Grande attesa e grande glamour ieri al Lido per la presentazione in
concorso di The Testament of Ann
Lee, diretto da Mona Fastvold. A catturare l’attenzione non è stata
solo la proiezione, ma soprattutto le foto dal red carpet, che restituiscono
l’atmosfera vibrante della serata e l’eleganza del cast.
Amanda
Seyfried, protagonista del film nei panni di Ann Lee,
ha incantato fotografi e pubblico con un look raffinato che ha
subito fatto il giro dei social. L’attrice americana è stata la
star più attesa e le immagini del suo arrivo raccontano
perfettamente la magia di un evento che ha unito cinema e
stile.
Accanto a lei hanno sfilato i colleghi Thomasin McKenzie, Lewis Pullman, Stacy Martin, Tim
Blake Nelson, Christopher Abbott, Matthew Beard, Scott Handy, Jamie
Bogyo, Viola Prettejohn e David Cale, tutti immortalati negli scatti
che oggi fanno rivivere uno dei momenti più emozionanti del
Festival. Presente anche la regista Mona Fastvold, che ha guidato il cast con
eleganza e discrezione.
Le foto del red
carpet di The
Testament of Ann Lee non sono solo un’occasione per ammirare i
protagonisti in abiti da sera, ma raccontano anche la compattezza
di un gruppo unito intorno a un progetto ambizioso. Il film porta
sul grande schermo la storia di Ann Lee, fondatrice della comunità
degli Shakers, affrontando temi di fede, identità e sorellanza.
Ancora una volta il tappeto rosso di Venezia si conferma
palcoscenico internazionale: le immagini di Seyfried e del cast
diventano il simbolo di un’edizione che celebra il cinema ma anche
l’incanto della sua messa in scena.
Gli ultimi anni sono stati piuttosto
altalenanti per
Dwayne “The Rock” Johnson. Il wrestler professionista
diventato star di Hollywood un tempo non sbagliava neanche un film,
incassando un successo dietro l’altro e affermandosi come uno degli
attori d’azione più pagati di Hollywood. Johnson sperava di
conquistare anche l’universo DC con Black
Adam, ma è stato rapidamente estromesso dal franchise
quando il film è stato un flop. Nello stesso periodo, la serie
Young Rock è stata cancellata dalla NBC e anche il
recente Uno Rosso non ha goduto degli incassi
sperati.
Johnson si è così deciso
a reinventarsi come attore serio, assumendo un ruolo di grande
rilievo in The
Smashing Machine, un film della A24 sul campione UFC
Mark Kerr che molti ritengono possa fargli
ottenere una nomination all’Oscar. A partire da qui, Johnson, noto
per la sua corporatura massiccia e imponente, sta cercando di
assumere ruoli molto diversi in futuro – ha persino un film con
Martin Scorsese in cantiere – e
sembra aver perso molto peso e massa muscolare per andare in questa
direzione.
Variety ha ora incontrato
Johnson per parlare di The Smashing Machine, in
concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, scoprendo di più sul
suo passaggio dai film d’azione a ruoli più seri. “Era da molto
tempo che lo desideravo”, ha detto. “Noi tre ne abbiamo
parlato a lungo: quando sei a Hollywood, come tutti sappiamo, tutto
ruota intorno al botteghino. E tu insegui il botteghino, che può
essere molto rumoroso e può diventare molto assordante e può
spingerti in una categoria e in un angolo. Questa è la tua strada,
questo è quello che fai e questo è quello che Hollywood vuole che
tu faccia”.
“Avevo solo questo desiderio
ardente e una voce che mi diceva: ‘E se ci fosse di più e se
potessi farlo?’. A volte è difficile per noi sapere di cosa siamo
capaci quando siamo stati incasellati in qualcosa”, ha
continuato Dwayne Johnson. “È più difficile sapere di
cosa sei capace, e a volte ci vogliono persone che conosci e ami,
come Emily e Benny, per dirti che puoi farlo”. “Qualche
anno fa mi sono guardato intorno e ho iniziato a pensare: sto
vivendo il mio sogno o quello di altre
persone?”, racconta l’attore.
“Quando arrivi a questa
consapevolezza, puoi scegliere se adeguarti o andare avanti, perché
vuoi vivere i tuoi sogni e fare ciò che desideri.Fino ad
ora avevo paura di andare in profondità, di essere intenso e
genuino, finché non ho avuto questa opportunità”, ha aggiunto.
Dwayne Johnson sta indubbiamente correndo un grosso rischio
professionale e merita molto credito per questo. Resta da vedere se
ne varrà la pena, ma è chiaro che sta puntando tutto sulla
reinvenzione di sé stesso per questa nuova fase della sua carriera
di attore.
Dwayne Johnson
protagonista di The Smashing Machine
Il
film The
Smashing Machine diretto da Benny Safdie racconta la storia di
Mark Kerr,
leggendario lottatore di MMA degli anni ’90, soprannominato proprio
The Smashing Machine per
la sua forza devastante e la sua carriera segnata tanto da vittorie
epiche quanto da fragilità personali.
A
guidare il cast è Dwayne Johnson nei panni di Mark Kerr,
in un ruolo che promette una svolta drammatica nella sua carriera.
Al suo fianco Emily
Blunt interpreta Dawn Staples, mentre Ryan Bader veste i panni di
Mark Coleman. Il
film schiera anche volti noti del mondo degli sport da
combattimento e interpreti internazionali: Bas Rutten nel ruolo di sé stesso,
Oleksandr Usyk
come Ihor
Vovčančyn, Lyndsey Gavin come Elizabeth Coleman, Satoshi Ishii come
Enson Inoue,
James Moontasri
come Akira Shoji
e Yoko Hamamura
come Kazuyuki
Fujita.
Il regista Doug
Liman è attualmente a Venezia, dove presenta il suo
cortometraggio Asteroids, in concorso tra le 30 opere
facenti parte della sezione Immersive Competition. Interpretato da
Hailee Steinfeld, Rhenzy
Feliz, DK Metcalf, Ron
Perlman, Frieda Pinto e Leon
Mandel, il film ruota attorno a un gruppo di sconosciuti
che si dirigono verso un asteroide a bordo di un vecchio razzo
russo Soyuz per una missione rischiosa volta a estrarre ricchezze
oltre ogni immaginazione. Solo uno dei viaggiatori spaziali tornerà
sulla Terra.
Data l’ambientazione del corto, a
Liman è stato chiesto da Deadline del suo progetto da
girare nello spazio con Cruise,
rivelato per la prima volta nel 2020, Liman ha detto che è
ancora in programma, ma che non ci sono aggiornamenti. “Ho
appena finito Asteroid, quindi ora sto riflettendo su cosa fare
dopo e su cosa ho imparato, in parte anche sulla reazione del
pubblico. Preferireste che vi dessi risposte più concrete, ma mi
state mettendo alle strette… Non so dove mi porterà tutto questo.
So che voglio fare di più nello spazio…”.
“Sono però più entusiasta
dell’idea di personaggi che non hanno motivo di andare nello spazio
dopo aver realizzato questo film“, ha detto Doug Liman. Il
regista ha però aggiunto che girare un film nello spazio rimane
nella sua lista dei desideri, ma confermando che per ora non c’è
nulla in programma, dato che sia lui che Cruise sono impegnati in
altri progetti. “Sono più entusiasta di andare nello spazio,
non meno… ma il nostro obiettivo è realizzare qualcosa di
grande”.
“Molti cercano di fare cose
appariscenti del tipo: ‘Oh, è nello spazio’. Non mi interessa fare
qualcosa che sia solo un espediente promozionale. Voglio realizzare
un film che la gente guarderà tra cento anni, quando forse ci
saranno centinaia di film girati nello spazio e non ci sarà nulla
di speciale nel fatto che sia ambientato nello spazio. Questo è
l’obiettivo di tutto ciò che faccio“, chiarisce il regista.
“Se mai girassi un film nello spazio, la domanda sarebbe: cosa
potrei fare che non si possa fare sulla Terra e che sia un grande
intrattenimento, che sia meglio che non farlo nello
spazio?”
Cosa sappiamo del film nello spazio
di Doug Liman e Tom
Cruise
Gli ultimi aggiornamenti sul film,
al momento ancora senza titolo, risalgono al 2023,
quando Tom
Cruiseha affermato che sia lui che il regista
Doug Liman non sanno ancora quando il film si concretizzerà ma che
“ci stiamo lavorato diligentemente e vedremo dove
riusciremo ad arrivare“. Come riportato in precedenza, il
progetto non sarà un racconto di fantascienza, ma sarà invece una
semplice storia di azione/avventura, con la trama che dovrebbe
seguire un uomo (Cruise), che si ritrova improvvisamente nella
posizione privilegiata di essere l’unica persona che può salvare la
Terra, ma che per farlo dovrà recarsi su una Stazione Spaziale
tramite un razzo.
I co-creatori di Stranger Things, i fratelli Duffer,
hanno rivelato alcuni nuovi dettagli sugli episodi della quinta
stagione in arrivo. In un nuovo post su Instagram,
Ross Duffer ha infatti rivelato che la
post-produzione del Volume Uno (composta dai primi 4 episodi) della
quinta stagione di Stranger Things è stata
completata. Ha poi condiviso nuovi dettagli sugli episodi 3 e 4,
“The Turnbow Trap” e “Sorcerer”, il primo
dei quali è diretto “da uno dei nostri idoli, Frank
Darabont”, mentre il secondo è così importante che
stanno “ancora riprendendosi” dalle riprese.
“Capitoli tre e quattro: chiusi,
mixati, musicati, colorati… Il Volume Uno è FINITO. “The Turnbow
Trap” è l’episodio più classico di Stranger Things della stagione.
Ha tutte le nostre cose preferite. Diretto da uno dei nostri idoli,
Frank Darabont (Le ali della libertà! Il miglio verde! The Walking Dead!), che è letteralmente
uscito dal pensionamento per questo progetto. Ovviamente ha fatto
un lavoro fantastico“, scrive Duffer.
“Sorcerer” è ENORME, grande come
qualsiasi finale che abbiamo mai realizzato, e le riprese più folli
dal punto di vista logistico della nostra vita. Ci stiamo ancora
riprendendo”, afferma invece per quanto riguarda il quarto
episodio, quello conclusivo del Volume Uno. Considerando la pausa
di circa un mese che separerà questo episodio dai successivi, c’è
da attendersi un “finale” estremamente potente, con un cliffhanger
che terrà i fan della serie con il fiato sospeso fino al 26
dicembre, quando arriverà il Volume Due.
La quarta stagione di
Stranger Things si è conclusa con un finale
drammatico e cupo, lasciando i fan in attesa di un epilogo
all’altezza della posta in gioco. Dopo aver scoperto che Vecna
altri non è che Henry Creel/Numero Uno, Undici e i suoi amici hanno
affrontato una battaglia disperata per fermarlo, ma senza riuscire
ad annientarlo completamente. Hawkins è stata gravemente
danneggiata: il portale tra il Sottosopra e il mondo reale si è aperto in modo
permanente, scatenando una distruzione visibile a occhio nudo. I
protagonisti si ritrovano finalmente riuniti, ma la sensazione è
che la guerra sia appena cominciata, con la realtà che inizia a
contaminarsi sempre più con l’oscurità dell’altra dimensione.
