Defiance – I giorni del coraggio: la vera storia dei fratelli Bielski e cosa accadde davvero

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Defiance – I giorni del coraggio non racconta semplicemente una storia di sopravvivenza durante la Shoah. Il film del 2008 diretto da Edward Zwick, con Daniel Craig, Liev Schreiber e Jamie Bell, nasce dalla vicenda realmente accaduta dei fratelli Bielski e da una forma di resistenza ebraica che per decenni è rimasta molto meno presente nell’immaginario collettivo rispetto alla storia dei ghetti, delle deportazioni e dei campi di sterminio. La sua particolarità sta proprio qui: al centro non ci sono persone salvate dall’intervento di qualcuno proveniente dall’esterno, ma ebrei che organizzano autonomamente la propria sopravvivenza, arrivando a costruire una comunità clandestina nelle foreste dell’Europa orientale.

Il riferimento principale utilizzato da Zwick fu Defiance: The Bielski Partisans, il libro pubblicato nel 1993 dalla sociologa e storica Nechama Tec, sopravvissuta alla Shoah. Dietro la struttura inevitabilmente drammatizzata del film esiste quindi una storia documentata e per molti aspetti ancora più sorprendente: alla fine della guerra circa 1.200 persone erano sopravvissute grazie alla comunità organizzata dai Bielski. Capire cosa accadde realmente permette anche di cogliere meglio il significato del film, perché la vera sfida raccontata da Defiance non è semplicemente combattere i nazisti. È decidere che cosa significhi resistere quando l’obiettivo del nemico è cancellare un intero popolo.

La vera storia di Defiance iniziò quando i fratelli Bielski fuggirono nelle foreste per sopravvivere ai nazisti

Defiance - I giorni del coraggio storia vera

La storia di Tuvia, Zus e Asael Bielski si svolge in un territorio la cui stessa appartenenza politica racconta la violenza dell’epoca. I fratelli erano cresciuti nei pressi di Stankiewicze, nell’area dell’attuale Bielorussia, allora parte della Polonia orientale. Dopo il patto di non aggressione tra Hitler e Stalin del 1939, quella regione passò sotto il controllo sovietico; quando nel 1941 la Germania invase l’Unione Sovietica, la popolazione ebraica locale venne progressivamente confinata nei ghetti e sottoposta alle operazioni di sterminio naziste. Nel dicembre dello stesso anno, a Novogrudok, migliaia di ebrei furono assassinati. Tra le vittime ci furono anche i genitori dei Bielski, la prima moglie di Tuvia e la moglie e la figlia di Zus.

È da questa frattura che nasce la storia raccontata in Defiance. I fratelli si rifugiarono nelle foreste che conoscevano fin dall’infanzia e iniziarono progressivamente ad accogliere altri fuggitivi. La loro provenienza contadina, sottolineata anche dalle ricerche di Nechama Tec, diventò un vantaggio decisivo: sapevano muoversi nel territorio, procurarsi acqua e cibo, cavalcare e utilizzare un ambiente che per molti degli ebrei provenienti dalle città rappresentava invece uno spazio completamente estraneo. Quello che inizialmente era un gruppo di sopravvissuti cominciò così a trasformarsi in qualcosa di molto più organizzato.

I partigiani Bielski arrivarono a mandare uomini nei ghetti per organizzare vie di fuga e condurre altri ebrei nella foresta. Uno dei sopravvissuti citati nelle testimonianze raccolte negli anni successivi, Jack Kagan, aveva soltanto 14 anni quando riuscì a fuggire dal ghetto di Novogrudok attraverso un tunnel. Il suo ricordo dell’arrivo tra i partigiani restituisce bene il cambiamento di prospettiva: dopo la fame, le guardie tedesche e la persecuzione, incontrare ebrei armati a cavallo significava vedere improvvisamente la possibilità concreta non soltanto di fuggire, ma di reagire.

