Diretto da Dan Gilroy e interpretato da Denzel Washington, End of Justice – Nessuno è innocente (Roman J. Israel, Esq., 2017) – leggi qui la nostra recensione – racconta il percorso di un avvocato che ha dedicato la propria vita alla difesa dei diritti civili, lavorando lontano dai riflettori e coltivando un progetto di riforma del sistema giudiziario. Roman J. Israel è un uomo brillante, dotato di una memoria straordinaria e di convinzioni profonde, ma incapace di adattarsi alle trasformazioni della professione legale e alle convenzioni sociali. Quando la morte del suo socio William Jackson lo costringe a lasciare il piccolo studio in cui ha sempre lavorato, entra in un ambiente molto diverso, dove il valore di un avvocato viene misurato anche attraverso il successo economico e la capacità di gestire i clienti.
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Il finale porta a compimento la contraddizione che attraversa tutto il film: Roman commette un grave errore morale, cerca di porvi rimedio e decide di assumersene le conseguenze, ma non riesce ad arrivare davanti alla giustizia che ha cercato di servire per tutta la vita. Viene ucciso per strada da un uomo legato al criminale che aveva contribuito a individuare, proprio mentre sta andando a consegnarsi alla polizia. La sua morte sembra interrompere ogni possibilità di riscatto personale, mentre il progetto di riforma giudiziaria sopravvive grazie a George Pierce e Maya Alston. È un epilogo amaro, costruito intorno a un paradosso: Roman riesce finalmente a ritrovare la propria integrità quando ormai non può più beneficiare della possibilità di ricostruire la sua vita.
Dan Gilroy usa il ritratto di un avvocato idealista per mettere in discussione il rapporto tra giustizia, successo professionale e compromesso
End of Justice – Nessuno è innocente si colloca nel territorio del dramma giudiziario, ma sposta l’attenzione dalle aule di tribunale alla figura di un professionista che ha scelto di lavorare dietro le quinte. Roman prepara atti, studia le procedure e conosce a fondo i meccanismi attraverso cui il sistema penale può produrre ingiustizie. Il suo progetto più importante riguarda l’uso degli accordi di patteggiamento, che considera uno strumento capace di spingere imputati innocenti ad ammettere responsabilità pur di evitare pene più severe. La riforma che vorrebbe promuovere nasce da una conoscenza concreta delle storture del sistema, maturata in decenni di lavoro.
La regia di Dan Gilroy, già autore di Lo sciacallo – Nightcrawler e successivamente di Velvet Buzzsaw, torna a interrogarsi su individui che cercano di sopravvivere in ambienti dominati da logiche spietate. In questo caso, il conflitto assume una dimensione etica: Roman possiede una visione della giustizia che non riesce a tradurre in una posizione di potere. Il suo nuovo datore di lavoro, Pierce, riconosce le sue capacità, ma inizialmente lo considera soprattutto una risorsa da impiegare nella gestione dei clienti. La distanza tra i due rappresenta due modi differenti di intendere la professione: da una parte la competenza e l’impegno civile, dall’altra il successo economico e la capacità di muoversi in un sistema competitivo.
La morte di Jackson rende ancora più evidente la precarietà della posizione di Roman. Il vecchio socio era il volto pubblico dello studio, mentre lui ne costituiva la mente giuridica. Quando quella struttura scompare, Roman perde anche il contesto che aveva reso possibile il suo modo di lavorare. Il passaggio allo studio di Pierce lo obbliga a confrontarsi con un mondo che non comprende e nel quale fatica a trovare un posto. La sua crisi diventa così il riflesso di un idealismo rimasto senza protezione, esposto alle contraddizioni di un sistema che Roman conosce perfettamente sul piano teorico, ma che non sa affrontare quando entra direttamente in gioco la sua sopravvivenza.
L’incontro in carcere con Carter Johnson trasforma il denaro della ricompensa nella prova concreta della colpa di Roman
Il momento decisivo del finale arriva quando Pierce accompagna Roman a incontrare un nuovo cliente accusato di omicidio. L’uomo è Carter “CJ” Johnson, il vero responsabile della sparatoria per la quale era stato arrestato Derrell Ellerbee. Roman aveva ricevuto da Ellerbee informazioni sulla sua identità e sulla sua posizione, ma, dopo aver fallito nel tentativo di ottenere un accordo con la procura e aver assistito alla morte del giovane in carcere, aveva scelto di utilizzare quelle informazioni per riscuotere anonimamente una ricompensa di centomila dollari. Un gesto che aveva giustificato come una reazione alla propria condizione economica e alla disillusione accumulata, ma che costituiva una violazione dei suoi doveri professionali.
Davanti a Johnson, Roman si trova improvvisamente costretto a confrontarsi con la conseguenza più concreta della propria scelta. Il criminale lo accusa di aver divulgato informazioni coperte dal segreto professionale e lo minaccia: potrà finire in prigione oppure essere ucciso. La ricompensa che aveva accettato pensando di poter rimanere anonimo lo ha collegato direttamente all’uomo che aveva contribuito a individuare. Da quel momento, il protagonista perde progressivamente la sicurezza che aveva cercato di recuperare attraverso il denaro e i piccoli lussi acquistati dopo averlo ricevuto.
Le telefonate anonime e i silenzi dall’altra parte della linea alimentano la sua paranoia. Roman considera persino l’idea di lasciare la città, mentre la sua posizione all’interno dello studio diventa sempre più fragile. Un collega gli rivela di essere a conoscenza della ricompensa: la minaccia non arriva più soltanto dal mondo criminale, ma raggiunge anche l’ambiente professionale nel quale Roman aveva provato a ricominciare. La sua colpa, ormai, non può essere confinata a un episodio isolato.