La trama della quinta stagione
riprenderà direttamente dagli eventi della precedente, senza salti
temporali. I fratelli Duffer, creatori della serie, hanno
anticipato che la Stagione 5 sarà l’ultima e si concentrerà sullo
scontro finale tra Undici e Vecna per la salvezza di Hawkins e,
forse, dell’intero pianeta. L’ambientazione tornerà a essere più
concentrata sulla cittadina dell’Indiana, come nella prima
stagione, ma con un tono epico e definitivo. Verranno svelati i
segreti rimasti in sospeso sul Sottosopra, sul laboratorio di
Hawkins e sul legame psichico tra Undici e le creature che lo
abitano.
Il cast della quinta stagione vedrà
il ritorno di tutti i volti principali. Millie Bobby Brown sarà ancora Undici, pronta
a usare i suoi poteri in una battaglia decisiva. Fanno poi parte
del cast Finn Wolfhard (Mike), Noah
Schnapp (Will), Gaten Matarazzo (Dustin),
Caleb McLaughlin (Lucas), Sadie Sink (Max) e Natalia
Dyer (Nancy), Joe Keery (Steve),
Charlie Heaton (Jonathan), Maya Hawke (Robin), Winona
Ryder(Joyce) e David Harbour (Hopper). Grande attesa anche
per il ritorno di Jamie Campbell Bower nel ruolo di Vecna/Henry,
ancora più potente e vendicativo.
I fratelli Duffer hanno anche
dichiarato che questa stagione sarà la più intensa e commovente
dell’intera saga, promettendo un finale all’altezza delle
aspettative. La posta in gioco è altissima: la chiusura di una
delle serie più amate dell’ultimo decennio porterà con sé risposte
definitive, ma anche inevitabili addii. L’ultimo capitolo di
Stranger Things non sarà solo una resa dei conti,
ma un evento narrativo e culturale atteso da milioni di fan in
tutto il mondo.
La distribuzione della quinta stagione su Netflix sarà così ripartita:
Le riprese del film Clayface,
uno dei prossimi capitoli cinematografici del DC
Universe di James
Gunne Peter Safran, sono
ufficialmente iniziate. Stanno dunque iniziando a circolare online
le prime immagini dal set e dopo averne viste alcune con
auto della polizia di Gotham e
altre del protagonista Tom Rhys Harries,
ora ha fatto la sua comparsa in rete una foto che sembra confermare
l’esistenza di Joker nel DCU.
L’account @lilyfnrose ha infatti
recentemente condiviso diverse nuove immagini (le si può
vedere qui) che includono un primo riferimento al supercattivo
più famoso di Batman. Sebbene nelle immagini non compaiano attori
del cast, sono i numerosi poster e graffiti sui muri ad attirare
l’attenzione. Uno di essi riporta la scritta “The Jokers”,
un chiaro riferimento al personaggio della DC, che segna così il
primo richiamo al nemico di Batman nella DCU.
Anche se questo easter egg su Joker
è incluso nel film Clayface, ciò non significa che il Principe
Clown del Crimine apparirà nel film. Semmai, serve a mettere in
risalto Gotham City piuttosto che introdurre il villain, spingendo
ad attendersi ulteriori potenziali riferimenti di questo tipo
sparsi nell’ambiente. Considerando che la DCU è stata ideata per
avere già vari eroi e cattivi esistenti in questo universo, non è
una sorpresa che Joker sia presente, al punto che potrebbe avere i
suoi seguaci.
Al momento sono stati rivelati pochi
dettagli sulla trama, ma abbiamo appreso che Matt Hagen sarà al
centro dell’attenzione. Nei fumetti, era il secondo
Clayface, un avventuriero che si è trasformato in
un mostro dopo aver incontrato una pozza radioattiva di
protoplasma. Questo è cambiato in Batman: The Animated
Series, dove è stato ritratto come un attore che usava una
crema anti-età per sembrare più giovane. Dopo essersi scontrato con
il suo creatore, Roland Daggett, Hagen viene immerso in una vasca
di quella sostanza e diventa il “classico” Clayface che tutti
conoscete dai fumetti.
Stando ad alcuni rumor emersi
online, la storia di Clayface sarà incentrata su
un attore in ascesa il cui volto è sfigurato da un gangster. Come
ultima risorsa, il divo si rivolge a uno scienziato eccentrico in
stile per chiedere aiuto. All’inizio l’esperimento ha successo, ma
le cose prenderanno presto una piega inaspettata.
Poiché Clayface
sarà ambientato nell’universo DC, i fan dovrebbero aspettarsi molti
collegamenti con l’universo più ampio, e saremmo molto sorpresi se
Batman apparisse o fosse anche solo menzionato. Il produttore
Peter Safran ha condiviso alcuni nuovi dettagli
sulla sceneggiatura di Flanagan, sottolineando che il film sarà
effettivamente un film horror in piena regola, sulla scia di La
mosca di David Cronenberg, ma si dice
trarrà anche ispirazione dal successo horror di Coralie
Fargeat, The
Substance.
“Clayface, vedete, è una storia
horror hollywoodiana, secondo le nostre fonti, che utilizza
l’incarnazione più popolare del cattivo: un attore di film di serie
B che si inietta una sostanza per rimanere rilevante, solo per
scoprire che può rimodellare il proprio viso e la propria forma,
diventando un pezzo di argilla ambulante”, ha dichiarato
Safran.
Tom Rhys Harries interpreterà il personaggio
principale di Clayface,
il film dei DC Studios. Il film è basato su una storia di
Mike Flanagan, attore di La caduta della casa
degli Usher (l’ultima bozza è stata firmata da Hossein
Amini, sceneggiatore di Drive), con James
Watkins, regista di
Speak No Evil, alla regia.
Clayface è attualmente previsto per l’arrivo
nelle sale l’11 settembre 2026.
Alexandre O.
Philippe ha fatto del cinema di culto la sua ossessione:
Alien,
Lynch, Oz… e ora Hitchcock. Con Kim Novak’s Vertigo,
presentato Fuori Concorso a Venezia 82, il regista torna a
corteggiare il mito con la stessa reverenza di un chierichetto
davanti all’altare. Ma se il fantasma di Hitchcock aleggia sul
documentario, lo spirito che davvero domina la scena è quello di
Kim Novak, 92 anni, che accetta finalmente di guardarsi
indietro. Peccato che l’operazione sia più un atto di devozione
che un’analisi. Philippe non costruisce un ritratto critico, ma
una specie di confessionale vintage, un film che gira in tondo come
le spirali di Saul Bass.
Dalla diva riluttante
all’attrice “per caso”
Novak racconta la sua
carriera come un lungo equivoco: da Marilyn Novak, modella di
frigoriferi, a Kim, “la grassa polacca” secondo Harry Cohn, fino al
ruolo della vita in Vertigo. L’attrice insiste nel definirsi
una “re-actor”, più che una vera interprete, un corpo che reagisce
sul set più che un’artista consapevole. Philippe, affascinato da
questa auto-svalutazione, non osa contraddirla.
Eppure, se i racconti
personali conservano un indubbio fascino, l’impianto filmico li
trasforma in un loop ripetitivo: Hollywood come trauma, Hitchcock
come padre spirituale, la fuga dall’industria come liberazione. Non
c’è contraddittorio, non c’è distanza. Solo un microfono lasciato
acceso, con qualche inserto di repertorio e un montaggio che prova
a somigliare a un thriller psicanalitico.
Il titolo allude
ovviamente a Vertigo, ma anche al senso di vertigine vissuto da Novak
nei suoi anni hollywoodiani. Philippe abbraccia la metafora con
zelo quasi scolastico: cerchi, spirali, dissolvenze che inseguono
l’estetica di Bass senza mai avvicinarne la potenza. Le sequenze
dedicate ai quadri dell’attrice vorrebbero mostrare una rinascita
artistica, ma finiscono per accentuare l’impressione di un film che
non sa scegliere se essere saggio critico, confessione intima o
catalogo illustrato.
Il momento culminante, il
ritrovamento dell’iconico tailleur grigio, si risolve in una scena
carica di pathos ma povera di cinema: un vestito conservato in
soffitta, un’attrice che lo contempla, il pubblico invitato a
commuoversi. È davvero troppo poco per un documentario che ambisce
a dialogare con uno dei capolavori assoluti della settima arte.
Il rischio
dell’agiografia
Sembra che Kim
Novak’s Vertigo sia stato presentato fuori concorso per una
forma di cortesia istituzionale. Philippe costruisce un film che
non mette mai in discussione il proprio oggetto, preferendo
cullarsi nell’aura del mito. Hitchcock diventa un’icona, Novak
un’icona resiliente, e tutto ciò che resta è un esercizio di
nostalgia.
Il problema non è la
venerazione (legittima) ma la mancanza di sostanza critica. Al di
là dell’aneddotica (le dita dei piedi di James Stewart, il
soprannome offensivo di Cohn, il ritiro in Oregon), rimane
poco.
Per celebrare i festeggiamenti
odierni del “Ritorno a Hogwarts”, è stato confermato che
la serie
TV Harry Potter della HBO vedrà
Warwick Davis riprenderà il suo ruolo
cinematografico del professor Filius Vitious,
segnando così il suo ritorno nel mondo magico.
La serie ha anche scritturato altri
attori per altri studenti di Hogwarts, con Elijah
Oshin nel ruolo di Dean Thomas,
Finn Stephens in quello di Vincent
Crabbe e William Nash in quello di
Gregory Goyle. Il personale della scuola si è
arricchito di nuovi membri, con Sirine Saba nel
ruolo della professoressa Pomona Sprout,
Richard Durden nel ruolo del professor
Cuthbert Binns e Bríd Brennan nel
ruolo di Madam Poppy Pomfrey.
Infine, la star di Joker,
Leigh Gill interpreterà il ruolo di
Griphook della Banca Gringott, un ruolo che Davis
aveva già interpretato nei film di Harry Potter
(qui si possono vedere i volti degli
attori scelti). Con questo, il cast di Harry Potter è quasi
completo. Alcuni ruoli chiave devono ancora essere assegnati, il
più importante dei quali è quello di Lord
Voldemort, anche se secondo quanto riferito
il piano sarebbe di svelarlo quando la serie andrà in onda.
Il ritorno di Warwick Davis
significa però che vedremo altri attori riprendere i loro ruoli dai
film di Harry Potter quando arriverà su HBO nel 2027? Sembra un po’
una trovata pubblicitaria, e probabilmente si tratterà di un caso
isolato, ma la star di Willow è molto amata dai fan della
fantascienza e del fantasy, quindi è improbabile che ci siano
troppe lamentele riguardo al suo ritorno.
Cosa sappiamo della serie HBO
su Harry Potter
La prima stagione sarà tratta dal
romanzo La pietra filosofale e abbiamo già visto alcuni
altri momenti chiave del romanzo d’esordio di J.K. Rowling essere
trasposti sullo schermo. La prima stagione di Harry
Potter dovrebbe essere girata fino alla primavera del
2026, mentre la seconda stagione entrerà in produzione pochi mesi
dopo. Ogni libro dovrebbe costituire una singola stagione, il che
significa che avremo sette stagioni nell’arco di quasi un
decennio.
