Tra i film che hanno contribuito a definire la Multiverse Saga del Marvel Cinematic Universe, Doctor Strange nel Multiverso della Follia occupa una posizione particolare. Il film di Sam Raimi non si limita infatti a mostrare universi alternativi, varianti di personaggi e realtà differenti, ma prova anche a stabilire alcune regole sul funzionamento del Multiverso. Una di queste riguarda i sogni: ciò che vediamo mentre dormiamo sarebbe una sorta di finestra sulle nostre varianti presenti in altri universi. Un’idea affascinante sul piano narrativo, perché permette a Wanda di entrare in contatto con versioni alternative dei suoi figli, ma molto più problematica quando viene osservata nel quadro complessivo del MCU.
Il problema emerge soprattutto guardando alla direzione verso cui si sta muovendo la saga. Loki ha affrontato il tema delle linee temporali e della loro sopravvivenza, Spider-Man: No Way Home ha introdotto conseguenze legate all’interazione tra universi e il concetto di incursione è diventato sempre più importante in vista di Avengers: Doomsday e Avengers: Secret Wars. Proprio per questo, una regola apparentemente secondaria introdotta da Multiverse of Madness torna a essere interessante: se ogni sogno permette davvero di osservare un’altra realtà, il confine tra esperienza mentale, memoria e Multiverso diventa estremamente difficile da definire.
In Doctor Strange nel Multiverso della Follia i sogni diventano finestre sulle varianti del Multiverso

La conseguenza narrativa è enorme. Wanda può vedere altre versioni della propria vita e individuare le realtà nelle quali Billy e Tommy esistono ancora. Il sogno diventa così una forma di connessione spontanea tra universi, precedente persino all’utilizzo consapevole della magia. Il problema è che Multiverse of Madness non tratta questa idea come una semplice eccezione legata ai poteri di Wanda: la presenta come una caratteristica più generale del Multiverso. Questo rende il concetto molto più difficile da circoscrivere. Se il sogno è davvero una finestra su un’altra realtà, allora ogni personaggio del MCU potrebbe teoricamente essere in contatto con una variante senza rendersene conto.
La situazione diventa ancora più interessante perché il film distingue implicitamente tra il semplice vedere un’altra realtà e il dreamwalking, cioè la capacità di utilizzare una versione alternativa di sé come punto di accesso. Il Darkhold permette a Wanda di portare questo principio a un livello estremamente più invasivo, trasformando una connessione tra universi in uno strumento attraverso il quale agire fisicamente in un’altra realtà. La premessa funziona perfettamente per la storia della Scarlet Witch, ma crea una regola sul Multiverso che il MCU dovrebbe prima o poi chiarire.
La teoria dei sogni come finestre sul Multiverso mette in crisi il confine tra sogno, memoria e realtà
Il punto più problematico dell’idea non riguarda il dreamwalking in sé, ma la definizione del sogno come collegamento con un’altra realtà. Se ogni sogno fosse effettivamente la percezione di ciò che sta vivendo una variante del sognatore, il concetto di sogno perderebbe la funzione che normalmente gli attribuiamo all’interno della narrazione. Un incubo legato a un’esperienza traumatica, per esempio, potrebbe essere interpretato come il ricordo di qualcosa accaduto in un’altra linea di realtà. Una visione potrebbe essere una percezione autentica di un universo parallelo. Un sogno apparentemente casuale potrebbe contenere informazioni provenienti da una variante che il personaggio non ha mai incontrato.
È proprio qui che la regola introdotta dal film rischia di entrare in conflitto con altri elementi del MCU. Bucky Barnes, per esempio, viene mostrato mentre affronta incubi legati alle proprie esperienze passate e alla programmazione subita come Winter Soldier. Se la definizione di Multiverse of Madness fosse applicata in maniera assoluta, sarebbe necessario chiedersi se anche quelle immagini siano finestre su una realtà alternativa oppure se siano semplicemente manifestazioni del trauma e della memoria. Il problema non è tanto che esista una risposta necessariamente impossibile, quanto il fatto che il film non fornisca una distinzione sufficientemente precisa.
Da un punto di vista narrativo, questa ambiguità può essere anche produttiva. Il Multiverso Marvel ha sempre funzionato meglio quando ha mantenuto una certa elasticità, perché permette agli autori di esplorare realtà differenti senza dover trasformare ogni storia in un trattato sulle sue regole. Ma quando una nuova regola diventa potenzialmente universale, la sua applicazione selettiva può generare contraddizioni. Il sogno come finestra su un altro universo è dunque affascinante proprio perché amplia enormemente le possibilità del MCU, ma allo stesso tempo rischia di rendere troppo sottile la distinzione tra ciò che appartiene alla mente di un personaggio e ciò che appartiene realmente al Multiverso.
Doctor Strange nel Multiverso della Follia occupa un punto decisivo nella costruzione della Multiverse Saga Marvel

Questa pluralità di approcci spiega in parte perché la Multiverse Saga possa apparire più difficile da seguire rispetto alla precedente Infinity Saga. Non esiste infatti un unico meccanismo attraverso cui il pubblico entra in contatto con il Multiverso. Ci sono linee temporali, varianti, universi alternativi, incursioni, portali e forme di interazione magica. Ciascuno di questi elementi può funzionare all’interno della propria storia, ma diventa progressivamente più importante capire come si relazionino tra loro quando la saga procede verso un evento corale.
È proprio in questo contesto che Avengers: Doomsday e Avengers: Secret Wars potrebbero rendere nuovamente centrale una questione che Multiverse of Madness aveva lasciato relativamente circoscritta. Se le incursioni e la collisione tra realtà saranno determinanti per il futuro del MCU, le regole stabilite dai precedenti capitoli acquisteranno necessariamente maggiore peso. La domanda, quindi, non è soltanto se il concetto dei sogni verrà ripreso, ma se Marvel abbia bisogno di definirne meglio i limiti.
Avengers: Doomsday potrebbe costringere il MCU a chiarire cosa significano davvero i sogni tra universi

Ignorare completamente la regola permetterebbe agli autori di concentrarsi sugli elementi più importanti per Doomsday e Secret Wars, ma lascerebbe irrisolta una delle idee più particolari introdotte dal film di Raimi. Una reinterpretazione potrebbe invece stabilire che non tutti i sogni sono collegamenti reali e che soltanto determinate persone, in determinate condizioni, possono percepire le proprie varianti. Sarebbe una soluzione capace di mantenere l’idea senza trasformare ogni esperienza onirica del MCU in una potenziale finestra sul Multiverso.
C’è infine una possibilità più
interessante sul piano narrativo: che il concetto venga recuperato
proprio quando le barriere tra universi diventeranno più fragili.
In quel caso, ciò che sembrava una semplice peculiarità di Wanda
potrebbe assumere un nuovo significato. Per ora, però, Doctor
Strange nel Multiverso della Follia lascia una regola tanto
suggestiva quanto difficile da applicare universalmente. Ed è
proprio questo il suo paradosso: il film voleva rendere il
Multiverso più vasto, ma una delle sue idee più ambiziose ha finito
per rendere ancora più complessa la domanda fondamentale su
dove finisca la nostra realtà e dove cominci quella di una
variante.