La dimensione del gruppo continuò ad aumentare fino a produrre qualcosa che andava ben oltre un accampamento militare. Nel bosco nacque una vera comunità, talvolta ricordata come una sorta di “Gerusalemme nella foresta”, dotata di panetteria, laboratori per sarti e calzolai, lavorazione dei metalli e altri servizi necessari alla sopravvivenza collettiva. I prodotti realizzati servivano anche ai partigiani sovietici della zona. Quando l’avanzata dell’Armata Rossa costrinse i tedeschi alla ritirata nel 1944, dalla foresta emerse una comunità di circa 1.200 sopravvissuti.

Il significato di Defiance è nella scelta di Tuvia: salvare una vita conta più che uccidere un nemico

È proprio questo elemento a distinguere la vicenda dei Bielski da una più convenzionale storia di guerriglia. Il gruppo partecipò ad azioni militari, combatté, sabotò infrastrutture e collaborò con altre formazioni partigiane. Ma secondo la ricostruzione di Nechama Tec, Tuvia Bielski considerava il salvataggio degli ebrei prioritario rispetto all’eliminazione dei tedeschi. È una distinzione fondamentale perché modifica il significato stesso della resistenza rappresentata nel film: la vittoria non può essere misurata esclusivamente attraverso il numero dei nemici uccisi, ma attraverso quello delle persone che riescono a rimanere vive.

Da questo punto di vista, Defiance compie una scelta narrativa molto precisa. Il bosco non è soltanto il luogo nel quale nascondersi dal nazismo: diventa uno spazio nel quale ricostruire, in condizioni quasi impossibili, ciò che la persecuzione sta cercando di distruggere. Mangiare, lavorare, formare relazioni, pregare e organizzare una comunità acquistano un valore politico. Se il progetto nazista prevede l’annientamento, continuare a esistere diventa di per sé una forma di insubordinazione.

È anche ciò che rende significativo il conflitto tra Tuvia e Zus rappresentato dal film. Zwick utilizza i fratelli per incarnare due concezioni differenti della resistenza: da una parte la necessità di proteggere una comunità sempre più grande, dall’altra il desiderio di rispondere alla violenza attraverso la forza. Il cinema accentua inevitabilmente questo contrasto per costruire la propria drammaturgia, ma alla base rimane una questione storica autentica. I Bielski erano partigiani armati e contemporaneamente responsabili di donne, bambini, anziani e persone che non sarebbero state utili a una normale formazione militare.

La grande intuizione del racconto sta allora nel rifiutare l’idea che soltanto chi può combattere abbia diritto a essere salvato. Una comunità partigiana tradizionale avrebbe avuto interesse soprattutto a reclutare persone fisicamente capaci di partecipare alla guerra. L’esperienza dei Bielski assume invece una natura differente proprio perché il suo obiettivo principale diventa preservare una popolazione. La sopravvivenza non è una conseguenza della battaglia: diventa la battaglia stessa.

Edward Zwick realizzò Defiance per mostrare una forma di resistenza ebraica raramente raccontata dal cinema

Jamie Bell e Daniel Craig in Defiance - I giorni del coraggio

Quando Edward Zwick conobbe il libro di Nechama Tec, inizialmente non era convinto di voler realizzare un altro film sulla Shoah. Il cinema aveva già prodotto un vastissimo repertorio di immagini sulla persecuzione degli ebrei europei, dai documenti girati durante la liberazione dei campi fino a opere come Schindler’s List. Ciò che convinse il regista fu precisamente la possibilità di raccontare qualcosa che mettesse in discussione quella che lui stesso definì l’“iconografia persistente” dell’Olocausto: la rappresentazione degli ebrei principalmente attraverso la condizione di vittime.

Questo non significa sostituire quell’immagine con il mito opposto dell’eroe armato. Sarebbe una semplificazione altrettanto problematica. La storia dei Bielski è significativa proprio perché costringe a tenere insieme entrambe le dimensioni. Sono persone perseguitate che diventano combattenti, ma rimangono allo stesso tempo uomini costretti a prendere decisioni estreme all’interno di una realtà nella quale le normali categorie morali sono continuamente sottoposte a pressione.