HBO descrive la serie come un
“adattamento fedele” della serie di libri della Rowling.
“Esplorando ogni angolo del mondo magico, ogni stagione porterà
‘Harry Potter’ e le sue incredibili avventure a un pubblico nuovo
ed esistente”, secondo la descrizione ufficiale. Le riprese
dovrebbero avere inizio nel corso dell’estate 2025, per una messa
in onda prevista per il 2026.
La serie è scritta e prodotta da
Francesca Gardiner, che ricopre anche il ruolo di
showrunner. Mark Mylod sarà il produttore
esecutivo e dirigerà diversi episodi della serie per HBO in
collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros. Television. La
serie è prodotta da Rowling, Neil Blair e
Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e
David Heyman di Heyday Films.
Come già annunciato, Dominic
McLaughlin interpreterà Harry, Arabella
Stanton sarà Hermione e Alastair Stout
sarà Ron. Il cast principale include John Lithgow
nel ruolo di Albus Silente, Janet McTeer nel ruolo
di Minerva McGranitt, Paapa Essiedu nel ruolo di
Severus Piton, Nick Frost nel ruolo di Rubeus
Hagrid, Katherine Parkinson nel ruolo di Molly
Weasley, Lox Pratt nel ruolo di Draco Malfoy,
Johnny Flynn nel ruolo di Lucius Malfoy,
Leo Earley nel ruolo di Seamus Finnigan,
Alessia Leoni nel ruolo di Parvati Patil,
Sienna Moosah nel ruolo di Lavender Brown,
Bertie Carvel nel ruolo di Cornelius Fudge,
Bel Powley nel ruolo di Petunia Dursley e
Daniel Rigby nel ruolo di Vernon Dursley.
Si avranno poi Rory
Wilmot nel ruolo di Neville Paciock, Amos
Kitson nel ruolo di Dudley Dursley, Louise
Brealey nel ruolo di Madama Rolanda Hooch e Anton
Lesser nel ruolo di Garrick Ollivander. Ci sono poi i
fratelli di Ron: Tristan Harland interpreterà Fred
Weasley, Gabriel Harland George Weasley,
Ruari Spooner Percy Weasley e Gracie
Cochrane Ginny Weasley. Warwick
Davis, già membro dei film per il cinema, riprenderà il
ruolo del professor Filius Vitious.
La serie debutterà nel 2027 su HBO e
HBO
Max (ove disponibile) ed è guidata dalla showrunner e
sceneggiatrice Francesca Gardiner (“Queste oscure
materie”, “Killing Eve”) e dal regista Mark
Mylod (“Succession”). Gardiner e Mylod sono produttori
esecutivi insieme all’autrice della serie J.K.
Rowling, Neil Blair e Ruth
Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e David
Heyman di Heyday Films. La serie di Harry
Potter è prodotta da HBO in collaborazione con Brontë Film
and TV e Warner Bros. Television.
Il regista Chris
Columbus ritiene che un nuovo film che riunisca il cast
della saga
cinematografica Harry Potter sia estremamente
improbabile. Sebbene siano ancora molto popolari oggi, questi film
hanno avuto un successo strepitoso quando sono usciti nelle sale,
incassando 7,7 miliardi di dollari al botteghino, senza nemmeno
tenere conto dell’inflazione. Mentre il franchise spin-off Animali fantastici ha faticato a mantenere lo slancio,
Harry Potter ha sempre avuto grande successo.
Questo successo è stato in parte
determinato dal casting azzeccato dei film originali. Daniel Radcliffe (Harry), Emma Watson (Hermione) e Rupert Grint (Ron) hanno interpretato alla
perfezione il trio protagonista, crescendo insieme alla serie e al
loro pubblico. Gli spettatori hanno così potuto affezionarsi a
questi personaggi durante i 10 anni di programmazione.
Sfortunatamente, Columbus, che ha
diretto i primi due film, ritiene dunque che non si riuniranno mai
più in un film di Harry Potter. In un’intervista
al Sunday Times, ha spiegato che, a
causa delle opinioni controverse dell’autrice J.K.
Rowling sulle persone transgender, molti dei membri del
cast originale non hanno alcun interesse a riprendere i loro
ruoli.
“Non succederà mai. È diventato
tutto così complicato con tutte le questioni politiche. Tutti i
membri del cast hanno la loro opinione, che è diversa dalla sua, il
che rende impossibile la cosa. Non parlo con la signora Rowling da
circa un decennio, quindi non ho idea di cosa le stia succedendo,
ma sono in stretto contatto con Daniel Radcliffe e gli ho parlato proprio
pochi giorni fa. Ho ancora un ottimo rapporto con tutti i ragazzi
del cast”.
Negli ultimi dieci anni, come noto,
la Rowling ha ripetutamente criticato le persone transgender,
mentre Watson, Grint e Radcliffe hanno costantemente difeso la
comunità LGBTQ+. La loro posizione ha portato la Rowling a
criticare direttamente gli attori, il che rende ancora meno
probabile la realizzazione di un film che li riunisca tutti
insieme. In precedenza c’era stato un revival di Harry
Potter nel 2022.
Harry Potter 20th Anniversary: Ritorno a Hogwarts ha visto
molti membri del cast tornare per celebrare la serie, anche se non
hanno ripreso i loro ruoli. Le tre star erano tra i partecipanti,
anche se la Rowling non è apparsa al di fuori di brevi clip
d’archivio. C’è sempre la possibilità di un sequel sotto forma di
Harry Potter e la Maledizione dell’Erede, ma i
commenti di Columbus rendono sempre più improbabile il suo
sviluppo. Non resta dunque che attendere la serie targata HBO.
Tornando a I Fantastici
Quattro: Gli Inizi, il film ha debuttato con 117,6 milioni
di dollari, il miglior risultato dell’anno per l’MCU nel weekend di
apertura negli Stati Uniti. Tuttavia, ha subito un crollo nel
secondo weekend con un calo del 67,1%, uno dei peggiori della
serie. Ciononostante, nelle settimane successive ha continuato a
scalare lentamente e costantemente le classifiche. Secondo The
Numbers, il film ha ora raggiunto un incasso globale di 505,1
milioni di dollari entro la metà del weekend festivo del Labor Day,
il suo sesto weekend nelle sale.
Inoltre, è il primo e unico film MCU
a raggiungere questo traguardo nel 2025, avendo superato di gran
lunga sia Captain America: Brave New World (415,1
milioni di dollari in tutto il mondo) che Thunderbolts*
(382,4 milioni di dollari). Nonostante abbia raggiunto questo
importante traguardo, I Fantastici Quattro: Gli
Inizi sta ancora faticando a scalare la classifica di
tutti i tempi dei film del Marvel Cinematic Universe. Dopotutto, la
redditizia serie di film sui supereroi, che ha incassato
complessivamente più di 32 miliardi di dollari in tutto il mondo,
ha già avuto altri 26 episodi che hanno incassato più di 500
milioni di dollari.
In qualità di attore che ha visto
entrambi i lati della medaglia – MCU e DCU – Frank Grillo sta confrontando il modo in cui
le due potenti case di produzione di supereroi, Marvel e DC
Studios, affrontano i loro vasti multiversi. In un’intervista a People, l’attore
membro del cast di Captain America: The Winter Soldier e Peacemaker ha
osservato che le due società hanno approcci “diversi” alla
realizzazione dei film e all’ideazione.
“È diverso. Non è organizzato
allo stesso modo. Alla DC è davvero come se tutte le sceneggiature
fossero davanti a te e tu avessi una visione chiara di ciò che sta
accadendo”, ha detto Grillo. L’attore ha poi aggiunto: “E
non c’è niente di sbagliato in questo, ma la Marvel è un po’ più
improvvisata”. Sebbene Grillo abbia sottolineato che lo studio
ha “fatto un ottimo lavoro”, personalmente ha trovato
“un po’ spaventoso” recitare in una scena non del tutto
chiara, cosa che hanno condiviso anche altri ex colleghi della
Marvel, con star come Alan Cumming e
Gwyneth Paltrow.
Tutti loro hanno sottolineato la
confusione che può insorgere quando si recita davanti a uno schermo
verde e in mezzo a più riscritture della sceneggiatura, oltre che a
elementi del personaggio o della trama che vengono tenuti segreti
anche alle star stesse. Da parte sua, il co-CEO dei DC Studios e
regista di Superman, James
Gunn, ha dichiarato in un’intervista all’inizio di
quest’anno che l’industria cinematografica sta “morendo”
perché “la gente fa film senza una sceneggiatura
finita”.
Frank Grillo aveva già elogiato i DC Studios in passato
A dicembre, Frank Grillo ha espresso
sentimenti simili, dichiarando a Entertainment Weekly: “Sono
molto diversi. La Marvel è una macchina diversa, ed è fantastica a
modo suo, ma la cosa che amo della DC di James e Peter Safran è che
è molto più contenuta. È molto più personale, e mi piace davvero di
più. Adoro far parte di qualcosa che è ancora in fase embrionale e
poter crescere con esso, osservarlo e vederlo prosperare“.
Grillo, lo ricordiamo, ha
interpretato Brock Rumlow (alias
Crossbones) in diversi progetti dell’MCU, come
The Winter Soldier, Civil War ed
Endgame. Ha partecipato alla seconda stagione di
Peacemaker, attualmente in onda ogni
settimana su HBO
Max, riprendendo il ruolo di Rick Flag Sr., il personaggio a
cui ha prestato la voce nella serie animata Creature Commandos e che ha
interpretato in carne ed ossa anche in Superman.
All’inizio del 2023, la DC Studios
ha annunciato un’entusiasmante serie di film e serie TV, ma
“Capitolo
1: Dei e Mostri” non ha preso forma così rapidamente come
avrebbero voluto i fan e, probabilmente, anche James Gunn e Peter Safran.
The
Authority è un film che Gunn ha già ammesso presentare
dei problemi e ne ha discusso con The New Blerd Order dopo che gli
è stato chiesto anche di un possibile film su Static
Shock.
“Si tratta di integrare Static
Shock nell’universo DC, perché non è un personaggio che fa
tradizionalmente parte dell’universo DC”, ha detto il regista.
“È un po’ come The Authority. Quindi, The Authority è stata una
piccola sfida semplicemente perché integrare loro con il DCU è stata una cosa difficile da fare, e lo
stesso vale per Static Shock”. Su una nota più ottimistica,
Gunn ha aggiunto: “Speriamo di trovare un modo per
farlo”.
L’Ingegnere non è stata esattamente
una protagonista in Superman,
quindi se la sua presenza nel film aveva lo scopo di preparare il
terreno per The Authority, non ha funzionato come
Gunn probabilmente sperava. Si è ipotizzato che il co-CEO della DC
Studios potesse adattare Superman and the Authority
di Grant Morrison, anche se non c’è molta
richiesta in tal senso. In precedenza avevamo sentito dire che The
Authority avrebbe potuto diventare un progetto animato, e portare
questi personaggi sulla scia di Creature
Commandos non sarebbe stata una cattiva idea.
