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Odissea: come Christopher Nolan ha reso la scena delle Sirene una delle migliori del film

L’Odissea (leggi qui la nostra recensione) di Christopher Nolan è ricca di momenti che sembrano quasi impossibili da portare sul grande schermo. Dare vita al Ciclope è una sfida notevole. Rendere credibile l’intervento degli dèi nelle vicende degli uomini lo è ancora di più. Eppure la sequenza probabilmente più difficile da adattare non richiede effetti speciali spettacolari né giganteschi set: richiede una canzone.

Le Sirene sono tra le creature più iconiche della mitologia greca. Con il loro canto irresistibile attirano i marinai verso una morte certa, incapaci di resistere alla tentazione di ascoltarle. Consapevole del pericolo, Ulisse ordina ai suoi compagni di tapparsi le orecchie con cera d’api e di legarlo saldamente all’albero della nave. Qualunque cosa accada, anche se dovesse implorare, urlare o minacciare, nessuno dovrà liberarlo finché il pericolo non sarà passato.

È una delle scene più celebri dell’Odissea, ma anche una di quelle che più spesso hanno deluso nelle trasposizioni cinematografiche. Ogni adattamento deve infatti affrontare la stessa domanda impossibile: quale melodia potrebbe davvero essere così straordinaria da spingere qualcuno a morire pur di ascoltarla? Christopher Nolan risolve il problema in modo sorprendente: smette di trattare la scena come se fosse davvero incentrata sulla musica. Ed è proprio questa intuizione a evitare che il momento risulti involontariamente ridicolo, come accaduto in molte versioni precedenti.

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Christopher Nolan ha capito che le Sirene non stavano davvero offrendo una canzone

Matt Damon in azione in Odissea (2026)

È naturale immaginare le Sirene come creature dalla voce soprannaturale, capaci di ipnotizzare chiunque semplicemente cantando. Molte trasposizioni hanno puntato proprio su questa interpretazione, insistendo su melodie eteree e performance vocali quasi magiche, chiedendo allo spettatore di credere che quelle creature cantino semplicemente meglio di chiunque altro.

In realtà non è questo che scrive Omero. Quando le Sirene si rivolgono a Ulisse, dedicano ben poco spazio alla bellezza della propria voce. Al contrario, gli fanno una proposta precisa. “Illustre Ulisse, gloria degli Achei“, cantano, invitandolo ad avvicinarsi e ad ascoltarle. Promettono che chi si fermerà a sentirle riprenderà il viaggio diventando “più saggio”. Sostengono di conoscere ogni dettaglio della guerra di Troia e tutto ciò che accade nel mondo.

Si tratta di una tentazione estremamente mirata. Ulisse non è soltanto un grande guerriero: è soprattutto un uomo definito dalla sua intelligenza e dalla sua inesauribile curiosità. Durante tutto il viaggio sopravvive proprio perché cerca continuamente risposte, ragiona davanti all’impossibile e non si accontenta mai delle apparenze.

Le Sirene non lo seducono con l’amore o con il piacere. Lo seducono con ciò che desidera più di ogni altra cosa: la conoscenza. Gli promettono risposte a domande che nessun mortale dovrebbe essere in grado di porre. Il canto diventa così soltanto il mezzo attraverso cui trasmettere quell’offerta. Ciò che conta davvero è l’idea che porta con sé, ed è proprio questo l’aspetto che Christopher Nolan coglie perfettamente.

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Christopher Nolan risolve un problema che il cinema affronta da decenni

Matt Damon e Zendaya in Odissea (2026)
Matt Damon e Zendaya in Odissea (2026) © Universal Studios.

Il motivo per cui le Sirene sono così difficili da adattare è evidente: il pubblico si aspetta di ascoltare qualcosa di straordinario. Dopo quasi tremila anni di racconti che descrivono il canto più irresistibile del mondo, nessuna composizione musicale reale potrebbe davvero essere all’altezza delle aspettative. Se lo spettatore comincia a giudicare la melodia in sé, l’incantesimo è già spezzato.

Christopher Nolan evita completamente questa trappola spostando l’attenzione altrove. Anziché chiedere al pubblico se il canto sia abbastanza bello, gli chiede di osservare ciò che accade a Ulisse. La vera protagonista della sequenza diventa così l’interpretazione di Matt Damon.

Il suo Ulisse aveva pianificato con estrema lucidità quell’incontro e sa perfettamente cosa gli sta accadendo. Eppure non riesce comunque a resistere. Si contorce contro le corde, tenta disperatamente di liberarsi e perde completamente il controllo che lo aveva contraddistinto fino a quel momento. Vedere un uomo tanto intelligente e disciplinato sgretolarsi davanti ai nostri occhi racconta molto più delle Sirene di qualsiasi melodia avrebbe mai potuto fare.

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Il cambiamento più importante rende le Sirene ancora più terrificanti

Odisseo urla in Odissea

Christopher Nolan introduce anche una modifica sostanziale rispetto al poema di Omero, ed è probabilmente quella che rende la sequenza ancora più efficace. Nel testo originale soltanto Ulisse ascolta il canto delle Sirene. I marinai hanno infatti le orecchie tappate con la cera e assistono soltanto ai disperati tentativi del loro comandante di liberarsi, senza comprenderne il motivo. L’intero equipaggio sopravvive perché segue fedelmente gli ordini ricevuti.

Nel film, invece, uno dei marinai rimuove la cera dalle orecchie. Nel momento in cui ascolta il canto si getta immediatamente in mare, incapace di opporsi alla promessa delle Sirene. Probabilmente desiderava soltanto tornare a casa. È una modifica apparentemente minima, ma estremamente efficace. In questo modo Christopher Nolan evita ancora una volta di chiedere al pubblico se il canto sia davvero all’altezza della sua fama. Preferisce mostrarne le conseguenze.

Non abbiamo bisogno di ascoltare ogni nota per comprenderne il potere. Vediamo un uomo abbandonare volontariamente la nave e un altro combattere con tutte le proprie forze per spezzare le corde che lo trattengono. È sufficiente. In altre parole, Christopher Nolan non cerca mai di dimostrare che il canto delle Sirene sia irresistibile. Ce lo mostra.

Le Sirene non fanno paura perché sono le migliori cantanti mai esistite. Fanno paura perché conoscono perfettamente il desiderio più profondo di chi le ascolta e promettono di soddisfarlo. Per Ulisse quel desiderio è la conoscenza. Nel film, tuttavia, è anche capire che ciò che più l’uomo desidera è ciò che non può possedere e che ciò che non può possedere è ciò che aveva e ha perso. Nel rivelarci ciò con il suo monologo, Ulisse ribadisce dunque il tema della nostalgia e di come il tempo che passa sia davvero il nemico più temibile dell’uomo.

Christopher Nolan, dunque, non risolve una delle scene più difficili dell’Odissea tentando di inventare la canzone perfetta. La risolve comprendendo che Omero non chiedeva ai suoi lettori di innamorarsi della musica, ma di capire perché Ulisse fosse incapace di resistere alla promessa nascosta dietro quel canto. Ed è proprio questa intuizione a rendere la sua versione una delle più convincenti mai viste sul grande schermo.

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Avengers: Doomsday, il primo trailer divide i fan tra entusiasmo e critiche

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Il primo trailer ufficiale di Avengers: Doomsday è finalmente arrivato, ma le reazioni del pubblico sono tutt’altro che unanimi. Dopo mesi di attesa e un’anteprima esclusiva mostrata durante il CinemaCon, i Marvel Studios hanno pubblicato il filmato che riporta gli Avengers sul grande schermo a sette anni da Avengers: Endgame. L’accoglienza, però, è stata molto più contrastata rispetto a quanto accaduto con i precedenti capitoli della saga.

Sui social, molti spettatori hanno elogiato il ritorno degli eroi Marvel, mentre altri hanno giudicato il trailer meno coinvolgente rispetto alle campagne promozionali di Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame. “Il trailer di Doomsday non mi ha emozionato come quelli di Infinity War e Endgame in termini di hype, ma il film sembra davvero ottimo”. Alcuni utenti hanno apprezzato le immagini ma si sono detti meno colpiti dall’impatto emotivo del filmato, sottolineando comunque di avere fiducia nel risultato finale.

A far discutere sono stati anche il montaggio, alcune sequenze d’azione e perfino la scelta dei personaggi presenti nel trailer. Una parte del pubblico ha espresso dubbi sull’inserimento di alcuni membri degli X-Men. “Quel trailer era così così, a dire il vero. Mi aspettavo molto di più. Inoltre, non sono sicuro della scelta del cast degli X-Men; se serve alla storia allora va bene, altrimenti hanno scelto personaggi a caso tra quelli disponibili”, ha dichiarato un altro spettatore indeciso.

Altri hanno invece messo a confronto il filmato con quello di Dune – Parte Tre, ritenuto da diversi utenti più spettacolare sul piano visivo. “Mi è sembrato piuttosto così così rispetto al primo trailer di “Dune 3”. Onestamente, sono più entusiasta di quello.”, ha affermato un fan.

Altri hanno paragonato il trailer all’epico Odissea di Christopher Nolan, sottolineandone l’aspetto poco brillante: “Non si apprezza davvero quanto Nolan abbia puntato sulla realistica in Odissea e quanto sembri reale finché non si vede qualcosa come il trailer di Avengers: Doomsday. Alcuni fan hanno addirittura affermato che si sarebbe potuta usare l’intelligenza artificiale, dicendo: “Alcune di quelle scene d’azione nel trailer di Doomsday sembrano proprio generate dall’intelligenza artificiale, amico, e pensare che stavo lodando il miglioramento visivo nei teaser”.

Un altro fan ha dichiarato che forse si aspettava di più da Avengers: Doomsday e dal suo primo trailer ufficiale dopo mesi di anticipazioni, dicendo: “Ragazzi… Sono l’unico a pensare che il trailer di Avengers: Doomsday sia stato del tutto deludente? Non sto cercando di fare lo st***zo. Davvero che no. Ma mi è sembrato montato in modo così strano e incompleto. Non ho provato nulla… Cioè, Doom sembra figo. Ma se lo si confronta con il teaser di Infinity War…”.

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Il confronto con Dune e le critiche agli effetti visivi alimentano il dibattito sul futuro del MCU

Tra i commenti più condivisi online c’è dunque quello di chi ha ammesso di non aver provato lo stesso entusiasmo suscitato dai trailer dei precedenti film degli Avengers, pur riconoscendo il potenziale del progetto. Altri utenti hanno invece criticato il montaggio, definendolo poco incisivo, mentre qualcuno ha persino ipotizzato che alcune inquadrature sembrassero generate con l’intelligenza artificiale, alimentando una discussione sull’aspetto visivo del film.

Il confronto più ricorrente è stato però quello con Dune – Parte Tre di Denis Villeneuve, che uscirà nelle sale lo stesso giorno di Avengers: Doomsday. Diversi spettatori hanno dichiarato di essere rimasti maggiormente impressionati dal trailer del kolossal fantascientifico, considerandolo più realistico e spettacolare, soprattutto per l’approccio agli effetti pratici.

Nonostante le critiche, il trailer ha comunque raggiunto il suo obiettivo principale: riportare il film al centro della conversazione tra gli appassionati Marvel. Dopo la conclusione della Saga dell’Infinito, Avengers: Doomsday rappresenta infatti il primo grande evento corale del Marvel Cinematic Universe, chiamato a rilanciare il franchise e a preparare il terreno per Avengers: Secret Wars.

Le reazioni contrastanti dimostrano quanto le aspettative siano elevate. Dopo il successo senza precedenti di Avengers: Endgame, qualsiasi nuovo capitolo viene inevitabilmente confrontato con uno dei momenti più importanti della storia del cinema blockbuster. La vera risposta arriverà soltanto con l’uscita nelle sale del film, prevista per il 18 dicembre, quando sarà chiaro se il ritorno degli Avengers riuscirà a convincere anche gli spettatori più scettici.

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Jennifer’s Body 2, Megan Fox pronta a tornare nel sequel

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Jennifer’s Body 2, Megan Fox pronta a tornare nel sequel

A distanza di oltre quindici anni dall’uscita del film originale, Jennifer’s Body potrebbe finalmente avere un seguito. Secondo quanto riportato da Dread Central, Megan Fox sarebbe pronta a riprendere il ruolo di Jennifer, con Karyn Kusama nuovamente alla regia e una sceneggiatura firmata ancora da Diablo Cody. La notizia, se confermata, segnerebbe il ritorno di uno degli horror più rivalutati degli ultimi anni.

Al momento non è arrivata alcuna conferma ufficiale da parte della produzione, ma le indiscrezioni indicano che le riprese potrebbero iniziare già nel mese di ottobre a Vancouver. Resta invece in sospeso il ritorno di Amanda Seyfried, interprete di Needy, anche se diverse fonti sostengono che l’attrice sarebbe intenzionata a partecipare al progetto. Del resto, la stessa Seyfried aveva già dichiarato in passato di voler tornare nel franchise, soprattutto se anche Megan Fox fosse stata coinvolta.

La possibilità che Jennifer’s Body 2 diventi realtà rappresenta molto più del semplice recupero di un titolo cult. Il film del 2009 fu accolto tiepidamente al botteghino e dalla critica dell’epoca, ma negli anni è stato completamente rivalutato, diventando un punto di riferimento del cinema horror contemporaneo e della narrazione femminile nel genere. Proprio questa riscoperta sembra aver convinto gli studios che oggi esiste un pubblico molto più ampio e consapevole rispetto a quello che accolse il film al debutto.

Il sequel potrebbe raccogliere l’eredità del cult horror rivalutato negli ultimi anni

L’idea di un seguito non nasce oggi. Già nel 2025 Karyn Kusama aveva rivelato che Diablo Cody stava lavorando a una nuova storia ambientata nell’universo del film. La regista aveva spiegato:

“Ci sta lavorando proprio adesso e sono davvero impaziente di vedere cosa ne verrà fuori. Conosco alcune delle basi della storia, quindi non voglio rivelare nulla, ma sembra divertente e folle quanto il primo film. Non ho alcun dubbio che Diablo realizzerà qualcosa di assolutamente incredibile.”

Le informazioni trapelate suggeriscono che proprio Kusama tornerà dietro la macchina da presa dopo aver dedicato gli ultimi anni soprattutto alla produzione della serie Yellowjackets. Se il progetto entrerà davvero in lavorazione entro la fine dell’anno, sarà il suo primo lungometraggio da oltre sette anni.

Resta invece da capire come il sequel affronterà gli eventi del primo capitolo. Il finale di Jennifer’s Body sembrava chiudere definitivamente il destino della protagonista interpretata da Megan Fox, mentre il personaggio di Needy usciva profondamente trasformato dall’esperienza vissuta. È probabile che il nuovo film scelga di espandere la mitologia della storia piuttosto che limitarsi a riproporre gli stessi eventi, sfruttando anche la popolarità che il titolo ha acquisito sulle piattaforme streaming e sui social negli ultimi anni.

Nonostante il modesto incasso iniziale, appena 31,6 milioni di dollari a fronte di un budget di circa 16 milioni, Jennifer’s Body è diventato uno dei casi più emblematici di rivalutazione critica del cinema recente. Oggi viene spesso citato come un horror capace di anticipare temi e sensibilità che il pubblico ha imparato ad apprezzare solo con il passare del tempo. Un eventuale sequel avrebbe quindi il compito di dialogare con questa nuova eredità culturale, più che con il risultato commerciale del film originale.

Blade: Kevin Feige ammette il fallimento del reboot con Mahershala Ali e aggiorna sul futuro del film

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I continui rinvii del reboot di Blade continuano a pesare sul futuro del Marvel Cinematic Universe, e questa volta è stato direttamente Kevin Feige a rompere il silenzio con parole sorprendenti. Il presidente dei Marvel Studios ha infatti riconosciuto pubblicamente le difficoltà incontrate dal progetto con Mahershala Ali, offrendo una delle dichiarazioni più sincere mai rilasciate sul travagliato sviluppo del film.

Intervistato nel podcast Happy Sad Confused, Feige ha parlato apertamente dello stato del progetto, confermando quanto il mancato avvio della produzione rappresenti una delusione anche per lui. Le sue parole arrivano dopo anni di cambi di registi, sceneggiatori e riscritture che hanno trasformato Blade nel titolo più problematico dell’attuale fase dei Marvel Studios.

“Mi sento come un enorme perdente e un fallimento per il fatto che non siamo riusciti a far partire il progetto con Mahershala.”

La fonte della notizia è l’intervista rilasciata da Kevin Feige al podcast Happy Sad Confused. Le dichiarazioni assumono un peso particolare perché confermano ufficialmente ciò che finora era emerso soltanto attraverso indiscrezioni: Blade non è stato semplicemente rinviato, ma è diventato uno dei più grandi ostacoli creativi affrontati dai Marvel Studios negli ultimi anni.

Il futuro di Blade nel MCU resta incerto, ma Marvel non sembra aver rinunciato al personaggio

Annunciato durante il San Diego Comic-Con 2019, il nuovo Blade con Mahershala Ali avrebbe dovuto rappresentare l’ingresso definitivo del celebre cacciatore di vampiri nel Marvel Cinematic Universe. Da allora, però, il film ha attraversato una lunga serie di cambiamenti: diversi registi hanno lasciato il progetto, la sceneggiatura è stata riscritta più volte e perfino l’ambientazione è cambiata, passando da un racconto in costume a una storia ambientata nel presente del MCU. Alla fine il film è stato rimosso dal calendario delle uscite, senza una nuova data.

Nonostante tutto, Feige ha ricordato con soddisfazione il ritorno di Wesley Snipes nei panni di Blade in Deadpool & Wolverine, un cameo accolto con entusiasmo dal pubblico che ha permesso almeno di riportare il personaggio sul grande schermo. Nel frattempo Mahershala Ali ha fatto sentire la propria voce soltanto nella scena post-credit di Eternals, in cui il suo Blade avvertiva Dane Whitman (Kit Harington) prima che impugnasse la Ebony Blade, senza però apparire mai in scena.

Le parole di Kevin Feige lasciano intendere che il progetto non sia stato cancellato definitivamente, ma che i Marvel Studios stiano ancora cercando la strada giusta. L’ipotesi più concreta è che Mahershala Ali possa debuttare prima in un film corale, come Avengers: Doomsday, Avengers: Secret Wars oppure in un eventuale progetto dedicato ai Midnight Sons, prima di ottenere un’avventura completamente dedicata al personaggio. Per una saga che sta ridefinendo il proprio futuro dopo la Multiverse Saga, trovare finalmente una direzione per Blade rappresenta ormai una priorità narrativa oltre che produttiva.

Avengers: Doomsday, le rivelazioni più emozionanti del primo trailer

Dopo mesi di attesa, i Marvel Studios hanno finalmente pubblicato il primo trailer ufficiale completo di Avengers: Doomsday. Sebbene alcune delle rivelazioni più importanti possano essere già note a chi ha partecipato al CinemaCon all’inizio di quest’anno, poter finalmente vedere il nuovo filmato dell’MCU in alta qualità è sicuramente emozionante. Insieme ad alcune rivelazioni aggiuntive, c’è molto da analizzare.

Aggiungendo ulteriore contesto ai quattro teaser di Avengers: Doomsday pubblicati all’inizio dell’anno, il nuovo trailer di Doomsday delinea l’enorme posta in gioco, oltre a offrire la migliore anteprima finora di Robert Downey Jr. nei panni del Dottor Doom. Con il ritorno di eroi amati e scontri epici tra gli iconici Vendicatori e gli X-Men, Avengers: Doomsday si preannuncia come uno dei film più importanti dell’MCU di tutti i tempi. Ecco tutte le rivelazioni e i momenti più importanti del nuovo trailer, insieme a un intrigante poster del Dottor Doom appena pubblicato dai Marvel Studios.

Xavier assiste a un’incursione

Avengers: Doomsday trailerIl trailer si apre con il Professor Charles Xavier (Sir Patrick Stewart) che assiste a una devastazione di proporzioni enormi fuori dalla sua finestra. Sebbene i dettagli siano volutamente oscurati, sembra proprio che si tratti di un intero pianeta pronto a scontrarsi con questo mondo, una massiccia incursione multiversale, come nei fumetti originali. Questa scena si collega anche al teaser di Avengers: Doomsday, incentrato sugli X-Men, in cui Xavier si trova nella stessa stanza con Magneto, mentre i due si preparano insieme alla fine del mondo.

“Una decisione impensabile”

Avengers: Doomsday trailerIl primo trailer pubblico di Avengers: Doomsday ci ha anche offerto la migliore anteprima di Robert Downey Jr. nei panni di Victor von Doom, con indosso l’iconica maschera, armatura, cappuccio e tunica verde del supercriminale. Non solo, ma si sente anche la voce di Robert Downey Jr. nei panni del Dottor Doom, che sembra avvertire gli eroi del film che sta per accadere qualcosa di inevitabile e che dovranno prendere una decisione impensabile.

Questo avvalora la teoria secondo cui il villain potrebbe inizialmente presentarsi come un alleato, offrendo ai diversi gruppi di eroi provenienti da mondi differenti un modo per salvare la propria realtà, a patto che siano disposti a sacrificare gli altri.

Vendicatori e Fantastici Quattro si riuniscono

Avengers: Doomsday trailerThor, interpretato da Chris Hemsworth, viene mostrato mentre parla con i Nuovi Vendicatori, i Fantastici Quattro, Captain America (Sam Wilson) e Ant-Man (Scott Lang) riuniti nella Torre di Guardia dei Nuovi Vendicatori. È un gruppo di eroi impressionante, anche se Thor ammette che i pericoli imminenti lo spaventano più di qualsiasi cosa abbia mai affrontato prima, e che si tratta di avversari persino più potenti.