La storia reale presenta infatti aspetti molto più duri di quelli suggeriti dall’idea romantica della resistenza. Per procurarsi il cibo, i partigiani requisivano risorse nelle fattorie circostanti. Tuvia ordinò uccisioni contro persone accusate di aver denunciato ebrei ai nazisti e anche membri della stessa comunità furono giustiziati per insubordinazione. Le relazioni con la popolazione locale e con i partigiani sovietici furono complesse. Per anni, inoltre, in Polonia sono state discusse accuse relative al massacro di Naliboki del maggio 1943, nel quale furono uccisi 128 polacchi; secondo la fonte fornita, le accuse contro gli uomini di Bielski si basavano su testimonianze orali non accompagnate da documentazione e furono contestate da altri studiosi e giornalisti.

Anche il rapporto con i sovietici richiede quindi una lettura meno lineare di quella offerta necessariamente da un film. Alcune interpretazioni polacche hanno descritto i Bielski come comunisti inseriti nella strategia sovietica per il controllo futuro della regione. Tec contestava questa definizione, sostenendo che il gruppo non avesse una vera identità politica unitaria e che al suo interno convivessero orientamenti differenti. La collaborazione con i sovietici fu comunque una componente della loro esperienza e dimostra quanto la resistenza nell’Europa orientale fosse immersa in un sistema di alleanze, occupazioni e interessi politici estremamente complesso.

La storia vera dei Bielski rende il finale di Defiance ancora più importante

Defiance - I giorni del coraggio spiegazione del finale del film

La forza della vicenda emerge soprattutto quando si cambia il parametro con cui normalmente viene valutata una storia di guerra. I Bielski non sconfissero militarmente la Germania nazista e non modificarono l’esito della Seconda guerra mondiale. Salvarono però circa 1.200 persone da un sistema costruito per assassinarle. Secondo i dati riportati da Nechama Tec, soltanto 49 membri della comunità morirono a causa dell’azione nemica: un tasso di sopravvivenza eccezionale considerando le condizioni nelle quali operarono.

Dopo la guerra, i fratelli non costruirono attorno a quell’esperienza una carriera pubblica da eroi. Tuvia e Zus passarono dalla Palestina agli Stati Uniti e si stabilirono a New York, dove lavorarono nel settore dei taxi. Zus morì nel 1995. Le testimonianze dei familiari raccontano soprattutto la persistenza dei legami nati nella foresta: molti dei sopravvissuti continuarono a frequentarsi, partecipando ai matrimoni e alle celebrazioni delle rispettive famiglie. La comunità creata per necessità durante la guerra era sopravvissuta alla guerra stessa.

È forse questa la chiave più efficace per comprendere Defiance – I giorni del coraggio. Edward Zwick utilizza il linguaggio del cinema bellico, l’azione e il conflitto tra fratelli, ma il risultato più importante ottenuto dai Bielski non può essere rappresentato da una battaglia. È rappresentato dalle persone che escono dal bosco. Il loro atto di sfida consiste nell’essere ancora lì.

Ed è anche la ragione per cui questa storia emerse pienamente soltanto molti decenni dopo. Come osservava Nechama Tec, gli studi sulla Shoah dovettero inizialmente concentrarsi sull’enormità dell’annientamento, sui responsabili e sui meccanismi della distruzione. Solo successivamente divenne possibile dedicare maggiore attenzione alle eccezioni: agli episodi di solidarietà, fuga e resistenza. Defiance appartiene a questa seconda memoria. Non modifica la dimensione della tragedia, ma aggiunge qualcosa alla nostra comprensione di chi la attraversò: essere vittime della persecuzione non significò necessariamente essere passivi davanti ad essa.

Fonte: IMDb, Britannica, NPR.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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