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Spider-Man: Brand New Day: la storia di MJ sostituisce Peter Parker della trilogia originale in un aspetto fondamentale

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Il ritorno di Peter Parker nell’Universo Cinematografico Marvel porterà con sé molti cambiamenti quest’estate. Tom Holland torna nella timeline dell’MCU dopo cinque anni, in seguito al finale sconvolgente di Spider-Man: No Way Home del 2021. Dopo che l’incantesimo del Dottor Strange ha fatto dimenticare a tutti chi fosse Peter, l’Uomo Ragno ora vive in un mondo in cui è solo.

Durante la conferenza stampa di Spider-Man: Brand New Day, Zendaya ha approfondito il nuovo capitolo di MJ nel prossimo film della Fase 6. Ha spiegato come “nei film precedenti, MJ era sempre la pessimista, mentre Peter era sempre l’ottimista. Ed è interessante vedere questo ribaltamento. Sai, ora che è solo, ha in un certo senso adottato la sua negatività, e lei ha adottato la sua positività senza nemmeno saperlo. Quindi è chiaro che c’è ancora qualcosa tra loro.”

I trailer hanno mostrato che sia MJ che Ned stanno costruendo le loro vite all’inizio della storia di Spider-Man: Brand New Day, nonostante non ricordino più Peter. Jacob Batalon, che interpreta Ned, ha dichiarato nella stessa occasione: “Sì, credo che sfortunatamente per Peter, Ned e MJ vivano vite davvero piene e appaganti”.

Tuttavia, Ned e MJ percepiscono che manca qualcosa, come ha spiegato Batalon: “Sì, ma credo che ci sia anche una sorta di velo, la sensazione che manchi qualcosa. E credo che, per Ned, il localizzatore di Spider-Man sia un po’ il suo modo di trovare quell’anello mancante tra loro e Spider-Man”. In precedenza, Holland aveva anticipato che “Nessuno si ricorda che Spider-Man è Peter Parker, tranne una persona”, ma resta da vedere chi sia questa persona.

Zendaya e Batalon sono solo due dei tanti volti noti nel cast di Spider-Man: Brand New Day, dove Jon Bernthal e Mark Ruffalo interpreteranno rispettivamente il Punitore e Bruce Banner, alias Hulk. Dopo il suo debutto in Homecoming, Michael Mando avrà finalmente l’occasione di vestire i panni dello Scorpione.

Dopo il successo di Stranger Things, Sadie Sink entra a far parte dell’MCU con un ruolo misterioso di grande rilievo che debutterà in Spider-Man: Brand New Day. Questo segna anche una reunion con il regista del film, Destin Daniel Cretton, con cui aveva già lavorato in The Glass Castle nel 2017.

Jake Johnson sulle nuove sequenze di Spider-Man: Beyond the Spider-Verse: “Credo valga sempre la pena aspettare”

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Jake Johnson, uno degli attori protagonisti di Spider-Man: Beyond the Spider-Verse della Sony lascia intendere che l’elemento che ha reso il primo film così rivoluzionario raggiungerà un livello completamente nuovo.

La trilogia animata incompiuta di Spider-Verse segue il viaggio di Miles Morales (Shameik Moore) per diventare Spider-Man e trovare amici e alleati in altre versioni di Spider-Man provenienti da diversi universi dello “Spider-Verse”. Sono passati tre anni dall’uscita di Spider-Man: Across the Spider-Verse, ma Jake Johnson promette che le prossime sequenze animate varranno l’attesa.

“Penso che la gente dovrebbe essere entusiasta di ciò che sarà il film. Da tutto ciò che ho visto e registrato – è successo nel primo, è successo nel secondo – è così bello e così interessante”, ha detto Johnson in un’intervista con Ash Crossan di ScreenRant per The Dink. Johnson presta la voce a Peter B. Parker nei film di Spider-Verse, il mentore inizialmente riluttante e poco entusiasmante di Miles.

“Dopo il colpo di scena dell’ultimo film, cosa non vedi l’ora che il pubblico veda?”, ha chiesto Crossan. Oltre ai commenti precedenti, Johnson ha risposto: “Le sequenze sono talmente ben congegnate che credo valga sempre la pena aspettare. Il lavoro di quel team vale il prezzo del biglietto e, come sempre, sono orgoglioso di farne parte”.

Il finale di Spider-Man: Across the Spider-Verse vede Miles atterrare accidentalmente su Terra-42, dove suo zio Aaron (Mahershala Ali) è ancora vivo, ma Miles stesso è diventato Prowler. Nel frattempo, Gwen Stacy (Hailee Steinfeld) raduna vecchi e nuovi amici per trovare Miles. Miles si trova anche a dover affrontare il dilemma della morte di suo padre, considerata un “evento canonico”: se lo salvasse, il suo universo d’origine andrebbe in frantumi.

Spider-Man: Into the Spider-Verse del 2018 ha dato il via a una nuova, elettrizzante interpretazione del franchise di Spider-Man, realizzata con una spettacolare animazione 3D stilizzata. Il film (e il suo sequel del 2023) vede anche Brian Tyree Henry e Luna Lauren Velez dare la voce ai genitori di Miles, mentre Across the Spider-Verse accoglie nel cast Oscar Isaac, Daniel Kaluuya, Issa Rae, Karan Soni e altri.

Non sorprende che Into the Spider-Verse abbia vinto l’Oscar come miglior film d’animazione (il sequel avrebbe perso contro The Boy and the Heron) e molti altri premi. Spider-Man: Beyond the Spider-Verse ha subito notevoli ritardi dall’uscita nelle sale del suo predecessore, a causa del lungo processo di animazione e di alcune revisioni alla storia, ma ora è stata confermata la data di uscita per il 2027.

Negli anni successivi, tuttavia, Sony Pictures Animation ha continuato ad affermarsi come il nuovo studio di riferimento per i film d’animazione, soprattutto grazie all’enorme successo di KPop Demon Hunters la scorsa estate (distribuito da Netflix). È in lavorazione anche KPop Demon Hunters 2, che si preannuncia come il secondo grande successo di Sony nel mondo dell’animazione. Le dichiarazioni di Johnson, però, ci assicurano che per Spider-Man l’esperienza cinematografica adrenalinica non accenna a diminuire.

Clayface: il trailer del nuovo film DC

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Clayface: il trailer del nuovo film DC

James Gunn ha condiviso su Instagram il nuovo trailer di Clayface, il prossimo capitolo del suo DCU, diretto da James Watkins, con Tom Rhys Harries nel ruolo del celebre villain di Gotham City che dà il titolo al film.

Clayface racconta la terrificante discesa di un uomo, da astro nascente di Hollywood a mostro assetato di vendetta, in una storia che esplora la perdita di identità e umanità, l’amore corrosivo e il lato oscuro dell’ambizione scientifica.

Il film vede nel cast anche Naomi Ackie, David Dencik, Max Minghella ed Eddie Marsan, insieme a Nancy Carroll e Joshua James.

James Watkins dirige da una sceneggiatura di Mike Flanagan e Hossein Amini, da un soggetto di Flanagan, basato sui personaggi DC. Il film è prodotto da Matt Reeves, Lynn Harris, James Gunn e Peter Safran, con Michael E. Uslan, Rafi Crohn, Paul Ritchie, Chantal Nong Vo e Lars P. Winther come produttori esecutivi.

Il team creativo di Watkins include il direttore della fotografia Rob Hardy, lo scenografo James Price, il montatore Jon Harris, il supervisore agli effetti visivi Angus Bickerton, il costumista Keith Madden e la direttrice del casting Lucy Bevan.

DC Studios presenta, in associazione con Domain Entertainment, una produzione 6th & Idaho, un film di James Watkins: “Clayface”. Al cinema dal 22 ottobre 2026 distribuito da Warner Bros. Pictures.

Avengers: Doomsday, il trailer batte record storici: Doctor Doom guida il nuovo evento Marvel

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Il trailer di Avengers: Doomsday ha conquistato il pubblico globale con un debutto da record, confermando che il prossimo film dei Marvel Studios è ancora uno degli appuntamenti cinematografici più attesi. La presenza di Robert Downey Jr. nei panni di Doctor Doom e lo scontro con gli Avengers, i Fantastici Quattro e gli X-Men hanno riportato l’attenzione sul futuro del Marvel Cinematic Universe.

Secondo quanto riportato da Variety, il primo trailer di Avengers: Doomsday ha raggiunto 503 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore, diventando il secondo miglior lancio nella storia del cinema dietro solo a Spider-Man: Brand New Day, che aveva totalizzato 703 milioni di visualizzazioni nello stesso arco di tempo. Per Disney e Marvel Studios si tratta comunque del trailer più visto di sempre, superando anche il teaser del Super Bowl di Deadpool & Wolverine, fermo a 365 milioni di visualizzazioni.

Il risultato rappresenta un segnale importante per il futuro del MCU. Dopo anni caratterizzati da risultati alterni al cinema e da una percezione più divisiva tra i fan, l’arrivo di Doctor Doom come nuova minaccia centrale della Saga del Multiverso sembra aver riacceso l’interesse del pubblico. Avengers: Doomsday non viene quindi percepito soltanto come un nuovo capitolo degli Avengers, ma come un possibile punto di svolta capace di ridefinire l’intero universo narrativo Marvel.

Doctor Doom e il Multiverso aprono una nuova fase per gli Avengers

Il primo trailer di Avengers: Doomsday ha mostrato alcuni elementi chiave della nuova guerra che coinvolgerà gli eroi Marvel. Al centro della storia ci sarà Victor Von Doom, interpretato da Robert Downey Jr., una scelta che ha immediatamente generato discussioni per il legame storico dell’attore con il ruolo di Tony Stark/Iron Man.

La Marvel non ha ancora rivelato quale sarà realmente il piano di Doom, ma il personaggio sembra destinato a ricoprire un ruolo molto più complesso rispetto al classico villain. Nei fumetti, infatti, Victor Von Doom non è soltanto un conquistatore: è un genio scientifico, un sovrano ossessionato dal controllo e una figura capace di alternare ambizioni personali e tentativi di proteggere il proprio mondo.

Il film riunirà diversi angoli dell’universo Marvel: gli Avengers, i Fantastici Quattro, Wakanda e gli X-Men provenienti dall’universo Fox. Una combinazione che conferma come Avengers: Doomsday rappresenti il vero punto di convergenza della Saga del Multiverso iniziata con Loki, Spider-Man: No Way Home e Doctor Strange nel Multiverso della Follia.

La grande domanda riguarda proprio il ruolo di Doom nel futuro del MCU. Se Infinity War aveva costruito la sua tensione sulla minaccia cosmica di Thanos, Doomsday sembra puntare su un antagonista più strategico e politico, capace di manipolare realtà e alleanze. Il film potrebbe quindi segnare il passaggio da una fase dominata dalle Gemme dell’Infinito a una narrativa incentrata sulle collisioni tra universi.

L’appuntamento sarà solo il primo capitolo di un arco più ampio: i fratelli Anthony e Joe Russo torneranno infatti anche per Avengers: Secret Wars, previsto come conclusione della Fase 6 e della Saga del Multiverso nel 2027. Dopo Doomsday, personaggi come i Fantastici Quattro, Black Panther e Shang-Chi avranno un ruolo fondamentale nel capitolo finale.

Resta inoltre aperta la possibilità di ulteriori ritorni dal passato Marvel. Il tema del multiverso permette infatti ai Marvel Studios di coinvolgere versioni alternative di personaggi già conosciuti, alimentando le aspettative per eventuali apparizioni legate agli universi Fox o a precedenti incarnazioni cinematografiche degli eroi.

Cosa sappiamo di Avengers: Doomsday

Avengers: Doomsday e Avengers: Secret Wars arriveranno in sala rispettivamente il 18 dicembre 2026, e il 17 dicembre 2027. Entrambi i film saranno diretti da Joe e Anthony Russo, che tornano anche nel MCU dopo aver diretto Captain America: The Winter Soldier, Captain America: Civil War, Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame.

La sinossi ufficiale conferma il ritorno di Robert Downey Jr. all’interno dell’universo Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al momento sotto riserbo. Stephen McFeely e Michael Waldron risultano accreditati come sceneggiatori.

Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi attori degli X-Men dell’era Fox-Marvel.

Sono confermati nel cast del film (per ora): Paul Rudd (Ant-Man), Simu Liu (Shang-Chi), Tom Hiddleston (Loki), Lewis Pullman (Bob/Sentry), Florence Pugh (Yelena), Danny Ramirez (Falcon), Ian McKellen (Magneto), Sebastian Stan (Bucky), Winston Duke (M’Baku), Chris Hemsworth (Thor), Kelsey Grammer Bestia), James Marsden (Ciclope), Channing Tatum (Gambit), Wyatt Russell (U.S. Agent), Vanessa Kirby (Sue Storm), Rebecca Romijn (Mystica), Patrick Stewart (Professor X), Alan Cumming (Nightcrawler), Letitia Wright (Black Panther), Tenoch Huerta Mejia (Namor), Pedro Pascal (Reed Richards), Hannah John-Kamen (Ghost), Joseph Quinn (Johnny Storm), David Harbour (Red Guardian), Robert Downey Jr. (Dottor Destino), Ebon Moss-Bachrach (La Cosa), Anthony Mackie (Captain America) e Chris Evans (Steve Rogers).

Star Wars: Starfighter sarà un nuovo inizio per la saga: “Non serve aver visto gli altri film”

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Star Wars: Starfighter punta a riportare la saga alle sue origini. Il nuovo film diretto da Shawn Levy e interpretato da Ryan Gosling sarà pensato come un’avventura autonoma, accessibile anche a chi non ha mai visto un capitolo di Star Wars.

A rivelarlo è stato lo sceneggiatore Jonathan Tropper, che in un’intervista a The Playlist ha spiegato la filosofia alla base del progetto, in arrivo nelle sale a maggio 2027.

Un ritorno allo spirito del 1977

Secondo Tropper, lui e Levy hanno voluto ricreare la stessa sensazione provata da bambini davanti al primo Star Wars di George Lucas. “L’obiettivo, fin dall’inizio, era ricreare la sensazione che abbiamo provato da bambini guardando Star Wars nel 1977. Quel senso di avventura spavalda verso mondi inesplorati era fondamentale per noi.”

Lo sceneggiatore ha inoltre chiarito che Starfighter non richiederà alcuna conoscenza del vasto universo narrativo costruito negli ultimi anni. “Non ci sono barriere all’ingresso. Non è necessario aver visto gli altri film di Star Wars per godersi questo.”

Un cambio di strategia per Lucasfilm

Le dichiarazioni di Tropper segnano un cambio di direzione per la saga. Negli ultimi anni molti film e serie, da The Mandalorian ad Ahsoka, passando per Obi-Wan Kenobi, Andor e gli ultimi capitoli cinematografici, hanno costruito una continuity sempre più intrecciata.

Con Star Wars: Starfighter, Lucasfilm sembra invece voler proporre una storia completamente fruibile anche dal pubblico generalista, senza la necessità di conoscere decenni di lore.

Ryan Gosling protagonista

Il film rappresenterà il debutto di Ryan Gosling nell’universo di Star Wars. Nel cast figurano anche: Matt Smith, Mia Goth, Amy Adams, Aaron Pierre, Simon Bird, Daniel Ings e Jamael Westman.

Tropper, che ha già collaborato con Shawn Levy in The Adam Project, Kodachrome e This Is Where I Leave You, ha elogiato il lavoro del regista e del protagonista. “Shawn ha fatto un lavoro incredibile. Ryan Gosling è straordinario. Mancano ancora dieci mesi all’uscita e non vedo l’ora che il pubblico possa finalmente vedere questo film.” Star Wars: Starfighter arriverà nelle sale a maggio 2027 e promette di riportare la saga allo spirito di meraviglia e avventura che rese il film originale del 1977 un fenomeno mondiale.

Il finale di House of the Dragon non sarà una delusione come quello di Game of Thrones

La terza stagione di House of the Dragon si avvia alla conclusione, il che significa che ci resterà solo un’altra stagione di guerre tra Targaryen, ma è già chiaro che il finale di HOTD non sarà un’altra delusione per il pubblico in stile Game of Thrones.

Pur essendo un prequel ambientato nello stesso universo, con una produzione, uno stile artistico, una sceneggiatura e delle tematiche simili, House of the Dragon è riuscita a ritagliarsi uno spazio unico all’interno del più ampio mondo di A Song of Ice and Fire. Basandosi su una trama che si sviluppa su più generazioni, House of the Dragon ha sacrificato un inizio esplosivo per un lento studio dei personaggi.

Sebbene questo possa aver frustrato i fan in alcuni momenti delle prime due stagioni, ha creato una solida base per lanciare la storia nella terza e quarta stagione, dove gli eserciti si sono ammassati e la posta in gioco è salita a livelli vertiginosi. Questa narrazione lenta e precisa ha garantito che la stagione finale di HOTD sarà davvero avvincente.

È una preoccupazione che chiunque abbia seguito gli adattamenti di George R.R. Martin dal 2011 ad oggi avrà avuto prima di iniziare House of the Dragon. L’ultima stagione di Game of Thrones ha smorzato l’entusiasmo di un’intera schiera di fan, ma sembra che House of the Dragon si stia dirigendo verso qualcosa di più grandioso e decisamente più appagante.

Game of Thrones ha iniziato a vacillare ben prima della sua ultima stagione, ma House of the Dragon sta diventando sempre più forte

La debolezza dell’ultima stagione di Game of Thrones non è arrivata all’improvviso. Le crepe nella serie hanno iniziato a manifestarsi molto prima che la battaglia di Grande Inverno venisse girata, risultando quasi inguardabile. Le prime quattro stagioni di GOT erano praticamente inattaccabili, ma è nella quinta stagione che sono iniziate le decisioni più discutibili.

La sesta stagione ha rappresentato un netto miglioramento, sebbene sembri essere stata salvata principalmente da episodi di grande impatto e sequenze cruciali e ricche di colpi di scena che hanno dato slancio alla serie. La settima stagione è stata una delusione fin da quando è stato annunciato che sarebbe stata più corta di tre episodi rispetto al solito.

