Il finale di Monster: La storia di Lizzie Borden non si limita a chiudere il processo e la vicenda giudiziaria della protagonista. La serie sceglie invece di allargare il significato della storia, collegando Lizzie Borden a Aileen Wuornos, interpretata da Sarah Paulson, e trasformando l’ultima scena in una riflessione sul modo in cui la cultura americana costruisce, racconta e tramanda le figure femminili considerate “mostruose”. Netflix stessa definisce il finale come il punto in cui le due storie vengono fatte convergere, anche se nella realtà non esiste alcun collegamento diretto tra le due donne.
La stagione compie quindi una scelta molto precisa: prende un caso storico rimasto irrisolto e lo interpreta attraverso la lente tematica dell’antologia Monster. Lizzie fu realmente assolta per gli omicidi di Andrew e Abby Borden, ma la serie immagina invece una sua colpevolezza e costruisce attorno a questa ipotesi un discorso sulla repressione, sulla rabbia e sulla violenza femminile. È proprio da qui che bisogna partire per capire perché Aileen Wuornos occupi gli ultimi minuti della stagione.
Il finale di Monster mostra Lizzie e Maggie come responsabili degli omicidi, ma questa è una scelta narrativa della serie
Nella versione di Monster, Lizzie e Bridget “Maggie” Sullivan diventano complici degli omicidi di Andrew e Abby Borden. La serie costruisce questa interpretazione progressivamente: Maggie incoraggia Lizzie a liberarsi dal controllo della famiglia, le due sviluppano una relazione e la violenza finisce per diventare parte del loro legame. Prima tentano di avvelenare Andrew e Abby attraverso delle ostriche avariate; quando il piano fallisce, passano alla soluzione più brutale. Lizzie colpisce Abby, mentre Maggie prende parte all’uccisione di Andrew.
È importante però separare nettamente questa ricostruzione dalla storia reale. Lizzie Borden venne processata nel 1893 e assolta, perché l’accusa non riuscì a dimostrare la sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Le prove erano in larga parte circostanziali e diversi elementi furono esclusi o contestati durante il processo. La serie, quindi, non “risolve” storicamente il caso: propone una propria interpretazione drammatica.
Il co-creatore Ian Brennan ha spiegato che proprio l’incertezza storica ha aperto lo spazio alla speculazione narrativa. Secondo lui, gli elementi disponibili sembravano puntare verso Lizzie, ma la serie sceglie soprattutto di interrogare l’ambiente che avrebbe potuto produrre quella violenza: una società vittoriana soffocante, il controllo familiare e le limitazioni imposte alle donne.
Perché Lizzie viene assolta e perché la serie trasforma il processo in una performance
Dopo gli omicidi, Monster segue anche il modo in cui Lizzie riesce a sopravvivere al processo. Qui la serie introduce una delle sue libertà storiche più evidenti: Nance O’Neil viene utilizzata come una sorta di coach capace di aiutare Lizzie a costruire la propria immagine davanti alla giuria. Nella realtà, Lizzie conobbe l’attrice soltanto dopo il processo.
La modifica serve però a chiarire l’idea centrale dell’episodio: il processo diventa uno spettacolo nel quale Lizzie deve convincere il mondo di essere incapace di un simile crimine. Brennan sottolinea quanto fosse difficile, per l’immaginario dell’epoca, accettare che una donna della sua classe potesse aver commesso un doppio omicidio tanto violento. La serie trasforma quindi i pregiudizi di genere dell’Ottocento in parte integrante della strategia che conduce all’assoluzione.
Dopo il verdetto, però, Lizzie non ottiene una vera felicità. Il rapporto con Emma si rompe e lei rimane con l’eredità, ma sempre più isolata. Anche storicamente, le due sorelle finirono per separarsi definitivamente nel 1905, mentre Lizzie visse il resto della propria vita a Maplecroft, spesso ai margini della comunità che l’aveva resa famosa.