Namor e Talokan

Avengers: Doomsday trailerBlack Panther (Shuri), Re M’Baku e altri guerrieri del Wakanda si scontrano con Namor e le sue forze provenienti dal regno sottomarino di Talokan. Dato il contesto del trailer completo, è probabile che il Wakanda cercherà un’alleanza con Talokan per affrontare le minacce imminenti, sebbene il loro arrivo iniziale sembri piuttosto travagliato, il che non sorprende considerando la fragile tregua stipulata tra le due nazioni alla fine di Black Panther: Wakanda Forever.

Gambit contro Shang-Chi

Avengers: Doomsday trailerIl primo grande scontro tra Vendicatori e X-Men mostrato in questo nuovo trailer di Doomsday vede Gambit (Channing Tatum), con i suoi poteri cinetici mutanti, affrontare Shang-Chi e i suoi potenti Dieci Anelli. Basandosi solo su queste poche inquadrature, è quasi certo che questa sarà una delle sequenze più spettacolari del film, anche se la nuova inquadratura di Ciclope (James Marsden) è altrettanto fantastica).

Loki con la TVA

Avengers: Doomsday trailerAnche nel nuovo trailer di Avengers: Doomsday compare Loki, interpretato da Tom Hiddleston. Tuttavia, non indossa la corona e la nuova veste verde viste nel finale della seconda stagione di Loki, né siede sul suo nuovo trono come nuovo dio e protettore multiversale che tiene unite le diverse realtà.

Loki indossa invece un impermeabile e tiene in mano una carta TVA con l’immagine dell’albero multiversale che ha creato nel finale, il che suggerisce che l’ex Dio dell’Inganno avrà un ruolo molto più attivo in Avengers: Doomsday di quanto molti probabilmente avessero immaginato.

Il Wakanda si unisce alla lotta

Avengers: Doomsday trailerSempre nella stessa area circondata dall’oceano dove il Wakanda si era incontrato con Talokan, Shuri e Re M’Baku vengono visti incontrare un gruppo di Vendicatori, Nuovi Vendicatori e Fantastici Quattro, ricollegandosi al teaser di Doomsday tra Wakanda e i Fantastici Quattro, in cui M’Baku e La Cosa (Ben Grimm) si presentavano mentre Pantera Nera narrava, parlando del dovere del Re del Wakanda di preparare il suo popolo all’aldilà, mentre lei aveva il suo.

HERBIE!

Avengers: Doomsday trailerDietro Yelena Belova (Florence Pugh), accanto a Capitan America/Sam Wilson (Anthony Mackie) e Mister Fantastic (Pedro Pascal), si intravede nientemeno che l’amato robot HERBIE. Tuttavia, il fedele robot sembra essere stato aggiornato dalla sua ultima apparizione in Fantastic Four: First Steps, il che si allinea con i costumi più moderni che l’intera Prima Famiglia indosserà per Doomsday.

Yelena contro Mystica

Avengers: Doomsday trailerIndossando un costume bianco fedele ai fumetti, Mystica, interpretata da Rebecca Romijn, si trasforma in Yelena Belova per combattere contro di lei, anticipando un’altra entusiasmante battaglia tra Vendicatori e X-Men in Avengers: Doomsday. Essendo una delle poche X-Men confermate in Doomsday, sarà interessante scoprire di più su questa versione di Raven e sul suo legame/relazione con gli X-Men e Magneto.

Cassie Lang

Avengers: Doomsday trailerIl nuovo trailer di Doomsday mostra anche una scena di Ant-Man (Paul Rudd) con sua figlia Cassie (Kathryn Newton). Considerando che Cassie ha fatto il suo debutto da supereroina nei panni di Stature in Ant-Man and the Wasp: Quantumania del 2023, viene da chiedersi quanto ruolo attivo potrebbe avere nel prossimo crossover dell’MCU. Dopotutto, è già stata anticipata la sua possibile appartenenza ai Young Avengers di Ms. Marvel e Kate Bishop, gruppo che non si è ancora formalmente riunito nell’MCU.

Thor contro il Dottor Destino

Avengers: Doomsday
Avengers: Doomsday – screen dal primo trailer

Mentre Thor parla dei pericoli imminenti, più potenti di qualsiasi altro abbia mai affrontato, il Dio del Tuono si prepara a scagliare Stormbreaker contro il Dottor Destino con una scarica di fulmini, in stile Infinity War. Tuttavia, il Dottor Destino di RDJ ferma l’ascia con una sola mano, apparentemente senza alcuno sforzo. Questo non solo dimostra in modo epico il potere di Destino nell’MCU, ma conferma anche le preoccupazioni e le preghiere di Thor, come già visto nel teaser di Odinson “Doomsday” pubblicato all’inizio dell’anno.

“Un miracolo” – Il ritorno di Steve Rogers

Avengers: Doomsday trailerDopo aver detto ai suoi compagni eroi che ci vorrà un miracolo per fermare ciò che sta per accadere, Thor rimane scioccato nel vedere nientemeno che Steve Rogers (Chris Evans) davanti a lui. Dopotutto, Rogers aveva scelto di tornare alla sua linea temporale nel passato per stare con Peggy Carter alla fine di Avengers: Endgame, e il primissimo teaser di Doomsday, pubblicato alla fine dello scorso anno, mostrava il primo Captain America godersi il suo lieto fine con un figlio.

Tuttavia, sembra che Steve sia tornato, presumibilmente per proteggere la sua famiglia, e ora lo vediamo evocare Mjolnir nella sua mano per dimostrare a Thor che è davvero lui. Visto che si ritrovano su quella che sembra essere l’astronave dei Fantastici Quattro, forse la Prima Famiglia è la spiegazione del ritorno di Steve nel presente? Oppure, forse è stato reclutato da Loki e dalla TVA. Ci sono alcune possibilità intriganti.

Il poster di Doomsday anticipa la famiglia di Doom

Avengers: Doomsday postgerIn concomitanza con l’uscita del nuovo trailer, i Marvel Studios hanno pubblicato un nuovo poster che mostra il Dottor Doom mentre sale una scalinata verso un grande arazzo raffigurante un mondo, e una madre con il figlio tra le nuvole, circondati da angeli. È plausibile ipotizzare che si tratti della famiglia di Doom, forse scomparsa durante un’incursione.

Tutto sommato, sarebbe una motivazione plausibile se l’obiettivo di Doom fosse impedire che ciò che è accaduto al suo mondo si ripeta altrove nel multiverso, anche a costo di distruggere alcune realtà per risparmiarne altre. D’altra parte, forse Doom sta cercando di distruggere preventivamente le realtà prima di inevitabili incursioni, per poi ricostituire i resti in un’unica realtà (come Battleworld in Secret Wars).

Avengers: Doomsday, il trailer sfida già la scena più discussa di Endgame

Avengers: Doomsday sembra già destinato a sfidare la scena più criticata di Avengers: Endgame. I Marvel Studios hanno finalmente pubblicato il primo trailer completo di Avengers: Doomsday e, sebbene l’arrivo del Dottor Doom abbia comprensibilmente dominato la discussione, il filmato offre anche un’interessante anteprima di come si riunirà la nuova squadra di eroi dell’MCU. Dopo anni di narrazione sempre più frammentata tra film, serie Disney+, linee temporali alternative e avventure multiversali, Doomsday sembra voler riunire un gran numero di personaggi nello stesso spazio e nello stesso momento.

Il trailer mostra il ritorno degli Avengers, dei Fantastici Quattro, degli eroi del Wakanda e di diversi personaggi provenienti da altri angoli della timeline cinematografica Marvel. Cosa ancora più importante, non li presenta semplicemente come pedine su una scacchiera in attesa della prossima battaglia. Diversi momenti si concentrano sulle interazioni tra i personaggi, lasciando intendere che le relazioni potrebbero diventare importanti quanto l’azione stessa.

Questo approccio potrebbe rivelarsi particolarmente significativo, considerando uno dei momenti più dibattuti di Avengers: Endgame. Sebbene il film sia stato un enorme successo e rimanga uno dei capolavori dell’MCU, una sequenza che coinvolge le eroine del franchise ha alimentato anni di discussioni tra il pubblico. Alcuni spettatori hanno apprezzato la natura celebrativa del momento, mentre altri l’hanno trovata eccessivamente costruita rispetto alle interazioni più spontanee del resto del film.

Il nuovo trailer di Avengers: Doomsday si sta già adoperando per evitare di ripetere la scena più discussa di Endgame

avengers endgame a-forceUno dei momenti più interessanti del trailer di Avengers: Doomsday è anche uno dei più silenziosi. In mezzo al caos delle minacce multiversali e al crescente potere del Dottor Doom, Sue Storm e Shuri condividono un breve ma significativo scambio di battute che suggerisce immediatamente familiarità e rispetto reciproco. È un piccolo dettaglio, ma che ha implicazioni importanti.

A differenza della famosa sequenza di Endgame in cui diverse eroine si riuniscono improvvisamente sul campo di battaglia, questa interazione sembra l’inizio di una vera e propria relazione. Il momento non serve solo a ricordare al pubblico la presenza di questi personaggi femminili. Piuttosto, suggerisce che potrebbero trascorrere del tempo significativo insieme nel corso del film.

Questa distinzione è importante. Una delle critiche più comuni rivolte al team tutto al femminile di Endgame non riguardava il concetto in sé, ma la sua realizzazione. Personaggi come Mantis, Wasp, Okoye, Scarlet Witch e Captain Marvel non avevano avuto alcuna scena insieme prima di condividere improvvisamente una posa eroica. Per alcuni, la scena è sembrata scollegata dalle dinamiche tra i personaggi che erano state costruite altrove nell’MCU. È stata quindi interpretata come un momento paternalistico e di facciata, pensato unicamente per soddisfare un requisito prima di riportare la narrazione sugli uomini.

Al contrario, Doomsday sembra già interessato a stabilire queste dinamiche in anticipo. Se Sue e Shuri collaborano per tutta la storia, qualsiasi momento successivo di squadra risulterà probabilmente meritato perché il pubblico avrà effettivamente visto il loro rapporto svilupparsi.

Il cast di Avengers: Doomsday sembra predisposto per evitare il ripetersi della controversia sullo scontro di Endgame

Anche l’enorme cast di Avengers: Doomsday gioca a suo favore. A differenza di Endgame, che ha dovuto gestire decine di eroi per concludere una saga decennale, Doomsday sembra essere strutturato attorno a gruppi che si integrano naturalmente.

Sue Storm, da sola, crea opportunità per molteplici relazioni significative. Essendo una delle figure centrali dei Fantastici Quattro e con il potenziale interesse per Franklin Richards, la sua competenza scientifica la rende una controparte naturale per personaggi come Shuri. Entrambe le donne sono tra le menti più brillanti della Marvel, il che rende la collaborazione del tutto credibile e non forzata.

Anche il cast più ampio crea opportunità simili. Il trailer di Doomsday anticipa un emozionante scontro tra Yelena Belova e Mystica, e il cast nel suo complesso sembra essere più equilibrato. Di conseguenza, le eroine sono più facilmente coinvolte in Avengers: Doomsday, riducendo la necessità di un momento di cameratismo femminile deliberato e goffo.

Cash Out 2: High Rollers, la spiegazione del finale del film

Cash Out 2: High Rollers, la spiegazione del finale del film

Con Cash Out 2: High Rollers, il regista Randall Emmett riporta in scena il ladro gentiluomo Mason Goddard, interpretato da John Travolta, proseguendo la storia iniziata con Cash Out (leggi qui la spiegazione del finale del primo film). Il sequel riprende gli elementi tipici dell’heist movie contemporaneo – infiltrazioni, doppi giochi, identità false e criminali miliardari – ampliando però la dimensione personale del protagonista. Questa volta il colpo non nasce dal desiderio di arricchirsi, bensì dalla necessità di salvare Amelia, trasformando la rapina in una missione di sopravvivenza.

Il finale del film, pur rispettando le convenzioni del genere, introduce alcuni colpi di scena che modificano gli equilibri tra i personaggi e lasciano aperta la porta a un possibile terzo capitolo. Dietro l’apparente lieto fine si nasconde infatti una riflessione sulla fiducia, sul tradimento e sulla capacità di Mason di anticipare sempre una mossa in più rispetto ai suoi avversari. È proprio questa abilità strategica, più ancora dell’azione, a definire il significato dell’epilogo.

Come il sequel amplia l’universo di Cash Out e conferma Mason come un protagonista costruito sull’intelligenza più che sulla forza

Fin dall’inizio, Cash Out 2: High Rollers riprende le conseguenze del primo film. Mason e la sua squadra vivono da ricercati dopo essere riusciti a sfuggire alle autorità e ad aver ricattato il miliardario corrotto Abel Salazar grazie a informazioni compromettenti. La loro apparente tranquillità viene interrotta quando Salazar rapisce Amelia durante il matrimonio di Link, costringendo il gruppo a tornare in azione.

Il nuovo colpo conduce la banda all’interno dello Scarlet Pearl Casino di New Orleans, proprietà di Zade Black, fratello dello stesso Salazar. La rivalità familiare tra i due miliardari diventa il motore dell’intera vicenda e introduce una rete di interessi che supera il semplice furto. Mason comprende rapidamente di essere soltanto una pedina all’interno di uno scontro molto più grande, nel quale ogni alleanza può cambiare da un momento all’altro.

Questa impostazione mantiene il film all’interno della tradizione degli heist movie, ma attribuisce al protagonista un ruolo diverso rispetto ai classici ladri cinematografici. Mason vince perché osserva, interpreta le informazioni e diffida costantemente di chi gli sta intorno. È un criminale che ragiona come uno stratega, qualità che torna decisiva proprio nel finale.

John Travolta in Cash Out 2 High Rollers

Cosa succede davvero nel finale: il doppio tradimento di Salazar, l’intervento dell’FBI e il vero piano di Mason

La rapina raggiunge il proprio obiettivo quando Mason e Shawn riescono ad aprire le due casseforti del penthouse di Zade. All’interno trovano un hard disk contenente criptovalute per un valore di circa seicento milioni di dollari appartenenti a Isabel Farrow, oltre a un secondo supporto con documenti compromettenti che Salazar desiderava recuperare.

Durante la missione emerge anche il tradimento di Georgios Caras. È stato lui, sotto ricatto, a cancellare il server di Link e a eliminare il materiale con cui la squadra teneva sotto controllo Salazar. Sebbene il personaggio abbia realmente tradito il gruppo, il film chiarisce che le sue azioni sono state determinate dalla minaccia rivolta alla sua famiglia. Quando decide di schierarsi apertamente con Mason, affrontando gli uomini di Zade, completa così il proprio percorso di redenzione.

La situazione sembra risolversi quando Mason consegna l’hard disk a Salazar in cambio della liberazione di Amelia. Il miliardario, però, rivela di non avere alcuna intenzione di rispettare gli accordi e costringe Mason a scegliere quale persona salvare tra Amelia e Shawn. È il momento in cui il criminale cerca di vendicarsi dell’umiliazione subita nel film precedente.

L’epilogo ribalta ancora una volta la situazione. Prima dell’incontro finale Mason aveva infatti stretto un accordo segreto con l’agente dell’FBI Richter, promettendo di consegnare Salazar insieme alle prove dei suoi crimini. L’irruzione degli agenti interrompe il piano del miliardario e porta al suo arresto, mentre Mason e la sua squadra ottengono l’immunità pattuita con le autorità.

John Travolta nel film Cash Out 2 High Rollers

Il tema della fiducia dimostra che il vero colpo riguarda le persone molto più del denaro

L’aspetto più interessante del finale riguarda il modo in cui il film utilizza il concetto di fiducia. Ogni personaggio tradisce qualcuno, oppure teme di essere tradito. Salazar manipola Mason attraverso Amelia. Caras inganna Link per proteggere la propria famiglia. Bella nasconde la propria identità e gioca contemporaneamente su più fronti. Persino l’FBI sceglie di collaborare con un ricercato pur di arrestare un criminale più importante.

In questo contesto Mason emerge come l’unico capace di prevedere l’inevitabilità del doppio gioco. Non si limita a eseguire il colpo, ma prepara costantemente un piano alternativo. È questa prudenza a distinguerlo dagli altri personaggi, spesso guidati dall’avidità o dalla vendetta.

Anche il rapporto tra Link e Caras assume un valore simbolico. La loro separazione dimostra che alcune fratture non possono essere sanate immediatamente, anche quando esistono motivazioni comprensibili dietro un tradimento. Il film suggerisce così che la fiducia rappresenti una ricchezza più difficile da recuperare rispetto al denaro.

L’intera vicenda ribadisce inoltre che il potere economico produce inevitabilmente nuovi conflitti. I miliardari Salazar e Zade combattono una guerra personale utilizzando altre persone come strumenti, mentre Mason cerca continuamente di sottrarre il proprio gruppo a questa logica.

L’ultima rivelazione prepara un nuovo capitolo e ridefinisce il futuro della saga

Dopo l’arresto di Salazar sembrerebbe che ogni questione sia stata risolta. L’FBI mantiene la promessa e lascia andare Mason, Amelia e il resto della squadra, riconoscendo il valore della collaborazione nella cattura del vero obiettivo dell’indagine.

L’ultima sorpresa arriva però quando Shawn rivela di avere recuperato anche l’hard disk contenente le criptovalute di Isabel Farrow, del valore di circa seicento milioni di dollari. Significa che il gruppo, oltre ad avere evitato la prigione, possiede ora una fortuna ancora più grande rispetto a quella accumulata nel primo film.

Questa conclusione cambia completamente la prospettiva del franchise. La squadra ha ottenuto libertà, denaro e una nuova possibilità di ricominciare, ma proprio questa ricchezza rischia di trasformarsi in una condanna. Salazar, una volta uscito di scena, potrebbe infatti cercare vendetta, mentre anche Zade ha motivi sufficienti per inseguire Mason.

Il finale lascia quindi intendere che il conflitto principale non sia davvero concluso. I due fratelli, divisi per gran parte del film, potrebbero trovare un interesse comune nell’eliminare l’uomo che li ha sconfitti entrambi.

Cash Out 2 High Rollers John Travolta

Il vero significato del finale di Cash Out 2: High Rollers è che la partita continua anche dopo l’ultimo colpo

L’epilogo di Cash Out 2: High Rollers conferma una delle regole fondamentali del cinema sulle rapine: il colpo perfetto termina soltanto quando tutte le conseguenze sono state affrontate. Mason riesce a salvare Amelia, protegge il proprio gruppo e consegna alla giustizia il criminale più pericoloso, ma il film evita di trasformare questa vittoria in una conclusione definitiva.

La rivelazione dell’hard disk nascosto dimostra che Mason continua a giocare una partita su più livelli, prevedendo sempre un’ultima mossa da utilizzare nel momento decisivo. È questa caratteristica a renderlo un protagonista efficace: il suo talento consiste nel capire che ogni piano contiene inevitabilmente un tradimento e che soltanto preparandosi a quell’eventualità è possibile sopravvivere.

Per questo motivo il finale assume anche il valore di un nuovo inizio. I protagonisti sembrano finalmente al sicuro, ma il patrimonio recuperato e i nemici rimasti in circolazione lasciano intendere che la loro fuga non sia ancora terminata. Più che chiudere la storia, Cash Out 2: High Rollers costruisce le basi narrative per una possibile prosecuzione della saga.

Debito di sangue: la spiegazione del finale del film

Debito di sangue: la spiegazione del finale del film

Quando Clint Eastwood porta sullo schermo Debito di sangue (Blood Work), tratto dal romanzo di Michael Connelly, realizza un thriller che utilizza la struttura del poliziesco per affrontare temi molto più intimi. Al centro della storia non c’è soltanto la caccia a un serial killer, ma il percorso di un uomo costretto a confrontarsi con la fragilità del proprio corpo e con il peso morale di essere sopravvissuto grazie al sacrificio involontario di un’altra persona. L’indagine diventa così un viaggio interiore, nel quale ogni nuova scoperta mette in discussione il rapporto tra destino, colpa e responsabilità.

Il finale del film rappresenta il momento in cui questi elementi convergono. La rivelazione dell’identità del killer sorprende proprio perché nasce dalla fiducia tradita, mentre la conclusione offre a Terry McCaleb una possibilità di rinascita che va oltre la semplice risoluzione del caso. Per comprenderne davvero il significato occorre osservare come Eastwood costruisca il racconto intorno al tema della seconda occasione, trasformando un classico crime in una riflessione sull’elaborazione del trauma.

Come Clint Eastwood trasforma un thriller investigativo in una riflessione sulla sopravvivenza e sul senso di colpa

Fin dalle prime scene Debito di sangue introduce Terry McCaleb, ex profiler dell’FBI interpretato dallo stesso Clint Eastwood, come un investigatore brillante la cui carriera viene improvvisamente interrotta da un infarto durante la caccia al cosiddetto “Code Killer”. L’episodio iniziale modifica radicalmente il protagonista: l’uomo che aveva costruito la propria identità inseguendo assassini è costretto a ritirarsi e a vivere una quotidianità scandita dalle limitazioni imposte dal trapianto di cuore.

L’arrivo di Graciella Rivers rompe questo fragile equilibrio. La donna gli chiede di indagare sull’omicidio della sorella Gloria, ignorando inizialmente che proprio il cuore della vittima è stato trapiantato nel petto di McCaleb. Da quel momento il caso assume una dimensione profondamente personale. L’investigatore non lavora più soltanto per assicurare un colpevole alla giustizia, ma sente di avere contratto un debito morale verso chi gli ha inconsapevolmente salvato la vita.

Questa impostazione richiama molti protagonisti del cinema di Eastwood, uomini segnati dal passato che trovano una possibilità di riscatto soltanto affrontando apertamente le proprie responsabilità. L’indagine, quindi, diventa un percorso di riconciliazione con se stesso prima ancora che un esercizio investigativo.