I problemi dell’ultima stagione di Game of Thrones non sono stati dovuti a decisioni affrettate o errori grossolani; sono stati il ​​risultato di problemi strutturali che hanno iniziato a manifestarsi ben prima del 2019. House of the Dragon non presenta questi problemi strutturali e, anzi, si è impegnata a fondo per evitare che la storia si insinuasse in nuovi difetti.

Conosciamo a fondo ogni personaggio di House of the Dragon. Sappiamo di cosa sono capaci e come sono cambiati nel tempo. È una familiarità che ci permette di iniziare a tifare per Aegon II (Tom Glynn-Carney) e a preoccuparci per Rhaenyra (Emma D’Arcy), e rende i loro cambiamenti di personalità più comprensibili e coerenti con lo sviluppo della trama.

House of the Dragon ha tutto il materiale di partenza necessario per un finale avvincente

Molti dei problemi delle stagioni finali di Game of Thrones sono stati causati dalla mancanza di materiale di partenza per gli showrunner, che non avevano a disposizione gli elementi necessari per concludere quella che stava diventando una storia enorme. All’inizio della quinta stagione, D.B. Weiss e David Benioff stavano esaurendo i romanzi pubblicati di A Song of Ice and Fire. Nella sesta stagione, lavoravano quasi esclusivamente sulla base delle linee guida fornite da Martin.

Il materiale di partenza per House of the Dragon, invece, è completo. Fire & Blood potrebbe essere solo la prima parte di una miniserie in due parti, ma tutto ciò che accadrà in House of the Dragon è già presente nella prima parte di Fire & Blood. Questo garantisce che non ci saranno incognite quando arriverà la quarta stagione.

Rhaenyra commette lo stesso errore fatale di Robb Stark in Game of Thrones?

Rhaenyra si trova in una situazione davvero difficile in House of the Dragon – Stagione 3 episodio 5, e i suoi errori sono destinati ad avere conseguenze che dureranno per centinaia di anni. Questo episodio della serie prequel di Game of Thrones segue la regina Targaryen mentre continua a perdere il controllo della corona. Non ci sono soldi, i Mantelli d’Oro vengono trovati morti e Aemond e Vhagar sono ancora dispersi. Rhaenyra è, come dice lei stessa, “sommersa da dilemmi e mancanze“, e in questo episodio si trova ad affrontare un altro problema.

A un certo punto dell’episodio, Rhaenyra è in disaccordo con Sabitha Frey, la moglie di Lord Forrest Frey. In precedenza, nella serie, Jace aveva stretto un patto con i Frey, promettendo loro Harrenhal se avessero garantito alle forze dei Neri un passaggio sicuro attraverso le Torri Gemelle. Sabitha e suo marito hanno mantenuto la promessa, e Ser Roderick Dustin e i suoi Lupi d’Inverno sono riusciti ad attraversare sani e salvi il Forca Verde del Tridente. Il problema è che Jace è morto e Rhaenyra ha promesso Harrenhal a chiunque ucciderà Aemond Targaryen.

Nell’episodio 5 della terza stagione di House of the Dragon, è chiaro che Sabitha non è affatto contenta delle promesse non mantenute da Rhaenyra. Sebbene le sia stato offerto un posto nel Consiglio della Regina, questo non le basta. Sabitha si aspetta che la corona paghi i suoi debiti e si risente del fatto che Harrenhal possa finire nelle mani di qualche cavaliere errante che riesca a rintracciare Aemond. Rhaenyra, tuttavia, non presta molta attenzione a questa Dama delle Torri Gemelle, affermando con noncuranza che Sabitha è libera di dare la caccia ad Aemond e Vhagar da sola. Poi, quando Sabitha si fa un po’ troppo aggressiva, Rhaenyra la zittisce con uno sguardo.

Sabitha, a malincuore, lascia perdere e accetta il suo posto nel consiglio di Rhaenyra, ma il suo risentimento non è svanito nel nulla. Ciò che rende la vicenda particolarmente interessante è il fatto che la promessa non mantenuta da Rhaenyra Targaryen a Sabitha Frey è molto simile al tradimento di Rob Stark nei confronti di Walder Frey ne Il Trono di Spade. In entrambi i casi, i Frey permisero a un esercito reale di attraversare le Torri Gemelle e, in entrambi i casi, non ottennero ciò che era stato loro promesso.

Le Nozze Rosse furono uno dei momenti più scioccanti de Il Trono di Spade, ma House of the Dragon ha aggiunto un ulteriore livello di contesto. Tutto ebbe inizio quando Lord Walder Frey acconsentì a dare a Rob Stark il passaggio attraverso le Torri Gemelle, ma solo a condizione che il Re del Nord accettasse di sposare sua figlia. Rob accettò l’accordo e ottenne un vantaggio significativo per la guerra imminente. Tuttavia, Rob finì per innamorarsi di un’altra donna (Talisa nella serie, Jeyne nei libri) e, invece di mantenere la promessa di sposare la ragazza Frey, fuggì e si sposò.

Il vecchio Walder Frey non prese bene questo tradimento. Così, si alleò con i Lannister e i Bolton per far massacrare Rob, la sua famiglia e i suoi soldati durante un matrimonio dei Frey. Certo, ci sono pochi personaggi di Game of Thrones meno simpatici di Walder Frey, ma il fatto che i suoi antenati si fossero trovati in una situazione molto simile un paio di secoli prima è piuttosto significativo.

Le Torri Gemelle sono strategicamente molto preziose e i Frey ne approfittano appieno. Sono tutt’altro che caritatevoli e si aspettano un pagamento da chiunque utilizzi il loro singolare ponte. È interessante pensare a quante volte, tra questi due eventi, le varie Casate di Westeros abbiano fatto promesse ai Frey in cambio del passaggio, senza mai mantenerle. Rhaenyra si è appena fatta un nemico subdolo in House of the Dragon, e anche se non sarà lei a subirne le conseguenze, i futuri aspiranti sovrani sì.

Giornate degli Autori 2026: presentata la 23° edizione nel ricordo di Giorgio Gosetti

Sarà un’edizione particolare di Giornate degli Autori, la 23esima, dal 2 al 12 settembre al Lido di Venezia. Per la prima volta, da quando è stata fondata da lui stesso, le GdA si svolgeranno senza Giorgio Gosetti, scomparso improvvisamente a marzo scorso.  Giorgio è stato fondatore di questa sezione nel lontano 2004 e per 23 anni ne ha ininterrottamente animato e rinnovato lo spirito, unendo e motivando professionalità che l’hanno resa una realtà festivaliera riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

E’ così che questa edizione si presenta al ritmo di un incoraggiamento, quel “non mollate!” che Gosetti rivolgeva ai suoi collaboratori nel corso degli ultimi giorni di festival. 

“Ci sono temporali che si abbattono sulla Laguna, violenti e inaspettati: squarciano i tetti delle case, abbattono gli alberi, travolgono gli argini e lasciano ferite profonde sulle rive.” È quanto dichiara Francesco Ranieri Martinotti, presidente dell’associazione Culturale Giornate degli Autori “Quello che il 6 marzo di quest’anno ha colpito la comunità delle Giornate degli Autori, con la perdita di Giorgio Gosetti, è stato uno di questi. Preparando la ventitreesima edizione, in questi mesi abbiamo pensato costantemente a lui. È stato la nostra bussola, per non perdere la rotta e continuare il suo lavoro con la stessa determinazione, la stessa saggezza e la stessa grazia. Abbiamo contato sulla coesione del gruppo di lavoro, sul senso di responsabilità di tutti i componenti dell’Associazione Giornate degli Autori e sulla navigata esperienza del nostro presidente onorario, Roberto Barzanti. Crediamo di esserci rialzati e siamo certi che, grazie a Gaia Furrer, direttrice artistica cresciuta alla scuola di Giorgio Gosetti, l’edizione che a lui dedicheremo sarà, prima di tutto, la sua edizione.”

“Questa edizione porta con sé un vuoto e una gratitudine profondi”, dichiara la direttrice artistica Gaia Furrer“A Giorgio dobbiamo l’idea stessa di questo spazio libero, la sua capacità di credere nei nuovi linguaggi del cinema, la sua ostinazione affettuosa nel costruire, anno dopo anno, una comunità di autrici, autori e spettatori. Le Giornate di quest’anno nascono dal desiderio di onorare questa eredità continuando a fare ciò che Giorgio ci ha insegnato: cercare, scoprire, sbagliare, appassionarci, dare fiducia al cinema e a chi lo rende possibile.”

La XXIII edizione delle Giornate degli Autori, promossa da ANAC e 100autori, si svolgerà nell’ambito della 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dal 2 al 12 settembre 2026 ed è resa possibile grazie alla fondamentale collaborazione con La Biennale di Venezia e al sostegno della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura e di SIAE, che oltre ad assegnare come di consueto il Premio Andrea Purgatori alla Carriera e il Premio al talento creativo, da quest’anno è Main Sponsor della manifestazione, nonché promotrice di diverse iniziative condivise che proseguiranno anche dopo Venezia. Si rinnova anche nel 2026 la splendida collaborazione con Miu Miu incarnata dal progetto Miu Miu Women’s Tales mentre si inaugura la partnership con Laser Film. Al fianco delle Giornate, poi, tanti storici Partner a ognuno dei quali si legano specifiche progettualità; in un anno particolare come questo, desideriamo ringraziarli tutti: gli Institutional Partner Europa CinemasIULMRegione del VenetoVeneto Film Commission e Writers Guild Italia; i Media Partner Cinecittà NewsCineuropaFREDCinematografoTaxi DriversMYmovies; i Technical Partner Sub-TiFrameL’eco della stampaInfinity Road Pictures e L’image. Un ringraziamento speciale va anche ai membri dell’Associazione Giornate degli Autori e del Consiglio Direttivo, che accompagnano con passione e generosità la linea editoriale della sezione; al magnifico staff che ogni anno con passione e abnegazione rende possibile questa manifestazione unica; agli studenti provenienti da Bari, Roma, Bologna, Milano e Venezia che condividono con noi il lavoro e l’esperienza della Mostra del Cinema; all’AFIC, di cui le Giornate sono membro fondatore.

Dalle 1.036 submission provenienti da 114 Paesi ha preso vita la selezione di quest’anno, che consta di 25 anteprime mondiali di cui 14 dirette da donne e 13 di nazionalità italiana: 10 film in concorso1 film di chiusura fuori concorso5 eventi speciali e la selezione dei titoli di Notti Veneziane, realizzate in accordo con Isola Edipo.

La selezione 2026 conferma la vocazione internazionale della sezione attraversando territori, generazioni e tradizioni cinematografiche differenti: dall’Australia alla Svizzera, dalla Serbia al Messico, dall’Argentina alla Nigeria, che entra per la prima volta nel concorso delle Giornate degli Autori, ampliando ulteriormente la pluralità degli sguardi che da sempre caratterizza la sezione. Unico titolo italiano in concorso è Balcanica di Nicola Sorcinelli.

A premiare il miglior film del concorso con il GdA Director’s Award, riconoscimento di 20.000 euro destinato al/alla regista e al distributore internazionale, sarà una giuria interamente femminile composta dalla regista spagnola Carla Simón, dalla regista e montatrice italiana Sara Fgaier e da Hania Mroué, direttrice di Metropolis, storica sala d’essai di Beirut e punto di riferimento della cultura cinematografica libanese. Come sempre, saranno gli spettatori della Sala Perla ad assegnare il Premio del Pubblico tra i film della selezione ufficiale mentre la giuria di Europa Cinemas sceglierà il vincitore del Label tra i film europei delle Giornate degli Autori.

La 23a edizione segna il ritorno di due registe particolarmente legate alla storia delle Giornate: Lili Horvát, già in concorso nel 2020 con Preparativi per stare insieme per un periodo indefinito di tempo, firma il film d’apertura del concorso di quest’anno, My Notes on Mars, sua prima opera in lingua inglese, interpretato da Mackenzie Davis e Rupert Friend; Roberta Torre, dopo il successo di Le favolose (2022), torna alla Mostra con Scarpe rotte, interpretato da Barbara Ronchi, aprendo il percorso dedicato al cinema italiano contemporaneo delle Notti Veneziane.

Accanto alle nuove scoperte trovano spazio autori dalla lunga esperienza internazionale come Robert Guédiguian con Une femme aujourd’hui, confermando uno dei tratti distintivi delle Giornate degli Autori: creare un dialogo tra chi sta iniziando il proprio percorso e chi continua, nel tempo, a reinventare il proprio sguardo.

La ricchezza della selezione di quest’anno emerge anche dalla varietà delle forme narrative: fantascienza sentimentale, documentario di ricerca, cinema storico, melodramma familiare, western anti-eroico, commedia musicale e opere che attraversano liberamente i confini tra documentario e finzione, autobiografia e invenzione. Un mosaico di linguaggi che racconta la vitalità del cinema contemporaneo e la sua capacità di trasformarsi insieme al mondo.

Le Giornate rendono inoltre omaggio a tre grandi figure della cultura italiana del Novecento: Carla Lonzi, protagonista del femminismo italiano; Natalia Ginzburg, tra le più importanti scrittrici del secolo scorso; Fernanda Wittgens, prima donna alla guida della Pinacoteca di Brera. Tre personalità diverse, unite dalla capacità di trasformare il proprio tempo attraverso il pensiero, la cultura e l’azione.

Altrettanto significative le due registe che firmano i cortometraggi del progetto Miu Miu Women’s Tales di quest’anno, presentati in Sala Perla: Claire Denis e Mona Fastvold. La collaborazione con Miu Miu, giunta al suo quindicesimo anno, darà poi forma alle consuete Conversazioni presso lo Spazio della Regione del Veneto / Veneto Film Commission, che vedranno talentuose protagoniste di fama mondiale confrontarsi sul tema della creatività al femminile nel cinema contemporaneo.

Ed è sempre un’artista internazionale a firmare l’immagine ufficiale della XXIII edizione delle Giornate degli Autori, che quest’anno celebra la meraviglia dell’ordinario: si tratta della fotografa giapponese Rinko Kawauchi, con all’attivo esposizioni in gallerie di tutto il mondo tra cui Fondation Cartier e Fondazione Sozzani a Parigi, The Photographers’ Gallery a Londra, la Tokyo Opera City Art Gallery e le sedi dei musei Fotografiska di Stoccolma, Tallin, Berlino e Shanghai.

La selezione ufficiale porterà invece direttamente a Venezia numerose protagoniste e protagonisti del cinema internazionale e italiano tra cui: Mia WasikowskaMatilda De AngelisLuigi Lo CascioSara DragoRaphaël ThiéryGiorgio ColangeliFrancesca ArchibugiAriane AscarideJean-Pierre DarroussinGérard MeylanLaura CitarellaSuzanne LindonKim GordonKarin Viard e Catherine Deneuve, con le ultime due protagoniste del film di chiusuraPeau d’homme, diretto da Léa Domenach.

Anche e soprattutto quest’anno la Casa degli Autori e la Sala Laguna (via Pietro Buratti, 1) saranno il cuore pulsante della manifestazione: un luogo di incontro tra film, autori, pubblico e professionisti, confermando la vocazione delle Giornate a essere non soltanto una selezione cinematografica ma una comunità aperta al dialogo e dibattito.

Torna dopo il successo delle scorse edizioni #confronti, lo spazio di parola e visione in cui si raccolgono provocazioni, riflessioni, storie e racconti legati alla realtà italiana, in un ricco percorso quotidiano costruito assieme alle associazioni degli Autori, SIAE e Isola Edipo. Quattro le opere filmiche che accompagneranno momenti di parola legati a temi di attualità – Fame d’aria di Giuseppe Bonito, I Nisidiani di Riccardo Brun, Mare mosso di Roberto Cimpanelli e Waiting for Ken Loach di Simone Amendola – e moltissimi gli incontri di un calendario ancora in costruzione. Tra quelli confermati: la quarta edizione de La Déclaration des Cinéastes, riflessione assieme ai protagonisti nazionali e internazionali dello scenario cinematografico sulle sorti dell’audiovisivo all’interno del contesto sociopolitico contemporaneo; un appuntamento dedicato alle colonne sonore e targato ACMF – Associazione Compositori Musica per Film, presieduta da Pivio, con gli autori delle musiche dei film delle Giornate 2026; una masterclass a cura di Luca Siano e in collaborazione con Ferrara La Città del Cinema e Archivio Sandro Simeoni dedicata allo straordinario lavoro del pittore, illustratore e cartellonista Carlantonio Longi; la seconda edizione di Africa Chiama, conferenza sui progetti italiani e africani nel campo della formazione accademica ai linguaggi dell’audiovisivo; un nuovo momento di confronto dedicato alla parità di genere a sostegno del lavoro di autori e autrici; il consueto appuntamento con gli studenti del progetto Cinema, Storia & Società: dentro l’immagine che prosegue l’iniziativa “100+1: cento film e un Paese, l’Italia” nato nel 2006 alle Giornate degli Autori; la quarta edizione del premio Le vie dell’immagine, organizzato dalle Giornate degli Autori con Ente dello Spettacolo e Cinematografo e dedicato agli artisti capaci di attraversare diversi linguaggi visivi.

Nel solco della collaborazione con Isola Edipo sono tre gli appuntamenti già confermati: Il cinema dell’inclusione tra visione e formazione, realizzato in collaborazione con Giornate degli Autori e la Fondation Cartier pour l’art contemporain, partner del progetto da cinque anni, dal titolo “MEMORIE PER IL FUTURO – Il ruolo delle fonti nella costruzione cinematografica di narrazioni individuali e collettive” e con ospiti il regista libanese Mohamad Abdouni, la regista italiana Costanza Quatriglio e il regista franco-senegalese Alain Gomis, in dialogo con la regista italiana Alina Marazzi; la prima tappa dei Milano Industry Days – MID by Milano Film Network 2026, con la presentazione a Venezia, per il quinto anno consecutivo, dei progetti di film italiani sviluppati all’11a edizione del workshop IN PROGRESS MFN 2026; il sesto appuntamento di Ad occhi aperti, incontro dedicato alle necessità di uno sviluppo integrato dell’offerta formativa all’interno della scuola italiana attraverso un percorso didattico sul Cinema e la valorizzazione del Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola della DGCA del MiC.

