Il 3 ottobre 1993, quella che avrebbe dovuto essere una rapida operazione militare statunitense nel centro di Mogadiscio si trasformò in una battaglia durata fino alla mattina successiva. L’obiettivo era catturare alcuni importanti collaboratori di Mohamed Farrah Aidid, il signore della guerra somalo che si opponeva all’intervento delle Nazioni Unite. La missione avrebbe dovuto richiedere meno di un’ora. Quando terminò, 18 militari statunitensi erano morti, 73 erano rimasti feriti e due elicotteri Black Hawk erano stati abbattuti. Anche un soldato malese della forza ONU morì durante le operazioni di soccorso. Le stime sulle vittime somale, militari e civili, rimangono invece molto più controverse e variano considerevolmente a seconda delle fonti.
È questa la storia raccontata da Black Hawk Down – Black Hawk abbattuto, il film del 2001 diretto da Ridley Scott e tratto dal libro del giornalista Mark Bowden, nato a sua volta da una lunga ricostruzione dell’evento. Con Josh Hartnett, Ewan McGregor, Eric Bana, Tom Sizemore, William Fichtner e Sam Shepard, il film immerge lo spettatore quasi interamente nella battaglia, riducendo deliberatamente il contesto politico per seguire i soldati intrappolati nella città. Molte delle sequenze più incredibili del film derivano realmente dagli eventi del 3 e 4 ottobre 1993: dagli elicotteri abbattuti alla difesa disperata dei luoghi degli schianti, fino ai due uomini della Delta Force che decisero di raggiungere volontariamente uno dei Black Hawk precipitati. Ma per capire cosa accadde davvero bisogna tornare indietro, alla crisi che aveva portato gli Stati Uniti in Somalia.
Perché gli Stati Uniti erano in Somalia e come Mohamed Farrah Aidid diventò l’obiettivo della Task Force Ranger
La Somalia era precipitata nella guerra civile dopo la caduta del regime di Siad Barre nel 1991. Il collasso dello Stato, i combattimenti tra fazioni e una devastante carestia provocarono una crisi umanitaria enorme. Le Nazioni Unite avviarono una missione per distribuire gli aiuti e alla fine del 1992 gli Stati Uniti lanciarono Operation Restore Hope, inizialmente concentrata sulla creazione delle condizioni di sicurezza necessarie alla distribuzione di cibo e assistenza. Nel 1993 il passaggio alla missione UNOSOM II ampliò però gli obiettivi internazionali, includendo il tentativo di disarmare le fazioni e ricostruire le istituzioni somale.
Il rapporto con Aidid precipitò soprattutto dopo il 5 giugno 1993, quando durante uno scontro furono uccisi 24 peacekeeper pachistani. L’ONU attribuì la responsabilità alle forze legate ad Aidid e ne ordinò l’arresto. Gli Stati Uniti crearono successivamente la Task Force Ranger, composta principalmente da uomini del 75th Ranger Regiment, operatori Delta Force e personale del 160th Special Operations Aviation Regiment. La missione era catturare Aidid e i principali membri della sua organizzazione. È questo contesto che Black Hawk Down sintetizza drasticamente: Ridley Scott non costruisce un film sulla guerra civile somala, ma sull’esperienza di uomini che entrano in una battaglia della quale, una volta iniziata, riescono a vedere soltanto ciò che hanno davanti.
La missione del 3 ottobre 1993 doveva durare meno di un’ora, ma l’abbattimento dei Black Hawk cambiò completamente il piano
Nel pomeriggio del 3 ottobre, l’intelligence americana individuò una riunione di importanti esponenti dell’organizzazione di Aidid in un edificio vicino all’Olympic Hotel. Il piano prevedeva che gli operatori Delta raggiungessero l’obiettivo dagli elicotteri mentre i Ranger avrebbero creato un perimetro di sicurezza. Un convoglio terrestre avrebbe poi recuperato prigionieri e soldati e riportato tutti alla base. L’operazione iniziò poco dopo le 15:30 e inizialmente funzionò: gli uomini ricercati vennero catturati.
