Harriet, diretto da Kasi Lemmons e interpretato da Cynthia Erivo, racconta la fuga dalla schiavitù e la successiva attività di Harriet Tubman, una delle figure più importanti dell’abolizionismo americano. Il film segue il percorso di Araminta “Minty” Ross dalla piantagione del Maryland alla libertà in Pennsylvania, trasformando progressivamente quella fuga individuale in una missione per liberare altre persone dalla schiavitù. È proprio questo passaggio a dare al finale il suo significato più profondo.
La conclusione di Harriet non coincide infatti con la conquista della libertà personale della protagonista. Quando Harriet affronta Gideon e decide di non ucciderlo, il film porta la sua storia verso una dimensione quasi profetica: il futuro che vede nelle sue visioni è quello di una guerra destinata a distruggere il sistema schiavista. L’ultima sequenza mostra così Harriet alla guida di soldati dell’Unione mentre libera centinaia di persone. La sua vicenda non termina con la fuga: è proprio da quel momento che comincia la parte più grande della sua missione.
Dalla fuga dalla schiavitù alla leggenda di Moses: Kasi Lemmons trasforma la storia di Harriet Tubman in un racconto di liberazione e fede
La struttura di Harriet segue un percorso che appartiene al cinema biografico e al racconto storico, ma Kasi Lemmons sceglie di costruire la protagonista attraverso una dimensione fortemente spirituale. Cynthia Erivo interpreta Harriet come una donna segnata dalla violenza subita, profondamente religiosa e convinta di ricevere indicazioni da Dio attraverso visioni e voci che la guidano nei momenti più pericolosi.
Questo elemento è particolarmente importante perché evita di separare la dimensione storica da quella mitologica. Harriet è una persona reale, ma già durante la sua vita la sua figura assunse una dimensione quasi leggendaria. Il soprannome “Moses”, utilizzato per associarla al profeta biblico che guidò gli Israeliti fuori dalla schiavitù d’Egitto, sintetizza perfettamente questa trasformazione.
Il film utilizza anche gli spiritual come parte della narrazione. Le canzoni non rappresentano semplicemente la fede dei personaggi: diventano strumenti attraverso cui comunicare messaggi e indicare percorsi. La religione, quindi, appartiene tanto alla dimensione intima di Harriet quanto alla sua attività di liberatrice.
Le sue visioni possono essere interpretate in modi diversi. Il film lascia intendere un possibile legame con il trauma cranico subito durante l’infanzia e con le conseguenze neurologiche di quella ferita, senza però negare la lettura religiosa della protagonista. Questa ambiguità è essenziale: ciò che conta, per Harriet, è che quelle visioni siano vere e che le permettano di trovare una direzione quando il mondo intorno a lei sembra costruito per impedirle di essere libera.
Harriet affronta Gideon, gli risparmia la vita e trasforma la vendetta personale nella profezia di una liberazione collettiva
Nel finale, Harriet torna a confrontarsi con Gideon Brodess, il figlio del proprietario della piantagione che per gran parte del film rappresenta la minaccia più diretta alla sua libertà. Dopo aver inseguito Harriet, Gideon uccide Bigger Long e continua a darle la caccia, convinto di poter ancora riportare sotto controllo la donna che è riuscita a fuggire.
Questa volta, però, i rapporti di forza sono cambiati. Harriet riesce a sorprendere Gideon e gli spara alla mano, costringendolo a fermarsi. Per un istante sembra pronta a ucciderlo. Sarebbe la conclusione più immediata di una storia costruita sulla persecuzione: l’oppressore finalmente eliminato dalla persona che ha cercato di distruggere.
Harriet sceglie invece di fermarsi. Gli annuncia che morirà comunque, ma in un altro luogo e in un altro momento, su un campo di battaglia insanguinato dal conflitto che sta per travolgere gli Stati Uniti. È una delle scene più significative del film perché Harriet smette di ragionare secondo la logica della vendetta individuale.
Gideon, del resto, non è una figura storica reale. È un personaggio creato per concentrare in un singolo antagonista la violenza del sistema schiavista. La sua condanna assume quindi un significato più ampio: Harriet non ha bisogno di ucciderlo personalmente perché ciò che rappresenta è destinato a essere travolto dalla storia.
La visione della guerra anticipa il destino di Harriet e conduce direttamente alla sequenza finale della liberazione degli schiavi
Mentre Harriet parla, il film introduce progressivamente suoni e immagini che sembrano provenire da un campo di battaglia. È come se la protagonista stesse vivendo un’altra delle sue visioni. Le parole sul futuro diventano così il ponte tra la vicenda personale appena conclusa e quella storica che il film sta per mostrare.