E proprio alla formazione sono dedicati altri tre appuntamenti in Sala Laguna, con la Blow-up Academy di Ferrara, il Centro Sperimentale di Cinematografia e la Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté di Roma e la prima collaborazione delle Giornate degli Autori con il nuovo spazio alla Mostra dedicato ai ragazzi, Casa Cinema Giovani, promosso da ANEC, ACEC e il Ministro per lo Sport e i Giovani.

Il 2026 sarà anche l’anno che segnerà la prima collaborazione tra le Giornate degli Autori e Venezia Cult – progetto ideato e curato da Aka Lab e sviluppato in partnership con COMICON – che porterà in Sala Laguna due ospiti d’eccezione, protagonisti di altrettanti incontri aperti al pubblico: il fumettista italiano Leo Ortolani, creatore di Rat-Man, e il fumettista e illustratore britannico Dave McKean, noto soprattutto per il graphic novel di Batman Arkham Asylum e le iconiche copertine per Sandman di Neil Gaiman. A McKean sarà inoltre dedicata la mostra “Pictures that dream”, prodotta da COMICON, allestita presso gli spazi de La Villa (Lungomare Guglielmo Marconi, 56), anche quest’anno polo di riferimento delle attività B2B al Lido in partnership con Unifrance.

Per la prima volta, inoltre, lo spazio della Casa degli Autori avrà una colonna sonora dedicata, curata da Four Flies Records e composta da una selezione di brani tratti dalla Golden Age del cinema italiano.

Si rinnovano, infine, alcune importanti collaborazioni particolarmente care alle Giornate degli Autori: Bookciak, Azione!, con in programma un incontro/dibattito dal titolo Il tempo passa parola,  riflessione a più voci su donne, cinema, diritti e intelligenza (speriamo non artificiale), con ospite d’eccezione Luciana Castellina, seguito dalla proiezione dei bookciak vincitori dell’edizione 2026 e, la mattina successiva, dalla premiazione picnic presso La Villa; la 12a edizione di Laguna Sud. Il cinema fuori dal Palazzo, realizzata da ZaLab, con cui le Giornate degli Autori daranno anche vita, grazie al supporto di Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, a Laguna Film Lab – Residenza Artistica Giorgio Gosetti, una nuova residenza artistica che si svilupperà nell’arco di un intero anno e porterà alla realizzazione di un film collettivo; Emergency, al cui fianco le Giornate ribadiscono il proprio NO alla guerra; MYmovies, la cui Sala Virtuale ospiterà nuovamente una selezione di film delle Giornate in contemporanea con le proiezioni al Lido, visibili da una platea ad accesso limitato e per una finestra di tempo ristretta all’interno dell’abbonamento a MYmovies ONE; IULM, che per il terzo anno consecutivo gestirà dagli spazi della Casa degli Autori la diretta streaming su IULM Play di “Finestra sul Lido”, programma interamente curato dagli studenti con interviste e talk, in collegamento con gli studi milanesi.

Come si può intuire da questo primo assaggio di programma, le Giornate degli Autori non mollano, anzi, rilanciano. Grazie di accompagnarci in questo viaggio.

Quest’edizione è dedicata a Giorgio Gosetti.

“Mi piace pensare che le Giornate degli Autori siano il momento in cui, grazie al cinema, le persone riprendono il centro della scena, con le loro storie, i loro sogni, il dolore dei drammi vissuti e la speranza per un mondo diverso. Questa è l’eredità che ci hanno regalato le nostre guide ideali – Citto Maselli, Emidio Greco, Andrea Purgatori – ed è in questo segno che, come ci ricorda il nostro presidente onorario Roberto Barzanti, vogliamo dar vita a una “diversa idea di festival”. ― Giorgio Gosetti

The Hawk, spiegazione del finale: in che modo imposta la seconda stagione?

The Hawk (leggi la nostra recensione) porta su Netflix una commedia sportiva che usa il golf come campo di battaglia per raccontare una storia di ego, rivalità familiari e bisogno di riscatto. La serie segue Lonnie “The Hawk” Hawkins, ex campione mondiale incapace di accettare il declino della propria carriera, mentre tenta un ultimo grande ritorno nel circuito professionistico. Ma dietro l’ambizione sportiva si nasconde soprattutto il conflitto con il figlio Lance, il nuovo talento del golf che rischia di cancellare definitivamente il suo mito.

Il finale della prima stagione trasforma quella che sembrava una semplice sfida per la gloria personale in un confronto emotivo tra padre e figlio. La partita decisiva non stabilisce soltanto chi sia il miglior giocatore, ma mette in discussione tutto ciò che Lonnie ha costruito attorno alla propria identità. La serie chiude il suo arco narrativo con un ribaltamento ironico: proprio quando sembra finalmente capace di mettere qualcuno davanti al proprio ego, emerge il dubbio che il vecchio “Hawk” possa aver avuto ancora un ultimo gioco da fare.

Come finisce The Hawk: la sfida finale tra Lonnie, Lance e Golden Fisk cambia il significato dell’intera stagione

L’ultimo episodio porta Lonnie Hawkins al momento che ha inseguito per tutta la stagione: il ritorno ai massimi livelli del golf professionistico. Dopo anni trascorsi lontano dai riflettori, il campione cerca di dimostrare di poter ancora competere contro una nuova generazione di giocatori, ma il percorso verso la vittoria lo mette davanti alle due persone che più definiscono il suo passato e il suo presente. Da una parte c’è Golden Fisk, il vecchio rivale che rappresenta il capitolo mai chiuso della sua carriera; dall’altra suo figlio Lance, diventato il nuovo volto del golf e la prova vivente che il tempo di Lonnie potrebbe essere ormai finito.

La finale del torneo si riduce quindi a un confronto padre-figlio, con Golden Fisk eliminato prima dello scontro decisivo. La tensione aumenta quando Lance rivela alla madre Stacy di avere problemi con un gruppo criminale a causa di debiti legati al gioco d’azzardo. Secondo il racconto del figlio, una sconfitta nella finale significherebbe non poter pagare i suoi debiti e mettere in pericolo la propria vita. Quando Stacy informa Lonnie della situazione, il protagonista si trova davanti alla scelta più difficile della sua carriera: vincere finalmente il titolo che ha sempre desiderato oppure lasciare spazio al figlio per salvarlo.

Il momento decisivo arriva sull’ultima buca, una situazione che richiama il trauma più grande della carriera di Lonnie: anni prima aveva avuto la possibilità di conquistare il Grand Slam, ma aveva fallito proprio nel momento finale. Questa volta il putt sembra semplice, quasi impossibile da sbagliare. Eppure Lonnie manca il colpo, permettendo a Lance di vincere usando proprio la mazza simbolo dell’eredità del padre. La scena sembra suggerire una trasformazione definitiva: l’uomo ossessionato dalla gloria personale sembra finalmente scegliere il rapporto con il figlio.

The Hawk - miniserieIl vero significato del finale di The Hawk: Lonnie Hawkins ha davvero sacrificato la vittoria o è stato ancora una volta ingannatore?

Il colpo di scena finale modifica completamente la lettura della scena decisiva. Poco dopo la vittoria di Lance, viene rivelato che la storia dei debiti e delle minacce criminali era una mossa psicologica costruita dal figlio. Lance non era mai stato realmente in pericolo: aveva semplicemente usato contro suo padre le stesse strategie manipolatorie che Lonnie aveva utilizzato per tutta la vita contro avversari e persone vicine.

La rivelazione rende il finale molto più ambiguo. Da una parte Lonnie sembra finalmente aver imparato una lezione importante, accettando di perdere per proteggere il figlio. Dall’altra, la serie lascia intendere che potrebbe essere stato lui stesso a controllare il risultato. In una scena successiva, Lonnie suggerisce infatti al suo caddy Sam di non aver mai avuto intenzione di realizzare quel colpo vincente. La domanda centrale diventa quindi: Lonnie ha davvero scelto l’amore paterno oppure ha semplicemente trovato un modo per trasformare una sconfitta in un’altra forma di vittoria?

Questa ambiguità è il cuore della serie. The Hawk non racconta un campione che deve semplicemente tornare a vincere, ma un uomo incapace di separare il proprio valore personale dal successo. Anche quando compie un gesto apparentemente altruista, il suo ego rimane presente. Il finale non cancella i difetti di Lonnie, ma mostra un personaggio più complesso: qualcuno che sta imparando a cambiare senza riuscire completamente a liberarsi della propria natura competitiva.

Perché il ruolo di Lonnie nella Ryder Cup prepara la storia di una possibile stagione 2 di The Hawk

Il finale lascia una porta aperta per una seconda stagione attraverso una scelta narrativa particolarmente ironica: Lonnie non riesce a vincere il torneo più importante della sua carriera, ma viene comunque scelto come capitano della Ryder Cup. È un incarico prestigioso, ma anche profondamente diverso da ciò che ha sempre cercato. Il golf individuale gli ha permesso di alimentare il proprio ego; la Ryder Cup, invece, è una competizione basata sulla collaborazione, sulla leadership e sulla capacità di valorizzare altri giocatori.

Questa scelta sembra progettata per portare il personaggio verso una nuova fase. La sfida della possibile stagione 2 non sarebbe più dimostrare di essere il migliore in campo, ma imparare a guidare una squadra senza trasformare tutto in una celebrazione personale. Il rapporto con Lance diventerebbe probabilmente il centro emotivo della storia, soprattutto dopo una stagione costruita sulla rivalità tra padre e figlio. Ora che entrambi hanno dimostrato di essere capaci di manipolarsi a vicenda, il loro rapporto potrebbe evolversi in una collaborazione più complessa.

Anche la situazione sentimentale con Stacy lascia spazio a nuovi sviluppi. Dopo aver chiuso la relazione con Radford, la serie suggerisce un possibile riavvicinamento con Lonnie, anche se rimane volutamente incerto se si tratti di un sentimento autentico o di una nuova dinamica basata sull’immagine pubblica del campione. Una seconda stagione potrebbe quindi esplorare se Lonnie sia davvero cambiato oppure se stia semplicemente affrontando un’altra competizione fuori dal campo.

La possibile stagione 2 di The Hawk potrebbe trasformare la commedia sul golf in una storia sulla redenzione di Lonnie

La prima stagione di The Hawk termina senza un vero cliffhanger, ma costruisce diverse direzioni narrative per il futuro. La nomina di Lonnie come capitano della Ryder Cup rappresenta il principale elemento di continuità, perché porta il personaggio in un ambiente dove talento individuale e leadership devono necessariamente convivere. È proprio il tipo di situazione che potrebbe mettere alla prova il suo carattere.

Il tema centrale di una nuova stagione sarebbe quindi la possibilità di redenzione. Lonnie ha trascorso anni cercando di dimostrare di essere ancora una leggenda, ma il finale suggerisce che il suo vero percorso non riguarda più il recuperare il passato. La domanda diventa se riuscirà finalmente a costruire qualcosa che non dipenda esclusivamente dal proprio nome. Una stagione 2 potrebbe così ampliare la satira sul mondo dello sport trasformandola in una storia più profonda sul rapporto tra fama, famiglia e bisogno di essere ricordati.

Costa Concordia: Incubo in mare, in che modo Netflix ha ricostruito il disastro del Giglio

A oltre quattordici anni dal naufragio della Costa Concordia, Netflix torna su una delle più grandi tragedie marittime della storia recente con Costa Concordia: Incubo in mare. Il documentario diretto da Chiara Messineo non si limita a ricostruire cronologicamente gli eventi della notte del 13 gennaio 2012, ma utilizza testimonianze dirette, registrazioni della plancia e immagini girate dai passeggeri per restituire la sensazione di caos, paura e disorientamento vissuta da oltre quattromila persone a bordo.

Più che cercare nuovi colpevoli, il film prova a spiegare come una sequenza di decisioni sbagliate abbia trasformato un incidente in una catastrofe. Il finale del documentario, dedicato al processo e alla condanna del comandante Francesco Schettino, invita infatti a una riflessione più ampia sulla responsabilità individuale e su quella di un intero sistema, mostrando come il disastro della Costa Concordia sia stato il risultato di errori umani, ritardi organizzativi e una cultura della sicurezza che quella notte si rivelò gravemente insufficiente.

Come Costa Concordia: Incubo in mare ricostruisce il naufragio mostrando che il vero disastro iniziò dopo l’impatto

Il documentario segue con precisione la cronologia degli eventi, ricordando come la Costa Concordia fosse partita da Civitavecchia per una normale crociera nel Mediterraneo. La decisione del comandante Francesco Schettino di effettuare il cosiddetto inchino, una manovra che prevedeva il passaggio ravvicinato davanti all’isola del Giglio come gesto di saluto, si rivela però fatale. L’errore di navigazione porta la nave a colpire gli scogli delle Scole, provocando una falla lunga circa settanta metri che allaga rapidamente i locali macchine e compromette i sistemi di propulsione.

Per il documentario, tuttavia, la collisione rappresenta soltanto il primo atto della tragedia. Il vero punto di svolta è il lungo ritardo con cui viene gestita l’emergenza. Per oltre un’ora ai passeggeri viene comunicato che si tratta di un semplice blackout, mentre la Guardia Costiera riceve informazioni incomplete sulla gravità della situazione. L’ordine di evacuazione arriva quando la nave è ormai fortemente inclinata e molti corridoi sono diventati impraticabili. Attraverso video amatoriali e registrazioni della plancia, Costa Concordia: Incubo in mare mostra come ogni minuto perso abbia ridotto le possibilità di organizzare un’evacuazione ordinata, trasformando una situazione potenzialmente gestibile in una corsa disperata alla sopravvivenza.

Il significato del finale del documentario: Francesco Schettino diventa il simbolo di una catena di responsabilità molto più ampia

La parte conclusiva del documentario affronta inevitabilmente la figura di Francesco Schettino, ricordando la sua uscita anticipata dalla nave mentre centinaia di persone erano ancora a bordo e riproponendo la celebre conversazione con la Guardia Costiera che negli anni è diventata il simbolo dell’intera vicenda. Netflix ricostruisce poi il percorso giudiziario che ha portato alla sua condanna definitiva per omicidio colposo plurimo, naufragio colposo e abbandono della nave.

Pur riconoscendo il peso delle sue decisioni, il documentario evita però di ridurre tutta la tragedia a un solo uomo. Il suo vero messaggio è che il naufragio della Costa Concordia fu il risultato di una lunga successione di errori: una manovra non necessaria, una gestione della crisi inefficace, comunicazioni contraddittorie e protocolli di emergenza applicati con grave ritardo. In questo senso Schettino diventa il volto più riconoscibile della tragedia, ma anche il simbolo di un sistema che quella notte fallì sotto molteplici aspetti. È questa lettura a rendere il finale più complesso di una semplice cronaca giudiziaria, spingendo lo spettatore a interrogarsi sul confine tra responsabilità individuale e responsabilità collettiva.

Perché Netflix torna oggi sulla Costa Concordia e cosa distingue il film dagli altri documentari sul caso

Negli ultimi anni Netflix ha dedicato sempre più spazio ai documentari che ricostruiscono grandi tragedie contemporanee attraverso il racconto diretto dei protagonisti. Dopo produzioni come Vatican Girl e la serie Trainwreck, Chiara Messineo applica lo stesso approccio alla Costa Concordia, scegliendo di rinunciare a ricostruzioni romanzate per lasciare che siano sopravvissuti, soccorritori e investigatori a guidare il racconto.

Questa scelta rende il documentario particolarmente efficace perché sposta l’attenzione dall’evento storico alle conseguenze umane. Le testimonianze dei passeggeri, del personale di bordo e dei membri delle squadre di soccorso restituiscono la dimensione psicologica della tragedia, mostrando come il trauma non si sia concluso con il salvataggio. Il documentario diventa così non soltanto una ricostruzione dei fatti, ma anche una riflessione sulla memoria collettiva e sul modo in cui eventi di questa portata continuano a influenzare chi li ha vissuti anche molti anni dopo.

Il finale di Costa Concordia: Incubo in mare ricorda che il vero lascito è la memoria delle vittime

L’ultima parte del documentario riporta inevitabilmente l’attenzione sulle trentadue vittime del naufragio, ricordando come molte di loro persero la vita durante l’ultima inclinazione della nave, quando scale e corridoi si trasformarono in trappole dalle quali era ormai impossibile uscire. È un epilogo che rifiuta qualsiasi spettacolarizzazione del disastro e preferisce concentrarsi sul costo umano delle decisioni prese quella notte.

Costa Concordia: Incubo in mare non vuole stabilire se la condanna di Schettino rappresenti una giustizia pienamente compiuta. Piuttosto suggerisce che nessuna sentenza possa davvero compensare la perdita di vite umane o cancellare gli errori che hanno portato al naufragio. Il documentario chiude così con una riflessione sulla responsabilità, sulla sicurezza in mare e sull’importanza della memoria, ricordando che la Costa Concordia resta ancora oggi uno degli esempi più drammatici di come una serie di scelte sbagliate possa trasformare una normale traversata in una tragedia destinata a entrare nella storia.

Mammina: il trailer dell’horror con Jessica Chastain

Mammina: il trailer dell’horror con Jessica Chastain

Il trailer di Mammina è finalmente arrivato online, mostrando per la prima volta il nuovo horror prodotto da James Wan e interpretato da Jessica Chastain. Il film, in uscita il 9 ottobre 2026, adatta il romanzo Incidents Around the House di Josh Malerman, autore di Bird Box, e punta su un terrore più psicologico che basato esclusivamente sugli elementi soprannaturali.

Diretto da Rob Savage, regista di Host, e scritto da Nathan Elston, sceneggiatore di Succession, il film vede nel cast anche Jay Duplass, Arabella Olivia Clark e Karen Allen. Il progetto aveva già attirato attenzione perché il trailer era stato mostrato inizialmente soltanto nelle sale prima delle proiezioni di Odissea di Christopher Nolan, alimentando la curiosità attorno a un titolo che Universal Pictures ha ora deciso di presentare ufficialmente al pubblico.

