Doppia colpa è tratto da una storia vera? È una domanda quasi inevitabile dopo aver visto il thriller del 2018 diretto da Simon Kaijser, titolo originale Spinning Man, con Guy Pearce, Pierce Brosnan e Minnie Driver. La vicenda del professore di filosofia Evan Birch, sospettato dopo la scomparsa di una giovane ragazza e progressivamente incapace di separare i propri ricordi dalle ricostruzioni che offre agli altri e a sé stesso, possiede infatti la concretezza inquietante di un caso di cronaca. Ma la risposta richiede una distinzione importante: il film non racconta una storia vera e i suoi personaggi sono frutto della finzione, essendo tratto dall’omonimo romanzo di George Harrar. La scintilla che ha dato origine al libro, però, proviene davvero da un drammatico caso avvenuto negli Stati Uniti.
Harrar ha spiegato che l’idea nacque ascoltando alla radio le notizie sulla scomparsa della sedicenne Molly Bish, avvenuta nel Massachusetts nel 2000. In quei primi resoconti si parlava anche di un’auto bianca sospetta avvistata nei pressi del luogo della scomparsa. Lo scrittore cominciò allora a porsi una domanda che sarebbe diventata il vero motore di The Spinning Man: perché il proprietario di quell’automobile non si faceva avanti? Poteva essere colpevole, naturalmente, ma poteva anche essere un innocente con ottime ragioni per temere di finire sotto i riflettori della polizia. Da questo interrogativo Harrar costruì una storia completamente autonoma, trasformando un dettaglio di cronaca in un’indagine sulla differenza tra essere colpevoli ed essere incapaci di dimostrare la propria innocenza.
Doppia colpa non racconta il caso di Molly Bish, ma la sua scomparsa ha ispirato l’idea alla base di Spinning Man
Il collegamento tra Doppia colpa e la realtà nasce dunque dalla vicenda di Molly Bish, una ragazza di 16 anni scomparsa il 27 giugno 2000 mentre lavorava come bagnina a Comins Pond, a Warren, nel Massachusetts. Il giorno precedente sua madre aveva notato un uomo all’interno di una berlina bianca parcheggiata nella zona e, dopo la scomparsa della figlia, quel particolare diventò uno degli elementi dell’indagine. I resti di Molly furono ritrovati quasi tre anni dopo e identificati nel giugno 2003; il caso divenne un’indagine per omicidio e risulta ancora irrisolto.
Ma Evan Birch non è la trasposizione di una persona coinvolta nel caso, Joyce Bonner non rappresenta Molly Bish e gli eventi raccontati dal film non ricostruiscono ciò che accadde alla ragazza. Harrar è stato molto esplicito su questo punto: dopo aver ascoltato le prime notizie, decise volontariamente di non approfondire il caso perché voleva mantenere la libertà di inventare la propria storia. Ciò che lo interessava non era scoprire chi fosse davvero l’uomo associato all’auto bianca, ma immaginare la situazione opposta: cosa accadrebbe se un uomo innocente avesse un motivo personale per non presentarsi alla polizia e, proprio attraverso quel silenzio, finisse per apparire sempre più colpevole? È esattamente il meccanismo che Doppia colpa applica a Evan, trasformando progressivamente ogni omissione, contraddizione e segreto in un nuovo elemento contro di lui.
La storia vera interessa a Doppia colpa soprattutto perché trasforma il dubbio sulla colpevolezza in una trappola
È qui che l’origine reale diventa molto più interessante della semplice formula “ispirato a una storia vera”. Harrar non prende dalla cronaca una soluzione, un assassino o una sequenza di eventi, ma un dubbio. L’autore ha spiegato che uno dei temi fondamentali del romanzo è proprio il rapporto tra colpa e innocenza: il lettore osserva tutto attraverso Evan e deve progressivamente decidere fino a che punto continuare a credere alle sue spiegazioni mentre gli indizi circostanziali contro di lui aumentano. Il sospetto non deriva soltanto da ciò che sappiamo, ma da tutto quello che non riusciamo più a stabilire con certezza.