In un’altra intervista con PEOPLE, a Gunn è stato
invecechiesto anche un aggiornamento sulla serie TV Waller
(che, come la seconda stagione di Peacemaker,
sarebbe uno spin-off di The Suicide Squad di Gunn). “Ci stiamo
lavorando, quindi vedremo cosa succederà”, ha detto.
“Alcune cose sono andate più veloci di altre. Waller non è
stata la più veloce. Ma non vedo l’ora di vedere Viola indossare di
nuovo i pantaloni di Waller“.
I prossimi progetti del DC Universe
Parlando al San Diego Comic-Con del
mese scorso, Gunn ha osservato: “Abbiamo Supergirl in uscita
tra un anno, abbiamo Lanterns in uscita, probabilmente tra meno di un
anno. Stiamo realizzando Clayface in questo momento, e la sceneggiatura di
Mike Flanagan è davvero ottima. Puro horror”. “Stiamo
lavorando a The Brave and the Bold, Wonder Woman,
The Batman – Parte 2 con Matt
Reeves”, ha continuato.
Sappiamo inoltre che
anche Booster Gold sta iniziando a prendere
forma dopo aver ingaggiato David Jenkins, creatore
di Our Flag Means Death, come showrunner, ma Swamp
Thing, Sgt. Rock e progetti di cui si
vocifera come Teen Titans e il film senza titolo
su Deathstroke/Bane sono al momento meno certi. Confermati invece
sono un sequel ancora non meglio definito
di Superman, un film su Wonder
Woman e resta confermato anche The Brave
and the Bold su Batman e Robin.
Durante lo speciale in diretta
streaming per il quinto anniversario di JUJUTSU KAISEN, è stato
condiviso il primo teaser trailer della terza stagione di
JUJUTSU KAISEN, che ha anche annunciato la sua
messa in onda a gennaio 2026.
Nota anche come JUJUTSU
KAISEN The Culling Game, Crunchyroll ha deciso di trasmettere in
streaming la terza stagione della serie anime di successo in
esclusiva mondiale, esclusa l’Asia, con nuovi episodi in uscita
ogni settimana, lo stesso giorno del Giappone.
Nel teaser trailer si vede Yuji
Itadori in preda ad un conflitto interiore e alla disperazione dopo
aver creduto di aver ucciso molte persone nell'”Incidente di
Shibuya”. Viene mostrata anche una feroce battaglia tra Yuji e Yuta
Okkotsu, il protagonista principale del film JUJUTSU KAISEN 0.
L’anteprima presenta altresì un acceso scambio di battute tra il
nuovo personaggio Naoya Zen’in e Choso. Anche Megumi Fushiguro,
Yuki Tsukumo e Maki Zen’in fanno brevi apparizioni nel trailer,
creando attesa prima dell’inizio di The Culling Game.
Il cast vocale e i
personaggi giapponesi includono:
• Junya Enoki come
Yuji Itadori
• Yuma Uchida come
Megumi Fushiguro
• Daisuke Namikawa
come Choso
• Megumi Ogata
come Yuta Okkotsu
Lo staff di produzione
dell’animazione comprende:
• Regista: Shota
Goshozono
• Composizione della serie
e sceneggiatore: Hiroshi Seko
Yuji Itadori è un ragazzo dotato di
una forza fisica incredibile, nonostante viva una vita da liceale
del tutto normale. Un giorno, per salvare un compagno di classe
attaccato da una maledizione, mangia il dito di Ryomen Sukuna,
assorbendo la maledizione nella propria anima. Da quel momento in
poi, condivide il corpo con Ryomen Sukuna. Guidato dal più potente
degli stregoni, Satoru Gojo, Itadori viene ammesso alla Tokyo
Jujutsu High School, un’organizzazione che combatte le maledizioni…
e inizia così l’eroica storia di un ragazzo che si è trasformato in
una maledizione per esorcizzare una maledizione, una vita da cui
non potrà mai tornare indietro.
Basata sull’omonimo manga
bestseller scritto e illustrato da Gege Akutami, la serie anime è
prodotta da TOHO Animation e animata da MAPPA (Chainsaw Man;
L’Attacco dei Giganti – Stagione Finale; Hell’s Paradise).
Con oltre 100 milioni di copie
attualmente in circolazione, il manga è stato serializzato sulla
rivista Weekly Shonen Jump di Shueisha fino alla sua conclusione a
settembre 2024. In Italia, il manga è pubblicato da Planet
Manga.
La prima stagione di JUJUTSU
KAISEN è andata in onda da ottobre 2020 a marzo 2021. La
seconda stagione, composta dagli archi narrativi “Inventario
Nascosto/Morte Prematura” e “Incidente di Shibuya”, è andata in
onda da luglio a dicembre 2023.
La serie anime è stata nominata
Anime dell’Anno ai Crunchyroll Anime Awards nel 2021 e nel 2024. Il
film prequel di grande successo mondiale, JUJUTSU KAISEN
0, è stato premiato come Miglior Film Anime ai Crunchyroll
Anime Awards nel 2023, incassando circa 180 milioni di dollari al
botteghino mondiale.
Scopri tutte le novità nella nostra
pagina dedicata a Crunchyroll.
Il prossimo film biografico di
Sydney Sweeney, Scandalous!,
racconterà la vita della leggenda del cinema Kim
Novak, ma proprio Novak sta ora sollevando preoccupazioni
su come il film tratterà la sua scandalosa relazione con un collega
di Hollywood. L’attrice è diventata un’icona grazie alle sue
interpretazioni in film come Vertigo di Alfred
Hitchcock. È diventata anche oggetto di fascino per i
giornali scandalistici, grazie alle sue relazioni fuori dallo
schermo con personaggi del calibro di Frank
Sinatra.
Poi ci fu la relazione di Novak con
l’artista afroamericano Sammy Davis Jr., che i due
riuscirono a tenere segreta alla stampa. Purtroppo, non riuscirono
a nascondere il loro segreto al capo della Columbia Harry
Cohn, che minacciò Davis di violenza se non avessero
smesso di vedersi. È proprio il modo in cui questo periodo della
sua vita potrebbe essere trattato al cinema a preoccupare
l’attrice.
“Non credo che la relazione
fosse scandalosa. Lui era una persona a cui tenevo davvero. Avevamo
così tanto in comune, compreso il bisogno di essere accettati per
quello che siamo e per quello che facciamo, piuttosto che per il
nostro aspetto. Ma temo che lo presenteranno come una relazione
puramente sessuale”, ha affermato Kim Novak.
Cosa significa questo per
Scandalous! con Sydney
Sweeney
Il film biografico con Sydney Sweeney su Novak vede David
Jonsson nel ruolo di Sammy Davis Jr.,
membro del Rat Pack e amante di Novak, e segnerà il debutto alla
regia del film dell’attore Colman Domingo, candidato all’Oscar per
Sing Sing. Una nomination all’Oscar potrebbe davvero
essere nei pensieri di Sweeney, dato che l’attuale sex symbol si
prepara a interpretare una donna iconica degli anni ’50 e ’60.
Resta da vedere se la performance di Sweeney nei panni della Novak
finirà nel mirino degli Oscar, ma per ora è senza dubbio finita in
quello della Novak.
La situazione ricorda le difficoltà
incontrate da Quentin Tarantino nel ritrarre l’attrice reale
e vittima degli omicidi della Famiglia Manson Sharon Tate nel suo
C’era una volta a… Hollywood. Tarantino è stato criticato
dalla sorella della Tate per quella che lei temeva sarebbe stata
una rappresentazione strumentale della sua famosa sorella. Il film
ha comunque offerto una rappresentazione positiva di Tate, anche se
ha completamente riscritto la sua storia. Non resta dunque che
attendere di saperne di più su Scandalous!.
Alla Mostra
del Cinema di Venezia 82 è stato presentato La valle dei sorrisi, il
nuovo film diretto da Paolo Strippoli, autore già noto per opere come
A Classic Horror Story e
Piove. Per l’occasione, il
cast e il regista hanno sfilato sul red carpet, regalando al pubblico e ai
fotografi momenti di grande fascino e complicità.
Protagonista della passerella è stato Michele
Riondino, attore versatile e amatissimo, accompagnato
da Romana Maggiora Vergano,
giovane interprete in forte ascesa, e dai colleghi
Paolo Pierobon,
Roberto Citran e
Giulio Feltri, che
completano il cast principale. Le immagini catturano l’entusiasmo
della serata, con i protagonisti sorridenti e disponibili, in linea
con lo spirito del film che mescola inquietudine e riflessione.
La valle dei sorrisi
racconta la storia di un piccolo paese isolato tra le montagne,
apparentemente felice, che nasconde però un rituale oscuro capace
di mettere in discussione la serenità dei suoi abitanti. Con il suo
approccio originale e simbolico, Paolo Strippoli conferma la sua
volontà di esplorare l’horror come strumento narrativo per
raccontare fragilità, identità e desiderio di appartenenza.
Le foto dal red carpet testimoniano l’ottima accoglienza riservata
al film e al suo cast, sottolineando il ruolo centrale che
La valle dei sorrisi
ricopre all’interno della selezione veneziana. Un titolo che
promette di lasciare il segno per la sua capacità di intrecciare
tensione, allegoria e tematiche universali.
Con questa uscita, Strippoli consolida ulteriormente la sua
posizione tra i giovani registi italiani più interessanti della sua
generazione, capace di dialogare con il pubblico nazionale e
internazionale attraverso un linguaggio visivo forte e
personale.
A
catalizzare l’attenzione dei fotografi è stata Cate
Blanchett, protagonista del film, che ha incantato il
Lido con il suo inconfondibile carisma. Accanto a lei hanno sfilato
il regista Jim
Jarmusch e gli altri membri del cast: Vicky Krieps, Mayim Bialik, Charlotte Rampling,
Indya Moore e
Luka Sabbat,
ognuno capace di portare sul red carpet il proprio stile e la
propria personalità.
Gli scatti immortalano non solo l’arrivo delle star, ma anche
l’entusiasmo del pubblico e la grande accoglienza riservata a
un’opera che promette di unire intensità drammatica e raffinatezza
autoriale. Father Mother
Sister Brother si conferma già come uno dei film più discussi
della competizione, grazie alla visione unica di Jarmusch, al cast
stellare e a un tema che ha colpito profondamente pubblico e
critica.
È stata rivelata una prima immagine
del logo della serie Vision Quest della Marvel Television, sul set di un
film della DC Studios! Il titolo della serie spin-off di WandaVision,
che ora sembra essere ufficialmente intitolata Vision
Quest, è stato notato sul retro della maglietta di un
membro della troupe sul set di Clayface
a Liverpool (si può vedere qui la
foto). La serie dovrebbe debuttare su Disney+ nel corso del prossimo anno. Al
momento non è ancora noto se le riprese siano già iniziate, ma
secondo alcune indiscrezioni lo show dovrebbe essere in ogni caso
girato all’inizio di settembre.
La serie Vision
Quest
Il progetto Vision
Quest è stato descritto come “la terza parte di
una trilogia iniziata con WandaVision
e che continua con Agatha
All Along“.