Il film racconta una storia familiare apparentemente normale destinata a trasformarsi in un incubo: Jessica Chastain interpreta Ursula, una madre che torna a casa per trascorrere del tempo con la figlia Bela, interpretata da Arabella Olivia Clark, ma il loro rapporto inizia presto a mostrare qualcosa di profondamente inquietante. La vera domanda al centro della storia sembra essere una sola: chi è davvero la persona che si trova davanti alla bambina?

La doppia identità materna di Mammina trasforma il legame familiare in un incubo

Il trailer di Mammina costruisce il suo orrore partendo dalla quotidianità. Ursula rientra a casa durante la pausa pranzo per stare con Bela, ma piccoli dettagli iniziano a suggerire che qualcosa non sia al suo posto. La bambina appare nervosa, nasconde qualcosa dietro la schiena e il comportamento della madre diventa progressivamente più estraneo.

Il momento più disturbante arriva quando Ursula inizia a parlare del loro legame in modo ambiguo, ricordando il periodo in cui madre e figlia erano “una sola persona”. La donna arriva poi a chiedere alla bambina: “posso entrare nel tuo cuore?”, trasformando una frase apparentemente affettuosa in una dichiarazione inquietante.

La situazione precipita quando il padre Russ, interpretato da Jay Duplass, arriva in casa dopo che l’allarme antincendio si è attivato. La scena suggerisce la presenza di un’entità capace di assumere le sembianze di Ursula, lasciando Bela incapace di distinguere tra la propria madre e una presenza sconosciuta.

È proprio questo elemento a differenziare Mammina da altri horror incentrati sulla maternità e sulla figura della madre. Quando il progetto era stato annunciato, molti avevano notato alcune somiglianze con La madre, il film del 2013 diretto da Andy Muschietti, anch’esso interpretato da Jessica Chastain e costruito attorno a una figura materna soprannaturale.

Le analogie, però, sembrano fermarsi alla superficie. Se La madre era un racconto più vicino alla tradizione della ghost story, Mammina sembra muoversi verso un territorio più psicologico, giocando sulla percezione della realtà e sulla paura che il nucleo familiare possa nascondere qualcosa di irriconoscibile.

Questa impostazione potrebbe permettere a Jessica Chastain di affrontare una delle prove più complesse della sua carriera horror. Il film sembra infatti inserirsi nella tradizione di quelle opere in cui un interprete deve confrontarsi con una doppia dimensione del proprio personaggio, come accaduto in Noi di Jordan Peele, dove la tensione nasceva proprio dal confronto con un inquietante doppio.

La presenza di James Wan come produttore rafforza inoltre il legame con un cinema horror capace di combinare atmosfera, tensione e concetti forti. Dopo il successo di saghe come Saw e The Conjuring, il regista e produttore ha dimostrato interesse verso storie in cui il soprannaturale diventa uno strumento per esplorare paure più profonde.

Con il suo debutto fissato per la stagione di Halloween, Mammina sembra puntare a diventare uno dei titoli horror più discussi dell’autunno 2026. La sfida sarà distinguersi in un periodo ricco di uscite, tra il thriller di sopravvivenza Whalefall e il film Clayface prodotto da DC Studios.

Il trailer suggerisce però che il vero centro del film non sarà soltanto la creatura che minaccia la famiglia, ma il dubbio più disturbante: quanto possiamo fidarci delle persone che amiamo quando la loro identità inizia a cambiare davanti ai nostri occhi?

Matt Damon e Zendaya potrebbero recitare insieme nel prossimo Jason Bourne

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Il futuro della saga di Jason Bourne potrebbe avere un nuovo volto. Dopo settimane di indiscrezioni, emerge ora l’ipotesi che Zendaya possa entrare ufficialmente nel prossimo capitolo del franchise insieme a Matt Damon, con l’obiettivo di diventare la possibile erede della serie action di Universal Pictures. Un passaggio generazionale che potrebbe segnare il ritorno della saga dopo anni di incertezza.

Le prime voci sul coinvolgimento dell’attrice erano circolate alcuni mesi fa, quando era stato riportato un interesse nei suoi confronti per un possibile reboot del franchise. La situazione si è chiarita dopo che Matt Damon ha confermato la propria partecipazione al nuovo film durante un’intervista al programma The Rich Eisen Show, rivelando anche il coinvolgimento di Edward Berger, regista di Conclave, alla guida del progetto.

Secondo l’ultimo aggiornamento di Jeff Sneider per The InSneider, il prossimo film non sarebbe quindi un semplice rilancio della saga con un nuovo protagonista, ma un passaggio di testimone: Matt Damon resterebbe al centro della storia mentre Zendaya verrebbe introdotta come possibile nuova guida del franchise.

Il passaggio di testimone tra Jason Bourne e una nuova generazione di spie

L’idea di un incontro tra Matt Damon e Zendaya rappresenta una soluzione strategica per una saga che ha bisogno di rinnovarsi senza cancellare il proprio passato. L’attore ha interpretato Jason Bourne in quattro film, a partire da The Bourne Identity del 2002, contribuendo a ridefinire il cinema action degli anni Duemila con un protagonista più realistico, vulnerabile e lontano dagli stereotipi delle spie hollywoodiane.

La trilogia composta da The Bourne Identity, The Bourne Supremacy e The Bourne Ultimatum è ancora considerata il cuore creativo del franchise, capace di unire tensione politica, combattimenti fisici e una forte componente psicologica. I capitoli successivi, The Bourne Legacy con Jeremy Renner e Jason Bourne con il ritorno di Damon, hanno invece avuto un’accoglienza più contrastante, rallentando l’entusiasmo verso un possibile sesto episodio.

L’ingresso di Zendaya potrebbe quindi rappresentare un tentativo di riportare energia alla serie attraverso un nuovo punto di vista. L’attrice, reduce da fenomeni cinematografici come Dune e Challengers, oltre al successo globale di Spider-Man nel ruolo di MJ, ha dimostrato di poter sostenere produzioni di grande scala e personaggi con una forte identità.

La possibilità che possa diventare la nuova protagonista della saga arriva però in un momento delicato per Hollywood. Ogni ipotesi di sostituzione o reinterpretazione di un personaggio storico viene spesso accompagnata da reazioni polarizzate online, soprattutto quando riguarda protagonisti femminili o appartenenti a minoranze. Il caso di Zendaya potrebbe dunque diventare anche un banco di prova sul rapporto tra pubblico, franchise consolidati e nuove rappresentazioni.

L’idea più probabile, almeno secondo le indiscrezioni attuali, non sarebbe però quella di sostituire immediatamente Matt Damon. Il nuovo film potrebbe funzionare come un passaggio graduale: Bourne rimarrebbe il volto principale dell’avventura, mentre il personaggio interpretato da Zendaya verrebbe introdotto come possibile continuatrice della saga.

Una strategia simile permetterebbe a Universal di valutare la risposta del pubblico senza interrompere il legame con il protagonista originale. Il coinvolgimento di Edward Berger suggerisce inoltre la volontà di dare al franchise una nuova identità dopo gli ultimi capitoli meno apprezzati, affidandolo a un regista capace di lavorare su tensione narrativa e atmosfere più adulte.

La saga di Jason Bourne ha incassato complessivamente oltre 1,6 miliardi di dollari nel mondo attraverso cinque film, un risultato che conferma il valore commerciale del marchio. Tuttavia, il futuro della serie dipenderà dalla capacità di trovare un equilibrio tra nostalgia e rinnovamento.

Il possibile arrivo di Zendaya non sarebbe quindi soltanto un cambio di protagonista, ma il tentativo di trasformare Jason Bourne in un universo narrativo capace di sopravvivere alla presenza di Matt Damon. La sfida sarà dimostrare che il franchise può evolversi senza perdere quella componente di realismo e tensione che lo ha reso unico.

I 100 registi più influenti di Hollywood secondo la classifica di Vulture

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La rivista Vulture ha stilato la classifica dei 100 registi più potenti di Hollywood, indicano una tendenza sempre più evidente: nell’epoca dominata per anni da franchise e universi condivisi, il nome del regista sta tornando a essere un vero marchio capace di attirare il pubblico in sala. Il caso più emblematico è quello di Christopher Nolan, il cui successo con Odissea ha confermato la capacità di trasformare un film originale in un evento globale.

Secondo l’analisi di Matt Belloni per Puck, gli attori hanno perso parte del loro storico potere come elementi trainanti del mercato cinematografico, soprattutto in un’epoca in cui i social hanno modificato il rapporto tra star e pubblico. Al contrario, registi come Christopher Nolan, James Cameron, Ryan Coogler, Greta Gerwig e Denis Villeneuve sono diventati garanzie di qualità, identità visiva e interesse commerciale.

La classifica di Vulture, realizzata attraverso il confronto con agenti, produttori, dirigenti, giornalisti e professionisti dell’industria, conferma questo cambiamento: Hollywood sembra avvicinarsi nuovamente a un modello più vicino alla stagione degli autori degli anni Settanta, quando figure come Francis Ford Coppola e Martin Scorsese possedevano un’influenza creativa e commerciale paragonabile a quella degli studi.

Per quanto riguarda i criteri, Vulture ha riportato i seguenti:

  • Opera complessiva (filmografia): Hanno soddisfatto in modo affidabile le aspettative nel corso di una lunga carriera? La chiave qui è la costanza.
  • Redittività: Riescono a trasformare un budget di 100 milioni di dollari in un incasso da un miliardo? Se no, che mi dite del trasformare un budget di 10 milioni in un incasso di 100 milioni?
  • Prestigio: Non si tratta solo di trofei su una mensola. Attirare talenti di primo piano rimane uno dei modi più veloci per ottenere il via libera per un progetto, e fare balenare l’immagine di un podio agli Oscar o del red carpet di Cannes rimane un modo efficace per ingaggiare una stella del cinema.
  • Controllo creativo: Sono i principali autori di un film o semplicemente dei registi su commissione?
  • Reputazione: Nell’era di Letterboxd e Rotten Tomatoes, non è mai stato così facile per gli studios e i finanziatori quantificare la portata di un singolo regista. Ogni subreddit parasociale conta.
  • Potenziale: Hanno già raggiunto il picco, oppure il meglio deve ancora venire? Con questa lista non stiamo solo guardando al passato; stiamo cercando di scattare un’istantanea di chi ha potere in questo preciso momento.

Da Nolan a Coogler: i registi diventano il nuovo marchio del cinema hollywoodiano

La prima posizione della classifica di Vulture è dunque occupata da Christopher Nolan, una scelta difficilmente contestabile considerando il rapporto costruito negli anni tra il regista britannico e il pubblico. Dopo il successo di Oppenheimer, culminato con l’Oscar al miglior film, Odissea ha ulteriormente rafforzato la sua posizione, registrando il miglior debutto globale della sua carriera e dimostrando che il nome di un autore può ancora essere un potente strumento di marketing.

La particolarità del percorso di Nolan è proprio la capacità di rendere commerciali opere lontane dai tradizionali meccanismi dei blockbuster. Da Inception a Interstellar, passando per Dunkirk e Oppenheimer, il regista ha costruito un’identità riconoscibile fondata su ambizione narrativa, spettacolo visivo e una promessa precisa: ogni suo film rappresenta un’esperienza cinematografica.

Al secondo posto si trova Ryan Coogler, reduce dal successo di I peccatori, oltre che dei due capitoli di Black Panther e di Creed. La sua ascesa dimostra come anche registi più giovani possano costruire un rapporto di fiducia con il pubblico, unendo cinema d’autore, rappresentazione culturale e capacità di lavorare all’interno dei grandi sistemi produttivi.

Sul podio arriva anche Denis Villeneuve, il cui peso industriale è cresciuto grazie a progetti come Dune e il prossimo capitolo della saga di James Bond. La sua posizione conferma il valore del regista come figura capace di dare prestigio a grandi proprietà intellettuali, anche se resta ancora da valutare il suo impatto commerciale su materiale completamente originale.

La quarta posizione assegnata a Greta Gerwig è invece legata soprattutto all’enorme fenomeno culturale e commerciale di Barbie, un successo che ha trasformato la regista in una delle figure più riconoscibili della nuova Hollywood. Al quinto posto compare Quentin Tarantino, il cui ultimo film risale a diversi anni fa, ma il cui nome continua a rappresentare un valore unico grazie a una filmografia diventata un marchio.

Seguono figure storiche come James Cameron, sesto grazie alla forza commerciale della saga di Avatar, Steven Spielberg e Martin Scorsese. Quest’ultimo rappresenta un caso interessante: pur non essendo mai stato un regista associato principalmente al box office, ha dimostrato con opere come The Wolf of Wall Street e Killers of the Flower Moon di possedere un’autorevolezza sufficiente per portare il pubblico verso film complessi e lontani dai modelli più convenzionali.

La classifica evidenzia anche alcune contraddizioni del sistema. Vulture ha sottolineato come la lista rifletta ancora una struttura di potere prevalentemente bianca e maschile, con ostacoli maggiori per donne e registi appartenenti a minoranze nel raggiungere lo stesso livello di influenza industriale.

Il dato più significativo, però, riguarda il cambiamento del rapporto tra pubblico e cinema. Piattaforme come Letterboxd, Reddit e YouTube hanno favorito una maggiore attenzione verso gli autori, trasformando alcuni registi in figure riconoscibili quasi quanto gli attori protagonisti.

Il ritorno del regista come marchio non significa necessariamente una scomparsa delle grandi proprietà intellettuali, che restano centrali per gli studios. Piuttosto indica un possibile equilibrio nuovo: i franchise continuano ad attirare il pubblico, ma sempre più spettatori sembrano scegliere un film anche in base a chi lo dirige.

La nuova generazione di autori hollywoodiani sta quindi recuperando un potere che sembrava appartenere al passato. Se negli anni Settanta il nome di Coppola, Scorsese o Spielberg poteva determinare il valore percepito di un progetto, oggi quel ruolo appartiene a figure come Nolan, Villeneuve e Coogler. La differenza è che questa volta gli autori devono convivere con un mercato dominato da franchise globali, cercando di dimostrare che una visione personale può ancora trasformarsi in un evento cinematografico.

Di seguito, ecco l’elenco dei 100 registi stilato da Vulture:

1. Christopher Nolan

2. Ryan Coogler

3. Denis Villeneuve

4. Greta Gerwig

5. Quentin Tarantino

6. James Cameron

7. Steven Spielberg

8. Martin Scorsese

9. Jordan Peele

10. Paul Thomas Anderson

11. Phil Lord & Christopher Miller

12. Rian Johnson

13. David Fincher

14. Alejandro González Iñárritu

15. Bong Joon Ho

16. Guillermo del Toro

17. Zach Cregger

18. Emerald Fennell

19. James Gunn

20. James Mangold

21. Sam Mendes

22. Danny Boyle

23. J.J. Abrams

24. Baz Luhrmann

25. Ridley Scott

26. Alfonso Cuarón

27. Peter Jackson

28. Curry Barker

29. Kane Parsons

30. Josh Safdie

31. Daniel Kwan & Daniel Scheinert

32. Robert Eggers

33. Joel & Ethan Coen

34. Wes Anderson

35. Michael Mann

36. Shawn Levy

37. Jon M. Chu

38. Matt Reeves

39. Anthony & Joe Russo

40. Jon Favreau

41. Christopher McQuarrie

42. Joseph Kosinski

43. Pete Docter

44. Andrew Stanton

45. Brad Bird

46. Chloé Zhao

47. Yorgos Lanthimos

48. Ben Affleck

49. Bradley Cooper

50. Kenneth Branagh

51. Adam McKay

52. Martin McDonagh

53. Steven Soderbergh

54. Damien Chazelle

55. Taika Waititi

56. Alex Garland

57. Paul Feig

58. Antoine Fuqua

59. Paul King

60. Gina Prince-Bythewood

61. John Krasinski

62. Sam Raimi

63. Michael B. Jordan

64. Tyler Perry

65. M. Night Shyamalan

66. James Wan

67. Chad Stahelski

68. David Leitch

69. Francis Lawrence

70. Matt Bettinelli-Olpin & Tyler Gillett

71. Adam Wingard

72. Dan Trachtenberg

73. Jared Hess

74. Gareth Edwards

75. Scott Derrickson

76. Parker Finn

77. Danny & Michael Philippou

78. Osgood Perkins

79. Tim Burton

80. Kathryn Bigelow

81. Judd Apatow

82. Edgar Wright

83. Ang Lee

84. Spike Lee

85. Barry Jenkins

86. Sean Baker

87. Celine Song

88. Richard Linklater

89. Luca Guadagnino

90. Ari Aster

91. Benny Safdie

92. Olivia Wilde

93. Edward Berger

94. Nia DaCosta

95. Michael Bay

96. Zack Snyder

97. Guy Ritchie

98. Todd Phillips

99. Maggie Gyllenhaal

100. David O. Russell

Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum, confermato il ritorno di una location della trilogia originale

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La Terra di Mezzo riapre le porte a uno dei suoi luoghi più iconici. Le riprese di Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum, il nuovo film diretto e interpretato da Andy Serkis, sono ufficialmente in corso in Nuova Zelanda e arriva ora una conferma destinata a entusiasmare i fan della saga: la produzione è tornata a girare nella celebre Contea, all’interno del set di Hobbiton.

La notizia è stata resa pubblica attraverso i canali ufficiali di Hobbiton Movie Set, che hanno spiegato il motivo della temporanea chiusura del sito turistico, visitato ogni anno da migliaia di appassionati. Il ritorno nella location originale rappresenta uno dei primi segnali concreti della volontà del film di riallacciarsi all’immaginario costruito dalla trilogia cinematografica di Peter Jackson.

Più che una semplice scelta logistica, il ritorno a Hobbiton conferma la direzione creativa del progetto: The Hunt for Gollum punta a recuperare l’identità visiva e l’atmosfera che hanno reso la saga una pietra miliare del fantasy cinematografico.