La situazione cambiò quando le milizie somale riuscirono a colpire gli elicotteri americani utilizzando RPG, armi relativamente semplici ma devastanti contro velivoli costretti a operare a bassa quota sopra una città densamente costruita. Il Black Hawk Super Six One, pilotato da Cliff Wolcott e Donovan Briley, precipitò nel centro di Mogadiscio. Da quel momento l’obiettivo della missione cambiò completamente: non si trattava più di catturare gli uomini di Aidid e tornare alla base, ma di raggiungere il luogo dello schianto, recuperare equipaggio e feriti e impedire che i soldati isolati venissero sopraffatti.
Poco dopo arrivò il secondo colpo. Anche Super Six Four, pilotato da Michael Durant, venne abbattuto. Due luoghi di schianto separati all’interno di una città ormai mobilitata contro gli americani costrinsero la Task Force Ranger a dividere ulteriormente le proprie forze. Quello che era stato progettato come un raid diurno rapidissimo diventò così una battaglia urbana combattuta durante tutta la notte.
Gary Gordon e Randy Shughart difesero davvero da soli il Black Hawk di Michael Durant, proprio come mostra il film
Una delle sequenze più impressionanti di Black Hawk Down è anche una delle più strettamente legate agli eventi reali. I sergenti della Delta Force Gary Gordon e Randy Shughart si trovavano a bordo di un elicottero che sorvolava il luogo dello schianto di Super Six Four. Sapendo che le forze di terra non sarebbero riuscite a raggiungerlo rapidamente e che una folla armata stava convergendo sull’elicottero, chiesero ripetutamente il permesso di essere lasciati a terra per proteggere l’equipaggio.
La richiesta venne infine autorizzata. Gordon e Shughart raggiunsero il relitto, estrassero Michael Durant, gravemente ferito, e organizzarono la difesa del sito. Combatterono contro forze numericamente enormemente superiori fino a quando entrambi vennero uccisi. Durant sopravvisse e venne catturato dagli uomini di Aidid, rimanendo prigioniero per 11 giorni prima di essere liberato.
Per le loro azioni Gordon e Shughart ricevettero postumi la Medal of Honor, la più alta decorazione militare statunitense. Furono i primi militari americani a riceverla per azioni di combattimento dopo la guerra del Vietnam. La sequenza cinematografica funziona proprio perché Ridley Scott non ha bisogno di inventarne il principio drammatico: due uomini scelsero realmente di scendere sapendo che sarebbe stato estremamente difficile sopravvivere, pur di tentare di proteggere un altro soldato.
Il “Mogadishu Mile” accadde
davvero, ma Black Hawk Down semplifica molto il ruolo delle forze
ONU nel salvataggio degli americani
La battaglia proseguì per tutta la notte mentre centinaia di soldati americani rimanevano bloccati nei pressi del primo luogo dello schianto. Per organizzare il recupero fu necessario ricorrere anche alle forze malesi e pakistane dell’ONU, dotate dei mezzi corazzati che mancavano alla Task Force Ranger. È uno degli aspetti che il film comprime maggiormente e che negli anni ha provocato critiche soprattutto in Malaysia: guardando Black Hawk Down si può facilmente avere l’impressione che il salvataggio sia stato quasi esclusivamente americano, mentre il convoglio che raggiunse gli uomini intrappolati comprendeva una componente internazionale essenziale.
Durante l’operazione morì il soldato malese Mat Aznan Awang, mentre altri militari malesi rimasero feriti. Le forze pakistane contribuirono anch’esse all’evacuazione e allo stabilimento del punto di raccolta allo stadio. Anche il famoso “Mogadishu Mile”, la corsa finale di alcuni Ranger verso la zona controllata dalle Nazioni Unite, ha una base reale, ma la sua rappresentazione cinematografica rende inevitabilmente più lineare un’evacuazione molto più complessa.
