La serie di fantascienza in 18 episodi di Ridley Scott su HBO è talmente bella che va vista due volte

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Ridley Scott ha contribuito a definire alcune delle immagini più importanti della fantascienza moderna. Alien e Blade Runner restano inevitabilmente i titoli più associati al suo nome, ma il regista ha portato la propria sensibilità per il genere anche sul piccolo schermo. Tra i progetti più interessanti c’è Raised by Wolves, serie di cui Scott è stato produttore esecutivo e della quale ha diretto personalmente i primi due episodi. Andata in onda tra il 2020 e il 2022, è durata soltanto due stagioni e 18 episodi, abbastanza però per costruire uno degli universi fantascientifici più strani e stratificati degli ultimi anni.

La serie segue una colonia di esseri umani su un pianeta lontano e utilizza questa premessa per affrontare questioni molto più grandi della semplice sopravvivenza. Religione e tecnologia, fede e razionalità, identità e natura umana finiscono continuamente per sovrapporsi in un racconto che richiede attenzione allo spettatore. Proprio per questo Raised by Wolves appartiene a quella particolare categoria di serie che funzionano già alla prima visione, ma che diventano ancora più interessanti quando si torna dall’inizio conoscendo ciò che accadrà. Molti elementi che inizialmente sembrano soltanto contribuire alla stranezza del suo mondo rivelano allora una funzione molto più precisa.

Raised by Wolves funziona alla prima visione, ma è guardandola una seconda volta che si scopre quanto sia stratificata

Raised by Wolves costruisce il proprio futuro partendo da alcune delle domande più antiche dell’umanità. Cosa significa essere umani? Quanto delle nostre convinzioni deriva realmente dalla ragione e quanto invece dal bisogno di credere in qualcosa? E soprattutto: è possibile costruire una nuova società eliminando gli errori di quella precedente? La serie mette queste domande all’interno di un universo in cui diverse fazioni religiose, tecnologie pericolose e un pianeta ancora in gran parte incomprensibile diventano elementi di un unico grande conflitto. La Terra non rappresenta più una casa possibile per l’umanità, ma ciò che gli uomini portano con sé nello spazio dimostra quanto sia difficile abbandonare davvero il proprio passato.

Alla prima visione, però, è facile essere travolti soprattutto dalla quantità di informazioni. Il mondo di Raised by Wolves deve essere decifrato mentre la storia procede: bisogna comprendere le fazioni, le regole del pianeta, il funzionamento delle tecnologie e soprattutto il comportamento di personaggi che sembrano continuamente mettere in discussione ciò che abbiamo appena imparato. La narrazione mantiene comunque riconoscibili i suoi snodi principali, ma lo spettatore è inevitabilmente impegnato a ricostruire la logica di questo universo. È uno dei motivi per cui i 18 episodi delle due stagioni scorrono rapidamente: una volta entrati nel racconto, è difficile interromperne la visione.

Travis Fimmel in Raised by Wolves

È tornando sulla serie una seconda volta, però, che cambia il modo in cui la si osserva. Non essendoci più la necessità di comprendere continuamente dove stia andando la storia, diventano più evidenti i dettagli disseminati lungo il percorso. Il world-building acquista maggiore profondità, alcune scelte dei personaggi risultano più leggibili e soprattutto emerge il lavoro di anticipazione narrativa che accompagna diversi sviluppi successivi. Ciò che alla prima visione poteva sembrare soltanto un particolare bizzarro o inquietante può assumere un significato completamente diverso quando si conoscono già le conseguenze che avrà.

Anche il rapporto tra religione e fantascienza diventa più interessante. Raised by Wolves utilizza il futuro per parlare di questioni profondamente contemporanee, come spesso accade nella migliore fantascienza. Il conflitto tra fede e razionalità non rimane sullo sfondo, ma influenza il modo in cui i personaggi interpretano ciò che accade intorno a loro e persino la maniera in cui definiscono la propria identità. La tecnologia, allo stesso tempo, non rappresenta automaticamente una risposta razionale ai problemi dell’umanità. Più la serie procede, più queste categorie cominciano a contaminarsi, fino a rendere molto difficile stabilire dove finisca una e inizi l’altra.

È qui che l’influenza di Ridley Scott diventa particolarmente riconoscibile. Raised by Wolves non replica semplicemente ciò che il regista aveva già fatto al cinema, ma condivide alcune delle grandi ossessioni che attraversano la sua fantascienza. L’essere umano viene osservato attraverso il confronto con ciò che ha creato, mentre tecnologia e identità finiscono per diventare strumenti attraverso cui interrogare la natura stessa dell’umanità. La serialità permette però a queste idee di svilupparsi con uno spazio molto maggiore, trasformando il pianeta e i suoi abitanti in un enorme laboratorio narrativo.

Dopo aver visto Raised by Wolves due volte, è ancora più difficile accettare che non esista una terza stagione

Raised by Wolves - Una nuova umanità recensione serie tv

Il principale problema di Raised by Wolves emerge inevitabilmente quando si arriva alla fine dei suoi 18 episodi: la serie si conclude con la seconda stagione. La cancellazione improvvisa ha sorpreso parte del pubblico e della critica, soprattutto considerando l’accoglienza ricevuta dal progetto, e le possibilità di vedere una terza stagione appaiono ormai molto ridotte. Rivedere la serie dall’inizio rende questa consapevolezza ancora più frustrante, perché permette di comprendere meglio quanto fosse articolato l’universo che stava costruendo.

Allo stesso tempo, proprio la sua breve durata rende Raised by Wolves particolarmente adatta a essere recuperata una seconda volta. Non bisogna affrontare decine di stagioni o centinaia di episodi: il racconto completo disponibile è concentrato in appena 18 capitoli. La seconda visione può quindi diventare quasi un’esperienza differente dalla prima, perché l’attenzione si sposta dalla necessità di seguire gli avvenimenti alla possibilità di osservare come quegli avvenimenti siano stati preparati. Il lavoro sui personaggi, gli indizi e le anticipazioni acquistano un peso maggiore proprio perché lo spettatore conosce già la destinazione.

Negli anni trascorsi dalla conclusione di Raised by Wolves, inoltre, la fantascienza televisiva ha continuato a dimostrare quanto il formato seriale possa essere adatto a raccontare universi complessi. Lo stesso Scott ha continuato a essere legato al genere anche attraverso progetti televisivi come Alien: Earth, confermando quanto alcune delle idee che hanno attraversato il suo cinema possano trovare nuove possibilità sul piccolo schermo. Raised by Wolves rimane però un esperimento particolarmente radicale: visivamente ambizioso, narrativamente imprevedibile e disposto a spingersi verso territori talvolta strani e persino scioccanti.

Forse proprio questa natura ha contribuito a renderla una serie più difficile da assimilare immediatamente. Ma è anche ciò che oggi può renderla ancora interessante da riscoprire. Raised by Wolves non offre una fantascienza costruita soltanto sullo spettacolo: chiede allo spettatore di osservare, interpretare e mettere continuamente in discussione ciò che crede di aver capito. Alla prima visione si vuole sapere cosa succederà. Alla seconda, finalmente, si può cominciare a capire perché è successo. E una volta arrivati nuovamente alla fine, la domanda diventa inevitabile: perché una serie con un universo così ricco si è fermata dopo appena 18 episodi?

Redazione
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