The Bourne Identity ha cambiato per sempre i film di spionaggio, e James Bond ne è la prova

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Quando The Bourne Identity arrivò nei cinema nel 2002, James Bond era ancora quello di Pierce Brosnan. Nello stesso anno La morte può attendere portava 007 dentro uno dei capitoli più spettacolari e apertamente fantastici della saga, tra automobili invisibili, gadget estremi e sequenze d’azione sempre più lontane dalla realtà. Il film di Doug Liman, tratto dal romanzo di Robert Ludlum e interpretato da Matt Damon, sembrava muoversi nella direzione opposta: Jason Bourne non aveva automobili modificate da Q, non entrava nei casinò in smoking e soprattutto non sembrava divertirsi a essere una spia. Era un uomo senza memoria che scopriva con orrore di essere stato trasformato in un’arma. Quattro anni dopo, Daniel Craig avrebbe esordito come James Bond in Casino Royale, interpretando un agente più brutale, vulnerabile e fisicamente esposto di quello visto negli anni precedenti.

Sarebbe troppo semplice sostenere che Casino Royale esista soltanto grazie a Bourne. I produttori Barbara Broccoli e Michael G. Wilson hanno sempre ridimensionato l’idea di aver semplicemente seguito il modello della saga con Matt Damon, spiegando di essere tornati soprattutto al romanzo di Ian Fleming e alla concretezza di film come A 007, dalla Russia con amore. Il regista Martin Campbell, tuttavia, riconobbe esplicitamente che i film di Bourne facevano parte del nuovo scenario con cui Bond doveva confrontarsi, apprezzandone soprattutto il realismo. Doug Liman è stato ancora più netto: anni dopo ha ricordato di aver realizzato The Bourne Identity perché avrebbe voluto dirigere un film di James Bond, salvo poi vedere Casino Royale adottare proprio parte di quella nuova sensibilità. L’influenza non consiste quindi nell’aver trasformato Bond in Bourne, ma nell’aver dimostrato che una grande spy story poteva rinunciare a buona parte della glamourizzazione dello spionaggio senza perdere spettacolarità.

Prima di The Bourne Identity la grande spia cinematografica controllava il mondo, Jason Bourne invece non riesce nemmeno a controllare se stesso

La vera rivoluzione di The Bourne Identity non riguarda innanzitutto il modo in cui vengono girati gli inseguimenti o i combattimenti. Parte dal protagonista. Quando incontriamo Jason Bourne non sappiamo chi sia perché nemmeno lui lo sa. Viene recuperato nel Mediterraneo con dei proiettili nella schiena e scopre progressivamente di possedere capacità che non riesce a spiegarsi: parla diverse lingue, osserva istintivamente le uscite di sicurezza, riconosce minacce prima degli altri e può neutralizzare degli avversari quasi automaticamente. Nei tradizionali film di spionaggio queste capacità servono a rendere l’agente eccezionale. In Bourne diventano invece inquietanti, perché ogni nuova abilità rappresenta un indizio di ciò che qualcuno gli ha fatto.

È una differenza enorme rispetto al modello incarnato storicamente da Bond. Paul Greengrass, che avrebbe diretto The Bourne Supremacy e The Bourne Ultimatum, ha descritto la distanza tra i due personaggi in termini molto semplici: Bond è un insider, mentre Bourne è un outsider. 007 appartiene al sistema, riceve una missione e utilizza le risorse dello Stato per portarla a termine. Bourne scopre invece che è proprio il sistema al quale apparteneva a volerlo eliminare. Il suo obiettivo non è completare una missione ma sottrarsi alla macchina che lo ha creato. Anche quando combatte, quindi, la sua straordinaria competenza non rappresenta soltanto una fantasia di potere: è il residuo dell’identità che sta cercando di abbandonare.

Jason Bourne ha tolto glamour allo spionaggio e ha trasformato la vulnerabilità in una qualità dell’eroe d’azione

Matt Damon in The Bourne Identity

Anche visivamente The Bourne Identity comincia a demolire l’immaginario della superspia. Liman gira molto in location reali, lascia che Bourne utilizzi oggetti ordinari e costruisce un mondo nel quale sopravvivere dipende più dalla capacità di adattarsi che dalla tecnologia. La celebre Mini Cooper utilizzata durante l’inseguimento a Parigi è quasi il contrario dell’automobile di Bond: non è una macchina straordinaria piena di armi nascoste, ma un mezzo comune che diventa eccezionale perché Bourne sa utilizzarlo meglio di chiunque altro. Lo stesso principio attraversa i combattimenti. Jason può essere letale con quello che trova intorno a sé perché la vera arma è lui.