Perché Aileen Wuornos compare nel finale di Monster: La storia di Lizzie Borden
La presenza di Aileen Wuornos è la chiave che porta il finale oltre il semplice true crime. La serie introduce la serial killer già nel quarto episodio, ambientato nel 1988, quasi un secolo dopo gli omicidi Borden. Nella finzione di Monster, Wuornos è affascinata dal caso Lizzie e arriva persino a soggiornare nella casa dei Borden, trasformata realmente in bed and breakfast.
Il collegamento non è storico ma tematico. Ella Beatty ha spiegato che la stagione vuole esplorare una sorta di eredità della “female rage”, mettendo in relazione donne vissute in epoche diversissime ma accomunate dall’essere diventate oggetti di paura, curiosità e mitologia criminale. Brennan ha espresso una lettura simile, spiegando che la presenza di figure come Lizzie, Elizabeth Báthory e Aileen serve a suggerire che certe forme di rabbia femminile non siano episodi isolati, ma qualcosa che attraversa la storia.
Questo non significa che la serie le equipari moralmente. Al contrario, il finale insiste proprio sulle loro differenze. Lizzie viene assolta e, nella versione della serie, riesce sostanzialmente a “farla franca”. Wuornos invece viene condannata a morte.
L’ultima scena con Lizzie e Maggie durante l’esecuzione di Aileen Wuornos spiega il vero tema della stagione
Negli ultimi minuti, durante l’esecuzione di Aileen Wuornos, la donna vede Lizzie e Maggie che la chiamano verso di loro. È una visione, non un incontro reale, e funziona come chiusura simbolica dell’intera stagione. Brennan ha spiegato che l’idea era dare ad Aileen una conclusione almeno emotivamente soddisfacente, visto che il suo destino è opposto a quello di Lizzie: una sopravvive e sfugge alla punizione, l’altra viene giustiziata.
L’immagine serve soprattutto a riportare in primo piano la domanda che Brennan considera centrale per tutta l’antologia: “I mostri nascono o vengono creati?”. Per il co-creatore, Wuornos non sarebbe nata necessariamente come ciò che poi è diventata; sarebbe stata plasmata dalle circostanze e dai traumi della propria vita. È una lettura dichiaratamente autoriale, non una conclusione psicologica oggettiva, ma chiarisce il senso dell’ultima scena.
Lizzie viene trattata allo stesso modo. Ella Beatty la definisce una “creatura del proprio tempo”, una donna costretta dentro limiti sessuali, emotivi e sociali estremamente rigidi. La stagione prova quindi a capire il personaggio senza assolverlo moralmente: la violenza resta violenza, ma Monster è interessato soprattutto a interrogare il contesto che può produrla.
Il finale di Monster non risolve il caso Lizzie Borden: costruisce una sua interpretazione
È questo il punto più importante da tenere a mente. Monster: La storia di Lizzie Borden non pretende di dimostrare cosa sia realmente accaduto il 4 agosto 1892. Storicamente, l’omicidio di Andrew e Abby Borden resta uno dei casi irrisolti più famosi degli Stati Uniti e Lizzie morì senza essere mai condannata.
La serie sceglie invece una risposta narrativa: Lizzie è colpevole, Maggie è sua complice e la repressione sociale diventa parte della spiegazione psicologica del crimine. Il collegamento finale con Aileen Wuornos serve a estendere questa lettura oltre il singolo caso e a ricondurla alla domanda che Monster pone fin dall’inizio della propria antologia.
Per questo l’ultima scena non riguarda davvero soltanto Aileen. Riguarda il modo in cui trasformiamo persone reali in “mostri”, quanto del loro comportamento derivi dalle loro scelte e quanto invece sia stato plasmato dall’ambiente che le circondava. La serie non offre una risposta definitiva. Ma chiude facendo capire che, per Brennan e Murphy, è proprio questa ambiguità a essere il vero cuore di Monster.
