Exodus è tratto da una storia vera? La vera esperienza di Abbe Hassan dietro il film

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Exodus, film del 2023 diretto da Abbe Hassan, è un dramma sulla migrazione e sulla ricerca di una casa che segue l’incontro tra Sam, un trafficante di esseri umani, e Amal, una dodicenne siriana separata dalla propria famiglia durante la guerra. Dopo averla aiutata quasi controvoglia, Sam si ritrova coinvolto nel viaggio della ragazza attraverso l’Europa, dalle coste del Mediterraneo fino alla Svezia, dove Amal spera di ritrovare i propri cari. Il rapporto tra i due cambia progressivamente la natura del viaggio, trasformandolo in una storia di sopravvivenza e di inaspettata amicizia.

La domanda sulla storia vera ha però una risposta più sfumata rispetto a quella di un classico film biografico. Exodus non racconta realmente la storia di Amal e Sam, che sono personaggi inventati, e gli eventi specifici della loro traversata appartengono alla sceneggiatura scritta da Abbe Hassan insieme a Kristoffer Cras. Il film nasce però da una materia autobiografica molto concreta: Hassan, da bambino, fuggì da Beirut durante la guerra civile libanese e arrivò in Svezia. Alcuni dei ricordi che hanno dato origine alla storia riguardano proprio la separazione dalla famiglia e l’aiuto ricevuto da sconosciuti.

La vera storia dietro Exodus nasce dall’infanzia di Abbe Hassan, dalla fuga da Beirut e dai ricordi di un bambino rifugiato

Jwan Alqatami in Exodus

Per capire quanto ci sia di vero in Exodus bisogna partire dalla biografia del suo autore. Abbe Hassan lasciò Beirut con la propria famiglia alla fine degli anni Ottanta, quando era ancora bambino, durante la guerra civile libanese. In un’intervista ha raccontato di aver vissuto una parte del viaggio da solo e di conservare ricordi frammentari di quel periodo: immagini, paure e sensazioni che con il passare degli anni erano rimaste difficili da distinguere nettamente dalla memoria infantile e dai sogni.

La sua esperienza non coincide dunque con quella di Amal. Hassan non era una dodicenne siriana diretta in Svezia durante la crisi dei rifugiati degli anni Dieci, e il viaggio raccontato dal film non è la ricostruzione di ciò che accadde alla sua famiglia. Esiste però una corrispondenza profonda nella condizione di partenza: un bambino costretto a lasciare il proprio paese a causa della guerra e affidato, almeno in alcuni momenti, all’aiuto di persone incontrate lungo il percorso.

Un ricordo in particolare è rimasto centrale nella genesi del film. Quando Hassan venne separato dalla propria famiglia, una madre con i suoi figli si prese cura di lui fino a quando i genitori riuscirono a ritrovarlo. È proprio questo frammento di memoria, legato alla gentilezza inattesa ricevuta durante una situazione di pericolo, ad aver contribuito alla costruzione del rapporto tra Amal e Sam.

Per molti anni, tuttavia, il regista non aveva affrontato apertamente quella parte della propria infanzia. Hassan ha raccontato che nella sua famiglia non si parlava molto della guerra: una volta arrivati in Svezia, l’obiettivo sembrava essere quello di costruire una vita nuova e felice, senza tornare continuamente alle esperienze traumatiche del passato. La crisi dei rifugiati esplosa in Svezia nel 2014 cambiò però qualcosa nel suo rapporto con quei ricordi.

Di fronte alle immagini e alle storie di persone costrette a fuggire dalla guerra, Hassan sentì riaffiorare la propria esperienza. Tornò dai genitori e chiese loro di raccontargli cosa fosse realmente successo durante la fuga da Beirut. Da quel confronto nacque la necessità di trasformare quelle memorie in qualcosa di narrabile. Exodus diventa così una storia di finzione costruita a partire da una memoria autobiografica, più vicina al sentimento vissuto dal regista che alla cronaca precisa della sua infanzia.

Dalla fuga reale di Abbe Hassan alla storia inventata di Amal e Sam: come il regista ha trasformato i ricordi in un racconto sulla crisi dei rifugiati

Il passaggio dalla memoria personale alla sceneggiatura è avvenuto attraverso un processo di trasformazione consapevole. Abbe Hassan ha scritto il film insieme a Kristoffer Cras, incorporando nella vicenda anche emozioni e suggestioni provenienti da altre esperienze. Il risultato non pretende di ricostruire la vita del regista: Hassan stesso ha definito il film una storia fittizia nata da esperienze vere, proprie e altrui.

Anche il personaggio di Sam nasce in parte dalla ricerca condotta dal regista. Hassan ha parlato con diversi rifugiati arrivati in Svezia e ha scoperto quanto fossero articolati, in molti casi, i rapporti tra migranti e trafficanti. Durante la preparazione del film incontrò inoltre un trafficante in Turchia, un uomo che gli apparve come una persona ordinaria, con una famiglia e una vita propria, ma intrappolata progressivamente in un sistema dal quale diventava sempre più difficile uscire.