La svolta arriva quando decide di restituire il denaro, accompagnandolo con una lettera di scuse per averlo preso. Il gesto non cancella la violazione commessa e non lo mette al riparo dalle conseguenze, ma rappresenta il primo passo verso una piena assunzione di responsabilità. Roman si riconcilia con Pierce e Maya e cerca di riaccendere in loro la stessa determinazione con cui aveva sempre parlato della riforma giudiziaria. Per la prima volta dopo la sua caduta, torna a riconoscersi nell’uomo che era prima di accettare il compromesso.
Roman decide di costituirsi, ma la giustizia che ha difeso per tutta la vita non riesce a proteggerlo dalla vendetta criminale
La restituzione della ricompensa prepara il momento più importante della conclusione. Roman comunica a Pierce di voler andare alla polizia e confessare ciò che ha fatto. Non cerca un accordo, non tenta di negoziare una soluzione che gli permetta di salvare la carriera e non affida ad altri il compito di gestire la propria responsabilità. Vuole presentarsi personalmente davanti alle autorità, accettando che la sua condotta abbia conseguenze legali. È una scelta coerente con i principi che aveva sostenuto per tutta la vita, ma anche il gesto più doloroso che potesse compiere: rischia di perdere tutto proprio quando ha ritrovato una ragione per continuare a lavorare.
Roman non arriverà mai alla stazione di polizia. Mentre percorre la strada, viene raggiunto e ucciso da uno degli uomini di Johnson. La morte è improvvisa, priva di qualsiasi solennità giudiziaria: non ci sono un arresto, un processo o una confessione davanti a un magistrato. Il criminale ottiene ciò che voleva senza dover affrontare direttamente le conseguenze delle proprie azioni. Roman aveva già restituito il denaro e stava andando a confessare, ma la sua decisione non basta a fermare una violenza che appartiene a un sistema estraneo alle procedure della giustizia.
L’ironia è particolarmente crudele perché Johnson riesce a eliminare Roman proprio quando questi ha deciso di non sottrarsi più alle proprie responsabilità. Il protagonista non muore mentre cerca di proteggere il denaro o di nascondere la propria colpa: viene ucciso durante il tentativo di rimediare. La confessione rimane incompiuta e il sistema giudiziario non avrà mai la possibilità di valutare il suo comportamento. La sua vicenda si chiude attraverso la stessa logica di intimidazione che aveva contribuito a distruggere la vita di Ellerbee.
Dopo la sua morte, il film mostra due conseguenze della sua eredità. Maya ritrova la determinazione necessaria per proseguire il proprio impegno attivista, mentre Pierce decide di presentare il progetto di riforma di Roman, depositandolo a nome di entrambi. L’uomo che inizialmente aveva considerato il suo lavoro un interesse marginale finisce per riconoscerne il valore e farsene carico. Il progetto sopravvive, ma il suo autore non potrà partecipare alla battaglia che aveva preparato per anni.
La morte di Roman e la sopravvivenza del suo progetto compongono un finale amaro sul prezzo dell’integrità morale
Il significato del finale si concentra nella distanza tra il riscatto personale di Roman e la possibilità concreta di ottenere giustizia. Il protagonista ha commesso un atto illecito, e il film non cerca di assolverlo semplicemente perché le sue intenzioni precedenti erano nobili. La restituzione dei centomila dollari e la decisione di costituirsi rappresentano una presa di responsabilità, non una cancellazione della colpa. Roman sceglie di affrontare la legge proprio quando potrebbe tentare di fuggire, ma viene privato della possibilità di completare quel percorso.
Anche il destino del suo progetto assume un valore ambivalente. Pierce, che all’inizio aveva accolto Roman soprattutto per le sue capacità professionali, arriva a comprendere quanto il suo lavoro possa incidere sulle ingiustizie del sistema. La riforma del patteggiamento, rimasta a lungo una battaglia solitaria, trova finalmente qualcuno disposto a sostenerla. Il deposito del documento con entrambi i nomi è un riconoscimento concreto del contributo di Roman, ma contiene anche una perdita: Pierce può portare avanti il progetto, mentre l’uomo che lo aveva elaborato non potrà difenderlo.
La stessa Maya, che aveva raccontato a Roman di stare perdendo fiducia nel proprio idealismo, ritrova attraverso la sua vicenda una ragione per continuare l’attivismo. Il protagonista lascia dunque qualcosa a entrambe le persone che aveva incontrato nel nuovo ambiente: a Pierce una responsabilità professionale e morale, a Maya una rinnovata convinzione nella possibilità di incidere sulla realtà. La sua influenza diventa più forte proprio quando lui non c’è più.
Il titolo originale, Roman J. Israel, Esq., richiama direttamente l’identità professionale del protagonista, mentre il titolo italiano End of Justice – Nessuno è innocente orienta la lettura verso un sistema in cui le responsabilità individuali si intrecciano con le ingiustizie collettive. Il finale non offre una ricomposizione rassicurante: la battaglia di Roman continua, ma la sua vita viene spezzata prima che possa rispondere delle proprie azioni davanti alla legge. La sua morte lascia una domanda scomoda: che valore può avere un sistema di giustizia quando non riesce a garantire neppure a chi vuole confessare la possibilità di farlo? La risposta del film è amara. Il progetto può sopravvivere, l’idealismo può passare da una persona all’altra, ma questo non restituisce a Roman ciò che ha perduto. Il documento porta il suo nome; la giustizia che cercava, invece, arriva troppo tardi.