Oltre a
Paul Bettany, James Spader di Avengers: Age of Ultron
riprenderà il ruolo di Ultron (“non è chiaro se Ultron
tornerà come robot o in forma umana“). Non c’è stato alcun
accenno al potenziale coinvolgimento di Elizabeth Olsen, ma la serie sarà ambientata
dopo gli eventi di WandaVision, “mentre il fantasma di
Visione presumibilmente esplora il suo nuovo scopo nella
vita”. T’Nia Miller è stata
confermata per il ruolo di Jocasta. Orla Brady
apparirà nei panni di F.R.I.D.A.Y. in forma umana, mentre
Emily Hampshire sarà
E.D.I.T.H.Todd Stashwick sarà Paladino.
Il finale di WandaVision ha
rivelato che la Visione con cui avevamo trascorso del tempo nel
corso della stagione era in realtà una delle creature di Wanda, ma
la vera “Visione Bianca” è stata ricostruita dalla S.W.O.R.D. e
programmata per rintracciare e uccidere Scarlet Witch. Questa
versione del personaggio si è allontanata verso luoghi sconosciuti
verso la fine dell’episodio, dopo essersi dichiarata la “vera
Visione”.
Per quanto riguarda Wanda, l’ultima
volta che abbiamo visto la potente strega era mentre devastava gli
Illuminati e si faceva crollare una montagna addosso in
Doctor Strange nel
Multiverso della Follia.
Anche l’attore di Picard,
Todd Stashwick, è nel cast, nei panni di “un
assassino sulle tracce di un androide e della tecnologia in suo
possesso”.Vision Quest debutterà su
Disney+ nel 2026.
Jude Law non ha avuto remore nell’interpretare
lo spietato leader russo Vladimir Putin nel
thriller politico di Olivier AssayasIl Mago del Cremlino (leggi
qui la nostra recensione dal Festival di Venezia). “Spero
di non sembrare ingenuo, ma non temevo ripercussioni. Mi sentivo
sicuro, nelle mani di Olivier e della sceneggiatura, che questa
storia sarebbe stata raccontata in modo intelligente, con sfumature
e considerazioni”, ha detto Jude
Law alla conferenza stampa ufficiale del film a Venezia.
“Non cercavamo polemiche fine a se stesse. È un personaggio in
una storia più ampia. Non stavamo cercando di definire nulla su
nessuno”.
Jude Law ha modificato il suo
aspetto fisico, ma ha scelto deliberatamente di usare la propria
voce, piuttosto che indossare un forte accento russo, per incarnare
il giovane Putin. “Olivier e io abbiamo discusso che questo non
doveva essere un’interpretazione di Putin, e lui non voleva che mi
nascondessi dietro una maschera di protesi. Abbiamo lavorato con un
team di truccatori e parrucchieri straordinario e abbiamo avuto
come riferimento quel periodo della vita di Putin. Abbiamo cercato
di trovare una familiarità in me”, ha detto Law. “È
incredibile cosa può fare una buona parrucca”.
Tratto dall’omonimo best seller di
Giuliano da Empoli del 2022, Il Mago del Cremlino
è un racconto immaginario dell’ascesa al potere di Putin (Jude
Law) nel caos post-sovietico e del suo rapporto con lo
spin doctor Vadim Baranov (Paul
Dano). Sebbene quest’ultimo non sia una persona reale,
è ispirato a Vladislav Sourkov, un vero e proprio
“facilitatore” a cui è stato attribuito un ruolo chiave nella
definizione della personalità e dello stile di leadership
autoritario di Putin. Alicia Vikander, Tom
Sturridge e Jeffrey Wright, tutti presenti alla conferenza
stampa, completano il cast.
Il
red carpet di Venezia
82 ha accolto il cast di Motocity, il nuovo film diretto da Potsy Ponciroli, presentato in
anteprima alla Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica. Un progetto statunitense
che unisce azione e intensità drammatica, destinato a lasciare il
segno nella stagione cinematografica 2024.
A
calcare il tappeto rosso sono stati i protagonisti
Alan Ritchson,
reduce dal successo della serie Reacher, e Shailene
Woodley, attrice amatissima dal pubblico per titoli
come Colpa delle stelle e Big Little Lies. Con loro anche
Ben Foster,
Pablo Schreiber,
Ben McKenzie,
Lionel Boyce,
Amar Chadha-Patel
e Rafael Cebrián,
per una parata di star che ha subito attirato l’attenzione dei
fotografi e degli appassionati presenti al Lido.
Le foto dal red
carpet restituiscono tutta l’energia di un cast compatto e
affiatato, pronto a sostenere il film insieme al regista
Ponciroli e ai
produttori di Stampede Ventures, Greg Silverman e Jon Berg.
Atmosfera glamour, sorrisi e momenti di complicità hanno reso
l’evento uno degli appuntamenti più seguiti della giornata
veneziana.
Con una durata di 103 minuti e girato in lingua inglese,
Motocity rappresenta uno
dei titoli americani più attesi del festival, grazie a un cast
corale e a una regia che promette ritmo e spettacolarità. Il
tappeto rosso ha confermato l’alto livello di interesse nei
confronti del progetto, che unisce interpreti carismatici e una
storia pronta a conquistare il grande schermo.
Il debutto a Venezia 82 ha segnato dunque un momento di festa e
celebrazione per Motocity, che si prepara ora ad arrivare nelle sale
come uno dei film più discussi della stagione.
Le riprese del prossimo film del
DC
Universe, Clayface, sono ufficialmente iniziate, come
dimostrano le nuove foto dal set dell’ultima produzione DC
Universe. Dopo aver già pubblicato diversi progetti del
Capitolo 1: “Dei e Mostri” della DCU, la DC Studios sta dunque
ora lavorando a uno dei suoi prossimi film per il 2026. In uscita
l’11 settembre 2026, Clayface racconterà la storia
di uno dei mostruosi nemici di Bruce Wayne nel debutto live-action
del personaggio. James Watkins dirigerà il film
basato su una sceneggiatura di Mike Flanagan.
Dopo
alcune foto che mostravano dettagli e preparativi sul set, sono
quindi ora finalmente iniziate le riprese principali a Liverpool,
nel Regno Unito, e Just Jared ha pubblicato diverse foto (si
possono vedere qui) dal set della produzione, offrendo un primo
sguardo al protagonista Tom Rhys Harries nei panni
del personaggio titolare. Sebbene ci siano state voci secondo cui
interpreterà la versione di Clayface creata da Matt
Hagen, la DC Studios non ha ancora confermato la
notizia.
Le foto dal set pubblicate da Just
Jared mostrano Harries che cammina indossando una felpa blu con
cappuccio, accanto a un attore che indossa lo stesso abbigliamento.
Sebbene il sito identifichi il co-protagonista di Harries come
Eddie Marsan, la DC Studios non ha ancora
confermato la sua partecipazione. Anche il Daily Mail ha ottenuto
delle immagini dell’attore protagonista che mostrano il personaggio
pieno di lividi e coperto di sangue (si possono vedere qui). Le foto
mostrano anche le riprese di una scena in cui un paziente,
probabilmente il personaggio di Harries, viene trasportato
d’urgenza in ospedale.
Al momento sono stati rivelati pochi
dettagli sulla trama, ma abbiamo appreso che Matt Hagen sarà al
centro dell’attenzione. Nei fumetti, era il secondo
Clayface, un avventuriero che si è trasformato in
un mostro dopo aver incontrato una pozza radioattiva di
protoplasma. Questo è cambiato in Batman: The Animated
Series, dove è stato ritratto come un attore che usava una
crema anti-età per sembrare più giovane. Dopo essersi scontrato con
il suo creatore, Roland Daggett, Hagen viene immerso in una vasca
di quella sostanza e diventa il “classico” Clayface che tutti
conoscete dai fumetti.
Stando ad alcuni rumor emersi
online, la storia di Clayface sarà incentrata su
un attore in ascesa il cui volto è sfigurato da un gangster. Come
ultima risorsa, il divo si rivolge a uno scienziato eccentrico in
stile per chiedere aiuto. All’inizio l’esperimento ha successo, ma
le cose prenderanno presto una piega inaspettata.
Poiché Clayface
sarà ambientato nell’universo DC, i fan dovrebbero aspettarsi molti
collegamenti con l’universo più ampio, e saremmo molto sorpresi se
Batman apparisse o fosse anche solo menzionato. Il produttore
Peter Safran ha condiviso alcuni nuovi dettagli
sulla sceneggiatura di Flanagan, sottolineando che il film sarà
effettivamente un film horror in piena regola, sulla scia di La
mosca di David Cronenberg, ma si dice
trarrà anche ispirazione dal successo horror di Coralie
Fargeat, The
Substance.
“Clayface, vedete, è una storia
horror hollywoodiana, secondo le nostre fonti, che utilizza
l’incarnazione più popolare del cattivo: un attore di film di serie
B che si inietta una sostanza per rimanere rilevante, solo per
scoprire che può rimodellare il proprio viso e la propria forma,
diventando un pezzo di argilla ambulante”, ha dichiarato
Safran.
Tom Rhys Harries interpreterà il personaggio
principale di Clayface,
il film dei DC Studios. Il film è basato su una storia di
Mike Flanagan, attore di La caduta della casa
degli Usher (l’ultima bozza è stata firmata da Hossein
Amini, sceneggiatore di Drive), con James
Watkins, regista di
Speak No Evil, alla regia.
Clayface è attualmente previsto per l’arrivo
nelle sale l’11 settembre 2026.
Il
film racconta la storia di Mark Kerr, leggendario lottatore di MMA degli anni
’90, soprannominato proprio The
Smashing Machine per la sua forza devastante e la sua carriera
segnata tanto da vittorie epiche quanto da fragilità personali.
A
guidare il cast è Dwayne Johnson nei panni di Mark Kerr,
in un ruolo che promette una svolta drammatica nella sua carriera.
Al suo fianco Emily
Blunt interpreta Dawn Staples, mentre Ryan Bader veste i panni di
Mark Coleman. Il
film schiera anche volti noti del mondo degli sport da
combattimento e interpreti internazionali: Bas Rutten nel ruolo di sé stesso,
Oleksandr Usyk
come Ihor
Vovčančyn, Lyndsey Gavin come Elizabeth Coleman, Satoshi Ishii come
Enson Inoue,
James Moontasri
come Akira Shoji
e Yoko Hamamura
come Kazuyuki
Fujita.
La pellicola promette di unire l’energia frenetica tipica del
cinema dei Safdie con una riflessione intima e toccante sulla
vulnerabilità dietro la forza. Non a caso, The Smashing Machine è già uno dei film più
discussi e attesi del Festival, pronto a far parlare di sé sia per
la trasformazione fisica e interpretativa di Johnson che per la
regia visionaria di Benny Safdie.
Il debutto al Lido segna dunque un momento cruciale per il percorso
del regista e potrebbe consacrare The Smashing Machine tra i titoli più importanti di
questa edizione di Venezia.
La
82ª
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia entra
nel vivo con la presentazione in concorso di The Testament of Ann
Lee, il nuovo film diretto da Mona Fastvold, già autrice de
The World to Come (2020),
apprezzato per la sua sensibilità nel raccontare storie intime e
profondamente radicate nella complessità dei sentimenti.
