L’anno scorso, Frankenstein di Guillermo del Toro (leggi qui la recensione) ha conquistato la critica, ottenendo recensioni entusiastiche e un percorso significativo durante la stagione dei premi. Adattamento del celebre romanzo omonimo di Mary Shelley, il film è tutt’altro che la prima trasposizione cinematografica della storia. Raramente, però, un regista è sembrato così in sintonia con il materiale di partenza: del Toro, il suo cast e la sua troupe hanno dato vita a uno spettacolo gotico di straordinaria ricchezza visiva.
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A un anno di distanza, il film è entrato a far parte della Criterion Collection, un riconoscimento che riflette la qualità e la cura artigianale del risultato finale. L’approccio degli archivisti mette inoltre in evidenza quanto a lungo del Toro abbia coltivato un legame profondo con questa storia e quanto della sua identità creativa sia confluito nel progetto. Frankenstein rappresenta la sintesi più compiuta della sua poetica: il film che, più di ogni altro, incarna l’essenza del cinema di Guillermo del Toro.
Non esisterà mai un Frankenstein come quello di Guillermo del Toro
Frankenstein è una delle storie fondative della narrativa moderna, reinterpretata e parodiata innumerevoli volte nel corso degli anni. Considerata la passione di Guillermo del Toro per il romanzo originale e per le storie di mostri in generale, non sorprende che il regista abbia annunciato il desiderio di adattarlo.
La sua versione riprende i temi fondamentali del libro, valorizzando al contempo alcuni snodi narrativi verso cui del Toro ha sempre dimostrato un particolare interesse. Il risultato appare profondamente fedele allo spirito dell’opera, pur essendo saldamente radicato nella sensibilità personale del regista. Ci sono una storia d’amore gotica e destinata alla tragedia, un mostro incompreso, una figura paterna pericolosa, la ribellione contro l’autorità, il terrore dell’ignoto e la disumanità degli esseri umani.
Tutti questi elementi confluiscono nella rilettura del racconto classico. Altre versioni possono essere risultate più fedeli alla trama originale o averne offerto interpretazioni più ampie, ma Frankenstein riesce forse meglio di qualsiasi altra a restituire sia il nucleo tematico del romanzo di Mary Shelley sia il significato che questa storia assume per del Toro.
Il regista ha espresso il desiderio di realizzare Frankenstein fin dai tempi di Il labirinto del fauno e Hellboy: The Golden Army. Durante una visita sul set di quest’ultimo film, in un’intervista a JoBlo, aveva definito il progetto un “progetto dei sogni”. Da allora, il film ha attraversato una lunga fase di sviluppo, durante la quale sono cambiati gli studi coinvolti e l’approccio alla realizzazione.
Nel frattempo, del Toro ha continuato a dirigere altri film, conquistando gli Oscar con opere come La forma dell’acqua e Pinocchio. Il suo percorso si è arricchito progressivamente, permettendogli di affinare quella sensibilità che avrebbe poi trasformato Frankenstein in una dichiarazione artistica profondamente personale. Il film raccoglie moltissimi degli interessi del regista, andando ben oltre la sua evidente passione per lo strano, il mostruoso e il surreale.
Da questo punto di vista, è facile anche scherzare sul risultato: sembra quasi che del Toro abbia preso tutti i suoi elementi narrativi preferiti e li abbia frullati insieme. La collaborazione con i suoi compagni di lavoro abituali ha contribuito a definire l’aspetto visivo, il suono e l’atmosfera di ogni scenografia e di ciascun effetto speciale. Il film diventa così il punto d’arrivo di oltre un decennio di cinema fantastico, condensato in un’unica opera.
Nella pellicola si riconoscono suggestioni e scelte creative provenienti da tutta la filmografia del regista. È anche una dimostrazione della maestria dei reparti artistici, dei montatori del suono e delle squadre responsabili degli effetti visivi, che hanno contribuito a dare vita a questa fiaba macabra. Frankenstein sembra rappresentare una rielaborazione consapevole della formula cinematografica affinata da del Toro in oltre trent’anni di carriera. Ed è proprio qui che risiede la sua forza maggiore.
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Frankenstein parla tanto di Guillermo del Toro quanto della Creatura
Al di là degli elementi narrativi che il regista riprende da un film all’altro, nel DNA di Frankenstein è presente una riflessione sul controllo che rende questa versione particolarmente interessante. Il film esplora la figura del genio tormentato, mostrando comprensione per Victor Frankenstein senza mai assolverlo dalle proprie responsabilità.
La sua ambizione supera le sue reali capacità e la ricchezza gli conferisce il potere di considerare gli altri semplici strumenti al servizio del proprio progetto. In molti aspetti, il Victor di del Toro non è soltanto uno scienziato, ma anche un artista tormentato e un bambino amareggiato, diventato un uomo guidato dal dolore e incline a ferire chi gli sta intorno. È un percorso tematico che attraversa numerosi personaggi del regista, tanto positivi quanto negativi, e che in Frankenstein trova una delle sue espressioni più mature e dirette.
Anche l’archetipo del mostro dotato di un’anima, ricorrente nel cinema di del Toro, assume qui una sfumatura nuova. La Creatura è un essere innocente, erede di quella figura del mostro incompreso che da sempre occupa un posto centrale nelle storie del regista. Eppure, al suo interno vive un’anima umana, capace tanto di amare quanto di odiare. Questa rappresentazione si avvicina allo spirito della Creatura concepita da Mary Shelley, il cui personaggio nel romanzo può arrivare a essere vendicativo e crudele in modi che il film di del Toro attenua.
Questo, tuttavia, non significa che la Creatura sia priva di colpe. La versione del regista è impulsiva quanto il suo creatore: si innamora con la stessa rapidità con cui può aggredire qualcuno che percepisce come una minaccia. È presente quella componente aspra e spigolosa che ha sempre impedito al cinema di del Toro di diventare troppo fiabesco o indulgente. Un tratto che richiama film come Mimic e La spina del diavolo. È raro vedere un regista condensare così efficacemente il proprio stile in una singola opera.
Il risultato riflette tanto la sensibilità gotica di del Toro quanto le sue radici nell’horror. La storia riconosce le potenzialità dell’essere umano e la sua capacità di perdonare, ma ricorda anche che la brutalità richiede un’assunzione di responsabilità. Il Frankenstein di Guillermo del Toro è un progetto realizzato con autentico amore, che raccoglie e valorizza tutto ciò che il regista ha costruito fino a oggi.
La quantità di contenuti aggiuntivi dell’edizione Criterion Collection rafforza questa impressione. Un documentario di lungometraggio e diverse conversazioni con il cast e la troupe permettono di comprendere meglio il lavoro necessario per realizzare il film. Si può sostenere che altre opere, come Il labirinto del fauno o Pinocchio, funzionino meglio se considerate singolarmente. Eppure, nessuna delle due sembra incarnare la visione complessiva di del Toro con la stessa forza di questa rilettura del romanzo che ha contribuito a fondare la fantascienza moderna. Frankenstein si avvicina così all’idea di un vero e proprio magnum opus: il film in cui la poetica di Guillermo del Toro trova la sua espressione più completa.
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