Il dibattito sul conflitto tra Israele e Gaza è entrato nel mondo di Nobody Wants This, la commedia romantica Netflix con Kristen Bell e Adam Brody, attraverso le dichiarazioni pubbliche del cast e della sua creatrice Erin Foster. Le posizioni espresse negli ultimi giorni hanno fatto emergere una frattura che la serie, arrivata alla terza stagione, ha finora lasciato fuori campo: quella che attraversa la comunità ebraica americana sul rapporto con Israele, soprattutto dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva offensiva israeliana nella Striscia di Gaza.
La questione solleva un interrogativo che va oltre le opinioni personali degli interpreti. Nobody Wants This ha costruito la propria identità intorno alla relazione tra Joanne, una podcaster non ebrea, e Noah, un rabbino che spera di condividere la propria fede con la futura compagna. Eppure, secondo l’analisi pubblicata da Variety, la serie tende a trattare l’ebraismo come una differenza culturale da superare attraverso l’amore, evitando le divisioni politiche, le tensioni familiari e i traumi storici che contribuiscono a definirne l’esperienza contemporanea. Le recenti dichiarazioni hanno reso questa omissione più difficile da ignorare.
Adam Brody, Erin Foster e Tovah Feldshuh: le posizioni che hanno acceso il dibattito

La reazione più dura è arrivata da Tovah Feldshuh, che interpreta Bina, la madre di Noah. L’attrice ha condannato le parole di Brody in un’intervista al New York Post, arrivando a paragonarle alla retorica del nazismo. Le differenze tra le tre posizioni hanno trasformato una discussione sulla rappresentazione televisiva in un confronto pubblico su un tema che coinvolge identità religiosa, appartenenza culturale e orientamenti politici.
Come osserva Alison Herman su Variety, i mezzi d’informazione possono rivelarsi un terreno poco adatto per affrontare divergenze così complesse tra colleghi. La televisione, almeno in teoria, potrebbe offrire uno spazio più articolato per mettere in scena queste contraddizioni. Per farlo, però, dovrebbe essere disposta ad accogliere il conflitto nella propria narrazione, anziché lasciarlo ai margini.
Perché Nobody Wants This ha evitato il tema di Israele e Gaza
Fin dal debutto, Nobody Wants This ha privilegiato la leggerezza della commedia romantica. Noah è presentato come un rabbino affascinante e comprensivo, mentre Joanne, interpretata da Kristen Bell, è una podcaster egocentrica ma capace di conquistare la sua fiducia. Il loro rapporto ruota soprattutto intorno alla possibilità che lei si converta all’ebraismo, una questione che la sceneggiatura affronta con una conflittualità destinata spesso a dissolversi nei momenti romantici.
Questa impostazione ha contribuito al successo della serie, ma ha anche ristretto il modo in cui viene raccontata la comunità ebraica. Nella prima stagione, personaggi come Bina ed Esther, interpretata da Jackie Tohn, sono stati criticati per una caratterizzazione che le presentava come donne invadenti e ostili alla felicità della coppia protagonista. Le stagioni successive hanno introdotto alcuni correttivi, anche grazie all’arrivo di nuove figure creative, ma la serie continua a privilegiare la riduzione delle tensioni rispetto al loro approfondimento.
L’assenza di Israele diventa particolarmente significativa proprio in questo contesto. In molte famiglie ebree americane, il rapporto con lo Stato israeliano e le conseguenze della guerra costituiscono temi di discussione difficili da evitare durante le riunioni familiari e le festività religiose. Le divergenze possono riflettere differenze generazionali, politiche e culturali. Per un personaggio come Noah, descritto come un leader religioso moderno e aperto, una posizione critica verso l’occupazione dei territori palestinesi potrebbe rappresentare un elemento di caratterizzazione coerente con il suo profilo.
La serie, invece, ha finora preferito lasciare queste questioni fuori dal racconto. Anche nella terza stagione, quando Joanne comincia a frequentare lezioni di cultura ebraica in vista di una possibile conversione, l’educazione religiosa rimane sullo sfondo e serve soprattutto a introdurre nuovi contrasti tra i personaggi. Persino la memoria della Shoah, con il suo peso nella storia e nell’identità ebraica, trova pochissimo spazio. La leggerezza diventa così una scelta narrativa che limita la profondità della rappresentazione.