Debito di sangue film

Chi è davvero il killer e cosa succede nel finale di Debito di sangue

Seguendo le tracce lasciate dall’assassino, McCaleb collega progressivamente l’omicidio di Gloria Rivers a quello del misterioso Code Killer, intuendo che i due casi fanno parte dello stesso disegno criminale. L’indagine sembra puntare verso diversi sospettati, ma ciascuna pista si interrompe bruscamente quando i possibili responsabili vengono eliminati.

Il protagonista comprende allora che il vero assassino è sempre rimasto accanto a lui. Jasper “Buddy” Noone, vicino di barca e apparentemente fidato amico, è in realtà il serial killer che McCaleb inseguiva prima del trapianto. La scoperta assume un valore particolarmente inquietante perché dimostra quanto il criminale abbia costruito un rapporto personale con il proprio inseguitore.

Buddy confessa infatti di avere ucciso Gloria deliberatamente affinché il suo cuore potesse essere trapiantato a McCaleb. L’assassinio non nasce da un impulso casuale, bensì da un progetto perverso: mantenere in vita il profiler per poter continuare il gioco psicologico iniziato anni prima. Per Buddy il rapporto con McCaleb rappresenta una sfida intellettuale che vale più della fuga o dell’impunità.

Dopo la confessione il killer rapisce Graciella e il piccolo Raymond, figlio di Gloria, costringendo McCaleb a un ultimo confronto. Lo scontro finale si svolge su un vecchio mezzo della Guardia Costiera abbandonato nella baia. McCaleb riesce a liberare gli ostaggi e ferisce mortalmente Buddy con un colpo d’arma da fuoco. Prima che possa sopravvivere, però, è Graciella a immergergli la testa sott’acqua fino a provocarne la morte, vendicando così l’assassinio della sorella.

Debito di sangue cast

Il legame tra McCaleb e Buddy racconta un’ossessione che supera il classico duello tra detective e serial killer

La rivelazione finale acquista forza perché modifica retroattivamente tutto il film. Buddy non è semplicemente un assassino nascosto sotto una falsa identità, ma un uomo che considera McCaleb parte integrante della propria esistenza. L’investigatore e il killer diventano le due metà di una relazione costruita sull’ossessione reciproca.

Questa dinamica richiama numerosi thriller psicologici nei quali il criminale ricerca il riconoscimento del proprio inseguitore. In Debito di sangue, tuttavia, Clint Eastwood introduce un elemento ulteriore: il cuore di Gloria crea un legame fisico tra vittima e investigatore. McCaleb vive letteralmente grazie alla donna che Buddy ha scelto di sacrificare per prolungare il loro confronto.

Il serial killer tenta così di trasformarsi in una sorta di creatore del nuovo McCaleb. Salvandogli indirettamente la vita, vuole convincersi di avere il controllo anche sul destino del proprio avversario. È un gesto che rende ancora più disturbante la sua ossessione, perché cancella ogni confine tra distruzione e salvezza.

Il protagonista comprende invece che accettare quel ricatto psicologico significherebbe permettere al killer di vincere anche dopo la sua cattura. Per questo decide di affrontarlo direttamente, interrompendo definitivamente il gioco che Buddy aveva costruito attorno a lui.

Il cuore trapiantato diventa il simbolo della seconda possibilità che il protagonista deve imparare a meritare

Il titolo Debito di sangue rimanda proprio all’idea di un’obbligazione morale impossibile da ignorare. McCaleb sente di dovere la propria esistenza a Gloria e interpreta l’indagine come l’unico modo per restituire un senso al sacrificio involontario della donna.

Nel corso del film questo sentimento evolve. All’inizio prevale il senso di colpa del sopravvissuto, che spinge l’ex agente a mettere in pericolo la propria salute pur di risolvere il caso. Successivamente comprende che la vera eredità lasciata da Gloria non consiste nel peso della colpa, ma nella possibilità di vivere una vita diversa.

La morte di Buddy interrompe definitivamente il legame con il passato professionale di McCaleb. Per la prima volta il protagonista non è più definito dalla caccia ai criminali, bensì dalla responsabilità verso le persone che gli sono rimaste accanto.

Anche la scelta di Graciella di eliminare personalmente il killer assume un significato preciso. Pur essendo un gesto dettato dal dolore, rappresenta la chiusura definitiva di una ferita familiare che nessun processo avrebbe probabilmente potuto rimarginare completamente.

Clint Eastwood in Debito di sangue

Il vero significato del finale di Debito di sangue è imparare a vivere dopo avere sconfitto il passato

L’ultima scena mostra McCaleb che porta Graciella e Raymond a bordo della propria imbarcazione. È un’immagine semplice, ma racchiude il vero messaggio del film. Dopo avere trascorso gran parte della storia prigioniero dei fantasmi del proprio passato, il protagonista sceglie finalmente di guardare avanti.

Clint Eastwood evita un finale spettacolare o celebrativo. La vittoria di McCaleb non consiste nell’avere eliminato il serial killer, bensì nell’essersi liberato dal senso di colpa che lo accompagnava dal giorno del trapianto. L’uomo comprende di non dovere sprecare la vita ricevuta in dono continuando a inseguire il dolore.

In questa prospettiva, Debito di sangue si rivela molto più di un thriller investigativo. È il racconto di un uomo che scopre come la giustizia, da sola, non basti a guarire le ferite interiori. Soltanto accettando il proprio passato senza lasciarsene dominare McCaleb riesce davvero a meritare quella seconda possibilità che il destino gli aveva concesso.

Le due vie del destino è tratto da una storia vera? La vera vicenda di Eric Lomax dietro il film

Le due vie del destino (leggi qui la recensione del film), diretto da Jonathan Teplitzky e interpretato da Colin Firth, Nicole Kidman, Stellan Skarsgård e Hiroyuki Sanada, è uno dei film più intensi dedicati alle conseguenze psicologiche della Seconda guerra mondiale. L’opera racconta la storia di un ex prigioniero di guerra britannico che, a distanza di decenni, decide di affrontare il proprio passato e l’uomo che partecipò alle sue torture durante la prigionia nei campi giapponesi.

Molti spettatori, dopo aver visto il film, si chiedono se gli eventi raccontati siano realmente accaduti. La risposta è sì: Le due vie del destino è tratto da una storia vera e prende ispirazione dall’autobiografia di Eric Lomax, pubblicata nel 1995 con il titolo The Railway Man. Pur introducendo alcune semplificazioni narrative e modificando diversi aspetti della vita privata del protagonista, il film mantiene intatto il nucleo della sua vicenda, una delle più straordinarie testimonianze sulla prigionia durante la costruzione della ferrovia tra Thailandia e Birmania e sul lungo percorso che può condurre dal trauma alla riconciliazione.

La vera storia di Eric Lomax, il soldato britannico sopravvissuto alla ferrovia della morte

Le due vie del destino

La storia raccontata nel film ha inizio con Eric Lomax, giovane scozzese che nel 1941, a vent’anni, si arruolò nel Royal Corps of Signals, il reparto dell’esercito britannico incaricato delle comunicazioni militari. Dopo essere stato inviato nel Sud-est asiatico, venne catturato dai giapponesi in seguito alla caduta di Singapore nel 1942, uno dei più gravi rovesci subiti dalle forze britanniche durante la guerra.

Come migliaia di altri prigionieri alleati, Lomax fu costretto a lavorare alla costruzione della celebre ferrovia Thailandia-Birmania, passata alla storia come la “ferrovia della morte”. Le condizioni di vita erano estreme: fame, malattie tropicali, turni massacranti e continue violenze provocarono la morte di migliaia di prigionieri. Il film restituisce con notevole fedeltà questo contesto storico, mostrando un sistema di sfruttamento fondato sulla brutalità e sull’annientamento fisico dei detenuti.

Tra gli episodi realmente accaduti vi fu anche la costruzione clandestina di una radio artigianale da parte di Lomax e di alcuni compagni, con l’obiettivo di seguire l’andamento del conflitto. Quando l’apparecchio venne scoperto nel 1943, i prigionieri subirono punizioni ferocissime. Due di loro morirono a causa delle torture, mentre Eric Lomax riportò fratture multiple, venne rinchiuso in una cella grande quanto una bara e sottoposto a lunghi interrogatori, esperienze che lo avrebbero perseguitato per il resto della vita.

Il difficile ritorno alla vita civile e il lungo percorso per affrontare il trauma

Jeremy Irvine in Le due vie del destino

Terminata la guerra, la liberazione non significò la fine delle sofferenze. Tornato in Scozia, Eric Lomax sposò la fidanzata Agnes “Nan” Lomax, che lo aveva atteso durante gli anni della prigionia. Dal loro matrimonio nacquero tre figli, un aspetto completamente assente nel film, che sceglie invece di concentrare l’attenzione sulla seconda moglie Patricia “Patti” Wallace per costruire una narrazione più lineare.

La realtà fu molto più complessa. Lomax trovò lavoro prima nel Colonial Office e successivamente come docente universitario, ma i traumi vissuti nei campi di prigionia continuarono a condizionare profondamente la sua esistenza. Incubi ricorrenti, crisi di rabbia e incapacità di parlare delle torture subite finirono per compromettere il rapporto con la famiglia e contribuire al deterioramento del primo matrimonio.

Nel 1980 conobbe casualmente Patricia Wallace durante un viaggio in treno verso Glasgow. Tra i due nacque un rapporto destinato a cambiare il corso della sua vita. Fu proprio Patti a convincerlo a cercare un sostegno psicologico presso la fondazione britannica specializzata nell’assistenza alle vittime di tortura. Per la prima volta, dopo quasi quarant’anni, Lomax riuscì ad affrontare apertamente i ricordi della prigionia e a elaborare un dolore rimasto congelato per decenni.

L’incontro con Takashi Nagase e il vero finale della storia che ha ispirato il film

Jeremy Irvine nel film Le due vie del destino

Il momento più celebre della vicenda riguarda l’incontro con Takashi Nagase, l’interprete giapponese presente durante gli interrogatori e le torture inflitte a Lomax nel campo di prigionia. Anche questo episodio è realmente accaduto, anche se il film modifica diversi dettagli per aumentare la tensione drammatica.

Nella realtà, infatti, Eric Lomax non partì con l’intenzione di uccidere il suo ex aguzzino. Dopo aver riconosciuto il volto di Nagase in un articolo di giornale nel 1989, fu Patricia Wallace ad avviare una corrispondenza con l’ex militare giapponese. Le lettere permisero ai due uomini di prepararsi all’incontro, eliminando l’effetto sorpresa mostrato nella pellicola.

Il loro primo faccia a faccia avvenne nel marzo 1993 presso il museo della Seconda guerra mondiale di Kanchanaburi, in Thailandia, vicino al celebre ponte sul fiume Kwai. Takashi Nagase, nel frattempo diventato un convinto sostenitore della pace, aveva dedicato gran parte della propria vita all’espiazione delle colpe commesse durante il conflitto, finanziando anche un tempio buddhista dedicato alla riconciliazione. L’incontro rappresentò per Lomax il momento decisivo del proprio percorso di guarigione. I due continuarono a vedersi negli anni successivi, mantennero i contatti attraverso lettere e telefonate e svilupparono un rapporto di profondo rispetto reciproco. Proprio questa esperienza spinse Lomax a trasformare il manoscritto scritto subito dopo la guerra nella celebre autobiografia che avrebbe poi ispirato il film.

Quanto è fedele Le due vie del destino alla storia vera di Eric Lomax?

Colin Firth e Nicole Kidman in Le due vie del destino

Le due vie del destino racconta con grande accuratezza gli aspetti essenziali della vicenda di Eric Lomax, soprattutto per quanto riguarda le violenze subite durante la costruzione della ferrovia Thailandia-Birmania e il successivo incontro con Takashi Nagase. Le principali differenze riguardano la struttura narrativa: vengono eliminati molti passaggi della vita familiare del protagonista, alcuni personaggi diventano figure composite e il confronto finale assume toni più vicini al thriller rispetto a quanto avvenne realmente.

Queste modifiche servono a concentrare l’attenzione sul tema centrale del racconto, cioè le conseguenze permanenti della guerra sulla mente dei sopravvissuti. Il film mostra come il trauma possa accompagnare una persona per decenni e come il perdono rappresenti un processo lungo, difficile e tutt’altro che immediato.

La vera storia di Eric Lomax continua ancora oggi a essere considerata una delle testimonianze più significative sulla condizione dei prigionieri di guerra britannici nei campi giapponesi. La sua autobiografia ha restituito dignità a migliaia di uomini che condivisero la stessa esperienza e ha mostrato come la memoria, anche quando è dolorosa, possa trasformarsi in uno strumento di comprensione anziché di odio. È proprio questa dimensione profondamente umana a rendere Le due vie del destino molto più di un semplice dramma storico: il racconto di una riconciliazione autentica nata dalle ferite lasciate dalla guerra.

Joffrey Velaryon: chi è e che fine farà in House of the Dragon?

Joffrey Velaryon: chi è e che fine farà in House of the Dragon?

È ufficialmente giunto il momento per Joffrey Velaryon di cominciare ad avere un peso nella storia di House of the Dragon. La terza stagione, prodotta da HBO, non ha perso tempo a spezzarci il cuore con la morte di un altro dei figli Velaryon di Rhaenyra. Dopo la morte di Luke alla fine della prima stagione e quella di Jace nella première della terza, l’unico figlio illegittimo rimasto a Rhaenyra è Joffrey. Questo è il bambino che abbiamo visto nascere nella prima stagione di House of the Dragon, ma finora non ha avuto un ruolo di rilievo. Tutto questo sta per cambiare.

Joffrey Velaryon è ora il figlio maggiore di Rhaenyra ancora in vita, il che lo rende l’erede al Trono di Spade e il presunto futuro re di Westeros. Quindi, mentre prima era un pupillo della Valle, nella terza stagione di House of the Dragon vediamo Rhaenyra richiamare suo figlio. Deve recarsi ad Approdo del Re e imparare i segreti della leadership. Sfortunatamente, essere l’erede di Rhaenyra Targaryen non è di buon auspicio.

I lettori di Fuoco e Sangue sanno cosa li aspetta, ma tutto dipende dalla fedeltà di Ryan Condal al libro di George R. R. Martin. Ci sono stati alcuni cambiamenti nella serie, ma la struttura e la trama principale sono rimaste invariate. Fuoco e Sangue è quasi più un saggio storico che un romanzo a tutti gli effetti, quindi Condal può aggiungere molte sfumature e dettagli senza contraddire il libro. Si spera che mantenga la tragica storia di Joffrey Valéryon.

Joffrey Velaryon appare brevemente nelle prime due stagioni di House of the Dragon

Il Joffrey Velaryon di House of the Dragon è praticamente una copia esatta della versione dei libri, sebbene a questo punto della storia nessuno dei due abbia avuto un grande impatto. Joffrey viene presentato per la prima volta nella prima stagione, episodio 6, “La principessa e la regina”. Nell’episodio, Rhaenyra Targaryen (Emma D’Arcy) dà alla luce il suo terzo figlio. Ufficialmente, è il terzo figlio di Laenor Velaryon (John Macmillan), ma circola una voce ben fondata secondo cui il padre sarebbe in realtà Harwin Strong (Ryan Corr). È una voce a cui la regina Alicent allude, dicendo a Laenor: “Continua a provarci, Ser Laenor. Prima o poi potresti avere un figlio che ti somigli.”

Sebbene Laenor non abbia problemi con l’accordo tra lui, Harwin e Rhaenyra, insiste nel dare al bambino il nome di Joffrey, in onore del suo ex amante, Joffrey Lonmouth (Solly McLeod), brutalmente assassinato da Criston Cole (Fabien Frankel). Rhaenyra, pur essendo un po’ frustrata da Laenor, vedendo in questo un ulteriore pretesto per coloro che avrebbero insinuato che i suoi figli fossero bastardi, cede. Joffrey appare poi solo sullo sfondo delle scene fino alla seconda stagione.

Joffrey, ora interpretato da Oscar Eskinazi, ha un ruolo leggermente più importante nella seconda stagione. Il giovane viene mandato nella Valle di Arryn con Rhaena (Phoebe Campbell) e una covata di uova di drago per proteggere il futuro di Casa Targaryen.

Cosa succede a Joffrey Velaryon nei libri?

House of the dragonLa storia di Joffrey Velaryon in Fuoco e Sangue è simile a quella di House of the Dragon, con due differenze fondamentali. Innanzitutto, nel romanzo Joffrey è molto più giovane dei suoi fratelli, conseguenza dell’invecchiamento di Jace e Lucerys. In secondo luogo, nel romanzo, il grande drago Vhagar dovrebbe andare a Joffrey quando raggiungerà la maggiore età, non a Rhaena, come nella serie. Nel libro, Aemond attacca Joffrey quando viene messo di fronte a Vhagar, il che porta al grande scontro tra cugini. Nella serie, sono Rhaena e sua sorella Baela (Bethany Antonia) a essere al centro della vicenda.

In Fuoco e Sangue, Joffrey rimane un personaggio marginale, pur avendo alcuni momenti importanti. All’inizio della Danza dei Draghi, ha 11 anni e cavalca il drago Tyraxes, che non è ancora abbastanza grande per combattere. Joffrey si offre di chiamare i signori del regno in aiuto di sua madre, ma viene ritenuto troppo giovane. Quando sua madre si assicura il controllo di Approdo del Re, Joffrey la segue come nuovo Principe di Roccia del Drago ed erede al Trono di Spade, dopo la morte di Jace.

Tuttavia, nonostante governasse formalmente Approdo del Re, la popolazione era in piena rivolta. A un certo punto, una grande folla si riversò sulla Fossa dei Draghi, intenzionata a uccidere tutti i draghi Targaryen al suo interno, poiché erano la causa di gran parte dei loro mali. Sentendo ciò, Joffrey chiese a sua madre il permesso di cavalcare fino alla Fossa dei Draghi per liberare Tyraxes. Sua madre glielo proibì, ma lui rubò di nascosto il drago di Rhaenyra, Syrax, e volò attraverso la città verso la Fossa dei Draghi. Syrax, non abituato al cavaliere, si imbizzarrì e lo disarcionò, facendo precipitare Joffrey per quasi 60 metri.

Joffrey si ruppe la schiena e qualcuno gli prese la spada e lo pugnalò al ventre. Si dice che la figlia di un fabbricante di candele, di nome Robin, lo confortò mentre moriva, e le sue ultime parole furono: “Madre, perdonami”. La folla che lo circondava gli tagliò mani e piedi per rubargli anelli e stivali, e quasi gli tagliò anche la testa prima che le guardie di Rhaenyra arrivassero a salvare il corpo mutilato. Con la morte di Joffrey, Aegon III, il figlio maggiore di Rhaenyra e Daemon Targaryen, è diventato il prossimo in linea di successione al trono.

Durante l’assalto alla Fossa dei Draghi muoiono anche diversi draghi: Shrykos di Jaehaerys Targaryen, Morghul di Jaehaera Targaryen, Tyraxes di Joffrey Velaryon, Dreamfyre di Helaena Targaryen, Syrax di Rhaenyra Targaryen.

Cosa accadrà a Joffrey Velaryon in House of the Dragon?

emma-d-arcy regina in House of The Dragon - stagione 3Per quanto spettacolare sia la morte di Joffrey, il vero scopo della scena è mostrare quanto sia precaria la presa di Rhaenyra sulla capitale e come l’era dei draghi sia definitivamente finita. La sua morte è cruciale anche perché segna l’inizio di un nuovo ramo della dinastia Targaryen. Aegon III discende da Daemon, ed è attraverso la linea diretta di Aemon III che arriviamo a Daenerys Targaryen in Game of Thrones. Detto questo, la morte di Joffrey dovrà probabilmente essere mostrata sullo schermo.

Nonostante abbia finalmente rivendicato il suo diritto di nascita, Rhaenyra Targaryen è in preda al caos in House of the Dragon – Stagione 3. La morte di Jace l’ha distrutta e la sua presa sul regno è più che debole. Il popolo, al momento, è timidamente soddisfatto della sua regina, ma la serie HBO ha già iniziato a preparare il terreno per il cambiamento che porterà all’assalto alla Fossa del Drago e, di conseguenza, alla morte di Joffrey.

È difficile dire come House of the Dragon potrebbe modificare i dettagli della morte di Joffrey, ma possiamo essere certi che il ragazzo morirà. Questo spingerà sicuramente Rhaenyra oltre il limite. Perdere i figli non sembra diventare più facile e la regina viene lentamente schiacciata dalla realtà di ciò che la sua corona le è costata. Quindi, anche se Joffrey non è stato una presenza costante in House of the Dragon, il suo breve e tragico ruolo sarà cruciale per la storia.

Avengers: Doomsday scatenerà ufficialmente la collisione del multiverso. Ecco la nuova sinossi

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Avengers: Doomsday attraversa il multiverso. La timeline del MCU ha affrontato realtà alternative e varianti sin dalla Fase 4, mentre la Saga del Multiverso si avvicina alla sua conclusione. Sebbene gli Eroi più potenti della Terra non si siano riuniti da Avengers: Endgame, questo sta per cambiare a partire da dicembre.

Nuovi dettagli della sinossi dell’attesissimo film Avengers: Doomsday sono stati ufficialmente rivelati su Fandango. Ecco il testo: “Gli universi si scontrano e la Saga del Multiverso inizia il suo capitolo finale in Avengers: Doomsday dei Marvel Studios. Gli amati eroi di tre universi distinti si troveranno su una rotta di collisione mortale e dovranno affrontare una minaccia esistenziale diversa da qualsiasi altra abbiano mai incontrato. Questo film epico getterà le basi per il futuro del Marvel Cinematic Universe. Guardatelo in Infinity Vision, come dovrebbe essere visto, su schermi più grandi, più luminosi e più coinvolgenti.”

