Mentre HBO prepara il ritorno di Harry Potter in televisione, Prime Video sta costruendo quasi in sordina un progetto che potrebbe diventare uno degli eventi fantasy più importanti dei prossimi anni. God of War porterà finalmente in live action la saga videoludica di PlayStation, ma invece di partire dalle origini greche di Kratos sceglierà il momento in cui il franchise ha reinventato se stesso: il viaggio del guerriero spartano e di suo figlio Atreus attraverso il mondo della mitologia norrena. Non è soltanto una scelta narrativa più accessibile. È precisamente quella parte della storia che ha trasformato God of War da spettacolo basato sulla furia e sulla vendetta in un racconto molto più complesso sulla paternità, sul lutto e sull’eredità.
Amazon sembra inoltre trattare il progetto come qualcosa di più di un esperimento. La serie ha già ricevuto un ordine per due stagioni, con la produzione in corso, Ronald D. Moore come showrunner, sceneggiatore e produttore esecutivo e Dave Bautista scelto per interpretare Kratos. Prime Video ha confermato che l’adattamento seguirà soprattutto la storia degli ultimi due videogiochi della saga e il rapporto tra Kratos e Atreus, mentre al momento non è stata ancora annunciata una data ufficiale di uscita. La combinazione tra materiale di partenza, investimento produttivo e squadra creativa rende quindi God of War qualcosa di più interessante dell’ennesima trasposizione di un videogioco di successo: potrebbe diventare uno dei titoli attraverso cui Prime Video prova definitivamente a contendere a HBO il territorio del grande fantasy televisivo.
God of War funziona come serie perché il vero spettacolo non sono gli dèi norreni, ma il rapporto tra Kratos e Atreus
L’errore più facile sarebbe pensare a God of War soprattutto come a una serie di combattimenti monumentali contro dèi, mostri e creature mitologiche. Tutto questo farà inevitabilmente parte dell’adattamento, ma il motivo per cui il gioco del 2018 ha funzionato così bene è quasi opposto: al centro non c’era più soltanto la potenza di Kratos, ma la sua difficoltà a essere padre. Dopo una vita definita dalla violenza e dalla vendetta, il personaggio si trova improvvisamente costretto a educare un figlio che non comprende fino in fondo e che, a sua volta, cerca di capire chi sia davvero quell’uomo impenetrabile che chiama padre. Il viaggio per disperdere le ceneri di Faye diventa quindi una missione apparentemente semplice che progressivamente costringe entrambi a confrontarsi con identità, segreti e aspettative reciproche.
È proprio questa struttura a rendere God of War particolarmente adatto alla televisione. Un film sarebbe inevitabilmente tentato di concentrare l’attenzione sulle battaglie e sugli snodi principali, mentre una serie può permettersi di osservare le trasformazioni più piccole: il modo in cui Kratos impara lentamente a comunicare con Atreus, la distanza emotiva tra i due, le bugie che il padre racconta per proteggerlo e il momento in cui quelle bugie diventano inevitabilmente un problema. Il fantasy funziona così come amplificazione di un conflitto estremamente umano. Kratos può essere un dio che ha sterminato un pantheon, ma la sfida più difficile diventa dire a suo figlio ciò che prova. Ed è precisamente questa contraddizione a rendere il personaggio interessante anche per chi non ha mai toccato un videogioco della saga.
Dave Bautista può essere il Kratos giusto perché il personaggio ha bisogno soprattutto di peso emotivo, non soltanto di muscoli
La scelta di Dave Bautista rischia inevitabilmente di essere discussa confrontando il suo aspetto con quello del Kratos videoludico, ma la domanda più interessante è un’altra: può interpretare la versione del personaggio che la serie vuole raccontare? Il Kratos della fase norrena non è più semplicemente una macchina da guerra. È un uomo che ha vissuto troppo, che porta addosso un’enorme quantità di colpa e che ha trasformato il controllo delle proprie emozioni in una forma di sopravvivenza. La rabbia è ancora presente, ma il suo vero conflitto consiste proprio nel non permetterle più di governarlo.
Da questo punto di vista, Bautista ha qualcosa che va oltre la presenza fisica. Nei ruoli migliori della sua carriera ha mostrato una capacità particolare di interpretare personaggi imponenti ma emotivamente vulnerabili, figure che sembrano occupare uno spazio enorme mentre cercano continuamente di trattenere qualcosa. Kratos richiede esattamente questa tensione: non deve sembrare semplicemente capace di distruggere qualsiasi cosa incontri, ma qualcuno che teme profondamente ciò che potrebbe accadere se tornasse a essere l’uomo che era un tempo. Il rapporto con Atreus diventa allora il banco di prova definitivo, perché il figlio non ha bisogno del guerriero più potente del mondo, ma di un padre capace di spiegargli come convivere con il potere senza esserne divorato.
