Yellowstone ha riportato in vita il western, ma il vero segreto dell’impero di Taylor Sheridan è un altro

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Nel giugno 2018 un canale via cavo appena nato, Paramount Network, manda in onda il primo episodio di una serie su un ranch nel Montana, un patriarca con il volto di Kevin Costner e una famiglia disposta a tutto pur di non perdere la propria terra. Otto anni dopo Yellowstone è diventata un universo di prequel, sequel e spinoff che regge quasi da solo una piattaforma di streaming, e il suo autore è l’uomo più conteso della televisione americana.

Come ha fatto il western, un genere che sembrava appartenere al passato, a tornare il racconto più seguito d’America? Forse perché Taylor Sheridan usa il West per raccontare una paura molto contemporanea: quella di perdere il proprio posto nel mondo.

Taylor Sheridan, l’uomo che a Hollywood scrive tutto da solo

Taylor Sheridan come Travis in Yellowstone

La televisione degli ultimi vent’anni si è costruita attorno allo showrunner, che è insieme autore, produttore e garante di una visione. Lo showrunner contemporaneo, però, lavora quasi sempre dentro una macchina collettiva, la writers’ room, dove una squadra di sceneggiatori costruisce la stagione episodio dopo episodio. Taylor Sheridan ha fatto saltare questa regola.

Nato nel 1970 in Texas, cresciuto tra ranch e cavalli in una famiglia che quel ranch lo ha perso, Sheridan arriva tardi alla scrittura. Per anni fa l’attore di secondo piano (è il vicesceriffo di Sons of Anarchy), finché decide che non vuole più recitare le parole degli altri. In tre anni scrive quella che oggi si chiama la sua trilogia della frontiera: Sicario (2015), Hell or High Water (2016), che gli vale la candidatura all’Oscar per la sceneggiatura originale, e Wind River (2017), che dirige lui stesso.

Yellowstone nasce in quegli anni, viene rifiutata da HBO e nel 2018 approda su un canale appena rinominato, Paramount Network. Sheridan pone condizioni che a Hollywood suonano quasi come una provocazione: scrive lui, dirige lui, niente stanza di sceneggiatori, niente appunti dai dirigenti. Nella seconda stagione prova a lavorare con una writers’ room, ma non funziona e finisce per riscrivere tutto da solo. Il suo socio produttivo David Glasser ha contato circa sessanta sceneggiature firmate da Sheridan per Yellowstone, più di quante molti autori ne scrivano in un’intera carriera.

Sheridan somiglia a un romanziere dell’Ottocento: una sola voce e un solo sguardo, ripetuti su decine di ore di racconto. Da quella voce è nato un impero: Yellowstone, 1883, 1923, Mayor of Kingstown, Tulsa King, Lioness, Lawmen: Bass Reeves, Landman, fino a Marshals, The Madison e Dutton Ranch nel 2026.

Nell’ottobre 2025, però, l’uomo che ha di fatto costruito l’identità di Paramount+ ha firmato con NBCUniversal un accordo che, secondo TheWrap, supera il miliardo di dollari: il cinema dal 2026, la televisione dal 2029, quando scadrà il contratto con Paramount. E c’è un dettaglio molto sheridaniano: Paramount conserva i diritti di Yellowstone, quindi l’autore se ne andrà e la terra che ha creato resterà dov’è.

Yellowstone, La serie degli stati rossi che ha conquistato tutta l’America

Yellowstone 5

Yellowstone debutta nel giugno 2018, nel pieno del primo mandato di Donald Trump, in un’America spaccata tra coste e interno, città e provincia, e trova il suo pubblico dove la televisione guarda di rado. Al debutto la serie era quarta, nella fascia 25-54 anni, nei mercati televisivi meno popolosi del paese, mentre a New York e Los Angeles non entrava nemmeno tra i primi cinquanta programmi. Negli stati con governatori repubblicani, Texas in testa, la si guardava tre volte più che in quelli democratici.

Da qui l’etichetta di serie degli stati rossi, che l’ha accompagnata per anni e che regge poco se si guarda chi sono i nemici dei Dutton: fondi immobiliari, speculatori, multinazionali che vogliono trasformare la valle in un resort con aeroporto, politici comprati, nuovi ricchi in fuga dalla California. Una critica di New York Magazine ha osservato che, dietro l’immagine conservatrice, la serie pesca a piene mani da temi di sinistra come l’anticapitalismo, la difesa del territorio e la diffidenza verso il potere economico.

