noi si risponda ridendo, invece che indignandoci, dal mio punto di
vista è drammatico. Perché oltre qualsiasi congettura, e fuori da
qualsiasi schema di preferenza politica, il problema è che non è
vero! Perché c’è una linea di demarcazione netta tra
l’intrattenimento e la cultura, tra l’intrattenimento e l’arte. Ci
può essere intrattenimento di altissimo livello e molti paesi fuori
dall’Italia sono molto più settoriali rispetto a noi.
In Francia, in Inghilterra, in
America, ci sono teatri in cui si fa prosa, in cui si fa ricerca,
in cui si fa musical. Sono proposte settoriali che danno la
possibilità al pubblico di essere di fronte a una serie di offerte
che da noi non hanno, perché in qualsiasi teatro italiano il
cartellone è molto più confuso, misto. Questo non per criticare, ma
per dire che il Grande Fratello è al massimo sub-cultura, non solo,
è sub-intrattenimento, sub-spettacolo, e che un ministro dica una
cosa del genere per me è drammatico. Perché io sono uno che sta
cercando di arare dei solchi e che sa benissimo che cos’è
l’intrattenimento, cosa la cultura, cosa un’espressione artistica e
quanto questi elementi possono essere elevati. Così si diseduca una
platea foltissima, fatta di giovanissimi. C’è una varietà di mondi
possibili, per tutti, ma ci sono grandi distinzioni da
fare.”
Ma Marco
D’Amore ha anche espresso tutto il suo amore per il
teatro, per il lavoro d’attore, per l’impegno che ogni giorno
infonde nella sua arte.
“Quando uno spettacolo non
funziona, gli attori di teatro dicono che “non è sceso in platea”,
perché è rimasto tutto sul palco. Invece qui, tra palco e prima
fila c’è una terra di mezzo molto interessante dove si dovrebbe
creare un rapporto con lo spettatore. È qui che le cose si mettono
in mezzo, perché l’ultimo attore dello spettacolo è lo spettatore
che completa l’opera con le sue riflessioni e i suoi
sentimenti.
Per interpretare Ciro di Marzio,
per me, è stato fondamentale non rinunciare a una parte del gioco
dell’attore, che è importantissima soprattutto quando si ha a che
fare con questo tipo di ruoli. Francesi e inglesi utilizzano
proprio la parola ‘giocare’ per parlare del lavoro dell’attore:
‘jouer’ oppure ‘play’, non ‘recitare’. Tutto questo ho infatti
molto a che fare con il gioco, non con lo scherzo che è una cosa da
adulti. Il gioco è una cosa seria, ma dei bambini.
Oltre ogni aspetto di fama e
gloria dell’essere attore, questo è un mestiere difficilissimo.
L’attore si arroga la responsabilità di farsi altro, di portare
vite altrui, dolori altrui, sofferenze altrui, addii altrui e
questa è una cosa altissima. Non a caso le prime rappresentazioni
teatrali della storia dell’umanità risalgono a quando l’uomo, sul
palco, ha avuto l’ardire di farsi dio. È quello l’intento. Gli
attori, quando vengono riconosciuti come tali, dovrebbero essere
osservati, in maniera profana, come delle divinità, non come quello
bello, che fa la battuta, come fosse una cosa normale. La
recitazione non ha nulla a che fare con la normalità, nella misura
in cui la finzione è molto più interessante della normalità, se tu
la elevi; e per elevarla devi sapere come si misurano i sentimenti,
come si devono amministrare corpo voce movimenti, devi fare uno
studio profondo su te stesso, altrimenti non ci riesci e non vai a
toccare delle corde o ad incidere nella memoria di chi ti
ascolta.”