Dopo aver interpretato Tony Stark per tre fasi, Robert Downey Jr. torna nel franchise, ma con una grande novità. Nel prossimo film dell’MCU vestirà i panni del Dottor Destino, uno dei nemici più potenti dell’intero universo a fumetti Marvel.

L’iconico villain Marvel è apparso per la prima volta alla fine di I Fantastici Quattro: Gli Inizi, dove lo si vede interagire con Franklin, il figlio di Reed Richards e Sue Storm. Sebbene il suo volto non venga mai mostrato, secondo Vanessa Kirby, nel 2025, era proprio Downey Jr. a indossare il mantello:

Vanessa Kirby: Sì! Robert è sempre stato sul set. È sempre presente. È il nostro leader. Lo chiamiamo il nostro padrino. Si è preso cura di noi. È una gioia lavorare con i Russo e con lui, perché collaborano da tantissimo tempo. Ed è stato fantastico essere incinta e lavorare ad “Avengers”. Mi sono sentita così ispirata e sollevata di essere stata così ben assistita. È stato un percorso davvero meraviglioso. Robert sta facendo un lavoro incredibile. Sono emozionatissima.

Mentre i Fantastici Quattro faranno parte del cast di Avengers: Doomsday, ci sono ancora molti personaggi che devono essere annunciati per il film. Tuttavia, un altro gruppo che sarà presente nella storia sono gli X-Men, dato che diversi attori della Fox riprenderanno i loro ruoli in questo importante film corale.

La notizia della nuova sinossi di Avengers: Doomsday arriva proprio al momento giusto, visto che i biglietti per il film sono in vendita da oggi. Questo avviene a pochi giorni dal grande panel dei Marvel Studios nella Hall H del San Diego Comic-Con, dove sabato 25 luglio si terrà un’importante presentazione.

Il film della Fase 6 sarà uno dei titoli più attesi all’evento, ma non è ancora chiaro quali membri del cast saranno presenti. Il sito ufficiale della Marvel ha comunque descritto il panel come un evento dedicato anche alle prossime uscite, affermando: “Unitevi ai Marvel Studios, insieme a ospiti speciali provenienti da tutto l’Universo Cinematografico Marvel, per un’anteprima esclusiva di ciò che ci aspetta”.

Avengers: Doomsday sarà solo la prima parte del gran finale della Saga del Multiverso. Joe e Anthony Russo torneranno alla regia di Avengers: Secret Wars, le cui riprese principali inizieranno quest’estate. Avengers: Doomsday uscirà nelle sale il 18 dicembre.

Doctor Doom: il primo trailer di Avengers: Doomsday ci rivela finalmente il look perfetto di Robert Downey Jr.

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È finalmente uscito il primo trailer di Avengers: Doomsday, che offre la migliore anteprima finora del design completo del Dottor Doom interpretato da Robert Downey Jr. In precedenza, nella Saga del Multiverso dell’MCU, Kang il Conquistatore avrebbe dovuto essere il principale antagonista. Tuttavia, dopo il licenziamento di Jonathan Majors da parte della Marvel, lo studio ha scelto di non affidare il ruolo a un altro attore, accantonando Kang.

Ora, Downey, che ha interpretato per la prima volta l’eroe che ha contribuito a fondare l’MCU nel film Iron Man del 2008, darà vita al Dottor Destino, guidando il cast stellare di Avengers: Doomsday. Per molto tempo, i fan hanno chiesto di vedere l’aspetto del Dottor Destino di Downey. Nonostante la Marvel avesse rilasciato quattro teaser di Avengers: Doomsday nei cinema, insieme ad Avatar: Fire e Ash, nessuno di questi mostrava il Dottor Destino.

Pertanto, l’unico scorcio del nuovo antagonista principale dell’MCU è arrivato in I Fantastici Quattro: Gli Inizi. Nel film dell’MCU del 2025, il volto di Victor von Doom non è stato mostrato, sebbene i fan abbiano potuto intravedere la sua maschera, poiché il personaggio se l’era tolta per parlare con Franklin Richards, Reed Richards e il figlio di Sue Storm. Anche altri dettagli, come il suo mantello verde, erano visibili.

Da allora, sono emersi alcuni concept art di Avengers: Doomsday con il Dottor Doom in occasione di eventi ufficiali Marvel in giro per il mondo, ma i fan hanno dovuto aspettare la pubblicazione online del primo trailer del film per vederlo finalmente in movimento. Ora, la Marvel ha finalmente rilasciato il trailer di Avengers: Doomsday in vista del San Diego Comic-Con, e il Dottor Doom ha un aspetto incredibile.

Il Dottor Doom di Avengers: Doomsday appare perfetto

Avengers: Doomsday postgerCome si può vedere nel trailer, il Dottor Doom interpretato da Downey appare in diverse scene. Questo permette ai fan non solo di ammirare il design completo del personaggio, ma anche di rendersi conto di quanto sia potente. Il momento clou del villain dell’MCU nel trailer di Avengers: Doomsday è lo scontro con Thor, interpretato da Chris Hemsworth. Il Dio del Tuono si scaglia contro di lui con tutta la sua forza, ma la potenza del tuono non è sufficiente a fermare il Dottor Doom, che viene facilmente fermato da Thor e Stormbreaker semplicemente alzando la mano. Il Dottor Doom è già un villain formidabile.

Quando il villain alza la mano per fermare Thor, si può notare quella che sembra essere una runa sul suo guanto. Questo lascia intuire la portata dei poteri del Dottor Doom nell’MCU, dato che il personaggio padroneggerà sia la tecnologia che la magia, proprio come nei fumetti. Il costume del cattivo nell’MCU è composto da un’armatura verde e argento, con un cappuccio e un mantello verdi, e una maschera fedele al fumetto che lascia trasparire gli occhi di Downey, permettendo all’attore di esprimere tutte le emozioni del personaggio. Il design è impeccabile.

In che modo il Dottor Doom di Robert Downey Jr. si confronta con le altre versioni del cattivo Marvel

Sebbene la trama di Avengers: Doomsday e il fatto che il Dottor Doom sia interpretato da Robert Downey Jr. rendano la versione MCU del personaggio la più importante fino ad oggi, Victor von Doom è già apparso in live-action un paio di volte. Le versioni più note, per poter fare un paragone, sono il Dottor Destino di Toby Kebbell nel reboot dei Fantastici Quattro del 2015, accolto negativamente dalla critica, e l’interpretazione di Julian McMahon nei due film dei Fantastici Quattro con Chris Evans. Il Dottor Destino di Kebbell non assomigliava per niente al personaggio dei fumetti, con la sua tuta da astronauta fusa a Victor invece della classica armatura argentata e verde.

Per fortuna, il Dottor Doom di McMahon era molto più simile alla versione classica del cattivo della Marvel Comics. La principale differenza tra la versione del compianto attore e quella di Downey sta nel fatto che l’interpretazione del personaggio nell’MCU ha un aspetto più corazzato, regale e, onestamente, più costoso. La maschera del Dottor Doom di McMahon era fantastica, ma il tessuto del mantello sembrava economico rispetto a quello dell’MCU, con il cattivo principale di Avengers: Doomsday che sfoggiava un design più elaborato, dettagliato e complessivamente più accattivante del suo predecessore.

Daredevil: Rinascita – Stagione 3, si sono concluse le riprese!

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Daredevil: Rinascita – Stagione 3, si sono concluse le riprese!

Sembra che le riprese di Daredevil: Rinascita – Stagione 3 siano terminate. La serie TV continua la storia di Daredevil, la serie Netflix. Dopo aver subito un evento traumatico, il supereroe protagonista si allontana dalla lotta al crimine. Tuttavia, viene presto coinvolto nuovamente in uno scontro con Kingpin e altri supercriminali dell’Universo Marvel.

I fan Marvel hanno finalmente ricevuto un altro aggiornamento incoraggiante sulla terza stagione di Daredevil: Rinascita. Royce Johnson, che interpreta il capo detective Brett Mahoney nella serie Disney+, ha condiviso su Instagram una galleria video con diverse foto che sembrano provenire dalla festa di fine riprese. Sebbene il post non confermi ufficialmente la fine delle riprese, lascia intendere che la prossima stagione di Daredevil: Rinascita sia in fase di post-produzione.

Johnson ha interpretato Mahoney sin dalla serie originale di Daredevil su Netflix nel 2015, prima di riprendere il ruolo in Jessica Jones e The Punisher. L’attore è tornato nel franchise dopo che il Marvel Cinematic Universe ha acquisito i diritti di Daredevil: Rinascita, diventando così uno dei tanti volti noti della serie originale di Netflix a continuare le loro storie nel revival.

Daredevil: Rinascita – Stagione 3 è ancora una volta guidata dallo showrunner Dario Scardapane. Charlie Cox (Matt Murdock) e Vincent D’Onofrio (Wilson Fisk) torneranno entrambi, insieme a diversi altri membri del cast, come Krysten Ritter (Jessica Jones), Mike Colter (Luke Cage), Finn Jones (Iron Fist), Deborah Ann Woll (Karen Page), Wilson Bethel (Bullseye), Elodie Yung (Elektra), Jon Bernthal (Punisher), Ayelet Zurer (Vanessa Fisk) e Royce.

Il post di Johnson arriva pochi giorni prima del San Diego Comic-Con 2026. In passato, i Marvel Studios hanno sfruttato la convention per presentare trailer, annunciare il cast e fornire aggiornamenti sulla produzione dei progetti futuri. Sebbene non ci siano conferme sulla presenza di Daredevil: Born Again in qualche panel quest’anno, è molto probabile che venga annunciato ufficialmente che le riprese della terza stagione sono terminate.

Che fine ha fatto Balerion e quanto tempo prima degli eventi di House of the Dragon è morto?

Il teschio di Balerion il Terrore Nero incombe sui Targaryen in House of the Dragon, ma quando morì il drago più temibile e potente dei Targaryen? La serie riporta il pubblico a Westeros circa 200 anni prima degli eventi di Game of Thrones. In quest’epoca, Casa Targaryen è all’apice del suo potere come sovrana dei Sette Regni, grazie ai suoi draghi, le “armi nucleari” di questo mondo fantasy medievale. Tuttavia, quando Re Viserys I (Paddy Considine) siede sul Trono di Spade, Balerion, il drago più potente dei Targaryen, è morto da tempo.

Sebbene in House of the Dragon ci siano molti draghi, nessuno è all’altezza del leggendario titano Balerion. Anche all’inizio della saga di Game of Thrones, Balerion è ancora considerato il drago più potente e terrificante mai visto nei cieli dei Sette Regni. Date le sue dimensioni e la sua forza, sorgono spontanee domande su come sia morto prima degli eventi della serie.

Chi cavalcava Balerion?

Balerion è il drago Targaryen più leggendario e conosciuto, e sebbene questa reputazione sia dovuta in parte alle dimensioni e alla potenza del Terrore Nero, i Targaryen che lo cavalcarono sono altrettanto responsabili della sua fama. Balerion era il più grande e potente dei tre draghi che Casa Targaryen portò con sé quando fuggì dalla Catastrofe di Valyria e si stabilì a Roccia del Drago, un’isola vulcanica a est di Westeros.

Aegon il Conquistatore cavalcò Balerion durante la sua conquista dei Sette Regni, mentre le sue sorelle-mogli Visenya e Rhaenys cavalcarono rispettivamente i draghi Vhagar e Meraxes. Le scaglie e le ali di Balerion erano nere, così come il fuoco che sputava. Il Terrore Nero era così grande che la sua ombra poteva inghiottire intere città mentre volava sopra di loro, e i suoi denti erano lunghi come spade. Il fuoco di Balerion distrusse anche il possente castello di Harrenhal, ritenuto inespugnabile.

Nella dinastia Targaryen, Re Maegor I e la Principessa Aerea furono gli altri cavalieri noti di Balerion. Tuttavia, sebbene entrambi abbiano le proprie storie, nessuno dei due fu così glorioso (almeno agli occhi degli storici di Westeros) come Aegon I. Sia Maegor (noto come Maegor il Crudele) che la Principessa Aerea erano famosi per ragioni diverse dalle conquiste. Balerion fu uno strumento fondamentale nell’arsenale di Maegor, ad esempio, ma fu soprattutto per il suo regno tirannico che venne ricordato, piuttosto che per le sue abilità di cavaliere di draghi.

Balerion ebbe un ruolo chiave nella storia della principessa Aerea, sebbene lei non fosse un’eroina conquistatrice come Aegon o una tiranna crudele come Maegor. Dopo aver reclamato Balerion come suo drago, Aerea scomparve con lui verso Est. Quando tornarono anni dopo, Aerea aveva contratto una misteriosa malattia e morì poco dopo.

Come morì Balerion?

Nell’era di House of the Dragon, che inizia nel 101 AC con il Gran Consiglio che nominò il principe Viserys nuovo re di Westeros, Balerion era già morto. Morì nel 94 a.C., verso la fine del lungo e prospero regno del predecessore di Viserys, re Jaehaerys. Il principe Viserys fu l’ultimo cavaliere di Balerion, ma quando il futuro re salì in groppa al drago nero, quest’ultimo era già molto anziano e prossimo alla fine della sua vita.

Balerion morì meno di un anno dopo che Viserys lo aveva cavalcato. Sorprendentemente, soprattutto considerando la sua reputazione e la sua vita avventurosa, Balerion morì semplicemente di vecchiaia. Il drago aveva più di due secoli quando finalmente si spense, una vita incredibilmente lunga anche per i draghi di Westeros.

Quanto tempo visse Balerion prima di Game of Thrones?

Balerion era l’ultimo dei cinque draghi originali che Aenar Targaryen portò con sé quando la sua famiglia fuggì da Valyria prima della Catastrofe e si stabilì a Roccia del Drago. Come Re Viserys raccontò a sua figlia ed erede designata, Rhaenyra Targaryen, Balerion fu l’ultimo drago ad aver visto l’Antica Valyria, dove era nato, prima che la città venisse distrutta da un’eruzione vulcanica. Per contestualizzare la vicenda nella cronologia di Game of Thrones, Balerion morì poco più di due secoli prima degli eventi della prima stagione.

La prima stagione di Game of Thrones inizia nel 298 d.C., mentre House of the Dragon inizia nel 101 d.C. Balerion morì nel 94 d.C., sebbene questa data sia quella riportata nei libri e possa quindi differire da quella della serie HBO. Il teschio del Terrore Nero era originariamente esposto nella Fortezza Rossa, come si vede nella serie. In Game of Thrones, Arya Stark (Maisie Williams) si imbatte nell’enorme teschio di Balerion nelle segrete del castello, dopo che i resti dei draghi dei Targaryen erano stati spostati lì da Re Robert Baratheon (Mark Addy).

Esistono draghi più grandi di Balerion nella serie House of the Dragon?

Game of ThronesL’unico drago vivente in “House of the Dragon” che rivaleggia con Balerion in dimensioni è Vhagar, la cui fiamma era così calda da poter fondere l’armatura di un cavaliere e cuocerlo all’interno. Alla morte di Balerion, Vhagar divenne il più grande, il più antico e il più potente dei draghi della dinastia Targaryen.

Vhagar è rivendicato da Laena Velaryon (Savannah Steyn), figlia di Lord Corlys Velaryon, detto il Serpente Marino (Steve Toussaint), e da sua moglie, Rhaena Targaryen (Eve Best), la Regina che non fu mai. Dopo la sua morte, Aemond Targaryen rivendica Vhagar per sé.

Balerion è una leggenda dei Targaryen e, nell’epoca di Game of Thrones, Drogon, il drago di Daenerys Targaryen (Emilia Clarke), è quello che più si avvicina al Terrore Nero. Drogon era il più grande e potente dei tre draghi di Daenerys, ed è l’unico a essere sopravvissuto al finale di Game of Thrones, addirittura più di sua “madre”, Daenerys. Drogon non era grande quanto Balerion, ma ha continuato a crescere per tutta la durata di Game of Thrones. Forse Drogon vivrà abbastanza a lungo da superare Balerion in dimensioni e potenza. Naturalmente, House of the Dragon si conclude molto prima che Drogon nasca.

Avengers: Doomsday, il primo trailer è on line!

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Avengers: Doomsday, il primo trailer è on line!

Dopo essere stato mostrato in esclusiva ai partecipanti del CinemaCon dello scorso aprile, il primo trailer completo di Avengers: Doomsday è stato finalmente distribuito online da Marvel Studios.

Il film rappresenta il culmine della Saga del Multiverso, iniziata dopo Avengers: Endgame, e riunisce praticamente tutti i principali eroi del Marvel Cinematic Universe contro una nuova, formidabile minaccia: Doctor Doom, interpretato da Robert Downey Jr., che torna nell’MCU in un ruolo completamente diverso da quello di Iron Man.

Gli Avengers si riuniscono contro Doctor Doom

Le immagini mostrano gli eroi Marvel mentre si preparano a fermare Doctor Doom, deciso a scatenare una guerra attraverso il Multiverso.

Tra i momenti più attesi del trailer spiccano: Thor che affronta direttamente Doctor Doom; il ritorno di Steve Rogers/Captain America, interpretato ancora da Chris Evans, al suo primo vero ritorno nell’MCU dopo Avengers: Endgame; l’ingresso ufficiale nell’universo Marvel Studios di numerosi personaggi storici degli X-Men prodotti da Fox, tra cui Professor X, Magneto, Mystica, Ciclope e il Gambit interpretato da Channing Tatum, già apparso in Deadpool & Wolverine; la partecipazione dei Fantastici Quattro e dei Thunderbolts, pronti ad affiancare gli Avengers nella battaglia per salvare il Multiverso.

Il ritorno di Robert Downey Jr.

Dopo il sacrificio di Tony Stark in Avengers: Endgame, Robert Downey Jr. torna nell’MCU nei panni di Victor Von Doom. Marvel Studios non ha ancora spiegato ufficialmente l’origine del personaggio, anche se il trailer alimenta le teorie secondo cui si tratterebbe di una variante multiversale di Tony Stark. Doctor Doom era già stato brevemente anticipato nella scena post-credit di Fantastic Four: Gli Inizi, dove il personaggio appariva senza mostrare il volto.

Cosa sappiamo di Avengers: Doomsday

Avengers: Doomsday e Avengers: Secret Wars arriveranno in sala rispettivamente il 18 dicembre 2026, e il 17 dicembre 2027. Entrambi i film saranno diretti da Joe e Anthony Russo, che tornano anche nel MCU dopo aver diretto Captain America: The Winter Soldier, Captain America: Civil War, Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame.

La sinossi ufficiale conferma il ritorno di Robert Downey Jr. all’interno dell’universo Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al momento sotto riserbo. Stephen McFeely e Michael Waldron risultano accreditati come sceneggiatori.

Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi attori degli X-Men dell’era Fox-Marvel.

Sono confermati nel cast del film (per ora): Paul Rudd (Ant-Man), Simu Liu (Shang-Chi), Tom Hiddleston (Loki), Lewis Pullman (Bob/Sentry), Florence Pugh (Yelena), Danny Ramirez (Falcon), Ian McKellen (Magneto), Sebastian Stan (Bucky), Winston Duke (M’Baku), Chris Hemsworth (Thor), Kelsey Grammer Bestia), James Marsden (Ciclope), Channing Tatum (Gambit), Wyatt Russell (U.S. Agent), Vanessa Kirby (Sue Storm), Rebecca Romijn (Mystica), Patrick Stewart (Professor X), Alan Cumming (Nightcrawler), Letitia Wright (Black Panther), Tenoch Huerta Mejia (Namor), Pedro Pascal (Reed Richards), Hannah John-Kamen (Ghost), Joseph Quinn (Johnny Storm), David Harbour (Red Guardian), Robert Downey Jr. (Dottor Destino), Ebon Moss-Bachrach (La Cosa), Anthony Mackie (Captain America) e Chris Evans (Steve Rogers).

Odissea: cos’è la Legge di Zeus e perché è così importante nel film di Christopher Nolan

Con Odissea (leggi qui la nostra recensione), Christopher Nolan torna più volte su un’espressione che quasi tutti i personaggi pronunciano almeno una volta nel corso della storia: “la Legge di Zeus”. Sembra un concetto direttamente tratto dal poema di Omero, e in effetti lo è almeno nello spirito. Il film, con Matt Damon nei panni di Ulisse, è infatti una rilettura cinematografica dell’epopea classica.

La Legge di Zeus è il principio attorno al quale ruota l’intera trama del film. È la ragione per cui la guerra di Troia prende una determinata piega, per cui il viaggio di Ulisse si trasforma in un’odissea lunga dieci anni e persino il motivo per cui il suo ritorno a Itaca assume un significato così profondo. Pur prendendosi diverse libertà rispetto al poema originale, Christopher Nolan conserva il nucleo tematico dell’opera. Comprendere cosa rappresenti la Legge di Zeus è fondamentale: significa capire se Odissea vada interpretato come un semplice kolossal storico oppure come una riflessione morale che affonda le proprie radici in una tradizione di oltre tremila anni.

LEGGI ANCHE: Odissea: le 11 modifiche più significative apportate da Christopher Nolan all’epopea greca

Cos’è la Legge di Zeus nella mitologia greca?

Matt Damon e Zendaya in Odissea (2026)
Matt Damon e Zendaya in Odissea (2026) © Universal Studios.

Quella che in Odissea viene definita “Legge di Zeus” è la personale interpretazione cinematografica di Christopher Nolan del concetto greco di xenia, ovvero il sacro principio dell’ospitalità. Il termine significa letteralmente “amicizia tra ospite e anfitrione” ed è uno dei temi centrali dell’Odissea di Omero, ricorrente in numerosi episodi del poema. Un esempio è l’accoglienza riservata da Telemaco ad Atena, giunta sotto mentite spoglie nel primo libro dell’opera. L’espressione “Legge di Zeus”, però, non compare mai esplicitamente nel testo originale: si tratta di una sintesi narrativa elaborata da Nolan, che la descrive sostanzialmente come la versione ellenica della Regola d’Oro: “Tratta gli altri come vorresti essere trattato”.