La presa di Yellowstone, forse, va oltre la politica. La serie racconta un ranch grande quanto il Rhode Island che ogni giorno qualcuno prova a portare via, e larghe fasce di americani riconoscono quella sensazione di assedio: vivono in un paese che cambia senza chiedere il permesso, dove il lavoro manuale vale sempre meno e la terra, insieme a un intero stile di vita, diventa merce. Il Montana di Sheridan è reale, con i valori immobiliari esplosi durante la pandemia e i nuovi residenti arrivati dalle città, ma funziona anche come metafora dell’ultimo pezzo di frontiera da difendere.

In un’epoca in cui pochi credono nelle istituzioni, la famiglia resta l’unica comunità affidabile e il codice del ranch l’unica legge rispettata. Il marchio impresso a fuoco sul petto dei cowboy è un patto di appartenenza totale, violento e rassicurante insieme, e Yellowstone offre proprio questo: regole chiare in un mondo che le ha perse. L’hanno definita una Succession in salsa western, con due dinastie, due imperi e la stessa domanda su chi erediterà il trono. Succession però raccontava il potere come cinismo, Yellowstone lo racconta come difesa di qualcosa che si considera sacro.

Conta anche il modo in cui la si guardava. Yellowstone è stata una delle ultime serie da appuntamento della televisione lineare, seguita da un pubblico più adulto, abituato al divano della domenica sera, spesso dopo le partite di football. In piena epoca di binge watching, Sheridan ha riportato il pubblico ad aspettare insieme l’episodio della settimana.

Il debito con John Ford, e dove Sheridan va oltre

Yellowstone 5 Beth e Rip

Nel 2021 Sheridan descriveva Yellowstone al New York Times come un frullato di western classici, western moderni e soap opera, aggiungendo che proprio questa mescolanza mandava in confusione chi studia la narrazione. La definizione è onesta, ma in quel frullato un ingrediente pesa più degli altri: John Ford.

Ford è il regista che ha trasformato il paesaggio americano in un personaggio. Sheridan riprende esattamente questo sguardo, con i campi lunghi sulle montagne del Montana, i cavalli che attraversano la valle all’alba, il cielo che occupa due terzi dell’inquadratura. Nelle sue serie la protagonista è la terra, ciò per cui si vive e si muore.

1883 è forse l’omaggio più esplicito. Una carovana di pionieri che parte dal Texas verso nord, tra fiumi da guadare, malattie, agguati e lutti, ricalca la struttura de La carovana dei mormoni (1950), uno dei film più amati da Ford stesso. E come in Ford la comunità si definisce attraverso i riti (le danze, i funerali, la marchiatura del bestiame, il lavoro condiviso), che Sheridan tratta come una liturgia. Paramount ha speso quasi 215.000 dollari. Il bestiame e i ranch sono veri, spesso suoi, e l’autenticità diventa un’ideologia.

I Dutton sono eroi fondatori e usurpatori, padri coraggiosi e uomini capaci di una violenza feroce, che la serie non nasconde mai. Per Sheridan il mito del West ha perso l’innocenza: è un’eredità da difendere sapendo che è macchiata.

Quando i nativi americani smettono di essere i cattivi

Yellowstone

Nell’opera di Sheridan il rispetto per i nativi americani c’è fin dall’inizio.

Nel western classico la riserva di Broken Rock e il suo presidente, Thomas Rainwater (Gil Birmingham), sarebbero stati i cattivi che minacciano il ranch. Qui sono i legittimi pretendenti di una terra che i Dutton possiedono per diritto di conquista, e la serie dice esplicitamente che i Dutton sono a loro volta degli invasori. Il finale ribalta la tradizione del genere: il ranch viene venduto alla tribù al prezzo per acro pagato dai Dutton nell’Ottocento, e si chiude il cerchio di una profezia annunciata in 1883, secondo cui la terra sarebbe tornata a chi c’era prima.

1923 va oltre. La storia di Teonna Rainwater (Aminah Nieves), rinchiusa in un collegio cattolico per bambini nativi, porta sullo schermo uno dei capitoli più rimossi della storia americana: le scuole di assimilazione forzata, dove ai ragazzi venivano tolti nome, lingua e cultura, spesso con la violenza. L’episodio pilota è stato proiettato davanti alla Commissione del Senato degli Stati Uniti per gli Affari Indiani, e l’associazione che riunisce i sopravvissuti di quelle scuole ha ringraziato pubblicamente gli autori per aver mostrato verità che la storia ufficiale ha a lungo taciuto.

Mo Brings Plenty, attore lakota che in Yellowstone interpreta il braccio destro di Rainwater, racconta di aver quasi abbandonato il cinema perché non trovava ruoli veri, e riconosce a Sheridan il merito di aver fatto interpretare i personaggi nativi ad attori nativi, rispettandone lingue, cerimonie e spiritualità. Sheridan ripete che non si può raccontare la storia di questo paese senza includere gli indiani d’America.