La Contea sarà ancora il cuore emotivo del ritorno nella Terra di Mezzo

Nel messaggio pubblicato sui social, il team di Hobbiton Movie Set ha confermato senza lasciare spazio a dubbi il coinvolgimento della location nelle riprese: “I fan più attenti avranno notato che la scorsa settimana Hobbiton Movie Set non era aperto ai visitatori, ai curiosi o ai parenti lontani… Le voci erano vere: stavamo ritrovando dei vecchissimi amici e condividendo il nostro angolo di Contea con la troupe de Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum.”

Il comunicato aggiunge anche un curioso retroscena: “Il nostro team ha avuto il privilegio di supportare la produzione e alcuni di noi hanno persino indossato i caratteristici piedi pelosi degli Hobbit come comparse in alcune scene!”

Costruito all’inizio degli anni Duemila per Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello, il set di Hobbiton è rimasto intatto dopo le riprese ed è diventato una delle attrazioni turistiche più celebri della Nuova Zelanda. Lo stesso Peter Jackson era tornato a utilizzarlo durante la lavorazione della trilogia de Lo Hobbit, e ora il nuovo film seguirà la stessa strada.

Secondo le informazioni finora disponibili, The Hunt for Gollum sarà ambientato tra gli eventi de Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello, raccontando la missione di Aragorn incaricato di rintracciare Gollum prima che possa rivelare a Sauron l’esistenza e la posizione dell’Unico Anello.

Il personaggio di Aragorn sarà interpretato da Jamie Dornan, che raccoglie l’eredità di Viggo Mortensen, mentre torneranno diversi volti storici della saga: Andy Serkis riprenderà il ruolo di Gollum, Elijah Wood vestirà ancora i panni di Frodo Baggins, Ian McKellen sarà nuovamente Gandalf e Lee Pace tornerà come Thranduil. Tra le nuove presenze figurano anche Anya Taylor-Joy, Kate Winslet e Leo Woodall.

Il teaser diffuso nei giorni scorsi aveva già lasciato intendere questa direzione, mostrando Gollum accompagnato dalle celebri musiche della trilogia originale e dagli spettacolari paesaggi neozelandesi. La conferma delle riprese nella Contea rafforza ulteriormente questa strategia: il nuovo capitolo non vuole soltanto raccontare una storia inedita, ma recuperare il legame emotivo con l’universo cinematografico creato da Peter Jackson.

L’uscita di Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum è prevista per il 17 dicembre 2027. Molti dettagli sulla trama restano ancora segreti, ma il ritorno a Hobbiton lascia intuire che il film farà della nostalgia uno dei suoi elementi più importanti, senza rinunciare ad ampliare il racconto della Terra di Mezzo.

Spider-Man: Brand New Day, il final trailer anticipa un legame tra Peter Parker e il nuovo cattivo

Dopo una lunga assenza dal Marvel Cinematic Universe, Peter Parker è pronto a tornare protagonista. Sony Pictures ha diffuso il trailer finale di Spider-Man: Brand New Day, il nuovo film con Tom Holland, offrendo uno sguardo molto più approfondito sulla storia e sui principali antagonisti che il supereroe dovrà affrontare prima degli eventi di Avengers: Doomsday.

Il film riprenderà la vicenda lasciata in sospeso da Spider-Man: No Way Home, quando il mondo ha dimenticato l’identità di Peter Parker. Nonostante nessuno ricordi chi si nasconde dietro la maschera, l’Uomo Ragno continua a proteggere New York, trovandosi questa volta coinvolto in una minaccia molto più ampia che sembra coinvolgere diversi personaggi dell’universo Marvel.

Tra le immagini più sorprendenti del trailer spicca il combattimento tra Spider-Man e Hulk, interpretato ancora una volta da Mark Ruffalo. Il motivo dello scontro resta volutamente nascosto, ma il filmato suggerisce che il Gigante di Giada possa non agire di propria volontà, alimentando le teorie nate dopo i precedenti teaser.

Scorpion, la Mano e Punisher: il nuovo Spider-Man amplia il lato urbano del MCU

Il trailer offre anche nuovi dettagli sul ritorno di Michael Mando nei panni di Mac Gargan/Scorpion. In una delle sequenze più discusse, il personaggio si rivolge a Peter con una frase enigmatica: “Pensi che io sia Scorpion?”

La battuta lascia intendere che Gargan possa essere sotto l’influenza di qualcuno dotato di poteri di controllo mentale, ipotesi che molti fan collegano alla misteriosa figura incappucciata già intravista nei precedenti materiali promozionali.

Accanto a Scorpion, in Spider-Man: Brand New Day farà il suo ritorno anche la Mano, la storica organizzazione criminale già vista nella serie The Defenders, mentre debutterà nel MCU Tombstone, interpretato da Marvin Jones III, dopo aver prestato la voce al personaggio in Spider-Man: Into the Spider-Verse.

Il film introdurrà inoltre William “Bill” Metzger, storico avversario degli X-Men, interpretato da Tramell Tillman, con il Department of Damage Control destinato ad avere un ruolo importante nello sviluppo della trama.

Ad affiancare Peter Parker ci sarà anche Frank Castle/Punisher, con Jon Bernthal al suo debutto cinematografico nel MCU dopo gli eventi di The Punisher: One Last Kill. L’alleanza tra i due promette di portare sullo schermo un tono più cupo e urbano rispetto ai precedenti capitoli della saga.

Resta invece ancora avvolto nel mistero il personaggio interpretato da Sadie Sink. Da mesi le indiscrezioni la indicano come possibile interprete di Jean Grey, ma Marvel Studios continua a non confermare né smentire questa ipotesi. Se il rumor dovesse rivelarsi fondato, Spider-Man: Brand New Day potrebbe rappresentare uno dei primi tasselli della progressiva introduzione degli X-Men nella Saga del Multiverso, preparando il terreno per Avengers: Secret Wars.

Con un cast ricco di ritorni, nuovi villain e collegamenti sempre più evidenti con il futuro del MCU, Spider-Man: Brand New Day si presenta come uno dei capitoli più importanti della Fase 6 e potrebbe ridefinire il ruolo di Peter Parker all’interno dell’universo cinematografico Marvel.

La casa del padre: le differenze tra il film e il romanzo da cui è tratto

L’adattamento cinematografico di La casa del padre (The Marsh King’s Daughter), diretto da Neil Burger e tratto dall’omonimo romanzo di Karen Dionne, racconta la fuga dal passato di Helena (Daisy Ridley), una donna cresciuta nei boschi sotto il controllo del padre, un uomo che anni prima aveva rapito sua madre. Pur mantenendo la stessa premessa narrativa, il film sceglie di modificare diversi elementi fondamentali della storia originale, privilegiando il ritmo del thriller rispetto alla complessità psicologica che caratterizza il libro.

Chi ha letto il romanzo prima della visione ha spesso sottolineato come molte delle sfumature che rendevano memorabile l’opera di Karen Dionne siano state ridimensionate o eliminate. Alcuni cambiamenti riguardano i personaggi, altri modificano il significato stesso della vicenda e il percorso di crescita della protagonista. Ecco le cinque differenze più importanti tra il film e il romanzo.

Il patrigno sceriffo cambia completamente il destino della madre di Helena

Daisy Ridley nel film La casa del padre
Daisy Ridley nel film La casa del padre. Foto di Philippe Bossé © 2023 Lionsgate

Una delle modifiche più evidenti introdotte dal film riguarda il personaggio di Clark, interpretato da Gil Birmingham. Nella versione cinematografica è il patrigno di Helena, nonché lo sceriffo che diventa una figura stabile e protettiva dopo la fuga della ragazza e di sua madre. La sua presenza contribuisce a dare l’impressione che, una volta conclusa la prigionia, la vita possa lentamente ritrovare un equilibrio e che il trauma lasci spazio a una forma di ricostruzione familiare.

Nel romanzo questo personaggio semplicemente non esiste. Dopo la fuga, la madre di Helena resta profondamente segnata dagli anni di prigionia e trascorre il resto della propria vita convivendo con le conseguenze psicologiche dell’esperienza vissuta. Non si risposa e continua a portare addosso il peso della violenza subita, un elemento che influenza anche il rapporto con la figlia e rende molto più doloroso il percorso di entrambe.

L’introduzione di Clark modifica quindi il tono complessivo della storia. Laddove il romanzo insiste sulla persistenza del trauma e sulle sue cicatrici permanenti, il film suggerisce una possibilità di rinascita molto più rassicurante. Il risultato è un racconto meno amaro, che attenua la forza emotiva della vicenda e riduce quella sensazione di irreparabilità che attraversa ogni pagina del libro di Karen Dionne.

Il film riduce quasi del tutto l’eredità culturale Ojibwe che definisce Helena

Daisy Ridley in La casa del padre
Daisy Ridley in La casa del padre. Foto di Philippe Bossé © 2023 Lionsgate

Uno degli aspetti più ricchi del romanzo riguarda il legame tra Jacob e la cultura Ojibwe, elemento che contribuisce a costruire l’identità di Helena e ad alimentare il conflitto interiore della protagonista. Nel libro il padre insegna alla figlia a vivere nei boschi, a seguire le tracce degli animali, a cacciare e a conoscere profondamente la natura. La famiglia vive completamente isolata, senza elettricità né acqua corrente, e accanto alla capanna costruisce persino una tradizionale capanna sudatoria.

Questi dettagli non servono semplicemente a descrivere uno stile di vita. Attraverso di essi Karen Dionne racconta il difficile equilibrio di Helena, divisa tra l’amore per le competenze trasmesse dal padre e il rifiuto dell’uomo che ha distrutto la vita di sua madre. È una contraddizione che accompagna il personaggio per tutta la storia e che rende molto più complessa la sua identità.

Nel film questa componente viene ridotta a pochi riferimenti. Jacob utilizza qualche parola della lingua Ojibwe e restano visibili i tatuaggi tradizionali praticati sulla figlia, ma il loro significato culturale passa quasi inosservato. Quelle che nel romanzo rappresentano radici profonde diventano semplici dettagli estetici, privando Helena di una parte importante del conflitto che definisce la sua personalità.

Il rapporto tra Helena e sua madre perde gran parte della sua profondità

Daisy Ridley in La casa del padre

Un’altra differenza significativa riguarda il personaggio di Beth, interpretata nel film da Caren Pistorius. Nella trasposizione cinematografica la donna compare relativamente poco e il pubblico apprende soltanto gli elementi essenziali della sua vicenda: il rapimento, la prigionia e la nascita di Helena. Il rapporto madre-figlia resta sullo sfondo e viene raccontato attraverso pochi momenti, senza esplorare davvero le conseguenze emotive di quella convivenza forzata.

Nel romanzo, invece, Beth occupa una posizione centrale. Attraverso gli occhi di Helena il lettore osserva il lento logoramento psicologico provocato dagli anni trascorsi sotto il controllo di Jacob. Da bambina, la protagonista interpreta la fragilità della madre come una forma di debolezza, incapace di comprendere quanto quella donna stia sacrificando per proteggerla. Soltanto crescendo arriverà a riconoscere la forza nascosta dietro quella apparente sottomissione.

Questa evoluzione è fondamentale perché permette di comprendere il tema centrale del romanzo: la doppia natura di Helena, nata dall’unione tra una vittima innocente e un uomo violento. È proprio questa eredità contrastante a rendere il personaggio così affascinante, mentre il film preferisce concentrarsi soprattutto sulla suspense, lasciando in secondo piano il percorso psicologico che rende memorabile l’opera di Karen Dionne.

Le violenze di Jacob vengono notevolmente attenuate nella trasposizione cinematografica

Daisy Ridley e Ben Mendelsohn nel film La casa del padre
Daisy Ridley e Ben Mendelsohn nel film La casa del padre. Foto di Philippe Bossé © 2023 Lionsgate

Pur essendo classificato come un thriller per un pubblico adulto, il film sceglie di ridimensionare molte delle violenze presenti nel romanzo. Jacob, interpretato da Ben Mendelsohn, rimane un antagonista inquietante e manipolatore, ma la brutalità delle sue azioni viene rappresentata in modo molto più contenuto rispetto alla versione letteraria.

Uno degli esempi più evidenti riguarda una scena di caccia. Nel film Helena manca un colpo contro un lupo e il padre sfrutta l’episodio come una lezione sulla sopravvivenza. Nel romanzo la situazione è completamente diversa: la ragazza si rifiuta di sparare e, come punizione, viene rinchiusa per tre giorni sul fondo di un pozzo asciutto, senza cibo né acqua. È un episodio che mostra quanto il controllo esercitato da Jacob sia fondato sul terrore e sull’umiliazione.

Il libro racconta anche altri episodi estremamente duri, come la rivelazione che Beth, durante i primi mesi della prigionia, fosse incatenata a un anello di ferro nel capanno degli attrezzi. L’eliminazione di questi dettagli rende il personaggio di Jacob meno estremo e modifica la percezione del pubblico. Comprendere fino in fondo la crudeltà dell’uomo è infatti essenziale per cogliere il peso delle scelte compiute da Helena e dalla madre.

Il finale anticipato cambia completamente la tensione costruita dal romanzo

Ben Mendelsohn e Brooklynn Prince in La casa del padre

La differenza probabilmente più importante riguarda il finale. Il film mostra la fuga di Beth e Helena già nelle sequenze iniziali, trasformando quel momento in un semplice antefatto che introduce la vicenda ambientata molti anni dopo. In questo modo tutta la narrazione assume fin dall’inizio una struttura diversa, concentrandosi prevalentemente sulla caccia tra la protagonista adulta e il padre evaso.

Nel romanzo, invece, l’evasione rappresenta il culmine della storia. Tutto converge verso quell’evento attraverso una costruzione lenta e carica di suspense. L’arrivo accidentale di un uomo in motoslitta, John, mette improvvisamente in crisi l’equilibrio della capanna. Quando Jacob torna e scopre l’intruso, la violenza esplode in tutta la sua brutalità, dando vita a una sequenza che cambia definitivamente il modo in cui Helena guarda il padre.

È proprio grazie alle rivelazioni di John che la ragazza comprende finalmente la verità sul rapimento della madre e trova il coraggio di ribellarsi. Nel film questo percorso viene fortemente semplificato e il climax perde gran parte della tensione accumulata dal romanzo. La fuga arriva più rapidamente e risulta meno devastante sul piano emotivo, sacrificando quella lenta costruzione del conflitto che aveva reso il libro di Karen Dionne un thriller psicologico capace di lasciare il segno.

LEGGI ANCHE: La casa del padre: la spiegazione del finale del film

Safe House – Non fidarti di nessuno: la spiegazione del finale del film

Safe House – Non fidarti di nessuno costruisce la propria tensione attorno a uno degli elementi più classici del thriller d’azione contemporaneo: l’idea che il pericolo più grande non provenga dall’esterno, ma si annidi all’interno delle stesse istituzioni chiamate a garantire la sicurezza. Diretto da Jamie Marshall, il film combina assedi, complotti governativi e operazioni militari in una storia che richiama molte produzioni americane dedicate alla lotta al terrorismo, facendo della paranoia il suo motore narrativo.

Il finale, però, amplia ulteriormente questa prospettiva. Dopo aver lasciato credere che la minaccia sia rappresentata da un gruppo di terroristi infiltrati, il film rivela un complotto ben più profondo che coinvolge figure ai vertici dell’apparato statale. L’epilogo lascia volutamente aperta la vicenda, suggerendo che la battaglia combattuta nella safe house rappresenti soltanto il primo capitolo di una guerra molto più ampia tra chi difende lo Stato e chi vuole impossessarsene dall’interno.

Il thriller di Jamie Marshall riprende la tradizione dei film di spionaggio fondati sulla sfiducia verso le istituzioni

Fin dalle prime sequenze Safe House – Non fidarti di nessuno adotta una struttura narrativa familiare agli appassionati del genere. L’attacco contro il convoglio del vicepresidente, la diffusione di un agente chimico e la conseguente quarantena di Los Angeles trasformano rapidamente il racconto in un thriller da stato d’emergenza, dove ogni decisione può determinare il destino dell’intero Paese.

Il film guarda chiaramente alla tradizione inaugurata da opere come Air Force One, Attacco al potere e le numerose trasposizioni di Jack Ryan, nelle quali la sicurezza nazionale viene minacciata attraverso infiltrazioni e tradimenti interni. Anche qui il vero conflitto non riguarda soltanto i terroristi, ma l’impossibilità di distinguere alleati e nemici quando ogni agente potrebbe essere un infiltrato.

La protagonista Owens diventa così il punto di vista dello spettatore. Costretta a fidarsi di persone conosciute appena poche ore prima, comprende progressivamente che la sopravvivenza dipende dalla capacità di mettere continuamente in discussione ogni apparenza. È proprio questa continua incertezza a preparare il terreno per il colpo di scena conclusivo.

Hannah John-Kamen in Safe House - Non fidarti di nessuno

Cosa succede nel finale di Safe House – Non fidarti di nessuno: Anderson si rivela Elijah e il vero burattinaio resta nell’ombra

La parte conclusiva del film concentra tutte le rivelazioni. Dopo aver respinto il primo assalto dei terroristi, gli agenti scoprono che l’attacco alla safe house è stato possibile grazie a qualcuno già presente all’interno della struttura. I sospetti si spostano rapidamente da un personaggio all’altro, mentre Owens tenta di ricostruire quanto accaduto utilizzando le registrazioni delle telecamere di sicurezza.

Le immagini confermano ciò che fino a quel momento era rimasto soltanto un sospetto: il presunto custode Anderson è in realtà Elijah, un infiltrato che ha assassinato il vero responsabile della struttura prima dell’arrivo degli agenti. La sua copertura gli permette di eliminare progressivamente tutti gli ostacoli, arrivando a uccidere Sorello, Choi e Halton e impossessandosi del cosiddetto “football”, il dispositivo che nel mondo del film consente di autorizzare una risposta nucleare.

Il piano di Elijah riflette una visione estremista del patriottismo. Convinto che gli Stati Uniti abbiano tradito i propri cittadini, intende provocare un’esplosione nucleare contro Washington per rifondare il Paese attraverso il caos. Per riuscirci costringe Owens ad attivare il dispositivo biometrico capace di generare i codici necessari al lancio.