Alla base di questo codice c’è il duplice ruolo di Zeus, sovrano degli dèi ma anche protettore dell’ospitalità. Ogni padrone di casa aveva il dovere di accogliere e assistere uno straniero, indipendentemente dalla sua condizione sociale, perché quel mendicante alla porta avrebbe potuto essere una divinità travestita. Allo stesso tempo, anche l’ospite aveva precisi obblighi: rispettare chi lo accoglieva, non abusare della sua generosità e limitare la permanenza al tempo necessario.

Violare questa norma equivaleva a offendere gli dèi stessi e comportava una punizione divina, secondo una logica che ricorda il concetto di karma presente nelle religioni orientali come buddhismo e induismo. È proprio questo meccanismo morale a guidare gli eventi dell’intero film.

Come la Legge di Zeus mette alla prova Ulisse

Matt Damon in Odissea (2026)

Una volta introdotto questo principio, Christopher Nolan lo utilizza come banco di prova per quasi tutti i rapporti umani raccontati in Odissea, sia a Itaca sia durante il lungo viaggio di Ulisse.

A Itaca, Penelope (interpretata da Anne Hathaway) e Telemaco (Tom Holland) sono costretti a rispettare le regole dell’ospitalità anche nei confronti dei Proci che occupano il loro palazzo. Alcuni di loro cercano deliberatamente di provocare Telemaco, sperando che reagisca con la violenza. Se il giovane infrangesse la Legge di Zeus, i pretendenti avrebbero così un pretesto per eliminarlo e impossessarsi del regno sposando Penelope. In questo modo una legge nata per proteggere la casa diventa paradossalmente lo strumento con cui i suoi nemici cercano di distruggerla.

Ulisse viene invece giudicato dalla stessa legge molto prima del ritorno in patria. Lui e i suoi uomini infrangono il sacro patto dell’ospitalità con l’inganno del Cavallo di Troia, trasformando un simbolo di accoglienza in un’arma che porta alla distruzione della città, del tempio di Atena e dell’intera popolazione troiana. Da quel momento ogni conseguenza appare come una punizione inevitabile. Ulisse, i suoi compagni e persino Agamennone (interpretato da Benny Safdie) pagano il prezzo di quella colpa durante il viaggio di ritorno, mentre il sovrano di Micene verrà assassinato dalla moglie Clitennestra (Lupita Nyong’o).

Verso il finale del film è lo stesso Ulisse a suggerire che i dieci anni trascorsi lontano da casa rappresentino una forma di espiazione personale per gli orrori commessi dai Greci durante la guerra. La violazione della Legge di Zeus genera infatti un mondo dominato dalla diffidenza verso gli stranieri, esattamente l’opposto di ciò che quel principio avrebbe dovuto garantire.

Nolan rende evidente questa trasformazione anche attraverso un episodio apparentemente secondario: il villaggio costiero dove approdano gli uomini di Ulisse per cercare viveri ha già iniziato a incendiare le proprie abitazioni per paura dell’arrivo degli sconosciuti. È un’immagine che rappresenta il completo rovesciamento della xenia: una società ormai incapace di fidarsi dell’altro.

LEGGI ANCHE: Odissea: la spiegazione delle 7 avventure di Odisseo nel film

Come la Legge di Zeus completa il viaggio di Ulisse

Scene di gueera in Odissea (2026)
Scene di guerra in Odissea (2026) © Universal Studios.

Alla fine del film, la Legge di Zeus diventa soprattutto la coscienza di Ulisse. Proprio come accadeva in Oppenheimer, dove il protagonista era devastato dal peso morale delle proprie scoperte, anche qui Christopher Nolan costruisce un eroe tormentato dal senso di colpa per le conseguenze delle proprie azioni. Ulisse arriva persino a ipotizzare che lui e i suoi uomini, dopo aver infranto quella legge sacra, siano diventati essi stessi i leggendari “Popoli del Mare”, misteriosi invasori ai quali alcuni studiosi attribuiscono parte del collasso dell’età del Bronzo.

Questa interpretazione nasce da una teoria realmente discussa dagli storici, tra cui l’archeologo Eric H. Cline, secondo il quale il declino delle civiltà dell’età del Bronzo fu causato da una combinazione di fattori, tra cui invasioni, siccità, terremoti, crisi commerciali e rivolte interne.

Il ritorno di Ulisse a Itaca si realizza proprio grazie alla Legge di Zeus. È l’ospitalità incondizionata dimostrata da Penelope verso un mendicante sconosciuto — senza sapere che si tratta del marito travestito — a consentire al re di rientrare finalmente nella propria casa. Ma, una volta recuperato l’arco e superata la celebre prova delle asce, Ulisse infrange ancora una volta quella stessa legge massacrando i Proci all’interno della propria dimora.

È proprio questa ultima violazione a convincerlo a lasciare Itaca insieme a Penelope, affidando il regno a Telemaco. La legge che aveva infranto per vincere la guerra è la stessa che sacrifica ancora una volta per riconquistare la propria casa, evitando però che sia il figlio a doverne sopportare il peso. Nel film di Christopher Nolan, rompere la Legge di Zeus equivale a incrinare le fondamenta stesse della civiltà: un mondo incapace di praticare l’ospitalità e la reciproca fiducia è destinato a crollare su se stesso. È una riflessione che, a ben vedere, parla con sorprendente forza anche al nostro presente.

LEGGI ANCHE: Odissea, la spiegazione del finale: perché Odisseo non poteva davvero tornare a casa

Settimana Internazionale della Critica 2026: presentato il programma dell’edizione 41

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La Settimana Internazionale della Critica celebra la sua 41ª edizione confermando la propria vocazione originaria: scoprire nuovi autori, intercettare linguaggi in trasformazione e offrire uno spazio di libertà creativa al cinema del presente e del futuro. Organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) nell’ambito dell’83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, la SIC presenterà dal 2 al 12 settembre sette opere prime in concorso e due eventi speciali in fuori concorso, tutti in anteprima mondiale. La selezione della 41ª edizione, curata dalla Delegata Generale Beatrice Fiorentino insieme alla commissione composta da Matteo Berardini, Marianna Cappi, Francesco Grieco e Marco Romagna, attraversa quattro continenti e conferma una forte attenzione ai linguaggi contemporanei, alla contaminazione tra generi e alla ricerca formale.

C’è un filo invisibile che attraversa la selezione della 41. Settimana Internazionale della Critica: il cinema come atto di resistenza. Non una resistenza intesa come semplice denuncia, ma come possibilità di immaginare altre forme di esistenza e sopravvivenza, nuovi modi di abitare il presente. I protagonisti delle opere selezionate si oppongono ai dispositivi che governano il nostro tempo – il capitalismo che colonizza le immagini e la memoria, il controllo tecnologico delle emozioni, la violenza delle convenzioni sociali, il lavoro precario, l’omertà, le identità imposte – cercando ostinatamente uno spazio di libertà. Al centro di questo percorso ci sono corpi che rifiutano di essere definiti o ridotti a una categoria: quelli colonizzati, queer, disabili, vulnerabili, desideranti, attraversati dalla storia e dalla politica ma mai completamente addomesticati. Sono opere radicali e profondamente emotive, che fanno del corpo il primo luogo di resistenza e del cinema uno spazio in cui immaginare il futuro anziché limitarsi a raccontare il presente. In un tempo in cui tutto sembra già visto e il cinema sembra dividersi tra produzioni sempre più spettacolari e sofisticate, guardare il mondo con occhi nuovi diventa un atto dovuto. Ed è proprio questo il compito del cinema degli esordi: reinventare il linguaggio prima ancora della storia, sperimentare nuove forme di racconto, aprire prospettive inattese sul presente. Da oltre quarant’anni la Settimana Internazionale della Critica sceglie questo spazio di libertà, là dove il cinema cambia pelle e il futuro comincia a prendere forma.

I sette film in concorso compongono una mappa del presente attraverso sguardi profondamente diversi ma accomunati dal desiderio di interrogare il nostro tempo. Dalla Colombia arrivano The End of Times di Bibiana Rojas Gómez e Juan David Cárdenas, un radicale film-saggio che utilizza immagini d’archivio e intelligenza artificiale per riflettere sulla memoria e sul colonialismo, e Meteorite di Sebastián Múnera, intenso racconto femminile ambientato in un territorio ancora attraversato dai fantasmi della violenza. La Tunisia è rappresentata da The H@llow Man di Kamel Laaridhi, una visionaria distopia che immagina un futuro in cui emozioni e memoria sono controllate dalla tecnologia. Dal Brasile arriva London, esordio di Victor Di Marco e Márcio Picoli, racconto queer che mette al centro la fisicità, il desiderio e la libertà di autodeterminazione. L’India  è presente con Our Share of Sand di Shalini Adnani (in coproduzione con Regno Unito, Grecia), dramma familiare che diventa una riflessione sulle disuguaglianze e sulla crisi ambientale. L’Italia concorre con Prima della guerra di Tommaso Usberti (in coproduzione con la Francia), intenso racconto di formazione ambientato nella pianura padana che affronta con straordinaria maturità il tema della mascolinità contemporanea. Completa il concorso Zoom In, Zoom Out del cinese Dong Jie, un’opera che intreccia mystery, gaming online e alienazione urbana raccontando le inquietudini della Generazione Z.

Due opere in fuori concorso apriranno e chiuderanno la SIC: si inizierà con Il grande Giaffa, opera prima di Marco Santi, noir esistenziale interpretato da Edoardo Pesce che riflette sui temi dell’identità e dell’invisibilità sociale. Chiuderà invece la manifestazione Rider, debutto alla regia della coppia formata da Roan Johnson – già dietro la macchina da presa di numerose pellicole di successo – e Davide Pavanello – in arte Dade -, un musical metropolitano che utilizza il linguaggio del rap per raccontare il lavoro precario, il desiderio di emancipazione e i conflitti della nuova Italia.

Anche quest’anno la SIC conferma il proprio sistema di riconoscimenti: il Gran Premio IWONDERFULL, assegnato da una giuria internazionale; il Premio del Pubblico; il Premio Luciano Sovena al Miglior Produttore Indipendente; il Premio Mario Serandrei – Hotel Saturnia per il Miglior Contributo Tecnico e il Premio Circolo del Cinema di Verona al film più innovativo. Tutti i film in concorso, eleggibili secondo il regolamento, concorreranno inoltre al Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”.

Prosegue inoltre il percorso di SIC@SIC – Short Italian Cinema @ Settimana Internazionale della Critica, giunto all’undicesima edizione e realizzato in collaborazione con Cinecittà, progetto che continua a rappresentare uno dei principali osservatori dedicati ai nuovi autori italiani del cortometraggio. L’edizione 2026 si distingue inoltre per una significativa presenza di autrici, a testimonianza del ruolo sempre più centrale che lo sguardo femminile riveste nel panorama del cortometraggio italiano contemporaneo.

Ad aprire il programma fuori concorso sarà Les Métamorphoses, au féminin di Maria Giménez Cavallo, montatrice di lunga esperienza al fianco di Abdellatif Kechiche, che firma un’opera apertamente femminista che rilegge i versi di Ovidio con gli occhi del presente, riportando alla luce la violenza contro le donne nei secoli. La chiusura sarà invece affidata a Un breve incontro di Liryc Dela Cruz, una delle voci più interessanti del nuovo cinema italiano, che gira a Genova un’opera intima e poetica sulla precarietà del mondo in cui viviamo.

Ci sarà ancora, ma in una nuova location, la Casa della Critica, spazio internazionale di incontro e confronto dedicato ai critici cinematografici e agli operatori del settore, sempre più punto di riferimento per il dialogo tra stampa, autori e industria.

Main partner della Settimana Internazionale della Critica è IWONDERFULL. Cultural partner è Cinecittà, con cui viene realizzato SIC@SIC. La manifestazione si avvale inoltre del sostegno di numerosi partner istituzionali e privati, tra cui Associazione Amici di Luciano Sovena, Hotel Saturnia & International, Circolo del Cinema di Verona, NUOVOIMAIE, Frame by Frame, Stadion Video, Advista, Centro Nazionale del Cortometraggio, Agnus Dei – Tiziana Rocca Production e Milano Film Network, oltre ai media partner MyMovies, FRED FILM RADIO, The Hot Corn e Advista.

La 41ª Settimana Internazionale della Critica si svolgerà al Lido di Venezia dal 2 al 12 settembre 2026 nell’ambito dell’83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. Fondata nel 1984 da Lino Micciché, la SIC ha costruito negli anni una storia fatta di intuizioni e scommesse, presentando gli esordi di autori poi diventati protagonisti del cinema internazionale, da Kevin Reynolds a Mike Leigh, da Olivier Assayas a Harmony Korine, da Pedro Costa a Pablo Trapero, fino ai grandi nomi del cinema italiano come Carlo Mazzacurati, Sergio Rubini, Antonio Capuano, Roberta Torre e Gianni Di Gregorio.

Perché Rhaenyra non vuole vedere Joffrey in House of the Dragon – Stagione 3 Episodio 5 e cosa gli succederà

House of the Dragon – Stagione 3 Episodio 5 poteva regalarci una commovente reunion, ma le cose hanno preso una piega straziante. Questa stagione è stata tragica sotto ogni aspetto, nonostante Rhaenyra Targaryen abbia finalmente rivendicato il Trono di Spade. Poco prima di dirigersi ad Approdo del Re, Rhaenyra ha subito la perdita del figlio maggiore, Jacaerys Velaryon, nella Battaglia della Gola. Questa perdita si è aggiunta a quella del secondogenito, Lucerys Velaryon, avvenuta nella prima stagione. Purtroppo, Rhaenyra non ha ancora finito di subire perdite.

Con la scomparsa di Jace e Luke, il terzo figlio di Rhaenyra, Joffrey Velaryon, è ora l’erede al Trono di Spade. Nella seconda stagione di House of the Dragon, Rhaenyra aveva mandato il piccolo Joffrey nella Valle, ma poco dopo aver conquistato Approdo del Re, la regina ordina che suo figlio le fosse riportato. È una procedura standard, e Rhaenyra la considera tale. In realtà, la sua freddezza nei confronti di Joffrey nell’episodio 5 della terza stagione di House of the Dragon è alquanto allarmante.

Mandare Joffrey nella Valle fu un duro colpo per la regina. Eppure, quando nell’episodio 5 scopre che il ragazzo è arrivato sano e salvo alla Fortezza Rossa, Rhaenyra dice che lo accoglierà più tardi. Verso la fine dell’episodio, finalmente si reca nella stanza di Joffrey, ma solo per dare un’occhiata al suo viso addormentato. Nel complesso, è un comportamento insolito per Rhaenyra, che dovrebbe stringere suo figlio a sé con tutto il cuore.

La distanza tra Rhaenyra e Joffrey rivela una verità straziante

La triste verità sulla distanza tra Rhaenyra e Joffrey è che lei è pienamente consapevole del prezzo che ha pagato e che continuerà a pagare per il suo trono. Sebbene Approdo del Re sia attualmente sotto il suo controllo, la regina percepisce che la situazione è tutt’altro che rosea. Non c’è oro, il popolo è intrappolato nella povertà, Aemond e Aegon sono ancora in circolazione, Criston Cole continua la sua marcia e Ormund Hightower si è accampato a Tumbleton, proclamando Daeron Targaryen re. In fin dei conti, Rhaenyra sa che il rischio di perdere Joffrey è dolorosamente alto.

Abbiamo già assistito alla trasformazione di una Regina Folle nella saga del Trono di Spade, e sembra che persino Rhaenyra si renda conto di essere sull’orlo del baratro. Un’altra perdita la distruggerebbe, quindi l’unica speranza per Rhaenyra di mantenere la lucidità è quella di erigere una barriera tra sé e Joffrey. Rhaenyra potrebbe anche temere di rivedere i volti di Jace e Luke riflessi negli occhi castani di Joffrey. Lui è l’ultimo ricordo che le rimane di loro e del suo defunto amante, Ser Harwin Strong.

Vale anche la pena notare che Rhaenyra è diventata piuttosto superstiziosa. Daemon la accusa di vedere presagi inesistenti, ma lei continua a cercarli imperterrita. Rhaenyra sa bene che Joffrey è il suo ultimo figlio illegittimo avuto con il defunto Ser Harwin Strong. I suoi figli illegittimi hanno sofferto a causa delle circostanze della loro nascita, e Rhaenyra potrebbe temere che la morte di Jace e Luke sia la punizione per quel grave peccato. Forse gli dèi non permetteranno a un bastardo di sedere sul Trono di Spade, e in tal caso, Rhaenyra sospetta che Joffrey non avrà un lieto fine.

house of the dragonCosa succede a Joffrey Velaryon in Fuoco e Sangue di George R.R. Martin?

È difficile dire se la morte di Jace e Luke sia stata una punizione degli antichi o dei nuovi dèi. Tuttavia, il fatto che anche il loro fratello bastardo non viva abbastanza a lungo da ereditare il Trono di Spade sembra essere molto significativo. In Fuoco e Sangue di Martin, le rivolte del popolo di Approdo del Re portano all’assalto della Fossa dei Draghi. Joffrey si preoccupa per la sicurezza del suo drago, Tyraxes, e supplica la madre di lasciarlo andare in suo aiuto. Rhaenyra si rifiuta, ma, proprio come suo fratello maggiore, Joffrey non le dà ascolto.

Il terzo figlio bastardo di Rhaenyra ruba il suo drago, Syrax, e tenta di cavalcare fino alla Fossa dei Draghi per proteggere Tyraxes dalla plebaglia. Tuttavia, i draghi raramente accettano cavalieri con cui non hanno un legame speciale. Il povero Joffrey viene disarcionato da Syrax e precipita per le strade di Fondo delle Pulci. Con la schiena spezzata, Joffrey muore tra le braccia di Robin, la figlia di un gentile fabbricante di candele, mentre pronuncia le parole “Madre, perdonami”.

Dopo la morte di Joffrey, il suo corpo viene saccheggiato dagli abitanti di Fondo delle Pulci, che prendono la sua spada e i suoi stivali prima di mozzargli le mani per impossessarsi dei suoi anelli.

È improbabile che la distanza emotiva che Rhaenyra crea tra sé e Joffrey possa attenuare il colpo di questa tragedia. Supponendo che House of the Dragon mantenga la storia canonica di Joffrey, è certo che nei prossimi episodi la regina crollerà completamente quando un altro dei suoi figli morirà a causa della guerra tra i Neri e i Verdi. Sarà il primogenito legittimo di Rhaenyra, Aegon Targaryen, a ereditare il Trono di Spade. Che sia per buona o cattiva sorte, né Rhaenyra né i fratelli maggiori di Aegon vivranno abbastanza a lungo per vederlo.

Odissea: la spiegazione delle 7 avventure di Odisseo nel film

Odissea: la spiegazione delle 7 avventure di Odisseo nel film

Odissea (leggi qui la nostra recensione) di Christopher Nolan ha fatto il suo debutto nelle sale il 17 luglio 2026, avviandosi a diventare uno dei maggiori successi al botteghino e ottenendo alcune delle recensioni più entusiastiche dell’intera carriera del regista. Per adattare l’antico poema greco di Omero, Nolan ha compiuto una scelta ambiziosa: girare l’intero film con cineprese IMAX, un primato assoluto nella storia del cinema, raccontando inoltre la vicenda attraverso la sua caratteristica struttura narrativa non lineare.

Anziché seguire un percorso cronologico, il film si sviluppa attraverso una serie di flashback, con un esausto Odisseo, interpretato da Matt Damon, che ripercorre il proprio viaggio mentre è prigioniero sull’isola di Calipso. Il poema di Omero segue il re di Itaca nel suo disperato tentativo di fare ritorno a casa dopo la decennale guerra di Troia.

Il viaggio, però, si prolunga per altri dieci anni, ostacolato da divinità ostili e creature mostruose, mentre a Itaca la moglie Penelope e il figlio Telemaco cercano di resistere ai pretendenti che vogliono impossessarsi del regno. Ecco spiegate tutte e sette le principali avventure di Odisseo nel film di Christopher Nolan.

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Odisseo affronta il Ciclope Polifemo

Ciclope Polifemo in Odissea
Polifemo in Odissea © Universal Studios. All Rights Reserved.

Dopo essersi separato dagli altri sovrani greci, Menelao e Agamennone, Odisseo decide di intraprendere una rotta diversa per tornare a Itaca. L’obiettivo è fare rifornimento lungo la costa, ma una violenta tempesta spinge la sua flotta fino all’isola dei Ciclopi.

Qui lui e i suoi uomini si imbattono in Polifemo, un gigantesco ciclope con un solo occhio che li imprigiona nella propria caverna e inizia a divorare uno dopo l’altro i compagni di Odisseo. Con prontezza, il protagonista e i superstiti accecano il mostro conficcandogli un palo appuntito nell’unico occhio. Il film, tuttavia, elimina il celebre episodio del vino e dell’inganno del nome “Nessuno” presente nel poema originale.

Nella versione di Christopher Nolan, gli uomini riescono a fuggire coprendosi la schiena con arbusti, così che il gigante cieco non possa percepirli mentre escono dalla grotta. La vittoria, però, ha un prezzo altissimo: Polifemo è figlio di Poseidone, e accecarlo scatena l’ira del dio del mare.

