Aaron Sorkin, sceneggiatore premio Oscar e autore di opere come The Social Network, Codice d’onore e The West Wing, ha riconosciuto apertamente le difficoltà incontrate nel passaggio alla regia. In un’intervista con The Hollywood Reporter, il cineasta ha riflettuto sui limiti della propria formazione dietro la macchina da presa, proprio mentre The Social Reckoning, il suo nuovo film, sta ottenendo risultati commerciali e recensioni meno favorevoli rispetto al precedente capitolo dedicato a Facebook.
Nel colloquio con THR, registrato durante il Newport Beach Film Festival per il podcast Awards Chatter, Sorkin ha ammesso di aver imparato meno di quanto si aspettasse lavorando accanto a registi come David Fincher, Danny Boyle e Bennett Miller. «Mi ha sorpreso quanto poco fossi riuscito ad assimilare della tecnica cinematografica. A quanto pare, non ho sensibilità visiva», ha dichiarato. Il regista ha aggiunto di temere che alcune delle capacità che gli mancano siano proprio quelle che non si possono acquisire attraverso lo studio e l’esperienza.
Le parole di Sorkin aprono una questione che riguarda il mestiere del regista e il rapporto tra scrittura e messa in scena. Un dialoghista di riconosciuta abilità può costruire personaggi, conflitti e ritmi verbali senza possedere necessariamente la stessa naturalezza nell’organizzare le immagini. La sua autocritica invita quindi a distinguere il valore di una sceneggiatura dalla capacità di tradurla in linguaggio cinematografico, senza trasformare le difficoltà di un singolo autore in una sentenza definitiva sulle sue possibilità future.
Da The Social Network a The Social Reckoning: perché Sorkin mette in discussione la propria regia
Nel corso della sua carriera, Sorkin ha firmato sceneggiature che hanno segnato il cinema e la televisione statunitensi. Per The Social Network, diretto da Fincher, ha vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale; tra i suoi lavori figurano anche Moneyball, Steve Jobs e Molly’s Game. Negli ultimi anni ha assunto direttamente la regia di quattro film: Molly’s Game, Il processo ai Chicago 7, Being the Ricardos e The Social – Il prezzo della verità. È proprio quest’ultimo a riportare in primo piano i dubbi sulla sua capacità di dirigere.
Secondo The Hollywood Reporter, il nuovo film, distribuito da Sony il 9 ottobre, ha incassato circa 15 milioni di dollari nel mondo a fronte di un budget di 40 milioni. Il confronto con The Social Network, diretto da Fincher, è inevitabile, ma i risultati al botteghino non bastano da soli a spiegare le differenze tra le due opere. Sorkin ha anche rivelato che avrebbe preferito affidare il sequel a Fincher, impossibilitato a dirigere il film per via del suo accordo esclusivo con Netflix. «Avrei preferito che lo dirigesse David Fincher: preferirei che David Fincher dirigesse tutto. Ma David ha un accordo esclusivo con Netflix e questo film apparteneva a Sony», ha spiegato.
Il regista paragona la propria situazione a quella di un allenatore di football che, dopo una sconfitta, è convinto che gli elementi per vincere fossero presenti, senza essere riuscito a farli funzionare insieme. «È così che mi sento rispetto alla regia. Ci sono cose che ho fatto bene lungo il percorso. Datemi ancora una possibilità e, prima o poi, riuscirò a mettere insieme tutti i pezzi». È una dichiarazione che lascia aperta la possibilità di proseguire il percorso dietro la macchina da presa, pur riconoscendo una distanza tra le proprie competenze di scrittore e quelle richieste a un regista.
Il punto, in definitiva, non è stabilire se Sorkin debba smettere di dirigere, ma capire quale forma possa assumere il suo talento sullo schermo. La sua scrittura si fonda su dialoghi serrati, conflitti verbali e personaggi che cercano di imporsi attraverso la parola: elementi che possono funzionare in modo diverso quando entrano in gioco inquadrature, montaggio, composizione e ritmo visivo. La collaborazione con un regista capace di valorizzare la sua scrittura potrebbe offrire risultati diversi dalla scelta di controllare ogni fase del processo. La confessione di Sorkin ha dunque un interesse che supera il destino di The Social Reckoning: ricorda che il cinema è un’arte collettiva e che saper raccontare una storia sulla pagina non significa necessariamente possedere tutti gli strumenti per darle forma attraverso le immagini.
