Il finale di Mousetrap: Identità rubata porta a compimento il gioco sull’identità costruito dal thriller coreano di Netflix, ma lo fa ribaltando progressivamente la prospettiva attraverso cui abbiamo seguito Je Moon-jae, lo scrittore interpretato da Ryu Jun-yeol. Per gran parte dei dieci episodi la domanda sembra relativamente semplice: chi è l’uomo identico a Moon-jae che gli ha sottratto il nome, il denaro e la vita? La risposta arriva con Seo Yu-min, l’uomo conosciuto anni prima all’interno di un club letterario universitario. Ma scoprire chi si nasconde dietro The Rat rappresenta soltanto metà della soluzione. Il vero significato del finale emerge quando scopriamo perché Yu-min abbia deciso di diventare Moon-jae.
La serie, diretta da Kim Hong-sun e scritta da Lee Jae-gon a partire dal webtoon Field Mouse di Ludovico, utilizza infatti il furto d’identità come una trappola narrativa. Moon-jae si considera vittima di qualcuno che gli ha sottratto tutto, ma i suoi ricordi progressivamente recuperati mostrano che l’identità sulla quale ha costruito il proprio successo era già il risultato di una serie di appropriazioni. Persino il nome Je Moon-jae nasconde una storia precedente alla sua nascita. È questa la chiave attraverso cui leggere il finale: Mousetrap non chiede soltanto chi sia The Rat, ma quanto rimanga di una persona quando scopre che gran parte di ciò che considerava proprio apparteneva originariamente a qualcun altro.
Chi è The Rat nel finale di Mousetrap: Identità rubat e perché Seo Yu-min decide di rubare la vita di Moon-jae
The Rat è Seo Yu-min, interpretato anch’egli da Ryu Jun-yeol, un uomo che Moon-jae aveva conosciuto anni prima frequentando un club letterario interuniversitario. Moon-jae vi era entrato fingendosi uno studente universitario, spinto dal desiderio di diventare una versione migliore di sé come gli aveva sempre suggerito sua madre. Qui aveva stretto amicizia con Yu-min e con So Min-yeong, sviluppando dei sentimenti per quest’ultima senza sapere che lei e Yu-min avevano già una relazione segreta. Ma soprattutto aveva avuto accesso ai quaderni e agli scritti dell’amico, compreso un racconto intitolato The Rat That Ate Fingernails. È proprio da quel momento che inizia, in realtà, il primo furto d’identità raccontato dalla serie.
Moon-jae sottrae infatti gli appunti di Yu-min e presenta il suo lavoro come proprio per l’antologia del club. La situazione precipita durante un viaggio a Jeju, quando scopre la relazione tra Yu-min e Min-yeong. Accecato dalla gelosia, aggredisce Yu-min e successivamente pubblica online un racconto inventato contenente dettagli sessuali sulla coppia. Quelle parole vengono percepite come credibili proprio perché Moon-jae sa trasformare la realtà in racconto: Min-yeong viene umiliata e isolata nell’ambiente universitario, abbandona gli studi e si allontana dalla famiglia. Yu-min cerca inutilmente di dimostrare alla polizia chi abbia scritto il post.
La tragedia diventa ancora più profonda quando Yu-min prova ad aiutare economicamente Min-yeong attraverso il proprio romanzo inedito, The Rat That Ate Fingernails. Inviandolo a un editore scopre però che la sua opera è già diventata qualcos’altro: Moon-jae se ne è appropriato trasformandola in Interview, il libro che gli permette di vincere un importante premio letterario e costruire la propria carriera. Min-yeong morirà poi suicida e Yu-min, leggendo il romanzo accanto a lei, riconoscerà nella storia persino una versione alterata delle loro vite.
Da qui nasce la vendetta. Yu-min decide di fare letteralmente ciò che Moon-jae aveva già fatto simbolicamente: diventare lui. Gli sottrae identità, patrimonio e posizione sociale perché Moon-jae aveva precedentemente costruito quella stessa posizione appropriandosi del talento, delle parole e delle esperienze altrui.
Il vero The Rat è anche Moon-jae: il finale ribalta completamente il significato del furto d’identità
La grande intuizione del finale consiste quindi nel trasformare The Rat da personaggio a concetto. Seo Yu-min è materialmente The Rat, ma Moon-jae lo è stato prima di lui. È proprio questo ribaltamento a dare senso a molti dettagli disseminati nei precedenti episodi, compresa una delle immagini apparentemente più semplici: Moon-jae seduto davanti al computer, circondato dagli appunti ma incapace di scrivere davanti a una pagina vuota.
Nel finale comprende finalmente il significato di quella paralisi: nulla era veramente suo. Il talento che gli aveva garantito riconoscimento pubblico era stato costruito almeno in parte attraverso l’appropriazione della scrittura di Yu-min, mentre la sua stessa narrativa personale aveva trasformato persone reali in personaggi funzionali alla versione della storia che voleva raccontare. Moon-jae non aveva semplicemente rubato un manoscritto: aveva riscritto gli altri fino a poter occupare il loro posto.