L’episodio di Polifemo rappresenta il primo grande punto di svolta del viaggio di Odisseo. Se da un lato mette in luce la sua straordinaria intelligenza e capacità di sopravvivere grazie all’ingegno anziché alla forza, dall’altro evidenzia anche il limite del protagonista: ogni vittoria comporta un prezzo. L’accecamento del Ciclope scatena infatti l’ira di Poseidone, trasformando il ritorno a Itaca in un lungo percorso di sofferenza. È il momento in cui il viaggio smette di essere un semplice rientro dalla guerra e diventa una prova esistenziale.

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Le tempeste di Poseidone conducono Odisseo dai Lestrigoni

Odissea lestrigoni chi sono

La vendetta di Poseidone non tarda ad arrivare. Furioso per quanto accaduto al figlio, il dio scatena violente tempeste contro la flotta di Odisseo, deviandola completamente dalla rotta prevista. Alla ricerca disperata di viveri, i superstiti approdano su una nuova costa dove incontrano un bambino appartenente ai Lestrigoni. Pur essendo un bambino, è già grande quanto un uomo adulto e, spaventato dalla presenza degli stranieri, richiama il resto della tribù.

Nel film questi giganti assumono l’aspetto di enormi guerrieri corazzati, simili a cavalieri medievali, che attaccano brutalmente l’equipaggio distruggendo due delle tre navi rimaste. Solo pochi uomini riescono a salvarsi, tra cui Odisseo e il suo secondo in comando Euriloco, interpretato da Himesh Patel. Il massacro alimenta ulteriormente il timore dell’equipaggio, ormai convinto che seguire il proprio re significhi andare incontro alla morte.

L’incontro con i Lestrigoni mostra quanto fragile sia ormai la spedizione di Odisseo. Dopo aver perso gran parte della flotta, il re comprende che il viaggio non sarà più quello di un esercito vittorioso, ma quello di un piccolo gruppo di superstiti. L’episodio accentua inoltre la crescente sfiducia dei suoi uomini, che iniziano a vedere il loro comandante come un uomo perseguitato dagli dèi, incapace di condurli davvero verso casa.

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L’incantesimo di Circe

Samantha Morton in Odissea
Samantha Morton in Odissea. Foto di © Universal Studios. All Rights Reserved.

Dopo la strage compiuta dai Lestrigoni, i sopravvissuti raggiungono l’isola di Eea, stremati e affamati. Mentre Odisseo si allontana per cacciare con il suo arco, gli altri uomini trovano una grande dimora appartenente alla maga Circe, interpretata da Samantha Morton. La donna li accoglie con apparente cordialità e offre loro un ricco banchetto, ma si tratta di una trappola: grazie ai suoi poteri trasforma tutti i marinai in maiali.

Quando Odisseo scopre quanto accaduto, il film si discosta dal poema. Invece di cedere al fascino della maga, come avviene nell’opera di Omero, il protagonista rimane fedele a Penelope e minaccia la sorella di Circe, trasformata in un corvo, costringendo la maga a spezzare l’incantesimo. Prima di lasciarlo andare, Circe gli rivela però una terribile verità: per tornare a Itaca dovrà prima affrontare un viaggio nel regno dei morti.

L’episodio di Circe mette dunque alla prova non tanto il coraggio di Odisseo, quanto la sua fedeltà e la sua identità. Nella versione di Christopher Nolan, il protagonista rifiuta ogni tentazione sentimentale, rafforzando il legame con Penelope come motore dell’intera storia. La maga diventa così la figura che costringe l’eroe ad affrontare una verità scomoda: per poter tornare a casa dovrà prima confrontarsi con il proprio passato e con la morte.

Il viaggio nell’Ade

Elliott Page in Odissea
Elliott Page in Odissea. Foto di © Universal Studios. All Rights Reserved.

Seguendo le indicazioni di Circe, Odisseo raggiunge l’ingresso dell’Ade per cercare consiglio. Qui incontra diverse anime del passato. Tra queste c’è Sinone, interpretato da Elliot Page, il soldato greco che convinse i Troiani a introdurre il cavallo di legno all’interno delle mura della città.

Sinone rimprovera Odisseo per le menzogne legate al piano di guerra e rivela di essere stato manipolato dal pretendente Antinoo, interpretato da Robert Pattinson, invitando il re di Itaca a vendicarsi. Successivamente appare anche Agamennone, assassinato dalla moglie Clitennestra dopo il ritorno dalla guerra di Troia. È lui a suggerire a Odisseo di fare ritorno a casa sotto mentite spoglie per riconoscere amici e nemici.

L’incontro più importante è però quello con il veggente cieco Tiresia, che lo mette in guardia dalle Sirene, dalla scelta tra Scilla e Cariddi e profetizza la morte di tutti i suoi uomini dopo l’uccisione del bestiame del dio del Sole. Una profezia destinata ad accompagnare ogni decisione successiva.

La discesa nell’Ade rappresenta così il momento di maggiore introspezione dell’intero viaggio. Incontrando i fantasmi del proprio passato e ascoltando la profezia di Tiresia, Odisseo acquisisce finalmente la consapevolezza del prezzo che dovrà pagare per il ritorno. È un passaggio simbolico fondamentale: prima di ritrovare la propria casa deve prima “morire” metaforicamente, affrontando colpe, rimpianti e responsabilità accumulate durante la guerra di Troia.

Il canto delle Sirene

Odisseo urla in Odissea

Di nuovo in mare, Odisseo affronta una delle prove più celebri del poema: le Sirene, creature metà donna e metà uccello che attirano i marinai verso la morte con il loro canto. Grazie all’avvertimento di Tiresia, escogita un piano per salvare il proprio equipaggio. Fa tappare le orecchie dei compagni con la cera, mentre lui si fa legare all’albero maestro per poter ascoltare il canto senza cedere alla tentazione.

Nonostante il piano, le Sirene riescono comunque a provocare una vittima. Il loro canto mostra a Odisseo tutto ciò che ha sempre desiderato ma che non ha mai potuto ottenere, spingendolo quasi alla follia. Le Sirene, come noto, incarnano il potere irresistibile del desiderio e dell’illusione. Il loro canto promette tutto ciò che un uomo sogna, ma conduce inevitabilmente alla rovina.

Legandosi all’albero della nave, Odisseo dimostra di conoscere i propri limiti: non cerca di resistere con la sola forza di volontà, ma accetta di aver bisogno dell’aiuto dei suoi compagni. È una lezione di umiltà che distingue il vero eroe da chi si lascia sopraffare dalle proprie ambizioni. In questo modo, però, comprende che tutto ciò che un uomo sogna è tutto ciò che aveva e ha perduto, esaltando così il tema della nostalgia e del dolore che può provocare.

La scelta tra Scilla e Cariddi

Cariddi in Odissea

Poco dopo le Sirene, la nave raggiunge uno stretto passaggio dominato da due mostri. Da un lato c’è Cariddi, un immenso vortice capace di inghiottire l’intera nave. Dall’altro si trova Scilla, creatura mostruosa che divora direttamente i marinai. Secondo la profezia di Tiresia, una delle due minacce avrebbe ucciso tutti, l’altra soltanto sei uomini.

Costretto a scegliere il male minore, Odisseo dirige la nave verso Scilla, sacrificando sei compagni pur di salvare il resto dell’equipaggio. Una decisione devastante che segna profondamente il protagonista e lo costringe infine a rivelare ai suoi uomini la terribile profezia.

Il passaggio tra Scilla e Cariddi rappresenta dunque uno dei momenti più tragici dell’intera Odissea, perché costringe Odisseo a scegliere deliberatamente un male minore. Non esiste una soluzione perfetta: qualsiasi decisione comporta delle vittime. È proprio questo dilemma morale a trasformare il protagonista in un leader autentico, chiamato ad assumersi il peso di decisioni impossibili pur di garantire la sopravvivenza della maggior parte dei suoi uomini.

L’isola di Calipso

the odyssey odisseo e Calyspo

Prima di raggiungere la meta, Odisseo ordina ai suoi uomini di non toccare il bestiame sacro del dio del Sole. Ma, esasperati dalla fame e dalla lunga permanenza sull’isola, i marinai infrangono il divieto e uccidono uno degli animali sacri. La punizione è immediata: una violenta tempesta distrugge l’ultima nave e provoca la morte di tutto l’equipaggio.

Solo Odisseo sopravvive, finendo sull’isola di Ogigia, dove vive la ninfa Calipso, interpretata da Charlize Theron. Qui Christopher Nolan introduce una delle modifiche più significative rispetto al poema. Nell’opera originale Calipso trattiene Odisseo per sette anni promettendogli l’immortalità, finché gli dèi non la costringono a liberarlo.

Nel film, invece, la ninfa gli fa mangiare i fiori di loto, cancellandogli gradualmente la memoria e facendogli dimenticare la propria casa e la propria famiglia. Solo quando smette di somministrarglieli, Odisseo recupera lentamente i ricordi del viaggio appena raccontato al pubblico. Una volta ritrovata la propria identità e riaffiorato il desiderio di tornare a Itaca, Calipso decide infine di lasciarlo andare, affidandolo a una zattera diretta verso casa.

L’isola di Calipso è dunque il simbolo della rinuncia e dell’oblio. Nel film di Christopher Nolan, i fiori di loto diventano la metafora di una vita senza dolore ma anche senza memoria, nella quale Odisseo può dimenticare le proprie responsabilità e il desiderio di tornare a casa. Recuperare i ricordi significa quindi recuperare la propria identità. Solo accettando il peso del passato e delle sofferenze vissute l’eroe può completare il suo percorso e riconquistare finalmente Itaca.

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Il produttore di House of the Dragon commenta la scioccante rivelazione della terza stagione

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House of the Dragon – Stagione 3 è stata ricca di colpi di scena. La serie di successo della HBO esplora la storia di Casa Targaryen quasi due secoli prima degli eventi della serie principale, Game of Thrones. Ambientata 100 anni dopo l’unione dei Sette Regni e 172 anni prima della nascita di Daenerys Targaryen, la storia segue la guerra civile conosciuta come la Danza dei Draghi.

Nell’episodio più recente dello spin-off di Game of Thrones, è stato rivelato che Helaena Targaryen (Phia Saban) era incinta. Questo ha sorpreso molti spettatori, poiché si discosta notevolmente dal materiale originale. Nel celebre romanzo di George R. R. Martin da cui è tratto House of the Dragon, Fuoco e Sangue, il personaggio non era mai stato incinta.

Il quarto episodio di House of the Dragon conferma la gravidanza di Helaena, dopo diversi indizi che l’avevano preannunciata nel corso della stagione. La rivelazione alza immediatamente la posta in gioco, poiché la sua sicurezza e la sua libertà sono attualmente a rischio sotto il regno di Rhaenyra. La gravidanza implica anche che l’adattamento HBO potrebbe finalmente introdurre una versione di Maelor Targaryen, un personaggio che non è ancora apparso nella serie.

In un’intervista con IGN, lo showrunner di House of the Dragon, Ryan Condal, spiega le motivazioni alla base di questa scelta creativa e il suo impatto sulla serie. Ha affermato che la gravidanza di Helaena è stata pensata per preservare elementi importanti del libro di Martin, pur consentendo alla serie di essere un’entità a sé stante. Piuttosto che realizzare un adattamento fedele del romanzo, la serie ha scelto di modificare gli eventi in modo da adattarli meglio alla narrazione.

Nel corso delle sue tre stagioni, House of the Dragon ha spesso modificato la trama, unito personaggi e creato nuovi eventi, pur rimanendo fedele ai temi del romanzo di Martin. La gravidanza di Helaena sembra essere un altro esempio di questa tendenza, che preserva lo spirito del materiale originale pur rielaborandolo per renderlo autonomo.

Similmente a Game of Thrones, House of the Dragon vanta un cast corale di alto livello. La serie vede protagonisti Paddy Considine, Matt Smith, Emma D’Arcy, Rhys Ifans, Steve Toussaint, Eve Best, Sonoya Mizuno, Fabien Frankel, Milly Alcock, Emily Carey, Graham McTavish, Matthew Needham, Jefferson Hall, Olivia Cooke, Harry Collett, Tom Glynn-Carney, Ewan Mitchell, Bethany Antonia e Phoebe Campbell, oltre a Saban.

Pretty Princess 3, Anne Hathaway aggiorna i fan: “Abbiamo trovato la svolta per la storia”

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Anne Hathaway ha condiviso un importante aggiornamento sullo sviluppo di Pretty Princess 3, il sequel che i fan attendono da oltre vent’anni. Intervistata nel programma Radio Andy di SiriusXM, l’attrice ha spiegato che il progetto è ancora vivo, anche se il percorso creativo ha richiesto un cambio di rotta significativo. Le sue parole confermano che il film continua a essere una priorità per il team creativo.

L’attrice, reduce dal successo di Odissea di Christopher Nolan, ha raccontato che anche la sua vita privata influirà sui tempi della produzione. In attesa della nascita del suo terzo figlio, Hathaway ha però rassicurato il pubblico sullo stato dei lavori, lasciando intendere che il progetto abbia finalmente trovato una direzione convincente.

La notizia è particolarmente rilevante perché, negli ultimi anni, gli aggiornamenti sul sequel erano stati sporadici e spesso accompagnati da poche informazioni concrete. Il fatto che la sceneggiatura sia stata completamente ripensata suggerisce la volontà di realizzare un film capace di soddisfare le aspettative del pubblico, invece di limitarsi a un’operazione nostalgica.

Anne Hathaway spiega perché la sceneggiatura di Pretty Princess 3 è ripartita da zero

Durante l’intervista, Anne Hathaway ha spiegato cosa sta accadendo dietro le quinte del progetto: “Sono impegnata a prepararmi per il mio terzo figlio e questo ha un po’ preso il posto del sapere esattamente quando potrò girare Pretty Princess 3. Posso dire però che credo abbiamo avuto una svolta nella storia. Penso che ci stiamo muovendo nella direzione giusta. La sceneggiatura su cui stavamo lavorando… abbiamo praticamente dovuto ricominciare da capo seguendo questa nuova direzione, e probabilmente non è l’aggiornamento che qualcuno avrebbe voluto sentire, ma tutti noi siamo convinti che questa sarà la versione giusta.”

Le dichiarazioni confermano che il progetto diretto da Adele Lim è ancora in piena fase di sviluppo creativo. Piuttosto che accelerare la produzione con uno script non pienamente convincente, il team ha scelto di ripensare la storia, cercando un equilibrio tra il patrimonio lasciato dai primi due film e una nuova avventura per Mia Thermopolis.

La saga, tratta dai romanzi di Meg Cabot, racconta la trasformazione della timida adolescente americana che scopre di essere l’erede al trono del regno di Genovia. Dopo il successo di Pretty Princess (2001) e Pretty Princess 2 – Un matrimonio da favola (2004), il franchise è diventato uno dei titoli Disney più amati della sua generazione. Al momento non esistono conferme ufficiali sul ritorno di Julie Andrews e Chris Pine, anche se entrambi in passato hanno espresso interesse a partecipare al nuovo capitolo.

House of the Dragon – Stagione 3 Episodio 5, spiegazione del finale: il banchetto di sangue di Ormund riscrive la caduta di Rhaenyra

In House of the Dragon – Stagione 3 Episodio 5, l’inevitabile caduta di Rhaenyra Targaryen si avvicina lentamente, e questa nuova puntata ha completamente ribaltato la situazione. Si tratta di una caratteristica distintiva della serie spin-off di Game of Thrones. La storia di George R.R. Martin è stata certamente modificata in modo significativo, ma la stragrande maggioranza dei cambiamenti in House of the Dragon si basa sul cliché del narratore inaffidabile. Il libro originale, Fire & Blood, è strutturato come un manuale di storia, quindi l’idea è che ci siano molti aspetti della storia che gli storici non avrebbero potuto conoscere.

Un esempio lampante di questo tipo di modifica è l’arrivo di Alicent a Roccia del Drago per dire a Rhaenyra che le avrebbe aperto le porte della Fortezza Rossa. Naturalmente, i Maestri di Westeros non erano presenti a quella conversazione clandestina, quindi non avrebbero potuto scriverne. Allo stesso modo, ci sono eventi che questi storici credevano di aver compreso, ma House of the Dragon si propone di mostrare direttamente agli spettatori che si sbagliavano.

E qui arriviamo a House of the Dragon – Stagione 3 Episodio 5. Questa puntata della serie fantasy si trasforma in una sorta di giallo: alcuni membri della Guardia Cittadina vengono improvvisamente trovati morti. Le cappe dorate muoiono senza testimoni e vengono ritrovati con le interiora che fuoriescono dai corpi. È certamente allarmante, e Daemon inizialmente incolpa Rhaenyra per la violenza. Lei aveva mandato la Guardia Cittadina a spegnere le rivolte della città, a arginare le voci sulla sua illegittimità, e Daemon presume che la popolazione stia iniziando a ribellarsi e a reagire.

La teoria di Daemon è plausibile, ed è vero che è esattamente ciò che è stato scritto in Fuoco e Sangue di Martin. L’aumento delle tasse e la brutale repressione della giustizia da parte della Guardia Cittadina scatenano rivolte ad Approdo del Re, e le Cappe d’Oro iniziano a morire a frotte. La situazione precipita a tal punto che Rhaenyra è costretta a fuggire dalla città appena sei mesi dopo essere salita al trono. House of the Dragon sta certamente portando gli eventi in questa direzione, ma il quinto episodio della terza stagione rivela un ulteriore risvolto della vicenda: Ormund Hightower è la mente dietro a tutto.

Spiegazione del “Banchetto per i Traditori” di Ormund Hightower

Negli ultimi istanti del quinto episodio della terza stagione di House of the Dragon, Daemon scopre nove cadaveri disposti in modo grottesco attorno a un tavolo. Non capita spesso di vedere il principe Targaryen così profondamente turbato. Di solito è imperturbabile, ma la vista delle Cappe Dorate con le proprie interiora disposte su piatti davanti a loro lascia Daemon senza parole. Il cadavere al centro appartiene al Lord Comandante Ser Luthor Largent, e sopra la sua testa campeggia la scritta “Un Banchetto per i Traditori”.

Daemon non ha ancora idea di chi stia facendo questo alle sue Cappe Dorate, ma House of the Dragon – Stagione 3 Episodio 5 ci ha già mostrato cosa sta succedendo. Si tratta dell’opera di Ormund Hightower, che sta facendo tutto il possibile per indebolire il regno di Rhaenyra, in modo da poter mettere sul Trono di Spade Daeron Targaryen, come sovrano simbolico della dinastia Hightower. Sebbene i dettagli del piano e dell’influenza di Ormund non siano ancora del tutto chiari, è confermato che egli ha dei suoi agenti in città con i quali è in costante contatto.

Il messaggio di Ormund è un riferimento diretto alla decisione della Guardia Cittadina di rivoltarsi contro i Verdi e di riaccogliere Rhaenyra Targaryen nella Fortezza Rossa. Fu grazie a questi uomini, in particolare a Ser Luthor, che la Guardia Reale di Aegon fu costretta a deporre le spade. Ormund si è così vendicato. Forse Rhaenyra e Daemon riconosceranno in questa cruenta messa in scena un atto dei Verdi. Oppure, potrebbero continuare a credere che il popolo di Approdo del Re stia rifiutando la propria regina.

Cosa significano gli attacchi alla Guardia Cittadina per la caduta di Rhaenyra

house of the dragon stagione 3 episodio 5Rhaenyra ha combattuto incessantemente e sacrificato quasi tutto ciò che amava per il Trono di Spade, ma è destinata a perderlo dopo solo sei mesi. Fuoco e Sangue suggerisce che la sua destituzione dal trono sia stata causata da lei stessa. Nella storia canonica, la paranoia e la disperazione di questa regina la portano a maltrattare il popolo, e questo le costa la corona. Finora, la versione di House of the Dragon ha implicazioni ben diverse.

In House of the Dragon – Stagione 3 Episodio 5, Rhaenyra teme che i suoi nemici la stiano braccando nell’oscurità, una forza malvagia che osserva ogni sua mossa. Mentre Daemon ignora queste affermazioni e sottolinea che questi attacchi sono una punizione per i crudeli ordini della regina, non ha del tutto ragione. Rhaenyra si è comportata in modo avventato, ma Ormund Hightower ha volutamente aggravato la situazione. Ciò significa che la sua rovina non sarà dovuta alla sua follia o crudeltà, bensì alle azioni di altri nemici dei Verdi. Non le resta un attimo di pace.

Anche la storia di Alicent e Helaena ha subito una svolta decisiva.

Rhaenyra e Daemon non sono gli unici a dover affrontare delle brutte sorprese in House of the Dragon – Stagione 3 Episodio 5. In questo episodio, Alicent ha tentato disperatamente di liberare se stessa e sua figlia Helaena. Nell’episodio precedente si è scoperto che la giovane regina è incinta e, poiché Helaena si rifiuta di interrompere la gravidanza, Alicent deve portarle entrambe fuori dalla Fortezza Rossa. Naturalmente, le cose non vanno per il verso giusto.

Mentre il piano originale di Alicent fallisce, lei e Helaena scoprono un regalo sconvolgente nella loro stanza. C’è un passaggio segreto che sembra condurre fuori dalla Fortezza Rossa, proprio lì accanto al letto. Senza pensarci troppo, le due si dirigono verso il passaggio, chiudono la porta dietro di loro e si avviano verso quella che sperano sia la loro libertà. Sfortunatamente, la fortuna non è dalla loro parte. Alicent scopre che la strada è bloccata proprio mentre Helaena lascia cadere la loro unica fonte di luce.