Il confronto con Long Story Short e i limiti della commedia romantica
Nobody Wants This non è l’unica serie Netflix incentrata su personaggi e famiglie ebree ad aver evitato il tema. Anche Long Story Short, la serie animata creata da Raphael Bob-Waksberg, autore di BoJack Horseman, ha scelto di non affrontare direttamente Israele nella prima stagione. In quell’occasione, Bob-Waksberg aveva spiegato a Variety di voler consentire ai personaggi di svilupparsi senza trasformarli in portavoce delle rispettive posizioni politiche, osservando quanto la discussione potesse assorbire ogni altro aspetto del confronto.
La differenza è che Long Story Short è ambientata interamente prima degli attacchi del 7 ottobre 2023. Nel caso di Nobody Wants This, invece, la vicenda si svolge in un presente nel quale il conflitto rappresenta una questione centrale per una parte significativa della comunità ebraica americana. L’omissione assume quindi un peso diverso, perché riguarda direttamente l’immagine contemporanea dell’ambiente nel quale vivono i protagonisti.
Foster ha sostenuto che il set della serie assomiglia ai tavoli da pranzo di tutto il mondo, dove le persone discutono e si confrontano anche quando non sono d’accordo. Per Herman, questa osservazione mette in evidenza una contraddizione: se la serie vuole rappresentare quelle famiglie, deve fare i conti anche con le questioni sulle quali il disaccordo è più profondo. Dichiarare di voler raccontare l’ebraismo significa confrontarsi con una realtà attraversata da sensibilità differenti, comprese quelle che riguardano Israele e Gaza.
Rimane, tuttavia, una questione di tono. Nobody Wants This non è mai stata concepita come una serie politica sul modello dei racconti televisivi di Norman Lear, capaci di utilizzare la commedia per affrontare apertamente i conflitti sociali del proprio tempo. Un improvviso cambio di direzione rischierebbe di compromettere l’equilibrio costruito intorno alla storia d’amore tra Noah e Joanne. La scelta di non affrontare il tema, però, comporta un’altra conseguenza: allontanare progressivamente la serie dalla realtà che dichiara di voler rappresentare.
La terza stagione di Nobody Wants This può ancora raccontare l’ebraismo contemporaneo?
Il punto sollevato dall’analisi di Variety riguarda proprio la distanza tra evasione romantica e credibilità narrativa. Una serie può scegliere di non affrontare ogni questione politica del presente, soprattutto quando il suo obiettivo principale è offrire intrattenimento. Ma quando una religione e una comunità culturale diventano il fulcro della storia, escluderne sistematicamente le divisioni interne rischia di trasformare la rappresentazione in una versione semplificata della realtà.
Le dichiarazioni di Brody, Foster e Feldshuh hanno portato alla luce questa contraddizione senza che la serie abbia dovuto metterla in scena. Il confronto si è consumato fuori dallo schermo, attraverso interviste e podcast, lasciando il pubblico a interrogarsi su quale spazio possano trovare opinioni tanto diverse all’interno della storia di Noah e della sua famiglia. È un dibattito che riguarda anche il rapporto tra le convinzioni personali di chi realizza una serie e le responsabilità della rappresentazione, senza che le posizioni dei singoli debbano necessariamente coincidere con quelle dei personaggi.
Per Nobody Wants This, affrontare il tema non significherebbe abbandonare la commedia romantica per trasformarsi in un dramma geopolitico. Potrebbe voler dire riconoscere che l’ebraismo raccontato attraverso Noah, Bina e gli altri personaggi comprende esperienze e convinzioni differenti, talvolta inconciliabili. La difficoltà consiste nel trovare una forma narrativa capace di accogliere queste divergenze senza ridurle a una disputa accessoria o a un ostacolo da superare rapidamente.
La domanda finale, dunque, riguarda la coerenza del progetto creativo. Se l’obiettivo dichiarato è raccontare l’ebraismo attraverso una storia d’amore contemporanea, fino a che punto si può evitare una delle questioni che più profondamente lo attraversano nel presente? Per Herman, la distanza potrebbe diventare insostenibile: se la serie non intende confrontarsi con questa parte della vita ebraica americana, potrebbe essere arrivato il momento di concludere il racconto. Una conclusione che resta una valutazione critica dell’autrice, ma che evidenzia il nodo centrale del dibattito: la leggerezza può essere una scelta legittima, purché non finisca per svuotare il mondo che una storia afferma di voler rappresentare.