La situazione si ribalta quando Owens riesce a liberarsi, recupera un’arma nascosta accanto al corpo di Reece e affronta Elijah. Dopo aver eliminato gli ultimi terroristi, riesce a disattivare il sistema soltanto pochi istanti prima dell’attivazione definitiva, impedendo la distruzione della capitale. È un finale che restituisce l’impressione di una vittoria, destinata però a durare pochissimo.

Lewis Tan in Safe House - Non fidarti di nessuno

Il complotto dei Copperheads racconta un nemico che nasce dentro lo Stato e sfrutta la fiducia come arma

Il vero colpo di scena arriva infatti dopo la sconfitta di Elijah. Owens comprende che l’intera operazione è stata orchestrata da Marshall, il superiore che fin dall’inizio aveva coordinato gli spostamenti degli agenti e indicato la safe house come luogo sicuro. È lui il leader dei Copperheads, un’organizzazione clandestina che utilizza uomini delle istituzioni per perseguire un progetto eversivo.

Questa rivelazione modifica profondamente il significato dell’intera vicenda. Elijah non era il capo dell’operazione, ma soltanto un esecutore sacrificabile. La sua morte era stata prevista come eventualità accettabile, purché il vertice dell’organizzazione rimanesse invisibile. Quando Marshall fa esplodere il centro operativo per eliminare ogni prova del proprio coinvolgimento, dimostra quanto sia disposto a cancellare uomini e risorse pur di preservare la rete criminale.

Anche il titolo italiano acquista così un significato più profondo. “Non fidarti di nessuno” non rappresenta semplicemente una regola di sopravvivenza durante l’assedio, ma diventa il principio che governa l’intero universo narrativo. Il tradimento non arriva da un nemico facilmente identificabile, bensì da chi occupa posizioni di comando e sfrutta la fiducia istituzionale come copertura.

L’organizzazione dei Copperheads diventa quindi la metafora di una minaccia invisibile, capace di manipolare le strutture dello Stato senza bisogno di conquistarle con la forza.

Lucien Laviscount in Safe House - Non fidarti di nessuno

Il vero significato del finale di Safe House – Non fidarti di nessuno è che la vittoria contro il terrorismo resta incompleta finché il potere è corrotto

L’epilogo evita volutamente una conclusione definitiva. Owens elimina Elijah e salva Washington, ma comprende subito che la missione più importante deve ancora iniziare. Il vero responsabile dell’attacco riesce infatti a fuggire, cancellando quasi ogni traccia della propria esistenza e lasciando intatta l’organizzazione che ha costruito.

Il messaggio del film è chiaro: neutralizzare gli esecutori non basta quando il sistema continua a proteggere chi impartisce gli ordini. La minaccia non coincide più con il singolo attentato, bensì con una rete capace di rigenerarsi e infiltrarsi nei livelli più alti dell’apparato governativo.

Anche la trasformazione della protagonista segue questa logica. All’inizio Owens è un’agente chiamata semplicemente a portare a termine una missione tecnica. Dopo gli eventi della safe house diventa invece l’unica testimone in grado di collegare Marshall ai Copperheads, assumendo un ruolo completamente diverso. Da sopravvissuta si trasforma nella persona destinata a dare la caccia ai responsabili del complotto.

Per questo il finale rimane aperto. Più che chiudere la storia, prepara il terreno a un eventuale seguito, suggerendo che la vera guerra inizia soltanto dopo la conclusione dell’assedio. La fuga di Marshall rappresenta il simbolo di un male che cambia volto, si nasconde dietro le istituzioni e continua a prosperare finché qualcuno è disposto a confondere il patriottismo con il fanatismo. La vittoria ottenuta da Owens salva milioni di vite, ma lascia irrisolta la questione fondamentale: come combattere un nemico che indossa la stessa uniforme di chi dovrebbe difendere il Paese?

Delibal – Dolce veleno: la spiegazione del finale del film

Delibal – Dolce veleno: la spiegazione del finale del film

Quando il film turco Delibal – Dolce veleno arrivò nelle sale nel 2015 conquistò rapidamente il pubblico grazie alla chimica tra Çağatay Ulusoy e Leyla Lydia Tuğutlu, ma soprattutto per la capacità di trasformare una storia d’amore apparentemente classica in un racconto doloroso sulla salute mentale. Diretto da Ali Bilgin, il film parte infatti come una romance universitaria per poi cambiare gradualmente tono, accompagnando lo spettatore verso una conclusione tragica che obbliga a rileggere tutto ciò che è accaduto.

Il finale è rimasto uno degli aspetti più discussi dell’opera perché evita spiegazioni semplicistiche. La scomparsa di Barış, i continui flashback e la scoperta progressiva della sua malattia bipolare costruiscono un mosaico emotivo che trova senso soltanto negli ultimi minuti. Comprendere davvero il significato del finale significa allora andare oltre l’evento tragico e interrogarsi sul modo in cui il film racconta il peso invisibile del disagio psicologico, il senso di colpa e l’illusione che l’amore, da solo, possa salvare chi soffre.

Come Ali Bilgin trasforma una storia d’amore in un racconto sulla fragilità psicologica

Nel panorama del cinema romantico turco, Delibal – Dolce veleno occupa una posizione particolare. Ali Bilgin, già noto soprattutto per il suo lavoro televisivo, costruisce il film seguendo inizialmente i codici della commedia sentimentale: il colpo di fulmine, il corteggiamento ostinato, il matrimonio e la promessa di una felicità destinata a durare. È una scelta narrativa precisa, perché induce lo spettatore ad abbassare le difese prima di cambiare radicalmente prospettiva.

Barış appare come il protagonista ideale: carismatico, creativo, impulsivo e profondamente innamorato di Füsun. Soltanto con il procedere della storia emergono però gli aspetti più oscuri della sua personalità, che non derivano da una cattiva natura ma da un disturbo bipolare con cui convive da tempo. Il film evita di trasformare la malattia in un semplice espediente drammatico e la presenta invece come una presenza costante, capace di influenzare ogni scelta del protagonista.

Anche l’interpretazione di Çağatay Ulusoy contribuisce a questo equilibrio. Il suo Barış alterna entusiasmo incontenibile, vulnerabilità e improvvisi momenti di distacco, lasciando intuire fin dall’inizio un’inquietudine che acquista pieno significato soltanto quando la vicenda si avvicina all’epilogo.

Çağatay Ulusoy e Leyla Lydia Tuğutlu in Delibal - Dolce veleno

Cosa succede nel finale di Delibal – Dolce veleno e perché Barış prende la sua tragica decisione

L’ultima parte del film ricompone tutti gli indizi disseminati lungo la narrazione. Dopo la misteriosa scomparsa di Barış, Füsun continua a sperare che il marito sia ancora vivo, mentre la polizia porta avanti le ricerche e familiari e amici cercano di comprendere cosa possa essere accaduto.

Progressivamente emerge tutta la verità. Un amico racconta finalmente a Füsun che Barış soffriva di disturbo bipolare e le spiega quanto la malattia avesse condizionato la sua vita. Ripensando agli eventi passati, la donna comprende il significato dei continui sbalzi d’umore, dei periodi di euforia seguiti da improvvisi momenti di apatia e dell’effetto dei farmaci, che spesso rendevano il marito emotivamente distante.

Il momento decisivo viene ricostruito attraverso un flashback. Durante un giro in motocicletta, Barış si lascia trascinare dall’euforia e aumenta la velocità senza rendersi conto della paura crescente di Füsun. Quando incrocia il suo sguardo terrorizzato comprende improvvisamente di essere diventato proprio ciò che aveva sempre temuto: una persona incapace di proteggere la donna che ama.

Prima di togliersi la vita registra quindi un videomessaggio destinato a Füsun. Nella confessione racconta il proprio dolore, ammette di non riuscire più a combattere i suoi demoni interiori e arriva alla convinzione che l’unico modo per salvare la moglie sia allontanarsi definitivamente da lei. Poco dopo, il ritrovamento del corpo conferma che la sua scomparsa era davvero il tragico epilogo della sua battaglia interiore.

Leyla Lydia Tuğutlu e Çağatay Ulusoy nel film Delibal - Dolce veleno

Il disturbo bipolare, l’amore e l’illusione di poter salvare chi soffre

L’aspetto più interessante del finale è che Delibal – Dolce veleno rifiuta qualsiasi spiegazione romantica del suicidio. Barış non muore perché ama troppo Füsun, né perché il loro rapporto sia fallito. Muore perché la sua malattia altera completamente la percezione della realtà e lo convince che la propria esistenza rappresenti un pericolo per chi gli sta accanto.

In questa prospettiva assume un significato particolare anche il titolo originale, “Delibal”, traducibile come “miele velenoso”. L’amore rappresenta contemporaneamente la gioia più grande della vita di Barış e la fonte della sua paura più profonda. Più cresce il sentimento verso Füsun, maggiore diventa il timore di ferirla attraverso la propria instabilità emotiva.

Il film invita anche a riflettere su quanto spesso il disagio psicologico rimanga invisibile agli occhi di chi vive accanto alla persona che ne soffre. Molti comportamenti di Barış vengono inizialmente interpretati come semplici stranezze caratteriali o incomprensioni di coppia. Soltanto alla fine Füsun riesce a ricostruire il quadro completo, comprendendo che quei segnali avevano un’origine molto più complessa.

In questo senso il racconto assume anche una funzione di sensibilizzazione. La sofferenza mentale viene mostrata come una realtà che richiede ascolto, supporto e cure, evitando qualsiasi forma di spettacolarizzazione.

Leyla Lydia Tuğutlu e Çağatay Ulusoy in Delibal - Dolce veleno

Il vero significato del finale di Delibal – Dolce veleno: accettare che alcune ferite non possono essere affrontate da soli

L’epilogo lascia lo spettatore con un dolore che va oltre la perdita del protagonista. Il videomessaggio finale rivela infatti l’errore fondamentale di Barış: credere che eliminando sé stesso avrebbe eliminato anche la sofferenza delle persone amate.

Accade esattamente il contrario. Füsun resta costretta a convivere con domande, rimpianti e sensi di colpa, dimostrando che il sacrificio immaginato da Barış non produce alcuna liberazione. Il suo gesto nasce da una convinzione sincera, deformata però dalla malattia, che gli impedisce di immaginare un futuro diverso.

Per questo motivo il finale non celebra il sacrificio romantico, ma denuncia la devastazione provocata da una patologia che convince chi ne soffre di essere un peso per gli altri. È una conclusione volutamente amara, perché mostra quanto possano essere ingannevoli i pensieri generati dalla depressione e dal disturbo bipolare quando non riescono più a essere contrastati.

Alla luce dell’intera vicenda, Delibal – Dolce veleno diventa quindi un film sull’importanza dell’ascolto, della terapia e della condivisione del proprio dolore. Il messaggio conclusivo suggerisce che l’amore può offrire sostegno, ma non può sostituire il percorso di cura necessario per affrontare una malattia così complessa. La tragedia di Barış nasce proprio dal momento in cui smette di chiedere aiuto e decide di affrontare da solo un nemico che, da solo, non può più sconfiggere.

Las Azules – Stagione 2: ecco il trailer della serie crime dal 12 agosto su Apple Tv

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Apple TV ha svelato oggi il trailer della seconda stagione di “Las Azules” (“Women in Blue”), la serie crime in lingua spagnola con un cast e una troupe interamente latinoamericani guidati dalla candidata all’Ariel Bárbara Mori (“Perdidos en La Noche”). Creata dallo showrunner e regista vincitore dell’International Emmy Fernando Rovzar (“Monarca”) e da Pablo Aramendi (“Tijuana”), la seconda stagione di “Las Azules” farà il suo debutto su Apple TV il 12 agosto con il primo episodio degli otto totali, seguito da un episodio a settimana fino al 30 settembre.

La seconda stagione di “Las Azules” ritrova María (Mori), ora promossa a tenente, divisa tra le regole che ha giurato di rispettare e un’inesorabile spinta verso la verità, quando viene scoperto il corpo di una studentessa attivista e le Azules vengono coinvolte in un’indagine che risale al massacro studentesco del 1968. Prima che riescano a dare un senso a ciò che hanno scoperto, viene ritrovato il corpo di una persona collegata a quel brutale capitolo della storia, provocando onde d’urto nel dipartimento. Qualcuno sta portando la giustizia direttamente alla porta della polizia, e le Azules rappresentano l’ultima speranza del dipartimento per fermare l’assassino. Mentre María, Valentina (Natalia Téllez), Gabina (Amorita Rasgado) e Ángeles (Ximena Sariñana) combattono battaglie sia all’interno che all’esterno del commissariato, verità sepolte emergono in superficie costringendole ad affrontare una domanda scomoda: in un sistema afflitto dalla corruzione, qual è il prezzo da pagare per restare fedeli ai propri ideali?

La serie vede nel cast Mori, Sariñana, Téllez, Rasgado, Miguel Rodarte, Leonardo Sbaraglia, Christian Tappan, Horacio García Rojas e Bruno Bichir.

“Las Azules” è prodotta da Lemon Studios per Apple TV ed è creata da Rovzar e Aramendi. Rovzar, la candidata all’Emmy Wendy Riss (“Yellowstone”), Alejandro Lozano (“Control Z”), Erica Sánchez Su (“Monarca”) e il vincitore dell’International Emmy Billy Rovzar (“Monarca”) sono produttori esecutivi.

Camp Rock 3: il trailer!

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Camp Rock 3: il trailer!

È disponibile il trailer ufficiale di Camp Rock 3, che debutterà il 14 agosto su Disney+ in Italia.

Quando i Connect 3 si ritrovano senza la band d’apertura del loro importante tour di reunion, decidono di tornare all’amato Camp Rock in cerca della prossima grande rivelazione. Mentre i partecipanti al campo competono per avere la possibilità di aprire il concerto della loro band preferita, la tensione sale e le amicizie vengono messe alla prova, portando ad alleanze inaspettate, rivelazioni e storie d’amore.

Si uniscono al franchise Liamani Segura (Sage), Malachi Barton (Fletch), Lumi Pollack (Rosie), Sherry Cola (Lark), Hudson Stone (Desi), Casey Trotter (Cliff), Brooklynn Pitts (Callie) e Ava Jean (Madison). Tornano nel cast Joe Jonas (Shane Gray), Nick Jonas (Nate Gray), Kevin Jonas (Jason Gray) e Maria Canals-Barrera (Connie).

Diretto da Veronica Rodriguez (The Slumber Party) e scritto da Eydie Faye (The Slumber Party), il film è prodotto da Disney Kids & Family, con le coreografie di Jamal Sims. Tim Federle (High School Musical: The Musical: La Serie) è l’executive producer, insieme a Joe Jonas, Nick Jonas, Kevin Jonas, Demi Lovato, Betsy Sullenger, Spencer Berman e Gary Marsh. Alan Sacks figura tra i ringraziamenti speciali per il suo contributo al franchise di Camp Rock.

Camp Rock (2008) e Camp Rock 2: The Final Jam (2010) sono tra i 10 film originali Disney Channel più visti in assoluto. Con canzoni in testa alle classifiche e numeri musicali straordinari, il franchise Camp Rock ha lanciato diverse superstar e continua a influenzare la cultura pop dopo più di 15 anni dal suo debutto, ispirando momenti virali sui social media.

“One Beat Away”, il primo singolo di Camp Rock 3, interpretato da Liamani Segura e dal cast, è ora su Spotify, Apple Music, Amazon Music e YouTube Music. La colonna sonora originale di Camp Rock 3 sarà disponibile dal 14 agosto, mentre è ora possibile effettuare il pre-save, il pre-add e il pre-order su Apple, Spotify e Amazon.

Il “Worlds Collide Concert Tour” tornerà in Nord America nell’autunno del 2026 con le star dei franchise DescendantsZOMBIES e Camp Rock, tra cui Malachi Barton, Liamani Segura, Dara Reneé, Mekonnen Knife, Hudson Stone, Swayam Bhatia, Kiara Romero e Alexandro Byrd. Il tour farà tappa in 49 arene tra Stati Uniti, Canada e Messico. I biglietti sono disponibili su www.WorldsCollideTour.com. Nel 2027 il tour proseguirà con 11 concerti nel Regno Unito e in Europa. I biglietti sono disponibili su http://www.worldscollidetoureurope.com/.

The Hawk, recensione della miniserie con Will Ferrell

The Hawk, recensione della miniserie con Will Ferrell

Will Ferrell continua la sua proficua collaborazione con Netflix attraverso The Hawk, miniserie comica in 10 puntate in cui recita insieme a Molly Shannon, Jimmy Tatro e Fortune Feinster. Al centro della vicenda c’è Lonnie “The Hawk” Hawkins, giocatore professionista di golf che tutto è tranne che professionale: dedito unicamente allo sport che ama – anche se non sta attraversando il suo periodo di forma migliore, vista l’età… – l’uomo trascura costantemente la moglie Stacy e il figlio Lance. Nulla sembra poter schiodare “The Hawk” dall’erba finemente tagliata dei campi da golf, neppure le piccole grandi tragedie della vita che invece toccano tutti coloro che gli sono accanto…

Dopo tutti questi anni e le commedie scatenate che ha realizzato, Will Ferrell continua a possedere quel tocco personale che lo rende un attore comico unico nel suo genere. Magari non il migliore, magari non sempre efficace come potrebbe, ma certamente capace di sviluppare una sua visione personale del ruolo e del “tipo” fisso che ha costruito nei decenni.

Will Ferrell è la cosa migliore di The Hawk

È senza dubbio lui la cosa migliore di The Hawk, serie che purtroppo proprio nello sviluppo del lato comico di tono e vicenda possiede il suo tallone d’Achille. Fin dal primo, quasi svogliato primo episodio si comprende affatto quanto lo show voglia muoversi su diversi piani di lettura senza riuscire veramente ad abbracciarne uno in maniera decisa. Questo rende il prodotto fin troppo ondivago, problema causato anche da un montaggio che produce delle accelerazioni di ritmo le quali sono evidentemente adoperate per “nascondere” la mancanza di momenti o sequenze realmente divertenti. Ovviamente qualche spunto suscita ilarità, alcune battute contenute nei vari episodi sono azzeccate, ma nel complesso The Hawk si rivela piuttosto scialbo sotto l‘aspetto squisitamente della commedia. Se come già scritto Ferrell comunque in qualche modo riesce a cavarsela comunque, a subire maggiormente le conseguenze di tale approccio indeciso sono invece gli attori di supporto, in particolar modo una caratterista di mestieri consumato come Molly Shannon che in questo caso non riesce mai veramente incidere come ha dimostrato di saper fare, e molto bene, il altre produzioni.

