Nel paese delle creature
selvagge è il film del 2009 di Spike
Jonze con protagonisti Max Records, Catherine
Keener, Mark Ruffalo, Lauren Ambrose, Chris
Cooper.
Nel paese delle creature
selvagge, la trama: Max è un bambino come molti
irrequieto, ha una sorella più grande che, come capita spesso, non
gli dà molta attenzione e una madre sola che come tante cerca di
rifarsi una vita con altri uomini. Un giorno, a seguito di una
serie di delusioni prima dalla sorella e poi dalla madre, esplode
dalla rabbia e viene per questo redarguito.
Insofferente scappa di casa
finendo, dopo un tragitto in barca a vela, in una terra desolata e
arida dove trova dei giganteschi mostri dal cuore anche troppo
umano che credono a tutto quello che dice e lo incoronano loro re,
almeno fino a quando le sue promesse di spazzare via la tristezza
dalla loro vita non si rivelano mendaci.
Nel paese delle creature selvagge,
l’analisi
Diretto e sceneggiato da
Spike Jonze nel 2009, Nel paese delle
creature selvagge è un adattamento cinematografico del
libro illustrato per l’infanzia di Maurice Sendak Nel paese
dei mostri selvaggi.
Alla sua terza prova di regia Jonze
– conosciuto al grande pubblico per il cervellotico e visionario
Essere John Malkovich – si misura con il
genere fiabesco partorendo un film da un’apertura un po’ in
sordina, ma suggellata dalla carezzevole ed evanescente musica
della sudcoreana Karen O, bandleader del celebre gruppo alternative
e indie rock statunitense Yeah Yeah Yeahs.
Un tiepido sole albeggia su un
gelido paesaggio innevato. Un bimbo dallo sguardo incupito gioca da
solo, costruisce nel giardino di casa un sorprendente igloo
cercando continuamente di richiamare l’attenzione di una sorella
assente, che lo ignora e lo trascura, anche quando sarà schernito
dai suoi amici.
Lui è Max (Max
Records), un bimbo turbolento e inquieto, avido di
attenzioni e coccole che, di fronte all’indifferenza della sorella
e alla premura che la madre ha per il fidanzato (Mark
Ruffalo), esplode di rabbia, scappa di casa e, con indosso
l’inseparabile tuta da lupo, con tanto di orecchie e coda –
feticcio da cui non si separa mai – prende il largo con una
barchetta e si dirige verso l’arcano bosco.
Basta un intro di pochi minuti con
dialoghi minimali a suggerire l’idea che pervade il film, a
preannunciare il corso degli eventi di cui sarà protagonista il
piccolo Max, ansioso di evadere e dare libero sfogo alla sua
fervida immaginazione. La creazione di mondi paralleli è l’unico
rimedio al malessere della vita reale.
L’ingresso nel fantastico regno
delle creature selvagge, abitato da affettuosi watussi che ululano,
è l’occasione che stava aspettando per riscattarsi, per guadagnarsi
le attenzioni e la dedizione che gli sono sempre mancate, e quel pò
di autorevolezza che serve a colmare il vuoto di autostima e
l’insicurezza emotiva che un bimbo cresciuto senza padre si porta
dietro.

Max costruisce un mondo ideale, a
sua immagine e somiglianza, in cui ritrova il sorriso grazie alla
comprensione e all’affetto di amorevoli creature selvagge, che lo
gratificano riponendo in lui la loro fiducia e proclamandolo
indiscusso sovrano della foresta.
Il messaggio è chiaro sin
dall’inizio, come è giusto che sia in un racconto fantastico che,
nel ricalcare la semplice struttura narrativa delle fiabe, ne
prende in prestito l’innocenza e la formula moralistica.
La fiaba cinematografica di
Spike Jonze vanta quindi una struttura circolare
che, in stile Mago di Oz, aderisce al modello del
viaggio dell’eroe vogleriano. Ci troviamo quindi di fronte ad un
eroe/protagonista imperfetto che ritrova la pienezza interiore
lasciando provvisoriamente il mondo ordinario/vita reale per
abbandonarsi alla beatitudine di un mondo straordinario, non scevro
di insidie, dal quale ritornerà illuminato e pronto ad affrontare
il quotidiano con una maggiore consapevolezza.
Quel senso di abbandono e di
inadeguatezza che facevano di Max un bimbo incollerito e
dispettoso, si dileguano nel corso del suo prezioso e avventuroso
viaggio, per lasciare spazio ad un bambino raggiante, più maturo e
che non teme più che il sole possa morire da un giorno
all’altro.

Una spedizione nella
wilderness, in cui Max si rende conto di come sia
difficile essere equi e giusti e di come i rapporti affettivi siano
tutt’altro che perfetti e facili da gestire; impara a comprendere
sua madre, il suo universo familiare e capisce come siano proprio
le sbavature a rendere le cose più vere e profonde e di come sia
necessario rispettare e considerare anche le necessità degli altri
e non focalizzarsi solo sulle proprie.
Spike Jonze mette
in piedi un racconto fiabesco, un’ibridazione certosina di riprese
in live action, pupazzi e computer grafica
(frutto di un lungo processo di lavorazione), in cui riconferma lo
stile visionario e surrealista già sperimentato nei due lavori
precedenti.
Quello di Max è un eclettico
viaggio nei sotterranei ed esoterici anfratti della mente umana,
votato alla creazione di universo immaginifico idilliaco, dove il
bambino si guadagna la stima di irsute e amabili creature, metafora
delle sue ansie, paure e desideri.