Questa differenza dice molto del metodo scelto dal film. Scott privilegia quasi sempre la prospettiva dei militari statunitensi e l’esperienza immediata del combattimento. È estremamente efficace dal punto di vista cinematografico, perché lo spettatore condivide il loro disorientamento, ma restringe anche la comprensione dell’evento. La battaglia di Mogadiscio non fu soltanto la storia di soldati americani isolati in territorio nemico: fu un’operazione inserita in una missione multinazionale e il loro recupero dipese anche da uomini che il film lascia quasi completamente ai margini.
Black Hawk Down racconta con grande precisione la battaglia, ma lascia quasi fuori dal film il punto di vista dei somali
È probabilmente la differenza più importante tra Black Hawk Down e la storia che racconta. Il film è straordinariamente interessato a come si combatté il 3 ottobre 1993 e molto meno a perché migliaia di somali finirono coinvolti negli scontri. I combattenti locali vengono spesso percepiti attraverso gli occhi dei soldati americani: figure che compaiono dalle strade, dai tetti e dagli edifici e trasformano progressivamente Mogadiscio in un labirinto ostile.
Nella realtà la situazione era inevitabilmente più complessa. Tra coloro che affrontarono gli americani c’erano miliziani organizzati, sostenitori di Aidid e civili coinvolti in una battaglia combattuta nel cuore di una città popolata. Anche il numero delle vittime somale rimane difficile da stabilire con precisione: le stime prodotte negli anni differiscono sensibilmente e includono sia combattenti sia civili. È proprio questa incertezza a rendere scorretto trasformare una singola cifra in un dato definitivo.
La scelta di Scott è coerente con la natura del film: Black Hawk Down non pretende realmente di spiegare la Somalia, ma di ricostruire la percezione di uomini improvvisamente intrappolati in un combattimento caotico. Proprio per questo, però, conoscere il contesto storico cambia inevitabilmente la visione del film. Quella che sullo schermo appare soprattutto come una disperata operazione di sopravvivenza fu anche il risultato di una missione internazionale i cui obiettivi politici e militari erano diventati progressivamente più difficili da distinguere.
La vera eredità della battaglia di Mogadiscio andò molto oltre i due Black Hawk abbattuti
Quando la battaglia terminò la mattina del 4 ottobre 1993, 18 militari statunitensi erano morti e decine erano rimasti feriti. Le immagini del corpo di un soldato americano trascinato per le strade di Mogadiscio ebbero un enorme impatto sull’opinione pubblica statunitense. Pochi giorni dopo, l’amministrazione di Bill Clinton annunciò un rafforzamento temporaneo delle forze accompagnato però dalla decisione di ritirare le truppe americane dalla Somalia entro il marzo 1994.
È questa dimensione che il finale di Black Hawk Down lascia volutamente sullo sfondo. Il film concentra il proprio significato sugli uomini e sul principio secondo cui, quando la strategia generale perde importanza nel caos del combattimento, i soldati continuano a combattere soprattutto per riportare a casa chi si trova accanto a loro. È una prospettiva emotivamente potentissima, ma non coincide con l’intera storia della battaglia.
La realtà dietro Black Hawk Down – Black Hawk abbattuto è quindi contemporaneamente molto simile e molto più grande di quella mostrata da Ridley Scott. I Black Hawk furono davvero abbattuti. Michael Durant fu realmente catturato. Gordon e Shughart scelsero davvero di raggiungerlo e morirono difendendolo. I Ranger rimasero intrappolati nella città per tutta la notte. Ma intorno a quegli eventi esistevano una guerra civile, una crisi umanitaria, una missione delle Nazioni Unite, forze malesi e pakistane e soprattutto una popolazione somala che il punto di vista del film permette di vedere soltanto in parte.
Ed è forse proprio questa distanza a rendere ancora oggi interessante tornare a Black Hawk Down. Come film di guerra racconta in maniera visceralmente efficace cosa significhi trovarsi dentro una battaglia. La storia vera di Mogadiscio serve invece a comprendere tutto ciò che, mentre quella battaglia infuriava, si trovava fuori dall’inquadratura.