Questo lascia Alicent ed Helaena intrappolate nell’oscurità all’interno del passaggio. Hanno chiuso l’apertura segreta nella stanza e sembra che non possa essere riaperta dall’interno del tunnel. Al mattino, gli inservienti potrebbero concludere che le due regine siano riuscite a fuggire e che nessuno saprà che, in realtà, sono bloccate nelle pareti. Nulla di tutto ciò è accaduto nel romanzo, quindi a questo punto possiamo solo ipotizzare come si evolverà la situazione.

house of the dragon stagione 3 episodio 5In che modo House of the Dragon – Stagione 3 Episodio 5 prepara il terreno per i restanti tre episodi

Mancano solo tre episodi alla fine di House of the Dragon – Stagione 3, e questo episodio sembra essere fondamentale per preparare il terreno per il prossimo atto. Rhaenyra è al limite. Il suo desiderio di vendetta sta oscurando ogni altro bisogno. Si rifiuta di far visita al suo terzogenito ed erede, Joffrey, e, per quanto ne sa, il popolo si sta rivoltando contro le Cappe Dorate. Sebbene la sua crudeltà non sia l’unica causa, come in “Fuoco e Sangue”, è improbabile che reagisca bene in futuro. Rhaenyra alimenterà sicuramente la reputazione che Ormund le sta costruendo.

Anche Helaena dovrebbe essere morta. Il fatto che ora sia intrappolata in un muro con sua madre non lascia presagire un destino diverso per Helaena in House of the Dragon. Certo, morire di fame al fianco di Alicent sarebbe quasi troppo tragico persino per il franchise di Game of Thrones. Tuttavia, possiamo supporre che questo evento influirà in qualche modo su ciò che spingerà Helaena a togliersi la vita.

Poi ci sono Aemond Targaryen e Criston Cole, entrambi vaganti, figurativamente o letteralmente, smarriti e ciechi. Aemond ha stretto un’improbabile amicizia con Alys Rivers e rischia persino la vita per proteggerla. Sarà interessante vedere come si svilupperà questa dimostrazione di umanità mentre Aemond si avvicina alla fatidica Battaglia Sopra l’Occhio degli Dei. Criston Cole, d’altro canto, si sta dirigendo ad affrontare gli Uomini dei Fiumi e i Lupi Invernali di Roddy la Rovina, desideroso di morire al proprio servizio per una volta, ma anche questo potrebbe non andare come spera. Solo il tempo (e il prossimo episodio di House of the Dragon) ce lo dirà.

Odissea: quanti Oscar può vincere il film di Christopher Nolan?

Odissea: quanti Oscar può vincere il film di Christopher Nolan?

Odissea (leggi qui la nostra recensione) di Christopher Nolan è il nuovo grande favorito per gli Oscar 2027, con l’uscita del kolossal che lo ha immediatamente proiettato al centro della corsa ai premi più prestigiosi del cinema. Già prima del debutto nelle sale mondiali del 17 luglio 2026, le aspettative erano altissime. Dopo aver ottenuto le migliori recensioni e il punteggio più elevato su Rotten Tomatoes dell’intera carriera di Nolan, Odissea sembra destinato a una lunga marcia di otto mesi verso gli Academy Awards.

È questo il tempo che manca alla 99ª edizione degli Oscar, in programma domenica 14 marzo 2027. Blockbuster usciti nella prima parte dell’anno come Project Hail Mary e titoli attesi come Dune – Parte tre puntano a essere protagonisti in numerose categorie, mentre film d’autore come Fjord e altre produzioni indipendenti potrebbero ritagliarsi uno spazio importante nella stagione dei premi. Eppure Odissea sembra già giocare in un campionato a parte.

Del resto, Christopher Nolan aveva già conquistato l’Academy con il biopic Oppenheimer nel 2023. Il film ottenne 13 candidature agli Oscar, trasformandone sette in vittorie, comprese quelle per il Miglior film e la Miglior regia, i primi due Oscar della carriera del regista britannico. I suoi film erano già da tempo protagonisti della stagione dei premi, ma Oppenheimer rappresentò la consacrazione definitiva, convincendo Hollywood a incoronare uno dei cineasti più influenti del XXI secolo e alzando inevitabilmente l’asticella per tutte le opere successive.

Ora che Odissea è arrivato nelle sale ed è stato accolto con entusiasmo da critica e pubblico, il suo futuro agli Oscar appare già delineato. Il film parte in testa alla corsa, con numerose candidature praticamente assicurate e concrete possibilità di trasformarne molte in vittorie, a patto che riesca a mantenere il proprio slancio nei prossimi mesi.

Odissea sembra destinato a superare le dieci candidature agli Oscar, incluso il Miglior film

Odissea (The Odyssey)
© Universal Studios.

In questa fase appare difficile immaginare che Odissea possa fermarsi a meno di dieci nomination. La candidatura al Miglior film sembra praticamente certa, così come quella di Christopher Nolan per la Miglior regia, che gli darebbe la possibilità di diventare il primo regista a vincere entrambe le categorie con due film consecutivi.

Molto probabile anche una candidatura per la Miglior sceneggiatura non originale, grazie al modo in cui Nolan ha adattato il poema di Omero. Sembrano inoltre sicure le nomination per Fotografia, Montaggio, Sonoro, Colonna sonora originale, Costumi e Scenografia. Il lavoro del direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, della montatrice Jennifer Lame, del compositore Ludwig Göransson e degli altri responsabili dei reparti tecnici ha raccolto consensi tali da renderli tra i favoriti nelle rispettive categorie.

Solo queste categorie porterebbero il film a nove candidature. Se l’Academy dovesse premiare anche gli effetti visivi, il trucco e acconciatura o persino il casting, Odissea supererebbe facilmente quota dieci, eguagliando o addirittura superando il record personale di nomination ottenute da un film di Christopher Nolan.

Il cast potrebbe spingere Odissea verso un risultato storico

Odissea Penelope
Mia Goth è Melantho e Anne Hathaway è Penelope in Odissea scritto, prodotto e diretto Christopher Nolan. © Universal Studios. All Rights Reserved.

Un’attenzione così ampia rende molto probabile anche almeno una o due candidature nelle categorie dedicate agli attori. Oppenheimer, del resto, ottenne tre nomination interpretative, trasformandone due in vittorie.

Matt Damon appare il candidato più solido. È già stato nominato tre volte agli Oscar per Will Hunting – Genio ribelle (Miglior attore), Invictus – L’invincibile (Miglior attore non protagonista) e Sopravvissuto – The Martian (Miglior attore). Il ruolo centrale di Odisseo potrebbe riportarlo con forza nella corsa.

Anche Anne Hathaway potrebbe ottenere una candidatura come Miglior attrice non protagonista, salvo un’eventuale campagna di Universal nella categoria principale. L’attrice ha già conquistato un Oscar tredici anni fa grazie a Les Misérables, e la sua intensa interpretazione di Penelope potrebbe convincere nuovamente gli elettori.

Ma le possibilità non si fermano qui. Robert Pattinson potrebbe conquistare una candidatura grazie alla sua interpretazione del principale antagonista, mentre John Leguizamo potrebbe sorprendere con il ruolo del fedele porcaro cieco di Odisseo. Anche Samantha Morton, nei panni della maga Circe, viene già indicata come una possibile outsider.

A seconda dell’evoluzione della stagione dei premi e della crescita di consenso attorno ad altri interpreti come Tom Holland, Zendaya, Charlize Theron o Himesh Patel, Odissea potrebbe arrivare perfino a conquistare tre candidature nelle categorie attoriali, avvicinandosi così allo storico record di 16 nomination stabilito da I peccatori.

Christopher Nolan vincerà il suo secondo Oscar come miglior regista?

Christopher Nolan e Hoyte van Hoytema sul set di Odissea (2026)
© Universal Studios.

Se, come tutto lascia pensare, Christopher Nolan otterrà la sua terza candidatura alla Miglior regia, l’attenzione si sposterà inevitabilmente sulla possibilità di una seconda vittoria consecutiva. Soltanto 21 registi nella storia hanno conquistato più di un Oscar in questa categoria, e l’ultimo a riuscirci è stato Alejandro G. Iñárritu, premiato per Birdman e Revenant – Redivivo.

Oggi Nolan appare il favorito. Gli unici concorrenti già emersi potrebbero essere Phil Lord e Christopher Miller, qualora Project Hail Mary mantenesse il sostegno raccolto finora. La concorrenza più pericolosa, tuttavia, deve ancora arrivare.

Alejandro G. Iñárritu potrebbe rientrare in corsa con Digger, mentre Dune – Parte tre potrebbe finalmente regalare a Denis Villeneuve il riconoscimento che l’Academy gli ha negato con i primi due capitoli della saga. Senza dimenticare autori internazionali come Cristian Mungiu con Fjord o il duo formato da Javier Ambrossi e Javier Calvo con La Bola Negra.

Tuttavia, se Odissea dovesse davvero raggiungere un numero record di candidature, le probabilità di vedere Christopher Nolan trionfare nuovamente aumenterebbero sensibilmente. È ancora presto per fare previsioni definitive, ma al momento resta il nome da battere.

Odissea vincerà anche l’Oscar al Miglior film?

Matt Damon in Odissea (2026)

Anche nella corsa al Miglior film, Odissea parte davanti a tutti. Era già considerato il favorito prima dell’uscita, ma un’accoglienza meno entusiasta avrebbe potuto cambiare gli equilibri. Le recensioni estremamente positive lo hanno invece consacrato come un nuovo capolavoro di Christopher Nolan, forse il migliore della sua carriera e certamente uno dei film più apprezzati del 2026.

Naturalmente il cammino è ancora lungo. Servirà una campagna promozionale capace di mantenere viva l’attenzione per otto mesi, proprio come accadde con Oppenheimer. Questa volta, però, la narrazione sarà diversa.

Nel caso di Oppenheimer, una parte importante del consenso nasceva dalla volontà dell’Academy di premiare finalmente Christopher Nolan con il Miglior film, dopo le occasioni mancate di Inception e Dunkirk e l’assenza clamorosa di Il cavaliere oscuro, esclusione che contribuì persino all’espansione della categoria da cinque a dieci candidature.

Con Odissea, invece, la storia da raccontare sarà un’altra. Si tratta di un kolossal mitologico di proporzioni eccezionali, un genere che Hollywood produce sempre più raramente. Proprio questo potrebbe diventare il suo punto di forza, inserendolo nella tradizione dei grandi vincitori epici come Ben-Hur, Lawrence d’Arabia e Titanic.

Se questa narrazione prenderà piede e gli altri concorrenti dovessero perdere slancio, il premio per il Miglior film potrebbe davvero diventare quello da perdere.

Quanti Oscar potrebbe vincere complessivamente Odissea?

Matt Damon e Zendaya in Odissea (2026)
Matt Damon e Zendaya in Odissea (2026) © Universal Studios.

La stagione dei premi deve ancora entrare nel vivo, ma è difficile immaginare che The Odyssey possa concludere la notte degli Oscar con meno di quattro statuette. Le numerose candidature previste rendono molto probabile un importante bottino nelle categorie tecniche.

Nello scenario più favorevole, il film potrebbe persino puntare al record assoluto di undici Oscar detenuto da Ben-Hur, Titanic e Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re.

Se riuscisse a imporsi nelle categorie Miglior film, Miglior regia, Fotografia, Montaggio, Sonoro, Colonna sonora, Casting, Costumi, Scenografia e in due categorie interpretative, eguaglierebbe quel primato. Eventuali vittorie anche per Sceneggiatura non originale, Effetti visivi, Trucco e acconciatura o Miglior canzone originale potrebbero addirittura stabilire un nuovo record storico.

Per il momento, lo scenario più realistico sembra essere compreso tra tre e sette Oscar, fascia nella quale si collocano quasi tutti i vincitori del Miglior film degli ultimi quindici anni. Ma se Odissea dovesse davvero imporsi come uno degli eventi cinematografici di una generazione, il kolossal di Christopher Nolan potrebbe ambire a entrare definitivamente nella storia degli Academy Awards.

Ryan Reynolds offre un aggiornamento ottimistico sul futuro di Deadpool nell’MCU

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Deadpool non ha ancora concluso la sua corsa nel Marvel Cinematic Universe. A confermarlo è stato direttamente Ryan Reynolds, che durante il Fanatics Fest 2026 ha rivelato che un nuovo progetto dedicato al Mercenario Chiacchierone è già in fase di sviluppo. L’attore non ha chiarito se si tratterà di Deadpool 4 o di uno spin-off, ma ha assicurato che il personaggio tornerà presto sul grande schermo.

Intervenendo all’evento, Reynolds ha spiegato che ci sono ancora molti elementi dei fumetti che vorrebbe portare al cinema. “Ci sono alcuni riferimenti davvero profondi che penso manchino ancora nei film. Ci sono alcune chicche tratte dai fumetti… Ci sono cose in arrivo. Alla fine ci sarà un altro Deadpool.” Le dichiarazioni arrivano dopo mesi di indiscrezioni sul futuro del personaggio, alimentate anche dalle precedenti parole dell’attore, che aveva spiegato di immaginare Wade Wilson in un ruolo più corale piuttosto che come protagonista assoluto.

La conferma rappresenta un segnale importante per il futuro della componente mutante del Marvel Cinematic Universe. Dopo il successo di Deadpool & Wolverine, capace di incassare oltre 1,3 miliardi di dollari nel mondo, Marvel Studios sembra intenzionata a continuare a sfruttare uno dei suoi personaggi più popolari, pur cercando una formula narrativa diversa rispetto ai capitoli precedenti.

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Il futuro di Deadpool potrebbe passare dagli X-Men prima di un vero quarto capitolo

Le parole di Ryan Reynolds sembrano rafforzare le indiscrezioni circolate negli ultimi mesi secondo cui il prossimo progetto potrebbe affiancare Deadpool a tre o quattro membri degli X-Men, invece di proporre un classico sequel. Una direzione che ricorderebbe il mai realizzato film dedicato alla X-Force, sviluppato ai tempi della 20th Century Fox prima dell’acquisizione da parte di Disney.

Dal suo debutto nel 2016, il personaggio ha seguito un percorso unico nel panorama dei cinecomic. Dopo la controversa apparizione in X-Men le origini – Wolverine, Ryan Reynolds ha ottenuto una versione molto più fedele del personaggio nei due film dedicati a Deadpool, culminati nel successo di Deadpool & Wolverine, che ha riportato anche Hugh Jackman nei panni di Logan e ha sancito l’ingresso ufficiale della saga nel Marvel Cinematic Universe.

Resta invece ancora incerto il coinvolgimento di Wade Wilson in Avengers: Doomsday, sul quale continuano a circolare voci contrastanti. In attesa di annunci ufficiali da parte dei Marvel Studios, la conferma di Reynolds lascia comunque pochi dubbi: il Mercenario Chiacchierone continuerà ad avere un ruolo nel futuro del franchise, probabilmente come elemento capace di collegare la nuova generazione degli X-Men alle grandi produzioni corali dell’universo Marvel.

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Odissea è il miglior debutto mondiale di sempre per un film di Christopher Nolan

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Odissea (leggi qui la nostra recensione) ha iniziato la sua corsa al botteghino infrangendo un record storico per Christopher Nolan. L’adattamento del poema epico di Omero, con Matt Damon nel ruolo di Odisseo, ha chiuso il suo primo weekend con un incasso globale stimato di 264,1 milioni di dollari, diventando il miglior debutto mondiale mai registrato da un film del regista britannico. Il risultato supera persino gli esordi de Il cavaliere oscuro – Il ritorno, Il cavaliere oscuro e Oppenheimer, confermando l’enorme attesa che circondava il progetto.

Secondo i dati riportati da Deadline, il film ha raccolto 124,5 milioni di dollari negli Stati Uniti e 139,6 milioni nei mercati internazionali. Il risultato arriva dopo una campagna promozionale senza precedenti, culminata con il tutto esaurito di numerose sale IMAX già un anno prima dell’uscita. Il kolossal diretto da Christopher Nolan, interpretato anche da Tom Holland, Zendaya, Anne Hathaway, Lupita Nyong’oRobert PattinsonCharlize Theron, registra inoltre il secondo miglior debutto internazionale di sempre per un film vietato ai minori, alle spalle soltanto di Deadpool & Wolverine.

Il dato assume un peso ancora maggiore se si considera l’entità dell’investimento produttivo. Con un budget stimato di circa 250 milioni di dollari, Odissea aveva bisogno di un’apertura particolarmente solida per avvicinarsi rapidamente alla soglia di redditività. L’esordio ottenuto riduce sensibilmente i rischi e rafforza l’idea che il film possa trasformarsi nell’ennesimo fenomeno globale firmato da Christopher Nolan, confermando il rapporto di fiducia costruito negli anni tra il regista e il pubblico.

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Perché il successo di Odissea potrebbe cambiare il panorama del box office del 2026

L’eccezionale partenza permette già a Odissea di superare gli incassi complessivi di numerosi film usciti nel 2026, tra cui Cime tempestose, Disclosure Day di Steven Spielberg, Scream 7, Mortal Kombat II, Send Help e Reminders of Him. Un risultato significativo se si considera che il film è arrivato in sala da appena tre giorni.

A giocare un ruolo decisivo potrebbe essere anche il calendario delle prossime settimane. L’assenza di nuove uscite di grande richiamo durante il secondo weekend offrirà al film un corridoio favorevole prima dell’arrivo di Spider-Man: Brand New Day, consentendogli di consolidare ulteriormente gli incassi, soprattutto nelle sale premium IMAX che continuano a registrare una domanda elevata.

Le prime reazioni del pubblico, unite all’ottimo passaparola internazionale, lasciano inoltre intravedere una tenuta potenzialmente simile a quella dei maggiori successi di Christopher Nolan. Se il trend dovesse mantenersi costante, Odissea potrebbe raggiungere con relativa facilità il traguardo dei 625 milioni di dollari, considerato il punto di pareggio stimato, e puntare successivamente verso quota un miliardo, entrando nella ristretta élite dei maggiori incassi della filmografia del regista dopo Il cavaliere oscuro, Il cavaliere oscuro – Il ritorno e il sorprendente exploit di Oppenheimer.

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Christopher Nolan e Matt Damon spiegano il significato più profondo della rivelazione di Atena nel finale di Odissea

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L’Odissea ha un significato più profondo di quanto si pensasse inizialmente. L’Odissea era originariamente un antico poema greco attribuito al poeta Omero. Deriva dalla parola greca “odyne”, che significa dolore, e dal nome del suo protagonista, l’eroe mitologico Ulisse. La storia narra le gesta di Ulisse e del suo lungo viaggio di ritorno a casa dopo la guerra di Troia.

Il regista Christopher Nolan e l’attore protagonista dell’Odissea, Matt Damon, svelano, in un’intervista a Vulture, il significato della rivelazione di Atena durante i momenti finali dell’epico film. La grande rivelazione, carica di emozioni, arriva quando Ulisse (interpretato da Damon) finalmente si ricongiunge con Penelope (interpretata da Anne Hathaway) e ripensa alla sua storia, mostrando il volto di Atena (interpretata da Zendaya). La sua identità viene svelata da Damon e Nolan, che svelano la verità:

Matt Damon: “Per lui, lei è lì. È ciò che ha creato, e vive nella sua testa, come la sua coscienza. Ma noi l’abbiamo interpretata come un monologo interiore, quasi un soliloquio. Lei scompare quando la storia rivela chi era veramente.

Christopher Nolan: “Il modo in cui Telemaco interagisce con Atena nel poema, trasmette quest’idea di proiezione, di ricerca del divino in tutto ciò che ci circonda e anche nelle altre persone. Questo è fondamentale per il modo in cui la società doveva rimanere unita, perché in questo mondo, non appena si esce di casa, si è in balia degli estranei.”

Se si intraprende un viaggio di più di un giorno o due, è come se ci si presentasse dicendo: “Dammi da mangiare, vestimi, aiutami”. E quindi deve esserci questo collante, questo principio unificante del tipo: “Ti tratterò come se fossi un dio sotto mentite spoglie, come se potessi essere giudicato dagli dèi per il modo in cui ti tratto”. E la poesia ti offre proprio questo. Ti offre anche la versione più letterale, ma allude costantemente all’idea di dèi sotto mentite spoglie che camminano tra noi. Questo, per me, è stato il punto chiave.

Ulisse a casa in Odissea (2026)

Nel poema originale di Omero, Atena è la dea greca della saggezza, della guerra e della strategia. Figlia di Zeus, nel poema agisce come una devota protettrice divina di Ulisse e di suo figlio Telemaco (interpretato da Tom Holland), aiutandoli ad affrontare le loro prove.

Tuttavia, nell’adattamento di Nolan, il colpo di scena sorprendente e sconvolgente è che Atena non è affatto una dea, bensì un fantasma e la manifestazione psicologica di una sacerdotessa che Ulisse vide morire durante il saccheggio di Troia. Il senso di colpa di Ulisse si manifesta nella visione di Atena, che inizialmente le fa da confidente, ma che presto si rivela essere un fantasma che lo tormenta a causa di ciò che ha visto e fatto.

Nolan traccia dei parallelismi con il suo ultimo film, Oppenheimer, e afferma: “L’intero film ruota attorno alle conseguenze. Le conseguenze che si manifestano a distanza di tempo e che spesso vengono dimenticate. Bruciare le mura di Troia significava bruciare il mondo intero”, dice Ulisse a Penelope, “compresa la sua casa”. E si assume la piena responsabilità: “L’idea di un solo uomo. L’inganno di un solo uomo. Infrangere per sempre la legge di Zeus”. L’Odissea è ora disponibile nelle sale cinematografiche.

The East Palace, spiegazione del finale: Gu-cheon è vivo o morto? Il significato dell’ultima scena della serie Netflix

Il finale di The East Palace (Tonggung) chiude la principale vicenda soprannaturale della serie, ma lascia volutamente aperte alcune delle sue domande più importanti. Dopo aver sconfitto lo spirito che minacciava la famiglia reale, Gu-cheon sembra sacrificare la propria vita per salvare il regno di Joseon. Tuttavia, gli ultimi minuti dell’episodio ribaltano completamente questa impressione, introducendo nuovi misteri che riguardano il suo destino e preparando il terreno per un possibile seguito.