Il
film porta sul grande schermo una vicenda intensa e originale, che
riflette sull’identità, la fede e la ricerca di senso, proseguendo
il percorso registico della Fastvold, sempre attenta a indagare i
conflitti interiori e la fragilità dei rapporti umani. Con una
cifra stilistica elegante e poetica, la regista norvegese si
conferma una delle voci più interessanti del panorama
internazionale.
In
concorso a Venezia 82, The Testament of Ann Lee è uno
dei titoli più attesi della giornata e promette di suscitare
dibattito per la forza del suo immaginario e per le interpretazioni
degli attori coinvolti. Un film che si inserisce nel filone di
opere capaci di mescolare introspezione psicologica e tensione
narrativa, offrendo allo spettatore un’esperienza di visione
profonda e coinvolgente.
Protagonisti del film sono Amanda Seyfried, Thomasin McKenzie, Lewis
Pullman, Stacy Martin, Tim Blake Nelson, Christopher Abbott,
Matthew Beard, Scott Handy, Jamie Bogyo, Viola Prettejohn
e David Cale, un
cast corale di grande talento che promette di donare ulteriore
profondità alla narrazione.
Nelle prossime ore il pubblico e la critica avranno dunque modo di
scoprire questa nuova opera della Fastvold, che si candida a
lasciare un segno importante in questa edizione del Festival.
Il
red carpet della 82ª
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si è
acceso per la presentazione de Il Mago del Cremlino
(2025), uno dei titoli più discussi del concorso. Tratto dal
romanzo di Giuliano Da
Empoli, il film porta sul grande schermo i giochi di
potere e le ombre del Cremlino, mescolando realtà e finzione in un
racconto di forte attualità politica.
Sul
tappeto rosso hanno sfilato i protagonisti Paul
Dano, che interpreta Vadim Baranov,
Alicia Vikander nei panni di
Ksenija, Jude
Law come Vladimir Putin, Will Keen nei panni di Boris Berezovskij,
Tom Sturridge in
quelli di Dmitrij Sidorov e Jeffrey Wright come Rowland. Un cast
internazionale di altissimo livello, accolto con entusiasmo dal
pubblico e dall’attenzione della stampa mondiale.
Il Mago del Cremlino
ha attirato i riflettori non solo per la sua tematica, che tocca
corde sensibili della contemporaneità, ma anche per la qualità
della messa in scena, che promette di essere una delle rivelazioni
di questa edizione del Festival.
In attesa di scoprirne la distribuzione ufficiale, vi proponiamo
una selezione delle immagini più suggestive dal red carpet
veneziano: sguardi, abiti e momenti che hanno reso la serata un
evento indimenticabile.
La
magia del red carpet di Venezia
82 ha accolto la presentazione ufficiale di Maestro,l nuovo film diretto da
Andrea Di
Stefano che vede protagonista Pierfrancesco
Favino, uno degli attori italiani più apprezzati a
livello internazionale. L’attore romano, impeccabile come sempre,
ha sfilato sul tappeto rosso del Lido attirando l’attenzione di
fotografi, fan e giornalisti, regalando pose eleganti e momenti di
grande intensità.
Le
foto dal red
carpet raccontano un evento mondano che ha unito glamour e
cinema d’autore, con Favino che ha confermato la sua presenza
magnetica, capace di coniugare carisma e naturalezza. L’attore, più
volte protagonista alla Mostra del Cinema di Venezia, torna a
calcare la passerella più prestigiosa del cinema italiano con un
progetto che si preannuncia tra i più discussi della stagione.
Accanto a lui hanno sfilato anche altri membri del cast e della
troupe, offrendo agli obiettivi dei fotografi momenti di complicità
e sorrisi che hanno reso ancora più speciale la serata. Come da
tradizione, il red carpet ha rappresentato l’occasione perfetta per
celebrare non solo il film ma anche il talento di Favino,
interprete che ha saputo distinguersi in una carriera costellata da
ruoli complessi e apprezzati in Italia e all’estero.
Le immagini catturate testimoniano l’entusiasmo e la grande attesa
che circondano Maestro,
un titolo che porta al Lido un’ulteriore riflessione sulla capacità
del cinema di unire spettacolo e profondità narrativa. L’eleganza
di Favino e l’accoglienza calorosa del pubblico confermano il
valore simbolico di un evento che va oltre la semplice anteprima,
diventando parte integrante del fascino senza tempo della Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica.
Alla sua 82ª edizione, la
Mostra del Cinema di Venezia ha accolto Jim Jarmusch, uno
dei registi americani più amati e rispettati nel panorama
indipendente, invitato in concorso con il suo nuovo lavoro,
Father Mother Sister Brother. Un titolo che
sembra già contenere l’intera essenza del film: un mosaico di
rapporti familiari, di legami di sangue e di intimità mai del tutto
esplicitata, raccontato attraverso tre episodi distinti ma
accomunati dal tema della difficoltà comunicativa tra genitori e
figli, fratelli e sorelle.
Come spesso accade nel
cinema di Jarmusch, non ci sono climax narrativi o svolte
drammatiche improvvise: al contrario, prevale un andamento
contemplativo, fatto di silenzi, pause e tempi morti che diventano
lo spazio privilegiato in cui i personaggi, e lo spettatore con
loro, sono costretti a confrontarsi con la complessità delle
relazioni familiari. È un cinema che rifiuta l’urgenza dell’azione
e privilegia l’ascolto, la riflessione e soprattutto
l’imbarazzo.
Father Mother
Sister Brother: tre episodi, un unico filo
Il film si articola in
tre capitoli, autonomi ma speculari. Nel primo episodio, due
figli fanno visita al padre rimasto vedovo. La situazione, di per
sé carica di emotività, viene raccontata da Jarmusch con un tono
straniante: invece del pathos del lutto, emerge un senso di
disagio palpabile. Padre e figli non si vedono quasi mai, non si
parlano con naturalezza, e ogni gesto è carico di una tensione
trattenuta. È qui che il regista dimostra la sua consueta abilità
nel rendere cinematografico ciò che, a parole, sembra
irrappresentabile: l’imbarazzo. Attraverso inquadrature fisse,
dialoghi essenziali e silenzi protratti, Jarmusch restituisce con
precisione chirurgica la distanza emotiva che spesso si crea in
molte famiglie reali.
(Credits Frederick Elmes Vague Notion)
Il secondo
episodio porta lo spettatore in una dimensione apparentemente
più leggera, ma altrettanto significativa. Due sorelle si recano a
casa della madre per prendere il tè. La donna è una scrittrice
affermata, mentre le figlie navigano in una precarietà personale e
professionale che le rende vulnerabili. Anche in questo caso, il
rapporto non è idilliaco: la conversazione è formale, distaccata,
pervasa da una sottile competizione tra l’autorità materna e
l’incertezza delle figlie. Jarmusch mette in scena un altro volto
della famiglia, quello della distanza generazionale,
dell’asimmetria tra chi ha trovato il proprio posto nel mondo e chi
ancora lo cerca.
Il terzo episodio
cambia radicalmente tono. Qui i protagonisti sono due fratelli
gemelli, un ragazzo e una ragazza, rimasti orfani in seguito a un
incidente aereo. Insieme ricordano i loro genitori, una coppia
tanto disordinata quanto affettuosa, e lo fanno con una tenerezza
che finalmente scioglie la freddezza degli episodi precedenti. È il
momento più intimo e commovente del film, dove la memoria diventa
un atto d’amore e i silenzi si caricano non più di imbarazzo, ma di
nostalgia.
Lo stile
inconfondibile di Jarmusch
In Father Mother
Sister Brother Jarmusch riassume il proprio stile in maniera
quasi programmatica. Tempi morti, riflessioni sottili, silenzi
che pesano più delle parole: tutto ciò che da sempre
contraddistingue il suo cinema è presente e amplificato. Lo
spettatore viene volutamente spiazzato, costretto a sostare dentro
momenti che nella vita reale verrebbero facilmente evitati o
lasciati passare sotto silenzio.
Non si tratta di un film
“piacevole” nel senso più immediato del termine. Al contrario, la
visione può risultare faticosa, proprio perché ci costringe a fare
i conti con l’essenza delle relazioni più difficili da affrontare:
quelle con i membri della nostra famiglia. Il regista non cerca di
consolare lo spettatore, né di offrire soluzioni. Piuttosto, gli
mette davanti uno specchio in cui riconoscere imbarazzi, conflitti
e fragilità che appartengono a tutti.
(Credits Carole Bethuel Vague Notion)
Alla luce di queste
caratteristiche, è difficile immaginare che Father Mother Sister
Brother possa conquistare i premi principali del concorso
veneziano. Non è un film pensato per stupire la giuria o per
offrire un intrattenimento immediato: è, piuttosto, un esercizio di
stile coerente e rigoroso, destinato soprattutto agli estimatori
del regista.
Tuttavia, la presenza di
un cast stellare, da Tom Waits ad
Adam Driver, passando per
Cate Blanchett, Charlotte Rampling, Vicky
Krieps e molti altri, garantisce al film un forte richiamo
mediatico. Sul red carpet, l’opera si trasforma in uno degli eventi
più attesi della Mostra, e per i fan sarà senza dubbio una festa
poter vedere riuniti tanti nomi di primo piano sotto la direzione
di Jarmusch.
Un piccolo trattato
sui legami di sangue
In definitiva, Father
Mother Sister Brother non è un film che si ricorderà per i
colpi di scena o per la spettacolarità, ma per la delicatezza con
cui affronta un tema universale: la famiglia. Jarmusch costruisce
tre variazioni sullo stesso motivo, mostrando come i legami di
sangue possano essere al tempo stesso fonte di imbarazzo,
conflitto, dolore e tenerezza.
Un film che richiede
pazienza e disponibilità all’ascolto, e che probabilmente dividerà
pubblico e critica. Ma è proprio in questa sua radicale fedeltà
allo stile del suo autore che risiede il suo valore: Father
Mother Sister Brother è un ritratto sincero della condizione
umana, dove l’intimità più autentica si nasconde spesso dietro i
silenzi più difficili da colmare.
Fuori concorso a
Venezia 82, Paolo Strippoli presenta
La valle dei sorrisi, film
che conferma la sua predilezione per l’horror come linguaggio
eletto per parlare di paure sociali e intime fragilità. Dopo aver
già esplorato i territori del perturbante in chiave più canonica,
il regista sceglie questa volta di addentrarsi in una dimensione
metaforica e quasi allegorica, in cui l’elemento soprannaturale si
intreccia alla riflessione sui rapporti comunitari.
L’idea di partenza è
affascinante: cosa accadrebbe se un ragazzo adolescente fosse
percepito come un piccolo messia, capace di lenire il dolore in
modo unico, ma anche distruttivo e incontrollabile? Da qui prende
forma un racconto che, pur muovendosi entro coordinate note al
genere cerca una propria via espressiva.