Per questo la professione di Evan non è casuale. È un professore di filosofia, un uomo abituato a interrogare il significato delle parole, la natura della verità e il funzionamento della conoscenza. Harrar lo scelse proprio perché gli sembrava il tipo di personaggio capace di utilizzare il linguaggio sia per dire la verità sia per nasconderla. Anche i riferimenti al filosofo Ludwig Wittgenstein presenti nel romanzo nascono da questa costruzione: la filosofia non serve come decorazione intellettuale del thriller, ma rende Evan un protagonista particolarmente difficile da decifrare. Più cerca di spiegare razionalmente ciò che accade, più lo spettatore è costretto a chiedersi se stia assistendo alla difesa di un innocente o alla sofisticata costruzione narrativa di un uomo che sa manipolare la percezione degli altri.
Dal romanzo di George Harrar al film di Simon Kaijser: perché Doppia colpa conserva volutamente l’ambiguità della storia
The Spinning Man nacque quindi come qualcosa di più complesso rispetto a un tradizionale giallo. Harrar stesso ha spiegato di non averlo concepito inizialmente come un thriller convenzionale, ma piuttosto come un romanzo letterario con un mistero al centro. Il libro attirò rapidamente l’attenzione di Hollywood: secondo il racconto dello scrittore, dopo la pubblicazione arrivarono richieste da rappresentanti di attori come Leonardo DiCaprio, Bruce Willis e George Clooney. La natura fortemente psicologica e filosofica della storia rese però più complicato trasformarla in un progetto cinematografico e passarono diversi anni e varie opzioni prima che l’adattamento riuscisse effettivamente a essere realizzato.
La versione cinematografica diretta da Simon Kaijser e sceneggiata da Matthew Aldrich conserva proprio questo elemento. Kaijser ha descritto Spinning Man come una sorta di film noir contemporaneo, mentre Harrar ha raccontato di essersi aspettato che Hollywood pretendesse un finale molto più definitivo rispetto a quello del romanzo. Al contrario, apprezzò il fatto che il film mantenesse l’ambiguità e chiedesse allo spettatore di partecipare alla costruzione della risposta.
Ed è proprio qui che il legame con la cronaca torna a essere decisivo. La vera domanda che generò Doppia colpa non era “chi ha ucciso quella ragazza?”, ma quanto possiamo sapere realmente di una persona sulla base degli indizi che possediamo? Il film sposta continuamente il confine tra fatto, memoria, interpretazione e menzogna, costringendo lo spettatore a fare esattamente ciò che fanno gli investigatori: costruire una storia plausibile con informazioni incomplete. L’origine reale di Doppia colpa, quindi, non fornisce la soluzione del mistero. Spiega perché quel mistero esiste.
Il vero significato del titolo Spinning Man nasce dal modo in cui Evan manipola verità, memoria e percezione
Anche il titolo originale Spinning Man aiuta a comprendere questa impostazione meglio dell’italiano Doppia colpa. Evan è un uomo che sembra continuamente “girare” intorno alla verità, elaborando spiegazioni capaci di adattarsi alle circostanze e tentando allo stesso tempo di mantenere il controllo sulla propria identità. Il romanzo presenta infatti la verità come qualcosa di sfuggente e costruisce il confronto tra Evan e l’investigatore Malloy come uno scontro non soltanto investigativo, ma intellettuale: da una parte un uomo convinto che la realtà possa essere discussa e reinterpretata, dall’altra qualcuno che deve trasformare indizi e comportamenti in una ricostruzione concreta.
Sapere che tutto nacque da un vero caso di cronaca rende allora Doppia colpa ancora più inquietante, ma non perché il film nasconda una ricostruzione della morte di Molly Bish. È vero quasi il contrario. George Harrar prese deliberatamente le distanze dalla vicenda reale nel momento stesso in cui cominciò a scrivere, conservando soltanto la domanda provocata da quell’auto bianca e dal suo conducente sconosciuto. Da lì nacque Evan Birch: non il ritratto di un vero sospettato, ma un esperimento narrativo su quanto velocemente un individuo possa trasformarsi, agli occhi degli altri e dello spettatore, da persona apparentemente normale a possibile colpevole. Ed è questa ambiguità, molto più della soluzione del caso, a spiegare perché Doppia colpa continui a lasciare una sensazione così scomoda dopo i titoli di coda.