Paradossalmente il lato migliore di The Hawk è invece quello malinconico: quando la storia o semplicemente anche i soli personaggi sembrano affrontare questioni dolorose come gli affetti perduti, il tempo che irrimediabilmente passa, l’avvicinarsi della terza età e con essa il declino, ecco che lo show ci regala momenti piuttosto toccanti, come avviene ad esempio in un più riuscito secondo episodio. È in questi momenti che Ferrell si dimostra un interprete che col passare degli anni e dei film ha acquistato una maturità che altri attori comici anche più quotati non posseggono. Quando sa contenere il tono della sua recitazione concedersi dei momenti di quieta profondità, Ferrell dimostra che dietro la maschera c’è un artista di spessore. Anche quando non centra l’obiettivo di intrattenere con il divertimento, The Hawk merita di essere visto proprio grazie ai timbri che il suo protagonista sciorina nel corso degli episodi.

the hawkIl gioco a carte scoperte è troppo sfacciato

La volontà di fare di The Hawk uno show che si muove sul filo non sempre facile del dolceamaro è fin troppo esplicita: il tentativo di non calcare la mano della comicità ridanciana e sopra le righe rende il prodotto in molti passaggi addirittura scialbo, certamente nel complesso non divertente quanto avrebbe potuto. A salvare almeno in parte, comunque rendere dignitosa questa serie sono i sempre simpatico Will Ferrell e i momenti in cui il lato drammatico viene alla superficie. Forse questo non basta a fare di The Hawk una produzione completamente riuscita, ma allo stesso tempo non si tratta neppure della peggiore che abbiamo visto quest’anno. E nel caso non l’abbiate ancora capito, per noi Will Ferrell vale sempre e comunque un tentativo di visione…

The Dink – Mago del Pickleball: recensione del film con Jake Johnson

Qualcuno ha detto: “Il padel è uno sport fantastico: è stato inventato apposta per permettere ai tennisti mancati di sentirsi dei campioni”. La “rivalità” tra i due sport è infatti ormai ampiamente nota, specialmente da quando a partire dal 2020 il padel ha conosciuto una crescente popolarità in Italia. Ma non si tratta dell’unico “nemico” con cui il tennis deve confrontarsi! Direttamente dagli Stati Uniti arriva infatti la commedia The Dink, che ci racconta dello scontro che sul suolo americano si consuma tra tennis e pickleball (che combina tennis, badminton e ping-pong), con i giocatori del primo che guardano con grande disprezzo a quelli del secondo.

Il film, scritto da Sean Clements e diretto da Josh Greenbaum (già autore di Doggy Style – Quei bravi randagi e attualmente alle prese con Balle Spaziali 2), propone così lo scontro tra due mondi sportivi che, a suon di colpi di racchetta, pregiudizi e stereotipi, offre 102 minuti di brillante umorismo e anche qualche rovescio di tenerezza. A condurre la partita vi è Jake Johnson, celebre per la serie New Girl, qui in buona compagnia tra il fidato Aaron Chen, la premio Oscar Mary Steenburgen, il veterano Ed Harris ed anche un divertente Ben Stiller in un ruolo minore.

La trama di The Dink

Dusty Boyd (Jake Johnson), ex prodigio del tennis ormai sul viale del tramonto, è ridotto ad allenare bambini indisciplinati nel country club di periferia di suo padre Chuck (Ed Harris). Alla disperata ricerca dell’approvazione paterna, Dusty sostiene ciecamente la vendetta del genitore contro la nuova mania che sta conquistando il club: il pickleball. Ma quando in Dusty si riacutizza un vecchio infortunio, che gli impedisce di giocare a tennis, ricorre all’impensabile in nome della riabilitazione.

Non solo prova il pickleball, ma, grazie anche alla sua nuova affascinante compagna di gioco, Candace (Mary Steenburgen), si ritrova addirittura a divertirsi. Diviso tra due mondi, Dusty sarà ben presto costretto ad affrontare finalmente i fantasmi dei suoi fallimenti sportivi passati, tra cui la sua nemesi d’infanzia, Andy Roddick. Alla fine, Dusty viene così trascinato in una battaglia disperata per il futuro del club, l’affetto di suo padre e la sua stessa identità.

Aaron Chen e Jake Johnson in The Dink
Aaron Chen e Jake Johnson in The Dink

Una commedia guidata da convincenti interpretazioni

Si muove a partire da vicende reali (come rivelato da da Jake Johnson nella nostra intervista) la storia di The Dink, discostandosi però da esse per proporre ai propri spettatori una “classica” storia di redenzione in ambito sportivo. Naturalmente, il tutto narrato secondo codici e ritmi della commedia americana, di cui Greenbaum si dimostra padrone. Eppure, la scrittura di Clements si dimostra anche attenta a non percorrere percorsi troppo prevedibili, regalando più di qualche gradita deviazione di percorso.

A fare il resto ci pensa il cast, a partire da uno spassoso Jake Johnson che si mette completamente a servizio del personaggio, interpretandolo con grande generosità di caratterizzazione, da vezzi a movenze, dai modi di esprimersi fino alla sua progressiva evoluzione e rinascita. Dusty può però contare anche sul supporto di un buon comprimario, il PJ interpretato da Aaron Chen, dando così vita ad alcune gag comiche particolarmente riuscite (si veda in particolare quella nella piscina).

Mary Steenburgen, Ed Harris e fino ai divertenti cameo di Ben Stiller e John McEnroe, ognuno di loro aggiunge una sfumatura di comicità al film, rinnovando la comicità scena dopo scena. La premio Oscar Steenburgen, in particolare, si cimenta con un ruolo che fa parte di quelle deviazioni dal prevedibile di cui si parlava, permettendole così di non essere il classico interesse amoroso di turno ma di trovare una propria autonomia e dignità all’interno del racconto.

Mary Steenburgen e Jake Johnson in The Dink
Mary Steenburgen e Jake Johnson in The Dink

The Dink è una divertente commedia sulla reticenza al cambiamento e sul peso delle aspettative

Al di là dell’impianto sportivo, The Dink utilizza dunque il conflitto tra tennis e pickleball per riflettere sul rapporto che ciascuno di noi intrattiene con il cambiamento. Il tennis è per Dusty un passato idealizzato, fatto di aspettative irrealizzate e del costante bisogno di dimostrare qualcosa, soprattutto al padre. Il pickleball, invece, diventa progressivamente il simbolo della possibilità di ricominciare, di riscoprire il piacere del gioco senza il peso dell’ossessione per la vittoria. In questo senso il film non mette realmente in contrapposizione due discipline sportive, ma due modi diversi di vivere il successo, il fallimento e l’identità personale, suggerendo come spesso siano proprio i pregiudizi a impedirci di cogliere nuove opportunità.

Per suggerire ciò, Josh Greenbaum mantiene abilmente un equilibrio convincente tra ironia e sentimento, evitando però anche che la componente più emotiva finisca per soffocare quella comica. Quando la storia si concentra sulla verità riguardo quanto accaduto in passato a Dusty, ad esempio, il film rallenta leggermente il ritmo senza però perdere la propria leggerezza, lasciando emergere un sottotesto sul peso delle aspettative familiari e sulla necessità di emanciparsi da un giudizio inseguito per tutta la vita. In un film che evita alcuni percorsi troppo battuti, è forse questo un sentiero invece più prevedibile nelle sue tappe principali, ma raccontato con sufficiente sincerità da risultare coinvolgente.

La rivalità tra tennis e pickleball come scontro culturale

Non è poi un caso che lo scontro tra tennis e pickleball venga raccontato con toni quasi “ideologici”. Negli Stati Uniti il dibattito tra sostenitori delle due discipline è diventato negli ultimi anni un piccolo fenomeno culturale, alimentato dalla rapidissima diffusione del pickleball. The Dink sfrutta questa rivalità con intelligenza, trasformandola in una satira dei campanilismi sportivi e della tendenza a difendere le proprie passioni come se fossero parte integrante della propria identità, anche a costo di sotterrare quelle altrui. Una dinamica che, pur partendo da un contesto molto americano, risulta facilmente riconoscibile (e divertente) anche per il pubblico italiano, soprattutto alla luce del recente boom del padel.

Robocop: Prime Video ordina ufficialmente una serie reboot

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Robocop: Prime Video ordina ufficialmente una serie reboot

Amazon Prime Video ha ufficialmente ordinato una serie televisiva basata su Robocop. Prime Video ha commissionato otto episodi. Il progetto è in fase di sviluppo da quando Amazon ha acquisito MGM nel 2022, con l’obiettivo di sfruttare il vasto catalogo di proprietà intellettuali di MGM per progetti cinematografici e televisivi. Secondo la sinossi ufficiale, “Un gigantesco conglomerato tecnologico convince la città ad assegnare un potente robot alla sua forza di polizia: un robot a cui è stata impiantata la coscienza di un amato agente caduto in servizio”.

Peter Ocko è sceneggiatore, produttore esecutivo e showrunner. James Wan, Michael Clear e Rob Hackett sono produttori esecutivi tramite Blumhouse Atomic Monster. Ed Neumeier, co-creatore e co-sceneggiatore del film originale di Robocop, sarà anche produttore esecutivo. Danielle Bozzone di Blumhouse Atomic Monster sarà co-produttrice esecutiva e supervisionerà il progetto per la società. Amazon MGM Studios produrrà la serie.

“Sono un grande fan di ‘Robocop’ da sempre, quindi poter contribuire a portare questo mondo in televisione è un sogno”, ha dichiarato Wan. “Ciò che Paul Verhoeven ha creato nel 1987 era decenni avanti rispetto ai suoi tempi, e le sue domande su tecnologia, identità e su chi le aziende servano realmente sono diventate ancora più urgenti. Con la visione distintiva di Peter e il suo approccio audace alla narrazione, insieme a Ed e ai nostri partner di Amazon MGM Studios, stiamo lavorando per onorare ciò che ha reso iconico l’originale e per evidenziarne la rilevanza in questo mondo moderno e tecnologico, creando al contempo qualcosa di inconfondibilmente nuovo per un pubblico globale.

Il franchise di Robocop è iniziato nel 1987 con il primo film interpretato da Peter Weller nei panni dell’agente di polizia metà uomo e metà macchina. Weller è tornato per il sequel nel 1990, mentre Robert Burke ha assunto il ruolo in Robocop 3 nel 1993. Nancy Allen ha recitato in tutti e tre i film nel ruolo dell’agente Anne Lewis. Nel 2014 è uscito un reboot con Joel Kinnaman. Ad oggi sono state prodotte anche diverse serie TV di Robocop, tra cui due animate e due live-action, oltre a videogiochi e fumetti.

Minerva – La Scuola: dal 22 settembre su Netflix

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Minerva – La Scuola: dal 22 settembre su Netflix

Minerva – La Scuola, la nuova serie teen drama in 8 episodi, prodotta da Picomedia (società del gruppo Asacha e parte di Fremantle) e diretta da Ivan Silvestrini, sarà disponibile, solo su Netflix, dal 22 settembre.

I protagonisti Ciro Minopoli, Biagio Venditti, Margherita Buoncristiani, Giulio Brizzi, Nicole Malaj con Massimiliano Gallo, Cristiana Capotondi e Irene Maiorino,  insieme al regista Ivan Silvestrini, hanno presentato oggi la nuova serie in anteprima nell’ambito del Giffoni Film Festival 2026, in programma dal 17 al 25 luglio.

Nel corso di un tour itinerante nella splendida cornice della Reggia di Portici (NA) – location principale delle riprese assieme alla Villa Campolieto di Ercolano – cast, regista, autori e produzione hanno accompagnato i presenti attraverso le sale storiche del Palazzo, tra realtà e finzione, alla scoperta degli ambienti che nella serie diventano gli spazi dell’immaginario liceo militare Minerva.

Nel cast anche Simone Secce, Beatrice Savignani, Alicia Edogamhe, Raiz, Michele Rosiello, Antonio Adaggio, Carmen Annibale, Martina Attanasio, Fabio Bizzarro, Viola Brambilla, Luigi Bruno, Martina Pia Gambardella, Pietro Sparvoli, Luigi Zeno.

MINERVA – LA SCUOLA

Minerva – La Scuola è una serie teen drama, ambientata in un liceo militare di Napoli. Un mondo che sembra appartenere a un’altra epoca, dove si viene svegliati all’alba per l’alzabandiera, dove non sono consentiti i cellulari o gli abiti civili, dove tra le materie c’è tattica militare e lezioni di scherma. Dove sono proibite le storie d’amore e ogni errore ha un prezzo altissimo. I protagonisti della serie sono Salvo (Ciro Minopoli), un ragazzo di una casa famiglia entrato nella scuola per scoprire la verità sulle sorti del suo migliore amico; Vincenzo (Biagio Venditti), che vuole emulare la carriera militare del padre; e Camilla (Margherita Buoncristiani), viziata ragazza milanese che è stata messa lì dentro dal padre per essere riformata. Minerva – La Scuola parla anche di adulti, degli ufficiali e degli insegnanti civili che sono lì per formare i ragazzi, ma che devono fare i conti con la loro coscienza, le loro fragilità e i loro errori. Al liceo militare Minerva – La Scuola gli allievi, portati al limite, scoprono cose inaspettate su loro stessi. Ogni ragazzo lì dentro ha delle ambizioni, dei sogni. La scuola non li aiuterà a realizzarli. La scuola gli farà capire se erano quelli giusti per loro. In una parola, li farà diventare grandi.

  • Regia: Ivan Silvestrini
  • Scritta da: Ivano Fachin, Giovanni Galassi, Tommaso Matano, Michela Straniero
  • Prodotta da: Roberto Sessa per Picomedia (società del gruppo Asacha e parte di Fremantle)

Tom Holland chiarisce lo status di Vendicatore del suo Spider-Man

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Tom Holland ha appena parlato dello status attuale del suo personaggio come Nuovo Vendicatore in vista dell’uscita di Spider-Man: Brand New Day. Peter Parker è sopravvissuto ad Avengers: Endgame, ma la sua identità è stata infine rivelata al mondo intero, e così lui ha convinto Doctor Strange a lanciare un incantesimo affinché tutti dimenticassero chi fosse. Sebbene Peter interagirà ancora con altri eroi Marvel, la sua storia questa volta è più incentrata sulla criminalità di strada, lasciando in sospeso il suo status di Vendicatore.

In un’intervista con Liam Crowley di ScreenRant per Spider-Man: Brand New Day, Tom Holland ha affermato di credere che Peter Parker/Spider-Man sia “nel posto giusto” e “esattamente dove dovrebbe essere come supereroe” nel prossimo film. Invece di unirsi agli Avengers per affrontare alcuni dei più grandi cattivi dell’Universo Cinematografico Marvel, Peter rimane a New York e si ritrova costretto a fare i conti con le conseguenze della sua decisione di lasciare che il mondo si dimentichi di lui.

Di conseguenza, Peter sta soffrendo molto, e la situazione è peggiorata perché ha trascurato il suo lato umano. Dedicare tutte le sue energie alla protezione di New York ha un costo, e questa angoscia sarà ben visibile in Spider-Man: Brand New Day.

“Quando parliamo di Spider-Man, penso che sia perfettamente a suo agio. Credo che sia esattamente dove dovrebbe essere come supereroe, ma come Peter Parker sta soffrendo molto. Sta trascurando il suo lato umano. Sta dando ogni goccia di energia che ha per proteggere la città di New York, e questo ha un prezzo.”

A peggiorare le cose, non potrà contare sul sostegno dei suoi amici per superare le difficoltà e la sofferenza. Prima della fine di Spider-Man: No Way Home, Peter poteva contare su Ned come suo braccio destro, con MJ che si unì al gruppo dopo aver scoperto che lui era davvero Spider-Man.

Durante la prima trilogia di Spider-Man diretta da Holland, il supereroe si scontrò con personaggi del calibro di Avvoltoio e Mysterio, prima che il multiverso scatenasse il caos, portando criminali provenienti da altri universi come Goblin, Dottor Octopus ed Electro a scontrarsi con Peter.

Spider-Man: Brand New Day
Spider-Man: Brand New Day – Trailer 2

Ora, con nessuno che conosce la sua identità, Peter torna ad aiutare New York nei panni dell’amichevole Spider-Man di quartiere, ma nuove minacce emergono, mettendo di nuovo in pericolo la sua vita. Nel sequel diretto da Destin Daniel Cretton, Holland è affiancato da Jacob Batalon, Zendaya, Jon Bernthal, Mark Ruffalo, Marvin Jones III e Sadie Sink.

Oltre a Spider-Man: Brand New Day (che si svolge quattro anni dopo No Way Home), il futuro del supereroe con i Nuovi Vendicatori rimane incerto. I Marvel Studios non hanno rivelato se Holland apparirà in Avengers: Doomsday, in uscita nelle sale il 18 dicembre, nonostante diversi personaggi dell’MCU si uniranno per affrontare il nuovo cattivo, il Dottor Doom, interpretato da Robert Downey Jr.

Creuza de Mà – Musica per Cinema, dal 22 al 25 luglio al via la ventesima edizione

Dal 22 al 25 luglio Carloforte si prepara ad accogliere la ventesima edizione di Creuza de Mà – Musica per Cinema, il festival ideato e diretto dal regista Gianfranco Cabiddu e organizzato dall’associazione culturale Backstage. Un traguardo importante per una manifestazione che da vent’anni intreccia musica e cinema in un dialogo continuo tra immagini, suoni e territorio, come raffigurato nell’immagine di questa edizione a cura dell’artista sardo Luca Molinas.