La valle dei
sorrisi: un messia adolescente e il prezzo della
consolazione
Il protagonista è
Matteo, un ragazzo solitario, fragile e insieme carismatico,
che diventa per i compagni di scuola e per il suo paese di montagna
una sorta di icona salvifica. La sua capacità di alleviare il
dolore fisico e psichico lo rende un punto di riferimento quasi
religioso, tanto che il gruppo lo innalza a figura messianica. Ma
dietro questa aura angelica si nasconde un’ambiguità profonda: se è
vero che Matteo sembra portare sollievo, lo fa lasciando dietro di
sé tracce irreversibili.
In questo contesto emerge
la figura di Sergio (Michele Riondino), adulto
tormentato che intravede nel ragazzo un sostituto del figlio
perduto. È l’unico a chiedersi davvero chi sia Matteo e cosa
comporti il suo potere. La relazione tra i due diventa il nucleo
emotivo del film, una dinamica di dipendenza reciproca in cui il
bisogno di consolazione si intreccia al vuoto affettivo. Ma accanto
a questa tensione, Strippoli introduce anche un delicato
sottotesto: un adolescente innamorato del proprio antagonista,
schiacciato dall’adorazione che il gruppo riversa su di lui.
L’omosessualità repressa, l’invidia, il desiderio e la paura si
mescolano in un quadro che parla molto dell’adolescenza reale, pur
calandosi in una cornice sovrannaturale.
Tra riferimenti e
suggestioni visive
La critica ha già evocato
paragoni illustri: ci sono echi di Carrie e di The
Omen, spunti che rimandano a The Village di Shyamalan, e
persino un’atmosfera che guarda a certe stilizzazioni nordiche come
Lasciami entrare di Tomas Alfredson o The Innocents
di Eskil Vogt, fino ad arrivare al più recente Midsommar di Ari Aster. Oltre al riferimento
chiarissimo a Profumo di Ruskin, ma in questo caso ci avviciniamo
pericolosamente allo spoiler.
Strippoli, tuttavia, non
si limita alla citazione. Se da un lato si percepiscono gli omaggi,
dall’altro il regista cerca di tenere insieme i fili di un racconto
che non vuole mai rinunciare all’ambivalenza morale. L’adolescente
che offre la fine della sofferenza diventa il volto di una promessa
pericolosa, perché vivere senza dolore equivale a vivere senza
vita.
Un’idea forte, una
realizzazione fragile
La valle dei
sorrisi parte da un’intuizione potente: mettere in scena il
bisogno di appartenenza e di consolazione come un fenomeno
comunitario, capace di trasformare un semplice ragazzo in un idolo.
È una riflessione che tocca corde profonde, soprattutto in un’epoca
segnata dalla ricerca spasmodica di figure carismatiche e
dall’incapacità di elaborare il dolore collettivo.
Nonostante la premessa,
il film inciampa in un difetto che lo accompagna fino alla fine:
un’eccessiva compiacenza, una sorta di ingenuità che si traduce in
una messinscena a tratti troppo schematica. Strippoli sembra più
interessato a sottolineare la forza del proprio assunto che a
lasciare spazio allo spettatore per colmare i vuoti, e questo
rischia di rendere la parabola meno incisiva di quanto potrebbe,
senza il sostegno di una sceneggiatura solida.
Il finale, visivamente
potente, accentua questa sensazione: l’energia accumulata esplode,
ma senza la sottigliezza necessaria a reggere fino in fondo la
complessità morale che il film aveva promesso. Rimane un’opera
affascinante ma irrisolta, che vive di lampi e intuizioni.
Un passo ambizioso e
imperfetto
Il risultato non è privo
di fascino, ma si avverte una certa ingenuità nella gestione di un
materiale tanto complesso. La valle dei sorrisi rimane un
tassello importante per il percorso di Strippoli, un’opera che ha
il merito di portare nel fuori concorso veneziano un discorso
coraggioso sulla collettività, sul dolore e sull’ambiguità del
desiderio umano.
A volte un film d’esordio
riesce a condensare visioni, ossessioni e desideri in una forma
tanto potente da scuotere lo spettatore sin dalle prime immagini. È
il caso di Gorgonà, opera prima della
regista greca Evi Kalogiropoulou, presentata in concorso
alla
40ª Settimana Internazionale della Critica della Mostra del
Cinema di Venezia 82. Un lavoro che, pur partendo da un impianto
narrativo di genere, si trasforma in un’esperienza simbolica, dove
amore e morte, mito e realtà, si intrecciano in un flusso visivo in
grado di lasciare il segno.
La regista aveva già
fatto parlare di sé con il cortometraggio On Xerxes’ Throne
(2022), presentato a Cannes, in cui il divieto di contatto fisico
tra i lavoratori di un cantiere navale diventava la scintilla per
un’esplosione di desiderio trattenuto. Già allora era evidente il
suo interesse per i corpi, per la tensione erotica e per l’energia
sotterranea che pulsa nelle comunità marginali. Con Gorgonà,
Kalogiropoulou porta queste intuizioni alle estreme conseguenze,
costruendo un universo che mescola realismo sporco e mitologia,
precarietà quotidiana e visioni quasi soprannaturali.
Gorgonà: un
mondo in rovina e il mito che ritorna
Il film si apre con
un’immagine iconica: Eleni (Aurora Marion) eretta su una
zattera, i capelli sciolti che riflettono la luce dorata del
tramonto, i cinturoni scintillanti che la trasformano in
un’apparizione sacrificale. La sua figura, ceduta dai genitori in
cambio di una tanica di benzina, introduce lo spettatore a un mondo
in cui il baratto più crudele è ormai la norma: ciò che resta di
una città industriale abbandonata, un tempo produttiva, oggi
ridotta a ruderi arrugginiti e a raffinerie controllate da bande
armate.
(Credits Neda Film, Blue Monday Productions, Kidam Blonde,
2025)
Al comando c’è
Nikos (Christos Loulis), capo carismatico e brutale che
governa un clan di uomini ossessionati dall’addestramento fisico e
dall’uso delle armi. In questo contesto di testosterone e violenza
ritualizzata, la figura di Maria (Melissanthi Mahut) spicca
per complessità: unica donna del gruppo, è la prediletta di Nikos,
destinata a ereditarne il potere. Il suo sguardo implacabile e la
resistenza fisica la rendono un corpo estraneo, e al tempo stesso
indispensabile, in una comunità che riconosce in lei non tanto una
leader, quanto una minaccia alla leadership maschile.
Eleni e Maria si
attraggono e si sfidano, due poli femminili che incarnano, ciascuno
a suo modo, una possibilità di emancipazione. I costumi – pelli di
serpente, stampe animalier, glitter e colori sgargianti – e il
trucco marcato sono segnali di identità che marcano un territorio
femminile in un ambiente che tenta di ridurlo a funzione
ornamentale o servile. Kalogiropoulou, insieme alla
co-sceneggiatrice Louise Groult, lavora su queste tensioni
con una scrittura che intreccia desiderio, rivalità e trauma
familiare, fino a far emergere la verità più semplice: in ogni
struttura patriarcale stagnante, le donne trovano sempre un modo
per riconoscersi e allearsi.
Tra Eros e Thanatos:
la forza visiva di Kalogiropoulou
Uno degli aspetti più
sorprendenti di Gorgonà è la capacità della regista di
fondere la pulsione di morte e quella di vita in un unico
respiro cinematografico. Le scene di addestramento maschile, con i
corpi bruciati dal sole e i fucili che diventano prolungamenti
fallici, restituiscono un immaginario di potere autodistruttivo,
sterile, ripiegato su sé stesso. A contrastarlo, i momenti in cui
la cinepresa indugia sui corpi femminili – lo sguardo obliquo di
Eleni, i capelli di Maria distesi sul cuscino come serpenti di
Medusa – aprono varchi di sensualità e di trascendenza.
Il titolo stesso richiama
il mito della Gorgone, creatura tanto temuta quanto affascinante,
capace di trasformare chi la guarda in pietra. Kalogiropoulou
utilizza questa suggestione in maniera sottile, insinuando un
elemento soprannaturale che non rompe mai il realismo ruvido della
messa in scena, ma lo amplifica. L’effetto è quello di un film che
respira su due livelli: da un lato il ritratto sociale e politico
di una comunità allo sbando, dall’altro la parabola mitica di una
trasformazione, di un’emancipazione che ha radici antiche quanto il
mito stesso.
(Credits Neda Film, Blue Monday Productions, Kidam Blonde,
2025)
Anche la colonna sonora
contribuisce a questa stratificazione: le ballate greche
malinconiche che punteggiano la narrazione sembrano piangere non
solo un passato industriale ormai scomparso, ma anche una comunità
ferita, incapace di riconoscere la propria caduta. La fotografia,
con i suoi toni metallici e dorati, restituisce un paesaggio
arrugginito che diventa sensuale nella sua decadenza.
Con Gorgonà,
Evi Kalogiropoulou firma un esordio ambizioso e radicale,
che non si limita a raccontare una distopia, ma la rende
terribilmente familiare. In un’epoca in cui il potere maschile
armato sembra ancora dettare le regole del mondo, la regista greca
costruisce un’allegoria capace di evocare insieme il dolore del
presente e la possibilità di un futuro diverso.
Il film non è privo di
eccessi e di scelte rischiose, ma è proprio in questo coraggio che
si riconosce la forza di un’artista pronta a imprimere la propria
visione nel panorama del cinema europeo contemporaneo.
Gorgonà è un’opera che parla di desiderio,
di violenza, di resistenza, ma soprattutto di incontri tra
donne: sguardi, gesti e tensioni che, anche nel contesto più
oppressivo, aprono una breccia di intimità e di speranza.
Nato
dall’immaginazione di una Mary Shelley poco più
che diciottenne, Frankenstein è un mito che continua a
interrogare il nostro tempo. La storia del giovane scienziato che
osa sfidare i confini della vita e della morte non ha mai smesso di
rigenerarsi attraverso le epoche, adattandosi a nuovi linguaggi e
sensibilità. Dal romanzo ottocentesco al cinema muto, dai cult di
Hollywood alle rivisitazioni femministe più recenti, il “moderno
Prometeo” rimane una parabola senza tempo sulla responsabilità
della creazione, sulla fragilità dell’umano e sul bisogno di
riconoscere l’altro.
Non
sorprende quindi che Guillermo Del Toro, regista
che ha fatto dei mostri i veri protagonisti del suo cinema, abbia
deciso di affrontare questa eredità. Dopo aver raccontato creature
marginali con la forza del fantastico – fino al Leone d’Oro con
La forma dell’acqua – il
regista approda al capolavoro di Shelley, presentato in concorso a
Venezia con il titolo che più di ogni altro sembrava attenderlo:
Frankenstein.
All’incontro con la stampa italiana, il cineasta messicano ha
spiegato subito il legame profondo che lo unisce a questa storia:
«Qualunque cosa vi aspettiate di vedere, vedrete qualcosa di
diverso. Questo romanzo vive con me da quando ero bambino.
Sono la creatura, sono Victor, sono ogni personaggio. È un
dialogo con me stesso attraverso i decenni».
Del Toro ha raccontato come il libro lo abbia accompagnato nelle
tappe fondamentali della vita: «Quando ho imparato cosa
significa essere figlio, quando ho imparato cosa significa essere
padre, quando ho imparato ad andare avanti, tutto questo è entrato
nel film. Ho portato con me i migliori collaboratori dei miei
trent’anni di cinema, perché arrivare a Frankenstein
significava arrivare alla terra santa».