La serie diretta da Choi Jung-kyu costruisce il proprio finale su un equilibrio costante tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti. Per questo motivo la domanda “Gu-cheon è davvero morto?” non ha una risposta immediata. La conclusione mostra infatti come la vittoria abbia un prezzo molto più alto di quanto sembri e suggerisce che il protagonista abbia stretto un patto destinato a cambiare radicalmente il suo futuro. Comprendere il finale significa quindi andare oltre il semplice scontro conclusivo e leggere i simboli che la serie dissemina negli ultimi minuti.

Gu-cheon non muore davvero: il suo ritorno dimostra che il confine tra vita e morte in The East Palace è molto più fragile di quanto sembri

The East Palace serie

Durante lo scontro finale contro la potente entità che si nasconde dietro la maledizione del palazzo, Gu-cheon arriva a sacrificare sé stesso pur di fermare definitivamente il male. Il suo corpo rimane immobile per tre giorni e tutto lascia pensare che lo sciamano abbia perso la vita. In realtà, la serie suggerisce che ciò che si trova nell’aldilà sia soltanto la sua anima, mentre il corpo resta sospeso in una sorta di stato intermedio. A credere che Gu-cheon sia ancora vivo è soltanto Saeng-gang, che rifiuta di accettarne la morte e continua a cercare un modo per riportarlo indietro. La svolta arriva quando la giovane comprende che il piccolo ggeomeoksali, la creatura soprannaturale legata a Gu-cheon, continua a comportarsi come se il suo padrone fosse ancora in vita. È questo dettaglio a convincerla che il legame tra corpo e anima non si sia spezzato definitivamente.

Saeng-gang decide allora di raggiungere lo stagno dove Gu-cheon era sopravvissuto da bambino al tentativo della madre di ucciderlo. Nella mitologia costruita dalla serie, gli stagni rappresentano un punto di contatto tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti, un luogo liminale in cui è ancora possibile ristabilire un collegamento con chi si trova oltre il confine della morte. La sua fiducia permette a Gu-cheon di ritrovare la strada verso il proprio corpo e di tornare in vita. Non si tratta però di una semplice resurrezione. Tutto lascia intendere che, durante quei tre giorni, il protagonista abbia stretto un nuovo accordo con le entità dell’aldilà, accettando un prezzo destinato a manifestarsi soltanto nell’ultima scena della serie.

Il finale rivela che la vera maledizione non era lo Spirito dello Stagno, ma la corruzione della famiglia reale e il peso delle colpe del passato

Gu-cheon in The east palace

Uno dei colpi di scena più efficaci della serie riguarda proprio la figura dello Spirito dello Stagno. Per gran parte della narrazione sembra essere il responsabile della morte dei principi e della maledizione che perseguita il palazzo reale. Nel finale scopriamo invece che quella convinzione è soltanto una parte della verità. Lo spirito originario era stato effettivamente una vittima di un’ingiustizia, ma non era lui il vero artefice della tragedia che colpisce la dinastia.

La minaccia principale è infatti il principe ereditario, morto all’inizio della serie e trasformato dopo la morte in un potente ak-gwi, uno spirito vendicativo alimentato dai peccati del regno. Dopo aver assassinato i propri fratelli per ottenere il trono, il principe viene costretto dal padre a togliersi la vita, ma la sua rabbia continua a crescere nutrendosi dell’odio e delle vittime provocate dalle decisioni del re. In questo modo la serie ribalta completamente la prospettiva: il mostro non nasce dal soprannaturale, ma dall’ambizione politica, dalla violenza e dai segreti della monarchia. Lo Spirito dello Stagno diventa quindi il simbolo di una colpa collettiva, mentre il principe rappresenta la manifestazione concreta di un potere corrotto che finisce inevitabilmente per divorare sé stesso.

La catena che compare nell’ultima scena cambia completamente il destino di Gu-cheon e lascia aperta la strada a una seconda stagione

Se la resurrezione di Gu-cheon sembra regalare un lieto fine, gli ultimi istanti della serie raccontano qualcosa di molto diverso. Mentre lo sciamano lascia finalmente il palazzo insieme a Saeng-gang, compare una lunga catena invisibile che continua a collegarlo al Palazzo Est. È probabilmente l’immagine più importante dell’intero finale.

La serie suggerisce che quella catena sia il segno del patto stretto con il Supreme Gwi-mae, l’entità primordiale che domina il mondo degli spiriti. Gu-cheon è tornato in vita, ma non è davvero libero. Da questo momento potrebbe essere richiamato nel regno soprannaturale in qualsiasi momento o addirittura diventare il tramite attraverso cui nuove entità riescono a manifestarsi nel mondo umano. È significativo che soltanto lui e il piccolo ggeomeoksali sembrino accorgersi dell’esistenza della catena, mentre Saeng-gang continua a ignorarne completamente la presenza. La scelta di nasconderla fino all’ultima inquadratura trasforma quello che sembrava un finale positivo in una conclusione molto più inquietante e suggerisce che la vera battaglia di Gu-cheon sia appena cominciata.

Il significato del finale è che nessuno può sconfiggere il male senza pagarne il prezzo, nemmeno l’eroe della storia

anime in The east palace

Come molte opere fantasy coreane contemporanee, The East Palace evita il classico lieto fine assoluto. Gu-cheon salva il regno, libera la famiglia reale dalla maledizione e riesce persino a tornare dalla morte, ma ogni conquista comporta una nuova responsabilità. La serie suggerisce che il confine tra il mondo umano e quello degli spiriti non possa essere attraversato senza conseguenze e che ogni vittoria lasci inevitabilmente una cicatrice.

Anche il rapporto tra Gu-cheon e Saeng-gang assume un significato diverso alla luce di questo finale. I due scelgono di affrontare insieme il futuro, ma il pubblico sa già che la loro serenità è soltanto apparente. La catena invisibile ricorda infatti che il protagonista resta legato alle forze oscure con cui ha stretto un patto e che il sacrificio finale non ha cancellato il male, ma lo ha semplicemente trasformato. È questa ambiguità a rendere il finale di The East Palace particolarmente efficace: più che chiudere una storia, apre un nuovo capitolo, lasciando intendere che il vero destino di Gu-cheon debba ancora essere scritto.

La mappa dei desideri, spiegazione del finale: Greta e Will restano insieme? Il vero significato dell’addio a Lucy

La mappa dei desideri (El mapa de los anhelos) di Netflix si presenta inizialmente come un romance segnato dal lutto, ma il suo finale rivela un’ambizione molto più profonda. La serie utilizza la storia d’amore tra Greta e Will come strumento per raccontare il difficile percorso di elaborazione del dolore, trasformando la “mappa” ideata da Lucy in un viaggio emotivo che coinvolge tutti i personaggi. È proprio negli ultimi minuti che il racconto chiarisce il suo messaggio principale, rispondendo alle domande lasciate aperte durante la narrazione.

Il finale non punta sul colpo di scena, ma sulla maturazione dei protagonisti. Greta deve imparare a vivere senza sentirsi definita dalla morte della sorella, mentre Will è costretto ad affrontare il senso di colpa che lo perseguita da anni. Le lettere lasciate da Lucy diventano così molto più di un semplice espediente narrativo: rappresentano un ultimo gesto d’amore destinato a liberare chi è rimasto, anziché trattenerlo nel ricordo. È questa prospettiva che permette di comprendere davvero il finale della serie e il destino dei suoi protagonisti.

Greta e Will restano insieme perché imparano finalmente a smettere di vivere nel passato e a costruire un futuro senza dipendere dal dolore

Dopo essersi innamorati durante il percorso ideato da Lucy, Greta e Will attraversano una profonda crisi. Il loro sentimento è sincero, ma entrambi portano sulle spalle un peso che rende impossibile immaginare una relazione stabile. Greta ha trascorso gran parte della propria vita accanto alla sorella malata, fino al punto da costruire la propria identità intorno alla sua sofferenza. Will, invece, vive consumato dal rimorso per l’incidente stradale provocato guidando in stato di ebbrezza, nel quale ha perso la vita il suo migliore amico Juan. Quando Greta comprende che Will non riesce ancora a perdonarsi, decide di allontanarsi e partire per Parigi. La separazione non rappresenta una rottura definitiva, ma il momento in cui entrambi capiscono che l’amore, da solo, non può sostituire un percorso personale di guarigione.

Mentre Greta affronta il viaggio che Lucy aveva sempre sognato di fare con lei, Will sceglie finalmente di confrontarsi con il proprio passato. Chiede perdono ai genitori di Juan, visita la tomba dell’amico e trova il coraggio di leggere l’ultima lettera che Lucy aveva scritto proprio per lui. È quel messaggio a convincerlo che continuare a punirsi non restituirà la vita a Juan e che l’unico modo per onorarne il ricordo è ricominciare a vivere. Quando raggiunge Greta a Vienna, davanti al celebre dipinto Il bacio di Gustav Klimt, il loro incontro assume un significato preciso: non è la conclusione di una storia d’amore tradizionale, ma il punto d’arrivo di due percorsi individuali che possono finalmente incontrarsi senza essere schiacciati dal passato. Il bacio finale conferma quindi che Greta e Will restano insieme, ma soltanto dopo aver imparato a non usare l’altro come rifugio dalle proprie ferite.

Lucy è il vero motore della serie: la “mappa dei desideri” non serve a ricordarla, ma a insegnare ai vivi come lasciarla andare

La mappa dei desideri netflix

L’intuizione più interessante della serie riguarda proprio Lucy. Nonostante sia assente per tutta la vicenda, il suo personaggio continua a guidare ogni scelta dei protagonisti. Sarebbe facile leggere la “mappa dei desideri” come un modo per mantenere vivo il suo ricordo, ma il significato è esattamente opposto. Lucy costruisce quel percorso perché sa che Greta rischia di trasformare il lutto nella propria unica identità. Ogni prova, ogni lettera e ogni incontro servono quindi a spingere la sorella verso il mondo esterno, costringendola a stringere nuovi legami, a riconciliarsi con chi aveva ferito e ad accettare che la felicità non rappresenta un tradimento della memoria di chi non c’è più.

Anche l’ultima apparizione immaginaria di Lucy conferma questa lettura. Non è un fantasma nel senso tradizionale del termine, ma la materializzazione del processo interiore di Greta. Quando la sorella le dice di continuare a vivere, di innamorarsi, di costruire una famiglia e inseguire i propri sogni, la serie suggerisce che il lutto si supera non dimenticando chi abbiamo perso, ma integrando quel ricordo nella nostra vita senza permettergli di bloccarla. È una conclusione che trasforma Lucy nel personaggio più importante dell’intera storia, pur essendo presente quasi esclusivamente attraverso lettere e ricordi.

Il finale conferma che La mappa dei desideri appartiene a quella tradizione di romance in cui l’amore nasce solo dopo la guarigione emotiva

La mappa dei desideri netflix

Pur raccontando una storia romantica, La mappa dei desideri evita la struttura classica del melodramma. La serie ricorda opere come P.S. I Love You o Io prima di te per l’importanza attribuita all’assenza e al lutto, ma sceglie una direzione diversa. L’amore tra Greta e Will non arriva per colmare un vuoto, bensì come conseguenza di una crescita personale. Questo lo rende un racconto più vicino al romanzo di formazione che al romance tradizionale.

Anche la decisione di Greta di partire da sola per Parigi e Vienna va letta in questa prospettiva. Prima di poter condividere la propria vita con Will, la protagonista deve dimostrare a sé stessa di essere capace di camminare con le proprie gambe. Solo dopo aver salutato definitivamente Lucy e aver ritrovato la fiducia nel futuro può accettare che qualcuno torni a far parte della sua esistenza. È una scelta narrativa che rende il finale meno prevedibile di quanto possa sembrare e rafforza il messaggio principale della serie: il vero amore non sostituisce il percorso di guarigione, ma può nascerne soltanto alla fine.

Il significato del finale è che il desiderio più importante non è trovare qualcuno che ci salvi, ma imparare a vivere di nuovo

L’ultima immagine di Greta e Will insieme potrebbe far pensare a un semplice lieto fine romantico, ma la serie suggerisce qualcosa di più complesso. Entrambi arrivano a Vienna dopo aver affrontato il proprio passato: Greta saluta definitivamente la sorella, mentre Will smette di identificarsi esclusivamente con l’errore che ha commesso. La loro relazione diventa così il simbolo di una rinascita, non il rimedio al dolore.

Per questo motivo La mappa dei desideri chiude la storia con una nota di speranza anziché di malinconia. Lucy non lascia ai protagonisti una serie di istruzioni per ricordarla, ma una bussola per ritrovare sé stessi. Il titolo della serie acquista allora un significato completamente nuovo: la vera “mappa dei desideri” non conduce verso un luogo fisico, ma verso la possibilità di immaginare un futuro anche quando il passato sembra aver distrutto ogni prospettiva. È proprio questa consapevolezza a dare senso all’ultima scena e a rendere il finale molto più di una semplice conclusione sentimentale.

Chi è Atena nell’Odissea: il ruolo della dea interpretata da Zendaya nel film di Christopher Nolan

Tra le figure più importanti dell’Odissea, nessuna accompagna Ulisse con la stessa costanza di Atena. Dea della sapienza, della strategia e della guerra, è il vero contrappeso all’ira di Poseidone e la forza che, dall’inizio alla fine del poema di Omero, rende possibile il ritorno dell’eroe a Itaca. Nel nuovo Odissea di Christopher Nolan, il personaggio è interpretato da Zendaya, una scelta che ha immediatamente attirato l’attenzione del pubblico e alimentato il dibattito sul ruolo che la dea avrà nell’adattamento.

A differenza di altri personaggi divini, Atena non è una presenza distante che osserva gli eventi dall’Olimpo. Interviene continuamente nella storia, protegge Ulisse, guida Telemaco, convince gli dèi a modificare il destino dell’eroe e, soprattutto, rappresenta un’idea di intelligenza completamente diversa dalla forza bruta. Comprendere chi sia Atena significa quindi capire uno dei temi centrali dell’Odissea: il viaggio di Ulisse non viene vinto con le armi, ma grazie alla capacità di ragionare, adattarsi e scegliere il momento giusto per agire.

Atena non è soltanto la protettrice di Ulisse: è la mente invisibile che guida ogni passaggio decisivo del suo ritorno a Itaca

Zendaya alla premiere a Parigi di Odissea
Foto di Kristy Sparow/Getty Images for Universal Pictures) Cortesia © Universal Pictures

Nel poema di Omero, Atena è la divinità che più di ogni altra prende le parti di Ulisse. Il suo intervento comincia ancora prima che l’eroe lasci l’isola di Calipso, quando convince Zeus a permetterne il ritorno, ma prosegue per tutto il racconto attraverso una serie di azioni decisive. È lei a presentarsi sotto mentite spoglie davanti a Telemaco, spingendolo a partire alla ricerca del padre; è ancora lei a proteggere Ulisse durante il viaggio, a trasformarne l’aspetto quando arriva finalmente a Itaca e ad aiutarlo nell’organizzazione della vendetta contro i Proci. Atena, però, non risolve mai direttamente i problemi dell’eroe. Al contrario, gli offre gli strumenti per affrontarli da solo. Ogni suo intervento lascia spazio all’iniziativa umana, quasi a suggerire che persino il favore degli dèi non basta senza il coraggio e l’intelligenza di chi agisce. È proprio questo equilibrio tra aiuto divino e responsabilità personale a rendere il loro rapporto uno degli elementi più affascinanti dell’intero poema.

La dea della sapienza rappresenta il vero opposto di Poseidone e incarna l’idea che l’intelligenza possa vincere anche contro il destino

Matt Damon in Odissea (2026)

L’opposizione tra Atena e Poseidone è uno dei grandi motori simbolici dell’Odissea. Se il dio del mare incarna la forza incontrollabile della natura, l’impulsività e la vendetta, Atena rappresenta invece la razionalità, la strategia e la capacità di trasformare gli ostacoli in opportunità. Non è un caso che scelga proprio Ulisse come suo protetto. L’eroe greco non è il più forte tra gli Achei, né il più veloce o il più potente. La sua qualità distintiva è la mètis, l’intelligenza pratica, quella forma di ingegno che permette di adattarsi alle situazioni più imprevedibili. Atena riconosce in Ulisse una parte di sé e per questo lo sostiene costantemente. Il poema suggerisce così una riflessione ancora attuale: il successo non appartiene necessariamente a chi possiede la forza maggiore, ma a chi sa osservare, comprendere e scegliere il momento giusto per intervenire. È una visione dell’eroismo sorprendentemente moderna, che continua a rendere l’Odissea uno dei racconti più influenti della storia della letteratura.

La scelta di Zendaya racconta la volontà di Christopher Nolan di mettere Atena al centro della dimensione emotiva e simbolica del film

Odissea World Premiere Londra
Foto di Giulia Parmigiani – Cortesia Universal Pictures Italia

Nel film di Christopher Nolan, Atena mantiene il proprio ruolo di guida del viaggio, ma viene inserita all’interno di un racconto che tende a ridurre la distanza tra mito e realtà. Come accade per molte altre figure dell’Odissea, anche la dea viene rappresentata con un approccio meno spettacolare rispetto a molte versioni cinematografiche del passato. Nolan sembra interessato soprattutto alla funzione narrativa del personaggio: Atena non è soltanto una divinità che interviene con poteri soprannaturali, ma una presenza che orienta il percorso di Ulisse e ne accompagna la crescita. La scelta di affidare il ruolo a Zendaya riflette questa impostazione. L’attrice porta sullo schermo una figura autorevole ma al tempo stesso vicina ai personaggi umani, capace di trasmettere intelligenza, calma e determinazione più che imponenza divina. In questo modo Atena diventa il volto della lucidità all’interno di un mondo dominato dall’incertezza, dalla guerra e dalla volontà degli dèi.

Nell’Odissea Atena dimostra che il vero eroismo nasce dall’equilibrio tra destino, intelligenza e libertà di scelta

Uno degli aspetti più affascinanti del personaggio è che, pur essendo una dea, Atena non cancella mai il libero arbitrio degli uomini. Ulisse continua a commettere errori, perde compagni, prende decisioni sbagliate e affronta le conseguenze delle proprie azioni. La dea interviene solo quando l’eroe dimostra di meritare il suo aiuto attraverso il coraggio, la prudenza e la capacità di imparare dalle sconfitte. È proprio questa relazione a rendere Atena una figura ancora oggi estremamente moderna. Più che una divinità onnipotente, rappresenta la voce della ragione che accompagna ogni essere umano nelle proprie scelte. Per questo il suo ruolo nell’Odissea va ben oltre quello di semplice alleata di Ulisse: è la dimostrazione che il viaggio più importante non consiste nel tornare a casa, ma nel diventare la persona capace di farlo.

Matt Damon rivela come Ridley Scott lo abbia convinto con sincerità a recitare in The Martian

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Oggi è difficile immaginare Matt Damon nei panni di qualcuno diverso da Mark Watney, il protagonista di Sopravvissuto – The Martian, ma l’attore era inizialmente convinto di dover rinunciare al ruolo. A convincerlo non fu una lunga trattativa, bensì una risposta tanto schietta quanto memorabile di Ridley Scott, che cambiò completamente il suo punto di vista.

Nel corso di un’intervista concessa a Harper’s Bazaar UK, Damon ha raccontato di aver incontrato Scott con l’intenzione di rifiutare il film. L’attore era infatti reduce da Interstellar di Christopher Nolan, dove interpretava il dottor Mann, un astronauta bloccato su un pianeta lontano. «Avevo appena interpretato un uomo bloccato su un pianeta. Non potevo fare subito un altro uomo bloccato su un pianeta», ha spiegato Damon. La risposta del regista arrivò senza esitazioni: «A nessuno importa un accidente» (“No one gives a s**.*”). «A quel punto gli ho risposto:Va bene, lo faccio“», ha ricordato l’attore sorridendo.

Con il senno di poi, quella decisione si è rivelata fondamentale per la sua carriera. Uscito nel 2015, appena un anno dopo Interstellar, Sopravvissuto – The Martian è diventato uno dei maggiori successi di Ridley Scott, ottenendo sette candidature agli Oscar, compresa quella per Matt Damon come miglior attore protagonista. Il film ha inoltre consolidato il rapporto professionale tra l’attore e il regista, che avrebbero poi lavorato nuovamente insieme in The Last Duel.

La storia dimostra quanto il contesto conti più delle somiglianze apparenti tra due film

Il dubbio di Matt Damon era comprensibile. Visti superficialmente, Interstellar e Sopravvissuto – The Martian raccontano entrambi la storia di un uomo isolato su un pianeta. Tuttavia, le due opere perseguono obiettivi completamente diversi. Nel film di Nolan, il dottor Mann rappresenta uno dei grandi colpi di scena della narrazione ed è un personaggio moralmente ambiguo. In quello di Scott, invece, Mark Watney è il cuore della storia: uno scienziato che affronta una sfida di sopravvivenza con ingegno, ironia e ottimismo.

È proprio questa differenza ad aver reso il film un punto di svolta nella carriera dell’attore. Sopravvissuto – The Martian ha dimostrato che il pubblico non valuta un film soltanto attraverso la sua premessa, ma soprattutto per il modo in cui quella storia viene raccontata. La risposta di Ridley Scott, tanto diretta quanto pragmatica, si è rivelata corretta: gli spettatori hanno visto due personaggi completamente diversi, nonostante condividessero un’ambientazione simile.

Oggi, mentre Matt Damon è nuovamente protagonista di un grande kolossal con Odissea di Christopher Nolan, quell’aneddoto racconta bene quanto una scelta apparentemente rischiosa possa trasformarsi in una delle decisioni più importanti di una carriera.