Monster: La storia di Lizzie Borden, tutte le differenze tra la serie Netflix e la storia vera

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Monster: La storia di Lizzie Borden parte da un caso realmente accaduto, ma non cerca di ricostruirlo in maniera neutrale. La quarta stagione dell’antologia di Ryan Murphy e Ian Brennan prende infatti alcuni dei fatti più noti del caso Borden — gli omicidi di Andrew e Abby, il processo, l’assoluzione e la fama successiva di Lizzie — e li combina con personaggi reinterpretati, relazioni romanzate e una precisa teoria sulla colpevolezza della protagonista. Netflix stessa presenta apertamente la stagione come una versione fortemente fictionalizzata della vicenda.

È quindi importante distinguere ciò che appartiene alla documentazione storica da ciò che la serie costruisce per dare una risposta a un mistero rimasto irrisolto dal 1892. Se volete ricostruire prima gli eventi reali, abbiamo approfondito separatamente la storia vera dietro Monster: La storia di Lizzie Borden e cosa accadde davvero alla famiglia Borden. E se avete già terminato la stagione, abbiamo analizzato anche il finale, il ruolo di Aileen Wuornos e il significato dell’ultima scena.

La differenza più grande è anche la più importante: la serie considera Lizzie colpevole, mentre la storia non ha mai risolto il caso

Netflix non mantiene l’ambiguità storica sulla responsabilità di Lizzie. La descrizione ufficiale della serie afferma direttamente che Lizzie uccide i propri genitori, e la stagione costruisce la vicenda partendo da questa premessa. Nella realtà, invece, Lizzie Borden fu accusata dell’omicidio del padre Andrew e della matrigna Abby, processata nel 1893 e assolta. Nessun’altra persona venne successivamente condannata e il duplice omicidio rimase irrisolto.

Ella Beatty come Lizzie Borden in Monster-la storia di Lizzie Bordn
© Netflix

Questa differenza cambia inevitabilmente tutto il racconto. La serie non deve limitarsi a presentare prove e sospetti: deve immaginare cosa possa aver condotto Lizzie al delitto. Da qui nasce la rappresentazione di una donna soffocata dalla famiglia, dalla morale vittoriana e dalle aspettative imposte al suo genere. Ella Beatty ha spiegato di aver lavorato sia sulla documentazione reale sia sulla “versione molto fictionalizzata” creata da Murphy e Brennan.

La Lizzie di Monster, dunque, non deve essere letta come una ricostruzione biografica definitiva. È un personaggio drammatico costruito attorno a una delle possibili interpretazioni di un caso che storicamente non possiede ancora una soluzione.

La relazione tra Lizzie e Bridget “Maggie” Sullivan è una grande invenzione narrativa della serie

Vicky Krieps in Monster: La storia di Lizzie Borden
© Netflix

Bridget Sullivan esisteva davvero. Era una domestica irlandese della famiglia Borden ed era presente in casa la mattina degli omicidi. Nella serie, però, il suo ruolo viene completamente ampliato: interpretata da Vicky Krieps, Maggie diventa la compagna sentimentale di Lizzie e una figura decisiva nel percorso che conduce agli omicidi. Netflix descrive esplicitamente la loro relazione come parte di una fantasia di sesso, potere e vendetta.

La documentazione storica non dimostra però che Lizzie e Bridget avessero una relazione romantica, né che Sullivan fosse complice degli omicidi. Nella realtà, Bridget fu soprattutto una testimone importante: contribuì alla ricostruzione della mattinata e partecipò alla scoperta del corpo di Abby. Lo Smithsonian ricorda che Lizzie aveva inizialmente sostenuto che la matrigna fosse uscita per assistere un’amica malata, salvo poi affermare di averla sentita rientrare; Bridget e una vicina trovarono infine Abby morta al piano superiore.

È quindi una delle trasformazioni più profonde operate dalla serie. Monster prende una persona realmente presente nella casa e la trasforma nel personaggio che permette di rendere concreta la ribellione di Lizzie contro il proprio ambiente familiare.

Andrew e Abby Borden furono realmente assassinati, ma Monster interpreta liberamente ciò che accadde dentro quella casa

Charlie Hunnam in Monster: La storia di Lizzie Borden
© Netflix

Il nucleo del caso è autentico. Il 4 agosto 1892, Abby Borden venne trovata morta nella camera degli ospiti, colpita ripetutamente con un’arma simile a un’accetta. Le analisi stabilirono che era stata uccisa prima di Andrew Borden, trovato successivamente morto sul divano del soggiorno.

Da lì, però, iniziano le zone d’ombra. La serie immagina conversazioni, conflitti domestici, dinamiche sessuali e motivazioni intime che non possono essere ricostruite con certezza dalle fonti storiche. Il rapporto di Lizzie con il padre e la matrigna era realmente problematico, ma Monster intensifica questa dimensione per farne il motore psicologico della violenza.

È una scelta coerente con il progetto dell’antologia. La stagione non vuole semplicemente chiedersi “chi ha ucciso i Borden?”, ma costruire una risposta alla domanda successiva: “perché una donna come Lizzie avrebbe potuto farlo?”. Il problema è che quella seconda domanda nasce già dall’assunzione narrativa che fosse colpevole.

Nance O’Neil viene spostata nella cronologia per avere un ruolo nella trasformazione pubblica di Lizzie

Rebecca Hall come Abby Borden in Monster: La storia di Lizzie Borden
© Netflix

Anche Nance O’Neil è un personaggio realmente esistito. Era una celebre attrice teatrale e sviluppò effettivamente un rapporto di amicizia con Lizzie Borden. La serie, però, la porta dentro la storia molto prima e le attribuisce una funzione narrativa più ampia.