Oscar Isaac ha definito l’esperienza sul set
«ipnotica, psichedelica, incredibilmente emotiva, un culto.
Abbiamo riso tantissimo per un materiale così oscuro. C’era una
gioia travolgente. Mi svegliavo alle quattro del mattino e non
vedevo l’ora di andare sul set». Jacob Elordi, interprete della Creatura, ha
sottolineato invece l’aspetto più personale: «Questo
personaggio è più me di quanto io stesso lo sia. Ci ho
messo dentro tutta la mia vita, la mia esperienza, mio padre.
Quelle dieci ore di trucco ogni giorno non erano una fatica, erano
un sacramento. Mi permettevano di diventare niente e
trasformarmi».
Mia
Goth, nel ruolo di Elizabeth, ha parlato della
responsabilità di far parte di un’opera così attesa: «È
stato completamente magico, un sogno realizzato. Non ho
mai smesso di pensare che stavo recitando nel Frankenstein di
Guillermo Del Toro, e questo portava con sé un’enorme pressione.
Tutti sul set sapevano quanto fosse importante quel
momento».
Del Toro ha poi affrontato il senso più ampio del film oggi:
«Viviamo in un mondo che ci disumanizza ogni giorno,
dividendoci in buoni o cattivi. Il film fa pace con
l’imperfezione, ricorda che essere umani significa anche
commettere errori e perdonare. I veri mostri non portano maschere
prostetiche, indossano giacca e cravatta. Sartre diceva che
l’inferno sono gli altri, io dico che la
salvezza sono gli altri».
E
se Frankenstein è anche
una storia d’amore, Del Toro la lega al senso stesso dell’arte:
«L’arte è un atto d’amore. Non è chimica né
matematica, è vulnerabilità. È ciò che ci permette di
riconoscerci negli altri. Alla fine, siamo attratti da chi
porta le stesse ferite che portiamo noi. E quando un film o una
canzone racconta questo dolore, diventa necessario».
Sul legame con Mary Shelley, il regista è stato netto: «Lei
scrisse quel romanzo a diciotto anni, con un coraggio assoluto e
una sincerità totale. Leggendo Frankenstein ti innamori di lei, ed
è successo anche a me. Il mio dovere era essere altrettanto
sincero, per far sì che lo spettatore riconosca lo
spirito. Ogni dieci minuti il film cambia, come la vita
stessa, ma alla fine resta la domanda più urgente: cosa significa
essere vivi?».
I film di Glen Powell, da Top
Gun: Maverick a Tutti
tranne te, sono noti per ritrarre l’attore come un
rubacuori, ma il suo ruolo nella nuova serie di Hulu Chad
Powers, di cui è ora disponibile il trailer ufficiale, lo
vedrà interpretare un personaggio più buffo. Si tratta di una
serie comica che seguirà Powell nei panni di Russ
Holliday, un giocatore di football professionista che
rovina la sua carriera e si trasforma in un personaggio stupido per
poter giocare di nuovo.
Chad Powers, creata
da Powell e Michael Waldron, debutterà su Hulu il
30 settembre. La serie è basata su una trovata pubblicitaria
realmente messa in atto dal quarterback professionista Eli
Manning per la sua serie ESPN intitolata Eli’s
Places, in cui si è travestito da Chad Powers, un personaggio
dai modi gentili.
Il trailer ufficiale di Chad Powers
ha ora svelato ulteriori dettagli su ciò che ci aspetta. Nel
filmato di 2 minuti e 38 secondi, agli spettatori viene mostrato
come il quarterback Russ Holiday abbia commesso un grave errore in
una partita importante, distruggendo per sempre la sua carriera.
Dopo aver visto un cartellone pubblicitario del film Mrs. Doubtfire, Russ capisce che il modo perfetto per
riconquistare la sua fama è diventare una persona completamente
diversa.
Oltre al trailer dello show, sono
state pubblicate diverse immagini tramite TV Insider. Due delle quattro
immagini ritraggono Powell nei panni di Chad, mentre una mostra
l’attore nei panni di Russ Holiday. Una quarta immagine ritrae il
personaggio dell’allenatore interpretato da Steve
Zahn in piedi su un campo in sospeso tra altri due
allenatori.
Il trailer suggerisce inoltre che lo
show sarà una commedia sulla falsariga di Tootsie e altri film in cui i personaggi indossano
travestimenti per diventare completamente qualcun altro. Ciò è in
linea con i commenti di Waldron su Tootsie e Mrs.
Doubtfire come due delle maggiori fonti di ispirazione dello
show. Manning ha creato il personaggio di Chad Powers per Eli’s
Places al fine di comprendere l’esperienza di far parte di una
squadra alla Penn State, quindi è probabile che la serie esplorerà
temi simili.
Le immagini sembrano inoltre
confermare che la serie sarà leggera e divertente, ma avrà anche un
cuore. Waldron anticipa che Chad è un “vero stronzo del 2025,
ma il tipo di persona con cui si può comunque empatizzare e
amare”. Anche la fotografia sembra brillante e ricca di
dettagli, il che indica che gli spettatori potranno godersi una
storia dettagliata accompagnata da immagini di qualità quando
sintonizzeranno Chad Powers alla fine del prossimo
mese.
Chris Hemsworth è stato il primo attore che
abbiamo visto aggiungersi al cast di Avengers: Doomsday all’inizio di
quest’anno. Quello che non sappiamo è esattamente quale sarà il
contributo del Dio del Tuono nel film. Thor:
Love and Thunder si è concluso con l’asgardiano ora
accompagnato nelle sue avventure da una potente giovane figlia
adottiva, “Love”. Suo fratello, Loki, nel frattempo, si trova al
centro del Multiverso, e la loro riunione promette di essere una
parte importante della storia raccontata dai fratelli Russo.
Deadpool &
Wolverine sembrava anche confermare che l’asgardiano troverà un
nuovo alleato nel Mercenario Chiacchierone, Deadpool. In precedenza
era stato riferito che la Marvel Studios sta pianificando un
quinto film su Thor, ma Hemsworth ha scelto con cura le parole
quando la BBC gli ha chiesto se
Avengers: Doomsday preparerà effettivamente il
terreno per un’altra avventura solitaria.
“Non lo so. Vedremo dove porterà
Avengers: Doomsday“, ha detto l’attore. ”Stiamo in qualche
modo svelando tutto questo mentre parliamo e cercando di capire
dove andrà ciascuno di questi personaggi“. Riguardo a com’è
stato lavorare al prossimo film corale, Hemsworth ha detto a Etalk:
“Quando ci siamo separati dopo l’ultimo film, non sapevamo se
lo avremmo rifatto, ed eccoci qui. Alcuni dei vecchi membri del
cast, come me, e poi molti nuovi arrivati”.
Diretto da Brian De
Palma, il film
Scarface del 1983 è a sua volta un remake di un film del
1932, basato sull’omonimo romanzo del 1930. In esso si segue
Tony Montana, interpretato da Al Pacino, un immigrato cubano che
diventa un famigerato trafficante di droga a Miami mentre combatte
la propria tossicodipendenza. Il film è uscito con recensioni
piuttosto tiepide, ma da allora è diventato un classico del cinema
poliziesco.
In una recente intervista con
Deadline, Danny
Ramirez e Tom Culliver hanno rivelato che
stanno sviluppando una nuova versione modernizzata di
Scarface attraverso la loro società di produzione,
Pinstripes. Ramirez, noto soprattutto per aver interpretato Joaquin
Torres/Falcon nell’MCU, interpreterà Montana nel film.
“Uno dei diritti di proprietà intellettuale più importanti che
stiamo adattando al momento è Scarface. Ovviamente, Danny
interpreterà il protagonista. Vogliamo modernizzarlo, adattando il
romanzo originale“, afferma Culliver.
“Lo stiamo sviluppando in modo
indipendente; abbiamo già alcuni finanziamenti per lo sviluppo.
Ovviamente, c’è l’eredità di Pacino degli anni ’80 e poi il film
originale del 1932, ma penso che sia giunto il momento di
modernizzarlo, e avere qualcuno come Danny nel ruolo principale è
davvero emozionante”. “Svilupperemo la nostra proprietà
intellettuale, ma cercheremo anche partner che abbiano proprietà
intellettuali interessanti e che vogliano collaborare con noi come
creativi. Ma ci sono anche alcuni progetti che stiamo sviluppando
da soli, con i nostri modesti fondi”, aggiunge Ramirez.
Culliver e Ramirez sottolineano
anche che la loro versione di Scarface presenterà alcune modifiche.
Anche se il duo non entra nei dettagli, Ramirez afferma che una
versione aggiornata dell’epopea criminale potrebbe essere piuttosto
rilevante nel 2025. “Penso che, per quanto riguarda la
proprietà intellettuale, sia importante non impegnarci in qualcosa
se non abbiamo un approccio totalmente unico e innovativo. Non si
vuole fare qualcosa solo per il gusto di rifare qualcosa. Non lo
faremo in modo codardo; abbiamo qualcosa da dire con questo
materiale”.
“Negli ultimi 20 anni se ne sono
viste troppe di queste cose, di rifacimenti fatti solo perché si
può attingere a un pubblico già costruito dall’IP. Bisogna avere
una nuova storia da raccontare al suo interno”, afferma
Culliver. “Scarface, per noi, è il ruolo che abbiamo sempre
sognato di interpretare, ma anche di sviluppare in un modo che io
possa comprendere. Penso che nel 2025 sarà più attuale che mai.
Ecco perché siamo entusiasti di intraprendere questa sfida”,
aggiunge Ramirez.
Da tempo si parla di un remake
di Scarface
La Universal Pictures era stata
precedentemente coinvolta nello sviluppo di un reboot di
Scarface, con il regista di Challengers
(2024) Luca Guadagnino che si era unito al
progetto nel 2020. Guadagnino ha poi rivelato nel 2023 che non
stava più lavorando al reboot, senza fornire dettagli sul motivo
per cui il progetto fosse fallito. Evidentemente, però, questo ha
lasciato la porta aperta a Ramirez e Culliver per lavorare alla
loro versione del film poliziesco con Pacino.
Va notato che il fatto che un
progetto sia in fase di sviluppo non garantisce che verrà
realizzato, e Culliver sottolinea che il finanziamento ottenuto è
per lo sviluppo, non per la produzione. Se la versione di Scarface
di Pinstripes dovesse vedere la luce, sembra che il pubblico potrà
aspettarsi alcuni aggiornamenti rispetto alle versioni del 1983 e
del 1932. Sia Ramirez che Culliver chiariscono che perseguirebbero
l’IP esistente solo se sentissero di avere una loro visione unica
del materiale. Il loro Scarface, quindi, potrebbe
risultare fresco e nuovo.
Resta da vedere come Ramirez e
Culliver modernizzeranno Scarface e gli daranno il
loro tocco personale, ma utilizzare lo status di Tony Montana come
immigrato cubano potrebbe essere un modo per esplorare tematiche
moderne. Il film è ancora in fase di sviluppo, quindi ci vorranno
ancora diversi anni prima che possa vedere la luce.