Quell’incontro contribuì a evitare una rappresentazione semplicistica del trafficante. Sam è infatti responsabile di attività criminali e sfrutta la disperazione dei migranti, ma il film lo presenta anche come un uomo tormentato dalle proprie scelte. Amal, al contrario, conserva una capacità di sperare che gli adulti intorno a lei hanno quasi perduto. Il loro rapporto nasce proprio da questa opposizione: lei guarda ancora alla possibilità di un futuro, mentre lui è appesantito dalla colpa e dal disincanto.

La storia specifica di Amal è quindi inventata, così come lo è il suo viaggio attraverso Grecia ed Europa verso la Svezia. Il film utilizza però una situazione storica reale: la crisi dei rifugiati legata alla guerra in Siria e ai grandi flussi migratori verso l’Europa. La cornice contemporanea consente a Hassan di mettere la propria memoria degli anni Ottanta in dialogo con un’altra generazione di persone costrette a fuggire.

Anche il viaggio diventa per questo una forma di ponte tra epoche differenti. Il regista non racconta la propria fuga, ma utilizza ciò che ne ha conservato emotivamente per immaginare quella di una bambina che vive una situazione diversa. Amal attraversa un mondo nel quale i confini geografici determinano continuamente chi può muoversi e chi rimane bloccato, mentre la sua idea di “casa” continua a coincidere con le persone che vuole ritrovare.

La conclusione della storia di Exodus appartiene quindi alla fiction e non può essere sovrapposta a quella della famiglia Hassan. Il viaggio di Amal e Sam arriva a una propria conclusione narrativa, mentre l’esperienza autobiografica del regista prosegue nella costruzione della sua vita in Svezia. Proprio questa differenza impedisce di definire il film una vera autobiografia: ciò che viene trasferito sullo schermo è soprattutto la memoria emotiva della fuga.

La vera storia di Exodus continua nella vita di Abbe Hassan: perché il film trasforma una memoria privata in una storia universale sulla ricerca di casa

Jwan Alqatami e Ashraf Barhom in Exodus

La storia reale alla base di Exodus non ha dunque una conclusione cinematografica precisa perché non è la storia di Amal. È quella di Abbe Hassan, un bambino che lasciò Beirut con la propria famiglia e arrivò in Svezia, portandosi dietro ricordi che per molti anni rimasero in parte inespressi. Il regista ha raccontato come sua madre, una volta in Svezia, continuasse inizialmente a non disfare le valigie perché pensava che la famiglia sarebbe tornata a casa. Solo lentamente quel luogo provvisorio diventò una nuova casa.

Questa immagine delle valigie è probabilmente una delle chiavi più importanti per comprendere il film. In Exodus, “casa” non coincide semplicemente con un territorio o con una destinazione geografica. È qualcosa che i personaggi cercano attraverso le persone, gli affetti e la possibilità di sentirsi nuovamente al sicuro. Hassan ha spiegato di essere arrivato a considerare la propria casa come il luogo in cui si trovano la sua famiglia e i suoi figli, superando l’idea che i confini nazionali possano definire da soli il senso di appartenenza.

Anche il nome Amal contiene questa idea. In arabo significa “speranza” e il regista ha scelto deliberatamente di costruire intorno alla ragazza una figura capace di mantenere questa prospettiva anche nelle circostanze più dure. La speranza diventa così una forma di sopravvivenza: non cancella la paura e non rende il viaggio meno pericoloso, ma permette alla protagonista di continuare a muoversi quando tutto intorno a lei sembra suggerire il contrario.

La storia vera dietro Exodus è quindi più correttamente definibile come una storia di ispirazione autobiografica. Il film è fiction, i protagonisti sono inventati e gli avvenimenti specifici non costituiscono la ricostruzione della fuga di Abbe Hassan. Tuttavia, il nucleo emotivo nasce da un’esperienza reale e da ricordi personali che il regista ha poi intrecciato con testimonianze raccolte durante la preparazione.

È proprio questa distanza tra autobiografia e finzione a rendere il film interessante. Hassan non cerca di raccontare se stesso attraverso un alter ego, ma utilizza ciò che ha vissuto per immaginare una storia che appartenga anche ad altre persone costrette a fuggire. In questo senso, la vicenda di Amal e Sam diventa un contenitore per esperienze differenti: la guerra in Libano vissuta dal regista, la crisi siriana rappresentata nel film e le testimonianze dei rifugiati incontrati durante la ricerca.

La risposta definitiva alla domanda “Exodus è tratto da una storia vera?” è quindi: no, se per storia vera si intende una vicenda realmente accaduta ai personaggi del film; sì, se si parla dell’esperienza reale che ne ha alimentato il cuore emotivo. La fuga di Amal è inventata, mentre la memoria della fuga di Hassan da Beirut e il tema dell’essere separati dalla propria famiglia appartengono alla sua vita. È una distinzione fondamentale, perché permette di leggere Exodus per quello che realmente è: una fiction costruita su una memoria autobiografica, capace di trasformare un’esperienza individuale in una riflessione più ampia su guerra, migrazione, appartenenza e bisogno di trovare una casa.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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