Nella stagione Nance contribuisce alla costruzione dell’immagine pubblica di Lizzie, quasi insegnandole come presentarsi davanti alla società e durante il processo. Storicamente, però, il loro rapporto documentato appartiene soprattutto agli anni successivi all’assoluzione. La serie comprime quindi la cronologia per utilizzare O’Neil come simbolo della capacità di Lizzie di trasformarsi da accusata in personaggio pubblico.

È una modifica particolarmente significativa perché Monster interpreta l’intera vicenda anche come performance. Lizzie deve imparare a incarnare l’immagine della donna che una giuria dell’Ottocento non riesce a immaginare capace di un crimine così violento.

Il processo e l’assoluzione sono reali, ma la serie enfatizza il ruolo dei pregiudizi di genere

Charlie Hunnam in Monster 4
PER GENTILE CONCESSIONE DI NETFLIX

Lizzie venne realmente processata e assolta. Il caso contro di lei si basava largamente su elementi circostanziali e l’accusa non riuscì a costruire una prova fisica conclusiva. Alcuni aspetti sospetti — comprese dichiarazioni incoerenti e il presunto tentativo di acquistare veleno — contribuirono a renderla una sospettata, ma non bastarono a ottenere una condanna.

Monster insiste molto sull’idea che genere e posizione sociale abbiano aiutato Lizzie. Non è un’invenzione priva di fondamento: storici e ricostruzioni moderne hanno spesso evidenziato quanto fosse difficile, nella cultura dell’epoca, concepire una donna bianca, benestante e rispettabile come autrice di un omicidio tanto brutale. Ma la serie utilizza questo elemento come parte integrante della propria tesi narrativa.

La differenza sta quindi soprattutto nel grado di certezza. Storicamente possiamo dire che gli stereotipi di genere influenzavano il contesto sociale e giudiziario. La serie fa un passo ulteriore e li trasforma in parte del meccanismo attraverso cui una Lizzie effettivamente colpevole riesce a evitare la condanna.

Aileen Wuornos non aveva alcun legame reale con Lizzie Borden

La presenza di Aileen Wuornos, interpretata da Sarah Paulson, è probabilmente l’anacronismo più evidente della stagione, ma è anche completamente intenzionale. Wuornos nacque quasi settant’anni dopo gli omicidi Borden e non ebbe naturalmente alcun rapporto con Lizzie. Netflix conferma che il suo inserimento serve a mostrare come la figura di Borden continui a riverberare nella cultura americana e a creare un collegamento tematico con altre donne trasformate in icone criminali.

Wuornos uccise sette uomini tra il 1989 e il 1990 e venne giustiziata in Florida nel 2002. La serie la utilizza quindi non per aggiungere un fatto storico alla storia di Lizzie, ma per costruire una sorta di genealogia simbolica della violenza femminile e della sua rappresentazione pubblica.

È proprio questo collegamento a diventare fondamentale negli ultimi minuti della stagione. Nel nostro approfondimento sulla spiegazione del finale di Monster: La storia di Lizzie Borden abbiamo analizzato perché Wuornos compare nell’ultima scena e cosa vuole rappresentare il suo incontro simbolico con Lizzie e Maggie.

Anche la Lizzie “liberata” del finale appartiene più a Monster che alla storia documentata

Dopo l’assoluzione, la vera Lizzie Borden non sparì. Visse insieme alla sorella Emma in una grande casa chiamata Maplecroft, ma rimase una figura controversa e spesso socialmente isolata. Le due sorelle finirono per separarsi nel 1905 e non si riconciliarono più prima della morte di Lizzie nel 1927.

La serie interpreta invece questo periodo soprattutto attraverso il tema della liberazione. Lizzie diventa qualcuno che è riuscito a sottrarsi alla famiglia, alle convenzioni e infine anche alla punizione. È una lettura che rientra nel discorso generale della stagione sulla repressione femminile, ma non deve essere confusa con una certezza sulla personalità o sulle motivazioni della vera Lizzie Borden.

Ed è qui che la distanza tra storia e fiction diventa più evidente. I fatti reali ci dicono che due persone furono assassinate, Lizzie fu processata, venne assolta e visse ancora per più di trent’anni. Monster riempie tutto ciò che sta tra questi punti con una propria interpretazione.

Monster non ricostruisce semplicemente il caso Borden: sceglie una teoria e la trasforma in una storia

La vera differenza tra Monster: La storia di Lizzie Borden e gli eventi reali non sta quindi in un singolo dettaglio. Sta nell’approccio. La realtà conserva il dubbio; la serie decide di eliminarlo.

Storicamente non sappiamo chi uccise Andrew e Abby Borden. Non sappiamo se Bridget fosse coinvolta. Non sappiamo quali fossero davvero tutte le motivazioni intime di Lizzie e non possiamo attribuirle con certezza la psicologia mostrata sullo schermo.

Ryan Murphy e Ian Brennan prendono queste zone vuote e le trasformano in racconto: Lizzie diventa colpevole, Maggie diventa amante e complice, la repressione vittoriana diventa una delle cause della violenza e Aileen Wuornos diventa l’erede simbolica di quella rabbia.

È proprio per questo che i tre livelli vanno tenuti distinti. La storia vera racconta ciò che possiamo documentare; il finale chiarisce la tesi della serie; le differenze mostrano come Netflix sia arrivata da una cosa all’altra.

Redazione
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