Da Bonanza a Yellowstone: la famiglia diventa un esercito

Il family drama ambientato in un ranch ha una lunga genealogia nella televisione americana. Bonanza (1959-1973) raccontava i Cartwright, un padre vedovo e tre figli uniti da una morale limpida, con la famiglia come nucleo di virtù. La grande vallata (1965-1969) metteva al comando del ranch una matriarca, Barbara Stanwyck. Poi, tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta, Dallas e Dynasty spostavano l’asse dal bestiame al petrolio e al denaro: la famiglia diventava un’azienda, la terra un capitale, e il melodramma serviva a raccontare l’avidità.

Sheridan riporta questa tradizione a qualcosa di più antico: i Dutton sono una dinastia feudale. Con 1883, 1923 e Yellowstone la saga attraversa quasi un secolo e mezzo, e quello che passa di generazione in generazione è la terra, un’eredità che è insieme dono e condanna, perché ogni Dutton nasce già in guerra. John Dutton (Kevin Costner) è l’ultimo re di un regno assediato, e i suoi figli sono eredi spezzati: Jamie, adottato e mai davvero accettato; Kayce, diviso tra il ranch e la riserva della moglie Monica; Beth, la più feroce di tutti. I Soprano e Succession avevano raccontato la famiglia come organizzazione criminale o come corporation; Sheridan la racconta come un esercito.

Beth, Elsa, Cara: le donne che comandano il ranch

Yellowstone

Le figure femminili mostrano meglio di tutto la rottura con il passato. Nel western classico la donna era la civilizzatrice: la moglie del pioniere, la maestra, colei che porta la casa dentro la frontiera. Sheridan rovescia il ruolo. Beth Dutton (Kelly Reilly) è probabilmente il personaggio più iconico dell’intero universo: la mente strategica della famiglia, l’arma del padre, una donna che usa la violenza verbale e fisica come gli uomini che la circondano e che porta su di sé una ferita originaria che non smette di sanguinare. Elsa Dutton (Isabel May) è la voce narrante di 1883 e, di fatto, dell’intera saga, così che il mito fondativo dei Dutton è raccontato da una ragazza. In 1923 è Cara Dutton (Helen Mirren) a governare il ranch mentre gli uomini combattono o muoiono.

La stessa linea attraversa il resto dell’universo di Sheridan. Lioness è un racconto di guerra con al centro due donne, Zoe Saldaña e Nicole Kidman. In Landman Cami (Demi Moore) eredita la compagnia petrolifera del marito. The Madison affida a Michelle Pfeiffer un racconto di lutto, e in Dutton Ranch il ranch rivale in Texas è guidato da una donna interpretata da Annette Bening.

Queste figure però sono ambigue, e l’ambiguità le rende più interessanti di un semplice ritratto celebrativo. Le donne di Sheridan conquistano il potere giocando secondo le regole degli uomini: sono forti perché sono state ferite, temibili perché hanno imparato a esserlo. Il codice del West lo padroneggiano senza cambiarlo. È un femminile di sopravvivenza più che di liberazione, e forse proprio per questo risulta credibile in un mondo che resta, ostinatamente, un mondo di uomini.

Sheridan se ne va, i Dutton restano

Taylor Sheridan
Taylor Sheridan partecipa al photocall di “Wind River” durante la 70ª edizione del Festival di Cannes. Foto di DenisMakaren via Depositphotos.com

La forza dell’universo di Sheridan sta in una contraddizione che non prova mai a risolvere. Celebra il West e ne mostra le colpe, mette in scena uomini duri ma affida il racconto delle origini a una ragazza, e la terra che i Dutton hanno difeso per tutta la serie alla fine la restituisce a chi c’era prima. È una mitologia americana consapevole di esserlo, e per questo riesce a parlare a un paese diviso: chi cerca la nostalgia trova i cavalli e i codici d’onore, chi cerca la critica trova la violenza fondativa e i collegi di assimilazione.

Mentre la serialità tende a dimenticare in fretta, Sheridan ha riportato la televisione a una dimensione epica, quasi da romanzo ciclico, scrivendo da solo da un ranch in Texas, lontano da Hollywood. E ha dimostrato che il pubblico che le piattaforme consideravano marginale (la provincia, gli adulti, chi guarda ancora la televisione lineare) era un continente intero ancora da raccontare.

Ora il suo impero si prepara a cambiare casa. Dal 2029 Sheridan scriverà per NBCUniversal, mentre i Dutton resteranno a Paramount, e come nel finale di Yellowstone l’uomo lascerà la terra che ha reso leggenda. Resta da vedere chi, a Paramount, saprà raccontarla senza di lui.

Redazione
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