La saga avrebbe radicalizzato questa estetica soprattutto con l’arrivo di Greengrass in The Bourne Supremacy, attraverso macchina a mano, montaggio più aggressivo e un’immediatezza quasi documentaristica. Sarebbe quindi impreciso attribuire al solo The Bourne Identity tutto ciò che oggi chiamiamo “stile Bourne”. Ma il primo film costruisce le fondamenta concettuali di quella trasformazione: meno gadget, meno spettacolo della ricchezza, maggiore fisicità e soprattutto conseguenze. Bourne sanguina, sbaglia, ha paura e porta addosso ciò che gli accade. Il film d’azione non deve più convincerci che il protagonista sia invulnerabile; può renderlo affascinante proprio mostrando quanto gli costi sopravvivere.

Casino Royale non copia The Bourne Identity, ma il James Bond di Daniel Craig nasce in un mondo che Bourne aveva già cambiato

The Bourne Identity film

Quando Casino Royale arriva nel 2006, la trasformazione è evidente già nella sua apertura. Daniel Craig interpreta un Bond all’inizio della propria carriera da 00, fisicamente potente ma ancora incompleto, capace di commettere errori e di reagire emotivamente alle conseguenze delle proprie azioni. Il film riduce drasticamente i gadget, elimina Q e Miss Moneypenny e restituisce peso fisico alla violenza. La spettacolare sequenza di parkour iniziale conserva tutta l’ambizione tipica di Bond, ma il corpo di Craig viene continuamente sbattuto contro muri, pavimenti e ostacoli. Questo 007 non attraversa semplicemente l’azione: la subisce.

Martin Campbell riconobbe all’epoca la modernità dei film di Bourne e il realismo dello stile di Greengrass, pur sottolineando che il nuovo Bond nasceva anche dal ritorno alle origini letterarie di Fleming. È una distinzione importante. Bourne non inventò la possibilità di un James Bond oscuro, violento o vulnerabile: elementi simili erano già presenti nei romanzi e, in forme differenti, nelle interpretazioni di Timothy Dalton e persino in alcuni capitoli precedenti della saga. Ciò che la serie con Matt Damon fece fu dimostrare che quel tipo di agente segreto poteva diventare il centro di un blockbuster contemporaneo.

Doug Liman ha raccontato più volte il paradosso con una certa ironia. Avrebbe voluto realizzare un film di James Bond, ma da giovane regista americano riteneva impossibile ottenere quell’incarico. Scelse quindi The Bourne Identity come propria occasione per realizzare un grande film di spionaggio. Quando vide successivamente Casino Royale, ebbe la sensazione surreale che fosse stato Bond ad avvicinarsi al film che lui aveva realizzato. Non significa che Casino Royale sia una copia di Bourne; significa che nel giro di quattro anni era cambiato ciò che il pubblico poteva aspettarsi da una superspia cinematografica.

Bourne e Bond rappresentano due idee opposte della spia, ed è proprio questa differenza ad aver reso entrambi migliori

Franka Potente e Matt Damon in The Bourne Identity

La cosa più interessante è infatti che Jason Bourne non abbia sostituito James Bond. Lo ha costretto, indirettamente, a riaffermare ciò che rendeva 007 diverso. Matt Damon e Paul Greengrass hanno spesso insistito sulla distanza tra i due personaggi: Bourne diffida dell’autorità, prova rimorso per le persone che ha ucciso e desidera soprattutto smettere di essere un agente. Bond continua invece a scegliere il proprio ruolo, anche quando la versione interpretata da Craig comincia a interrogarsi sul prezzo che comporta.

È proprio questa opposizione a spiegare perché The Bourne Identity abbia avuto un impatto tanto importante. Il film del 2002 dimostrò che una spy story non aveva bisogno di trasformare il mestiere dell’agente segreto in una fantasia aspirazionale. Poteva raccontarlo come una perdita di identità. Poteva mostrare le istituzioni come una minaccia anziché come un rifugio. Poteva costruire l’azione intorno alla paranoia e alla sopravvivenza invece che intorno alla conquista. E soprattutto poteva avere come protagonista un uomo che possiede tutte le caratteristiche della superspia e vorrebbe disperatamente liberarsene.

James Bond sarebbe sopravvissuto benissimo anche senza Jason Bourne. Ma dopo il 2002 non poteva più comportarsi come se Jason Bourne non fosse mai esistito. Casino Royale trovò una risposta intelligentissima: invece di trasformare 007 in Bourne, recuperò dal personaggio di Fleming proprio gli elementi che gli permettevano di funzionare in quel nuovo panorama — brutalità, vulnerabilità, desiderio, fallimento e conseguenze emotive. Il risultato fu un Bond nuovamente contemporaneo senza smettere di essere Bond.

Ed è probabilmente questa la misura più interessante dell’eredità di The Bourne Identity. I film davvero influenti non sono necessariamente

Redazione
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