Harriet afferma di aver visto il futuro e che il suo popolo sarà libero. La frase acquista un peso particolare perché la protagonista non sta semplicemente immaginando una possibilità: sta dichiarando una convinzione che ha guidato tutte le sue azioni. La fede diventa una forma di certezza interiore capace di sostenere una persona che combatte contro un sistema apparentemente impossibile da sconfiggere.
Subito dopo, il film mostra Harriet impegnata nella lotta durante la Guerra Civile. La donna che all’inizio aveva attraversato il confine verso la libertà è ora diventata una guida capace di condurre altri uomini e donne fuori dalla schiavitù. La scala della sua missione è cambiata radicalmente.
Il passaggio è fondamentale anche sul piano simbolico. Harriet non è più soltanto una fuggitiva: è diventata una liberatrice. Il viaggio iniziale verso la Pennsylvania rappresentava la conquista della propria libertà; le missioni successive trasformano quella conquista in una responsabilità. La libertà di Harriet acquista valore nella misura in cui può essere utilizzata per aprire una strada anche agli altri.
Il vero significato del finale di Harriet sta nel rifiuto della vendetta e nella trasformazione della fede in azione politica
La scelta di non uccidere Gideon può sembrare sorprendente, soprattutto dopo tutto ciò che il personaggio ha rappresentato. Harriet ha subito violenze, separazione dalla famiglia e la minaccia costante di essere nuovamente ridotta in schiavitù. Eppure, quando finalmente ha davanti a sé l’uomo che incarna quella persecuzione, non permette che la propria storia venga ridotta a una semplice vendetta.
La sua risposta è rivolta al futuro. Harriet comprende che l’obiettivo è molto più grande di Gideon e che eliminare un singolo uomo non significherebbe eliminare il sistema che lo ha reso possibile. Il film concentra così nel confronto finale una delle idee centrali della figura storica di Tubman: la liberazione richiede movimento, coraggio e capacità di agire oltre il proprio interesse personale.
Anche la questione delle visioni acquista qui un significato particolare. Harriet non stabilisce scientificamente se la protagonista stia realmente ascoltando la voce di Dio o se quelle esperienze siano conseguenze della lesione cerebrale subita da bambina. La sua fede, però, non viene presentata come un semplice elemento ornamentale.
È ciò che permette alla protagonista di affrontare situazioni nelle quali la paura dovrebbe paralizzarla. Harriet crede di essere guidata e agisce di conseguenza. Il film trasforma così la sua convinzione religiosa in una forza concreta: la visione del futuro diventa la capacità di immaginare una realtà che ancora non esiste e di comportarsi come se fosse possibile raggiungerla.
L’ultima immagine completa il percorso di Harriet Tubman: dalla donna che cerca la libertà alla donna che rende possibile quella libertà per centinaia di altri
Il finale di Harriet assume il suo significato definitivo proprio nel momento in cui la protagonista torna sul campo di battaglia. Il film non termina con la fuga dalla piantagione perché quella sarebbe soltanto la conclusione della prima parte della sua storia. La vera trasformazione avviene quando Harriet decide di tornare indietro per gli altri.
La figura di Moses diventa allora più che un soprannome. Come il personaggio biblico, Harriet attraversa il territorio della schiavitù e conduce altre persone verso una terra promessa. La differenza è che il film non presenta una liberazione ottenuta per miracolo: Harriet deve rischiare la vita, affrontare i suoi inseguitori e guidare concretamente le persone lungo percorsi clandestini.
Storicamente, la vera Harriet Tubman avrebbe continuato la propria attività durante la Guerra Civile, prestando servizio per l’Unione e partecipando alla celebre incursione di Combahee Ferry, che portò alla liberazione di circa 750 persone schiavizzate. Il film utilizza quindi la conclusione narrativa per proiettare Harriet oltre gli eventi raccontati nella parte principale.
Il significato dell’ultima sequenza è perciò racchiuso in un passaggio preciso: Harriet non considera la libertà come una condizione da conservare per sé. Una volta raggiunta, torna indietro. È questa decisione a trasformarla da fuggitiva in leader e da vittima della schiavitù in protagonista della sua distruzione.
Per questo il finale può essere letto come la compiuta realizzazione della profezia pronunciata davanti a Gideon. Harriet aveva visto un futuro nel quale il sistema sarebbe crollato e le persone schiavizzate sarebbero state libere. La sua visione non è importante perché dimostri necessariamente un potere soprannaturale: è importante perché le permette di agire nel presente.
Harriet si chiude quindi sulla vittoria di un’idea prima ancora che su quella di una battaglia. La libertà che Harriet aveva conquistato per sé diventa una possibilità per centinaia di altre persone. È questo il vero senso del suo finale: la storia di una donna che avrebbe potuto limitarsi a scappare diventa quella di una donna che sceglie di tornare indietro, ancora e ancora, fino a trasformare la propria libertà in quella degli altri.
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