È anche per questo che partire direttamente dalla mitologia norrena può essere una scelta intelligente. La storia greca di Kratos rimane fondamentale, ma può vivere come passato, trauma e mistero invece di dover essere ricostruita cronologicamente fin dall’inizio. Il pubblico può conoscere quell’uomo nello stesso modo in cui lo conosce Atreus: percependo che dietro il silenzio esiste qualcosa di terribile che verrà rivelato progressivamente.
Ronald D. Moore è probabilmente il segnale più importante sulle ambizioni narrative della serie
La presenza di Ronald D. Moore potrebbe essere persino più significativa del casting di Bautista. Moore ha costruito gran parte della propria carriera lavorando su mondi di genere nei quali la mitologia e lo spettacolo diventano strumenti per raccontare personaggi, politica, famiglia e identità. È una caratteristica evidente tanto in Battlestar Galactica quanto in Outlander e For All Mankind: universi molto strutturati che funzionano perché le regole del mondo non sostituiscono mai il dramma umano.
È esattamente ciò di cui God of War ha bisogno. La tentazione di un adattamento del genere sarebbe concentrarsi sulla fedeltà iconografica, sulla spettacolarità delle creature o sulla riproduzione delle sequenze più celebri del videogame. Ma ricreare perfettamente un combattimento contro un troll non basta a giustificare una serie televisiva. L’adattamento deve trovare il modo di tradurre ciò che il giocatore sperimentava attraverso l’interazione in una forma narrativa completamente diversa, mantenendo però intatto il rapporto emotivo che rendeva quel viaggio significativo.
L’ordine immediato di due stagioni permette inoltre di immaginare una costruzione meno affrettata. Amazon ha confermato che la serie seguirà il cuore narrativo degli ultimi due giochi, dando quindi alla produzione un arco sufficientemente ampio per sviluppare sia il viaggio iniziale sia le conseguenze che porteranno progressivamente verso Ragnarök. Se Moore riuscirà a evitare la trappola dell’adattamento puramente illustrativo, God of War potrebbe funzionare non perché mostra finalmente Kratos in carne e ossa, ma perché trova una nuova forma per raccontare lo stesso conflitto che aveva reso straordinaria la sua reinvenzione videoludica.
Prime Video sta costruendo un’alternativa al fantasy HBO, e God of War potrebbe essere il tassello decisivo
Il confronto con Harry Potter è inevitabile, ma probabilmente per ragioni diverse da quelle puramente quantitative. HBO dispone di una tradizione fantasy difficilmente replicabile, costruita soprattutto attraverso Game of Thrones, House of the Dragon e ora una nuova trasposizione della saga di J.K. Rowling. Prime Video, però, sta sviluppando progressivamente una propria identità nello stesso territorio attraverso Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere, l’adattamento di Fourth Wing e ora God of War. Amazon ha confermato anche il ritorno de Gli Anelli del Potere con la terza stagione e continua a investire in nuove proprietà fantasy di grande scala.
La differenza è che God of War può occupare uno spazio che gli altri progetti non coprono completamente. Non è high fantasy tradizionale, non è young adult e non è nemmeno semplicemente mitologia. È un racconto brutalmente fisico che utilizza dèi norreni, profezie e mostri per parlare del rapporto tra genitori e figli, della paura di trasmettere i propri errori e dell’impossibilità di cancellare il passato. Questo lo rende potenzialmente accessibile a pubblici diversi: i fan dei videogiochi, naturalmente, ma anche chi cerca una grande serie fantasy adulta senza avere alcuna familiarità con PlayStation.
Il vero vantaggio rispetto a Harry Potter è inoltre l’assenza di un precedente live action con cui confrontarsi. La serie HBO dovrà inevitabilmente convivere con immagini, attori e scene che un’intera generazione conosce già nella versione cinematografica. God of War può invece definire per la prima volta l’aspetto televisivo di Kratos, Atreus e dell’intero universo norreno della saga. Il rischio è maggiore, perché non esiste una formula precedente da replicare, ma anche il potenziale creativo lo è.
Definire già oggi God of War “l’evento fantasy del decennio” sarebbe prematuro, soprattutto perché Prime Video non ha ancora annunciato neppure una data di debutto. Ma le condizioni perché diventi una delle serie fantasy centrali dei prossimi anni ci sono tutte: un universo narrativo enorme, due stagioni già ordinate, un protagonista con un conflitto emotivo potentissimo e uno showrunner abituato a trasformare mondi fantastici complessi in storie profondamente umane. Il successo dipenderà meno dalla grandezza di Midgard e molto di più da una cosa apparentemente più semplice: farci credere che dietro Kratos ci sia davvero un padre terrorizzato dall’idea che suo figlio possa diventare come lui.