Quattro giornate di proiezioni, concerti, incontri, masterclass e appuntamenti formativi animeranno Carloforte, confermando l’identità di Creuza de Mà come punto di riferimento  e luogo di incontro tra grandi protagonisti della cultura italiana, nuove generazioni di artisti e appassionati.

Come sempre, il cuore del festival sarà anche il Campus – Musica e suono per il Cinema e per l’Audiovisivo, il progetto nato nel 2017 che porterà sull’isola circa 30 allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia insieme a giovani musicisti provenienti da diverse realtà formative italiane per un percorso di alta formazione fatto di incontri, laboratori e confronto con i maestri del settore. Il progetto Campus, che vede la collaborazione tra il Festival e il Centro Sperimentale di Cinematografia, è sostenuto dalla Regione Sardegna tramite la Fondazione Sardegna Film Commission, e stabilisce i prodromi per l’apertura a Cagliari di una Sede Regionale della Scuola Nazionale di Cinema CSC dedicata alla Musica e Suono per Cinema e Audiovisivo.

Ad inaugurare la ventesima edizione, mercoledì 22 luglio, sarà la proiezione di Andando dove non so – Mauro Pagani, una vita da fuggiasco, documentario diretto da Cristiana Mainardi dedicato a uno dei musicisti più influenti del panorama italiano. Il film ripercorre la carriera artistica e umana di Mauro Pagani, protagonista di oltre cinquant’anni di musica nonché autore di numerose colonne sonore per il cinema.

La serata proseguirà in Piazza Repubblica con il tradizionale Concerto Musiche da Film, affidato alla Banda Musicale di Carloforte, che proporrà un viaggio tra alcune delle più celebri colonne sonore della storia del cinema, confermando uno degli appuntamenti più amati dal pubblico del festival.

Da giovedì 23 luglio entrerà nel vivo anche il Campus con gli incontri dedicati al rapporto tra musica e immagini alla presenza di Ginevra Nervi e Max Viale. Nel pomeriggio il Cine-Teatro Cavallera ospiterà la proiezione di Tienimi presente, opera prima di Alberto Palmiero  accompagnato dal compositore Francesco Di Grazia, regista e compositore il cui sodalizio artistico è iniziato proprio a Carloforte e proseguito fino al film. Francesco Di Grazia riceverà inoltre il Premio Campus per Giovani Compositori di Musica per Cinema intitolato ad Alessandro Speranza, dedicato al giovane compositore prematuramente scomparso.

A seguire sarà proiettato Primavera, esordio nel lungometraggio per Damiano Michieletto, che porta sul grande schermo l’incontro tra una giovane violinista dell’Ospedale della Pietà e Antonio Vivaldi, mentre il Giardino di Note ospiterà il primo appuntamento di Round Midnight con Mauro Palmas e Giacomo Vardeu, protagonisti del concerto Sighida, in un viaggio tra i suoni del Mediterraneo.

Ospite della giornata di venerdì 24 luglio sarà Carolina Crescentini, protagonista di un incontro moderato dalla giornalista Alessandra De Luca. Tra i volti più amati del cinema e della serialità italiana, l’attrice racconterà il proprio percorso artistico e il rapporto con il cinema e la musica, prima della proiezione di Gioia Mia di Margherita Spampinato. La serata proseguirà con Su Maistu, documentario di Gianfranco Cabiddu, vincitore del Premio Bif&st 2026 “Per il Cinema Italiano” come Miglior Film, dedicato al maestro delle launeddas Luigi Lai. In chiusura di giornata Ginevra Nervi si esibirà al Giardino di Note in un live tra elettronica, voce e paesaggi sonori.

La giornata conclusiva di sabato 25 luglio sarà dedicata alle nuove frontiere della musica applicata alle immagini, con un incontro del Campus alla presenza di Carolina Crescentini, Motta e Max Viale. Al tramonto tornerà uno degli appuntamenti simbolo del festival, Cinema Naturale, ovvero il tramonto musicato con il violoncello solo di Karen Hernandez nella suggestiva cornice della Tonnara Comunale di Carloforte. Evento di chiusura dell’edizione 2026, presso il Giardino di Note, sarà un incontro tra musica e parole con Motta, musicista e compositore che ha segnato una generazione con il suo album d’esordio “La fine dei vent’anni”, che quest’anno festeggia il suo decennale.

Il trailer di Avengers: Doomsday sembra confermare la più grande teoria su Loki

Il primo trailer di Avengers: Doomsday riporta diversi personaggi del Marvel Cinematic Universe, tra cui Loki di Tom Hiddleston, e sembra che il filmato possa confermare la più grande teoria sul ruolo del Dio dell’Inganno delle Storie nel film in uscita. Loki ha intrapreso un lungo viaggio nella sequenza temporale dei film del MCU. All’inizio il personaggio era un cattivo, che fungeva da nemico principale dei Vendicatori.

Anni dopo, Loki entrò nel territorio eroico, collaborando con suo fratello in Thor: Ragnarok, che segnò un grande cambiamento per il personaggio di Hiddleston. Ciò è continuato con Loki ucciso da Thanos all’inizio di Avengers: Infinity War per aver tentato di eliminare il Titano Pazzo e proteggere suo fratello. Quindi, Avengers: Endgame ha introdotto un Loki da una sequenza temporale alternativa.

Quella versione di Loki fugge con il Tesseract dopo gli eventi di The Avengers, venendo arrestata dalla Time Variance Authority (TVA). In quello che molti considerano il miglior programma televisivo del MCU, Loki, il personaggio di Hiddleston ha intrapreso un viaggio alla scoperta di sé pieno di viaggi nel tempo, magia e importanti rivelazioni. Loki è diventato l’onnipotente protettore del multiverso alla fine della seconda stagione di Loki.

Anche se sembrava un capitolo finale adatto per il personaggio del franchise, Loki è stato confermato come parte del cast di Avengers: Doomsday. Ora, dopo una lunga attesa, la Marvel ha pubblicato il primo trailer di Avengers: Doomsday. Il filmato presenta una grande sorpresa riguardo al ruolo di Loki, e sembra che ciò confermi la più grande teoria di Loki per il film MCU.

Avengers: Doomsday trailerIl trailer di Avengers: Doomsday riporta Loki e conferma apparentemente una teoria importante

Sorprendentemente, Loki non appare con lo stesso vestito che ha visto l’ultima volta nel MCU. Alla fine della seconda stagione di Loki, il personaggio ha subito una trasformazione per diventare il Dio delle storie del MCU, evocando vesti verdi per sedersi sul suo trono e vegliare sul multiverso. Tuttavia, Loki si presenta con la sua uniforme TVA nel primo trailer di Avengers: Doomsday, che è molto diverso. Ciò inizia a porre domande, poiché la versione di Loki che appare nel film Avengers potrebbe essere una versione precedente alla fine della seconda stagione di Loki. Certo, sul retro del suo badge TVA c’è il simbolo Yggdrasil.

Ciò suggerirebbe che Loki provenga da dopo il finale della seconda stagione e la creazione dell’albero multiversale. Detto questo, anche in passato la Marvel ha abilmente modificato i trailer per fungere da depistaggio per un bel po’ di tempo, quindi non c’è modo di sapere se Loki stia davvero tenendo il suo distintivo come suggerito dal trailer. A giudicare dalle tende luminose e dall’interno in generale in cui Loki appare nel trailer, l’ex dio dell’inganno sembra essere nella stessa casa in cui Steve Rogers e Peggy Carter sono stati visti in Avengers: Endgame e in cui Chris Evans è tornato nel primo teaser di Avengers: Doomsday.

Per questo motivo, la più grande teoria di Loki su Avengers: Doomsday potrebbe avere successo. Ciò sarebbe legato a quanti credono che Loki, avendo smesso di ramificare le linee temporali mentre lavorava per la TVA, sarebbe chiamato a correggere un’anomalia causata dalla decisione di Steve di rimanere nel passato con Peggy, che ha creato una linea temporale ramificata. Ci sono molte alternative a ciò che potrebbe venire fuori da un simile incontro, ma il fatto che Steve di Evans ritorni in Avengers: Doomsday conferma che se Loki lo avesse davvero incontrato, avrebbe deciso di non potare Steve, ma di aiutarlo.

Come si avvicina la riunione di Loki con Thor dopo il trailer di The Avengers: Doomsday

L’incontro tra Loki e Steve, come suggerisce la teoria di Avengers: Doomsday e anticipa il trailer, è di per sé interessante. Detto questo, diventa ancora migliore grazie al tratto finale del nuovo filmato. Steve Rogers di Evans si riunisce con Thor di Chris Hemsworth alla fine. Se è vero che Loki era insieme a Steve, allora è imminente anche la reunion di Loki e Thor.

Dopotutto, se Loki avesse aiutato Steve in passato, allora quest’ultimo sarebbe stato in grado di dire a Thor che una versione di suo fratello era viva e lavorava alla TVA. Ciò darebbe luogo alla riunione che tutti vogliono vedere in Avengers: Doomsday, e il nuovo trailer lo rende ancora più probabile.

Rapunzel: le prime foto dal set del live action rivelano il Castello di Corona

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I fan stanno avendo un’anteprima del remake in live action di Rapunzel – L’intreccio della torre. La storia di Rapunzel viene raccontata da centinaia di anni ed è stata resa popolare dai fratelli Grimm nel 1812. Tuttavia, le sue vere origini risalgono a opere letterarie europee molto più antiche, come la fiaba italiana del XVII secolo Petrosinella (1634) e persino un’epopea persiana del X secolo intitolata Shahnameh. Il film d’animazione Disney del 2010 Rapunzel – L’intreccio della torre ha reinventato la storia ed è diventato subito uno dei preferiti dai fan, e ora avrà un remake in live-action.

Sono state diffuse nuove foto dal set, mentre le riprese sono in corso negli studi Ciudad de la Luz di Alicante. Il remake in live-action del suo amato film d’animazione Rapunzel – L’intreccio della torre ha svelato nuove foto dal set che mostrano un’anteprima del Castello di Corona, adornato con stendardi nei controversi colori blu e oro, a differenza del film originale, che erano viola e oro. Le nuove foto arrivano dopo che erano state diffuse immagini di Teagan Croft nei panni di Rapunzel e Milo Manheim in quelli di Flynn Rider sul set del remake, con i loro costumi di scena. I fan rimangono scettici riguardo al prossimo remake, dato che il più recente, Oceania, si è rivelato un clamoroso flop al botteghino e una grande delusione per i fan di lunga data del franchise d’animazione. Non sarebbe la prima volta che un remake si rivela un flop per la Disney: Biancaneve ha ricevuto un’accoglienza ancora peggiore da parte del pubblico.

Tuttavia, il remake live-action di Lilo & Stitch è stato acclamato e ha raggiunto livelli record al botteghino, portando la casa di produzione a commissionare un sequel. Le riprese di Rapunzel – L’intreccio della torre dovrebbero terminare ad agosto e sono in corso da un paio di mesi, come annunciato dalla madre di Manheim, l’attrice Camryn, su Instagram con la didascalia: “Da Barcellona ad Alicante, ho avuto l’opportunità di ritrovare vecchi amici e trascorrere del tempo con Milo, ammirandolo brillare”.

Madre Gothel sarà interpretata da Kathryn Hahn, con grande gioia dei fan, e Diego Luna, noto per il ruolo di Andor, è stato scelto per un ruolo originale creato appositamente per questa nuova versione di Rapunzel. Michael Gracey, noto per The Greatest Showman, dirigerà il film, mentre Jennifer Kaytin Robinson e Michael Montemayor si occuperanno della sceneggiatura.

Christopher Nolan rivela che Odissea ha “stuzzicato moltissimo” il suo interesse per un film horror

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Dopo il trionfo di Oppenheimer e il successo di Odissea (leggi qui la nostra recensione), il futuro di Christopher Nolan sembra completamente aperto. Il regista britannico, oggi tra gli autori più influenti del cinema contemporaneo, ha infatti rivelato di essere ancora affascinato dall’idea di dirigere un horror, pur precisando che accetterà la sfida soltanto se troverà una storia all’altezza delle sue ambizioni.

Intervistato da The Hollywood Reporter per commentare l’ottimo debutto di Odissea, Nolan è tornato sull’argomento già affrontato lo scorso anno, spiegando che proprio il suo ultimo film ha alimentato ulteriormente il desiderio di confrontarsi con il genere horror. Le sue parole confermano che l’ipotesi resta concreta, anche se non esiste ancora un progetto in sviluppo.

La dichiarazione è significativa perché arriva in un momento in cui il regista gode di una libertà creativa quasi assoluta. Dopo aver dimostrato di poter trasformare opere complesse e ad alto budget in grandi successi commerciali, Nolan potrebbe scegliere qualsiasi direzione per il suo prossimo lungometraggio, e l’horror rappresenterebbe una novità assoluta nella sua filmografia.

Per Christopher Nolan un grande horror nasce prima di tutto da una grande idea

Nel corso dell’intervista, Christopher Nolan ha spiegato cosa ritiene davvero indispensabile per affrontare il genere: “Odissea ha decisamente alimentato il mio desiderio di esplorare ancora di più questo territorio. Ma ho sempre pensato che l’horror debba essere affrontato con enorme attenzione dal punto di vista concettuale. In altre parole, serve un’idea straordinaria. Quando guardi un film come Obsession, c’è un’idea incredibile alla base. Quel film funziona in maniera eccezionale. Non è una questione tecnica, non riguarda ciò che mi piacerebbe sperimentare sul piano della regia. Riguarda la storia. Ed è proprio quella che continuo a cercare.”

Le dichiarazioni riprendono quanto Nolan aveva già affermato durante un incontro organizzato dal BFI nel 2024, quando aveva definito l’horror un genere profondamente viscerale, capace di esplorare oscurità, astrazione e possibilità narrative che il cinema hollywoodiano tende spesso a evitare.

Un eventuale horror firmato da Christopher Nolan rappresenterebbe un passaggio naturale nell’evoluzione della sua carriera. Nel corso degli anni il regista ha attraversato fantascienza, thriller psicologico, noir, cinecomic, war movie e biopic storici, costruendo ogni volta opere caratterizzate da una forte identità autoriale. L’horror sarebbe quindi uno dei pochi territori ancora inesplorati.

I fan, tuttavia, dovranno armarsi di pazienza. Lo stesso Nolan ha spiegato di voler prendersi almeno tre anni di pausa dalla regia dopo l’impegnativa lavorazione di Odissea. Considerando i tempi necessari per scrittura, pre-produzione, riprese e post-produzione di un suo film, è improbabile che il prossimo progetto arrivi nelle sale prima del 2030. Se davvero sarà un horror, nascerà soltanto quando il regista sarà convinto di avere trovato quell’idea capace di giustificare un nuovo viaggio in un genere tanto affascinante quanto difficile.

La fusione tra Paramount e Warner Bros. è stata bloccata da un giudice. Ecco cosa è successo

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L’acquisizione di Warner Bros Discovery da parte di Paramount sembra non essere tanto scontata quanto si pensava. Il gigante dello streaming Netflix aveva inizialmente puntato all’acquisizione di Warner Bros. Discovery, prima che l’offerta di Paramount venisse considerata “superiore”, e Netflix aveva deciso che non poteva (o voleva) competere. Pertanto, l’amministratore delegato di Paramount, David Ellison, si è aggiudicato quella fase, ma ora si trova ad affrontare sfide più ardue a causa della situazione globale e del futuro dell’industria cinematografica, lasciando tutti a chiedersi cosa questa acquisizione potrebbe significare per Hollywood e il suo futuro.

Il giudice Araceli Martinez-Olguin ha temporaneamente bloccato la fusione tra Paramount e Warner Bros. Discovery. Una coalizione di stati sostiene che l’operazione violi la legge antitrust federale, il che porterebbe a prezzi più alti e a una riduzione della produzione di film e serie TV.

Questo avviene dopo che Paramount aveva accettato di non concludere la transazione prima del 22 luglio, e dopo che una coalizione di 12 stati guidata dalla California aveva presentato una mozione per un’ingiunzione temporanea di 28 giorni per bloccare la chiusura dell’accordo. Gli stati chiedono anche un’ingiunzione preliminare, affinché il giudice possa pronunciarsi nel merito della causa intentata dagli stati stessi.

Durante l’udienza, Variety ha riportato che Martinez-Olguin “ha insinuato che la Paramount avesse ammesso di non subire danni da una sospensione temporanea”. Tuttavia, Jeffrey Kessler, che rappresenta la Paramount, si è offerto di non finalizzare la transazione per un massimo di 30 giorni in attesa dell’udienza.

La scorsa settimana (13 luglio) è stato annunciato che 12 stati, tra cui Arizona, California, Colorado, Connecticut, Massachusetts, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon e Washington, si sono uniti per fermare l’acquisizione di WBD per 111 miliardi di dollari. Il Procuratore Generale della California, Bonta, ha rilasciato una dichiarazione in cui si legge:

“La fusione illegale di questi due colossi dell’intrattenimento porterebbe a prezzi più alti, qualità inferiore e meno contenuti per film e televisione, danneggiando le sale cinematografiche, i distributori di canali via cavo e, in definitiva, il pubblico di ogni divano e poltrona del cinema negli Stati Uniti. L’industria cinematografica e dell’intrattenimento californiana influenza quotidianamente la vita degli americani: entra nei salotti delle famiglie, ha un ruolo da protagonista nei primi appuntamenti di molti giovani ed è motivo di immenso orgoglio e fonte di occupazione per i californiani in tutto lo stato.”

Anche i consumatori e gli abbonati della Paramount hanno intentato causa per bloccare la fusione, affermando: “La capacità e l’interesse della Paramount ad aumentare i prezzi, ridurre la produzione, restringere il catalogo, diminuire la qualità e peggiorare le condizioni per i consumatori, anche attraverso il controllo della distribuzione, dell’esclusività, delle finestre di distribuzione e delle licenze”.

Sebbene non sia chiaro cosa riserverà il futuro, Ellison ha dimostrato di essere determinato a far acquisire la Warner Bros. Digital da parte della Paramount ed è evidente che il futuro di Hollywood dipende dall’esito di questa operazione.