È qui che il riferimento alla leggenda coreana del topo che mangia le unghie assume un significato molto più interessante della semplice origine del soprannome. Nel racconto folkloristico, un topo mangia le unghie di una persona e può assumerne l’aspetto. Mousetrap trasferisce lo stesso meccanismo nella costruzione dell’identità contemporanea. Non servono magia o trasformazioni fisiche per diventare qualcun altro: è sufficiente impossessarsi dei suoi elementi riconoscibili, della sua storia, delle sue parole e del ruolo che occupa agli occhi degli altri.
La vendetta di Yu-min diventa per questo una forma distorta di restituzione. Moon-jae gli ha sottratto qualcosa e l’ha trasformato nella propria identità pubblica; Yu-min decide allora di cancellare Moon-jae attraverso lo stesso procedimento. Non vuole semplicemente punirlo o ucciderlo. Vuole costringerlo a sperimentare cosa significhi vedere un’altra persona vivere la vita che consideravi tua.
Park Sun-yong rivela che persino il nome Je Moon-jae apparteneva originariamente a qualcun altro
Il finale aggiunge però un ulteriore livello al tema attraverso Park Sun-yong, il detective che per tutta la serie dà la caccia a Moon-jae. Sun-yong scopre di essere stato adottato dai genitori di Moon-jae quando aveva cinque anni e, soprattutto, che durante quel periodo gli era stato assegnato proprio il nome Je Moon-jae. Quando la coppia ebbe successivamente un figlio biologico, il bambino adottato venne rimandato in orfanotrofio e lo stesso nome venne assegnato al nuovo figlio.
Sun-yong ha quindi inseguito inconsapevolmente per tutta la serie l’uomo che occupa il posto che un tempo apparteneva a lui. Yu-min conosceva questa verità ed è per questo che aveva indirizzato personalmente il detective verso Moon-jae. Il dettaglio completa il disegno costruito dalla serie: anche prima di appropriarsi della scrittura di Yu-min, Moon-jae aveva ricevuto un’identità che era già appartenuta a qualcun altro.
Il passato di Moon-jae contiene persino un’altra identità. Nel finale ricorda infatti di aver appiccato un incendio in una scuola nella quale si era registrato con il nome Park Chan-u, spiegando di averlo fatto perché il proprio nome non gli sembrava veramente suo. All’epoca non poteva sapere che quella sensazione nascondesse una verità concreta, ma la serie trasforma retroattivamente questo ricordo in un’altra anticipazione del proprio tema centrale.
In Mousetrap, quindi, i nomi smettono progressivamente di garantire l’identità. Sun-yong è stato Moon-jae; Moon-jae è stato anche Park Chan-u; Yu-min diventa Moon-jae; e Moon-jae costruisce la propria carriera trasformando la storia di Yu-min nella propria. Tutti questi passaggi producono un universo nel quale l’identità non è qualcosa di stabile, ma qualcosa che può essere assegnato, cancellato, raccontato e soprattutto rubato.
Il finale di Mousetrap trasforma la storia di The Rat in una riflessione su chi possiede davvero una storia
È significativo che Mousetrap costruisca tutto questo intorno a uno scrittore. Moon-jae possiede professionalmente il potere di prendere esperienze e trasformarle in narrazione. Il problema nasce quando quel processo supera il confine della finzione: non utilizza soltanto la realtà come ispirazione, ma si appropria della vita degli altri, ne modifica la prospettiva e infine riceve riconoscimento per qualcosa che non gli apparteneva.
La morte di Min-yeong rappresenta la conseguenza più devastante di questo comportamento. Moon-jae utilizza la scrittura prima per diffondere una versione falsa e umiliante della relazione tra lei e Yu-min e successivamente per trasformare elementi della loro esperienza in materiale narrativo. Il talento che dovrebbe permettergli di comprendere e rappresentare gli altri diventa quindi uno strumento attraverso cui può controllare il modo in cui gli altri vengono percepiti.
Per questo la domanda “chi è The Rat?” possiede alla fine due risposte contemporaneamente. Sul piano della trama è Seo Yu-min. Sul piano tematico, però, il topo è chiunque costruisca la propria identità divorando quella di qualcun altro. E Moon-jae lo aveva fatto molto prima che Yu-min decidesse di presentarsi con il suo stesso volto.
La vendetta di Yu-min non cancella naturalmente ciò che ha fatto né trasforma automaticamente Moon-jae nell’unico colpevole della storia. Il finale evita una divisione rassicurante tra vittima e carnefice proprio perché entrambi finiscono per replicare lo stesso gesto: appropriarsi dell’altro per ridefinire se stessi. È questa circolarità a rendere particolarmente efficace il titolo Mousetrap. La trappola non è soltanto quella costruita intorno a Moon-jae. È quella nella quale il protagonista entra nel momento in cui scopre che, per dimostrare chi gli ha rubato la vita, deve prima riconoscere quanta parte di quella vita non fosse mai stata veramente sua.



